L’agilità delle startup: intervista a Matteo Sola

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Questa mia intervista a Matteo Sola di Kopernicana è stata pubblicata su Startup News il 23 febbraio 2021.

Le grandi corporate vogliono imparare dalle startup come essere più “agili”: più capaci di captare ogni genere di stimolo con i propri sensori, ora sempre più attivi sia verso l’esterno che verso l’interno.

Matteo Sola è HR, formatore ed esperto di digital HR transformation. Nella sua carriera, si è occupato soprattutto di formazione aziendale come strumento di cambiamento in contesti di digital transformation, specializzandosi nell’applicazione degli approcci digitali alle risorse umane, in particolare employee experience e agile management. In Talent Garden, la più grande piattaforma europea di spazi di coworking per talenti digitali, tra il 2016 e il 2019 ha ricoperto diversi ruoli occupandosi di formazione per le corporate, Talent Acquisition, Learning & Development ed HR business partnership per l’Italia e l’Irlanda. È stato “People Learning & Development Lead” per Musement, principale digital player del mondo delle destination experiences e parte del gruppo TUI, occupandosi in particolare dell’implementazione del sistema OKR, tematica per cui oggi è consulente per molte altre realtà.

Da fine 2020 è “HR Learning & Development Leader” di Iliad Italia, oltre ad essere Partner di Kopernicana, società di consulenza in ambito trasformazione organizzativa e new way of working. È inoltre fondatore e coordinatore scientifico del master in Digital HR della Talent Garden Innovation School e nella faculty dell’università Bicocca di Milano.

Con Matteo abbiamo parlato di organizzazione aziendale, anche per il mondo delle startup.

Che cosa intendi per agilità organizzativa in azienda? Perché connette il mondo startup con il mondo corporate?

Per agilità organizzativa oggi intendiamo molte cose. Il nuovo paradigma VUCA (Volatilità, Incertezza, Complessità e Ambiguità, ndr) è noto già da tempo, ma la pandemia ha reso ancora più evidente come la realtà in cui viviamo sia complessa, ambigua, volatile e incerta, ma anche come la velocità del cambiamento continuo renda sempre più difficile pianificare e controllare, per non parlare di prevedere il futuro. Non a caso è tornato di moda il concetto di antifragilità di Taleb.

Per questo le grandi corporate vogliono imparare dalle startup come essere più “agili”: più capaci di captare ogni genere di stimolo con i propri sensori, ora sempre più attivi sia verso l’esterno (mercati, competitor, professionisti, business in generale) che l’interno (le nostre persone e i loro bisogni, i feedback dei colleghi, le dinamiche interne) e reagire di conseguenza, cambiando rapidamente direzione quando serve.

Agilità significa abbattere muri e barriere, connettere ed ibridare (mestieri, professioni, risorse), mettere a fattor comune e sperimentare più di ogni altra cosa. Buttarsi (in modo ragionato) per scoprire cose nuove e metterle alla prova con la realtà, invece di progettare la soluzione perfetta (che non esiste) per anni e poi scoprire che è perfetta, ma il paziente nel frattempo è morto (e da mesi).

La startup nasce per questo, perché è intrisa di coraggio, di velocità (che è la velocità imposta dalla tensione alla sopravvivenza) e di un purpose forte, mentre tutti gli altri devono imparare a ragionare di più in questa chiave.

Le barriere stanno cadendo (se non sono già cadute) e viviamo una nuova era della sperimentazione continua.

E l’Agile HR?

L’”agile” in senso stretto è per me una filosofia e un mindset, in primis organizzativo, che tento di portare nel mio lavoro tutti i giorni, ora passato dal contesto “coding” originario alle altre funzioni, per esempio l’HR. Riesce a farlo perché in realtà è un tema di coordinamento di persone e di progetti in una certa ottica.

Poi (solo in seguito) rimanda a un insieme di metodologie e strumenti utili a stimolare e gestire questa sperimentazione, a cambiare, a evolvere attraverso ragionamenti, riflessioni e messa a fattor comune di talenti diversi. Un patrimonio che varia a seconda del contesto e dello scopo e che molto può essere utile ad HR e management in generale, per contaminarsi con l’ecosistema digital e non solo. L’HR deve diventare più agile in prima persona e più in grado di supportare e diffondere l’agilità negli altri.

Come declini l’agilità per una startup? 

Quando mi capita di supportare una startup o scale-up, un acceleratore o un incubatore come consulente di Kopernicana, ragiono sul tema del difficile equilibrio che bisogna trovare tra il “darsi una struttura” tanto caro ai fondatori e al management quando le cose iniziano a funzionare e sembrano scappare di mano e l’esigenza delle persone di “rimanere agili, rimanere noi stessi”.

Le due cose non sono in contrapposizione, dipende dal come ci lavoriamo. La chiave sta nel non copiare le corporate del passato e fare le cose come sono sempre state fatte (magari assumendo alcuni mega manager che non conoscono il nostro contesto e cultura, perché difficilmente questi innesti funzioneranno) ma sperimentare e trovare la nostra strada per crescere, investendo sulla capacità delle nostre persone, pur facendosi aiutare da consulenti e mentor che ne hanno viste tante. Non è un tema solo di compromessi: dobbiamo rimanere agili pur diventando grandi.

Che dritte daresti a uno startupper?

Di fare alcune cose:

– Di chiarire e poi comunicare sempre al meglio il proprio purpose originario, perché è la forza della sua organizzazione

– Di investire nel disegno del proprio business model, connettendolo bene al purpose, all’impatto che si vuole portare. Senza un modello di business sostenibile, che includa nella parte “risorse chiave” le persone di oggi ma anche quelle potenziali di domani, che lavoreranno per noi prima ancora che esistano e servano davvero nel contesto attuale, non si dura a lungo.

– Di chiarire le priorità strategiche e il modo di allineare le persone, utilizzando da subito strumenti come gli OKR (che ci aiutano anche a rimanere agili), perché l’eccesso di divergenza e la mancanza di focus nel lavoro delle persone possono uccidere di più della mancanza di soldi.

Di non farne altre:

– Non avere fretta di dotarsi di grandi processi (magari vecchi) e di manager, in un mondo dove i manager saranno sempre di meno, non di più.

– Non tardare troppo ad investire in persone che si occupino di altre persone in azienda o in competenze HR in generale. Ho visto troppo spesso “correre ai ripari” quando si hanno già 80, 100 persone o più, rendendosi conto che non si è fatto altro che assumere (con o senza criterio) per sostenere la (presunta) crescita del business, per poi ritrovarsi senza capacità di gestire quelle persone: di sostenere la crescita e il benessere, di salvaguardare il senso di equità interna, di costruire una vera people experience dando risposte ai bisogni concreti in modo sostenibile ecc.

– Non pensare che il senso di quello che si sta facendo possa rimanere per sempre come qualcosa di ovvio: forse (forse) per i founder sarà così anche dopo 5 anni, ma per tutti gli altri, se il purpose non verrà ribadito, ripetuto ed alimentato continuamente (creando in questo modo una vera cultura nel tempo), l’ambiente di lavoro e il significato di quel lavoro non verrà percepito nello stesso modo.

Link&Lead: la prima piattaforma italiana di gamification per trasformare i dipendenti in brand ambassador (e social seller)

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ClickBait, la tecnica per scrivere titoli che acchiappano clic (e che non dovresti mai usare)

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Quando introduco i miei corsi sul Web writing a qualcuno vengono in mente gli scintillanti annunci sul Web che recitano più o meno così:

“Non ti piacerebbe poter scrivere titoli che attirano l’attenzione e portano le persone a cliccare in maniera spasmodica?”

Sono in tanti a usare trucchetti per creare engagement – termine molto in voga sul Web per indicare partecipazione e coinvolgimento – e aumentare il contatore delle visite di Google Analytics. Se alcuni trucchetti non sono altro che ottimizzazioni SEO, che permettono di intercettare con più facilità specifici intenti di ricerca, altri sono degli escamotage psicologici che, pur funzionando (e ne vedrai degli esempi), portano più problemi di quanti ne risolvano.

Parlo dei titoli clickbait, tanto amati e odiati da chi lavora online. Se da un lato fanno felice il capo (o il cliente), perché aumentano i contatori e generano traffico, dall’altro fanno inferocire molti utenti e, sul lungo termine, portano l’effetto opposto, allontanando i lettori più fedeli e minando la credibilità del sito, blog o profilo social.

Il clickbait come il “salto dello squalo” di Fonzie

Clickbait: cosa significa?

Letteralmente clickbait significa “esca per i clic”, anche se la traduzione più diffusa è attira-clic. È esattamente questo: uno stratagemma per attirare la curiosità delle persone (si parla di curiosity gap) e spingerle a cliccare sul link per approfondire. Il termine ha assunto una connotazione negativa perché non sto parlando di headline ben studiate, intelligenti e chiare, ma di una sorta di inganno. In alcuni casi, puntano sulla banalità (“Non immagineresti mai come è andata a finire”), in altri si tratta di titoli fuorvianti, che non hanno alcuna attinenza con il contenuto. In altri casi si tratta di vere e proprie bufale, e non è un caso che fra più prolifici utilizzatori di questa strategia ci siano i siti di complottisti, come quelli che orbitano attorno alla galassia di Qanon.

Faccio qualche esempio, spiegandone la logica

Chi non riesce a svegliarsi presto è più intelligente: lo dimostra la scienza

È ovviamente una sciocchezza, ma sono tanti i siti, anche di importanti realtà editoriali, che sfruttano questo trucchetto. Si prende uno studio, spesso reale, si estrapola un dato e lo si piega alle proprie esigenze. In questo caso, il trucchetto è spingere l’utente a cliccare per soddisfare il proprio ego: a chi non piace dormire sino a tardi? E a chi non piace sentirsi dire che è più intelligente della media? Taac, direbbe Renato Pozzetto: combinando le due cose si ottengono facilmente visite su un articolo scopiazzato male da qualche altra fonte.

È sopravvissuto per miracolo!

Solitamente accompagnato a foto completamente fuori dal contesto, chi usa questi titoli fa leva sulla curiosità delle persone, spesso sulla loro morbosità. Peccato che solitamente non si faccia riferimento a fatti reali. Raramente titoli del genere sono legati a un incidente in Formula 1 o Moto GP, situazioni in cui potrebbero anche essere giustificati, ma a banalità soporifere.

Questa casalinga guadagna 3.640 euro lavorando due ore alla settimana

Un altro modo di attirare l’attenzione (e i clic) è promettere cose impossibili: guadagnare un sacco di soldi lavorando nei ritagli di tempo. Ovviamente la realtà sarà ben diversa, ma quante persone si fanno tentare da queste promesse nel paese delle cartomanti in diretta TV? Solitamente questi titoli sono studiati per colpire l’attenzione di particolari categorie: la casalinga in questo caso, ma può essere uno studente o un pensionato, persone che solitamente hanno un po’ di tempo libero e non gli dispiacerebbe impiegarlo per incrementare i guadagni. La scelta di non mettere una cifra arrotondata, come 3.000 euro, è funzionale, serve a rendere il messaggio più credibile.

Scopri il trucco definitivo per sbancare alla roulette/slot machine/black jack

Un altro sogno ricorrente di tante persone è quello di fregare il sistema. Se poi il sistema è rappresentato da casinò o siti di gambling è ancora meglio, perché si gioca su concetto di rivalsa contro queste entità cattive. E si attirano gli appassionati dell’azzardo, tendenzialmente sensibili a questo tipo di informazioni: sono tantissimi i giocatori legati ai gesti scaramantici o convinti che esistano tecniche magiche (il tema è anche quello dell’ignoranza statistica diffusa). Sono anche i gonzi preferiti dalle case da gioco, che sanno di poter contare sulle loro debolezze per tenerli attaccati al tavolo verde, virtuale o reale che sia. Un trucco che viene usato anche nel mondo reale, e non solo sulla comunicazione online: facendosi un giro a Las Vegas è facile trovare le tabelle sulla strategia ideale per il Black Jack, diffuse dagli stessi casinò. La cosa “divertente” è che non sono quelle vere (facilmente recuperabili online) ma sono modificate leggermente per dare un ulteriore margine di vantaggio al banco.

Facchinetti è scoppiato in lacrime: ecco cosa è successo

Qui siamo al limite della truffa: per dare più credibilità a un titolo e meglio intercettare il traffico e la curiosità delle persone, si cita un personaggio famoso, spesso usando a corredo una sua foto, e ci si costruisce sopra una storia. Palesemente falsa. Illegale? Molto, ma chi ha questo approccio tende a non dare peso alla cosa.

Tutti questi titoli sono stati realmente pubblicati, e non sempre si siti di dubbia professionalità ma, spesso, anche sulle pagine dei quotidiani. A volte come articoli veri e propri, altre volte come link sponsorizzati.

Chiudo il paragrafo con questo caso “raffinato”:

Qual è, in questo caso, il giochino? Il quotidiano Libero lascia intendere che Stasi, noto alle cronache per l’omicidio di Garlasco, sia fuggito dal carcere. Invece è scappato un altro detenuto.

Il clickbait su YouTube

Fino a ora ho parlato di titoli di articoli, ma il clickbait si presta ad ammorbare altre piattaforme, a partire dal portale video per eccellenza: Youtube. Qui il giochetto è ancora più efficace, soprattutto perché è probabile che un video abbastanza cliccato finisca fra quelli consigliati, aumentandone così la portata e le visualizzazioni. L’approccio è quello già visto con la differenza che si propone un filmato e un’immagine di anteprima che colpisce l’attenzione. Molto spesso l’immagine non sarà nemmeno del filmato stesso, ma presa da altre parti, pesantemente ritoccata con Photoshop e usata come miniatura.

Ecco un esempio qui:

Sebbene nel filmato siano effettivamente presenti filmati di animali in lotta, quello che tutti vorrebbero vedere, rappresentato nell’anteprima, è assente. In questo caso di clickbait, a ben vedere non è il titolo che è fuorviante, bensì l’immagine, che è quella che su Youtube ha maggior peso nell’attirare l’attenzione.
Ci sono anche esempi di persone che hanno costruito il successo del loro canale sulla base del clickbait, come il canale touchdalight di Carmie Sellitto. Un esempio della sua “raffinatezza” lo puoi apprezzare qui:

Naturalmente il contenuto non corrisponde minimamente a quanto promesso, ma lascia a bocca aperta come questo personaggio sia riuscito a creare un canale con quasi 700.000 iscritti con video che superano abbondantemente i due milioni di visualizzazioni. Tutti fatti in questa maniera un po’ becera.

Sellitto non è l’unico a usare questi metodi, sfruttati anche da Youtuber molto più seri e seguiti. Un esempio è quello di Casey Neistat[5], il cui canale conta oltre 12 milioni di iscritti; sebbene di recente abbia iniziato a usare molto meno che in passato Youtube per i suoi Vlog, ha sempre avuto la passione per titoli in grado di attirare l’attenzione e in alcuni casi un po’ fuorvianti. Al contrario di molti suoi colleghi, Neistat è un signore: non cerca di scatenare gli istinti più bassi, e usa sempre anteprime provenienti dal video, ma tende a giocare molto sulla curiosità delle persone: alcuni dei suoi titoli sono “Very serious family problem”, “She’s ready to leave”, “THIS HAS NEVER HAPPENED BEFORE!” (sì, tutto in maiuscolo, come se urlasse).

Casey, a differenza di altri, è oggettivamente bravo. Oltre a realizzare ottimi video è anche capace di realizzare titoli chiari, efficaci ed esplicativi. Eccone un esempio:

“THE $21,000 FIRST CLASS AIRPLANE SEAT”, tutto urlato, cosa non proprio elegante è un titolo che, cosa rara, mantiene quello che promette e ha fatto un record di visualizzazioni: si parla di poco meno di 75 milioni di visualizzazioni!

Il clickbait sui social network

Come si può facilmente intuire, i social network sono il regno ideale dove disseminare post clickbait. Il controllo qui è inferiore rispetto a quello che ci può essere su un testata online, e ci sono pagine senza scrupolo che non si fanno problemi a inventarsi bufale spacciate per articoli di giornale. Solitamente a sfondo politico, perché alla fine il populista indipendentemente dal colore è un soggetto che tende a cascarci facilmente. Talvolta l’intento ironico e canzonatorio è evidente (come nel caso di Lercio o della pagina istituzionale dell’immaginario Comune di Bugliano, i cui post taglienti e surreali sono stati condivisi da più di un politico che evidentemente non ha notato il palese sarcasmo.

In questi casi naturalmente non si può parlare di clickbait come mezzo usato per ingannare la gente: se già i titoli sono di per sé un programma (spesso esilarante) facendo clic si viene riportati a cialtronate ancora più divertenti, e mai spacciate per reali.

Un approccio invece molto utilizzato per fini meno nobili delle risate, ma per cercare di strappare qualche misero clic, è quello delle anteprime degli articoli modificate con Photoshop. Un approccio che viene usato più per diffamare avversari politici che per guadagnare clic, almeno su Facebook. In questo caso l’immagine non è cliccabile, e bisognerebbe inserire un link, senza anteprima, nel testo del post. Un approccio che, fortunatamente, porta molti meno clic rispetto alle anteprime cliccabili. Va detto che Facebook ha cercato di fare qualcosa nel tempo per limitare l’abuso di queste tattiche. Inizialmente, infatti, era possibile linkare una pagina e poi cambiare sia l’immagine sia il titolo, rendendo l’anteprima credibilissima. Tanto, si sa, sono in pochi a consultare la fonte, quindi bastava questo ad aumentare l’engagement del post, generando con una balla migliaia di commenti. Oggi, mettendo un link, l’anteprima verrà generata automaticamente basandosi sugli attributi del sito.

Anche su Facebook si vedono alcuni dei classici escamotage usati per i titoli, pur se adeguati alla piattaforma. Si punta a un articolo con una galleria di 10 fatti curiosi? Il tipico clickbait di accompagnamento potrebbe essere qualcosa del tipo “Non mi sarei mai aspettato la numero 7”.  Oppure il classico “Solo una persona su 10 riesce a risolvere questo enigma”. Qui riporto quanto mai esplicativo:

Ecco il trucchetto: il clic è molto più incentivato se si celano i dettagli della notizia. Per la cronaca non era morto un parente o amico di Mourinho, bensì il cane.

Se il clickbait porta traffico e non è illegale, perché non dovresti usarlo?

Il motivo è molto semplice: non porta a fidelizzare i lettori, se si vuole fare informazione. Può pompare le statistiche di un sito, ma si tratta di numeri di vanità (vanity metrics), non di persone realmente interessate. Queste ultime probabilmente si stuferanno presto. Differente il discorso se l’obiettivo è quello di fare ironia, di fare una pagina di fake-news palesemente fasulle per la loro assurdità: in questi casi, non si sta informando il pubblico, ma gli si sta regalando una risata, e i questi casi lo stile e la serietà possono tranquillamente venire meno, se ben fatti. Ma intrattenere non è da tutti, e le tante imitazioni di Lercio non arrivano nemmeno lontanamente ai numeri che può fare Lercio.

La mia masterclass sul Web writing

Se vuoi seguire la mia masterclass sul Web writing, collegati al sito di Primopiano!

Italiani in Carinzia, un caso di successo: intervista a Renato Tomasini di Onda Tlc sul 5G

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La vicinanza con l’Italia e le opportunità offerte dalla Carinzia hanno spinto diverse realtà italiane a investire in questa regione. Come Onda Tlc, fondata da Renato Tomasini (ex manager di Motorola, Siemens e LG), che nel 2017 ha fondato la sua startup nel Land.

Onda Tlc è una delle tante imprese che hanno sede nel Lake-side Science & Technology Park di Klagenfurt ed è specializzata in dispositivi tecnologici per le telecomunicazioni. È stata la prima azienda a lanciare un modem 5G, modem che viene usato dal colosso Telecom Italia. Avere la sede all’interno del parco tecnologico, insieme ad altre 120 realtà operanti nell’ambito della tecnologia, ha supportato la crescita dell’azienda, ma come spiega il fondatore a Il Sole 24 Ore, la vera differenza è l’atteggiamento amichevole delle istituzioni, ancora più importante della burocrazia snella e un fisco meo esoso, che comunque hanno un peso non trascurabile.

Abbiamo avuto modo di incontrare virtualmente Renato, che si è prestato a rispondere ad alcune domande, a partire da quella più scontata: “Qual è la tua storia?”

Renato Tomasini: Da ragazzino volevo fare il meccanico – avevo la passione per i motori – ma mio padre mi indusse a studiare elettronica e mi diplomai a Trieste. Negli anni Ottanta mi sono fatto le ossa in Telital, azienda che produceva i prima telefonini Etacs. Poi ho girato diverse aziende con diversi ruoli, spesso commerciali, come Motorola, Siemens ed LG. Fino ad approdare in Onda, a rilevarne il marchio e a lanciare in Austria una nuova realtà.

D: Sempre per vendere telefonini?

Renato Tomasini: Questo fino all’inizio del 2020. Poi abbiamo deciso di investire in innovazione, di creare prodotti nostri, di lavorare sul futuro delle telecomunicazioni. Il focus è sul mondo dei dati: modem, router. Siamo stati i primi a lanciare un modem 5G con Qualcomm.

D: A proposito di 5G, la rivoluzione è arrivata?

Renato Tomasini: Beh, sì e no. Noi investiamo, l’interesse c’è ma abbiamo ancora copertura limitata e, soprattutto, a mio avviso ci sono aspettative sbagliate. Tutti pensano che il 5G cambierà la vita della gente comune. Non è così: per quello che facciamo tutti i giorni col telefonino, scaricare app e vedere serie TV, il 5G è sprecato.

D: E a chi servirà allora?

Renato Tomasini: Servirà alle aziende. A chi fa automazione. Ai grossi impianti industriali, ormai all’80% robotizzati, nei quali risparmiare un secondo di là e uno di qua può davvero fare la differenza.

D: E quanto ci vorrà per vedere il 5G affermarsi?

Renato Tomasini: Secondo me un paio d’anni, ma manca una visione strategica. Manca la manifattura in Europa: dipendiamo troppo dalla Cina, invece un tempo, anche in Italia, eravamo pionieri. Dobbiamo tornare a produrre qui. Noi, in Carinzia, ci stiamo investendo.

Recruiting: come usare LinkedIn per trovare i migliori talenti

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Dal momento della sua nascita l’obiettivo principale di LinkedIn è quello di facilitare l’incontro fra la domanda e l’offerta di lavoro. Negli anni è cresciuto, espandendosi sino a diventare la piattaforma di riferimento per il networking in ambito business, ma che si tratti di trovare collaboratori, soci, partner, professionisti o dipendenti, il suo scopo alla fine è sempre quello: aiutare le aziende a trovare talenti, e viceversa.

Trovare la persona giusta fra gli oltre 700 milioni di iscritti non è banale, e non basta mettere un annuncio di lavoro per trovare il candidato ideale, soprattutto oggi, in un mondo dove le persone non si accontentano più: un contratto di assunzione e un buono stipendio non sono più leve sufficienti ad attrarre i migliori, che sono alla ricerca di aziende che sappiano garantire loro benefit non solo economici. Prospettive di carriera, orari flessibili, stimoli professionali contano molto più che in passato, così come l’immagine dell’azienda per cui lavorano, che dovrà esprimere valori etici. A partire dell’impegno verso l’ambiente, per arrivare ai prodotti stessi, o ai clienti. I dipendenti di Google negli hanno manifestato rumorosamente per convincere Big G a rinunciare ai contratti col Pentagono per progetti mirati a migliorare l’efficacia dei droni o altre tecnologie militare, così come hanno fatto sentire la propria voce i lavoratori di Facebook e Twitter, che chiedevano con insistenza alla dirigenza di bloccare in qualche maniera i tweet di Donald Trump nonostante fosse ancora il Presidente degli Stati Uniti, non un utente qualsiasi.

Non tutte le imprese godono della popolarità dei colossi del web o di altri settori. Proprio per questo motivo per un’azienda è importante curare non solo gli annunci di lavoro, ma anche la propria immagine: dalla pagina LinkedIn, così come dal sito e dagli altri canali usati per il business, deve emergere un’immagine chiara e coerente di cosa si fa, così come dei valori. La mission e la vision, insomma, non dovrebbero essere messe lì solo per riempire uno spazio, come spesso accade, ma riflettere effettivamente la visione e gli obiettivi a lungo termine del business.

Il primo passo: creare una pagina aziendale

Sono in tanti a postare offerte di lavoro tramite semplici post su LinkedIn ma questo, nella maggior parte dei casi, non è l’approccio più efficace. Attenzione, questo non significa che un’offerta non può essere veicolata anche in questa maniera, anche sfruttando le condivisioni dei colleghi, tutt’altro: questo è un approccio che può essere efficace e aiuta a diffondere rapidamente un’offerta, a patto che questa offerta sia codificata, presente sulla pagina LinkedIn aziendale e sul sito ufficiale dell’impresa: risulterà più credibile, ma soprattutto aiuterà i potenziali candidati a trovarla, specialmente se l’offerta è scritta tenendo a mente le basi della SEO.

Creare una pagina aziendale è semplice e gratuito, e non è tanto più complesso di aprire un profilo personale, e i concetti di base da tenere a mente sono gli stessi.

  • Immagine e copertina. La nostra azienda deve essere immediatamente riconoscibile, anche dal punto di vista visivo: quando pubblichiamo un post usando la pagina azienda, verrà accompagnato proprio da questa immagine e quindi deve essere immediatamente chiaro che si tratta di noi. L’unico modo di farlo è quello di usare il logo aziendale, fatto che semplificherà anche la vita di chi va a ricercarla: a meno di aver scelto un nome particolarmente bizzarro, ci saranno decine di aziende sparse per il mondo che ne avranno uno simile, e tutte queste verranno presentate nelle ricerche. Anche quando si vorrà taggare l’azienda digitando @ seguito dal suo nome appariranno vari suggerimenti: sarà il logo a distinguerci!

L’immagine di cover non è meno importante, e deve essere rappresentativa del settore in cui si lavora. Anche una foto della sede può funzionare, soprattutto se si tratta di un affascinante stabile immerso nel verde, o di un elegante palazzo nel centro di una metropoli: è il posto in cui i candidati dovranno spendere una buona parte del loro tempo e valorizzarlo è un plus non da poco.

  • Chi sei, cosa fai? Troppo spesso ci si imbatte in descrizioni oniriche, quasi poetiche, che però lasciano il tempo che trovano. Frasi fatte come “Azienda leader” non vogliono più dire nulla, ma sono ancora abusate, sia nei comunicati stampa da dare in pasto ai giornalisti, sia nella comunicazione sui canali digitali. Ma anche “giovane azienda dinamica” ha un po’ scocciato, diciamocelo (vedi l’articolo “Pagina Chi siamo: 7 frasi da non scrivere“). Se un’azienda è giovane è dinamica è la sua descrizione stessa a parlare, non c’è bisogno di sottolinearlo: per dimostrare di essere giovani e dinamici, bisogna come prima cosa essere diretti e schietti. Prendiamo l’esempio della pagina di FCA: “Fiat Chrysler Automobiles (FCA) progetta, sviluppa, produce e commercializza in tutto il mondo veicoli e relativi servizipost-vendita, ricambi e sistemi di produzione attraverso 102 stabilimenti produttivi, 46 centri di Ricerca e Sviluppo e concessionari e distributori in oltre 135 Paesi”. Chiaro, immediato, semplice. In 41 parole si sintetizza cosa fa FCA e si sottolinea sia la dimensione (102 stabilimenti produttivi) sia l’ambizione (46 centri di ricerca e sviluppo). Nulla vieta, dopo le prime righe, di aggiungere dettagli, raccontare storia, valori e ambizioni, né di andare nello specifico sui progetti e sulle attività, ma le prime poche righe non devono lasciare dubbi.
  • Coinvolgere i dipendenti. Il valore di un’azienda è rappresentato dalle persone che ci lavorano ed è importante che i dipendenti specifichino sul loro profilo LinkedIn di lavorare per noi. Se un’azienda vanta 15 dipendenti ma nessuno di questi ha indicato nel profilo LinkedIn di lavorarci i casi sono tendenzialmente due: o sia l’azienda sia la sua forza lavoro sono poco digitali, o la strategia aziendale di comunicazione social non funziona come dovrebbe. In entrambi i casi, è necessario intervenire, perché l’employer branding è una delle chiavi del successo (fidati: ho lanciato una startup su questo: Link&Lead): se i dipendenti sono fieri di lavorare per un’azienda, sarà più facile convincere un potenziale candidato che potrebbe essere il posto ideale anche per lui. Attenzione: molti confondono l’employer branding con un l’imporre ai lavoratori di condividere sui propri profili i contenuti aziendali. Un approccio coercitivo che non porterà ad alcun risultato, se non quello di spingere i migliori a cercarsi un datore di lavoro più intelligente e rispettoso. Non solo le condivisioni dei post aziendali, magari fatte tutte alla stessa ora dello stesso giorno (in quanto per l’appunto imposte) a decretare il successo sui social, ma l’attività individuale – e non filtrata – dei lavoratori. Vanno lasciati liberi di esprimersi, anche di non usare LinkedIn, se preferiscono. E a tal proposito, perché non offrire loro la possibilità di frequentare dei corsi su come usarlo al meglio per scopi professionali? Questa è una strategia di employer branding decisamente più efficace.

Pubblicare un annuncio di lavoro su LinkedIn

Creare un annuncio di lavoro è facile e gratuito privato: basta entrare nella sezione Lavoro del social network e cliccare su Pubblica Offerta Gratuita.

Al passaggio successivo bisogna inserire i dati di base: l’azienda che lo offre, la località (si può anche indicare lavoro a distanza) e il tipo di impiego: part time, tempo pieno, stage e via dicendo. La parte più importante è quella relativa alla qualifica, che deve essere estremamente chiara: “guru del marketing” non vuol dire nulla. Meglio usare titoli di più immediata comprensione, come “marketing manager” o “marketing specialist”. Iniziando a digitare, Linkedin offrirà dei suggerimenti sulle potenziali professioni: se quella che intendiamo usare non è indicata, forse non esiste, se non nel linguaggio un po’ settario di alcune cerchie.

Il passo successivo è quello di aggiungere una descrizione, e qui arriva la parte più complessa. Fortunatamente, il social viene in supporto offrendo un modello predefinito da cui partire a seconda del tipo di professione scelta, ma possiamo fare anche di testa nostra. L’importante è essere indicare con chiarezza le competenze necessarie, le responsabilità e le eventuali qualifiche richieste (lauree, corsi di specializzazione, anni di esperienza e via dicendo).
Chi cerca un programmatore, dovrebbe essere molto specifico sui linguaggi che il candidato deve padroneggiare, così come chi cerca un social media manager dovrebbe evitare di inserire compiti o competenze che non spettano a questa figura, come la gestione della strategia marketing dell’intera azienda, la conoscenza approfondita di SEO, di WordPress o di programmi di editing video o fotoritocco. Purtroppo, troppo spesso si vedono offerte di lavoro surreali e irrealistiche, soprattutto nell’ambito del digitale: spesso arrivano da parte di aziende che hanno intenzione di attivare strategie digitali ma, prive di esperienza, realizzano annunci che sembrano rivolti a interi team. Non di rado ci si imbatte in job description per uno assistente marketing al quale viene richiesto letteralmente TUTTO: creazione articoli per il blog, ottimizzazione SEO, gestione strategie e pubblicità, gestione community.  Diciamolo chiaramente: questo approccio forse potrà attirare qualcuno alle prime armi, ma una qualsiasi persona con un briciolo di competenza le snobberebbe senza pensarci un secondo, per il semplice fatto che è simili offerte di lavoro palesano una totale assenza di strategia digitale.

Oltre alle hard skill, è utile inserire anche una lista delle soft skill richieste, come attitudine al lavoro in gruppo o alla leadership, capacità di lavorare in maniera indipendente, attenzione al dettaglio, negoziazione, pensiero laterale, problem solving.

Importante, infine, specificare il salario, anche in maniera generica. Non è necessario indicare la RAL, che sarà probabilmente oggetto di contrattazione, ma indicare un range è una forma di rispetto verso i candidati. Se poi si offrono dei benefit (auto aziendale, ticket, smart working, dotazione di telefono e computer, possibilità di dedicare parte del tempo lavorativo a progetti personali), non ometterli dall’annuncio. Occorre inserire sempre la sede di lavoro.

Il SEO negli annunci di lavoro

Chi cerca lavoro su LinkedIn solitamente si crea alcuni avvisi relativi a una serie di ricerche, e per intercettarle è necessario ragionare bene sui termini da usare nell’annuncio. Non esiste una lista delle parole giuste, che naturalmente dipendono dal settore in cui si opera e della specificità della figura richiesta. L’importante, come anticipato qualche riga sopra, è non farsi prendere la mano inserendo senza criterio tutte quelle keyword che si pensano legate a una professione. Nel caso dei programmatori è importante specificare che tipo di linguaggi devono conoscere (Java, Javascript, Rybu on rails), ma anche gli ambiti di applicazione (automazione, intelligenza artificiale, e-commerce, programmazione robot e cobot); se si cercando agenti di vendita, non limitarsi a questo termine nella descrizione, ma aggiungere anche sales account, sales representative, key account (nel caso si sia alla ricerca di figure con più esperienza, destinate a ruoli da leader). Le parole chiave giuste sono fondamentali per intercettare le ricerche, e proprio per questo è meglio essere il più specifici possibile. Usare sinonimi, o termini inglesi ormai entrati nell’uso comune, può aiutare: developer al posto di programmatore, HR per riferirsi alle risorse umane, software engineer al poto di ingegnere del software.

A questo indirizzo è possibile trovare una serie di suggerimenti (in inglese) su come realizzare un’offerta di lavoro estremamente efficace.

Una ricerca approfondita delle parole chiave torna utile non solo per scrivere annunci efficaci, ma anche per andare a ricercare attivamente i profili. Intercettare le ricerche è sicuramente importante, ma non dovrebbe essere l’unica strategia, e andrebbe affiancata da una ricerca attiva. Alla fine, LinkedIn è uno sconfinato database di professionalità, strutturato per effettuare ricerche approfondite: perché quindi non usare i parametri definiti per l’annuncio anche per andare a cercare direttamente i profili? Alcuni di questi potrebbero non essere attivamente alla ricerca di lavoro, magari perché già occupati, ma nulla ci vieta di fare noi il primo passo e fare una proposta.
Questo ci permetterà anche di risparmiare qualche soldo sulle sponsorizzazioni dell’annuncio, che ora andremo ad analizzare.

Una volta individuato un profilo potenzialmente interessante, non resta che contattarlo, con un messaggio privato, inviando una richiesta di connessione o una InMail, che è uno dei modi più efficaci. Attenzione, però: si hanno a disposizione un numero molto limitato di InMail e usando un profilo gratuito questa modalità di contatto è utilizzabile solo con gli utenti ai quali si è già collegati. Per inviare un InMail a un profilo al di fuori della nostra cerchia, bisognerà passare a un account a pagamento.

Sponsorizzare gli annunci di lavoro su LinkedIn

Fino a ora abbiamo visto come creare un annuncio gratuito, che ovviamente non avrà la stessa diffusione e visibilità di uno a pagamento. Sponsorizzandolo, si aumenterà in maniera significativa la copertura, aumentando le possibilità di farlo arrivare alle persone “giuste”: secondo le statistiche di LinkedIn, una promozione può triplicare il numero di candidati per la posizione, rispetto a un annuncio gratis. Per attivare una sponsorizzazione, bisogna cliccare sull’icona Lavoro dell’homepage di LinkedIn e su Gestisci offerte di lavoro: selezionare poi le offerte che si desidera promuovere e cliccare sul pulsante Sponsorizza. Non rimane che stabilire il costo per clic che si desidera investire e un budget totale, esaurito il quale terminerà la campagna.

LinkedIn Recruiter: per chi fa sul serio

Quanto indicato fino a ora può essere effettuato con un profilo gratuito, ma passando ai profili premium, quelli a pagamento, si avranno a disposizione ulteriori strumenti per semplificare e rendere più efficaci le operazioni di recruiting. Da questo indirizzo è possibile iscriversi a LinkedIn Recruiter Lite.

Cliccando sul tasto Seleziona un Piano nella sezione assumere, Assumere, a destra, ci si potrà abbonare al piano Recruiter, che offre alcune funzionalità per potenziare le ricerche, fra cui:

  • 30 messaggi InMail, inviabili a chiunque (non solo ai contatti della propria rete, come nel piano lite)
  • Ricerca avanzata, con ulteriori filtri non disponibile nei piani di abbonamento free
  • Tracciamento automatico dei candidati
  • Informazioni su chi ha visitato il profilo negli ultimi 90 giorni (i dati disponibili nella versione gratuita sono più limitati)
  • Ricerca illimitata sui profili (nella versione gratuita, superata una certa soglia non sarà più possibile effettuare ricerche sino al mese successivo)
  • Suggerimenti intelligenti sul recruiting

Il servizio potrà essere testato gratuitamente per i primi 30 giorni, e poi sarà necessario pagare un abbonamento del costo di 90,73 euro mensili (se si paga in un’unica soluzione annuale: se si paga mensilmente, il prezzo è leggermente superiore).

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7 strumenti gratuiti per LinkedIn

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Negli ultimi anni LinkedIn si è trasformato da strumento per cercare il lavoro ideale in una piattaforma per trovare nuovi potenziali clienti e valorizzare il proprio brand. Con un bacino di utenza che sfiora i 700 milioni di utenti iscritti, la piattaforma creata da Reid Hoffman è diventata uno strumento B2B potente e versatile, soprattutto per svolgere le attività di marketing e vendita (social selling).

A differenza degli altri social network LinkedIn punta a un pubblico di alto profilo, costituito da aziende, influencer e naturalmente dalle agenzie di reclutamento. Stiamo parlando di una piattaforma che permette a figure come quella del “digital marketer” (un esperto di comunicazione a 360 gradi) o del “digital sales specialist” (uno specialista nel trovare nuove opportunità di business nella vendita digitale) di creare una relazione di contatti per dare slancio alle vendite e valorizzare il proprio brand connettendosi con i potenziali clienti interessati ai nostri prodotti.

