Farmacie tra social selling e content marketing [intervista per Farmaciapotenziata.it]

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Questo articolo è stato pubblicato su Farmaciapotenziata.it nell’ottobre 2020

Farmacie tra social selling e content marketing

Social selling non significa vendere con i social, ma promuovere cosa si è capaci di fare attraverso creazione di nuove relazioni con i propri utenti. Scopriamo di più insieme a Gianluigi Bonanomi, formatore sulla comunicazione digitale.

Cosa si intende per social selling?

Prima di parlare di trucchi e buone pratiche vanno smontati i facili entusiasmi: fare social selling non vuole dire “vendere online con i social, come qualcuno potrebbe pensare. Al limite quello potrebbe essere “social commerce”, e molte farmacie già lo fanno da anni. Social selling è un misto di tecniche di posizionamento, contenuti e relazioni: di solito questa etichetta si usa prevalentemente per i business B2B, ma ormai questa distinzione è obsoleta. I social servono per far vedere che cosa fai, come lo fai, per chi lo fai e poi per sfruttare la leva dei contenuti per dare valore e creare (o tenere) le relazioni. Ecco la parola chiave: le relazioni. Del resto, parlando di “social”…

Esiste un target di cliente privilegiato per questa attività?

In realtà no. Si può fare social selling per tutti e con tutti. Seguo aziende B2B che si occupano di ventilazione industriale, così come aziende del mondo ho.re.ca (Hotellerie-Restaurant-Café). E farmacie, appunto. Queste ultime dovrebbero usare i social, come dicevamo, per le relazioni: intrattengono con video di alleggerimento, ma soprattutto educano con contenuti di valore sui temi più disparati: prevenzione, consigli alimentari, iniziative, contest, testimonianze…di tutto! Dico “dovrebbero usare” perché spesso non è così: proprio perché obnubilate dall’idea di vendere su Facebook e Instagram, riempiono le bacheche di post di prodotto e offerte. Ma la gente non segue i social per farsi “rifilare” i prodotti. Le persone usano i social – quei social – per svago e per tenere le relazioni. Non possiamo forzare la mano. Il processo è lungo e articolato.

Qual è il know-how necessario per fare social selling con successo?

Credo che l’uso dei social richieda competenze sempre più specifiche da comunicatore digitale: saper comunicare è la base, ma non basta. Bisogna coniugare le proprie capacità creative ed empatiche con l’uso di strumenti nuovi: quindi bisogna sapere creare piani editoriali, grafiche e infografiche (per chi non sa farlo, si può sempre usare strumenti come Canva.com), video magari con sottotitoli, content management systems come WordPress per il sito web, padroneggiare le metriche e gli analytics e così via. Credo inoltre che il social seller sia anche un “negoziatore digitale”: chi sa interpretare le comunicazioni online, scrivere un messaggio efficace, rispondere a una contestazione e così via.

E cosa è indispensabile avere a livello di infrastruttura digitale o di backoffice/magazzino?

Credo che più del magazzino o del backoffice serva un ottimo gestionale e un sistema di comunicazione integrata (si parla di convergent marketing: il flusso di comunicazione dovrebbe riguardare dai social agli Sms, dalle newsletter al blog). Il social seller potrebbe collegare le sue attività di comunicazione con il sito Web e il gestionale per tramutare davvero tutto quello che ci siamo detti prima in ordini e vendite. Per esempio, potrebbe produrre dei contenuti gratuiti che generano contatti, poi alimentare quei contatti con newsletter nelle quali inserire, senza esagerare, offerte o coupon da riscattare grazie all’e-commerce. Questo, in gergo, è il “content marketing”, attività che si sposa benissimo con il social selling.


Considerando la peculiarità dei prodotti venduti dalla farmacia, è ipotizzabile che essa faccia social selling?

