La ricerca del lavoro online nel 2021: VIDEO + Intervista per D di Repubblica

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Come funziona LinkedIn Career Explorer (articolo per Agenda Digitale)

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Questo artico è stato pubblicato da Agenda Digitale il 29 marzo 2021.

LinkedIn Career Explorer: cos’è e come usarlo per scovare opportunità di lavoro

Career Explorer è uno strumento capace di abbinare le capacità di una persona per scoprire le competenze necessarie per arrivare a ricoprire un determinato ruolo nelle più importanti aziende. Vediamo come funziona

Per indirizzare i propri utenti verso le migliori opportunità di carriera, nell’ottobre del 2020 LinkedIn ha reso disponibile in tutto il mondo – in versione beta – Career Explorer, uno strumento che permette a ogni membro iscritto di trovare la posizione lavorativa ideale in base alle proprie competenze e capacità. Per ora l’aggiornamento è disponibile solo in inglese: probabilmente verrà localizzato nella nostra lingua nei prossimi mesi. Vediamo meglio di cosa si tratta e come sfruttarlo al meglio.

Career Explorer: più di un motore di ricerca

È importante specificare che Career Explorer non è un altro motore di ricerca di lavoro. È qualcosa di diverso, uno strumento capace di abbinare le capacità di una persona per scoprire “quelle” competenze necessarie per arrivare a ricoprire un determinato ruolo nelle più importanti aziende. Career Explorer, infatti, è in grado di “consigliare” all’utente un particolare corso di formazione da seguire o alcune persone che potrebbero essere d’aiuto per raggiungere determinate posizioni lavorative. La bontà degli algoritmi è garantita dall’incrocio dei dati di oltre 36 mila competenze professionali e ben sei mila titoli di studio.

Lo strumento Career Explorer sfrutta l’immenso database della piattaforma per aiutare gli utenti a sviluppare nuove competenze o migliorare quelle di cui sono in possesso. In che modo? Studiando il percorso carrieristico intrapreso dagli altri membri e combinandolo con i dati relativi alle competenze necessarie per svolgere i lavori più richiesti. Per valutare la possibile compatibilità, LinkedIn incrocia i profili degli utenti con quelli che svolgono da tempo le posizioni lavorative più richieste.

In questo modo Career Explorer può suggerire alle persone in che modo apprendere le competenze che non hanno e a migliorare così la propria situazione lavorativa.

Career Explorer, la semplicità è il segreto

Per usare Career Explorer basta andare sulla pagina di LinkedIn: una volta selezionato il tool dobbiamo inserire il nome della nostra precedente occupazione lavorativa e la città in cui viviamo. A questo punto Career Explorer ci proporrà un elenco di lavori che potrebbero fare al caso nostro. Cerchiamo, per esempio, una posizione di “marketing manager” a Milano. Lo strumento ci proporrà un elenco di offerte di lavoro nella nostra zona per cui possiamo candidarci. Basta cliccare su “Trova lavoro su LinkedIn” oppure sul pulsante “Trova connessioni su LinkedIn” per accedere ai dati di tutti quelli che hanno svolto il lavoro che ci interessa. Gli algoritmi di LinkedIn riescono ad aggregare tutte le informazioni relative agli ultimi 5 anni, ed è un bel vantaggio per le nostre ricerche.

I corsi online di LinkedIn

Attualmente su LinkedIn i corsi online disponibili sono oltre 15.000, con decine di nuove aggiunte ogni settimana: seguirli può essere una buona opportunità non solo per le aziende ma anche per i propri dipendenti per acquisire nuove competenze. Seguendo uno dei corsi presenti su LinkedIn, per esempio, possiamo capire come sfruttare la piattaforma di Microsoft per fare pubblicità, come nel caso degli Ads. Se vogliamo valorizzare il nostro brand, trovare nuovi clienti o fare un po’ di recruiting, ci sono una pletora di corsi che possono aiutarci a comprendere a fondo tutte le potenzialità offerte dalla piattaforma.

Gli strumenti per il recruiting a disposizione con LinkedIn

Oltre a Career Explorer, la piattaforma di Microsoft ha inserito alcuni accorgimenti per migliorare il servizio di recruiting: è stata aggiunta una cornice intorno all’immagine del profilo (la funzione OpenToWork) per capire se un utente sta cercando lavoro o per scoprire quando una azienda sta assumendo. Una piccola innovazione che ha permesso alle persone in cerca di lavoro di ottenere una maggiore visibilità in breve tempo: chi ha sfruttato la suddetta funzione ha beneficiato di un 40% in più di messaggi di posta elettronica per quanto riguarda il recruiting e di un 20% in più di messaggi dalla propria rete di contatti.

