In pratica, in Roblox, una borsa di Gucci digitale è stata venduta per oltre 4.000 dollari, 800 dollari in più rispetto alla borsa reale. A questo indirizzo di Roblox trovi gli item Gucci in vendita.
Allora mi sono chiesto: perché un bene digitale, non tangibile, può costare più della controparte reale? Nel video racconto tre motivi. Buona visione:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2022/09/metaverso_borsa_gucci_bonanomi.png480853Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2022-09-05 14:40:272022-09-05 14:40:27[VIDEO] Perché nel Metaverso la borsa virtuale di Gucci vale più di quella reale?
Un testo che, dopo aver riportato alcuni cenni biografici sul ministro della propaganda del Terzo Reich, elenca le sue tattiche di manipolazione, mistificazione e condizionamento dell’opinione pubblica. Una ricostruzione che permette di capire meglio anche alcuni fenomeni molto attuali, tipici del Web, come fake news, shit storm, meme, infodemia, deepfake e altro ancora.
Ho preso spunto da queste tattiche per mostrare che i nostri politici le conoscono e le usano volentieri.
Semplificazione
Difficile far passare concetti complessi, meglio semplificare (spesso questo significa banalizzare, schematizzare eccessivamente). Crisi energetica con bollette alle stelle? Basta puntare sul nucleare – dicono alcuni – facendo credere che possa avere un impatto nel breve.
L’idea del rispetto dell’ambiente e del taglio delle emissioni è certamente condivisibile, ma la campagna contro i jet privati, per alcuni, sa tanto di crociata contro i ricchi.
Nemico unico
Il capro espiatorio, come gli ebrei per Hitler, è molto utile: il soggetto che rappresenta l'”origine di tutti i mali” permette di aumentare il senso di appartenenza alla propria fazione politica. Dagli anni Novanta, il Centro-Sinistra ha preso di mira, nell’ordine, Berlusconi, Salvini e ora Meloni, a volte usando anche la tattica della shit storm per screditare l’avversario. Per anni l’unico argomento forte contro Berlusconi sono stati i festini di Arcore. Tattica che, tra parentesi, evidentemente non ha funzionato.
“Dare del fascista” è la variante italiana del reductio ad Hitlerum(o reductio ad nazium).
Unanimità
Un espediente retorico molto comune fa leva sul principio di persuasione “riprova sociale” (l’umana pulsione dell’appartenenza a un gruppo): si induce il pubblico a pensare che un’opinione, anche se minoritaria o irrilevante, sia largamente condivisa. I 5 Stelle hanno fatto credere che Stefano Rodotà fosse il presidente della Repubblica voluto dalla Rete, dai movimenti, dal popolo. Poi si è saputo che alle Quirinarie aveva ottenuto 4.677 consensi.
Orchestrazione
La propaganda si deve limitare a un numero limitato di slogan, molto semplici, ripetuti all’infinito (funziona così anche la pubblicità in TV). Anche se si parla di menzogne o della neolingua orwelliana, non importa. Del resto “L’audacia genera paura, la paura genera autorità”, diceva Goebbels.
Grillo ha ripetuto alla nausea la parola psiconano tanto che è diventato un trend di ricerca.
Continuo rinnovamento
Bisogna denigrare continuamente (e velocemente) l’avversario così, quando risponde, il pubblico è già interessato ad altro. Si crea un’infodemia, un maelstrom informativo, dice Maggi nel libro.
Contagio psichico
Riunire diversi avversari in una sola categoria. Praticamente fare di tutta l’erba un fascio: i musulmani sono tutti terroristi, gli imprenditori e i liberi professionisti sono tutti evasori, i politici sono tutti ladri e così via.
Trasposizione e contropropaganda
Scaricare sull’avversario i propri errori, difetti a responsabilità. Rispondere all’attacco con l’attacco, giocando in contropiede. Si può agire a diversi livelli, per esempio screditando l’avversario (killeraggio politico), mettendolo in ridicolo, attaccandolo sul piano personale (la cosiddetta macchina del fango).
Si può prenderla anche alla larga (l’ironia del caso Morisi è che la Bestia da lui governata era accusata di usare le stesse armi):
Esagerazione calcolata e travisamento
Un proverbio arabo recita:
La vittoria si ottiene non contando quanti ne hai uccisi, ma quanti ne hai spaventati.
Chi fa propaganda trasforma qualcosa di piccolo o relativamente importante in una minaccia grave.
Silenziamento
Passare sotto silenzio, o ridimensionare, le cattive notizie e le domande alle quali non si sa rispondere.
Verosimiglianza
I cosiddetti palloni sonda (ballon d’essai) sono pezzi di informazione che circolano ad arte, come un’intervista anonima che fa gioco o un meme.
Anche i meme sono utilissimi allo scopo:
Trasfusione
La propaganda fa spesso leva sulle emozioni, sugli istinti del pubblico, su ideologie o pregiudizi.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2022/09/politici_italiani_goebbels.jpg7201280Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2022-09-03 12:17:152022-09-04 10:54:12Propaganda e comunicazione politica: che cosa hanno imparato i politici italiani da Goebbels?