Se, come abbiamo visto, fare social selling non è necessariamente un’attività appannaggio del commerciale o del banconista, chiunque può farlo. È però difficile portare un esempio di social selling fatto bene perché dovremmo parlare di singoli che si muovono bene, leggere i loro messaggi ai clienti e così via. Piuttosto posso segnare un buon esempio di content marketing: la farmacia Di Nardo (www.farmaciadinardolabrozzi.it) ha un buon sito con blog ed e-commerce, ma soprattutto lavora benissimo con i contenuti. Per esempio, ha realizzato una serie di video su temi come la secchezza vaginale o l’alimentazione. Oppure articoli sulla caduta dei capelli, in questo caso collegati a meccanismi di sconti e prenotazioni per l’analisi del capello.

Quali sono i limiti per la farmacia in questo tipo di attività?

I limiti sono quelli di volere tutto e subito: le attività social sono fondamentali, ma non si può pretendere di costruire relazioni e fiducia da un giorno all’altro. Un altro limite è il non voler investire, intendo tempo e risorse ma anche denaro: a volte bisogna capire che Facebook è uno strumento a pagamento, e la visibilità costa. Un ultimo limite, spesso il principale: la mancanza di competenze in termini di comunicazione digitale; quanti farmacisti hanno fatto un corso che, tra le altre cose, insegni a rispondere alle critiche online?

Personal branding e digital reputation [puntata di SeiLaTV del 8/10/20]

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Jooble, l’aggretatore con 700.000 offerte di lavoro: intervista a Sviatoslav Stepanenko

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Il tema della ricerca del lavoro è sempre stato caldo: nei prossimi mesi, causa pandemia, lo sarà ancora di più. Cercare lavoro online è diventato un lavoro a sé: sono tantissimi gli strumenti e i portali per trovare offerte. In questa intervista a Sviatoslav Stepanenko (nella foto sotto) si parla di Jooble.

Esistono molti motori di ricerca dedicati al lavoro: quali sono gli elementi differenzianti di jooble?

Jooble è uno dei più grandi aggregatori di offerte di lavoro nel mondo. Ogni giorno sul nostro sito compaiono 700 mila offerte, che raccogliamo da 250 mila fonti da tutto il mondo: siti aziendali, bacheche e social network. In totale, oggi la nostra risorsa contiene circa 20 milioni di offerte da 71 paesi del mondo. Jooble si impegna a fornire ai candidati la più ampia scelta delle offerte, e ai nostri clienti job board – il traffico rilevante di alta qualità.

La nostra missione – è aiutare alla gente a trovare il lavoro. Affinché le persone possano trovare il lavoro che gli piacerebbe, ci sforziamo di fornire a loro la scelta più ampia delle offerte di lavoro sul mercato.

Come funziona concretamente il servizio?

Utilizziamo la tecnologia di scansione che ci aiuta a trovare e raccogliere i contenuti con le offerte, rimuovendo gli annunci duplicati. Per questo la stessa offerta pubblicata su diversi siti di occupazione apparirà su Jooble come un unico annuncio. Pertanto, collaboriamo anche con LinkedIn. Questa collaborazione porta un valore aggiuntivo ai nostri clienti, perché ricevono il traffico non solo attraverso il nostro sito, ma anche attraverso questo social network.

Siamo un motore di ricerca di lavoro, quindi la nostra comunicazione con l’utente termina nel momento in cui fa il clic sulla posizione che gli piace e passa su un’altra risorsa. Perciò il nostro consiglio principale è di non smettere di cercare il lavoro desiderato. Dopo tutto, una persona al giorno d’oggi trascorre un quarto della sua vita cosciente al lavoro, quindi è meglio lavorare solo dove si sente a suo agio.