LinkedIn offre diversi tipi di account a pagamento (chiamati “Premium”) che possono soddisfare le esigenze di tutti, dal professionista che lavora in azienda fino al disoccupato alla ricerca di un nuovo lavoro. Per esempio, con Premium Career possiamo avere informazioni dettagliate su determinate aziende e sulle candidature per le posizioni aperte. Con Sales Navigator invece abbiamo a disposizione uno strumento che può aiutarci ad accrescere la nostra rete di contatti, indipendentemente dal fatto di essere un libero professionista o un’azienda. Con un abbonamento Recruiter Lite possiamo trovar i profili corrispondenti alla posizione lavorativa aperta nella nostra azienda e assumere i candidati migliori, mentre Premium Business otterremo informazioni dettagliate sui profili professionali di nostro interesse. Per affrontare la pandemia e la crisi economica derivante, LinkedIn ha offerto alle piccole e medie imprese la possibilità di creare offerte di lavoro gratuitamente.

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“LinkedIn per i bar”: live con Obiettivo Bar del 29 marzo 2021 [VIDEO]

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Changers, la community per allenare le soft skill: intervista ad Alessandro Rimassa

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Questo articolo è stato pubblicato su Startup News nel marzo 2021.

Ho conosciuto Alessandro Rimassa, imprenditore ed esperto di future of work ed education, alcuni anni fa, indirettamente. Lessi un suo libro che, all’epoca, fece molto parlare di sé: “Generazione mille euro”, un testo che parlava di “lavoratori fluttuanti e praticanti seriali”, che divenne anche un film.

Da allora Alessandro ha fatto mille cose, da Talent Garden a Kopernicana: tra queste, l’ultima in ordine di tempo, “Changers”. Gli abbiamo chiesto di che cosa si tratta.

“Praticamente Changers è una community (nata a settembre, ora conta 3600 iscritti su Facebook, ndr) ma, soprattutto, è una scuola di soft skill”.

Tema molto interessante, troppo dibattuto?

“Beh, c’è molta attenzione, da alcuni anni, sulle competenze trasversali. Secondo me le hard skill restano le competenze fondamentali, a patto che le si rinfreschi ogni due, tre anni. In un momento di grande cambiamento come quello che stiamo vivendo per colpa della pandemia, tempo di innovazione e trasformazione, le soft skill permettono di rimanere sul mercato”.

Eppure non tutti l’hanno compreso…

“In effetti molti dicono che non hanno tempo, non vogliono investire sulla propria crescita, evidentemente hanno altre priorità. È un grave errore. Anzi, se investi sulle soft skill è proprio per avere più tempo, per organizzarti meglio, per concentrarti sulla tua carriera, per sviluppare la capacità di collavorazione”.

Intendi collaborazione?

“No, collavorazione, con la V: un mix di collaborazione e lavoro. Termine coniato tempo fa da Nicola Palmarini (nel saggio per Egea “Lavorare o collaborare? Networking sociale e modelli organizzativi del futuro”, ndr), indica la capacità di lavorare insieme ma anche di delegare oppure di dichiarare la propria incapacità di fronte ad alcuni compiti e così via”.

Quale altra soft skill metteresti al centro?

“Dopo anni di innovazione e disruption, si è persa la centralità della creatività. Che non vuol dire avere il colpo di genio. La creatività si allena, si coltiva con metodo. Faremo anche dei corsi su questo”.

Altri corsi in cantiere?

“Per esempio quello per costruire abitudini positive. Faccio un esempio: secondo me ognuno di noi dovrebbe dedicare un’ora alla settimana per incontrare, di persona, qualcuno di stimolante. È un’abitudine straordinaria non solo per allenare il network, ma anche per accelerare la creatività”.

Passiamo dal mondo delle soft skill a quello delle startup. Ultimamente hai investito in diverse nuove imprese, per le quali hai fatto anche da mentore…

“Preferisco definirmi un “active investor”…”

In che senso?

“Entro nelle startup, al momento otto, mettendoci dei soldi e partecipando attivamente, a volte entrando nel Cda. Le aiuto concretamente, metto a loro disposizione la mia esperienza da imprenditore e le mie conoscenze.”

Puoi dare tre consigli a chi vuole costruire una startup?

“Primo: mi spiace dirlo, ma l’idea vale zero! Conta solo la messa a terra. Non portate in giro idee ma prototipi, del resto ora costruire prototipi costa pochissimo, a volte nulla.”

Secondo suggerimento?

“Il modello di business deve essere credibile. Recentemente ho visto una startup dove ai primi quattro anni di perdita come per magia arrivava un quinto anno d’oro. Meglio piuttosto partire in piccolo ma arrivare in fretta al break-even.”

E l’ultima dritta?

“Le startup non si costruiscono da soli: serve un team. Puntate sulle persone. Puntate sulla collavorazione.”