Gli algoritmi, spesso, sono programmati per fare cose a noi poco comprensibili. È il caso di una piattaforma come Instagram che sembra prediligere le foto di uomini e donne in costume da bagno o, comunque, poco vestiti (come evidenziato da questo articolo di Open). Le preferenze dell’algoritmo di proprietà di Meta, purtroppo, possono influenzare non solo il comportamento delle principali star della piattaforma (influencer e creatori di contenuti) ma anche il destino di aziende che si affidano a Instagram per vendere i propri prodotti.
È il caso di Marco (nome fittizio), un piccolo imprenditore che vive in una grossa città del Vecchio Continente e promuove i prodotti creati dalla sua azienda attraverso i canali social. Di che cosa si occupa la piccola impresa di Marco? La sua azienda produce delle barrette energetiche studiate appositamente per gli sportivi. Il reparto marketing di Marco utilizza le piattaforme social per attirare nuove clienti e per fidelizzare quelli più affezionati. In Europa i social network di proprietà di Mark Zuckerberg la fanno da padrone e una presenza su questi canali è fondamentale per il successo della propria azienda. Instagram, in particolare, punta tutto su foto e video. Marco e i suoi responsabili del reparto marketing hanno scoperto che “solo” alcuni dei numerosi post pubblicati hanno raggiunto gli oltre 100.000 follower della propria azienda. In particolare, è stato notato che le foto e i video che hanno funzionato meglio sono quelle che avevano come soggetto alcune modelle in bikini o in attillate tute sportive. Giovanna, autrice di una serie libri di successo, ha dichiarato che le foto più apprezzate dai suoi fan sono quelle che la ritraggono in costume di bagno o con addosso qualche sexy minigonna.
Purtroppo, l’algoritmo di Instagram sembra essere attratto da uomini e donne poco vestiti: per chi si affida alla piattaforma di Meta per lanciare le proprie campagne marketing è un problema non da poco. E, soprattutto, proporre foto e video di questo tipo per un’azienda potrebbe essere qualcosa che va contro i propri valori.
Come funziona l’algoritmo di Instagram?
Per capire come funziona l’algoritmo di Instagram e come vengano effettuate certe scelte, un organismo come l’European Data Journalism Network e un sito come AlgorithmWatch hanno condotto un interessante esperimento. Sono stati selezionati 26 volontari a cui è stato chiesto di installare un’estensione per il browser e di seguire un certo numero di influencer/creatori di contenuti. Nello specifico, sono stati selezionati 37 personaggi (di cui 14 uomini) provenienti da 12 diversi paesi che utilizzano Instagram per pubblicizzare marchi o acquisire nuovi clienti per le loro attività, principalmente nei settori food, viaggi, fitness, moda e bellezza.
L’estensione aggiunta al browser ha permesso di controllare automaticamente l’home page di Instagram a intervalli regolari, monitorando i post visualizzati in cima ai newsfeed. In questo modo i ricercatori hanno potuto avere una panoramica dettagliata di quello che l’algoritmo considera rilevante per ogni utente che ha partecipato all’esperimento. Nell’arco di tre mesi sono stati analizzati qualcosa come 1.737 post (contenenti 2.400 foto):
Il 21% del materiale pubblicato conteneva immagini di donne in bikini o in biancheria intima o di uomini a torso nudo.
In particolare, nei feed dei partecipanti all’esperimento i post con immagini di questo tipo arrivavano al 30% (alcuni contenuti sono stati mostrati più di una volta). In particolare, i post che contenevano immagini di donne con indumenti intimi o in bikini avevano il 54% di probabilità in più di apparire nel feed delle notizie degli utenti partecipanti all’esperimento. I post contenenti immagini di uomini a torso nudo, invece, avevano il 28% di probabilità in più di essere mostrati; quelli con cibo o paesaggi avevano circa il 60% in meno di probabilità di essere visualizzati nel feed delle notizie.
A Instagram piacciono i costumi da bagno
La “propensione” di Instagram verso i corpi umani poco vestiti potrebbe non essere applicabile a ogni contesto e a ogni utente presente sulla piattaforma: la personalizzazione e altri fattori possono arginare/amplificare questo fenomeno. Interpellata sulla questione, Meta ha sostenuto che la ricerca condotta fosse viziata in partenza, ribadendo che la classificazione sulle sue piattaforme funziona in base ai contenuti per i quali un utente mostra interesse, e non per la presenza di qualche sexy costume da bagno. Senza avere accesso ai dati ufficiali di Meta è difficile trarre delle conclusioni anche se c’è la forte convinzione tra i ricercatori che i risultati ottenuti siano abbastanza “rappresentativi” del funzionamento generale di Instagram.
In ogni caso, grazie ai whistleblower, sappiamo che Meta è consapevole dei danni che sta facendo sui teenager:
Gli ingegneri di Meta hanno più volte affermato (le informazioni sono state recuperate attraverso i brevetti presentati) che l’algoritmo di Instagram analizza ogni immagine pubblicata sulla piattaforma assegnandogli una “metrica per misurare il coinvolgimento” che tiene conto dei comportamenti degli utenti. Per esempio, se a una persona piace un brand particolare e una foto mostra un prodotto di quello stesso marchio, la metrica di coinvolgimento aumenta. Altri parametri come il sesso, la provenienza e lo stato di vestizione delle persone in una foto possono influenzare il calcolo di questo parametro.
Sulla piattaforma, però, viene specificato che l’elenco dei contenuti proposto viene organizzato in base agli interessi degli utenti. Nel brevetto registrato da Facebook (ora Meta) nel 2015 veniva spiegato come l’algoritmo fosse in grado di classificare i contenuti in base a quello che potesse interessare agli utenti presenti sulla piattaforma.