Nelle sorgenti di traffico “shareware”, ci stiamo muovendo verso l’accumulo di massa di link utili e di alta qualità, nonché l’ottimizzazione interna (ad esempio collegamento, ottimizzazione della pagina) ed esterna (ad esempio snippet CTR) delle nostre risorse. Se parliamo di sorgenti di traffico “a pagamento”, perseguiamo molti obiettivi a seconda del paese e delle nostre strategie in essi – dall’acquisizione di quote di mercato all’accumulo di ritorno sull’investimento.

Ho una fissazione per l’ottimizzazione SEO di CV e profilo LinkedIn. Ve ne occupate anche voi?

La SEO  è una parte importante di lavoro del nostro team. La maggior parte delle persone del mondo cerca il lavoro su Internet. Per questo, per seguire la nostra missione e aiutare alla gente a trovare il lavoro, dobbiamo lavorare costantemente sull’ottimizzazione. Abbiamo un team molto forte, lavoriamo in 25 lingue e cerchiamo di garantire la visibilità della nostra risorsa in ciascuno dei 71 paesi della nostra presenza. La SEO è una delle tre principali fonti di traffico insieme alla newsletter e al PPC.

Hippo e l’algoritmo della fiducia: intervista a Massimiliano Baiocco per StartUP-NEWS

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[Questo articolo è stato pubblicato su StartUP-NEWS il primo ottobre 2020]

Hippo e l’algoritmo della fiducia: intervista a Massimiliano Baiocco

Non sarebbe tutto più semplice se esistesse un sistema per misurare la fiducia tra le persone e migliorarne le relazioni? Ecco, questo si è tradotto in Hippo.

Hippo è un’app che permette di applicare, in concreto, i principi del nudging e delle scienze comportamentali alle interazioni di ogni giorno, lavorative e non. L’ha ideata Massimiliano Baiocco: gli abbiamo chiesto qual è stata la genesi del progetto e come l’ha concretizzato.

Ciao Massimiliano, ci racconti in breve che cosa è Hippo?

Hippo è prima di tutto un sogno e, al tempo stesso, la risposta a un problema. Nella mia carriera ho ricoperto tutti i ruoli: da dipendente a manager, da imprenditore a startupper. Mi sono sempre reso conto che quello che conta in qualsiasi contesto lavorativo – ma direi nella vita in generale – è la relazione che instauri con gli altri. Anzi, ancora di più: la fiducia. Non nascondo che mi sono spesso trovato nella situazione di avere problemi da questo punto di vista. Allora, un giorno, mi sono detto: non sarebbe tutto più semplice se esistesse un sistema per misurare la fiducia tra le persone e migliorarne le relazioni? Ecco, questo si è tradotto in Hippo. L’acronimo sta per Help Improve Permently Positive Organisation, in poche parole: ricercare la positività nelle persone che operano in ambienti positivi.

Facciamo un passo indietro: ingegnerizzazione e misurazione delle relazioni non è il fulcro di tutti i social, da Facebook a LinkedIn?

Sì, ma in quei casi manca qualcosa. Prendi il social selling index di LinkedIn: la misura della capacità di costruire relazioni riguarda azioni basilari (cercare collegamenti, mandare messaggi, commentare i post altrui) ma non misura la qualità delle relazioni che poi si traducono in fiducia! Oppure prendi Facebook: il fine dell’algoritmo non è migliorare le relazioni, ma misurare i legami per capire a chi mostrare un contenuto o, in ultima istanza, innescare conversazioni al solo fine di farti rimanere all’interno della piattaforma il più a lungo possibile. Basta dare un’occhiata al cupo “The social dilemma” su Netflix per rendersene conto. Per me questo è inconcepibile: non vi è alcuno scopo di miglioramento dell’individuo in questi sistemi.

Hippo invece si pone l’obiettivo di valorizzazione dell’altro attraverso l’incremento del “capitale umano”, a partire dal miglioramento delle interazioni che abbiamo con la nostra rete sociale, grazie per esempio a meccanismi di nudging, pungoli, gamification e quindi dinamiche ludiche. Bisogna cambiare le carte in tavola nel mondo del business: rivoluzionare i modelli di management, un nuovo modo di concepire le organizzazioni, le imprese. Un nuovo paradigma.