Come funziona la ricerca in LinkedIn

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LinkedIn è un social network nato per sviluppare relazioni e connessioni nel mondo del lavoro. Strutturato come un immenso database di contatti, LinkedIn permette non solo di scovare il profilo ideale per la propria azienda ma anche di trovare potenziali contatti e nuovi clienti. Il grosso problema è che spesso la comunicazione nelle società (all’esterno e all’interno) si rivela scarsamente efficace o totalmente deficitaria: con la piattaforma creata da Reid Hoffman e con gli strumenti messi a disposizione, è possibile superare brillantemente il problema e dare un nuovo slancio alla comunicazione della propria azienda. LinkedIn è un social network molto particolare e diverso da tutti gli altri presenti in Rete: “a ogni azione corrisponde una reazione” e, nel caso specifico, più lo si utilizza e più saranno attendibili i risultati che si potranno ottenere.

Come funziona il motore di ricerca di LinkedIn

Il motore di ricerca interno di LinkedIn è il cuore pulsante del social network: per le “query” viene utilizzato un algoritmo sviluppato ad hoc che ordina i risultati che si ottengono quando si cercano persone o aziende sulla piattaforma. A differenza dei normali search engine, l’ordine di un risultato di ricerca è determinato in parte dal profilo, dall’attività e dalle connessioni della persona stessa che esegue la ricerca. Prima di fornire i risultati, infatti, l’algoritmo di LinkedIn prende in considerazione l’attività del ricercatore sulla piattaforma, i profili trovati dalla query e tutti gli altri membri iscritti che hanno eseguito ricerche simili. La cronologia delle ricerche viene utilizzata per prevedere i risultati che potrebbero essere rilevanti per gli utenti: successivamente viene combinata con altri parametri (come il numero delle visualizzazioni ottenute dal proprio profilo) e dati per affinarne l’efficacia.

I risultati vengono presentati in base a ciò che l’algoritmo di LinkedIn pensa sia più rilevante per chi effettua la ricerca. Per esempio, è possibile che un profilo appaia sulla terza pagina per un membro e sulla quarta pagina per un altro, anche se hanno inserito le stesse parole chiave. Le variabili che determinano il risultato finale includono il profilo, le caratteristiche specifiche del ricercatore e i filtri applicati, per esempio la posizione ricoperta nell’azienda o le precedenti esperienze lavorative e così via.

L’importanza di avere un profilo completo

Pubblicando contenuti di qualità e interagendo costantemente con la propria rete di contatti è possibile affinare e migliorare le proprie ricerche trovando così, per esempio, i candidati ideali per una determinata posizione. Innanzitutto, per migliorare la qualità delle query è necessario lavorare sul proprio profilo. È fondamentale che quello che è a tutti gli effetti un “biglietto da visita” sia completo e che contenga tutte le informazioni necessarie su di noi e sulla nostra azienda.

È necessario che il nostro profilo possa essere trovato in base a parametri come il luogo dove si vive o lavora, le scuole e università che abbiamo frequentato e altro ancora. La completezza del profilo migliora anche il modo in cui si viene generalmente “abbinati” dagli algoritmi della piattaforma.

Per esempio, le query più comuni eseguite dagli “addetti alla ricerca e selezione del personale” riguardano al 99% le competenze: è importante prepararle e curarle in modo dettagliato. È fondamentale creare delle connessioni con tutte le persone con cui avevamo/abbiamo stabilito un rapporto professionale. Più connessioni creiamo, più possiamo entrare in contatto con il potenziale ricercatore. Una connessione di secondo grado rispetto a una di terzo grado, per esempio, migliora la probabilità che il proprio profilo venga visualizzato nelle ricerche. È consigliabile utilizzare titoli e qualifiche di lavoro ufficiali e non lasciarsi andare all’improvvisazione creando delle mansioni fantasiose.

Poche keyword: questo è il segreto per essere trovati in LinkedIn

È importante evitare di riempire il nostro profilo con una moltitudine di parole chiave: è meglio includere solo quelle che possano mettere in rilievo la nostra esperienza e competenza. Allegare un elenco di parole chiave nel proprio profilo può essere controproducente: gli algoritmi di LinkedIn potrebbero pensare che si tratti di spam, compromettendo così i risultati di ricerca. È bene ricordare che tutti i membri iscritti sulla piattaforma “non” sono potenziali clienti. Quindi, è fondamentale definire sin dall’inizio un target per trovare il cliente/azienda ideale per poter cercare contenuti, profili e così via.

La ricerca avanzata è la chiave del successo

La piattaforma mette a disposizione una serie di strumenti: la “Ricerca Avanzata” offre diverse opzioni per identificare potenziali utenti interessati ai nostri contenuti e per trovare informazioni preziose all’interno di specifiche nicchie di mercato, analizzando i gruppi e gli iscritti, i tipi di interessi e così via. Con questo tool possiamo fare tutto velocemente: si parte da una semplice keyword per poi affinare la ricerca grazie ai filtri.