Le immagini pubblicate possono essere visualizzate nei newsfeed di uno o più utenti in base al loro storico (i comportamenti tenuti finora) ma anche prestando attenzione alle preferenze stesse di Instagram, che può decidere arbitrariamente quello che può essere coinvolgente per i frequentatori della sua piattaforma. Facebook, per esempio, analizza automaticamente le immagini con un software specifico prima che il suo algoritmo decida quali mostrare nel newsfeed di un utente. L’intelligenza artificiale è stata addestrata attraverso migliaia di immagini che sono state analizzate manualmente: questa modalità tende a influenzare il modo in cui Instagram assegna le priorità nei feed di notizie.
Tutta colpa dell’IA?
Questo sistema, purtroppo, non è esente da problemi come sanno benissimo programmatori e ingegneri informatici: si possono verificare delle correlazioni spurie o fallaci. Per esempio, un algoritmo allenato a riconoscere lupi e cani attraverso una serie di immagini specifiche, non sempre riuscirà a identificare questi animali con la precisione di un essere umano. È possibile che consideri un lupo qualsiasi altro animale presente su uno sfondo con neve.
I dati che alimentano gli algoritmi nella maggior parte dei casi non sono di grande qualità (principalmente per una questione economica) e spesso vengono tralasciati dettagli e variabili che potrebbero fare la differenza nei sistemi automatizzati. Le conseguenze, alle volte, possono essere spiacevoli: lo scorso anno un artista brasiliano ha visto bloccati alcuni post su Instagram perché conteneva dei contenuti ritenuti violenti; peccato che le immagini raffigurassero il sette volte campione del mondo della F1 Lewis Hamilton e un ragazzino. Entrambi avevano la pelle scura. Un’insegnante di yoga di asiatica-americana è stata protagonista di un altro episodio particolare: una foto che la ritraeva nella posizione della gru laterale è stata bloccata perché secondo l’algoritmo di Instagram era volgare. Le linee guida di Instagram affermano che la nudità “non è consentita” ma la piattaforma sembra favorire quei post che mostrano centimetri e centimetri di pelle umana. La differenza tra quello che è lecito e quello che non lo è davvero sottile: il rischio di essere cacciati dalla piattaforma è sempre dietro l’angolo.
Giovanna, Marco e molti altri imprenditori che si affidano a Instagram per le loro campagne marketing avevano il terrore di parlare con i media. La maggior parte dei creatori di contenuti professionisti teme ritorsioni da parte di Meta sotto forma di cancellazione dell’account o divieti nascosti (per esempio i post mostrati a pochissimi follower o a nessuno!): una vera e propria condanna a morte per loro attività.
L’introduzione in Europa del GDPR sulla protezione dei dati nel 2018 e la promulgazione del Regolamento europeo Platform to Business (P2B) nel 2020 hanno obbligato i servizi di intermediazione online a rendere noti i principali parametri che determinano il ranking algoritmico. Purtroppo, nessuna autorità, a livello europeo o all’interno degli stati membri, ha il potere o gli strumenti necessari per controllare quello che fanno Meta, Google, Microsoft, Amazon e compagnia bella. Sebbene la discriminazione basata sul genere sia vietata dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, non esistono attualmente vie legali che permettano a un utente di avviare un procedimento contro la piattaforma di Meta.
Alcune organizzazioni/sindacati combattono per i diritti dei creatori indipendenti sui social media: sono già partite una serie di azioni collettive contro Google per chiedere una maggiore equità e trasparenza sulle politiche attuate su YouTube. Instagram, per ora, non è stato toccato: gli imprenditori e le imprenditrici sono costretti a rispettare le regole stabilite dagli ingegneri di Facebook se vogliono avere la possibilità di guadagnarsi da vivere…
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2022/09/algoritmo-instagram-nudi-bonanomi.png7201280Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2022-09-01 11:20:092022-09-01 11:20:09L’algoritmo di Instagram spinge gli utenti a spogliarsi?
Sostenere un colloquio di lavoro non è mai semplice, quale che sia la posizione per la quale si è candidati e allora la realtà virtuale può tornare utile in modi inaspettati. Benché abituati a parlare di sé, della propria formazione e del proprio bagaglio di esperienze professionali, fiduciosi e convincenti, è normale avvertire un po’ di tensione. Dipende certamente dal calibro dell’azienda o del datore di lavoro che dovrebbe assumere (se è dato conoscerne l’identità) ed entra in gioco il fatto stesso di trovarsi al centro dell’attenzione o sotto esame da parte di perfetti sconosciuti.
Questo discorso vale a maggiore ragione per chi, trovandosi senza impiego da diverso tempo, si sente oltremodo soggetto a un blocco psicologico. Oppure per coloro che si congedano dal servizio militare per tornare a immergersi in un contesto civile, dopo anni passati a indossare la divisa. Quello dell’esercito è appunto il contesto nel quale è stato sviluppato un progetto sperimentale che impiega la realtà virtuale con la finalità di risolvere i problemi di comunicazione e sciogliere i nodi mentali che affliggono i soldati quando tornano a vestire abiti civili. E faticano non poco a trovare un lavoro. Si tratta della medesima realtà virtuale che dalla maggior parte degli utenti è vista come un mezzo di intrattenimento, un gadget tecnologico per calarsi in simulazioni ludiche e rappresentazioni virtuali di mondi fantastici.
Tristan Carson, veterano del Corpo dei Marine statunitensi, è stato coinvolto nei test riguardanti un progetto pilota chiamato AIDE (acronimo di Artificial Intelligence Designed for Employment) escogitato da Onward to Opportunity, un programma di formazione professionale gratuita creato dall’Università di Syracuse per l’Institute for Veterans and Military Families (IVMF).
Il colloquio con l’Oculus
Adottando il dispositivo Oculus Rift, distribuito in 19 basi militari negli Stati Uniti, l’iniziativa mira ad agevolare la transizione dei soldati alla vita comune e prepararli ad affrontare colloqui di lavoro.
L’applicazione sviluppata per tale scopo implementa un sistema di “analisi del gergo” ed esamina i discorsi pronunciati dall’utilizzatore al fine di misurare il livello di nervosismo ed esitazione. Rileva per esempio il tasso percentuale di gergo e terminologia militare impiegato dai candidati, restituendo una trascrizione completa delle parole proferite e un feedback finale.
Hanno la necessità di sapere se si stanno esprimendo adeguatamente col responsabile delle risorse umane dell’azienda, per non dare luogo a fraintendimenti
Così spiega Bryan Radliff che, dopo 31 anni passati nell’esercito americano, ora dirige il percorso didattico CyberVets, pensato per allenare le competenze informatiche dei veterani.
Così i coordinatori del programma e gli specialisti del processo di transizione possono sedersi di fronte agli individui e discutere le loro esperienze, o lavorare sulla loro attitudine a sostenere un colloquio.
Il programma citato è solo uno in un panorama di iniziative volte a sfruttare la realtà virtuale nel campo del reclutamento o della formazione aziendale, dai colloqui di lavoro all’addestramento per lo svolgimento di processi meccanici complessi e persino attività per il benessere.
La realtà virtuale per selezione e formazione
Il mercato delle applicazioni per la realtà virtuale è ancora in larga parte dedicato alle esperienze videoludiche ma non mancano software per uso professionale. E si moltiplicano i programmi con finalità di selezione e formazione: una tendenza crescente che nel 2019 valeva una “misera” fetta (si fa per dire) di 3,1 miliardi di dollari (2,24 miliardi di sterline) e che si stima possa lievitare a 57,55 miliardi di dollari (40,19 miliardi di sterline) entro il 2027.
Tom Symonds, amministratore delegato della piattaforma di formazione online Immerse, afferma che l’uso della realtà virtuale porta innegabili vantaggi alle compagnie, come la possibilità di condurre sessioni didattiche o colloqui anche con molteplici interlocutori sparsi tutto intorno al globo, senza doversi scomodare a viaggiare o imporre al personale spostamenti fuori sede. Cosa che in effetti è già possibile ottenere con semplice ricorso ad applicazioni per organizzare teleconferenze, riunioni a distanza, webinar o appuntamenti virtuali come, tra le più note e popolari, Microsoft Teams, Google Meet, Zoom Meeting. La differenza, sempre secondo Tom Symonds, starebbe nel fatto che la realtà virtuale funziona meglio nel mantenere vivo l’interesse e un livello di attenzione elevato da parte di chi ne fruisce. Chiarisce Symonds:
In generale, le modalità più diffuse e accettate per sviluppare il talento all’interno di un’organizzazione è una sorta di formazione sulla falsa riga della didattica in classe, condita da qualche tipo di proiezione di slide in stile PowerPoint. E penso che stia emergendo la consapevolezza che questo vecchio modello possa essere arricchito per mezzo delle nuove tecnologie.
Così Brent Kedzierski, responsabile delle strategie di formazione e innovazione presso Shell:
Noi vediamo la realtà virtuale come un ulteriore metodo d’istruzione che fornisce ai team un luogo sicuro nel quale esercitare competenze tecniche come non potrebbero altrimenti fare in un ambiente fisico controllato e protetto. Quando i partecipanti non si trovano in una classe, possono continuare a fare pratica nelle simulazioni di realtà virtuale e rinforzare dunque le competenze intellettuali e le attitudini comportamentali.
Senza scordare che le simulazioni di esercizi di addestramento basati su scenari e situazioni sono progettati per essere ripetuti accrescendo il livello di difficoltà e complessità, senza richiedere alcuna supervisione da parte di un istruttore.
La spinta della pandemia
È altresì vero che l’impiego della realtà virtuale per le attività di selezione e formazione non è nuovo, giacché le prime applicazioni sono antecedenti al 2020, eppure, stando a quanto riportato da Kedzierski, le restrizioni agli spostamenti messe in atto dai governi per contrastare la diffusione della pandemia di coronavirus hanno messo in evidenza più che mai i vantaggi della realtà virtuale. Il che si è tradotto per aziende come la Shell nella capacità, nonostante i divieti imposti dalle misure vigenti, di svolgere le operazioni di accoglienza e inserimento rivolte ai neoassunti, comunque, ovunque e in qualunque istante.
Siamo in grado di consentire alle nuove leve di orientarsi dentro alle nostre strutture quando non hanno il lusso di visitare di persona la sala di controllo, la mensa o i dormitori.
Malgrado i benefici sin qui illustrati, non è tutto rose e fiori: la realtà virtuale è una tecnologia ancora limitata e limitante.