Entriamo un po’ nel dettaglio: come funziona Hippo?

Hippo è una piattaforma di analisi predittiva dei comportamenti, in grado di coniugare e allineare perfettamente sia una nuova cultura (intendendo valori e comportamenti) sia le strutture (intendendo metodi, processi e appunto tecnologie abilitanti). Per venire al dunque tutto questo si configura come piattaforma (dashboard) e app da usare quotidianamente.

A seguito di ogni interazione possiamo restituire, e ricevere, iNUDGE ovvero pungoli. Hai appena finito una riunione tra colleghi, un confronto fra amici, una telefonata di lavoro? Attraverso la app puoi esprimere le sensazioni relative all’interazione, basandoti su quattro cardini: motivazione, credibilità, capacità e risultati. L’altro, come detto, può fare lo stesso con te.

È come dare giudizi?

Assolutamente no! Hippo restituisce nudge preziosi, spunti e consigli “gentili” per migliorare i comportamenti, sulla base delle sensazioni ed emozioni percepite da te e dai tuoi interlocutori in qualsiasi tipo di interazione vissuta nella quotidianità. A differenza del feedback, che ha insito in sé un giudizio, e che ha come obiettivo quello di rilevare un miglioramento della performance, donare e ricevere un iNUDGE vuole dire aumentare la consapevolezza di te stesso attraverso suggerimenti che doni e ricevi, aiutando a migliorare i comportamenti quotidiani. Non c’è nessun obbligo, né spazio per valutazioni positive o negative, ma solo gratitudine per qualcosa di oggettivo e costruttivo che da soli non sempre riesci a individuare. Per intenderci esistono due tipi di iNUDGE: di conferma (+) e rafforzativi (-).

Come rendere tutto questo concreto? Dal punto di vista pratico, se la piattaforma rileva se abitualmente inizi il lavoro al mattino o la riunione del pomeriggio con umore grigio, e potrebbe darti delle dritte – e perché no, anche dei contenuti – per strapparti un sorriso! Chiaramente la piattaforma sarà arricchita sempre più di stimoli, contenuti mirati, moduli formativi personalizzati e così via.

Ma dietro tutto questo c’è un modello?

Assolutamente sì, ed è coerente con le più sentite esigenze di “identity shapling”, ovvero un nuovo paradigma di concepire le persone e le organizzazioni in genere. L’ho battezzato “H-shaped model” (e stiamo registrando il brevetto internazionale): modello a forma di H che richiama l’ormai classico modello a T delle competenze generaliste e specialiste. Torno ai quattro cardini che ho menzionato prima, e ne aggiungo uno. Ogni persona può essere “rappresentata” attraverso un grafico a forma di H che racconta il percorso personale, sulla base di quattro più uno cardini. Rispetto ai già menzionati motivazione, credibilità, capacità e risultati, aggiungo anche l’energia.

In che senso l’energia?

È un concetto nuovo o quantomeno poco praticato in ambito business: quando interagiamo, inviamo e riceviamo energia (nulla di new age o metafisico, per carità!). Alla base della Hippo app c’è proprio la rilevazione e misurazione di questa energia (o stato di flow), ma soprattutto la condivisione di sensazioni e sentimenti, addirittura la richiesta di aiuto per uscire da uno stato di energia basso. Anche qui si può dare o ricevere. Hai notato che il collega è giù di tono? Puoi aiutarlo, e anche l’app ti aiuta a farlo. Qui entra in campo l’innovazione: i più innovativi modelli di intelligenza artificiale aiutano interrogando l’utente, con domande mirate, per comprendere il suo stato.

Per chi risulta ideale l’app Hippo?

Partendo dal presupposto che la fiducia sarà la nuova moneta dell’imminente futuro per chiunque, Hippo è una soluzione utile ai singoli, ma soprattutto alle nuove organizzazioni che dovranno riprogettare i loro modelli organizzativi a partire dalle persone. Piattaforma e app contribuiranno a rendere perseguibile, in pratica, quello che oggi è poco più che un mantra spesso senza fondamento: “mettere le persone al centro”…

Sappiamo che Hippo è in fase di sperimentazione, quando sarà sul mercato?

A oggi abbiamo più di 500 “hipper”, persone che si stanno aggregando attorno al manifesto di Hippo. Da oltre un anno mi stanno aiutando, da un lato a correggere gli inevitabili bug – data la straordinaria complessità tecnologia che caratterizza la nostra soluzione – dall’altro a migliorare la UX, la user experience.

Stiamo ultimando le ultime verifiche in termini di GDPR, anche a livello internazionale, e soprattutto stiamo implementando le ultime funzionalità che garantiranno ai nostri utenti che mai nessuno avrà accesso ai dati personali. Per rispondere concretamente alla domanda: contiamo di rendere disponibile la soluzione entro dicembre di quest’anno (2020).

In conclusione, puoi regalare qualche dritta agli startupper che hanno tanto bisogno di costruire relazioni positive?

Per gli startupper sarà fondamentale conoscere il “trust index” delle persone con cui entreranno in contatto. Stiamo entrando in un nuovo paradigma che mi piace definire “economia della fiducia”, che sarà governata da una semplice equazione: > FIDUCIA = > VELOCITÀ x < COSTI.

La seconda dritta che regalo a tutti i sognatori (“startupper” mi piace poco) è che il tempo è la risorsa più preziosa alla quale prestare attenzione: non va assolutamente sprecato. Attraverso il trust index posso rendermi conto del livello di fiducia che l’interlocutore è in grado di trasmettermi, e decidere quindi se investire del tempo nel coltivare questa relazione.

Se nella mia esperienza personale avessi avuto la Hippo app, sicuramente non avrei investito tempo e denaro in relazioni che poi si sono dimostrare sterili, sottraendo energia preziosa.

La recensione di “Stop the scroll” su Businessweekly

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Il 27 settembre 2020 il portale Businessweekly ha pubblicato questa recensione di Stop the scroll.

Stop the scroll – Come scrivere contenuti efficaci grazie al neuromarketing

Scrivere contenuti capaci di attirare l’attenzione e provocare l’azione desiderata è la chiave per strategie social efficaci.

Gianluigi Bonanomi, giornalista ed esperto di comunicazione, ha ideato un metodo che sfrutta le più recenti conoscenze di neuromarketing e le mette al servizio dei content editor.

Stop the scroll descrive il metodo O.P.E.R.A.: Obiettivi, Perché, Emozione, Ragione, Azione.

Un contenuto deve essere scritto partendo da un obiettivo ben definito, con un perché dei lettori da soddisfare, componenti emozionali e razionali (questi più importanti di quelli emozionali) e una call to action chiara.

Le conoscenze di neuromarketing espresse nel manuale permettono di migliorare rapidamente la qualità dei propri contenuti, e di verificarne subito la miglior resa.

Il linguaggio è fluido e scorrevole – come ci si aspetta da un manuale di comunicazione – e rende Stop the scroll una piacevole lettura per qualsiasi addetto al content aziendale.

Stop the scroll

Editore: Ledizioni

Uscita: 2020

Autori: Gianluigi Bonanomi

Acquista su Amazon

 

Il viaggio dell’eroe nella pubblicità: l’esempio di Budweiser

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Che cos’è il viaggio dell’eroe?

Il viaggio dell’eroe è anche detto schema Campbell-Vogler. Chi sono questi due? Joseph Campbell è un antropologo e storico delle religioni ma, soprattutto, è l’autore di un testo fondamentale: “L’eroe dai mille volti”. Il testo è il risultato di anni di ricerche, e rappresenta l’analisi di moltissimi miti di tutto il mondo e di diverse epoche.