Il problema è che dopo un tot di ricerche questa funzionalità viene bloccata perché LinkedIn richiede un profilo a pagamento per disporre di ricerche illimitate. Per farlo, dobbiamo andare sul menu presente nell’intestazione e fare clic sull’icona “Cerca persone” e selezionare l’opzione avanzata. È possibile continuare a filtrare, senza essere costretti a rielaborare la ricerca iniziale. I filtri di ricerca sono utili anche perché permettono di vedere immediatamente come possono cambiare i risultati da una semplice ricerca iniziale.

Se abbiamo bisogno di fare un certo numero di ricerche e non vogliamo usare un profilo a pagamento come LinkedIn Premium (sono disponibili tre tipologie di sottoscrizioni che partono dai 14,95 euro richiesti mensilmente per un abbonamento “Business” fino ai 53,95 euro di quello “Executive”), possiamo risolvere il problema pubblicando delle inserzioni di lavoro (sponsorizzandole).

Come funziona la ricerca avanzata di LinkedIn

La Ricerca Avanzata può essere sfruttata in due modi: per “Persona” o per “Offerte di Lavoro”. Per esempio, se vogliamo cercare tutti gli analisti finanziari presenti sulla piattaforma, per farlo dobbiamo inserire tra le virgolette il termine “Analista”. Per allargare il più possibile la ricerca e includere nei risultati tutti tutti gli analisti finanziari iscritti alla piattaforma, dobbiamo inserire anche i termini inglesi “Finance” e “Analyst” per trovare tutte le persone che hanno una di queste parole chiavi inserite nel proprio profilo.

Non tutti i risultati presentati dall’algoritmo di LinkedIn apparteranno ad analisti finanziari: occorre lavorare con i filtri (Tutti i filtri) per trovare il profilo ideale per la nostra ricerca. Selezionando delle keyword nelle “Esperienze lavorative” è possibile ancora scremare i risultati, sfruttando altri filtri come occupazione “Corrente”, “Passata” e altro ancora. Può essere interessante aggiungere alla ricerca anche persone legate a una determinata azienda. Come nel campo precedente, anche qui è possibile filtrare le voci per “Corrente”, “Presente ma non passata” e così via. La dimensione dell’azienda, le cariche ricoperte e gli anni di esperienza sono altri parametri da considerare nelle ricerche. Un altro filtro da attivare è quello dedicato alle università, agli istituti e alle scuole superiori frequentati, così come quello relativo alla posizione geografica: lo strumento di ricerca in Linkedin, pur non essendo preciso come quello di altri social, permette di filtrare i risultati per CAP specificando anche il raggio di ricerca. Possiamo scremare i risultati anche con le cosiddette “relazioni sociali”: dai legami di diverso grado fino alle iscrizioni a determinati gruppi e altro ancora. Possono essere utili anche i filtri dedicati alle attività di volontariato e alle organizzazioni no profit.

Come entrare in contatto con i candidati in LinkedIn

Una volta ottenuta una lista di possibili candidati, è possibile entrare direttamente in contatto con il prescelto oppure scegliere un approccio meno diretto inviando una e-mail o chiedendo a un collegamento comune di presentarci. Oltre a salvare i nuovi contatti, possiamo condividere le informazioni con gli altri iscritti presenti nella nostra Rete e salvare un certo numero di ricerche (fino a tre). Possiamo inserire anche una serie di avvisi (nello specifico “Creare un Alert”) nel caso vengano trovati profili ideali che corrispondono alla nostra ricerca avanzata per una certa posizione o per qualsiasi altra cosa attinente alla nostra attività/azienda.

Il vantaggio di avere un account premium

Chi dispone di un account premium può avere a disposizione degli strumenti aggiuntivi per avere una profilazione ancor più efficace: “pagando” è possibile accedere alle informazioni dei profili di secondo e terzo grado, per esempio. L’abbonamento, infatti, sblocca delle funzioni che non sono disponibili nella versione base. Per esempio, come la possibilità di inviare messaggi “InMail” a chiunque o visualizzare le informazioni di chi ha guardato il nostro profilo. Chi cerca lavoro, chi personale o nuovi clienti può sottoscrivere uno degli abbonamenti preparati da LinkedIn oppure usare dei tool specifici: per esempio, con lo strumento Sales Navigator Professional è possibile trovare e attrarre nuovi potenziali clienti (tra i profili delle persone e le pagine aziendali). Si stratta di uno strumento piuttosto utilizzato nel settore del Social Selling, che utilizza la propria rete di contatti sul social network per vendere. Per usarlo dobbiamo attivare la licenza gratuita direttamente su LinkedIn o acquistarlo separatamente. Con il Recruiter Lite possiamo individuare i profili migliori e gestire la selezione del personale in modo accurato.

Per migliorare la propria visibilità su LinkedIn è necessario creare un profilo completo, dettagliato e aggiornato. La prima impressione è quello che conta e avere una foto adatta, un sommario ben scritto e accompagnato da poche e significative keyword è fondamentale. Personalizzare l’URL fornito da LinkedIn è una buona idea, mentre è fondamentale arricchire la propria rete di contatti e. e pubblicare contenuti interessanti e frequentemente.