Il pubblico è pronto?
Sophie Thompson, cofondatrice e direttrice operativa della piattaforma di apprendimento con realtà virtuale VirtualSpeech (che ha sede nel Regno Unito ed è specializzata nell’accrescimento di competenze relative alle tecniche di selezione, vendita e public speaking), sottolinea come, a fronte di una crescita del 300% nel 2019 e nel 2020, gli utenti non si siano ancora adeguati alla novità e non abbiano acquisito un’adeguata dimestichezza col mezzo.
C’è un abisso tra osservare il mondo digitale dallo schermo di un computer o di uno smartphone e infine divenire parte attiva in situazioni reali. La gente non è abituata a indossare un casco per la realtà virtuale e trovarsi immersa, come teletrasportata, in un altro luogo o esperienza; e alcuni sperimentano un senso di vulnerabilità. Ma le cose stanno già cambiando con l’evoluzione dei dispositivi che diventano sempre più sofisticati.
Kevin Cornish, amministratore delegato di Moth + Flame, una compagnia che ha collaborato con l’aeronautica statunitense per produrre soluzioni in realtà virtuale volte a contrastare fenomeni come la tendenza al suicidio o le violenze sessuali, afferma:
Una volta adottato questo metodo di apprendimento, per le persone è difficile tornare alla vecchia formazione di fronte allo schermo di un computer. È così immersivo e coinvolgente che le compagnie certamente lo inseriranno tra le soluzioni di formazione e addestramento.
È interessante notare che le maggiori difficoltà e reazioni di disagio provengano da individui attempati, mentre i giovani sono assai più propensi e a proprio agio nell’indossare un casco per la realtà virtuale.
Quando queste generazioni assumeranno ruoli dirigenziali e faranno parte dei vertici aziendali, il processo di adozioni di tale tecnologia subirà un’accelerazione. – prevede Cornish – Ma stiamo riscontrando un sacco di entusiasmo per questi prodotti anche da parte dei baby boomers e della generazione X.
Dal canto suo, Tom Symonds di Immerse ritiene che a spingere maggiormente verso la realtà virtuale sarà la volontà da parte delle aziende di implementare soluzioni tecnologiche a sostegno della salute e del benessere mentale dei propri dipendenti.
Immerse ha di fatto avviato una partnership con la app di meditazione Solas VR col fine di costruire una libreria di esperienze di realtà virtuale per conciliare la meditazione utili per aumentare il benessere mentale e la produttività del cervello. Il catalogo contempla già una selezione di video a 360° gradi che proiettano in scenari naturali idilliaci (catturati in Irlanda) nei quali rilassarsi, svolgere esercizi di respirazione e così via.
La tecnologia ha la capacità di trasportarti in un altro luogo, lontano dallo stress lavorativo quotidiano e collocarti in un ambiente che ti consente di ritrovare la calma. – chiosa Symonds – E questo è un utilizzo brillante dei dispositivi tecnologici.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2022/08/realta-virtuale-recruiting-training-bonanomi.png7201280Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2022-08-31 17:29:482022-08-31 17:29:48La realtà virtuale per recruiting e training aziendale
Il 12 agosto 2022 sono stato intervistato da Affaritaliani.it, in piena campagna elettorale, per parlare dell’uso che fanno di LinkedIn i politici italiani (“La campagna elettorale corre sui social: LinkedIn trascurato, ma non da Tajani“).
Mi sono concentrato sul caso di Tajani, ecco il mio contributo.
Affaritaliani.it ha chiesto un parere sul tema al comunicatore digitale Gianluigi Bonanomi, che forma aziende, professionisti ed enti sull’uso strategico di LinkedIn: “L’utilizzo di questa piattaforma da parte dei politici italiani è particolarmente controverso. Sono pochi gli esempi virtuosi. Tra questi segnalo Antonio Tajani. Il suo profilo ha tre caratteristiche vincenti:
presenta buone immagini (la parte visuale sui social è sempre più importante);
è tutto sommato completo;
infine, è attivo, con un buon ritmo in termini di post”.
1) Ulteriore completamento del profilo, segnalando competenze e progetti;
2) Uso strategico degli hashtag nei contenuti cosa spesso trascurata dai politici, che invece dovrebbero ‘cavalcare’ i temi del momento (per esempio la #flattax);
3) Puntare di più sui video, tipologia di contenuto che tutte le piattaforme social ora bramano.
Sono molti, viceversa, i politici che hanno aperto il profilo e non lo stanno sfruttando al meglio. Anzi, in alcuni casi i profili si rivelano boomerang comunicativi”.
Il corso sui social per la PA
Ho parlato abbondantemente di questi temi (LinkedIn per la pubblica amministrazione compreso) nel videocorso che ho registrato per Primopiano: “Web e social per la PA“.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2022/08/bonanomi-intervista-affaritaliani-tajani.png7201280Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2022-08-12 17:55:252022-08-12 18:06:20Politici italiani su LinkedIn, il caso Tajani: la mia intervista per Affaritaliani.it
Il 12 luglio sono stato invitato da Step into the future a tenere una conferenza dal titolo “Algocrazia: come contrastare lo strapotere degli algoritmi”. L’evento è stato presentato così:
Nell’era digitale non siamo utenti ma prodotti. Le piattaforme ci usano: raccolgono i nostri dati e profilano per vendere di più. Tutto questo in barba alla nostra privacy, spesso mettendo a repentaglio anche reputazione e sicurezza.