Non c’è da meravigliarsi che LinkedIn sia diventata rapidamente la piattaforma di pubblicazione di contenuti B2B preferita dalle aziende e dalle multinazionali. Per sfruttare le immense potenzialità messe a disposizione da LinkedIn ho selezionato una serie di strumenti gratuiti che ci aiuteranno a ricercare talenti da inserire in azienda, trovare nuove opportunità per il nostro business e rendere ancora più appetibile il nostro profilo professionale.

La programmazione dei post con Buffer

Pubblicando contenuti su diversi social network può essere utile usare uno strumento come Buffer, un software che permette di programmare la pubblicazione di post, foto e video sui vari Twitter, Facebook, Instagram e compagnia bella. Questo tool permette di mandare contemporaneamente lo stesso messaggio su diversi social network: per creare un account è possibile usare le stesse credenziali che usiamo abitualmente per Facebook, Twitter e LinkedIn.

Si tratta di un’estensione da scaricare che si va ad aggiungere alla barra degli strumenti del browser e che permette con un semplice clic di condividere il contenuto che vogliamo pubblicare. Oltre a scaricare questo plugin, dobbiamo collegare gli account che vogliamo gestire in modo automatico. Chiaramente per ogni social network collegato, il programma chiederà i permessi per accedere alle informazioni e l’autorizzazione per poter pubblicare.

La versione gratuita di Buffer permette di creare un singolo account per ogni social network utilizzato: se vogliamo usarne di più (per esempio, 4 account di Facebook) è necessario sottoscrivere un abbonamento mensile (circa 10 euro al mese), mentre è possibile usarne contemporaneamente al massimo 12. La versione gratuita ha chiaramente dei limiti relativi al numero di canali utilizzabili e ai post pubblicabili: nello specifico si parla di 3 diversi account e 10 post al giorno gestiti da 1 singolo utente. Con la versione a pagamento (disponibile nelle versioni “small business” e “premium”) vengono aggiunte una serie di funzioni: aumentano il numero di account a disposizione e i post che si possono programmare per canale. Soprattutto si ha la possibilità di aggiungere più utenti e delegare i compiti ad altre persone.

Il vantaggio della pubblicazione automatica

Il punto di forza di Buffer è senza dubbio la pubblicazione automatica: possiamo programmare in quale orari mandare ogni giorno i nostri post attraverso la classica “Schedule”. È importante inserire la città/paese da cui parte l’input: il programma aggiornerà in modo autonomo il fuso orario corretto. Per ogni account possiamo preparare un numero diverso di post da pubblicare a orari diversi: possiamo anche condividere un contenuto di una pagina web o di un blog personalizzando il nostro post con testo, immagini e altro. Quando iniziamo ad archiviare messaggi su messaggi, il programma li gestisce in modo autonomo sulla base degli orari che gli abbiamo indicato. Un altro punto di forza di Buffer è la possibilità di analizzare i nostri post in un determinato lasso di tempo. Infatti, nella sezione “Analytics” troviamo una serie di strumenti per studiare l’andamento delle nostre condivisioni social e per sviluppare una strategia marketing adeguata. È importante ricordare che con la versione gratuita abbiamo a disposizione una parte limitata di dati e informazioni. Per avere analisi più dettagliate è necessario acquistare una delle versioni a pagamento.

Integriamo Buffer con Spidwit per creare contenuti di qualità

Per sfruttare al meglio Buffer possiamo integrare una piattaforma cloud come Spidwit che scandaglia la Rete alla ricerca di fonti web di qualità (selezionando le notizie, i video, le immagini e le citazioni più rilevanti per il nostro settore) e mettendo a disposizione decine di strumenti utili (suddivisi in tre macrocategorie) per gestire uno o più profili social. Una volta collegati i due account, quando Spidwit trova qualcosa di interessante per il nostro pubblico possiamo condividerlo senza problemi: Buffer si occupa della programmazione. In questo modo possiamo ottimizzare la ricerca delle notizie, limitando la perdita di tempo e ottimizzando l’organizzazione dei contenuti. Ad aiutarci c’è poi un assistente virtuale (un bot) che ci dare una mano a generare e pubblicare post in maniera automatica. Una volta condiviso il contenuto tramite Spidwit è possibile modificarlo dentro Buffer e così via. Questa integrazione può rivelarsi utile anche quando si desidera pubblicare da Spidwit verso Instagram.

Pubblichiamo contenuti contemporaneamente con PostPickr

Sviluppato nel nostro Paese, PostPickr è un programma sviluppato per chi deve pubblicare contenuti contemporaneamente su diversi social network e per chi necessita di una pianificazione editoriale per gestire diversi canali, rubriche e post. Il vantaggio di PostPickr è quello di poter lavorare a un contenuto senza necessariamente doverlo programmare in un preciso momento. PostPickr è strutturato in progetti, canali (Facebook, LinkedIn, Instagram, Twitter, Google my business, Youtube, Pinterest e Telegram) e rubriche.

Il tool permette di creare dei contenitori di post suddivisi per argomento che possiamo inserire nel calendario editoriale per programmare le uscite giornaliere di ogni canale. All’interno dei contenitori possiamo inserire categorie o singoli post così da avere sempre sotto controllo tutte le tue pubblicazioni. La creazione dei post è fondamentale e Postpickr offre una serie di funzioni interessanti come la ricerca delle immagini, l’editing grafico e la possibilità di utilizzare post predefiniti e altro ancora. Grazie a PostPickr possiamo migliorare l’interazione e la collaborazione tra i diversi membri del team che lavorano su un progetto comune: infatti, è possibile definire i permessi (compresa la responsabilità di pubblicazione sui vai canali) e le aree di competenze dei nostri collaboratori e altro ancora. In questo modo possiamo organizzare e ottimizzare i flussi di lavoro e snellire le varie procedure.

Aggreghiamo le nostre fonti con la funzione “smart feed”

Con la funzione “smart feed” implementata da PostPickr possiamo aggregare tutte le nostre fonti preferite (blog, feed rss, social network, applicazioni e altro) e condividerle esternamente. Grazie allo smart feed possiamo modificare e revisionare i testi delle fonti, aggiungere hashtag, menzioni e altro ancora. In questo modo possiamo aggiungere ai canali social anche rubriche tematiche. L’interfaccia utente di PostPickr è intuitiva e semplice ed è facile capire cosa funziona o non funziona. Il programma offre poi la possibilità di analizzare i dati raccolti fornendo preziose indicazioni sull’andamento dei nostri contenuti. PostPickr è semplice da usare ed è apprezzabile il fatto che nella versione gratuita si possono sfruttare gran parte delle funzionalità (si può lavorare su un singolo progetto fino a un massimo di 3 canali social). La funzione “Analytics” è disponibile sono sottoscrivendo un abbonamento: si parte dai 19 euro al mese richiesti della versione “Professional” fino ai 159 euro di quella “Agency”. Cambiano anche i numeri dei progetti disponibili, il numero dei canali social supportati (fino a un massimo di 150, compreso Instagram) e dei membri che possono collaborare tra loro (oltre i 18).

Automatizzare la pubblicazione dei contenuti con IFTTT

LinkedIn offre una serie di strumenti per velocizzare le nostre operazioni sulla piattaforma. Quando non bastano è possibile ricorrere a un servizio Web come “If This Then That” (abbreviato in “IFTTT”) che personalizza e automatizza alcune procedure. “Se si verifica questo, allora fai quello”: il servizio IFTTT attiva una una determinata funzione tramite l’app dedicata o il sito web come “reazione per un’azione”.

Nel caso di LinkedIn semplicemente connettendo i nostri account online (social network, blog e altro) sulla piattaforma IFTTT.  Per esempio, ogni volta che postiamo qualcosa sul nostro blog il contenuto verrà riproposto in modo automatico sulle altre piattaforme collegate. Per farlo è davvero semplice: dobbiamo semplicemente registrarci al sito di IFTTT mentre per chi non è sempre seduto davanti al monitor di un PC è possibile scaricare l’app per smartphone e tablet. Oltre a WordPress, il servizio IFTTT permette anche di connettere account come quelli di Gmail, Instagram, Twitter Facebook, Alexa o Google Assistant (e altri ancora), oltre a offrire la possibilità di collegare a Internet molteplici dispositivi di domotica. La piattaforma è strutturata in “Applet” (viene chiamata così la singola automazione creata per connettere due servizi o dispositivi cloud), “Trigger” (un evento che porta all’attivazione dell’Applet) e “Action” (la risposta all’evento quando si verifica il Trigger definito).

Per esempio, se pubblichiamo qualcosa dedicato a uno argomento particolare, tramite IFTTT potremo collegarlo a tutte le nostre piattaforme quando si verifica una determinata situazione. Il servizio è estremamente versatile e gli scenari di utilizzo sono molteplici: in LinkedIn possiamo usarlo per condividere un messaggio o una foto pubblicata su altri social network, per ricevere notifiche e, soprattutto, per mettere in comunicazione tra loro il nostro sito aziendale con tutte le nostre piattaforme. Il servizio è disponibile in formato gratuito (con un limite di 3 Applet) e a pagamento (3,99 dollari al mese con Applet illimitati) mentre è disponibile a una versione business per le aziende.

Selezioniamo con Snappr la foto del profilo di LinkedIn

In Rete il detto “un’immagine è meglio di mille parole” vale più di ogni altra cosa: la nostra mente, infatti, sembra essere attratta molto più dalle immagini che dai suoni o dalla scrittura. Avere un profilo LinkedIn con una foto professionale può fare la differenza. Per scattare una foto professionale è importante scegliere un abbigliamento che rispecchia il nostro lavoro e il nostro modo di essere. Per mettere in risalto il nostro volto è consigliabile scegliere degli sfondi chiari e possibilmente senza oggetti, prediligendo la luce naturale di una finestra a quella artificiale che illumina una stanza. Oltre a mantenere costantemente il contatto visivo con l’obiettivo della fotocamera, per scattare la foto perfetta è consigliabile accennare un sorriso.

Per scoprire se siamo riusciti a realizzare una foto professionale, che c’è di meglio di Snappr? Si tratta di un programma che si avvale di alcuni avanzati algoritmi di machine learning per determinare l’efficacia della nostra foto e capace di proporre una serie di alternative/suggerimenti. Se il nostro scatto non è adatto al nostro profilo LinkedIn, una volta registrati al sito possiamo selezionare la tipologia di foto che ci serve e quanto vogliamo spendere: Snappr ci mette in contatto un esperto del settore (solitamente un fotografo professionista) per aiutarci a realizzare lo scatto giusto.

Con StreamYard possiamo trasmettere contemporaneamente su più piattaforme

Durante la pandemia abbiamo scoperto quando è fondamentale restare in contatto con le persone e per farlo abbiamo utilizzato diversi strumenti e piattaforme. Restando in ambito professionale, usare un software per trasmettere in diretta contemporaneamente su più piattaforme (Facebook, YouTube, Twitch, Periscope e Linkedin) può essere estremamente utile: StreamYard è uno dei software che hanno riscosso più successo nell’ultimo periodo.

Si tratta di una piattaforma sviluppata per gestire le dirette streaming direttamente dal browser anche su altre piattaforme, con la possibilità di avere in video fino a 10 persone (non è richiesto un account registrato per gli ospiti). Il collegamento avviene attraverso un link (funziona sia dal browser del computer, sia da smartphone) e agli ospiti verrà semplicemente chiesto con quale nome apparire nella diretta oltre a consentire da parte di StreamYard l’utilizzo di microfono e webcam. Chi gestisce la diretta streaming ha a disposizione una serie di interessanti funzioni. Oltre a scegliere quale nome utilizzare, il “regista” potrà scegliere dove far partire la diretta, gestire l’ordine degli ospiti che appaiono in video e selezionare lo sfondo, i banner e le scritte e persino i commenti in arrivo dai social network collegati. Mentre si trasmette verso altre piattaforme con StreamYard è possibile interagire con i follower, mostrando i commenti in video e rispondendo. È disponibile anche una chat privata che permette agli ospiti e al regista di parlare tra loro. Durante il live streaming è possibile condividere una scheda del browser, una finestra di un’applicazione e altro ancora. StreamYard è davvero uno strumento interessante e il suo utilizzo è diventato imprescindibile anche in una piattaforma come LinkedIn.

PS: ricordatevi che dovete diventare dei broadcaster per trasmettere dei video live su LinkedIn (qui le istruzioni).

La versione gratuita di StreamYard è l’ideale per iniziare

Il servizio è disponibile in formato gratuito: le uniche limitazioni riguardano sfondi e loghi che non possono essere cambiati, il limite mensile delle ore di streaming a disposizione (20 ore) e la possibilità di effettuare lo streaming solo verso una piattaforma. Sottoscrivendo un abbonamento (per chi ha intenzione di fare dirette regolarmente) verranno tolte tutte le limitazioni sopra elencate.

Inoltre, è possibile trasmettere contemporaneamente verso tre piattaforme e registrare in alta qualità fino a un totale di 4 ore per ogni diretta, senza dimenticare la possibilità di caricarla successivamente. Infatti viene aggiunta la possibilità di avviare una “diretta offline” per fare delle prove o per registrare dei podcast video da caricare più avanti. Con il piano di abbonamento “Professional” (circa 49 dollari al mese) abbiamo a disposizione 8 ore di registrazione in streaming 8 e aumentato il numero delle possibili destinazioni (che diventa 8). Da notare che non è possibile far partire la diretta dallo smartphone perché l’interfaccia di regia è disponibile solo dal browser del computer. L’unica cosa da tenere a mente è che per controllare i commenti, le grafiche e gli ospiti è necessario far partire il programma da PC.

Curriculum online

Tenere sempre aggiornato il nostro profilo LinkedIn è importante: non è possibile sapere quando arriva l’occasione propizia per un cambio di lavoro o per qualche inaspettata opportunità di business. Può essere utile avere a disposizione un Curriculum Vitae aggiornato: per farlo possiamo usare uno strumento come Resumonk. Si tratta di un servizio web gratuito specializzato nella creazione di CV online.

Per farlo basta registrarsi sul sito e compilare i tutti i campi (il grado d’istruzione, le esperienze lavorative precedenti, il profilo professionale e le tue abilità particolari e così via). È possibile creare più curriculum attraverso lo stesso account (sono modificabili anche successivamente): i CV pubblicati online saranno accessibili a tutti semplicemente condividendo l’URL mentre sono scaricabili nel formato PDF. Una funzione piuttosto apprezzata di Resumonk è la possibilità di esportare in formato PDF o DOCX il CV direttamente dal nostro profilo Linkedin: il programma offre una ricca collezione di template per personalizzarlo in modo adeguato. La versione gratuita mette a disposizione cinque modelli (con il marchio Resumonk in bella vista) e la possibilità di importare il nostro profilo LinkedIn; sottoscrivendo un abbonamento premium (circa 29 dollari all’anno) avremo a disposizione una ventina di template (con font e altre opzioni grafiche, oltre all’inserimento di foto) oltre alla possibilità di scaricare il CV anche in altri formati diversi dal PDF. Quest’opzione è particolarmente utile per modificare il nostro curriculum anche offline direttamente dal PC.

Migliorare la grafica del nostro profilo LinkedIn

Per arricchire il nostro profilo LinkedIn con elementi grafici possiamo usare uno strumento online potente e versatile come Canva, disponibile anche in versione di prova per 30 giorni. Si tratta di uno strumento di progettazione grafica alternativo al solito Photoshop e che viene utilizzato regolarmente da designer e professionisti del settore. Oltre a usare un’interfaccia “drag and drop”, Canva permette di utilizzare modelli preimpostati e di modificarli a proprio piacimento, oltre a offrire un ricco database di fotografie, immagini vettoriali, grafiche e caratteri. Per usarlo dobbiamo semplicemente iscriverci al sito ufficiale.

Possiamo usare Canva per personalizzare la testata (banner) di LinkedIn, per migliorare la foto del nostro profilo o per inserire immagini, link e PDF che diano maggior risalto alle nostre esperienze professionali. Una delle funzioni più interessanti di LinkedIn è la possibilità di poter utilizzare delle slide in formato 16:9: con Canva possiamo crearle senza problemi. Con le slide possiamo realizzare contenuti di vario tipo: da lezioni a ricerche, fino ai classici report e altro ancora. Canva può essere utile anche per creare dei post grafici ricchi di contenuti tecnici che su una piattaforma come LinkedIn sono particolarmente apprezzati e raggiungono una migliore visibilità rispetto altri social network. Canva può essere utile anche realizzare le immagini di anteprima (chiamate “Pulse”) che vengono inserite negli articoli e per preparare delle dettagliate infografiche che riscuotono sempre molto successo. Il programma offre moltissimi strumenti e contenuti per poter arricchire il nostro profilo LinkedIn: la versione gratuita offre ben 250.000 modelli, un centinaio di progetti (post di social media, presentazioni, lettere e altro) e un centinaio di migliaia di foto e grafiche e ben 5 GB di spazio in cloud. Nella versione a pagamento (è richiesta la sottoscrizione di un abbonamento mensile) avremo a disposizione un numero strabiliante di contenuti: circa 420.000 modelli gratuiti, 75 milioni di foto, video, audio e grafiche e uno spazio di archiviazione di 100 GB, oltre alla possibilità di pubblicare i contenuti dei social media su 7 piattaforme. È previsto anche un abbonamento speciale per le imprese con uno spazio di archiviazione illimitato e altre funzionalità ad hoc.

Se vogliamo migliorare il nostro profilo LinkedIn e renderlo più professionale possiamo farlo con questi utili strumenti e senza spendere un euro!

Scrivimi per una consulenza su LinkedIn o per un corso aziendale

 

L’arte di scrivere i titoli (e comunicare online): intervista a Massimo Salomoni

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Massimo Salomoni ha un passato da creativo e un presente da (vero) esperto social: ha una sua agenzia, Smack – Comunicazione di parola a Milano e un incarico di docenza allo IED. Abbiamo fatto quattro chiacchiere sulla creazione dei contenuti e in particolare sui titoli. Ne è venuta fuori una discussione stimolante (non avevo dubbi, conoscendo Massimo da anni) sulla comunicazione online in generale.

Ci sono delle regole che ti sei dato quando fai un titolo/oggetto per un articolo online?

Sono profondamente convinto che esista una sola regola fondamentale quando si parla, o si vuole parlare, con qualcuno: cercare di utilizzare un registro, uno stile, un tono di voce in grado di farsi comprendere e, allo stesso tempo, riconoscere.

Parlare su Instagram a una community di appassionati di un brand di beauty, per esempio, esige parole e costruzioni sintattiche differenti da quelle utilizzate per parlare su Linkedin di un’azienda specializzata in Artificial Intelligence e analisi dei Big Data.
Prima di prendere in mano la penna (in partenza sono ancora profondamente analogico, aiuta a prendersi il tempo di riflettere) o di poggiare le dita sulla tastiera è bene cercare di capire chi siano i propri interlocutori, quali le loro passioni, i loro interessi.

Già piattaforma come Facebook, senza ricorrere a sofisticati strumenti di identificazione della buyer’s personas, mette a disposizione tutti gli strumenti per individuarli: basta leggere gli insight e scoprire le riviste, i programmi TV, le serie più amate dal proprio pubblico.

Tutto questo, ovviamente, va messo in relazione con il primo asset di ogni comunicatore: la conoscenza della Brand Identity del cliente e la capacità di rispettarla.

Esistono dei trucchi del mestiere (uso punteggiatura, posizione keyword, enfasi su emozioni, ecc.) che puoi rivelare?

I trucchi sono fatti per essere scoperti, e con il numero spropositato di contenuti che circolano ogni minuto sulla rete quelli più efficaci durano il proverbiale spazio di un mattino. All’inizio sembravano imprescindibili i titoli click-bait con i loro richiami “Non riuscirai a credere che cosa hanno scoperto” che portavano inevitabilmente alla delusione per una rivelazione inesistente, poi è stata la volta dell’instant marketing con stuoli di post praticamente tutti identici ispirati allo stesso evento che rendevano indistinguibile l’identità dell’azienda che li firmava.

Ora sta iniziando a prendere piede il posizionamento su cause politiche o sociali che oltre a rischiare di svilire, logorandoli,
concetti nobilissimi come “Sostenibilità” o “Corporate Social responsibility” inevitabilmente portano a un’ulteriore polarizzazione delle posizioni di cui francamente non abbiamo bisogno.

Inizio ad avere la stessa sensazione anche sulle regole matematiche della SEO: un keyword a inizio di frase, se messa in modo forzato, equivale alla strizzatina d’occhio o al colpo di gomito fatto all’amico cui si sta raccontando una battuta sulla cui efficacia si è poco convinti. Sono sempre più convinto che il trucco migliore sia quello di non averne: in fondo lo diceva già Oscar Wilde che la spontaneità è la posa più difficile da mantenere.

Puoi indicare un titolo/oggetto, tuo a altrui, che ti piace particolarmente e perché?

Quando si affrontano periodi di cambiamento come questo che stiamo attraversando, e ormai ne ho attraversati alcuni, cerco sempre di tornare ai classici. Nel campo della comunicazione, i classici sono quelli della storia della pubblicità.

Fra tutti i miei preferiti restano quelli storici della Volkswagen Beetle, che ha sovvertito i canoni abituali del mercato automobilistico USA puntando sull’originalità della forma e del concetto stesso che stava dietro all’auto. Riuscendo a far entrare in sintonia con i gusti di una generazione ribelle un’auto che, ricordiamolo, era stata voluta da Adolf Hitler in persona.

Perché i brand, quelli veri, devono saper attraversare i tempi, le mode, i mezzi che cambiano. O forse, più filosoficamente, lasciare che sia il tempo ad attraversarli.

Scrivimi per organizzare un corso sul Web writing

Cercare lavoro online [intervista a SeiLaTV del 14 gennaio 2021]

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Il 14 gennaio 2021 sono stato ospite della trasmissione “Pomeriggio 216” di SeiLaTV per parlare della ricerca del lavoro online. In particolare abbiamo affrontato i temi del corretto posizionamento, della reputazione digitale e i social, della ricerca ai tempo degli ATS (i sistemi di recruiting automation), delle truffe e altro ancora. Puoi rivedere l’intervista, della durata di 14 minuti, qui:

Guarda qui un’intervista a Sei La TV del 2020:

La tecnologia in famiglia: intervista a Rai Radio 1 (Formato Famiglia) del 12 gennaio 2021

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Il 12 gennaio 2021 sono stato intervistato, in diretta su Rai Radio 1, nella trasmissione “Formato famiglia” condotta da Diana Alessandrini e Savino Zaba.
Abbiamo parlato di due argomenti a partire dai miei due libri “Manuale per genitori di nativi digitali” e “Sharenting“:

  • l’uso consapevole della tecnologia in famiglia;
  • genitori che condividono troppo.

Qui puoi sentire l’intervista integrale della durata di 10 minuti:

Per altre interviste radio: