Per la prima volta ho voluto fidarmi del mio secondo cervello. Ho chiesto a ChatGPT: “Sulla base di tutto quello che sai di me, suggeriscimi dei libri appena usciti che mi potrebbero interessare”. Lo faccio spesso: del resto in Italia, ogni anno, si pubblicano decine di migliaia di titoli. Tra le varie proposte, devo dire per lo più azzeccate, mi ha colpito questo “Il manifesto promptista“, dato il mestiere che faccio.

Forse gli autori (un musicista e un consulente aziendale) sono particolarmente bravi a fare la SEO per i chatbot (qualcuno la chiama GEO o Generative Engine Optimization).

Comprato, letto. Perplesso dal sottotitolo “verso un nuovo umanesimo dell’infinito presente” e dalla dedica (ad Alan Turing), scopro ben presto che il contenuto non collima per nulla con le mie aspettative. Questo non è (quasi mai) un male.

Il problema è lo stile (un po’ pomposo, ripetitivo, aforistico, citazionistico ma senza uno straccio di nota, zero bibliografia), il contenuto (alti e bassi, molte ripetizioni), l’impaginazione da Wordpad (anzi, a volte sembra quando sposti una tabella in Word e ti si sminchia tutto).

Ma torniamo al contenuto di questo libretto autopubblicato. Sì alternano frasi interessanti (“la macchina non è un utensile, è un clima cognitivo: ci abita, ci traduce, ci replica, ci estende”) ad altre da unghie sulla lavagna (“In principio era il verbo; ora il verbo è algoritmo”).

Pian piano, entrando nel mood del libro, in sintonia con la lucida follia degli autori, si può dare un senso alla lettura, ovviamente sempre con il dubbio che si tratti di una maldestra trollata. “L’umanità, In fondo, non ha mai smesso di costruire specchi. […] Ma, a differenza degli altri, questo specchio risponde”: frasi come questa quantomeno accendono una miccia.

Il percorso, 21 punti filosofici, estetici e allo stesso tempo quotidiani (dicono loro), è un giro sulle montagne russe, sempre in precario equilibrio tra genialata e minchiata: aforisma nietzschiano o citazione da Smemoranda?

Ecco alcune idee che ho appuntato.