Possiamo fare qualcosa per contrastare questo strapotere? La tecnologia non è solo il problema ma, volendo, anche la soluzione: per ogni software che ci sfrutta (qualcuno parla addirittura di “plusvalore digitale”) ne esistono altri, spesso liberi e gratuiti, che permettono di tornare in controllo della nostra vita digitale. Anche il digital marketing e la pubblicità online sfruttano i bias cognitivi degli utenti per vendere di più: quali sono i loro trucchi e come contrastarli?
L’intervento vuole raccontare l’algocrazia ed esplorarne le evoluzioni future.
Le slide dell’evento “Algocrazia: come contrastare lo strapotere degli algoritmi”
Qui puoi vedere le slide che ho usato durante l’evento:
Un paio di video di approfondimento
Durante lo speech ho trattato diversi temi. In questi video puoi averne un assaggio riguardo due temi (prezzi e algoritmo di Facebook):
Il libro “Resistenza digitale”
Per approfondire i temi trattati durante l’intervento puoi leggere il mio libro “Resistenza digitale”, che ho presentato con questo video:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2022/07/evento_step_algograzia_Bonanomi_slide.png12602240Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2022-07-13 11:51:352025-12-12 17:51:12Evento live “Algocrazia” per Step into the future: le slide
Durante i corsi e le consulenze LinkedIn mi capita di aiutare professionisti e aziende di vari settori: dagli assicuratori alle acciaierie, dai farmacisti ai system integrator. Nel giugno del 2022, AFOL (Azienda speciale consortile per la Formazione l’Orientamento e il Lavoro del territorio metropolitano milanese) mi ha commissionato un corso per i suoi operatori: l’obiettivo era quello di aiutarli a trovare opportunità per l’inserimento lavorativi dei portatori d’handicap. In questo articolo racconto i suggerimenti che ho dato loro, mi sembra un buon case study per due motivi:
molti credono che LinkedIn non serva nel settore pubblico;
alcune indicazioni possono essere d’aiuto per tutti i disabili.
Come presentarsi su LinkedIn
Uno degli errori tipici che fa chi cerca lavoro su LinkedIn è nel presentarsi. Sotto alla foto e al nome c’è la sezione forse più importante di LinkedIn: il Sommario. Quello spazio, 220 caratteri, è spesso usato male. Per esempio con una frase come “In cerca di occupazione”. Per fare cosa? Perché dovrebbero assumerti?
Molti disabili fanno lo stesso errore:
Altro esempio negativo:
Sia chiaro: inserire nel profilo il riferimento alla disabilità è corretto. Ma non certo così. Ripeto: perché dovrei assumerti, cosa sai fare, con quali qualifiche? Quindi il modo giusto è, per esempio, questo:
Altro esempio virtuoso, anche se personalmente avrei aggiunto altri dettagli:
Quindi le parole chiave da inserire nel Sommario, dopo un job title che faccia capire ruolo attuale o desiderato, potrebbero essere:
Categorie protette
Legge 14
68/99
Disabile TOT %
invalido civile
invalido del lavoro
invalido di servizio
invalido di guerra
Come completare il profilo
Il Sommario, per quanto importante, non basta. Anche il resto del profilo va ottimizzato:
Come si trovano le frasi e le keyword da inserire nel profilo? Ecco un trucco: basta analizzare le offerte di lavoro e completare le varie sezioni di LinkedIn di conseguenza.
Randstad Divisione Hopportunities è la divisione di Randstad Italia specializzata nella Ricerca & Selezione di figure appartenenti alle categorie protette trasversali a qualsiasi profilo e settore merceologico.
Per importante Azienda cliente settore Moda e Lusso stiamo ricercando una figura di Receptionist appartenente alle categorie protette art.1 L.68/99.
Si offre: inserimento diretto in azienda con contratto a tempo determinato scopo assunzione; part time 25h dal lunedì al venerdì nella fascia oraria 8-19
Luogo di lavoro: Milano Sud
La risorsa si occuperà delle seguenti attività:
attività di front-office,
accoglienza e registrazione dei clienti;
gestione della posta elettronica, delle chiamate e della gestione amministrativa.
supporto al facility team
Esperienza 1 anno
Competenze – Desideriamo entrare in contatto con un Receptionist in possesso dei seguenti requisiti:
Diploma e/o Laurea
appartenenza alle categorie protette art. 1 ai sensi della L.68/99;
Ottima conoscenza della Lingua Inglese;
esperienza almeno di un anno maturata nella mansione;
buona conoscenza del pacchetto Office
presenza adeguata al contesto
ottime doti relazionali e flessibilità
La ricerca è rivolta ai candidati ambosessi (L.903/77). Ti preghiamo di leggere l’informativa sulla privacy ai sensi dell’art. 13 del Regolamento (UE) 2016/679 sulla protezione dei dati (GDPR).
Bene, c’è un po’ di lavoro da fare. Prima di tutto si studia l’annuncio e si mappano le keyword che dovranno essere presenti nel profilo (ma anche nel CV, ovviamente). Tra le altre, per esempio:
legge 68/99
attività di front-office
accoglienza e registrazione dei clienti
gestione della posta elettronica, delle chiamate e della gestione amministrativa.
supporto al facility team
diploma
inglese
Office
capacità relazionali
flessibilità
Alcune di queste parole chiave andranno inserite nella propria storia professionale (Informazioni o Esperienze), altre nelle Competenze (capacità relazionali e flessibilità dovrebbero anche essere dimostrate, per esempio richiedendo referenze a precedenti datori di lavoro oppure raccontando progetti). Serviranno anche certificati (ECDL o PET, Preliminary English Test, per esempio) che si possono inserire nei corsi fatti, addirittura nella sezione “In primo piano”.
Se ti stessi chiedendo il perché della mia ossessione per le parole chiave, forse dovresti scoprire qui che cosa sono gli ATS:
Il tema dei deep fake è letteralmente esploso, additato giustamente da molti come un’emergenza.
Faccio una premessa: nessuno aveva mai sentito questa espressione prima del 2018:
Ma cosa si intende per deep fake, letteralmente un “falso profondo”? Si tratta di una tecnica per la sintesi dell’immagine umana, basata sull’intelligenza artificiale, usata per manipolare e sovrapporre immagini e video originali con altre immagini e video fake, al fine di creare video falsi, contraffatti. Un esempio concreto? Qui fanno dire a Barak Obama cose che non ha mai detto, con la sua voce e con il volto che si muove naturalmente:
Esistono addirittura siti porno che usano i volti (si parla di face swap) e i corpi delle celebrità. In realtà questo lo può fare chiunque, per esempio con la app FaceMagic:
Come ho creato il deep fake di me stesso?
Per dimostrare quanto è facile creare dei deep fake, ho provato uno di questi strumenti su me stesso. Ho preso una mia immagine, un primo piano. E gli ho fatto cantare la Traviata. Ecco il risultato:
Impressionante, vero? Sai quanto tempo ci ho messo? Un paio di minuti. Ora ti racconto come.
Passo molto tempo in ascolto della rete (scusa per giustificare il mio cazzeggio sui social) e ultimamente sto trovando un sacco di spunti su TikTok, social che – a differenza di Instagram – non crea una tua bolla, ma ti mette sempre in contatto con account e contenuti nuovi. Casualmente, seguendo degli esperti tech, ho scoperto diversi tool di intelligenza artificiale interessanti. Insieme a strumenti quali, per esempio, Autodraw (tool che sfrutta l’A.I. per riconoscere automaticamente lo schizzo creato da una persona), mi sono imbattuto anche in Singing Portraits.
Come funziona Singing Portraits?
Il tool dei “ritratti cantanti”, in pratica, funziona così. Ti fai un selfie oppure scegli la foto (sotto i 10 Megapixel) che vuoi far cantare, quindi scegli la canzone tra quelle disponibili. Tra le altre, un bell’Happy birthday o un Feliz navidad, utilissime per mandare video di auguri originali…
A questo punto, il video viene elaborato automaticamente, ed è pronto in pochi secondi. Quindi puoi scaricarlo liberamente e farne quello che vuoi. Attenzione, però: con il piano gratuito si può creare una sola animazione. Eventualmente si possono anche comprare cinque animazioni per 5,99 dollari, oppure un abbonamento da 8 dollari al mese.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2022/06/bonanomi_deep_fake_singing_portraits.png12602240Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2022-06-17 19:00:482025-12-12 17:51:13Come si crea un deep fake?
Nel giugno 2022 sono stato intervistato, per il podcast Dialectic di Thesis4U, sul tema del personal branding. Ne è nata una discussione di circa mezz’ora, dove si è spaziato da TikTok al metaverso. Ecco l’intervista, buon ascolto:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2022/06/thesis4u-podcast-intervista-bonanomi-personal-branding.png7201280Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2022-06-17 09:05:352025-12-12 17:51:13Il personal branding ai tempi di TikTok e del metaverso (intervista per il podcast di Thesis4U)
Il progetto DigEducati prevedeva fino al giugno 2022, oltre alla creazione di una piattaforma per la gestione della community, la realizzazione di spazi concreti dove bambini e ragazzi (e adulti di riferimento) possono trovare supporto all’accesso e all’utilizzo dei contenuti digitali. Un totale di 30 punti di comunità diffusi in tutta la bergamasca. Ho quindi proposto ai responsabili del progetto di creare un 31esimo punto di comunità, non fisicamente sul territorio, bensì online su Roblox. Ho presentato il progetto lunedì 13 giugno 2022.
Roblox: che cos’è e il perché della scelta
Roblox è una piattaforma di gioco di genere MMO: si intende “massively multiplayer online” game, giochi in Rete in grado di supportare centinaia o migliaia di giocatori contemporaneamente. La piattaforma, sviluppata da Roblox Corporation nel 2006, permette a chiunque di creare i propri mondi virtuali (si possono anche creare anche giochi), che gli iscritti possono esplorare con il proprio avatar. Si può socializzare con altri iscritti.
L’iscrizione alla piattaforma è molto semplice, grazie al sito https://www.roblox.com. L’accesso può avvenire da PC ma anche da mobile, grazie alle app per iOS e Android.
Roblox è da qualche tempo uno dei passatempo preferiti della generazione Alpha (nati dal 2010), perfettamente in target per il progetto DigEducati, ed è tra l’altro un ambiente ragionevolmente sicuro (si rilevano solo alcuni giochi dai toni horror).