La tesi è affascinante: tutti quei miti hanno strutture narrative di base comuni, una serie di eventi che permettono di raccontare la maturazione dell’eroe con riti di passaggio (ne conta ben 17!), un percorso iniziatico che prende il nome di “monomito” e si basa su archetipi strutturali inconsci.

Christopher Vogler non è uno studioso delle religioni come Campbell, bensì uno sceneggiatore che si è formato nel mondo Disney. Vogler ha strutturato il suo viaggio dell’eroe partendo dal lavoro di Campbell e dagli archetipi:

Lo schema del viaggio dell’eroe

Il viaggio dell’eroe prevede 12 tappe:

  1. Mondo ordinario
  2. Richiamo all’avventura
  3. Rifiuto del richiamo
  4. Incontro con il mentore
  5. Varco della prima soglia
  6. Prove, nemici, alleati
  7. Avvicinamento alla caverna più profonda
  8. Prova centrale
  9. Ricompensa
  10. Via del ritorno
  11. Resurrezione
  12. Ritorno con l’elisir

Shakespeare come viaggio dell’eroe

Jan Novak mostra come l’Amleto di Shakespeare possa essere analizzato scomponendo la storia nelle fasi del viaggio dell’eroe.

  • Mondo ordinario: Amleto è un triste principe danese che vive nel ricordo di un glorioso padre.
  • Richiamo all’avventura: appare il fantasma del padre di Amleto che gli racconta del complotto ordito da suo fratello per ucciderlo. Deve vendicarlo.
  • Rifiuto del richiamo: Amleto non è convinto di quanto espresso dal fantasma, temporeggia e cercare le prove del complotto.
  • Incontro con il mentore (qualcuno o qualcosa che gli fa cambiare atteggiamento): Amleto sfrutta l’occasione di una rappresentazione teatrale per mettere in scena l’omicidio di suo padre. Osservando la reazione turbata dello zio si rende conto che il fantasma era nel giusto.
  • Varco della prima soglia: Amleto decide di uccidere suo zio e, a causa di uno scambio di persona, uccide Polonio. Amleto viene spedito in Gran Bretagna.
  • Prove, nemici, alleati: Rosencrantz e Guildenstern, l’armata di Fortebraccio, Laerte, Orazio, ecc.
  • Prova centrale: la sfida a duello con Laerte.
  • Avvicinamento alla caverna più profonda (seconda soglia): Durante il viaggio Amleto incontra l’armata di Fortebraccio in procinto di attaccare la Polonia
  • Ricompensa: il confronto con Orazio.
  • Via del ritorno: Amleto riflette sul suo rapporto con Laerte e, tornato a palazzo, cerca di riconciliarsi con lui.
  • Resurrezione o prova definitiva: La regina e Laerte muoiono, spingendo Amleto contro il re, che muore trafitto dalla spada del principe.
  • Ritorno con l’elisir: Amleto muore ma designa Fortebraccio come erede.

L’esempio di Budweiser

Un ottimo esempio di applicazione dello schema del “viaggio dell’eroe” si ha nel celebre spot di BudWeiser che narra la storia di Mr Busch: “Born The Hard Way”. La storia è quella di Adolphus Busch, emigrante tedesco che arrivò negli Stati Uniti a fine Ottocento e, insieme al socio Ebert Anheuser, creò la Anheuser-Busch (che produce la birra Budweiser).

Semplificando abbiamo, in 90 secondi, 10 fasi.