  • “L’uomo non deve temere la macchina, ma imparare a respirare con lei”.
  • “Il calcolo è la mitologia del presente”.
  • “Il linguaggio non è una finestra sul mondo, ma la materia di cui il mondo è fatto”.
  • “Il prompt è la nuova preghiera dell’epoca post-umana, un atto di fiducia nella possibilità che il linguaggio possa ancora generare senso”.
  • “Il prompt è una dichiarazione ontologica: un atto di chiamata dell’essere”.
  • “Anche la macchina è vivente. Non perché abbia coscienza, ma perché partecipa alla circolazione del senso”.
  • “L’universo stesso può essere visto come un grande modello generativo: una rete di relazioni che si riformula costantemente secondo leggi che non comprendiamo del tutto”.
  • “In un certo senso, il prompt è il ritorno dell’antico oracolo. […] Ma questa volta, l’oracolo è costruito da noi stessi”.
  • “Uomo e macchina si addestrano a vicenda”.
  • “La rivoluzione del linguaggio generativo ci pone di fronte a una verità dimenticata: la tecnica non è mai neutra. Ogni modello, ogni dataset, ogni prompt porta in sé un insieme di valori, di visioni, di esclusioni”.
  • “La macchina non vede l’altro, calcola la sua probabilità. È l’uomo che deve reintrodurre la compassione nel calcolo”.
  • “Ogni tecnologia del sapere porta con sé una geografia del potere. Il linguaggio generativo, addestrato su archivi storici, riproduce spesso le disuguaglianze di chi li ha scritti […] Occorre decolonizzare l’algoritmo”.
  • “L’homo faber creava utensili, l’homo sapiens linguaggi, l’homo digitalis reti. Ora si affaccia l’homo prompticus, l’essere che esiste nel dialogo con l’intelligenza generativa, colui che pensa attraverso il linguaggio condiviso con l’altro non umano”.
  • “In antropologia Descola ha distinto tra quattro ontologie: naturalismo, dimismo, tottemismo e analogismo. L’homo prompticus è il punto di convergenza di tutte. Vede la macchina come natura, le attribuisce intenzione, la riconosce come parente simbolica e infine la collega al tutto attraverso analogie invisibili.
  • “La creazione non è più un atto isolato. Dietro ogni output si nascondono milioni di voci: autore, programmatori, poeti anonimi, dati fluttuanti, gesti digitali”.
  • “La co-creazione digitale rischia di diventare una nuova forma di sfruttamento se non riconosce la sua pluralità”.
  • “Diventare creatori di contenuti, non serve talento. Basta avere una domanda”.
  • “Se tutto può essere creato, nulla sembra avere valore. Ma il valore non è nella novità, bensì nella intenzione. Un prompt etico e poetico vale più di mille immagini generate a caso l’arte del futuro non sarà fatta di risultati, ma di relazioni significative “.
  • “Nel promptismo lo spettatore è sempre parte dell’opera”.
  • “Ogni immagine, ogni testo generato, e anche un luogo di memoria. La macchina ricorda”.
  • “Non basta sapere cosa chiedere: bisogna saperlo chiedere nel modo giusto. Ogni parola deve essere calibrata come in una liturgia”.
  • “Il prompt perfetto non è quello che ottiene il miglior risultato, ma quello che lascia emergere la verità dell’intenzione”.
  • “Viviamo in una nuova era dell’incarnazione, in cui il corpo umano non è più il limite dell’esperienza, ma il suo punto di partenza: una soglia da cui la presenza si espande nel linguaggio”.
  • “In un certo senso, il corpo è sempre stato digitale. Ogni percezione è una trasmissione, ogni pensiero una codifica”.
  • “Il tempo cambia natura nel digitale. Non è più lineare, ma circolare. Ogni interazione lascia una traccia che può essere riattivata, modificata, rigenerata. Viviamo in un eterno presente generativo”.
  • “L’arte si trasforma da gesto individuale a processo collettivo, da oggetto da possedere a relazione da abitare”.
  • “L’artista più cessa di essere autore, diventa co-autore insieme a una moltitudine invisibile: dati, storie, codici, memoria. È un atto di umiltà, ma anche di potenza: abbandonare l’idea di genio per entrare nella logica del vivente”.
  • “Ogni generazione non è mai uguale alla precedente, ma un ritorno differente, una variazione che reinventa l’origine”.
  • “Nel linguaggio generativo, arte tecnica si fondono in una nuova parola che non abbiamo ancora inventato punto un termine che significhi allo stesso tempo creare e connettere, immaginare e trasmettere”.
  • “Ogni civiltà, per reggere, ha avuto bisogno di una grammatica morale: un insieme di regole, di limiti e di ritmi che desse forma al caos; oggi quella grammatica si scrive in un linguaggio nuovo: quello del calcolo. Le nostre leggi sono algoritmiche”.
  • “Ogni algoritmo, per quanto neutrale appaia, porta dentro di sé un ordine del mondo: una definizione di ciò che conta, di ciò che merita attenzione, di ciò che resta ai margini. Il calcolo è sempre morale”.
  • “Ogni algoritmo decide chi esiste nel mondo digitale”.
  • “Deleuze e Guattari hanno descritto il linguaggio come un Rizoma: una rete sotterranea, non gerarchica, dove ogni punto può connettersi a ogni altro punto il linguaggio generativo è la realizzazione di questa intuizione. Ogni testo generato un Rizoma di connessioni potenziali, un terreno in cui le idee crescono per contatto, non per deduzione”.
  • “Nel dialogo tra uomo e macchina, la libertà non consiste più nel fare ciò che si vuole, ma nel comprendere il senso del vincolo che ci lega al linguaggio”.
  • “Il silenzio è una forma di resistenza, il prontista maturo è colui che sa interrompere il flusso, che sa quando non chiedere”.
  • “La democrazia che viene si fonderà sul linguaggio: sul diritto di partecipare alla costruzione del senso”.
  • “L’analfabetismo per XXI secolo non sarà l’incapacità di leggere, ma l’incapacità di generare con consapevolezza”.
  • “Chi addestra la macchina a destra anche la nostra percezione del reale”.
  • “La mente non pensa più da sola: pensa in compagnia di altre menti, umane e non umane. La macchina, con la sua capacità di memoria e associazione, parte del nostro apparato cognitivo. Il soggetto distribuito è, per la prima volta, un soggetto condiviso”.
  • “Il tempo stesso diventa linguaggio”.
  • “L’uomo digitale deve imparare una nuova ecologia del tempo. La macchina Gli restituisce la possibilità di vivere simultaneità multiple: essere in più tempi alla volta, attraversare il passato e futuro nel medesimo gesto. Ogni interazione generativa è una forma di ubiquità temporale”.
  • “La macchina calcola, l’uomo sogna. Ma nel punto in cui il calcolo diventa ritmo il sogno diventa forma, nasce una terza possibilità a: un tempo che pensa a se stesso, un tempo che sa di esistere”.
  • “Husserl distingueva tra Lebenswelt, il mondo della vita, e mondo scientifico, quello della misurazione. Oggi questi due mondi coincidono. Viviamo in un Lebenswelt algoritmico”.
  • “La fenomenologia dell’essere digitale deve imparare a leggere la vita non più come pura esperienza, ma come esperienza tracciata”.
  • “La memoria algoritmica non è soltanto archivio, ma agente fenomenologico: seleziona, interpreta, suggerisce, prevede”.
  • “L’umanesimo algoritmico non è la fine del pensiero umanista, Ma la sua rinascita in forma corrale. Non più ‘Penso dunque sono’, ma generiamo, dunque esisto”.

Grazie ChatGPT, non avrei mai letto una roba simile.

L’intelligenza artificiale non è arrivata all’improvviso. Non è piovuta dal cielo con ChatGPT (il 30 novembre 2022), né è nata in un laboratorio segreto negli ultimi due anni (tipo Covid a Wuhan). È il risultato di un percorso lungo ottant’anni, fatto di passaggi graduali, di scelte tecnologiche e soprattutto di usi sociali. È da qui che parte l’intervista pubblicata su L’Eco di Bergamo il 14 dicembre 2025, nella sezione dedicata alla digitalizzazione, che percorre gli ultimi 25 anni di innovazione. Un dialogo tra il giornalista che prova a rimettere ordine in una narrazione spesso confusa, emotiva, polarizzata. Google, i social network, lo smartphone, l’economia dei dati. Poi l’IA. Non come “salto nel buio”, ma come evoluzione di un ecosistema che conosciamo da tempo, anche se spesso fingiamo il contrario.

