Il Papa chiede ai preti di non usare ChatGPT nelle omelie. Perché no?

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Gianluigi Bonanomi e un sacerdote preparano un’omelia con appunti personali e ChatGPT al computer

ChatGPT non ha un’anima. D’accordo. Ma un’omelia può avere un’anima e riuscire comunque ad addormentare mezza chiesa.

Lo dico con rispetto per chi deve trovare ogni settimana parole capaci di parlare a persone diverse, con problemi diversi, davanti a un testo che molti hanno già ascoltato decine di volte. È un compito difficile. Proprio per questo, quando leggo l’invito del Papa a evitare l’intelligenza artificiale nella preparazione delle omelie, mi viene una provocazione: io un corso su ChatGPT in seminario lo farei.

Un corso serio, però. Con esercizi, verifiche e una regola iniziale: il sacerdote deve arrivare alla tastiera con qualcosa da dire.

Che cosa ha detto davvero Leone XIV

Partiamo dalla fonte, perché anche le notizie sul Papa meritano qualcosa di meglio del copia e incolla. Il 19 febbraio 2026, incontrando il clero della diocesi di Roma, Leone XIV ha invitato a «resistere alla tentazione di preparare le omelie con l’intelligenza artificiale».

Nel passaggio non nomina ChatGPT: parla dell’AI in generale. E non è una dichiarazione appena pronunciata, anche se può tornare a circolare come notizia.

Il suo ragionamento ha due parti. Bisogna continuare a esercitare l’intelligenza; inoltre, l’omelia è condivisione della fede, radicata nell’esperienza del sacerdote e nella conoscenza della comunità. Una macchina non può offrire quella testimonianza.

È un’obiezione sostanziale. Sarebbe scorretto ridurla a una paura della tecnologia. La mia proposta resta una posizione personale sull’uso dello strumento, non una rilettura del discorso come se il Papa avesse autorizzato le omelie assistite dall’AI.

Da un Papa laureato in matematica mi aspetto una distinzione in più

C’è un dettaglio che rende questa posizione ancora più interessante: Leone XIV si è laureato in matematica alla Villanova University nel 1977. Lo conferma anche l’università che gli ha conferito il Bachelor of Science. E ha dedicato la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, datata 15 maggio 2026, alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

Insomma, l’AI occupa un posto importante nella sua riflessione pubblica. Una laurea in matematica, naturalmente, non rende automaticamente esperti di modelli linguistici. Però da un Pontefice con una formazione scientifica e un’attenzione così esplicita al tema mi aspetto una distinzione più precisa tra gli usi dello strumento.

Santo Padre, proprio perché prende sul serio l’intelligenza artificiale, perché fermarsi a un invito così ampio a evitarla nella preparazione delle omelie? Chiedere a ChatGPT di produrre una predica da leggere senza pensarci e usarlo per mettere alla prova una riflessione personale sono due pratiche profondamente diverse. Un’indicazione ai sacerdoti dovrebbe aiutarli a riconoscere questa differenza.

La stessa enciclica offre un appiglio per discuterne: ai paragrafi 97 e 98 Leone XIV precisa di voler proporre un discernimento morale e sociale, senza offrire una trattazione tecnica, e riconosce i limiti delle conoscenze sul funzionamento dell’AI. Più avanti, al paragrafo 100, ne riconosce il possibile valore come aiuto, accompagnato dalla necessità di vigilanza.

Ecco perché proporrei di portare quel discernimento anche nel laboratorio della scrittura: insegnare a usare il chatbot mantenendo il controllo del contenuto, verificando ciò che suggerisce e assumendosi la responsabilità di ogni parola pronunciata.

Qui il video ufficiale di Vatican News sulla firma della prima enciclica di Leone XIV:

La creatività può ricevere una mano dall’AI?

Qui possiamo uscire dalle impressioni e guardare agli studi.

Nel 2024 Anil R. Doshi e Oliver P. Hauser hanno pubblicato su Science Advances uno studio sperimentale sulla scrittura di racconti brevi. I testi degli autori che potevano ricevere idee dall’AI sono stati giudicati più creativi, meglio scritti e più piacevoli, con benefici particolarmente evidenti per chi partiva da risultati inferiori nella misura di creatività utilizzata.

C’è però un rovescio della medaglia: i racconti assistiti dall’AI erano più simili tra loro. Migliora il singolo risultato, ma si rischia di restringere la varietà complessiva.

Tradotto nella mia provocazione: possiamo immaginare omelie più curate, ma anche cento parroci che raccontano la stessa storiella sul ponte, sulla luce e sul viaggio. L’algoritmo cambia parrocchia, il repertorio rimane quello.

Un altro lavoro, di Byung Cheol Lee e Jaeyeon Chung, pubblicato nel 2024 su Nature Human Behaviour, ha studiato l’uso di ChatGPT in cinque esperimenti su problemi creativi. Le idee ottenute con il supporto del chatbot sono risultate più creative rispetto alle condizioni senza tecnologia o con una ricerca su Google. Il vantaggio riguardava soprattutto novità incrementali, più che innovazioni radicali.

È interessante per chi cerca una nuova immagine per spiegare un concetto conosciuto. Resta un limite decisivo: questi esperimenti non dimostrano che l’AI migliori la qualità spirituale di un’omelia, la correttezza teologica o il rapporto con i fedeli. Studiano altri compiti. L’applicazione alla predicazione è una mia ipotesi da mettere alla prova.

Scrivere più velocemente può liberare tempo per ascoltare

Un sacerdote potrebbe avere un’intuizione valida e fare fatica a darle una struttura. Potrebbe conoscere bene il tema e usare frasi che gli ascoltatori faticano a seguire. Potrebbe ripetere tre volte la stessa idea senza accorgersene.