  1. Il mondo ordinario: Mr Busch vive in Germania e non ha un penny in tasca.

  1. La chiamata all’azione, varco della soglia: Mr Busch emigra.

  1. La prova centrale: il viaggio difficile verso l’America.

  1. Rifiuto del richiamo: il dubbio di aver sbagliato scelta.

  1. La seconda prova, i nemici: problemi di integrazione, insulti.

  1. Gli alleati: gli altri immigrati.

  1. La seconda prova: le condizioni di lavoro impossibili.

  1. La rinascita: il progetto della birra.

  1. La vittoria, la ricompensa: nasce l’attività imprenditoriale con (anche) il suo nome.

  1. La morale.

Interessante la disamina che fa Paolo Iabichino di questo spot: “I creativi al lavoro su questo spot hanno voluto sottolineare il significante del true con cui la birra americana ha sempre firmato le sue comunicazioni. Quel ‘vero’ che ai tempi del tormentone demenziale non necessitava di grandi spiegazioni, ma che oggi diventa più che mai urgente riempire di contenuto. Solo così una birra può dare qualcosa in più al suo dire, partecipando alla discussione politica e polarizzando le opinioni. E lo ha fatto al punto che, dopo qualche minuto dalla messa in onda dello spot, il sito Breitbart – vicino alla nuova amministrazione americana – e quello dell’ultradestra Freedomdaily lanciavano l’hashtag #boycottbudweiser, con cui i sostenitori di Trump replicavano alla pubblicità della birra.

Difficile pensare che quei sessanta secondi siano stati confezionati in fretta e furia per rispondere alle politiche anti-immigrazione del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, eletto tre mesi prima del Superbowl. Ma mi piace pensare che quella creatività sia passata attraverso le maglie del ‘so what?’ per cercare di giustificare la promessa di una marca che si voleva rendere più contemporanea e rilevante per i nuovi consumatori, attraverso le dinamiche del do ut des. Del dare e non solo del dire.”

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Advergame, cosa sono? La mia intervista a Marco Mignano di Gladio Games per StartUp News

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[Questa intervista è stata pubblicata su StartUp News]

Advergame, cosa sono? Intervista a Marco Mignano di Gladio Games

Gli advergame sono dei veri e propri strumenti per pubblicizzare l’azienda, l’idea è quella di raggiungere più persone possibili facendole divertire e in base alle meccaniche di gioco si possono targettizzare il pubblico di riferimento

Gladio Games si occupa di advergame: di che cosa si tratta?

Negli ultimi anni il settore dei videogiochi è esploso. Il fatturato dell’industria dei videogiochi supera quello del cinema sommato a quello della musica. Questo è possibile grazie alla diffusione degli smartphone, che insieme alle console ci danno la possibilità di accedere a un bacino di utenza che raccoglie svariati miliardi di utenti.Quello che molte aziende stanno iniziando a capire è che il mondo dei videogiochi, oltre a essere dedicato all’intrattenimento, può servire per pubblicizzare la propria realtà e i propri prodotti in maniera ultra innovativa e non invasiva. Noi facciamo proprio questo, realizziamo prodotti videoludici che permettono alle aziende di pubblicizzare se stesse e i propri prodotti. Come? Andando oltre la gamification! Utilizziamo le vere meccaniche che sono alla base dei videogiochi per pubblicizzare le realtà in maniera innovativa. Per esempio possiamo premiare gli utenti con ricompense reali e virtuali per aver raggiunto un certo livello, oppure ricompenseremo l’utente con monete virtuali per leggere messaggi informativi legati all’azienda, così da generare un engagement pazzesco tra i giocatori e l’azienda dietro l’advergame. La caratteristica dei nostri prodotti è che sono app standalone che si possono scaricare in autonomia dagli store e non Web app. In questo modo possiamo sprigionare appieno la potenza dei device e creare dei prodotti unici e fatti su misura in base alle esigenze del cliente.

Marco Mignano Gladio Games Startup-News

Marco Mignano, founder di Gladio Games.

Qual è il modello di business?