Il progetto
Il team grafico di PlaySys, composto da personale esperto nella creazione di modelli, ambienti e animazioni tridimensionali, ha utilizzato Roblox per creare uno spazio virtuale basato sugli spazi fisici realmente esistenti e creati col supporto di Fondazione Bergamasca.
Il reale a sinistra, il virtuale a destra:
Lo spazio è caratterizzato da un forte stile colorato, fresco e adatto agli utilizzi in ambito digitale. L’ambiente ha un impatto emozionale per un pubblico molto giovane ed è, allo stesso tempo, coinvolgente per progetti interattivi condotti da educatori. L’ambiente virtuale risulta ideale per sviluppare le attività di supporto educativo atte ad aumentare le competenze digitali dei più giovani. I ragazzi possono interagire tra loro e con gli educatori, usando anche oggetti virtuali (per esempio altalene, campo da basket, labirinto e così via).
Il ponte tra virtuale e reale
Lo scopo del progetto è portare bambini e ragazzi nei punti di comunità. Fisici.
Il punto di comunità virtuale ha quindi 3 obiettivi:
Parlare lo stesso linguaggio dei ragazzi, frequentare gli stessi luoghi.
Far interagire i ragazzi nel metaverso, anche con gli educatori, per conoscere il progetto Digeducati.
Portare i ragazzi nei punti di comunità sul territorio. Come? Grazie a un quiz (sui temi dell’educazione digitale) i ragazzi possono acquisire un badge. Questo permette di ritirare un premio (uno zainetto) nei punti di comunità.
Il “gioco” è attivo dal 27 giugno 2022.
Digeducati su Roblox: il link per accedere
Dopo aver installato Roblox sul proprio computer, è sufficiente andare a questo link “Digeducati su Roblox“.
Per rimanere aggiornati sulle ultime novità del mondo digitale, Fondazione della Comunità Bergamasca ha proposto due giornate di formazione per oltre 60 operatori – educatori, bibliotecari, insegnanti – coinvolti nel progetto ‘DigEducati’. Il 13 e 14 giugno l’appuntamento è al polo culturale di Daste, a Bergamo.
L’approfondimento su Roblox è affidato a Gianluigi Bonanomi, giornalista professionista specializzato in hi-tech e formatore sulla comunicazione online, che ha curato un focus su “Punto di Comunità virtuale: Roblox e il metaverso”. Ecco cosa ci racconta.
Perché aprire un punto di comunità su Roblox?
Volevamo qualcosa che attirasse bambini e ragazzi per poi portarli a frequentare i punti di comunità fisici. A partire dai giochi, molto intrattenimento, per arrivare alla proposta educativa. All’interno della piattaforma Roblox, i giocatori – che si muovono attraverso un avatar che è l’omino della Lego, per intenderci – potranno fare delle esperienze (ad esempio, prendersi cura di un cagnolino) in un ambiente virtuale tranquillo e considerato sicuro da molti genitori, e potranno incontrare gli operatori di DigEducati. Dal 27 giugno potranno rispondere a dei quiz sull’educazione digitale attraverso il proprio avatar, fino al raggiungimento di un determinato punteggio, necessario per poter ricevere un premio, da ritirare al punto di comunità fisico più vicino. In questo modo potranno apprendere informazioni sicure e competenze per un corretto utilizzo del web, conoscere gli operatori di progetto e toccare con mano le possibili attività a loro dedicate.
Perché è così importante per i ragazzi questa integrazione tra il reale e il virtuale?
In realtà i bambini e i ragazzi non si pongono questo problema. Sono nativi digitali, non hanno coscienza di un mondo senza connessione, senza cellulare, senza internet. Loro non sono né online, né offline, sono onlife. Noi andavamo al parchetto dell’oratorio, loro si incontrano sulle piattaforme. Per loro è un dato di fatto: la socialità è questa. D’altronde, se vogliono ascoltare musica, usano Spotify o youtube. Se vogliono studiare, la scuola chiede di avere Classroom (piattaforma che semplifica la creazione e la distribuzione di materiale didattico, l’assegnazione e la valutazione di compiti online, ndr). La tecnologia è uno strumento e non è corretto demonizzarla. Possiamo usarla molto bene ed avvicinarci al gusto e al linguaggio dei nostri bambini e ragazzi.
Qual è l’obiettivo formativo di un punto d’incontro virtuale nell’ambito di un progetto come DigEducati?
Immagino che qualcuno potrebbe pensare: ‘DigEducati serve per mettere dei paletti e porre limiti all’uso della tecnologia e voi andate ad aprire un punto di comunità virtuale’. Io rispondo che la soluzione non è usare meno tecnologia, ma usare bene la tecnologia. A genitori ed educatori potrà sembrare qualcosa di molto lontano, ma vale la pena far capire che dobbiamo imparare a convivere con la tecnologia, che sarà sempre più presente nella nostra vita. Il 65% dei nostri figli, dei bambini che vanno all’asilo e alle elementari oggi, farà un lavoro che oggi non esiste. Nella stragrande maggior parte dei casi avrà a che fare con la tecnologia. Dobbiamo essere bravi a cogliere le opportunità di questo strumento e saperle vedere anche quando sembrano problemi.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2022/06/bonanomi_digeducati_metaverso.png480853Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2022-06-13 19:03:022022-06-14 18:33:46Come ho portato il progetto Digeducati nel metaverso