In questi casi vedo un possibile spazio di lavoro per l’AI.

Shakked Noy e Whitney Zhang, in uno studio pubblicato su Science nel 2023, hanno coinvolto 453 professionisti in compiti di scrittura. L’accesso a ChatGPT ha ridotto in media il tempo impiegato del 40% e aumentato del 18% la qualità valutata dei testi.

Attenzione: non significa che un parroco risparmierà automaticamente il 40% del tempo o farà una predica migliore del 18%. Sarebbe una trasposizione arbitraria. Significa che, in determinati compiti di scrittura, il supporto può produrre benefici misurabili.

La mia proposta è destinare l’eventuale tempo recuperato alla preparazione sostanziale: studio, preghiera, ascolto. Se una revisione più rapida permette di dedicare più attenzione a una persona, mi sembra un uso sensato della tecnologia. Se serve soltanto a sfornare più parole, il vantaggio diventa molto meno interessante.

ChatGPT per le omelie: come costruire un secondo cervello

Quando parlo di secondo cervello penso a un archivio organizzato di letture, appunti, commenti verificati e riflessioni personali. ChatGPT può aiutare a interrogare quei materiali e a lavorarci sopra. Il solo fatto di aprire una chat non crea automaticamente un archivio attendibile.

Immagino un sacerdote che abbia già meditato il brano e scritto il messaggio centrale. A quel punto potrebbe chiedere al chatbot di proporre tre strutture, individuare passaggi astratti, suggerire immagini da valutare o indicare dove il testo rischia di diventare moralistico.

Il lavoro parte dalla sua riflessione. La macchina offre alternative. Lui sceglie, corregge, scarta e riscrive.

Un esempio ipotetico: un’omelia sul perdono. Il sacerdote potrebbe chiedere immagini legate a un’amicizia interrotta, a una conversazione familiare o a un conflitto quotidiano. Poi dovrebbe verificare che quelle immagini rispettino il senso del brano e non facciano passare il perdono per una cancellazione automatica delle responsabilità.

La competenza conta soprattutto qui: nel riconoscere un’analogia seducente che porta nella direzione sbagliata.

Un prompt da provare, dopo aver pensato

Come mostro anche nella mia raccolta di esempi di prompt engineering, dare contesto, obiettivi e limiti rende più preciso il lavoro richiesto al chatbot. Per un sacerdote proporrei questo esercizio:

Aiutami a revisionare la preparazione di un’omelia. Ti fornisco il brano biblico, un commento verificato, i miei appunti e un mio testo precedente come riferimento di stile.

Il messaggio che voglio trasmettere è: [messaggio]. L’assemblea è composta da: [descrizione generale].

Prima di proporre modifiche, fammi tre domande per chiarire ciò che voglio dire. Poi suggerisci tre scalette diverse e tre immagini quotidiane, spiegando anche i limiti di ogni analogia.

Lavora soltanto sui materiali forniti. Non inventare citazioni, testimonianze, episodi personali o spiegazioni teologiche. Segnala ciò che richiede una verifica. Individua cliché, ripetizioni e frasi difficili da comprendere all’ascolto. Aspetta la mia scelta prima di riscrivere un passaggio.

È una traccia operativa, non una garanzia di correttezza. Il sacerdote deve controllare i riferimenti sui testi originali e rileggere tutto ad alta voce. E dovrebbe usare descrizioni generali della comunità, evitando di caricare confidenze o vicende riconoscibili dei parrocchiani.

Un’immagine efficace conta anche per la Chiesa

Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, ai paragrafi 157 e 158, Francesco insiste sull’utilità delle immagini e su un linguaggio comprensibile agli ascoltatori. Riporta anche una formula essenziale per una buona omelia: «un’idea, un sentimento, un’immagine».

Non è un’approvazione preventiva di ChatGPT. È un richiamo alla cura della comunicazione che, secondo me, merita di entrare nella discussione. Un’immagine ben scelta può aiutare a capire; dieci metafore infilate a forza possono trasformare un’omelia in una presentazione motivazionale.

Accattivante, dunque, dovrebbe significare capace di suscitare attenzione e comprensione. La fede non si misura con il tasso di coinvolgimento.

Anche la nota vaticana Antiqua et nova, pubblicata nel gennaio 2025, offre un criterio pertinente: l’AI deve assistere il giudizio umano e restare complementare all’intelligenza della persona. È un principio generale, non un’autorizzazione specifica per preparare omelie.

Io farei un laboratorio in seminario

Da formatore proporrei un esercizio molto concreto. Ogni partecipante prepara prima una riflessione autonoma. Poi usa l’AI per ricevere obiezioni, alternative e suggerimenti di revisione. Infine confronta le due versioni con un docente e con alcuni ascoltatori.

Valuterei chiarezza, fedeltà al testo, originalità, riconoscibilità della voce e tempo effettivamente impiegato, compresi i controlli. Chiederei anche che cosa è stato perso nella riscrittura. Un testo più fluido potrebbe aver cancellato proprio la frase più personale.

Questo sarebbe un modo per verificare sul campo la mia tesi, invece di trattarla come una verità già dimostrata.

Il richiamo del Papa merita di essere preso sul serio. Proprio per questo vorrei insegnare a riconoscere quando lo strumento aiuta a pensare e quando rende troppo facile smettere.

ChatGPT può suggerire una metafora. Il sacerdote deve sapere perché usarla, a chi rivolgerla e che cosa vuole testimoniare attraverso quelle parole.

In seminario, io ci porterei il chatbot. E all’esame chiederei al futuro prete di spiegarmi quali suggerimenti ha scartato. Lì si vede se il primo cervello è ancora al lavoro.

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