Ci piace vincere insieme al cliente, per questo ci facciamo totalmente carico dei costi di sviluppo degli advergame. In altre parole: lo facciamo gratis. Quello che chiediamo è che l’azienda investa del budget per pubblicizzare l’advergame, mentre noi monetizziamo inserendo la pubblicità non invasiva all’interno dell’advergame stesso. Praticamente chiediamo all’azienda di investire soldi per pubblicizzare se stessa. Questo ci permette di creare dei prodotti di una qualità superiore alla media, anche perché se così non fosse, noi non riusciremo a monetizzare il prodotto.

Ci piace vincere insieme al cliente, per questo ci facciamo totalmente carico dei costi di sviluppo degli advergame. In altre parole: lo facciamo gratis

Puoi raccontarci qualche caso di successo?

Il nostro ultimo advergame Missione Pianeta è stato sviluppato per Legambiente, con l’obiettivo di pubblicizzare la loro campagna “Tartalove”. L’app ha realizzato migliaia di download nei primi giorni, siamo ad oltre 200 recensioni a 5 stelle solo su Android e su iOS sotto la categoria “famiglia” siamo entrati ufficialmente tra le top 50 app sullo store. Ma oltre i prodotti di Gladio Games, sono molte le aziende che hanno deciso di investire in questi prodotti: per esempio aziende come Nike, Kinder o Renault hanno deciso di realizzare i propri advergame.

Che differenza c’è tra game e gamification, lato business?

La gamification sono una serie di strategie/tecniche, per la maggior parte prese in prestito dal mondo dei videogiochi che servono a rendere migliore o alzare l’engagement di un prodotto o servizio. La gamification si può utilizzare praticamente ovunque, dai processi di apprendimento, alla realizzazione di app per aumentare l’engagement e la retention. Gli advergame, invece sono dei veri e propri strumenti per pubblicizzare l’azienda, l’idea è quella di raggiungere più persone possibili facendole divertire e in base alle meccaniche di gioco si possono targettizzare il pubblico di riferimento.Inoltre gli advergame sono particolarmente efficaci quando si vuole parlare alle generazione Z, la quale è è molto difficile da raggiungere attraverso gli strumenti classici.

Il vostro lavoro è articolato, e tocca anche comunicazione digitale, advertising, social responsability, brand awareness: come stanno insieme tutte queste cose?

È proprio questa la nostra peculiarità: fare stare insieme tutti questi pezzi. Il percorso formativo che abbiamo dovuto affrontare per arrivare dove siamo non è stato un percorso semplice. Il collante di tutto è la passione. Io e il mio socio, prima ancora di fondare Gladio Games, abbiamo realizzato il nostro primo videogioco nel 2014 mentre frequentavamo il corso di laurea in informatica. Lo scoglio più grande che abbiamo dovuto affrontare è quello di riuscire a creare videogiochi di successo con una qualità sopra la media, e unire questo prodotto con il mondo del marketing aziendale.Tutto questo non è facile perché viviamo in un mondo in continua evoluzione, evolvono le tecniche e la tecnologia per sviluppare videogiochi così come i social ed il marketing. Il nostro lavoro è rimanere sempre sul pezzo e sfornare un prodotto di successo dietro l’altro.

Vuoi dare un suggerimento ad altri startupper come te?

L’unica cosa che mi sento di poter dire è quella di seguire le proprie passioni, se l’idea è quella di aprire un’azienda per il solo ritorno economico, e per il “successo” allora non si andrà lontani. Io non cambierei per niente al mondo quello che faccio, lavorare 10 ore al giorno non mi pesa, ma solo e soltanto perché amo quello che faccio e la passione è il mio driver principale.

ApplaudArt, il social che connette professionisti, artigiani, artisti e commercianti con potenziali clienti [intervista a Marco Pulcinelli]

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Il 9 settembre 2020 ho intervistato per StartUp News Marco Pulcinelli, CEO & founder di ApplaudArt, piattaforma social che connette professionisti, artigiani, artisti e commercianti con potenziali clienti. Trovi l’intervista qui: