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Come si crea un deep fake?

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Il tema dei deep fake è letteralmente esploso, additato giustamente da molti come un’emergenza.

Faccio una premessa: nessuno aveva mai sentito questa espressione prima del 2018:

Ma cosa si intende per deep fake, letteralmente un “falso profondo”? Si tratta di una tecnica per la sintesi dell’immagine umana, basata sull’intelligenza artificiale, usata per manipolare e sovrapporre immagini e video originali con altre immagini e video fake, al fine di creare video falsi, contraffatti. Un esempio concreto? Qui fanno dire a Barak Obama cose che non ha mai detto, con la sua voce e con il volto che si muove naturalmente:

Esistono addirittura siti porno che usano i volti (si parla di face swap) e i corpi delle celebrità. In realtà questo lo può fare chiunque, per esempio con la app FaceMagic:

Come ho creato il deep fake di me stesso?

Per dimostrare quanto è facile creare dei deep fake, ho provato uno di questi strumenti su me stesso. Ho preso una mia immagine, un primo piano. E gli ho fatto cantare la Traviata. Ecco il risultato:

Impressionante, vero? Sai quanto tempo ci ho messo? Un paio di minuti. Ora ti racconto come.

Passo molto tempo in ascolto della rete (scusa per giustificare il mio cazzeggio sui social) e ultimamente sto trovando un sacco di spunti su TikTok, social che – a differenza di Instagram – non crea una tua bolla, ma ti mette sempre in contatto con account e contenuti nuovi. Casualmente, seguendo degli esperti tech, ho scoperto diversi tool di intelligenza artificiale interessanti. Insieme a strumenti quali, per esempio, Autodraw (tool che sfrutta l’A.I. per riconoscere automaticamente lo schizzo creato da una persona), mi sono imbattuto anche in Singing Portraits.

Come funziona Singing Portraits?

Il tool dei “ritratti cantanti”, in pratica, funziona così. Ti fai un selfie oppure scegli la foto (sotto i 10 Megapixel) che vuoi far cantare, quindi scegli la canzone tra quelle disponibili. Tra le altre, un bell’Happy birthday o un Feliz navidad, utilissime per mandare video di auguri originali…

A questo punto, il video viene elaborato automaticamente, ed è pronto in pochi secondi. Quindi puoi scaricarlo liberamente e farne quello che vuoi. Attenzione, però: con il piano gratuito si può creare una sola animazione. Eventualmente si possono anche comprare cinque animazioni per 5,99 dollari, oppure un abbonamento da 8 dollari al mese.

Buon deep fake!

[VIDEO] Come sconfiggere le fake news con blockchain e intelligenza artificiale

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In questo video mostro un paio di esperimenti interessanti di contrasto alle fake news. Ecco le fonti per eventuali approfondimenti:

Buona visione:

Scrivimi se vuoi organizzare un evento sulle fake news

[Videocorso gratis] Come generare contenuti con l’intelligenza artificiale

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[3 VIDEO] Evento “I linguaggi della comunicazione” di MakingLife: comunicazione digitale, A.I., gamification

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Il 5 novembre 2021 sono stato invitato dalla rivista MakingLife all’evento “I linguaggi della comunicazione nelle scienze della vita” per parlare di comunicazione digitale.

Nella prima parte del mio intervento sono partito da una notizia di cronaca di quei giorni (Donald Trump ha fondato il suo social network, Truth). È stata l’occasione per parlare di questi temi:

  • Che cosa si intende per disintermediazione?
  • La scelta dei canali di comunicazione
  • I modelli B2B, B2C ma anche C2B e C2C
  • Che differenza c’è tra social media e social network? (Il caso del Papa su Twitter)

Puoi rivedere questa parte di intervento qui:

Nella seconda parte del mio intervento parto da un’altra notizia: Facebook cambia nome e diventa Meta. Perché Zuckerberg ha preso questa decisione? Qui i temi sono:

Puoi rivedere questa parte di intervento qui:

Nella terza parte dell’intervento alla tavola rotonda sono invece partito da una provocazione: si parla tanto di comunicazione online, ma perché diamo per scontato che nei prossimi anni saranno gli umani a comunicare?