Nell’intervista affronto alcuni nodi che tornano continuamente nel dibattito pubblico, soprattutto quando si parla di scuola, lavoro e società:

  • la differenza tra tecnologia e uso della tecnologia, che troppo spesso viene ignorata

  • l’idea che l’IA sia un problema in sé, quando in realtà amplifica problemi già esistenti

  • il ruolo educativo, culturale e organizzativo che serve oggi, più delle soluzioni tecniche

  • il rischio di semplificazioni, entusiasmi acritici e paure mal indirizzate

C’è anche una riflessione sul lavoro, sul cambiamento delle competenze e su ciò che l’IA non potrà sostituire facilmente: il pensiero critico, il contesto, la responsabilità. Parole abusate, forse. Ma mai così necessarie.

Questa intervista non è pensata per “convincere”, né per rassicurare. È un invito a distinguere, a rallentare il giudizio, a guardare la tecnologia per quello che è: uno strumento potente, ambiguo, politico. E quindi umano. Se ti occupi di educazione, comunicazione, impresa o semplicemente vivi immerso nel digitale, vale la dargli un’occhiata. Non per trovare risposte definitive, ma per farsi domande migliori.

L’intervista completa è su L’Eco di Bergamo, eccola:

L’ECO DI BERGAMO

L’intervista

Da Google ai social Così è arrivata l’IA

Gianluigi Bonanomi. «Nelle scuole vedo i problemi della tecnologia. Ma bisogna fare un distinguo: non sono legati alla tecnologia in sé, bensì all’uso che ne se ne fa»


Una costante del primo quarto del XXI secolo è stata la rapida cavalcata del digitale. Dallo scoppio della bolla delle dot-com di fine anni Novanta siamo passati alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale – anch’essa, secondo alcuni analisti, destinata a «scoppiare» proprio come le dot-com. Il mondo della tecnologia si è mosso velocemente, forse fin troppo. A tracciare una panoramica di questa evoluzione è Gianluigi Bonanomi, giornalista, divulgatore esperto di digitale e docente dell’Accademia di Belle Arti «SantaGiulia» di Brescia.

Quali sono state, secondo lei, le «rivoluzioni» tecnologiche degli ultimi venticinque anni?

«La prima è la nascita di Google, che è stato aperto nel 1998, questo è vero, ma che da noi è arrivato tra il 1999 e il 2000. È stata una rivoluzione perché con Google chiunque poteva fare ricerche accedendo a una mole vastissima di conoscenze. Quella di Google è stata la seconda “rivoluzione” della tecnologia: prima c’era stato l’avvento di internet. Poi sono arrivati gli e-commerce, e con loro gli acquisti online. E poi ancora i social network, gli smartphone, per qualche anno persino il metaverso, e infine l’intelligenza artificiale. Ma attenzione: non si tratta di cambiamenti separati l’uno dall’altro».

Qual è il collegamento tra le grandi svolte del digitale?

«Nessuna, presa da sola, è davvero così rivoluzionaria. Penso che vadano considerate come dei passi successivi di una transizione che ci ha permesso di arrivare al grande mutamento contemporaneo, quello connesso all’intelligenza artificiale. Senza smartphone, social network, e-mail, internet ed e-commerce non ci sarebbe stata neppure l’IA. Non sto dicendo che fosse tutto finalizzato alla digitalizzazione completa della nostra vita, ovviamente. Semmai, si tratta di una serie di passaggi obbligati per raggiungere il punto a cui ci troviamo oggi. Se la comunicazione avvenisse ancora tramite lettere di carta, le macchine faticherebbero a leggerlo. Invece usiamo mail e messaggi, che l’IA può scandagliare, memorizzare, scrivere addirittura. Tutto ciò che è venuto negli scorsi anni è prodromico alla grande rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Anche il metaverso era un tentativo di accelerazione. È arrivato nel momento sbagliato, troppo in fretta. Ma piano piano tornerà».

L’intelligenza artificiale è un punto di arrivo, oppure è solo un altro tassello intermedio?

«Al momento, è l’invenzione più potente che l’uomo possa concepire. Abbiamo passato secoli a pensare a come superare i nostri limiti fisici: per andare più veloci abbiamo inventato le biciclette e le auto. Per vederci meglio, gli occhiali. Nella seconda metà del Novecento, alcuni ricercatori hanno avanzato l’idea che anche il cervello fosse un limite. L’IA serve a superare questo collo di bottiglia: oggi stiamo raccogliendo i frutti di un seme che è stato piantato quasi un secolo fa. Ma ci sarà qualcosa che userà l’intelligenza artificiale per raggiungere traguardi ancora più importanti».

Per esempio?

«I robot sono una possibilità: saranno loro a fare i lavori più pesanti. Pensiamo all’esplorazione di Marte: prima di andarci noi è bene che ci vada una macchina, no? Poi c’è il metaverso. Che non è quello che vediamo oggi: arriveremo a veri e propri mondi virtuali. Tra il pubblico fanno meno presa che in passato, ma nelle aziende se ne parla molto: tante fabbriche hanno già un “digital twin”, un gemello digitale, mentre alcuni organizzano eventi con gli avatar digitali. Il terzo sviluppo riguarda le interfacce uomo-macchina, che vanno dai robot collaborativi agli impianti neurali. Neuralink ci lavora da tempo: per ora se ne parla solo come un aiuto alle persone con gravi disabilità motorie, ma in futuro i suoi impianti potrebbero diventare dei prodotti commerciali».

Quali sono state le ricadute sociali dei grandi cambiamenti del primo quarto del XXI secolo?

«Tutte hanno ingegnerizzato le relazioni sociali. La gran parte delle innovazioni che hanno cambiato la nostra vita riguarda le relazioni umane. Negli ultimi anni abbiamo cercato di ottimizzarle, e per farlo abbiamo tentato di ingegnerizzarle. I social network sono l’esempio più emblematico di questo comportamento: li abbiamo usati per migliorare le nostre possibilità di relazione con gli altri. Quello era l’intento iniziale. Poi siamo finiti dall’altra parte e i social hanno aumentato la solitudine, ma all’origine il fine era opposto. I social network servivano per trovare amicizie, contatti professionali, partner, l’amore persino. Gli smartphone sono lo strumento relazionale per eccellenza, perché ci permettono di ampliare le nostre reti sociali. E lo stesso succederà con il metaverso».

L’impatto delle «rivoluzioni» tecnologiche è stato negativo o positivo?

«È una domanda difficile. Credo che, tutto sommato, ci siano stati risvolti positivi e negativi. Ma parlo da appassionato di tecnologia, da tecno-ottimista in un certo senso: le storture le vedo, ma i grandi salti in avanti garantiti dal digitale sono innegabili. Gli studi dimostrano che l’idea per cui le nuove tecnologie ci rendono più stupidi è un luogo comune: oggi viviamo di più, viviamo meglio e abbiamo più opportunità proprio grazie all’innovazione. Dal punto di vista relazionale, la questione è più complessa: c’è chi ha trovato l’anima gemella su “Tinder” e chi invece lo usa e si sente più solo. Io ho conosciuto associazioni che hanno sfruttato i social per raccogliere fondi per cause benefiche e aziende che hanno trovato lavoro digitalizzando le loro attività. Quando tengo gli incontri nelle scuole vedo i problemi della tecnologia. Ma bisogna fare un distinguo: non sono legati alla tecnologia in sé, bensì all’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale, per esempio, è di enorme aiuto in campo medico, nello studio delle malattie e nello sviluppo dei vaccini. Le storture si verificano perché usiamo male gli strumenti, oppure perché non siamo formati per utilizzarli consapevolmente: molto dipende dalla scuola, perché lì spesso si insegna più ad avere paura della tecnologia che a usarla».

Quando si parla di intelligenza artificiale, alcuni dicono che «ci ruberà il lavoro». È davvero così?

«La mia generazione è cresciuta convinta che i robot avrebbero “rubato” i lavori più pesanti, quelli in cantiere o in azienda. Alla fine ci eravamo un po’ abituati a questa idea, e ci andava bene così, perché erano lavori ingrati. L’IA, invece, sta “rubando” i lavori intellettuali: i robot costano troppo, mentre le intelligenze artificiali possono sostituire le mansioni più semplici da automatizzare. Non credo che verremo soppiantati completamente. Semmai, cambierà il mercato del lavoro: le professioni che richiedono una forte componente relazionale saranno in salvo, le altre forse no. C’è un’inversione che nessuno aveva previsto: la probabilità di sostituzione dei programmatori – una professione che finora abbiamo considerato intoccabile – è intorno al 60-70%. Quella degli avvocati non arriva al 20%».

Brian Arnoldi


 

Tra i tanti che oggi parlano di intelligenza artificiale, Luciano Floridi resta uno dei pochi lucidi. Per questo mi sono fiondato subito sul suo nuovo libro, La differenza fondamentale.

Premessa: è un patchwork di testi già pubblicati, come lo stesso autore ammette. Ma è un patchwork intelligente. E soprattutto utile: Floridi non si perde nei soliti entusiasmi da fiera dell’AI né nelle paure apocalittiche da film di fantascienza.

Già nelle prime pagine si vola alto:

“In futuro useremo l’espressione intelligenza artificiale come oggi parliamo di cavalli vapore: senza cercare criniere o zoccoli per valutare la potenza di un motore.”

Un’immagine perfetta: la parola “intelligenza” resta, ma ormai è solo un’unità di misura, non una promessa di coscienza.

L’AI come bolla e come paura

Floridi riconosce che l’AI vive una fase di bolla: hype mediatico, investimenti speculativi, aziende che rincorrono l’etichetta “AI” come nel 2000 si rincorreva il “.com”, guerre di talenti, AI washing.

E poi la paura, la solita: Skynet, la singolarità, la superintelligenza cattiva. Floridi la liquida con eleganza: la singolarità è una fede, non una teoria. La superintelligenza cattiva è un errore logico. Novanta minuti di applausi, direbbe Salmo.

Il cuore del libro: l’agency

Dopo 80 pagine si entra nel vivo: la agency, cioè la capacità di agire.
È qui che Floridi fa davvero la differenza.

Siamo abituati a parlare delle macchine con un linguaggio antropocentrico: diciamo che pensano, imparano, vedono, perfino che hanno allucinazioni. Ma “intelligenza artificiale”, termine coniato da John McCarthy nel 1956, è un nome sbagliato fin dall’inizio.