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Come leggere gli Analytics di LinkedIn [articolo per “Big data 4 innovation”]

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Questo articolo è stato pubblicato sul portale “Big data 4 innovation” del gruppo Digital 360 nel marzo 2021

Analisi dei dati: come leggere gli Analytics di LinkedIn

Nel più popolare social network “professionale”, farsi notare è il requisito essenziale per aumentare la propria visibilità: per verificare l’efficacia della strategia adottata si possono utilizzare diversi strumenti di “analytics”. Vediamo quali sono e come interpretare i dati messi a disposizione.

LinkedIn è molto di più di una semplice piattaforma per trovare lavoro o un social network per restare in contatto con i propri clienti. Ed è molto di più di un curriculum vitae online, anche se molti utenti hanno la tendenza a trattare il proprio profilo LinkedIn come un semplice elenco di competenze da mostrare a potenziali clienti o nuovi datori di lavoro. La piattaforma offre una versatilità unica e, se usata nel giusto modo, può trasformarsi in un potente strumento di digital marketing in grado di dare un boost alla propria carriera o azienda: i LinkedIn Analytics.

In LinkedIn, infatti, è importante avere una strategia ben definita e capire quali contenuti e strumenti possono fare la differenza. Avere un profilo aggiornato e ottimizzato permette di creare quelle relazioni tra contatti che hanno decretato il successo di questo speciale social network. Farsi notare è il requisito essenziale per aumentare la propria visibilità: per verificare l’efficacia della strategia adottata possiamo utilizzare diversi strumenti di analisi dei big data. Vediamo quali sono e come interpretare i dati che abbiamo a disposizione.

Come interpretare le informazioni fornite da LinkedIn Analytics

Uno degli strumenti più importanti da padroneggiare (anche uno dei più sottovalutati) in LinkedIn sono i cosiddetti “Analytics”, una serie di statistiche in tempo reale che permettono di capire se la strategia che abbiamo sviluppato funziona e se risultati che ci siamo prefissati sono stati raggiunti. Per misurare l’efficacia della nostra attività su Linkedin la prima cosa da fare è cambiare l’impostazione della lingua scelta e usare il nostro profilo in inglese. Cambiare lingua è un’operazione piuttosto semplice: è necessario cliccare sulla foto del proprio profilo per aprire un menu dove è possibile effettuare la modifica. Bisogna selezionare “English” e poi tornare alla pagina del proprio profilo. Cliccando sulla barra laterale a destra avremo finalmente accesso alle preziose statistiche. Nella pagina aziendale/istituzionale, infatti, troveremo un’apposita sezione Analytics con cui possiamo possibile filtrare i dati in base a tre macro-gruppi: Visitors, Updates, Followers. La piattaforma mostra di default le statistiche relative agli ultimi 30 giorni: è possibile avere dei grafici dettagliati fino a un periodo di un anno, se necessario. Dalle interazioni, alla percentuale di interesse fino all’engagement rate (il tasso di coinvolgimento generato da un contenuto o da un’attività) c’è tutto il necessario per monitorare l’efficacia della strategia social adottata da noi o dalla nostra azienda. Le statistiche disponibili sono relative a tutti i membri iscritti alla piattaforma, indipendentemente che abbiano effettuato l’accesso da un normale browser su PC o dall’app LinkedIn e iOS su un dispositivo mobile. È importante ricordare che il cosiddetto “traffico senza autentificazione” del profilo non viene conteggiato.

LinkedIn Analytics è strutturato in tre categorie principali

L’interfaccia proposta da LinkedIn è semplice e funzionale (non è al livello della più celebrata Google Analytics) e permette all’utente in poco tempo di scoprire se alcuni “insight” hanno avuto successo e, soprattutto, capire perché certi contenuti funzionano di più e così via. Per quanto riguarda il profilo, abbiamo a disposizione le statistiche di chi ha visto il nostro o quelle relative alla nostra azienda, oltre a uno speciale rank. Gli Analytics permettono all’utente di avere sotto controllo le statistiche relative ai post da un punto di vista quantitativo, di studiarne l’efficacia rispetto ai collegamenti e alla media dei contatti. Con il semplice rank, infatti, possiamo scoprire in quale percentuale un profilo personale/aziendale sia presente nel proprio network e la relativa posizione in un’ipotetica classifica virtuale, oltre a studiarne l’andamento in un periodo specifico o precedente. Per valutare la nostra attività è necessario analizzare le informazioni riguardanti il numero di visite al nostro profilo in una settimana specifica (con tanto di variazioni rispetto a quella precedente), il numero di condivisioni/post/aggiornamenti che abbiamo fatto, i nuovi collegamenti ottenuti, il numero dei commenti generati e così via. Incrociando questi preziosi dati possiamo correggere o migliorare la nostra strategia.

