Sanremo vieta l’AI. E se portasse un po’ di varietà?

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L’avatar di Gianluigi Bonanomi presenta una catena di montaggio di cantanti e un robot musicista: provocazione su Sanremo e varietà creativa.

Leggo che a Sanremo si vuole proteggere la creatività umana dall’intelligenza artificiale. E mi viene una domanda poco elegante, ma abbastanza sanremese: siamo proprio sicuri che l’omologazione debba ancora arrivare?

La mia è una provocazione. Non penso che basti dare un microfono a un generatore musicale per ottenere un nuovo cantautore. Mi interessa però il paradosso: temiamo che le macchine producano canzoni tutte uguali, mentre accettiamo con molta più serenità le formule, le firme ricorrenti e le aspettative commerciali che possono rendere prevedibile anche una produzione interamente umana.

Per capirci: se il prompt implicito è sempre «fammi una canzone che funzioni a Sanremo», la tastiera può essere quella di un pianoforte oppure quella di un computer. La richiesta di rassicurarci resta la stessa.

Sanremo 2027 e intelligenza artificiale: che cosa dice davvero la regola

La notizia riguarda Sanremo 2027. La Rai ha presentato il nuovo regolamento il 21 settembre 2026. Il riferimento da leggere è il punto E della sezione «Le Canzoni», a pagina 12 del PDF ufficiale del regolamento.

Il principio è che i brani siano espressione della creatività umana. Il divieto riguarda l’impiego di AI nell’ideazione, nella composizione di musica e testi e nella realizzazione, quando questo comporta sostituzione, alterazione o snaturamento del contributo creativo umano. La Rai e il direttore artistico si riservano verifiche tecnologiche.

Questo passaggio, ripreso anche da RaiNews, è più preciso dello slogan «AI vietata». La clausola disciplina le canzoni: non contiene un divieto generale di usare l’AI nell’organizzazione del Festival, ma nemmeno un’autorizzazione indiscriminata a qualsiasi uso tecnico o amministrativo. La distinzione tra attività artistiche e attività di supporto è utile; per decidere che cosa sia ammesso serve valutare l’impiego concreto.

Stefano De Martino ha parlato di «intelligenza artigianale», come riporta ANSA. È una formula efficace. Difendere il lavoro di autori, interpreti e musicisti è un obiettivo che condivido. L’etichetta “artigianale”, però, non garantisce da sola l’originalità di ciò che ascolteremo.

Gli stessi autori: un dato reale, una conclusione da non forzare

Partiamo da un esempio verificabile, senza trasformare un’impressione da divano in una statistica musicale. Nel quadro degli autori di Sanremo 2025 ricostruito da Sky TG24, Federica Abbate risulta coautrice di sei brani effettivamente in gara. Davide Simonetta compare nei crediti di cinque canzoni; Davide Petrella in quelli di tre.

Sono professionisti capaci e richiesti. La loro presenza ripetuta documenta la ricorrenza di alcune firme, non dimostra che le canzoni siano identiche. Un autore può lavorare con interpreti diversi e ottenere risultati molto diversi. Inoltre ci sono percorsi riconoscibili come quelli di Brunori Sas, Lucio Corsi e Simone Cristicchi: descrivere il Festival come un’unica fotocopiatrice sarebbe una caricatura.

Resta una domanda legittima: quanto spazio riescono a trovare sensibilità, linguaggi e autori lontani dai circuiti già affermati? Contare le firme può aprire un’indagine, ma per misurare l’omologazione servirebbero anche analisi di testi, strutture, melodie, arrangiamenti e criteri di selezione. Non ho dati che permettano di dire che “la maggior parte dei brani di Sanremo è uguale”. Ho una provocazione e alcuni indizi da discutere.

L’automazione umana non ha bisogno di un algoritmo

Immaginiamo una ricetta: introduzione breve, emozione riconoscibile, ritornello che arriva puntuale, frase pronta a diventare una caption, crescendo finale. Questa è una caricatura della canzone costruita per piacere, non la descrizione certificata di tutti i brani del Festival.

La chiamo automazione umana in senso metaforico: ripetere scelte collaudate perché riducono il rischio. Il mestiere contiene anche formule, abitudini e vincoli. Succede nella comunicazione, negli articoli, nelle presentazioni aziendali. E può succedere nella musica.

Le convenzioni non sono un difetto in sé. Una struttura familiare può ospitare un’idea bellissima. Quando però il rispetto della formula diventa il criterio dominante, la sorpresa deve chiedere il permesso di entrare.

Su scala più ampia, uno studio di Joan Serrà e colleghi pubblicato nel 2012 su Scientific Reports ha analizzato descrizioni audio di 464.411 registrazioni della musica popolare occidentale, datate tra il 1955 e il 2010. Gli autori hanno rilevato, nel corpus, tendenze alla minore varietà delle transizioni tra altezze e all’omogeneizzazione della tavolozza timbrica, insieme a un aumento del livello sonoro.

È uno studio storico su caratteristiche specifiche del suono. Non misura Sanremo 2027, non valuta la qualità artistica complessiva e non autorizza a liquidare mezzo secolo di musica. Serve a ricordare che la discussione sull’omologazione precede l’AI generativa.

E se l’AI aiutasse qualcuno a uscire dalla formula?

Qui arriva la parte volutamente scomoda. Un artista potrebbe usare l’intelligenza artificiale per mettere in crisi la propria prima idea: esplorare un ritmo insolito, confrontare soluzioni di arrangiamento, trovare un’immagine meno prevedibile, accorgersi che sta riscrivendo sempre la stessa canzone.

Non sto dicendo che questi impieghi siano ammessi a Sanremo: proprio il loro eventuale contributo creativo li rende pertinenti alla clausola del regolamento. Sto ragionando su ciò che lo strumento potrebbe offrire alla ricerca artistica fuori dai limiti di quella gara.

Immagino due richieste opposte. La prima: «Produci una canzone simile ai successi recenti». La seconda: «Aiutami a riconoscere le scelte più prevedibili della mia bozza e a esplorare alternative che io possa sviluppare». Nel primo caso cerco una scorciatoia verso la familiarità. Nel secondo costruisco un confronto, del quale resto responsabile.

Nel mio video “Bollani e la musica creata con Suno” mostro un esperimento con la generazione musicale. È un modo concreto per ascoltare la tecnologia di cui discutiamo. Una dimostrazione delle possibilità di uno strumento non è una prova della sua superiorità artistica.

La ricerca mette in crisi anche la mia provocazione

Se voglio essere coerente, devo cercare anche le evidenze che complicano la mia tesi. Nel 2024 Anil R. Doshi e Oliver P. Hauser hanno pubblicato su Science Advances lo studio “Generative AI enhances individual creativity but reduces the collective diversity of novel content”.

L’esperimento riguardava racconti brevi. L’accesso a idee generate dall’AI migliorava le valutazioni di creatività, qualità della scrittura e piacevolezza, soprattutto per gli autori inizialmente meno creativi. Tuttavia, i racconti assistiti dall’AI risultavano più simili tra loro. Un vantaggio per il singolo poteva accompagnarsi a una perdita di varietà collettiva.

Non possiamo trasferire automaticamente questi risultati alla composizione musicale o al Festival. Ma sarebbe scorretto promettere che l’AI porti necessariamente novità. Potrebbe aiutare una persona a superare un blocco e contemporaneamente suggerire la stessa soluzione a moltissime altre.

Un successivo preprint del 2025 di Yun Wan e Yoram M. Kalman ha esplorato idee narrative generate attraverso profili diversi, con tratti culturali e stilistici differenti. In quel diverso disegno sperimentale non emergeva la stessa riduzione della diversità dei racconti assistiti. Lo segnalo come risultato preliminare, non come prova definitiva né come studio sulla musica: suggerisce che anche il modo di impostare la collaborazione meriti attenzione.

Per me la provocazione diventa così più interessante: l’AI potrebbe ampliare le possibilità se la usiamo per esplorare differenze; potrebbe restringerle se le chiediamo di replicare ciò che ha già funzionato. È un’ipotesi di lavoro, non una promessa.

Proteggere gli autori e lasciare spazio alla sperimentazione

Capisco la scelta di un concorso che vuole valorizzare il contributo umano. Il regolamento definisce un perimetro, e chi partecipa deve rispettarlo. Mi piacerebbe però che il dibattito pubblico affrontasse anche le domande operative: come distinguere assistenza e sostituzione? Come documentare un processo di lavoro? Dove collocare un suggerimento poi completamente rielaborato?

Personalmente preferirei una discussione che mettesse al centro:

  • Trasparenza: dichiarare gli strumenti usati e il loro ruolo.
  • Responsabilità: sapere chi ha scelto, scritto, modificato e approvato il risultato.
  • Rispetto del lavoro altrui: affrontare consenso, diritti e remunerazione, senza dare per scontato che ogni materiale disponibile possa essere sfruttato liberamente.
  • Spazio per il rischio artistico: premiare anche proposte che non somigliano a una hit già confezionata.

Sono criteri che propongo per discutere il rapporto tra tecnologia e creatività, non regole già adottate dal Festival. Un eventuale laboratorio fuori gara, dichiarato e con partecipanti consenzienti, potrebbe far ascoltare al pubblico diversi processi creativi e discuterne i risultati.

È un tema vicino a quello che ho affrontato commentando il dossier di Internazionale in “Chi guadagna dalla paura dell’AI?”: valutare rischi e opportunità richiede di guardare anche agli incentivi e alle scelte umane che accompagnano la tecnologia.

Il ritornello che vorrei cambiare

Non so se una canzone assistita dall’AI sarebbe più originale di una scritta senza. Per sostenerlo servirebbero confronti seri, ascolti alla cieca e criteri condivisi. So però che l’origine umana non è un certificato automatico di novità, così come l’origine artificiale non è un certificato automatico di banalità.

La mia provocazione resta questa: se vogliamo difendere la creatività, dobbiamo difendere anche il diritto di sorprenderci. La presenza di esseri umani nel processo è essenziale per il Festival che la Rai vuole organizzare. La loro disponibilità a rischiare determina quanto quel processo possa regalarci qualcosa di inatteso.

Altrimenti potremmo ottenere una canzone perfettamente umana, impeccabilmente artigianale e talmente prevedibile che, per scriverla, l’intelligenza artificiale non sarebbe nemmeno servita.

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