I temi sono:

  • Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella comunicazione
  • Esempi di tool per la creazione automatica di testi
  • Il verso scopo della comunicazione online: creare relazioni

Puoi rivedere questa parte di intervento qui:

Contattami per il tuo evento

 

 

5 trend di comunicazione digitale per il futuro (che ho scoperto con Exploding Topics)

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Dicembre 2021: tempo di previsioni per il prossimo anno. Ovviamente non parlo di oroscopi, vade-retro, ma di trend di comunicazione digitale. C’è chi parla del consolidamento di trend già noti come iper-targetizzazione, mobile, intelligenza artificiale e via dicendo. Ma su cosa si basano queste previsioni? Spesso su intuizioni personali, sentito dire, letto qua e là. Io preferisco fare previsioni basate sui dati.

Nel 1922 il danese Niels Bohr, premio Nobel per la Fisica, disse:

«È difficile fare previsionisoprattutto sul futuro»

Difficile fare previsioni, a meno che si abbiano a disposizione tantissimi dati e sistemi di analisi predittiva. Sto parlando, chiaramente, dei big data. Nel mio corso “Big data e comunicazione digitale: come costruire un piano editoriale data driven” illustro tanti strumenti per rivelare i trend di interesse del pubblico, ma anche qualcuno per prevedere i trend. Il mio proferito è Exploding Topics.

Che cos’è Exploding Topics?

Qualche tempo fa ho realizzato un breve video, di soli due minuti, dove illustro lo strumento e il suo funzionamento, davvero molto semplice:

Cinque trend di comunicazione digitale per il futuro

Grazie a Exoloding Topics, strumento freemium (parte free, parte a pagamento) che prevede anche una newsletter settimanale, da qualche tempo sto osservando i trend emergenti del mondo della comunicazione digitale. Segnalo i 5 a mio avviso più interessanti:

  1. L’intelligenza artificiale diventa… umanista
  2. Anche gli influencer diventano virtuali
  3. L’uomo, per difendersi, deve puntare sulla comunicazione emozionale
  4. La comunicazione emozionale è fatta soprattutto di immagini e pochissimo testo
  5. Bisogna fare marketing a ogni costo?

Eccoli uno a uno, con tanto di trend di crescita presi da Exploding Topics.

1) L’intelligenza artificiale umanista

Osservando gli ultime trend in termini di comunicazione digitale su Exploding Topics mi sono imbattuto in “Copysmith“. Scopro subito che si tratta di uno strumento di “AI copywriting“. Interessante: stiamo parlando di algoritmi che scrivono al posto nostro, ovvero di generazione automatica di testi. Non solo: questi algoritmi fanno questo lavoro con tutti i crismi, sistemando la SEO, le keyword, i tag, i titoli e tutto il resto. Possono scrivere schede prodotto (qui ovviamente sono più forti), annunci pubblicitari online (ads) ma ben presto alimenteranno bacheche social, blog, articoli di giornale e così via.

Alla base di strumenti come Copysmith (altri sono per esempio Nichesss, copyai e copyPro) c’è GPT-3: si  tratta proprio di intelligenza artificiale (intelligenza artificiale creata da OpenAI , un’azienda di ricerca co-fondata da Elon Musk) che partorisce contenuti con una struttura linguistica – linguaggio umano o linguaggio macchina – e con capacità di machine learning: impara!

Ecco un video che spiega come funziona uno di questi tool, copyai:

L’intelligenza artificiale scriverà i messaggi al posto nostro. Poi si prenderà la briga anche di conversare con i clienti. Manychat è un tool che ho visto crescere su Exploding Topics già dal 2020:

Anche se il trend è rosso (vuol dire che il picco di ricerche è passato), dobbiamo considerare che si tratta di trend americani che solitamente arrivano da noi con un certo ritardo. E infatti ancora adesso il tema dei chatbot personalizzati con Manychat è forte: questa guida, per esempio, è di metà del 2021.

Ecco un tutorial su Manychat, software che permette di creare e gestire dei chatbot professionali su Facebook Messenger e Instagram, automatizzando le interazioni con gli utenti:

2) Virtual influencer

L’intelligenza artificiale scrive e dialoga. Se l’uomo diventa così irrilevante, togliamolo di mezzo del tutto! Creiamo anche dei falsi idoli: gli influencer virtuali.

Faccio prima un passo indietro: la questione influencer è delicata, perché lo scenario è monopolizzato da subrette e cantanti. Esiste però un mondo di micro-influencer, rilevanti in ambiti ristretti, per nicchie di mercato. Esempio concreto: lavoro moltissimo con il mondo finance per progetti di formazione e consulenza; ho scoperto che in quell’ambiente vi è una sorta di venerazione per Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, il più grande hedge fund del mondo. In quell’ambito lui è un influencer, al di fuori non lo conosce quasi nessuno. Ma pensa anche al giornalista del settore B2B di nicchia seguito da qualche centinaia di persone, punto di riferimento per quel pubblico business.

Ma veniamo all’influencer che non esiste. Su Exploding topics ho visto crescere il concetto di “virtual influecer”. Siamo ben oltre i bebé e animali influencer (veri famiglia Fennagnez), i follower sono veri ma la celebrità seguita no:

Un esempio di virtual influecer è Imma.gram: una celebrità da 300.000 follower completamente creata al computer da una società che, guarda caso, promuove film come Final Fantasy e il videogioco The Legend of Zelda.

Qui un video dedicato a Imma:

Sempre su Exploding Topics si sta notando la crescita dei Vtuber, gli youtuber virtuali:

Kizuna AI è considerata la prima Vtuber in assoluto.

3) La comunicazione emozionale è l’unica arma di difesa dell’uomo

Per contrastare tutta questa tecnologia e l’intelligenza artificiale, molto poco empatica, la comunicazione umana dovrà essere sempre più emozionale. Un altro trend che mi ha colpito nei mesi passati è “storybrand”:

Storybrand è un’azienda B2B che aiuta i clienti (con formazione e consulenza) a rafforzare il loro marketing e il loro posizionamento grazie allo storytelling. Passata l’era della fisicità e dell’intelligenza (prima creavano valore i forti, poi quelli intelligenti), ora che gli algoritmi sono più intelligenti di noi (passami la provocazione) vi è un ritorno all’umani e alle emozioni. E quindi anche alle storie.

4) La comunicazione emozionale è fatta di immagini e pochissimo testo (o audio)

Il trend della comunicazione digitale degli ultimi anni è chiarissimo: meno testo, più immagini. In perfetto stile Instagram. A volte addirittura zero testo e solo video brevi: vedi TikTok. Insomma: meno ragionamento, più emozioni. Meno messaggi per la neocorteccia, più cibo per i pensieri veloci (per dirla con Kahneman). Il testo, sui vari social, scompare? Non ancora, ma si accorcia ulteriormente. Prendiamo, per esempio, il fenomeno “one word caption”.

Che cosa si intende per “one word caption”? È una parola (a volte una brevissima frase, spesso aforismi sbagliati: povero Oscar Wilde!) che solitamente si usa su Instagram o nello status di WhatsApp. Comunica in modo immediato, come una trigger word, uno stato d’animo, un messaggio, una suggestione.

Qui trovi una lista di oltre 400 “one word caption” in lingua inglese. Qualche esempio:

  • “Homecoming”
  • “Legend”
  • “Speechless”
  • “Daydreaming”

A volte le caption sono associate anche alle emoji:

Non basta contrarre il testo, occorre puntare prevalentemente sulle immagini. Del resto gli esperimenti di eye-tracking ci dimostrano che per ottenere lo “stop the scroll” sui social occorre puntare forte sulle immagini, non sulle parole. In questo grafico, preso da Viralbeat, si può notare anche il tipico F-pattern:

Per puntare sulle immagini  un’azienda o un professionista hanno due alternative: rivolgersi a un professionista oppure arrangiarsi con il “fai da te2. Io, spesso, me la la cavo con Canva.

Da quando ho scoperto Canva, anni fa, mi è cambiata la vita. Ho poca dimestichezza con la grafica digitale, quindi uno strumento che mi consente di creare banner per il blog, miniature per Youtube, post per i social, infografiche, presentazioni accattivanti per me è oro.  L’interesse per lo strumento, che è nato 8 anni fa e che nel frattempo è diventato un unicorno, è ancora in crescita:

 

Sono tante le piattaforme che consentono di scaricare grafiche gratuitamente. UnDraw è un portale che mette a disposizione illustrazioni e immagini vettoriali di alta qualità, ma soprattutto open source:

Ecco un’esempio di un’immagine da scaricare:

E il trend dell’audio? Nonostante il mezzo flop di Clubhouse, l’audio pare essere un trend davvero interessante:

Perché l’audio è un trend destinato a durare? Per tre motivi:

  • L’audio è versatile (posso ascoltare un podcast anche quando corro al parco o sono in coda in tangenziale): basti vedere il trend di crescita degli audiolibri
  • La diffusione degli smart speaker (Alexa, Google Home, ecc.) sta spingendo i contenuti audio
  • L’audio permette di creare contenuti più coinvolgenti. Un ricerca ha rivelato che l’audio digitale lo è più di radio e TV.

5) Marketing a tutti i costi?

Conosci la legge di Sturgeon?

«Il novanta percento di tutto è spazzatura»

Perché la cito? Perché uno dei trend che ho intercettato è il shitposting, una parola poco elegante:

Per shitposting si intende un contenuto brutto, inutile o irrilevante che ha lo scopo di far deragliare una conversazione o provocare gli altri. Esempi? Meme brutti, battute squallide, spam. Ecco un assaggio trash:

Roba da troll, insomma. In realtà non si tratta di un nuovo trend: per qualcuno shitposting era la parola digitale del 2017!

Si può fare shitposting, oltre che per provocare, anche per promuovere? Tradotto: esiste il shitposting marketing?

Tema delicato. Vale tutto pur di attirare l’attenzione? In un mondo caotico e assordante, vince chi grida di più? Possiamo fare un contenuto scadente, sbagliato per, machiavellicamente, ottenere l’obiettivo della visibilità? Faccio un esempio concreto. Qualche tempo fa mi imbatto su Facebook in questo volantino:

Sulle prime mi sono messo a ridere: com’è possibile che un grafico sia così ingenuo da fare un errore così macroscopico? Poi ho capito: se quella comunicazione non fosse diventata virale, non avrei mai scoperto quell’evento… La shitstorm funziona!

Questo è stato definito il “marketing dell’errore” (a volte dell’orrore). Ecco un esempio:

Come racconta Insidemarketing:

Questo visual della campagna di Real Time per San Valentino fece il giro del web indignando i puristi della grammatica. Solo più tardi si scoprì che non si trattava né di un refuso di un copy distratto, né di un apostrofo di troppo, ma che era invece una voluta scelta di genere: il programma lanciato, infatti, raccontava storie d’amore e vicende di coppia, anche di coppie omosessuali.

Lo stesso vale per dei “tone of voice” particolari e provocatori. È il caso Taffo, per esempio. Quanti funerali e bare vende di più grazie al black humor? Pare pochi. “A dirlo sono i dati dello Sprout social index 2017: un atteggiamento irriverente sui social attira l’attenzione dei consumatori, ma non è detto che questo condizioni positivamente le vendite“.

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Shield: la app per l’employee advocacy su LinkedIn [StartUp News]

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[Questo articolo è stato pubblicato su StartUp News il 18 dicembre 2020]

Lavorando con LinkedIn mi capita sovente di imbattermi in applicazioni o servizi di terze parti che promettono di ampliare le potenzialità del social professionale di Microsoft o di sfruttarne i dati. Una di queste mi ha particolarmente colpito: si chiama Shield. Per presentarla ho intervistato Filippo Piras, Growth Marketing Manager di Shield.

Da quale esigenza nasce Shield?

Shield nasce dall’esigenza di misurare e riportare le statistiche dei contenuti LinkedIn per uno o più profili personali aggregati. Alex ed Andreas, rispettivamente CEO and CTO, prima di fondare Shield lavoravano assieme per una azienda di consulenza locale chiamata Agile Squad. Essi lavoravano con brand scandinavi come BCG Nordics e Danske Bank. Andreas ed Alex notarono la mancanza di una soluzione in grado di aggregare statistiche di contenuti su illimitati profili personali su LinkedIn per programmi di Employer Branding e Employee advocacy. Dopo aver notato questo gap decisero di chiudere Agile Squad e sviluppare un prodotto per colmare questa mancanza. Dopo circa un anno di product development, Alex e Andreas fondarono Shield.

Come funziona, in pratica, e a chi potrebbe servire?

Shield propone sia un piano per B2C che per B2B. Singoli utenti LinkedIn, Agenzie PR, Agenzie di digital Marketing, PMI e grandi imprese utilizzano Shield per misurare l’impatto dei loro contenuti organici, massimizzare la loro reach e aggregare contenuti statistici su più profili personali attraverso una dashboard. Shield raccoglie questi dati attraverso il proprio API che comunica con l’API di LinkedIn durante il processo di onboarding.

Quanta intelligenza artificiale usate e quanta prevedete ce ne sarà in futuro?

Al momento Shield è una piattaforma puramente descrittiva e di monitoraggio di statistiche dei contenuti condivisi da profili personali. Shield ha più di 5000 utenti attivi. Attraverso i dati raccolti dai nostri user, Il piano per il 2021 e per i prossimi anni è di educare la piattaforma e aggiungere sempre più intelligenza artificiale. Tutto ciò al fine di fornire maggiori insight sull’engagement dell’audience di ciascun membro LinkedIn e ciascun brand.

Intelligenza artificiale: che cos’è e quali professioni sono più a rischio?

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Ultimamente sto approfondendo il tema dell’intelligenza artificiale. Tra i vari libri letti, quello che ho trovato più efficace è certamente “Intelligenza artificiale. Guida al prossimo futuro” di Jerry Kaplan.

La lettura del libro mi ha ispirato ben due video: uno introduttivo e uno sulle professioni a rischio.

In questo video racconto che cos’è l’intelligenza artificiale:

In quest’altro video parlo di sette professioni a rischio:

Qui invece trovi il mio spettacolo “Stupidità artificiale Vs. Stupidità umana”:

L’head hunting al tempo dell’intelligenza artificiale: l’intervista a Federico Colacicchi di Techyon

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Techyon ha ideato uno strumento che sfrutta l’intelligenza artificiale per coadiuvare il lavoro umano nell’ambito HR, in particolare per trovare talenti nel settore IT. Per approfondire l’argomento ho fatto tre domande a Federico Colacicchi, managing partner dell’azienda.

1) In che modo un algoritmo può aiutare un professionista delle risorse umane in un mestiere basato molto sulle relazioni, sull’empatia, sull’intelligenza emotiva?

La chiave sta nel verbo “coadiuvare”. I benefici apportati dalla tecnologia sarebbero nulli senza una mente umana dietro, in grado di sfruttare quei benefici a proprio vantaggio.
Talvolta, l’immaginario collettivo raffigura la tecnologia come antitesi dell’umanità; noi, al contrario, la consideriamo un alleato prezioso. Al momento non esiste un algoritmo capace di sostituire un recruiter in carne e ossa, per lo meno non in ogni fase della sua attività. Quel che esiste, ciò che Techyon utilizza, è uno strumento in grado di incrementare il lavoro umano nelle sue declinazioni più tecniche. Un database completo, targettizzato e in costante aggiornamento, alleggerisce la persona dall’alienante compito della ricerca tra una vastissima mole di informazioni. Se è la tecnologia a compiere l’indagine e trovare i candidati sotto forma di dati, il professionista delle risorse umane ha più tempo per concentrarsi sul candidato in quanto persona. Gli strumenti svolgono un’attività preliminare, diversa da quella, empatica e relazionale, affidata alla persona.

2) Tanta parte della selezione del personale, al giorno d’oggi, si basa su ricerche e keyword. La vostra soluzione aiuta anche in questo?

Certamente. Negli ultimi anni il processo di recruitment ha subito una radicale evoluzione. Gli strumenti di digital automation sono una preziosa risorsa, soprattutto in fase di sourcing. L’utilizzo mirato di keyword è imprescindibile per una società come Techyon, settoriale e altamente specializzata. Le ricerche svolte dai nostri recruiter sono profondamente targettizzate, le parole chiave restringono il campo di ricerca, selezionando dal database solo le figure in possesso di tutte le competenze richieste per quella specifica posizione.

3) Da molto tempo si parla di sistemi ATS per la selezione del personale: che cosa ha in più la vostra soluzione?

È la specializzazione a fare di Techyon e dei suoi strumenti un unicum tra le società di head hunting. Così come molte società di ricerca e selezione, anche noi utilizziamo un Applicant Tracking System per le attività di screening delle candidature, con una sostanziale differenza: i nostri sistemi sono ideati appositamente per la selezione di profili informatici. I nostri recruitment engineer hanno un focus unico, sono esperti del segmento Information Technology, ne padroneggiano le dinamiche e possiedono un’approfondita conoscenza delle competenze richieste a un professionista del settore. Allo stesso modo, le tecnologie da noi utilizzate agiscono esclusivamente in ambito IT. Tutto in Techyon è altamente specializzato e dedicato unicamente all’Information Technology.

10 esempi di stupidità digitale: il mio articolo satirico per Agenda Digitale

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Nota: questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 21 giugno 2019.

Altro che AI: ecco dieci esempi di stupidità digitale

Dieci casi esemplificativi di come l’intelligenza artificiale ogni tanto riesca a fare concorrenza alla più prosaica stupidità umana

on si fa altro che parlare di intelligenza artificialerobot che ci ruberanno il lavorochatbot che superano il test di Touring, auto che guidano da sole e droni che giocano alla guerra o a fare i postini volanti: pare di vivere il mondo immaginato da Asimov molti anni fa. Ora che ci viviamo in mezzo, però, ci rendiamo conto che l’intelligenza artificiale ogni tanto fa concorrenza alla più prosaica stupidità umana. Ecco dieci esempi.

Google Photos

Nel 2015 Google Photos aggiunse una funzione per etichettare automaticamente le foto in base al contenuto. Peccato che non riuscì a distinguere un afroamericano da un gorilla. Apriti cielo: Big G peggio del Ku Klux Klan!

Uomo o statua?

Google ha sviluppato anche un’innovativa tecnologia di sfocatura per non rendere riconoscibili i volti identificabili nelle immagini di Street View. Qualche tempo fa non riusciva nemmeno a riconoscere gli umani dalle statue. Un passo avanti rispetto alla storia dei gorilla.

Call to action…estreme

Nei miei corsi sul Web writing suggerisco sempre di mettere una call to action alla fine di ogni testo: così però mi pare definitiva, forse l’AI dovrebbe ingaggiare un’intelligenza traduttrice professionista.

Congratulazioni, Gino!

LinkedIn, come qualsiasi altro social, guadagna se rimaniamo all’interno dello piattaforma: per questo cerca di tirarci dentro ovunque siamo, per esempio inviandoci tonnellate di mail. Invia anche messaggi sugli anniversari lavorativi dei contatti. Una volta mi è arrivata una mail con scritto:

“Fai anche tu i complimenti a Gino che è da due anni nella posizione di: in cerca di lavoro”.

Forse avrei dovuto congratularmi per il reddito di cittadinanza.

Attenti al loop

Vogliamo parlare dell’errore ricorsivo? Attenzione al pericolo loop!
(fonte)

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Arma letame

Il robot aspirapolvere e la pupù del cane: un’arma… letame.
(fonte)

Foto panoramiche dell’orrore

Vogliamo parlare delle foto panoramiche che rivelano presenze sataniche?
(fonte)

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Assistenti robotici troppo zelanti

Atsushi Nishiguchi è un uomo d’affari giapponese che qualche tempo fa prese alloggio presso l’hotel Henn-na di Sasebo, il primo interamente gestito da umanoidi. Ma passò una notte da incubo. L’uomo russava e la sua assistente robotica interpretava il ronfo come una domanda incomprensibile. L’androide continuava a chiedere all’ospite: “Ripeta la domanda per favore”. Alla fine l’umano risolse chiamando un altro umano, nella sede centrale.

(fonte)

Alexa hot

Un bambino chiese ad Alexa di suonare la sua canzone preferita: “Digger, Digger”. Alexa capì tutt’altro: in risposta propose una stazione per il porno, aggiungendo le chiavi di ricerca pollastrella, amatoriale e ragazza sexy. Ecco il video:

La parabola di Tay

Nel 2016 Microsoft lanciò su Twitter il profilo di un bot con l’identità di una adolescente di nome Tay. Il software di AI avrebbe dovuto far evolvere il chatbot Tay sulla base delle interazioni con gli umani. Dopo alcune ore di interazione, con qualche troll e burlone, la personalità artificiale di Tay era diventata quella di una ninfomane nazista.

(fonte)

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Il social recruiting al tempo dell’intelligenza artificiale: intervista a Primo Bonacina

I robot conquisteranno il mondo! Da sempre gli “apocalittici” fanno più notizia e rumore degli “integrati”, per dirla con Umberto Eco, ma il fatto che una certa preoccupazione stia serpeggiando tra chi vede l’intelligenza artificiale (Artificial Intelligence o AI) come una minaccia al proprio lavoro o al futuro dei propri figli è sotto gli occhi di tutti. Peccato che i robot e l’intelligenza artificiale, invece, siano oggettivamente una risorsa: basti pensare che, come ha rilevato recentemente il manager di Microsoft Carlo Purassanta in un’intervista Rai, due bambini su tre, che sono oggi alle elementari, tra vent’anni faranno lavori che al momento non esistono. E che, molto probabilmente, avranno a che fare con tecnologia, robotica e intelligenza artificiale.

L’AI sta entrando prepotentemente nelle nostre vite: basti pensare ai chatbot su Facebook, a Siri, alla prevenzione delle frodi o agli articoli finanziari o sportivi già scritti da algoritmi; e l’AI ora si affaccia anche al mondo del lavoro. Anzi, al mondo della ricerca del lavoro. Per parlare di “AI for recruiting” ho contattato uno dei maggiori esperti di “social recruiting”, Primo Bonacina (nella foto).

L’intelligenza artificiale per il recruiting rappresenta la nuova frontiera dei software progettati per migliorare o automatizzare alcune delle fasi tipiche nei processi di assunzione. Quali sono le tendenze in atto?

L’interesse nei confronti di AI for recruiting è nato da tre principali tendenze. Innanzitutto la crescita economica in atto in molti mercati: ciò ha dato vita a un mercato professionale in cui la competizione per i migliori talenti è più accesa che mai. Tale competizione è destinata a crescere: secondo un sondaggio di LinkedIn il 56% dei talent acquisition leader crede che il loro volume di assunzioni crescerà nel 2017.

E il secondo trend?

Il bisogno di miglioramento tecnologico in area recruiting. Per quanto sia prevista una crescita delle assunzioni, il 66% dei talent acquisition leader afferma che il numero dei propri collaboratori per il recruiting resterà invariato o addirittura diminuirà.

In parole povere?

I recruiter, pressati da tempi assai stretti e aspettative elevate, avranno bisogno di strumenti di maggior efficacia per semplificare o automatizzare parte del proprio processo, soprattutto per quelle attività che implicano maggiore investimento e ripetitività in termini di tempo.

E i big data?

Sì, il terzo trend riguarda proprio l’analisi dei dati. Se da un lato la tecnologia diventa sempre più veloce ed efficiente in termini economici nella raccolta e analisi di un ampio numero di dati, dall’altro i talent acquisition leader sono sempre più portati a richiedere ai propri recruiter una prova della qualità delle metriche di assunzione, e questo sulla base di dati concreti, come per esempio le performance dei recenti nuovi assunti.

Come sempre accade quando c’è un’innovazione di tale portata, c’è anche un po’ di confusione, soprattutto per quanto riguarda i nuovi strumenti disponibili. Puoi illustrare i più interessanti?

Per aiutarvi a trovare il bandolo della matassa, vi propongo tre delle applicazioni più promettenti di “AI for recruiting”. La prima si chiama AI for candidate sourcing è una tecnologia che cerca online informazioni relative al profilo professionale delle persone (per esempio curriculum, portfolio o profili social media) per intercettare quei candidati passivi che possano rispecchiare i criteri di selezione.

In sostanza, qui parliamo di controllo della reputazione dei candidati. Hai nulla per la fase di selezione?

Sì, per le fasi di reclutamento che implicano grossi volumi, come quelli atti a coprire ruoli nel retail o customer service, la maggior parte del personale non ha il tempo necessario per passare al vaglio le migliaia di CV ricevuti per le posizioni aperte e serve quindi un aiuto. “AI for screening” è uno strumento ideato per automatizzare il processo di selezione dei CV dei candidati. Questa tipologia di screening software intelligente aggiunge funzionalità all’ATS (Application Tracking System) impiegando informazioni di post-assunzione, che riguardano per esempio prestazioni e turnover, in modo da creare una serie di “raccomandazioni” per l’assunzione di nuovi candidati.

In questo modo si può automatizzare un’attività ripetitiva e non fondamentale, consentendo ai recruiter di focalizzarsi su attività prioritarie. Che cosa mi dici invece del matching per trovare le corrispondenze migliori?

Trovare le corrispondenze migliori può divenire un compito ancora più arduo dei precedenti. Per questo segnalo “AI for candidate matching”. Gli algoritmi analizzano diverse fonti di dati – come per esempio tratti della personalità dei candidati, capacità e indicazioni legate a stipendio e package – per eseguire una valutazione automatica dei candidati in conformità con i criteri impostati.

Questo funziona anche su LinkedIn?

Certo, nella sostanza succede già: un’offerta di lavoro in LinkedIn mette in relazione le competenze della job description con quelle dei candidati sulla base di quanto indicato sui loro profili LinkedIn. I talent marketplace utilizzano algoritmi per trovare tali relazioni all’interno della loro comunità di candidati per le posizioni aperte.  Questi marketplace, in genere, soddisfano criteri specifici relativi alle competenze del candidato, come possono essere le capacità di sviluppo software o gli skill in area commerciale.

Insomma, il ruolo del recruiter sta cambiando: certamente molti automatismi possono essere delegati alle macchine, che fungono da suggeritori, ma la parte più difficile, e forse la più bella, quella del contatto e relazione e con i candidati, quella probabilmente non cambierà mai.