Visitatori

La piattaforma offre una serie di informazioni e statistiche sugli utenti che visitano la propria pagina aziendale presente in LinkedIn: basta cliccare nella sezione Visitatori (Visitors). I dati disponibili sono relativi alle visualizzazioni ottenute per pagina o al numero di utenti unici: in questo modo è possibile capire chi si è avvinato al nostro profilo e quale sezione è stata apprezzata maggiormente. Chiaramente, i grafici possono essere personalizzati a piacimento per avere una profilazione ancor più dettagliata. Molto apprezzati sono i dati demografici dei visitatori che permettono a noi di capire la località di provenienza, la mansione svolta, l’anzianità lavorativa, il settore e la dimensione dell’azienda per cui lavorano (la cosa strana è che non è disponibile il nome dei contatti che seguono la pagina!). In questo modo possiamo capire se il nostro profilo è arrivato alle persone giuste, a quale settore appartiene il nostro pubblico e in quale area geografica è più efficace e così via. Se abbiniamo queste informazioni a un altro strumento prezioso come LinkedIn Pulse possiamo scrivere contenuti originali e condividerli in modo ancor più efficace.

 Follower

Un’altra sezione importante degli Analytics riguarda i Follower che seguono la propria pagina aziendale. È possibile controllare i follower in un periodo specifico e capire quando sono stati guadagnati o persi. In questo modo possiamo capire se c’è una correlazione stretta tra l’aumento o la loro diminuzione in corrispondenza con la pubblicazione di post specifici e così via. Soprattutto, è possibile analizzare le variazioni nei follower organici e in quelli ottenuti tramite inserzioni sponsorizzate. Si tratta di una differenza importante perché, come in altri social network, è possibile “comprare” i follower anche in LinkedIn. Come nella sezione dei visitatori, anche in quella dei follower è possibile studiare la provenienza dei contatti, a quale categoria professionale appartengono e altro ancora. Interessante anche la sezione dedicata alle cosiddette “aziende da monitorare”: vengono mostrate pagine con profili simili alla nostra e gli algoritmi di LinkedIn le propongono sulla base dei follower e degli aggiornamenti che proponiamo.

Aggiornamenti

Un’altra categoria importante è quella relativa agli “Updates”, gli Aggiornamenti: qui è possibile trovare una serie di informazioni relative ai dati organici e a quelli sponsorizzati. Serve soprattutto per capire quanti utenti hanno visto, commentato o condiviso i post e quale livello di interesse e interazione hanno generato. Abbiamo a disposizione informazioni relative al numero complessivo e al tipo di visualizzazioni, ai commenti ricevuti, alle condivisioni e alle interazioni social e molto altro. I grafici, chiaramente, possono essere filtrati per affinare ulteriormente la nostra strategia social: è importante ricordare che esiste una precisa correlazione tra il numero di follower e il tasso di engagement.

Come interpretare i dati forniti da LinkedIn Analytics

In generale, uno strumento come Analytics può aiutarci a capire se la strategia che abbiamo adottato funziona, attraverso l’analisi dei big data. Grazie alle informazioni che abbiamo ricavato possiamo scoprire in quale momento della giornata è consigliabile pubblicare i post, in quale orari e giorni della settimana i nostri aggiornamenti riscuotono maggior successo così via. E soprattutto sono fondamentali se dobbiamo investire in qualche campagna di marketing a pagamento. Con Analytics, infatti, possiamo analizzare le prestazioni di tutti i contenuti e fare un confronto tra quelli sponsorizzati e organici. Studiando le reazioni dei follower e le loro tendenze e osservando l’andamento delle impression di ciascun aggiornamento, possiamo scoprire se i contenuti che proponiamo sono di qualità e se vengono apprezzati da LinkedIn. Per esempio, se notiamo un calo nel numero complessivo di impression la spiegazione è piuttosto semplice: gli algoritmi della piattaforma classificano i nostri contenuti non di qualità e limitano la loro condivisione. È importante confrontare i dati relativi ai propri follower con quelli dei visitatori: per esempio, se notiamo una certa discrepanza da un punto di vista demografico tra le due categorie è probabile che non ci sia la giusta correlazione tra quello che condividiamo e quello che appare nel nostro profilo. Per migliorare la situazione possiamo utilizzare dei tool specifici: Socialbakers e Talkwalker sono programmi che possono aiutare e non poco.

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Intervista sulle fake news per la Fastweb Digital Academy

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La Fastweb Digital Academy mi ha intervistato sul tema delle fake news:

Cosa si intende con fake news o bufale? Perché nascono? Come facciamo a riconoscere una notizia falsa da una vera? Cosa dobbiamo saper fare per smascherare una fake news? Ci sono siti che ci possono aiutare e la rete come può esserci di aiuto? Il video fornisce risposte a queste e a molte altre domande e curiosità sul tema.

Puoi rivedere qui l’intervista della durata di 22 minuti:

Che cos’è la disintermediazione digitale? [Articolo per Agenda Digitale]

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Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale nel marzo 2021.

La disintermediazione digitale in tutte le sue forme: opportunità e lati negativi

La disintermediazione è un processo che si applica un po’ a tutto, dall’informazione politica alla comunicazione aziendale, e rimane un’opportunità straordinaria per i cittadini, che si tratti del loro rapporto con la PA o della possibilità di fruire di contenuti digitali. Non mancano, ovviamente, i rischi. Il punto

Nell’era denominata del “capitalismo digitale”, non sorprende scoprire come le piattaforme ribattezzate “Over-The-Top” (Amazon, Facebook, Google in primis) siano riuscite in poco tempo a creare un nuovo ordine economico che è riuscito stravolgere le normali logiche del mercato e i meccanismi del business tradizionale.

Le multinazionali OTT, infatti, forniscono attraverso internet servizi che permettono al consumatore stesso di raggiungere – in tempo reale – il produttore: questo fenomeno viene chiamato “disintermediazione”.

La disintermediazione è un processo che si applica un po’ a tutto, e non è limitato all’ambito economico/lavorativo/commerciale. Dall’e-commerce – quando acquistiamo un bene da un venditore/produttore, per esempio, grazie alla Rete possiamo raggiungere direttamente il consumatore finale, senza alcun passaggio intermedio – fino all’home banking, quando effettuiamo un bonifico o paghiamo un bollettino direttamente dal divano di casa.

Il suo utilizzo è stato esteso anche ai mezzi di comunicazione: la disintermediazione applicata ai social media ha dato origine a una rivoluzione vera e propria del linguaggio, persino a un capovolgimento nella percezione della gerarchia sociale.

Dal 1967 a oggi: com’è cambiato il concetto di disintermediazione

Il termine “disintermediazione” viene coniato nel 1983 dall’imprenditore statunitense Paul Hawken nel libro “The Next Economy”. Lo stesso Hawken divenuto negli ultimi anni un fiero sostenitore del “capitalismo naturale” afferma che il termine disintermediazione venne utilizzato per la prima volta nel 1967, per indicare l’eliminazione dell’intermediazione bancaria tra soggetti erogatori di prestiti e quelli interessati ad acquisirli. In pratica, la disintermediazione non era altro che l’insieme dei processi attraverso i quali i consumatori potevano gestire direttamente i propri investimenti finanziari. Hawken aveva previsto quasi quarant’anni fa che le nuove tecnologie avrebbero consentito agli utenti di svolgere autonomamente tutta una serie di attività che di solito richiedevano figure di mediazione, soprattutto nella distribuzione e vendita di beni e servizi.

Il termine disintermediazione ha acquisito un nuovo significato con l’avvento del web 2.0. Con Amazon, per esempio, acquirenti e venditori entrano in contatto senza la necessità di alcun intermediario; con Apple, iPhone e iPad vengono venduti direttamente ai consumatori senza passare attraverso le catene di vendita tradizionali. Il successo delle varie Amazon, Google, eBay e di tutte le altre multinazionali ha portato alla creazione del fenomeno della disintermediazione commerciale e ha letteralmente trasformato il campo dei consumi, mettendo così in crisi lo storico rapporto di collaborazione tra produttori e rivenditori. La disintermediazione è stata applicata con successo anche ad altri settori: da Spotify fino a Uber, la rivoluzione sembra essere solo all’inizio.

Con la disintermediazione è cambiato il modo di scambiare le informazioni tra azienda e consumatore: il web permette a qualsiasi impresa di raggiungere il cliente in modo diretto senza dover conto dei canali distributivi o di quelli di approvvigionamento.

La disintermediazione della comunicazione in politica e nei rapporti con la PA

Il segnale di questo cambiamento è arrivato paradossalmente dall’ingessato mondo della politica: ormai è diventato normale per un qualunque esponente di qualsiasi partito italiano o straniero utilizzare i social network come Facebook, Twitter, Instagram e tutti gli altri per comunicare direttamente con i propri sostenitori/elettori.

Si è passati, insomma, dai classici volantini e manifesti ai canali social, alla propaganda di tipo digitale. Postare un contenuto su Twitter o Facebook, per esempio, permette al politico di turno di informare gli elettori su qualsiasi tipo di iniziativa. La Rete, poi, aumenta la possibilità di influenzare la percezione della realtà con una serie di problematiche connesse che vanno comprese e gestiste.

È cambiata anche la relazione – spesso problematica – tra cittadino e pubblica amministrazione e istituzioni, un rapporto finalmente a portata di smartphone. Per agevolare l’utilizzazione dei servizi offerti ai cittadini, l’eccessiva formalità e l’autoreferenzialità tipiche della burocrazia italiana sono state sacrificate in nome della trasparenza e dell’efficienza: con una semplice email o accedendo a un sito della pubblica amministrazione possiamo richiedere documenti, prenotare servizi e altro ancora.

L’impatto della disintermediazione sulla nostra vita lavorativa e personale

Il mondo cambia e per restare al passo con i tempi è importante adeguarsi a questi cambiamenti continui. Aggiornare il proprio modo di lavorare e, soprattutto, di comunicare è il primo passo da compiere. Come abbiamo visto, la disintermediazione commerciale ha rivoluzionato – e lo sta facendo tuttora – la nostra vita lavorativa e non, adesso è il turno di quella digitale che sta trasformando velocemente il modo di relazionarci con gli altri introducendo nuove figure. Chi si occupa di marketing negli ultimi anni si è dovuto interfacciare con interlocutori del tutto nuovi, come influencer e blogger. Anche la comunicazione aziendale, da sempre strumento strategico e indispensabile per il successo di un’impresa, si è dovuta adeguare al cambiamento piuttosto velocemente e alle esigenze del mercato. L’immagine di un’azienda è vincolata alla comunicazione e per elaborare una buona strategia di marketing servono tempo e denaro.

L’importanza di una buona comunicazione aziendale

Creare una buona comunicazione aziendale è fondamentale per sopravvivere in questo mercato globale, ed è soprattutto un investimento che può regalare ricchi dividendi nel lungo periodo, non solo a livello economico ma in termini di stabilità, affidabilità e visibilità. Avere una comunicazione aziendale deficitaria o scarsamente rilevante è il primo passo verso il fallimento e l’anonimato. Quasi tutte le aziende hanno sviluppato in modo più o meno adeguato una sezione media che contempla non solo i classici siti e blog ma anche tutte le piattaforme di comunicazione come Facebook, Twitter, Instagram, LinkedIn e qualsiasi altro social network che possano creare quelle interazioni ed emozioni che accompagnano le normali conversazioni relative a un brand, un prodotto o un servizio. Grazie alla disintermediazione digitale le “public relation” sono mutate: i PR non si interfacciano più con i giornalisti e gli altri esperti del settore, ora lo fanno direttamente con i consumatori. In una società frenetica come quella attuale, il tempo da perdere nella preparazione dei classici comunicati stampa non è più concepibile: per avere informazioni dettagliate su un certo prodotto basta andare sul sito dell’azienda o sulla pagina ufficiale di un social network per recuperare tutto quello che serve.

Come la disintermediazione digitale ha stravolto la comunicazione aziendale

Ormai comunicati, profili, video e foto sono facilmente reperibili nella sezione media di una qualsiasi azienda e, soprattutto, sono a disposizione di tutti, non più solo di giornalisti o di professionisti del settore. È stato stravolto anche in questo settore il modo di comunicare delle aziende e il rapporto con i consumatori: sono saltati tutti i passaggi intermedi. Anche le conferenze stampa sono state rivoluzionate dalla disintermediazione digitale: ormai vengono organizzate in streaming, con un monitoraggio in tempo reale molto più efficace. E la pandemia provocata dal Covid-19 ha accelerato ancor di più questo processo: sono cambiate le pubbliche relazioni, i rapporti con la stampa e tutta l’attività di promozione che solitamente si faceva. Ora non ci sono più liste di giornalisti da compilare, locali da prenotare e date da concordare: chi partecipa a un evento deve semplicemente compilare una semplice registrazione online e così via.

Come cambia la comunicazione aziendale con la disintermediazione digitale

Oltre ad aver rivisitato i rapporti con i media, la disintermediazione digitale ha avuto un forte impatto nelle stesse aziende, soprattutto nel campo della comunicazione interna. La disintermediazione digitale ha abbattuto filtri e barriere di ogni tipo tra tutti i dipendenti di un’azienda, dal CEO fino all’ultimo arrivato: una modernizzazione da ascrivere ai social network, ai webinar (seminari web) e ai dispositivi mobile.

Il lato negativo della disintermediazione digitale

La disintermediazione digitale ha anche qualche lato negativo: essere senza filtri o figure intermedie può essere problematico in certi contesti sociali. Politici, scienziati, giornalisti, istituzioni, per esempio, vengono giudicati in base ai contenuti postati sui social network direttamente dai cittadini, spesso con giudizi non proprio lusinghieri in grado di metterne in discussione l’autorevolezza e la credibilità. Il giudizio sociale spesso si trasforma in “gogna sociale” e la verità percepita diventa la “verità assoluta”, solo perché un certo contenuto viene condiviso da moltitudine di altri individui.

Nonostante qualche pericolo, la disintermediazione in tutte le sue forme rimane un’opportunità straordinaria e una risorsa fondamentale: dobbiamo semplicemente sfruttarla nel modo giusto e consapevolmente.

Una provazione: Martin Lutero e la disintermediazione

Guarda questo video della serie “cultura digitale“:

Le reazioni al pezzo sui social

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