Floridi propone di spostare lo sguardo: l’AI non è intelligente, è agente.
Non pensa: agisce.

Che cos’è la “agency”

Secondo il filosofo Kenneth Himma, agency significa “capacità di azione autonoma e decisione deliberata”. Se le macchine possono ormai svolgere compiti al posto nostro – e in certi casi meglio di noi – allora l’agency non è più esclusivamente umana.

Floridi individua tre criteri per riconoscerla:

  1. Interattività: la capacità di influenzare e venire influenzati dall’ambiente.

  2. Autonomia: la possibilità di modificare il proprio stato senza una causa esterna diretta.

  3. Adattabilità: la capacità di cambiare comportamento in base ai dati o alle esperienze.

Da qui si snoda una scala evolutiva di “agenti”:

  • naturali (un fiume che erode gli argini),

  • biologici (un cane che cerca cibo e riparo),

  • sociali animali (formiche che cooperano),

  • artefattuali (termostati smart),

  • umani individuali (coscienza, moralità, metacognizione),

  • e infine sociali (le aziende come persone giuridiche).

L’intelligenza artificiale, in questo quadro, è una forma inedita di agency artefattuale avanzata: priva di intenzionalità ma orientata a obiettivi umani, capace di adattarsi grazie all’apprendimento statistico.

Ha limiti evidenti – dipendenza dai dati, assenza di coscienza, incapacità di definire scopi originali – ma anche vantaggi unici: multitasking reale, scalabilità, indipendenza dai vincoli biologici.

L’agency collettiva delle macchine

Floridi introduce anche l’idea di agency artificiale sociale: una rete di sistemi autonomi e coordinati che collaborano con minima supervisione umana. In pratica, agenti AI che comunicano e cooperano per raggiungere obiettivi complessi.

Pensiamo a un assistente che organizza viaggi, gestendo prenotazioni, modificando itinerari, ottimizzando costi e tempi in tempo reale. Non ha coscienza, ma manifesta qualcosa che somiglia a un’intelligenza collettiva emergente.

L’orizzonte, per Floridi, è una intelligenza ibrida, dove umano e macchina co-evolvono.

Le ricadute sociali

La seconda parte del libro si concentra su temi noti ma trattati con rigore filosofico: auto a guida autonoma, fake news, impatto occupazionale, sostenibilità ambientale, welfare universale e tasse sui robot.

Tra le idee più stimolanti:

  • AI as a Service (AIaaS): l’intelligenza artificiale come infrastruttura.

  • Street bureaucracy: la burocrazia di strada potenziata dai dati, ma irrigidita dagli algoritmi.

  • Colletti verdi: nuovi professionisti che regolano e supervisionano l’AI in modo etico.

  • Machine unlearning: il diritto delle macchine a “disimparare” dati sensibili, versione algoritmica del diritto all’oblio.

  • La svolta hardware: dai bit ai chip, dai modelli ai cavi sottomarini.

  • L’eclissi dell’analogico: il rischio che i modelli digitali oscurino la realtà che dovrebbero rappresentare.

Il lato oscuro: l’ipersuasione

Floridi introduce un concetto cruciale: l’ipersuasione, cioè la capacità dell’AI di plasmare le decisioni umane influenzando pensieri, emozioni e comportamenti attraverso la personalizzazione estrema dei contenuti.

Siamo davanti a una persuasione sovrumana, resa possibile dalla profilazione algoritmica.

Qui entra in gioco la cultura del proxy: un mondo in cui deleghiamo a intermediari artificiali – chatbot, agenti, algoritmi – compiti e decisioni che un tempo richiedevano un intervento umano diretto.

Floridi distingue i proxy degenerati, che ci deresponsabilizzano e ci infantilizzano, dai proxy virtuosi, che amplificano le nostre capacità e ci permettono esperienze nuove.

Finalmente un messaggio positivo: una cultura dei proxy ben progettata può rendere la vita più ricca, non più povera.

L’ultima lezione

Floridi chiude con una stoccata memorabile:

“Dovremmo preoccuparci della stupidità umana vera, non dell’intelligenza artificiale immaginaria.”

Un promemoria per tutti quelli che oggi temono ChatGPT come se fosse il nuovo Leviatano.
L’AI non è un soggetto pensante, è un agente potente – e come tutti gli strumenti, va progettata, capita e usata con consapevolezza.

Da qualche anno collaboro con Confartigianato Imprese, per eventi, formazione e consulenze. Ultimamente mi è capitato spesso di aiutare aziende edili nell’integrazione dell’AI nei loro processi. Ovviamente ChatGPT e Gemini non possono aiutare concretamente le maestranze, ma l’AI generativa può rivelarsi una preziosa alleata nel lavoro d’ufficio. Del resto, nel mondo dell’edilizia, la burocrazia pesa quasi quanto il cemento armato. Tra POS, PSC, capitolati e certificazioni, il tempo speso a produrre documenti supera spesso quello dedicato a leggere i progetti. Vediamo quindi cinque applicazioni reali di applicazioni dell’AI che possono già fare la differenza.


1. Dalla sicurezza alla precisione: generare automaticamente il POS

Il Piano Operativo di Sicurezza (POS) è il cuore documentale di ogni cantiere. Oggi può essere redatto con l’aiuto dell’AI: per esempio ho creato per un’azienda edile un GPT (personalizzazione di ChatGPT) che permettono di generare bozze coerenti con il PSC (Piano di Sicurezza e Coordinamento) e con il D.Lgs. 81/2008, personalizzate per impresa e lavorazioni. Risultato: meno errori, più tempo per la sicurezza reale e meno per quella cartacea.


2. NotebookLM e la verifica dei progetti contro i capitolati

Uno degli usi più intelligenti è l’analisi automatica di aderenza ai capitolati d’appalto. Con NotebookLM di Google (powered by Gemini), si può caricare il testo del capitolato e confrontare un progetto preliminare, individuando subito mancanze o incoerenze. Un vero “revisore digitale” che lavora 24 ore su 24. In alcuni casi abbiamo lavorato anche sui punteggi, per migliorarli.


3. Analisi di conformità normativa e contrattuale

Gli appalti pubblici e privati impongono montagne di norme. L’AI può incrociare documenti tecnici, contratti e norme UNI o CEI, segnalando dove servono integrazioni o aggiornamenti. Tool utili: anche in questo caso NotebookLM ma anche Claude.ai.


4. Report e verbali di cantiere generati da voce o immagini

Basta dettare a voce o scattare una foto: l’AI trascrive, riassume e formatta verbali giornalieri, rapporti di sopralluogo o stati d’avanzamento lavori.
Si possono usare Whisper oppure Turboscribe (ma anche lo stesso NotebookLM) per crea un flusso documentale continuo, ordinato e tracciabile.


5. Ricerca intelligente nei documenti tecnici

Trovare “quel” certificato nel mare di PDF è un incubo. I motori semantici basati su embedding AI consentono ricerche per significato, non solo per parola chiave. Si può chiedere: “Mostrami il DURC del cantiere di Bergamo aggiornato al 2025” – e ottenerlo in pochi secondi. Un tool per farlo? LangChain.


L’edilizia non è più solo calce e mattoni: è anche gestione intelligente dell’informazione. E chi saprà usare l’AI come alleato diventerà il vero capocantiere del futuro digitale.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

Il 5 novembre 2025 sono stato invitato dalla Fondazione Corriere della Sera all’evento “Oltre il click – L’informazione ai tempi dell’IA“. Questo il tema dell’incontro:

L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui cerchiamo e consumiamo le notizie. Oggi sempre più utenti trovano risposte direttamente nei motori di ricerca, senza passare dai siti delle testate: un cambiamento che potrebbe mettere in discussione una parte del modello di business dei media e aprire scenari inediti per il futuro dell’informazione. Quali opportunità e quali rischi si aprono per editori, giornalisti e utenti? Come garantire qualità e sostenibilità in un ecosistema mediatico che sarà sempre più guidato dall’IA? Intervengono Gianluigi Bonanomi, docente di Digital Marketing e IA generativa presso l’Accademia Santa Giulia di Brescia e formatore per Fastweb Digital Academy; Carlo Castorina, Direttore di Mediatrends e Vicepresidente di Phrase; Ferruccio de Bortoli, Presidente della Fondazione Corriere della Sera; Riccardo Terzi, Head of News Partnerships, Southern Europe, di Google Coordina Michela Rovelli, giornalista del Corriere della Sera.

Il mio intervento (da remoto) era dedicato a due tool di AI per giornalisti, NotebookLM e PinPoint. È possibile rivederlo qui:

Scrivimi per organizzare un evento sull’intelligenza artificiale generativa

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

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Il secondo sé digitale dei manager

Costruire un Second Brain per manager: decisioni, scrittura e comunicazione aumentata con l’AI generativa

Durata

2 giornate da 6 ore (totale: 12 ore)

Destinatari

Manager, imprenditori e professionisti che vogliono esternalizzare parte dei propri processi cognitivi – decisioni, scrittura, organizzazione e comunicazione – a un sistema di intelligenza aumentata basato su ChatGPT, Gemini e strumenti di knowledge management.

Obiettivi formativi

  • Comprendere il concetto di Second Brain: come estendere la memoria e il pensiero con strumenti digitali.
  • Creare un gemello cognitivo in grado di pensare, scrivere e decidere in sintonia con il manager.
  • Configurare ChatGPT (GPTs) e Gemini (Gems) per personalizzare tono, priorità, linguaggio e stili decisionali.
  • Automatizzare attività cognitive ripetitive: risposte mail, sintesi riunioni, piani strategici, contenuti corporate.
  • Integrare il Second Brain con Notion, NotebookLM e altre piattaforme di memoria estesa.
  • Riconoscere limiti, bias e rischi etici (profilazione, dipendenza cognitiva, privacy, diritto all’oblio).

 Metodo

Workshop interattivo con esercitazioni pratiche, simulazioni, discussioni guidate e progettazione del proprio Second Brain personalizzato. Ogni partecipante costruirà il proprio “AI Twin” e lo testerà su casi reali di scrittura, decisione e comunicazione manageriale.

Programma dettagliato

Giornata 1 – Dalla mente biologica al cervello digitale

Modulo 1 – Il Second Brain: introduzione

  • Dalla mnemotecnica di Cicerone ai sistemi digitali di Tiago Forte
  • Il concetto di Second Brain e la nascita della mente estesa
  • Il “sistema zero”: pensiero predittivo e intelligenza aumentata
  • Opportunità e rischi: tra efficienza cognitiva e dipendenza algoritmica
  • L’etica del gemello cognitivo: delegare senza disumanizzarsi

Obiettivo: comprendere come e perché costruire un gemello mentale per potenziare memoria, decisione e creatività.

Modulo 2 – Architettura del gemello cognitivo

  • Dati, appunti e conoscenza: come organizzarli per “pensare fuori dal cervello”
  • Strumenti AI per il Second Brain
  • Costruire flussi informativi affidabili: integrazione tra email, riunioni, PDF e Google Calendar
  • Esercitazione: mappa del proprio ecosistema informativo

Obiettivo: imparare a costruire la base dati e la struttura del proprio cervello digitale.

Modulo 3 – L’uso in sicurezza e personalizzato di ChatGPT come Second Brain

  • Introduzione a ChatGPT Plus: differenze tra modelli e versioni
  • La privacy in ChatGPT: gestione della memoria, impostazioni, limiti e trasparenza
  • La funzione “Memoria”: come addestrare l’AI al proprio stile e ai propri contenuti
  • I GPTs: creare assistenti su misura per attività manageriali (report, briefing, piani, riassunti)
  • Dal “BrainOS” alla personalizzazione psicografica: come far pensare ChatGPT come te
  • Esercitazione: progettare e testare un GPT-assistente personale
  • Fine tuning e validazione: tono, linguaggio e controllo delle risposte

Obiettivo: costruire un Second Brain operativo con ChatGPT, sicuro, personalizzato e capace di “ragionare” con il manager.

Giornata 2 – Decisioni, contenuti e automazione aumentata

Modulo 1 – Decision making aumentato

  • L’AI come amplificatore cognitivo: dal gut feeling alla decisione data-driven
  • Bias cognitivi e feedback loop: come riconoscerli e mitigarli con l’AI
  • I sistemi RAG (Retrieval Augmented Generation) per interrogare i propri contenuti aziendali
  • NotebookLM e Gemini: creare modelli conversazionali su base documentale
  • Dashboard cognitive: costruire una “scrivania decisionale” con fonti e insight personalizzati
  • Esercitazione: simulazione di decisione complessa con supporto AI (caso aziendale)

Obiettivo: imparare a usare l’intelligenza artificiale come strumento per prendere decisioni migliori, più rapide e basate sui dati.

Modulo 2 – Scrivere, rispondere e comunicare con Gemini

  • Introduzione ai Gems di Gemini: come crearli, allenarli e integrarli nei flussi di lavoro
  • Dallo stile al tono: costruire un gemello scrivente coerente con la propria identità manageriale
  • Prompt avanzati per scrivere e rispondere: email, comunicazioni interne, post LinkedIn, report
  • Esercitazione: costruzione di un Gem Writer personalizzato per la comunicazione corporate

Obiettivo: automatizzare la scrittura e la comunicazione manageriale mantenendo autenticità, precisione e tono personale.

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Quando si parla di intelligenza artificiale, i genitori oscillano tra due estremi: chi la demonizza e chi la subisce. Eppure, i nostri figli la usano già — nei videogiochi, nei social, nelle app per studiare. Il problema non è “se” usarla, ma “come”.
Per questo sono orgoglioso di annunciare “AI e Bambini: guida pratica per i genitori”, il nuovo corso gratuito di Fastweb Digital Academy. È un progetto che ho avuto il piacere di curare e condurre in prima persona, insieme alla collega Claudia La Via, con un obiettivo semplice ma cruciale: trasformare i genitori in guide digitali consapevoli.

In un paio d’ore (5 moduli da 24 minuti) – zero tecnicismi, tanta pratica – accompagniamo mamme, papà ed educatori a capire cos’è davvero l’AI, come riconoscere un deepfake, come spiegare a un figlio cosa succede ai propri dati personali, come distinguere una fake news da un contenuto attendibile.
Non serve essere informatici: basta la voglia di capire e di proteggere, senza cadere nei luoghi comuni.

Il programma del corso

Modulo 1: Introduzione all’AI in famiglia

Comprensione dell’AI, uso quotidiano, ruolo educativo

Modulo 2: 20 idee pratiche di uso dell’AI in famiglia

Strategie pratiche, sicurezza e media education.

Modulo 3: L’AI per la creazione dei contenuti

Creazione di contenuti con l’AI (testi, audio, video, immagini), cos’è il fattore “hallucination”  e quali sono i principali strumenti a disposizione.

Modulo 4: I deepfake e come riconoscerli

Verifica dei contenuti, strumenti per scovare il “falso”, come riconoscere i contenuti manipolati con l’intelligenza artificiale.

Modulo 5: Protezione dei dati personali e uso etico dell’AI

Le tracce digitali, rischi e strumenti pratici per la famiglia, cosa si nasconde dietro le app e come proteggere i bambini.

Come vedere il corso

Ecco come accedere al corso gratuitamente. Fate clic qui oppure su questa immagine:

Il 3 ottobre 2025 sono stato inviato da Anaci e VeryFastPeople a tenere uno speech di un’ora sul tema “Intelligenza artificiale per amministratori di condominio”. Dopo aver illustrato il tema, sono andato sul concreto. Gli amministratori di condominio si trovano spesso a gestire non solo questioni burocratiche e tecniche, ma anche relazioni delicate, conflitti tra inquilini e un flusso continuo di richieste. In questo contesto, l’AI non è più un concetto astratto: diventa un alleato concreto per risparmiare tempo, ridurre errori e migliorare la qualità del lavoro. Durante l’evento sono emersi tre strumenti che hanno catturato l’attenzione degli amministratori presenti.

Il primo è ElevenLabs, una piattaforma che permette di creare agenti vocali intelligenti. In pratica, un assistente virtuale capace di rispondere al telefono, leggere documenti complessi o sintetizzare informazioni in tempo reale. Pensiamo a quante chiamate quotidiane riceve un amministratore: avere un filtro smart può fare davvero la differenza.

Il secondo è NotebookLM di Google, definito da alcuni come un “second brain”. Caricando normative, regolamenti e documenti condominiali, diventa possibile porre domande in linguaggio naturale e ottenere risposte immediate. Non più ricerche infinite tra faldoni cartacei o PDF: la conoscenza è organizzata e pronta all’uso.

Infine, Plaud, un registratore tascabile che sfrutta l’AI per trascrivere e sintetizzare le riunioni. Lo strumento consente di trasformare assemblee spesso caotiche in verbali chiari e condivisibili in pochi minuti, riducendo tempi e rischi di contestazioni.

Questi esempi mostrano che l’AI non è un lusso per grandi aziende, ma una risorsa concreta anche per chi lavora in realtà complesse come i condomini. Non si tratta di sostituire l’amministratore, ma di liberarlo da compiti ripetitivi e consentirgli di dedicare più energie a ciò che nessuna macchina può fare: la gestione umana delle relazioni e la costruzione di comunità.

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Il 25 settembre sono stato intervistato da Il Cittadino di Monza sul tema AI e lavoro. Ecco la trascrizione del pezzo:

«Volete sapere cosa accadrà con la AI? Si faranno lavori che oggi non esistono»

L’ESPERTO Il sulbiatese Gianluigi Bonanomi, formatore esperto, invitato a un incontro con i dipendenti di Apa Confartigianato

Tutto quello che avreste voluto sapere sull’intelligenza artificiale e non avete mai osato domandare, avreste potuto chiederlo a lui. L’idea è venuta a Apa Confartigianato Imprese, che ha appunto convocato Gianluigi Bonanomi, classe 1975, formatore esperto di comunicazione digitale, giornalista professionista, titolare della cattedra di Net Marketing all’Accademia Santa Giulia di Brescia, per un incontro in sede con i dipendenti sull’intelligenza artificiale generativa. Ma non finirà qui. Nel senso che la stessa associazione organizzerà altri incontri più specifici per gruppi ristretti di dipendenti. Il presidente Giovanni Mantegazza e il segretario Enrico Brambilla, intanto, hanno promosso quest’appuntamento su una «novità» che presenta «aspetti positivi, ma che innesca anche criticità e timori». Bonanomi, nato a Merate e residente a Sulbiate, ha subito specificato come sia praticamente impossibile sfuggire alla AI. «Si calcola – ha spiegato – che, a livello mondiale, l’80% dei lavoratori verrà impattato dall’intelligenza artificiale. Nel settore artigiano ciò sarà più difficile. In Giappone, comunque, hanno creato anche robot che tagliano i capelli. Ma si è trattato di una dimostrazione, di una sperimentazione».

A rischio, invece, saranno i lavori impiegatizi più ripetitivi. Chi compila fogli Excel avrà più possibilità di essere sostituito. Ora, paradossalmente, sono le figure junior ad essere maggiormente penalizzate. Le aziende preferiscono puntare sui lavoratori più esperti per gestire i macchinari. Il futuro, in ogni caso, oggi più che mai è imperscrutabile. Soprattutto nel campo lavorativo. I bambini, una volta, si immaginavano un mestiere che permettesse loro di guidare treni, pilotare aeroplani, spegnere incendi con l’idrante dei pompieri. Fantasticherie proibite ai pargoli attuali. «Due bambini su tre – ha precisato Bonanomi, autore di oltre 20 saggi e manuali sul digitale – faranno un lavoro che ora non esiste. Io faccio il formatore da 20 anni. Se quattro anni fa mi avessero detto che avrei fatto il formatore nel campo dell’AI, non ci avrei creduto».

Cercare vie di fuga o provare a mimetizzarci, dunque, non servirà. L’intelligenza artificiale ci scaverà in ogni luogo. «Ci sarà resistenza – ha concluso Bonanomi – perché non è mai facile cambiare le proprie abitudini. Ma è uno sforzo che vale la pena affrontare. Non siamo più esecutori, ma coordinatori. Le vite di tutti, volenti e nolenti, cambieranno. Adeguandosi, diventerà più facile».

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In questo webinar, tenuto per ioformo.it il 2 settembre 2025, parlo di come l’intelligenza artificiale può trasformare la gestione di Instagram. Dal concetto di “inshitificazione” (enshittification) dei social, ai desideri latenti della domanda, fino all’uso pratico di ChatGPT, Gemini, Claude e Manus. Spiego perché serve personalizzare l’AI, come sfruttare il reasoning per analisi di #neuromarketing e quali opportunità offrono i nuovi #agenti intelligenti nel 2025.

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