L’AI Academy Odpiù è un percorso pratico di intelligenza artificiale per rivenditori, guidato da me in collaborazione con Odpiù: tre incontri dedicati agli strumenti AI, all’integrazione commerciale e operativa e allo sviluppo delle vendite. Il corso si articola nelle sessioni del 22 e 30 settembre e del 5 ottobre 2026, dalle 14:30 alle 18:00, per un totale di 10 ore e mezza.

Un catalogo da consultare, un’offerta da preparare, un cliente che chiede un confronto tra prodotti. Quando progetto un corso sull’intelligenza artificiale per i rivenditori, parto da queste situazioni. La domanda che mi interessa è concreta: come possiamo usare l’AI per lavorare meglio domattina?

È con questo approccio che abbiamo costruito l’AI Academy powered by Odpiù. Il primo appuntamento, “I Fondamentali dell’AI per il Rivenditore”, si è svolto il 22 settembre. I partecipanti hanno lavorato direttamente dal proprio computer, sperimentando strumenti, prompt ed esempi da riportare in azienda.

Il post di Odpiù sul primo incontro dell’AI Academy

Nel post dedicato alla prima sessione, Odpiù racconta un pomeriggio di lavoro sugli strumenti AI, sulla loro configurazione e sulle applicazioni per semplificare le attività quotidiane. Riporto qui il post originale, con la fotografia del corso.

Post LinkedIn di Odpiù sul primo incontro AI Academy con Gianluigi Bonanomi
Il post di Odpiù sul primo incontro dell’AI Academy, con la fotografia della formazione in aula.

Perché un’AI Academy per i rivenditori

Odpiù opera nella distribuzione di prodotti per gli ambienti di lavoro e affianca all’offerta commerciale servizi di marketing, logistica, strumenti digitali e formazione per i rivenditori. L’Academy si inserisce in questo contesto: aiutare le aziende clienti a sviluppare competenze utilizzabili nelle proprie attività.

Nella presentazione pubblica dell’AI Academy, Odpiù richiama tre esigenze: preparare offerte commerciali, realizzare campagne di comunicazione e analizzare i dati d’acquisto dei clienti. Sono esempi che spiegano il taglio dell’iniziativa, pensata come laboratorio pratico per le imprese del settore.

Per chi vende, il valore di una formazione sull’AI va cercato proprio qui. Quanto è utile il risultato? Quali informazioni servono per ottenerlo? Quali controlli devo fare prima di inviarlo a un cliente? Sono le domande che ho voluto mettere al centro del percorso.

AI Academy Odpiù: programma e calendario del corso

Data Modulo Obiettivo
22 settembre 2026
14:30-18:00
I Fondamentali dell’AI per il Rivenditore Conoscere gli strumenti e iniziare a usarli nelle attività quotidiane
30 settembre 2026
14:30-18:00
Integrazione Commerciale e Operativa Applicare l’AI a documenti, informazioni e processi commerciali
5 ottobre 2026
14:30-18:00
Sviluppo del Business e Vendite Lavorare su ricerca clienti, comunicazione e preparazione della vendita

La progressione accompagna i partecipanti dalla familiarità con gli strumenti alla costruzione di applicazioni legate al proprio lavoro.

Il primo incontro: strumenti aperti e prove dal proprio PC

Il 22 settembre siamo partiti dai fondamentali dell’intelligenza artificiale generativa e dal suo utilizzo professionale. Come racconta il post di Odpiù, ogni partecipante ha lavorato dal proprio computer: un aspetto essenziale dell’impostazione didattica.

Nel programma del modulo abbiamo previsto casi vicini al lavoro del rivenditore: preparare documentazione commerciale, costruire schede prodotto, tradurre materiali, impostare presentazioni e lavorare sulle richieste dei clienti.

Il criterio con cui propongo questi utilizzi è semplice: il risultato dell’AI è materiale da valutare, correggere e completare. Un’offerta commerciale, per esempio, deve rispettare prezzi, condizioni e caratteristiche reali dei prodotti. La scorrevolezza del testo è soltanto una parte del lavoro.

Illustrazione di Gianluigi Bonanomi durante un laboratorio pratico di AI per rivenditori
Dalla teoria alla pratica: illustrazione realizzata con AI per rappresentare l’approccio laboratoriale del percorso.

Il secondo incontro: interrogare documenti e dare contesto all’AI

Il 30 settembre il percorso proseguirà con “Integrazione Commerciale e Operativa”. Entreremo nel lavoro sulle informazioni: cataloghi, listini, manuali, schede tecniche e documenti aziendali. Il programma prevede esercitazioni sul confronto tra documenti, sull’analisi di tabelle e sulla costruzione di una base di conoscenza da consultare.

Dedicheremo spazio anche al prompt engineering e al contesto da fornire agli strumenti. Ho inserito nel percorso il mio metodo G.O.L., insieme a esercizi che aiutano a precisare obiettivi, vincoli e forma del risultato.

Pensiamo a una richiesta come “Confronta questi prodotti”. Per renderla utile dobbiamo chiarire quali caratteristiche contano per il cliente, quali fonti utilizzare e come segnalare le informazioni mancanti. Un possibile esercizio è questo:

Usa esclusivamente le schede prodotto allegate. Confronta i tre articoli in una tabella, indicando caratteristiche, differenze e possibili impieghi. Quando un’informazione non è presente, scrivi “dato non disponibile”. Concludi con le domande da fare al cliente prima di formulare una proposta.

L’obiettivo didattico è imparare a costruire richieste verificabili e riutilizzabili.

Il terzo incontro: sviluppo del business e preparazione commerciale

Il 5 ottobre lavoreremo su “Sviluppo del Business e Vendite”. Il programma comprende ricerca di potenziali clienti, analisi dei competitor, preparazione delle visite commerciali e produzione di contenuti per email, newsletter, sito e social.

Una parte del lavoro sarà dedicata alla personalizzazione della comunicazione e alla gestione delle obiezioni. Ho previsto tecniche come SWOT, AIDA e analisi da più punti di vista, applicate a situazioni commerciali.

Un esercizio che propongo è usare l’AI per simulare un interlocutore: un cliente attento soprattutto al prezzo, un responsabile acquisti che chiede elementi di confronto, un prospect che non vede ancora il valore della proposta. Lo scopo è allenare il commerciale a preparare domande e argomentazioni.

Nel percorso è prevista anche un’introduzione agli assistenti personalizzati e agli agenti AI, collegandoli a possibili attività di supporto alle vendite e alla gestione delle informazioni.

Il lavoro comincia prima dell’aula

La preparazione dell’Academy ha incluso un confronto con il team Odpiù sui contenuti, sui profili e sulle aspettative dei partecipanti. Ho personalizzato i materiali per il target, mentre gli organizzatori hanno raccolto informazioni utili a orientare il percorso.

Questo passaggio permette di scegliere esempi comprensibili e di dare priorità alle esigenze di chi sarà in aula. È il metodo che adotto anche nel mio corso ChatGPT per aziende e professionisti: partire da ruoli, documenti e attività per costruire esercitazioni pertinenti.

Privacy, errori e verifica fanno parte del programma

Nei materiali preparati per l’Academy trovano spazio anche allucinazioni, controllo delle risposte, privacy, anonimizzazione e uso dei dati aziendali. Per me sono competenze da esercitare insieme alla scrittura dei prompt.

Quando si lavora su una scheda tecnica, bisogna poter risalire alla fonte. Quando si prepara una comunicazione commerciale, bisogna controllare che non contenga promesse o condizioni mai concordate. Propongo quindi di accompagnare ogni esercizio con alcune domande:

  • Quali dati abbiamo fornito?
  • Che cosa manca?
  • Quali elementi richiedono una verifica?
  • Chi approva il risultato prima che venga utilizzato?

Il traguardo è sviluppare autonomia di giudizio nell’uso degli strumenti.

Una testimonianza dall’AI Academy

Andrea Bertoli, raccontando il primo appuntamento dell’AI Academy, ha sintetizzato così il senso del percorso: «Guardare avanti è una scelta di metodo, non di moda».

Nel suo post su LinkedIn del 24 settembre 2026 descrive un pomeriggio intenso e ricco di contenuti sull’intelligenza artificiale applicata al settore e cita il mio intervento sui fondamentali dell’AI per il rivenditore.

Post LinkedIn di Andrea Bertoli sull'AI Academy Odpiù con Gianluigi Bonanomi
La testimonianza di Andrea Bertoli sul primo incontro dell’AI Academy Odpiù.

È una testimonianza che mi fa piacere perché coglie il punto centrale del corso: non inseguire la tecnologia del momento, ma costruire un metodo per usarla in attività reali, verificabili e utili al lavoro quotidiano.

Dalla prima prova a un’abitudine di lavoro

La mia proposta ai partecipanti è scegliere un’attività ricorrente e iniziare da quella: una scheda prodotto, la preparazione di un incontro, il confronto tra documenti, una comunicazione da personalizzare. Si costruisce una procedura, la si prova, si controlla il risultato e si capisce dove migliorarla.

Grazie al team Odpiù per la progettazione del percorso e ai partecipanti per essersi messi alla prova. Il prossimo appuntamento è il 30 settembre, per proseguire con l’integrazione commerciale e operativa. Per informazioni sull’Academy, il riferimento indicato dagli organizzatori è il proprio commerciale Odpiù.

Per progettare un percorso nella propria organizzazione, sono disponibili anche il mio corso sull’AI generativa e il percorso di formazione in dieci incontri.

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Il corso “Comunicare attraverso i social media” su Syllabus aiuta i dipendenti pubblici a usare i canali social in modo efficace, consapevole e coerente con la missione della Pubblica Amministrazione. Il percorso dura 3 ore e 15 minuti, è articolato in due livelli e affronta regole, strategia, scelta dei canali, crisi, promozione degli eventi e impiego responsabile dell’intelligenza artificiale.

Non è un corso per trasformare un Comune in un influencer. È un percorso per evitare che la comunicazione istituzionale sia un albo pretorio con i like.

Un corso sui social media nella PA consigliato da chi lo ha seguito

L’idea di questo articolo nasce da una recensione pubblicata su LinkedIn da Salvo Rosta. Il suo giudizio è netto: il corso gli è piaciuto e lo consiglia vivamente agli utenti di Syllabus. Nel post mette in evidenza la varietà dei moduli, dalle normative alla strategia, fino alla gestione delle crisi, agli eventi e all’intelligenza artificiale.

Recensione LinkedIn di Salvo Rosta sul corso social media per la Pubblica Amministrazione
Il post LinkedIn di Salvo Rosta dedicato al corso su Syllabus.

Una recensione di questo tipo vale più di uno slogan. Arriva da una persona che ha seguito il percorso e ne ha riconosciuto utilità e concretezza. Ringrazio Salvo per aver condiviso pubblicamente il suo riscontro.

Che cos’è “Comunicare attraverso i social media” su Syllabus

“Comunicare attraverso i social media” è un programma formativo disponibile sulla piattaforma Syllabus del Dipartimento della Funzione Pubblica. L’obiettivo dichiarato è sviluppare la capacità di utilizzare i social media in modo efficace, consapevole e coerente con la missione della Pubblica Amministrazione.

La durata complessiva indicata è di 3 ore e 15 minuti, oltre al tempo necessario per i test. Anche il Politecnico di Torino, nella propria pagina dedicata all’offerta Syllabus, conferma struttura, durata e finalità del programma.

I due livelli del corso

Livello Obiettivo operativo
Uso consapevole dei social media nella Pubblica Amministrazione Comprendere ruolo, responsabilità, vincoli e rischi dei canali social istituzionali.
Comunicare con efficacia sui social media Passare dalle regole alla pratica: strategia, contenuti, canali, eventi, crisi e nuovi strumenti.

I nuclei tematici messi in evidenza nella recensione comprendono:

  • normativa e responsabilità della comunicazione istituzionale;
  • strategia e coerenza con la missione dell’ente;
  • scelta dei canali e adattamento dei linguaggi;
  • gestione dei commenti, delle criticità e delle crisi;
  • promozione di iniziative, servizi ed eventi;
  • uso dell’intelligenza artificiale nella produzione e nell’organizzazione dei contenuti.

La sequenza è sensata: prima si capisce che cosa può e deve fare una Pubblica Amministrazione sui social, poi si lavora su come farlo bene.

Perché un corso social media per la Pubblica Amministrazione serve davvero

La Legge 7 giugno 2000, n. 150 inquadra le attività di informazione e comunicazione delle amministrazioni pubbliche. I social non sostituiscono siti istituzionali, URP e canali ufficiali. Aggiungono però un punto di contatto diretto, rapido e pubblico con cittadini e stakeholder.

Il problema nasce quando l’ente apre una pagina perché “ormai ce l’hanno tutti” e poi improvvisa. I sintomi sono familiari: comunicati stampa incollati su Facebook, locandine illeggibili sul telefono, risposte affidate all’umore del momento, foto pubblicate senza controlli, emergenze gestite con ritardo.

Le Linee guida AgID per la promozione dei servizi digitali ricordano che comunicazione, marketing e racconto devono favorire la conoscenza e l’utilizzo dei servizi pubblici da parte di cittadini e imprese. È esattamente qui che una formazione specifica fa la differenza: trasforma il social da vetrina autoreferenziale a strumento di servizio.

Che cosa dovrebbe saper fare un comunicatore pubblico sui social

Al termine di un buon percorso, il partecipante dovrebbe essere in grado di:

  1. definire obiettivi e pubblici prima di scegliere la piattaforma;
  2. distinguere informazione istituzionale, comunicazione politica e promozione dei servizi;
  3. costruire un piano editoriale sostenibile anche con risorse limitate;
  4. scrivere contenuti chiari, accessibili e utili;
  5. stabilire procedure di moderazione e risposta;
  6. gestire crisi, errori e ondate di commenti senza improvvisare;
  7. misurare risultati collegati a servizi e comportamenti, non soltanto like;
  8. usare l’AI come supporto, mantenendo controllo umano, riservatezza e verifica delle informazioni.

Una media policy istituzionale chiarisce finalità, contenuti e regole dei canali. La social media policy del Garante per la protezione dei dati personali offre un esempio concreto: stabilisce pertinenza, uso di fonti attendibili, rispetto della riservatezza e gestione dei contenuti non ammessi.

Per approfondire il tema ho pubblicato anche una guida su come scrivere una social media policy e una raccolta di esempi di LinkedIn nella Pubblica Amministrazione.

Il video: sette suggerimenti per usare LinkedIn nella PA

In questo intervento per PA Social mostro come LinkedIn possa diventare uno spazio di comunicazione istituzionale e professionale, non il deposito digitale dei comunicati stampa.

Intelligenza artificiale e comunicazione pubblica: utile, ma con metodo

Inserire l’intelligenza artificiale in un corso sui social media per la PA è ormai necessario. Può aiutare a generare varianti di un testo, semplificare un contenuto, proporre una scaletta, trasformare informazioni in FAQ o adattare un messaggio a canali diversi. Non può decidere da sola che cosa l’ente debba pubblicare.

Servono controlli sulle fonti, sui dati personali, sul tono istituzionale e sui possibili errori. Per questo, nei miei percorsi per gli enti, collego la comunicazione digitale alla formazione sull’uso responsabile dell’AI. Chi vuole approfondire può consultare il mio corso AI per Comuni e la pagina dedicata alla formazione AI per enti pubblici.

A chi è rivolto il corso

Il percorso è particolarmente utile per:

  • dipendenti e funzionari di Comuni, Province, Regioni e amministrazioni centrali;
  • addetti URP, uffici stampa e comunicazione istituzionale;
  • social media manager e digital manager della PA;
  • responsabili di servizi che devono comunicare scadenze, procedure e opportunità;
  • operatori di biblioteche, musei, aziende sanitarie, università ed enti culturali;
  • dirigenti chiamati a definire regole, responsabilità e flussi di approvazione.

Il Vademecum “Pubblica Amministrazione e social media” di Formez PA indica come destinatari proprio le persone che, con ruoli e responsabilità diversi, partecipano al processo di comunicazione degli enti pubblici.

Dal corso Syllabus a un laboratorio personalizzato per l’ente

Syllabus offre una base comune e facilmente accessibile agli utenti della piattaforma. Un Comune o un ente può poi trasformare quella base in un percorso applicato ai propri problemi reali.

Un laboratorio personalizzato può includere:

  • audit dei canali social già attivi;
  • definizione di obiettivi, pubblici e indicatori;
  • revisione o creazione della social media policy;
  • costruzione di un piano editoriale su servizi, scadenze ed eventi;
  • simulazione di una crisi social;
  • esercitazioni di scrittura per Facebook, Instagram, LinkedIn e YouTube;
  • uso guidato dell’AI per ideare, riscrivere e verificare contenuti;
  • procedure di approvazione e coordinamento tra uffici.

È il passaggio dalla conoscenza generale al lavoro quotidiano. Ed è lì che la formazione produce risultati visibili.

Domande frequenti sul corso social media per la PA

Dove si trova il corso?

Il percorso è disponibile sulla piattaforma Syllabus. Accesso e assegnazione dipendono dalle modalità previste dalla piattaforma e dall’amministrazione di appartenenza.

Quanto dura?

La durata indicata è di 3 ore e 15 minuti, oltre al tempo di esecuzione dei test.

Quanti livelli comprende?

Due: “Uso consapevole dei social media nella Pubblica Amministrazione” e “Comunicare con efficacia sui social media”.

È adatto soltanto agli addetti stampa?

No. È utile a chiunque contribuisca ai contenuti, alle risposte ai cittadini, alla promozione dei servizi o alla gestione delle emergenze comunicative.

È possibile organizzare un’edizione su misura?

Sì. Il percorso può essere adattato a dimensione dell’ente, canali utilizzati, competenze iniziali e casi reali, in presenza oppure online.

Fonti

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Cerchi un corso Microsoft Copilot gratuito in italiano? Su Fastweb Digital Academy trovi il mio corso Introduzione a Microsoft Copilot, disponibile on demand. Sono Gianluigi Bonanomi e ti accompagno nei primi passi con l’assistente AI di Microsoft: che cosa fa, come provarlo e quali applicazioni esplorare.

Accedi al corso gratuito su Fastweb Digital Academy.

Aprire una chat e scrivere una domanda richiede pochi secondi. Capire se la risposta merita di entrare in un’email, in un documento o in una decisione richiede un po’ di metodo. È da qui che suggerisco di partire: un compito concreto, istruzioni comprensibili e una verifica finale.

Corso Microsoft Copilot gratuito: programma e accesso

La scheda ufficiale del corso riporta queste caratteristiche:

Voce Informazioni
Titolo Introduzione a Microsoft Copilot
Docente Gianluigi Bonanomi
Piattaforma Fastweb Digital Academy
Costo e formato Gratis, on demand
Lezioni Tre video, con dispensa disponibile in piattaforma
Durata indicata 39 minuti nella scheda riepilogativa
Verifica finale Test delle competenze con rilascio dell’Open Badge; la scheda indica anche l’attestato di partecipazione

Il programma affronta tre argomenti: che cos’è Copilot, esempi d’uso e Copilot Pro con Microsoft Office. Puoi seguire i video quando preferisci e fermarti per consultare il materiale. La descrizione parla di tre lezioni da circa 15 minuti ciascuna: per la durata complessiva ho riportato il valore di 0:39 ore presente nel riepilogo.

Per iniziare, apri la pagina del corso e seleziona “Vai al corso”. Segui poi le indicazioni della piattaforma per accedere ai contenuti.

A chi consiglio questo corso introduttivo

Lo suggerisco a chi vuole orientarsi prima di inserire Copilot nelle proprie abitudini: impiegati, professionisti, responsabili di funzione, formatori e persone che hanno già provato ChatGPT e desiderano esplorare un altro strumento.

Il mio consiglio è scegliere prima una piccola attività: riscrivere una comunicazione, organizzare appunti, preparare domande per una riunione. Guardare una dimostrazione diventa più utile quando sai già su quale problema vuoi mettere alla prova ciò che impari.

Copilot gratuito e Microsoft 365: che cosa distinguere

Il corso è gratuito. Questo non significa che ogni funzione di Copilot mostrata nelle lezioni sia inclusa gratuitamente nel tuo account. Microsoft distingue l’accesso alla chat dalle funzionalità disponibili nei diversi abbonamenti personali e aziendali. Le integrazioni nelle applicazioni dipendono da licenza, account e configurazione.

Prima di acquistare un piano, consulta il confronto ufficiale Microsoft tra Copilot gratuito e Copilot in Microsoft 365. Il programma del corso conserva il riferimento a “Copilot Pro”: nomi, schermate e offerte possono evolvere rispetto alla registrazione. Per orientarti nell’interfaccia disponibile oggi, usa anche la guida e formazione Microsoft Copilot.

Tre esercizi da provare dopo le lezioni

Quelli che seguono sono esercizi originali che propongo a integrazione del corso. Usa appunti inventati o materiale che sei autorizzato a inserire nello strumento. Per ogni prova conserva la richiesta iniziale e confrontala con il risultato.

1. Trasformare appunti in un’email

Trasforma questi appunti fittizi in un’email a un cliente: [appunti]. L’obiettivo è concordare i prossimi passi. Usa un tono professionale, massimo 150 parole e una richiesta finale chiara. Non inventare date, prezzi o impegni. Se manca un’informazione, segnalala.

Controlla se la bozza aggiunge promesse assenti negli appunti. Un testo scorrevole può nascondere un impegno che non volevi prendere.

2. Ricavare una tabella delle attività

Leggi questo verbale fittizio: [testo]. Estrai una tabella con attività, responsabile, scadenza e frase del verbale che giustifica ogni riga. Quando un’informazione manca, scrivi “non indicato”. Non assegnare responsabilità per deduzione.

Confronta ogni riga con il testo di partenza. La colonna con la frase originale ti aiuta a controllare l’estrazione.

3. Preparare una presentazione

Proponi una scaletta di cinque slide per spiegare [argomento] a [pubblico]. Per ogni slide indica titolo, messaggio principale ed esempio. Usa soltanto queste informazioni: [materiale]. Segnala ciò che richiede una fonte aggiuntiva.

Valuta prima la logica del discorso. La grafica viene dopo. Per approfondire il rapporto tra istruzioni e risultati, puoi esplorare il mio percorso di formazione sull’AI generativa e sul prompt engineering.

Gianluigi Bonanomi: formatore AI e docente del corso Copilot

Mi occupo di formazione e consulenza sulla comunicazione digitale e sull’intelligenza artificiale generativa. Il mio percorso comprende il giornalismo informatico, la scrittura di libri e la docenza in digital marketing all’Accademia SantaGiulia di Brescia. Puoi consultare il mio profilo docente su Fastweb Digital Academy, con la biografia e gli altri corsi.

Come formatore AI, propongo di lavorare su quattro passaggi: scegliere un’attività, formulare la richiesta, controllare l’output e decidere come usarlo. Preferisco una prova semplice con criteri chiari a una dimostrazione spettacolare che nessuno sa ripetere il giorno dopo.

Formazione Copilot per aziende: dal video al laboratorio

Se stai cercando un formatore Copilot per la tua azienda, il corso gratuito ti permette di conoscere il mio modo di spiegare. Per un percorso dedicato, propongo di partire dalle applicazioni disponibili, dalle regole interne e dalle attività dei partecipanti.

Un laboratorio può concentrarsi su comunicazioni, documenti, presentazioni o analisi, definendo in anticipo il risultato da ottenere. Anche il percorso ufficiale Microsoft Learn sulla redazione, analisi e presentazione con Microsoft 365 Copilot organizza l’apprendimento intorno ad attività professionali concrete.

Per progettare la formazione insieme, indicami numero di partecipanti, ruoli, livello iniziale e versione di Copilot disponibile. Trovi un riferimento nel mio programma di formazione aziendale sull’intelligenza artificiale; per una richiesta specifica puoi usare il modulo qui sotto.

Domande frequenti sul corso

Il corso Microsoft Copilot è gratuito?

Sì, Fastweb Digital Academy lo presenta come gratuito e on demand. Gli eventuali abbonamenti software restano distinti dall’accesso alle lezioni.

È adatto a chi parte da zero?

È un’introduzione: lo consiglio a chi vuole conoscere Copilot e iniziare a sperimentare. Per esercitarti, parti da un compito breve con un risultato facile da controllare.

Rilascia una certificazione Microsoft?

La scheda descrive un Open Badge dopo il test e indica un attestato di partecipazione. Non presenta il corso come una certificazione professionale Microsoft.

Posso richiedere un corso Copilot per il mio team?

Sì, puoi contattarmi per valutare un percorso dedicato a obiettivi, competenze e strumenti della tua organizzazione.

Inizia dal mio corso Microsoft Copilot gratuito su Fastweb Digital Academy.

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L’11 e il 12 settembre 2026 ho portato l’intelligenza artificiale generativa a Officina del Talento 360, il progetto dell’Istituto di Psicologia del Benessere. Il mio modulo, “Prompt leadership: introduzione all’intelligenza artificiale generativa”, è dedicato a una domanda molto concreta: come usare ChatGPT per lavorare meglio, costruire un assistente personale e organizzare un secondo cervello digitale?

Il filo conduttore delle due giornate è questo: imparare a fare richieste efficaci all’AI, darle il contesto necessario e mantenere il controllo sui risultati. Perché avere un chatbot a disposizione è facile. Capire che cosa affidargli, come guidarlo e quando correggerlo richiede un po’ più di allenamento.

Gianluigi Bonanomi presenta Il talento con l’AI durante Officina del Talento 360

Il mio intervento su ChatGPT e intelligenza artificiale a Officina del Talento 360.

Che cos’è Officina del Talento 360

Officina del Talento 360 è un percorso multi-aziendale di crescita personale e manageriale. La proposta integra formazione esperienziale, coaching e mentoring, con tappe in aziende e luoghi diversi. Al centro ci sono leadership, comunicazione, benessere e capacità di affrontare il cambiamento.

Nel programma dell’edizione a cui partecipo, le aree di lavoro comprendono benessere personale, comunicazione, leadership del futuro e longevità. Si passa dalla conoscenza di sé alla gestione delle energie, dalla fiducia nelle relazioni all’intelligenza conversazionale, fino al cambiamento e alla sostenibilità personale e professionale. Il modulo sull’AI si inserisce nella parte dedicata alla leadership del futuro.

È una collocazione che condivido. Quando un manager usa l’AI, deve ragionare anche su come formula un incarico, su quali informazioni mette a disposizione e su quali responsabilità conserva. Sono domande che riguardano la leadership prima ancora del software.

Gli aggiornamenti di Officina del Talento si possono seguire anche sulla pagina LinkedIn dell’Istituto di Psicologia del Benessere, che racconta le tappe e le attività del progetto.

Con Leonardo Milani, Michela Nestori e Roberto Guidarelli

Gianluigi Bonanomi con Michela Nestori, Leonardo Milani e Roberto Guidarelli a Officina del Talento 360

Con Michela Nestori, Leonardo Milani e Roberto Guidarelli durante Officina del Talento 360.

Nella foto sono insieme a Leonardo Milani, Michela Nestori e Roberto Guidarelli. Milani è psicologo e direttore dell’Istituto di Psicologia del Benessere; Nestori è co-fondatrice dell’Istituto, emotional coach e formatrice; Guidarelli è presentato nel team dei docenti di Officina del Talento come Chief Operating Officer, HR Manager e specialista nella gestione di progetti complessi.

Grazie a loro per avermi coinvolto in un progetto che mette in relazione competenze tecnologiche e sviluppo delle persone. La collaborazione con l’Istituto comprende anche la formazione sull’AI: sul sito è possibile consultare la proposta “Il Manager del Futuro nell’Era dell’AI Online”, un percorso distinto dal modulo in presenza raccontato qui.

Il programma: 12 ore di laboratorio sull’intelligenza artificiale

Il modulo è progettato in due giornate da sei ore, ciascuna divisa in due sessioni. L’impostazione è laboratoriale: computer aperti, esercizi, documenti e richieste da costruire. L’obiettivo è collegare gli strumenti alle attività decisionali, creative e operative del lavoro manageriale.

Prima giornata: capire l’AI e usarla nel lavoro

La prima parte del programma affronta le differenze tra predizione, generazione e automazione. Introduce inoltre il funzionamento dei modelli linguistici, con riferimenti a ChatGPT, Claude e Gemini. Il passaggio alla pratica prevede la costruzione di una presentazione manageriale e una riflessione sul contributo umano nella produzione assistita.

Il pomeriggio è dedicato all’analisi dei documenti, con l’introduzione all’approccio RAG, cioè alla generazione supportata dal recupero di informazioni da fonti. Nel programma sono previsti un esercizio su un documento aziendale con NotebookLM, la creazione di immagini per progetti e storytelling e una prima riflessione guidata nel diario digitale.

Formazione AI a Officina del Talento: Gianluigi Bonanomi in aula con i partecipanti

Un momento della formazione, con i partecipanti al lavoro sui propri computer.

Seconda giornata: assistenti personali e prompt efficaci

La seconda giornata mette al centro l’AI come collega virtuale: agenti, creazione assistita di documenti e costruzione di un assistente personale con i GPTs. Il programma comprende anche una dimostrazione con Genspark e il confronto su etica, bias, delega e controllo, attraverso il role-play “Delego o decido io?”.

La sessione finale approfondisce il prompt engineering: dalle richieste di base alle strategie più articolate, fino a un esercizio di progettazione assistita nel diario digitale. Chiudono il modulo il debriefing e le domande dei partecipanti. Per ritrovare gli strumenti e continuare a sperimentare, sul mio sito raccolgo le risorse dei miei corsi su ChatGPT e sull’AI generativa.

ChatGPT come assistente personale: partire da un compito preciso

Nel mio intervento ho parlato di come usare ChatGPT come assistente personale. Il punto di partenza è scegliere un’attività riconoscibile: preparare una riunione, riordinare appunti, costruire una bozza o confrontare alternative.

Il criterio che propongo è semplice: definire l’incarico prima di aprire la chat. Quale risultato mi serve? Su quali materiali deve lavorare l’assistente? Quali vincoli deve rispettare? Come controllerò la risposta?

Ecco un esempio di richiesta, utile per mettere in pratica questo approccio:

Aiutami a preparare una riunione di allineamento di 30 minuti. Ti fornisco gli appunti del progetto. Ricava un ordine del giorno con le decisioni da prendere e i punti ancora aperti. Distingui ciò che è scritto negli appunti dalle tue proposte. Non inventare scadenze o responsabili. Se manca un’informazione indispensabile, chiedimela.

La differenza sta nella qualità dell’incarico. “Organizzami il lavoro” lascia aperte troppe interpretazioni. Specificare materiali, obiettivo e limiti permette di valutare con maggiore chiarezza se la risposta è utilizzabile.

Il secondo cervello digitale: dare ordine a ciò che sappiamo

L’altro tema centrale è stato ChatGPT come secondo cervello. Uso questa espressione per indicare un metodo di lavoro: raccogliere materiali, organizzarli e interrogarli per recuperare informazioni e sviluppare idee. La parola “cervello” è una metafora: non significa che il sistema comprenda la nostra esperienza o ricordi ogni cosa senza errori.

Un secondo cervello utile parte dalla cura dei contenuti. Appunti disordinati, documenti superati e istruzioni contraddittorie non diventano una buona base di conoscenza solo perché li carichiamo in un chatbot. Conviene invece scegliere le fonti, indicarne la versione e stabilire come aggiornare ciò che cambia.

Per un manager, propongo tre possibili punti di partenza:

  • Un dossier di progetto: obiettivi, documenti aggiornati, decisioni e questioni ancora da risolvere.
  • Un archivio di comunicazione: esempi di testi, destinatari, tono desiderato e criteri di revisione.
  • Un diario di apprendimento: osservazioni, domande e azioni da riprendere dopo la formazione.

Nel lavoro preparatorio con l’Istituto abbiamo affrontato anche il diario digitale e un assistente virtuale per orientarsi nel percorso. Sono applicazioni coerenti con questa idea: dare continuità alla formazione e rendere consultabili le informazioni quando servono.

Prompt efficaci: una competenza di comunicazione e di delega

Ho insistito molto sul prompt engineering, cioè sulla capacità di formulare e migliorare le istruzioni date all’AI. Preferisco insegnarlo attraverso problemi concreti: chiarire l’obiettivo, fornire il contesto, indicare il formato e verificare il risultato.

Una buona abitudine è chiedere al chatbot di separare i fatti dalle ipotesi. Un’altra è fargli individuare le informazioni mancanti. Una terza è sottoporre la prima risposta a una revisione, invece di considerarla automaticamente conclusiva.

Per esempio:

Rileggi la proposta che hai appena elaborato. Individua le ipotesi che non sono sostenute dai documenti, segnala le informazioni mancanti e formula tre domande che dovrei chiarire prima di decidere.

Questo tipo di richiesta porta l’attenzione sul ragionamento e sulla verifica. Il rischio, altrimenti, è confondere una risposta ben scritta con una risposta ben fondata. La prosa impeccabile è piacevole. Non è una certificazione di qualità.

Che cosa dice la ricerca su AI, produttività e secondo cervello

Per approfondire i temi del laboratorio, vale la pena affiancare agli esempi cinque riferimenti scientifici. Questi lavori aiutano a inquadrare opportunità e rischi: non sono una valutazione del nostro corso e non dimostrano, da soli, l’efficacia di un “secondo cervello” costruito con ChatGPT.

1. Scrittura professionale: i benefici osservati in un esperimento

Shakked Noy e Whitney Zhang, in Experimental evidence on the productivity effects of generative artificial intelligence (Science, 2023), hanno coinvolto 453 professionisti laureati in compiti di scrittura. Nel gruppo con accesso a ChatGPT, il tempo medio è diminuito del 40% e la qualità è aumentata del 18%. Sono risultati relativi a quelle attività sperimentali, non una promessa di risparmio su qualsiasi lavoro. Il collegamento con il workshop è concreto: scegliere un compito, provare lo strumento e valutare il risultato.

2. La frontiera irregolare: capire dove l’AI aiuta

Fabrizio Dell’Acqua e colleghi, in Navigating the Jagged Technological Frontier (paper avviato nel 2023, versione aggiornata su SSRN), studiano attività realistiche di consulenza manageriale. Il punto centrale è che l’assistenza dell’AI può migliorare alcuni compiti e peggiorarne altri, anche quando sembrano avere difficoltà simili. La mia lettura operativa è questa: prima di delegare, serve capire quale parte del lavoro il sistema sa affrontare e dove dobbiamo verificare con maggiore attenzione.

3. Delega cognitiva: il riferimento per parlare di secondo cervello

Evan F. Risko e Sam J. Gilbert, nella rassegna Cognitive Offloading (Trends in Cognitive Sciences, 2016), analizzano come ricorriamo ad azioni e supporti esterni per ridurre le richieste cognitive di un compito. Lo studio precede ChatGPT e non ne valuta gli effetti. Offre però una cornice per ragionare su appunti, promemoria e archivi: decidere che cosa affidare all’esterno dipende anche da quanto sappiamo valutare le nostre capacità.

4. Fiducia nell’AI e pensiero critico: attenzione a ciò che misuriamo

Hao-Ping Lee e colleghi, in The Impact of Generative AI on Critical Thinking (CHI 2025), hanno raccolto le risposte di 319 lavoratori della conoscenza. Una maggiore fiducia nell’AI risulta associata a un minore ricorso dichiarato al pensiero critico. Si tratta di un’indagine basata su autovalutazioni, non della prova che ChatGPT causi un declino cognitivo. Per la formazione, ne ricavo un motivo in più per allenare verifica delle fonti, revisione e responsabilità sul risultato.

5. Prompt engineering: un repertorio di tecniche da sperimentare

The Prompt Report: A Systematic Survey of Prompt Engineering Techniques, di Sander Schulhoff e colleghi (preprint arXiv del 2024, aggiornato nel 2025), organizza la letteratura sul prompting e propone una tassonomia di 58 tecniche per i modelli linguistici. È una rassegna utile per dare struttura alla sperimentazione, non una ricetta universale. Nel lavoro quotidiano suggerisco di confrontare richieste diverse sullo stesso compito, controllando quali producono risposte più pertinenti e verificabili.

AI, leadership e benessere: che cosa farne del tempo recuperato?

Il contesto di Officina del Talento invita infine a una domanda che mi interessa molto: quale uso vogliamo fare dell’aiuto dell’AI? La mia proposta è dedicare più attenzione alle decisioni, alle relazioni e ai compiti che richiedono giudizio. Ho sviluppato questo ragionamento anche nell’articolo su AI e fatica mentale.

Per me, formare un manager all’intelligenza artificiale significa anche allenarlo a riconoscere i limiti della delega. L’assistente può essere parte del processo; obiettivi, criteri e responsabilità devono restare chiari. È il senso del lavoro portato in queste due giornate: usare meglio gli strumenti per esercitare meglio il proprio ruolo.

Per conoscere il progetto e richiedere informazioni sulle prossime edizioni, il riferimento è l’Istituto di Psicologia del Benessere.

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Molte aziende hanno già fatto il primo passo: qualcuno usa ChatGPT per scrivere una mail, qualcun altro prova Copilot su un documento, il reparto marketing genera idee per un post, HR chiede una sintesi di un curriculum.

Poi arriva la domanda vera: come trasformare queste prove individuali in una competenza condivisa?Un workshop di team building sull’AI generativa e sul prompt engineering serve proprio a questo: non è la solita lezione frontale su “quanto è potente l’intelligenza artificiale”, ma un laboratorio in cui le persone lavorano insieme, sperimentano, sbagliano, correggono, discutono e imparano a usare gli strumenti AI con metodo.Perché l’AI non si impara guardando slide. Si impara facendo domande migliori.

Che cos’è un workshop di team building sull’AI generativa?

Un workshop di team building sull’AI generativa è un laboratorio aziendale in cui un gruppo di persone usa strumenti come ChatGPT, Microsoft Copilot, Gemini, Claude o Perplexity per risolvere problemi concreti di lavoro. I partecipanti imparano le basi del prompt engineering, sperimentano casi d’uso reali e collaborano in squadre per produrre output utili: idee, analisi, procedure, testi, briefing, presentazioni, sintesi o prototipi. Il risultato non è solo “capire l’AI”, ma usarla meglio insieme.

Perché oggi le aziende cercano workshop AI e non solo corsi tradizionali

La formazione sull’intelligenza artificiale generativa è diventata urgente per almeno tre motivi.

Il primo è operativo: gli strumenti sono già entrati nel lavoro quotidiano. Anche quando l’azienda non li ha ancora adottati ufficialmente, spesso i dipendenti li stanno provando. È il fenomeno del “Bring your own AI”: ognuno usa il proprio assistente, spesso senza regole comuni.

Il secondo è culturale: l’AI generativa non riguarda solo l’IT. Tocca comunicazione, vendite, HR, amministrazione, formazione, customer care, documenti, riunioni e processi decisionali.

Il terzo è normativo. L’AI Act europeo introduce il tema dell’AI literacy, cioè l’alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale. La Commissione europea chiarisce che chi usa sistemi AI deve avere competenze adeguate a contesto, ruolo, rischi e persone coinvolte. Non significa trasformare tutti in tecnici, ma evitare un uso ingenuo dell’AI.

In pratica: non basta dire “usate ChatGPT con attenzione”. Bisogna spiegare che cosa significa attenzione.

Prompt engineering: non è parlare bene con una macchina

Il prompt engineering è l’arte, o meglio il metodo, per scrivere istruzioni efficaci a un sistema di AI generativa.

OpenAI lo definisce come il processo di scrittura di istruzioni efficaci per ottenere risposte coerenti con i propri requisiti. Google Cloud lo descrive come la progettazione e l’ottimizzazione delle richieste per guidare i modelli linguistici verso risultati utili.

Tradotto in aziendalese umano: un prompt è una richiesta. Ma una buona richiesta non dice solo “fammi una presentazione”. Dice:

  • quale ruolo deve assumere l’AI;
  • quale obiettivo deve raggiungere;
  • quale contesto deve conoscere;
  • quali fonti deve usare;
  • quali vincoli deve rispettare;
  • in che formato deve restituire il risultato;
  • quali errori deve evitare;
  • come deve segnalare dubbi, limiti e assunzioni.

Per questo nei miei corsi uso spesso un metodo semplice, il metodo GOL:

  • Guida: che ruolo deve assumere l’AI?
  • Obiettivo: che cosa deve produrre davvero?
  • Layout: in quale formato deve rispondere?

Esempio di prompt debole:

Scrivi una mail per un cliente.

Esempio di prompt migliore:

Agisci come responsabile customer care di una PMI B2B. Scrivi una mail cortese ma ferma a un cliente che chiede uno sconto non previsto dal contratto. Obiettivo: mantenere la relazione, spiegare il limite commerciale e proporre un’alternativa. Tono professionale, umano, non burocratico. Massimo 180 parole. Chiudi con una proposta di call di 15 minuti.

Non è magia. È progettazione della richiesta.

Come funziona un workshop di team building sull’AI

Un buon workshop AI aziendale dovrebbe alternare quattro momenti.

1. Allineamento: capiamo che cosa stiamo usando

Prima di mettere le mani sulla tastiera, serve una base comune:

  • che cosa sono AI generativa, LLM, chatbot e strumenti multimodali;
  • differenza tra ChatGPT, Copilot, Gemini, Claude, Perplexity e Gemini Notebook (ex NotebookLM);
  • perché l’AI può essere utile ma anche sbagliare;
  • che cosa sono allucinazioni, bias, prompt injection, dati riservati;
  • quali informazioni non vanno inserite negli strumenti pubblici;
  • quali regole interne conviene definire.

Questa parte deve essere breve. Se dura troppo, il workshop diventa una conferenza travestita.

2. Dimostrazione: esempi veri, non fuochi d’artificio

Il formatore mostra alcuni casi pratici:

  • trasformare una riunione in un verbale operativo;
  • riassumere un documento lungo;
  • generare una scaletta per una presentazione;
  • confrontare due offerte commerciali;
  • preparare domande per un colloquio;
  • riscrivere un testo in diversi toni;
  • creare una checklist di controllo;
  • analizzare rischi e punti deboli di un’idea.

Qui il punto è far vedere anche gli errori.

Un output mediocre è didatticamente prezioso: permette di chiedere “perché è uscito così?” e “come possiamo migliorarlo?”.

3. Laboratorio a squadre: l’AI diventa team building

I partecipanti vengono divisi in piccoli gruppi. Ogni squadra riceve una sfida, per esempio:

  • migliorare un processo interno;
  • progettare una campagna di comunicazione;
  • creare un piano di onboarding per nuovi colleghi;
  • sintetizzare policy o documenti aziendali;
  • preparare un pitch commerciale;
  • costruire una FAQ per clienti;
  • trovare idee per ridurre tempi, errori o passaggi inutili.

Ogni gruppo deve scrivere prompt, testare output, correggere, documentare il metodo e presentare il risultato.

La parte interessante non è solo che cosa produce l’AI. È come il gruppo discute: chi dà contesto, chi controlla, chi semplifica, chi nota l’errore, chi fa la domanda giusta.

E lì il team building diventa reale.

4. Debriefing: cosa portiamo a casa lunedì mattina?

Alla fine ogni squadra presenta:

  • obiettivo scelto;
  • prompt usati;
  • risultato ottenuto;
  • errori incontrati;
  • correzioni fatte;
  • possibili applicazioni nel lavoro quotidiano;
  • regole di buon senso da adottare.

Questa fase è fondamentale. Senza debriefing, il workshop resta un gioco. Con il debriefing diventa apprendimento organizzativo.

Esempi di laboratori AI per aziende

Laboratorio 1: “Il prompt perfetto non esiste, il prompt utile sì”

Obiettivo: insegnare ai partecipanti a migliorare progressivamente una richiesta.

Partecipanti: 12-30 persone.

Durata: 2 ore.

Attività: ogni gruppo parte da un prompt volutamente vago, per esempio “crea un piano marketing”. Poi deve migliorarlo aggiungendo ruolo, contesto, obiettivo, vincoli, formato e criteri di qualità.

Output finale: una mini-libreria di prompt aziendali riutilizzabili.

Adatto a: marketing, comunicazione, commerciale, formazione, HR.

Laboratorio 2: “AI per riunioni migliori”

Obiettivo: usare l’AI per preparare, sintetizzare e rendere operative le riunioni.

Partecipanti: 10-25 persone.

Durata: mezza giornata.

Attività: i gruppi lavorano su una riunione tipo: ordine del giorno, documento preparatorio, sintesi, decisioni, rischi, follow-up, mail ai partecipanti.

Output finale: template per agenda, verbale, action item e follow-up.

Adatto a: manager, project manager, team interfunzionali.

Laboratorio 3: “Customer care aumentato”

Obiettivo: migliorare risposte, FAQ e gestione dei casi ricorrenti.

Partecipanti: 8-20 persone.

Durata: mezza giornata o una giornata.

Attività: i partecipanti portano casi reali anonimizzati: reclami, richieste frequenti, obiezioni, situazioni delicate. L’AI aiuta a generare risposte, ma il gruppo deve verificarle, adattarle e renderle coerenti con tono e policy aziendali.

Output finale: bozze di risposta, matrice tono/situazione, checklist di controllo.

Adatto a: customer care, vendite, post-vendita, uffici relazione clienti.

Laboratorio 4: “Prompt battle”

Obiettivo: rendere il prompt engineering coinvolgente attraverso una sfida tra squadre.

Partecipanti: 20-80 persone.

Durata: 3-4 ore.

Attività: ogni squadra riceve lo stesso problema aziendale. Vince chi produce il risultato più utile, chiaro, verificabile e applicabile. Non vince chi fa il testo più spettacolare: vince chi lavora meglio con l’AI.

Criteri di valutazione:

  • qualità del prompt;
  • pertinenza dell’output;
  • gestione dei vincoli;
  • controllo delle fonti;
  • utilità per l’azienda;
  • chiarezza della presentazione finale.

Adatto a: eventi aziendali, convention, sales meeting, giornate HR.

Laboratorio 5: “AI Act e uso consapevole dell’AI”

Obiettivo: collegare competenza pratica e alfabetizzazione AI.

Partecipanti: 15-40 persone.

Durata: mezza giornata.

Attività: i gruppi analizzano scenari aziendali: uso di ChatGPT con dati cliente, selezione HR, generazione di contenuti, analisi di documenti, riassunto di riunioni, creazione di immagini. Per ogni scenario devono decidere: opportunità, rischi, dati da non inserire, controlli umani, regole interne.

Output finale: bozza di policy AI o checklist per l’uso responsabile.

Adatto a: HR, compliance, manager, comunicazione, formazione.

Laboratorio 6: “AI per presentazioni e storytelling aziendale”

Obiettivo: usare l’AI per trasformare informazioni grezze in presentazioni chiare.

Partecipanti: 10-25 persone.

Durata: 3 ore o mezza giornata.

Attività: ogni gruppo riceve dati, appunti o documenti aziendali e deve costruire una scaletta, un messaggio centrale, una struttura slide e un pitch di 3 minuti.

Output finale: storyboard della presentazione e prompt per generare titoli, sintesi, esempi e Q&A.

Adatto a: manager, sales, marketing, formazione, consulenti.

Quante persone possono partecipare?

Dipende dal formato.

Per un laboratorio molto operativo, il numero ideale è 12-24 partecipanti. Permette di lavorare in gruppi piccoli, seguire le esercitazioni e discutere bene gli output.

Per un team building aziendale più ampio si può arrivare a 40-80 persone, ma serve una progettazione diversa: squadre, facilitatori, tempi stretti, consegne chiare, criteri di valutazione e un momento finale ben organizzato.

Per una convention o un evento plenaria si può lavorare anche con 100-300 persone, ma in quel caso il format diventa più scenico: demo live, quiz, sfide rapide, votazioni, esercizi guidati da smartphone o gruppi campione.

In sintesi:

  • 8-12 persone: laboratorio intensivo e personalizzato.
  • 12-24 persone: formato ideale per formazione pratica.
  • 25-50 persone: team building strutturato a squadre.
  • 50-100 persone: workshop-evento con facilitazione.
  • 100+ persone: keynote interattivo o convention AI.

Quanto dura un workshop AI?

Anche qui dipende dall’obiettivo.

Formula breve: 2 ore

Utile per una prima introduzione pratica. Funziona bene se l’azienda vuole “accendere la lampadina” e far capire che il prompt engineering non è solo scrivere domande a caso.

Mezza giornata: 3-4 ore

È il formato più equilibrato. Permette introduzione, demo, laboratorio a squadre e restituzione finale.

Giornata intera: 6-7 ore

Adatta quando si vuole produrre qualcosa di concreto: libreria di prompt, checklist, idee di processo, prototipi di comunicazione, policy interna, casi d’uso per reparto.

Due giornate

Consigliate per percorsi più profondi: prima giornata su metodo e casi d’uso, seconda giornata su progettazione, test, presentazione e piano di adozione.

Follow-up dopo 30 giorni

Molto utile. Dopo un mese si verifica che cosa è stato davvero usato, quali difficoltà sono emerse e quali prompt o procedure vanno migliorati.

Necessità tecniche per organizzare il workshop

Un workshop sull’AI generativa non richiede una sala NASA. Però alcune cose devono funzionare.

Spazio

Serve una sala con:

  • tavoli per gruppi da 4-6 persone;
  • schermo grande o videoproiettore;
  • audio adeguato;
  • connessione stabile;
  • prese elettriche sufficienti;
  • spazio per presentazioni finali.

Dispositivi

Ogni partecipante dovrebbe avere un portatile. In alternativa si può lavorare con un dispositivo ogni 2-3 persone, ma l’esperienza cambia: diventa più collaborativa, meno individuale.

Account AI

Bisogna decidere prima quali strumenti usare:

  • ChatGPT;
  • Microsoft Copilot;
  • Gemini;
  • Claude;
  • Perplexity;
  • Gemini Notebook;
  • strumenti aziendali già autorizzati.

Se l’azienda usa Microsoft 365, può essere interessante lavorare con Copilot. Se l’obiettivo è analizzare documenti e fonti, Gemini Notebook può essere molto utile. Se il focus è ricerca e verifica, Perplexity può entrare nella cassetta degli attrezzi.

Dati e privacy

Prima del workshop va chiarito un punto: non si caricano dati sensibili, riservati o personali in strumenti non autorizzati.

Meglio usare:

  • documenti fittizi ma realistici;
  • testi anonimizzati;
  • casi simulati;
  • materiali pubblici;
  • file approvati dall’azienda.

La creatività va bene. Il caricamento disinvolto di dati aziendali un po’ meno.

Materiali

Conviene preparare:

  • schede esercizio;
  • prompt template;
  • griglie di valutazione;
  • checklist privacy e qualità;
  • esempi di output buoni e meno buoni;
  • breve guida finale per continuare dopo il workshop.

Esempio di agenda per una giornata di team building AI

Mattina

9:30-10:00 | Apertura e obiettivi

Perché siamo qui, che cosa vogliamo imparare, che cosa non vogliamo fare: vendere fumo tecnologico.

10:00-10:45 | AI generativa senza mitologia

Che cosa sono ChatGPT, Copilot, Gemini e gli altri strumenti. Come funzionano in modo semplice. Perché possono essere utili e perché possono sbagliare.

10:45-11:15 | Prompt engineering in pratica

Metodo GOL, esempi di prompt deboli e prompt efficaci, ruolo del contesto, formato dell’output, vincoli, verifica.

11:15-11:30 | Pausa

11:30-12:45 | Prima esercitazione a squadre

Ogni gruppo lavora su una sfida semplice: riscrivere, sintetizzare, strutturare, trasformare un testo o progettare una risposta.

12:45-13:00 | Debrief rapido

Che cosa ha funzionato? Dove l’AI ha inventato, semplificato troppo o perso il punto?

Pomeriggio

14:00-14:30 | Scelta delle sfide aziendali

Ogni gruppo sceglie un problema reale ma gestibile: comunicazione interna, clienti, riunioni, report, procedure, formazione, vendita.

14:30-16:00 | Laboratorio di prompt engineering

Scrittura, test, miglioramento, verifica, confronto tra output.

16:00-16:15 | Pausa

16:15-17:15 | Preparazione della presentazione finale

Ogni squadra prepara una mini-presentazione: problema, prompt, risultato, limiti, applicazione pratica.

17:15-18:00 | Presentazioni, votazione e conclusioni

Non vince chi “ha usato più AI”. Vince chi ha prodotto qualcosa di utile, controllato e applicabile.

Esempi di prompt da usare durante il workshop

Prompt per migliorare una procedura interna

Agisci come consulente di organizzazione aziendale. Analizza questa procedura interna e individua passaggi ridondanti, punti poco chiari, rischi operativi e opportunità di semplificazione. Restituisci il risultato in una tabella con quattro colonne: problema, impatto, proposta di miglioramento, priorità. Non inventare informazioni non presenti nel testo.

Prompt per generare idee di team building

Agisci come facilitatore aziendale. Proponi 10 attività di team building basate sull’AI generativa per un gruppo di 30 persone appartenenti a marketing, vendite e customer care. Ogni attività deve durare massimo 30 minuti, richiedere strumenti semplici e produrre un output concreto. Per ogni proposta indica obiettivo, istruzioni, materiali e rischio da evitare.

Prompt per verificare un output AI

Analizza il testo seguente come revisore critico. Cerca affermazioni non dimostrate, passaggi vaghi, possibili errori, rischi legali o reputazionali e punti che richiedono verifica umana. Non riscrivere subito il testo: prima crea una lista di problemi, poi proponi modifiche.

Prompt per creare una FAQ clienti

Agisci come responsabile customer care. A partire da queste informazioni sul servizio, crea una FAQ per clienti non tecnici. Le risposte devono essere brevi, chiare, rassicuranti ma non promozionali. Evidenzia le domande che richiedono conferma da parte del reparto legale o commerciale.

Prompt per trasformare appunti in un piano operativo

Trasforma questi appunti disordinati in un piano operativo. Organizza le attività per priorità, responsabile, scadenza, dipendenze e rischi. Se mancano informazioni, inserisci una colonna “da chiarire” invece di inventare.

Il vero valore: non imparare “i prompt”, ma imparare a pensare meglio

Il rischio di molti corsi sull’AI è trasformare il prompt engineering in una collezione di formule magiche.

“Scrivi questo prompt e otterrai il risultato perfetto.”

Peccato che il lavoro reale non funzioni così.

Un buon workshop deve insegnare un atteggiamento:

  • dare contesto;
  • definire obiettivi;
  • chiarire i criteri di qualità;
  • chiedere alternative;
  • verificare fonti e passaggi;
  • riconoscere errori;
  • non delegare decisioni delicate;
  • usare l’AI come assistente, non come oracolo.

La competenza più importante non è sapere quale prompt copiare. È sapere quando un risultato non basta.

Per quali aziende è adatto

Un workshop di team building sull’AI generativa può essere utile per:

  • PMI che vogliono introdurre l’AI senza confusione;
  • grandi aziende che devono creare una base comune;
  • team marketing e comunicazione;
  • reti vendita;
  • HR e formazione;
  • customer care;
  • studi professionali;
  • associazioni di categoria;
  • enti pubblici;
  • scuole, università e fondazioni;
  • team interfunzionali che devono collaborare meglio.

Il formato cambia in base al settore. Un workshop per un’azienda farmaceutica non può avere gli stessi esempi di uno per un’agenzia di comunicazione. Un team commerciale ha bisogni diversi da un ufficio amministrativo. Una pubblica amministrazione deve porre più attenzione a documenti, privacy e procedure.

Il bello dell’AI generativa è che si adatta. Il rischio è pensare che si adatti da sola.

Workshop AI in presenza, online o ibrido?

Il workshop può essere svolto in presenza, online o in modalità blended.

Per il team building, la presenza resta spesso la soluzione migliore: le persone discutono, si confrontano, ridono degli errori dell’AI, negoziano le scelte, presentano insieme.

L’online funziona bene per gruppi distribuiti, soprattutto se si usano stanze virtuali, documenti condivisi e consegne molto chiare.

Il blended è utile nei percorsi più strutturati: una plenaria introduttiva, laboratori per reparto, follow-up online dopo qualche settimana.

Errori da evitare quando si organizza un workshop AI

Fare solo teoria

Se dopo un’ora nessuno ha ancora scritto un prompt, c’è qualcosa da rivedere.

Usare esempi generici

“Scrivi una poesia su un gatto” può anche far sorridere, ma difficilmente cambia il modo in cui un ufficio lavora.

Ignorare privacy e dati

L’AI generativa è utile, ma non tutto può essere copiato e incollato in un chatbot.

Cercare l’effetto wow

L’effetto wow dura cinque minuti. Il metodo resta.

Non fare follow-up

Il giorno dopo tutti sono entusiasti. Dopo un mese si capisce se il workshop ha prodotto competenza o solo una bella giornata.

Come preparo un workshop di team building AI

Di solito parto da una need analysis, cioè da alcune domande semplici:

  • chi partecipa?
  • che livello di familiarità ha con l’AI?
  • quali strumenti usa già l’azienda?
  • quali dati non devono essere usati?
  • quali reparti sono coinvolti?
  • quali problemi concreti vogliamo affrontare?
  • l’obiettivo è formazione, ingaggio, innovazione o allineamento?
  • serve produrre materiali riutilizzabili dopo il workshop?

Da queste risposte nasce il format: più formativo, più laboratoriale, più competitivo, più orientato alla compliance o più creativo.

Il workshop migliore non è quello più spettacolare. È quello che il lunedì successivo lascia una domanda nuova in azienda:

“Questa cosa possiamo farla meglio con l’AI, ma con metodo?”

In sintesi

Un workshop di team building sull’AI generativa funziona quando unisce tre elementi:

  • competenza: capire che cosa sono e come funzionano gli strumenti;
  • pratica: usarli su casi concreti;
  • collaborazione: trasformare l’AI in un’occasione per far lavorare meglio le persone.

ChatGPT, Copilot, Gemini, Claude e gli altri strumenti non sostituiscono il team. Possono però far emergere una cosa che nelle aziende spesso manca: un modo più chiaro di formulare problemi, obiettivi, vincoli e decisioni.

E questa, prima ancora dell’intelligenza artificiale, è intelligenza organizzativa.

Fonti e riferimenti utili

FAQ sul workshop di team building AI

Quanto dura un workshop di team building sull’AI generativa?

Può durare 2 ore, mezza giornata, una giornata intera o due giornate. Per un vero laboratorio aziendale il formato più efficace è spesso mezza giornata o una giornata.

Quante persone possono partecipare?

Il numero ideale per un laboratorio pratico è 12-24 persone. Per eventi di team building si può arrivare a 50-80 partecipanti, organizzati in squadre. Per convention aziendali si possono progettare format interattivi anche per platee più ampie.

Serve avere competenze tecniche?

No. Il workshop è pensato anche per persone non tecniche. L’obiettivo non è programmare, ma usare strumenti di AI generativa in modo utile, consapevole e sicuro.

Quali strumenti si usano?

Dipende dall’azienda. Si possono usare ChatGPT, Microsoft Copilot, Gemini, Claude, Perplexity, Gemini Notebook o strumenti già approvati internamente. La scelta va fatta prima, tenendo conto di privacy, account disponibili e obiettivi.

Si possono usare documenti aziendali reali?

Sì, ma solo se autorizzati e gestiti correttamente. In molti casi è meglio usare documenti anonimizzati, simulati o materiali pubblici, soprattutto quando si lavora con strumenti non aziendali.

Il workshop può aiutare anche per l’AI Act?

Sì. Un laboratorio ben progettato può contribuire all’AI literacy aziendale, perché aiuta le persone a comprendere opportunità, limiti, rischi e regole di base nell’uso dell’intelligenza artificiale.

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Durante un corso su Microsoft Copilot arriva sempre quel momento bellissimo, e un po’ pericoloso, in cui finisce la teoria e iniziano le domande vere. Non “che cos’è l’intelligenza artificiale generativa?”, non “scrivimi una mail simpatica”, non “fammi una tabella”. Quelle sono le prove da palestra. Le domande interessanti arrivano quando una persona prova Copilot sul proprio lavoro: documenti aziendali, cartelle OneDrive, file Excel, PDF scansionati, riunioni, policy, sicurezza, Word che si comporta in modo strano.

In un incontro Q&A del 6 luglio 2026, dopo una formazione su Copilot da 3 giornate in un’azienda pubblica, sono emersi dubbi molto concreti. Li riordino qui sotto in forma di guida pratica: domande, risposte e qualche consiglio operativo per usare Copilot senza trattarlo come una bacchetta magica. Anche perché le bacchette magiche, di solito, non hanno il reparto IT alle spalle.

Quali sono le domande più frequenti in un corso su Copilot?

Le domande più frequenti in un corso su Copilot riguardano sicurezza dei dati, qualità delle fonti, indicizzazione dei file in OneDrive, affidabilità delle risposte, gestione di Excel e tabelle, uso di Copilot in Word, memoria della chat e differenze con strumenti come Gemini o Gemini Notebook (ex NotebookLM). Il punto pratico è questo: Copilot funziona meglio quando gli si danno obiettivi chiari, file leggibili, contesto sufficiente e una richiesta che obbliga a mostrare fonti, passaggi e limiti del risultato.

Prima regola: Copilot non guida, co-pilota

Il nome Copilot dice già molto. Non è “autopilot”. Non è il pilota automatico che prende il controllo mentre noi guardiamo fuori dal finestrino. È un assistente che lavora bene se la persona che lo usa sa impostare rotta, vincoli, fonti e controlli.

Nel corso ho insistito su un principio semplice: garbage in, garbage out. Se la richiesta è vaga, il risultato sarà vago. Se le fonti sono disordinate, Copilot può perdersi. Se il documento è una scansione illeggibile, non possiamo pretendere miracoli. Se chiediamo un’analisi numerica senza verificare i calcoli, stiamo solo delegando con eleganza un possibile errore.

Per questo uso spesso il metodo GOL:

  • Guida: quale ruolo deve assumere Copilot? Revisore, consulente legale, analista, comunicatore, formatore?
  • Obiettivo: che cosa deve produrre davvero?
  • Layout: in che formato deve rispondere? Tabella, elenco, sintesi, mail, verbale, piano operativo?

Detto questo, veniamo alle domande.

Copilot legge subito i file caricati in OneDrive?

Non sempre. Una delle domande più frequenti riguarda l’indicizzazione: “Ho caricato una cartella piena di documenti su OneDrive, perché Copilot non li trova tutti?”.

La risposta pratica è: serve tempo. Quando carichiamo molti file, soprattutto cartelle grandi, Microsoft 365 deve sincronizzarli e indicizzarli. In alcuni casi bastano minuti, in altri servono ore; con archivi pesanti o complessi può volerci anche di più. Se Copilot risponde in modo parziale, non è detto che stia “ignorando” i file: magari alcuni non sono ancora entrati bene nel suo campo visivo.

Che cosa fare?

  • verificare che la sincronizzazione OneDrive sia conclusa;
  • aspettare qualche ora prima di interrogare archivi appena caricati;
  • dividere cartelle enormi in sottoinsiemi tematici;
  • preferire file testuali, Word, Excel o PDF ben riconosciuti;
  • evitare scansioni senza OCR quando serve un’analisi precisa.

In pratica: prima di accusare Copilot di pigrizia, controlliamo se gli abbiamo dato materiale davvero leggibile.

Che formato devo usare per far leggere meglio i documenti a Copilot?

Copilot lavora meglio quando i documenti sono strutturati. Un file Word pulito, un Excel nativo o un testo ben organizzato sono più facili da interpretare rispetto a PDF scansionati, immagini, tabelle fotografate o documenti pieni di layout complicati.

Durante il Q&A è emersa anche l’idea di convertire alcuni documenti in formati più leggibili, per esempio testo o Markdown, quando il caso d’uso lo consente. Non è una regola assoluta, ma può aiutare nei progetti in cui bisogna far analizzare molte fonti.

La mini-checklist è questa:

  1. se il documento è una scansione, fare OCR prima;
  2. se contiene tabelle, valutare se esiste il file Excel originale;
  3. se è molto lungo, aggiungere titoli e sezioni chiare;
  4. se contiene allegati o immagini, separare le parti importanti;
  5. se l’output è critico, chiedere sempre riferimenti alle fonti.

Copilot può inventare risposte anche se lavora sui miei documenti?

Sì. Questa è la domanda che non piace a chi vorrebbe la risposta rassicurante, ma è meglio dirla chiaramente: Copilot può sbagliare anche quando lavora su documenti aziendali.

Nel Q&A sono stati citati casi di affermazioni non presenti nei file, per esempio scostamenti di bilancio o conclusioni numeriche non verificabili. Le cause possono essere diverse: tabelle lette male, scansioni imperfette, periodi confrontati in modo errato, richiesta ambigua, oppure la tendenza del modello a completare una risposta plausibile.

Il rimedio non è smettere di usarlo. Il rimedio è usarlo con metodo:

  • chiedere “indica da quale file e da quale sezione hai tratto questa risposta”;
  • far mostrare i passaggi prima della conclusione;
  • chiedere di separare fatti, inferenze e ipotesi;
  • usare file Excel nativi per i numeri;
  • controllare manualmente le risposte importanti.

Un prompt utile può essere:

Analizza questi documenti, ma prima di trarre conclusioni mostra i passaggi.
Per ogni affermazione indica la fonte.
Se un dato non è presente o non è chiaro, scrivi "non verificabile"
e non completare la risposta per supposizione.

Come devo usare Copilot con Excel e dati numerici?

Con Excel bisogna alzare il livello di attenzione. Copilot può essere molto utile per riassumere, trovare pattern, proporre formule, spiegare tabelle e trasformare dati in una prima lettura. Ma quando ci sono importi, bilanci, scostamenti, percentuali o decisioni economiche, serve verifica.

La regola pratica è: non chiedere solo il risultato, chiedi il procedimento.

Meglio una richiesta così:

Analizza questo file Excel.
Prima mostra i calcoli usati.
Poi indica eventuali anomalie.
Infine riassumi le conclusioni in una tabella con:
- dato analizzato
- calcolo effettuato
- risultato
- livello di confidenza
- controllo manuale consigliato.

In questo modo Copilot non viene trattato come un oracolo, ma come un assistente che deve lasciare tracce. E le tracce sono fondamentali, soprattutto quando l’errore costa.

In Word posso far modificare solo una parte del documento?

Sì, ed è una delle funzioni più utili. Molti temono che Copilot, dentro Word, riscriva tutto il documento anche quando si vuole cambiare solo un paragrafo. Il trucco è lavorare in modo mirato: selezionare la parte interessata e chiedere una modifica precisa.

Per esempio:

Riscrivi solo il paragrafo selezionato.
Mantieni tono professionale, lunghezza simile e tutti i dati presenti.
Non modificare il resto del documento.

Oppure:

Trasforma questa sezione in un elenco puntato operativo.
Non aggiungere informazioni nuove.
Conserva date, nomi e importi.

Il punto è delimitare il campo. Copilot tende a essere utile; se non gli diciamo dove fermarsi, a volte diventa utile anche dove non lo avevamo invitato.

In Copilot (non in Word), esiste anche questa opzione:

Perché Copilot in Word a volte perde il contesto?

Altra domanda concreta: “Ieri stavo lavorando su un documento con Copilot, oggi riapro Word e sembra che non ricordi più bene il contesto. È normale?”.

Può succedere. La cronologia della chat e il contesto del documento non sempre restano agganciati nel modo che l’utente si aspetta. In alcuni casi è un limite dell’esperienza d’uso, in altri un comportamento legato alla sessione, alla licenza, alla configurazione del tenant o a piccoli bug di sincronizzazione.

La soluzione più pratica è non affidare tutto alla memoria implicita della chat. Meglio salvare nel documento una breve sintesi di lavoro, oppure ripartire con un prompt di contesto:

Sto lavorando su questo documento.
Obiettivo: renderlo più chiaro per un pubblico non tecnico.
Mantieni struttura, dati e tono istituzionale.
Prima riassumi che cosa contiene il documento, poi proponi le modifiche.

Se il problema si ripete in azienda, conviene segnalarlo all’IT: non per drammatizzare, ma per capire se c’è un tema di configurazione, aggiornamento o bug.

Copilot conserva quello che scrivo? Posso cancellare la memoria?

Qui bisogna distinguere tra memoria della conversazione, cronologia visibile, dati aziendali e policy Microsoft 365. Secondo la documentazione Microsoft su privacy e sicurezza di Microsoft 365 Copilot, prompt, risposte e dati accessibili tramite Microsoft Graph non vengono usati per addestrare i modelli fondativi. Microsoft spiega anche che Copilot rispetta gli impegni di sicurezza, privacy, compliance e data residency previsti per i clienti Microsoft 365 commerciali.

Questo non significa però che si possa scrivere qualunque cosa in qualunque strumento. In azienda valgono sempre policy interne, licenze, ruoli, permessi e classificazione dei dati.

Se vuoi rimuovere informazioni da una conversazione, i passaggi pratici sono:

  • cancellare la chat dallo storico, quando disponibile;
  • verificare le impostazioni personali di Copilot;
  • controllare eventuali personalizzazioni o memorie abilitate;
  • ricordare che file, mail e documenti restano nelle loro posizioni originali;
  • chiedere all’IT come vengono gestiti log, retention e compliance nel tenant aziendale.

Per approfondire la parte ufficiale, rimando alla pagina Microsoft su data, privacy and security for Microsoft 365 Copilot.

Posso usare Gemini, Gemini Notebook o altri strumenti con documenti aziendali?

Domanda inevitabile: “Se Gemini o Gemini Notebook mi sembrano più bravi su alcune analisi, posso usarli al posto di Copilot?”.

La risposta formativa è semplice: dipende dai dati e dalla licenza. Se parliamo di documenti aziendali, informazioni riservate, clienti, bilanci, contratti, dati personali o materiale interno, non basta che uno strumento sia comodo. Serve una valutazione aziendale: contratto, trattamento dei dati, data residency, sicurezza, amministrazione, log, permessi, eventuale uso dei dati per migliorare i modelli.

In molti contesti aziendali la policy è chiara: per dati aziendali si usa Copilot con licenza business, mentre strumenti esterni richiedono approvazione e licenze dedicate. Non è burocrazia fine a se stessa: è il modo per evitare che un documento riservato finisca nel posto sbagliato per una prova fatta “solo cinque minuti”.

Quando conviene usare Copilot Notebooks o un sistema RAG?

Quando le fonti diventano tante, Copilot usato come semplice chat può non bastare. In questi casi ha senso ragionare per notebook tematici, raccolte di fonti o sistemi RAG, cioè sistemi che recuperano informazioni da documenti specifici e le usano per generare risposte più ancorate alle fonti.

Il principio è lo stesso di una buona scrivania: se metto tutti i fogli in un mucchio, poi mi lamento perché non trovo nulla. Meglio creare raccolte per tema:

  • contratti;
  • procedure interne;
  • normativa;
  • documentazione tecnica;
  • verbali di riunione;
  • materiali commerciali.

Quando uno spazio ha limiti di fonti, si possono accorpare documenti minori, creare sintesi riepilogative o dividere il lavoro in notebook separati. L’obiettivo non è caricare “tutto”, ma caricare ciò che serve per rispondere bene.

Buona notizia degli ultimi giorni: Microsoft ha copiato Gemini Notebook:

Qual è il prompt migliore per iniziare una richiesta a Copilot?

Non esiste il prompt perfetto, ma esiste un prompt meno pigro. Questo, per esempio, funziona bene in molti contesti aziendali:

Agisci come [ruolo].
Devi aiutarmi a [obiettivo].
Usa solo le informazioni presenti in [fonti/documenti].
Se qualcosa non è presente, dichiaralo.
Procedi in questi passaggi:
1. riassumi le fonti rilevanti;
2. indica i dati certi;
3. separa dubbi e ipotesi;
4. proponi una risposta operativa.
Formato finale: [tabella / elenco / email / piano / sintesi].
Tono: [professionale / semplice / tecnico / divulgativo].

La differenza tra questo e “fammi un riassunto” è enorme. Nel primo caso stiamo dando un compito. Nel secondo stiamo lanciando una monetina digitale.

I rischi da evitare in azienda

Se dovessi riassumere i rischi emersi nel Q&A, direi questi:

  • fidarsi senza verificare: soprattutto su numeri, contratti, dati sensibili e conclusioni operative;
  • caricare file illeggibili: scansioni, PDF sporchi, tabelle fotografate, documenti senza struttura;
  • confondere Copilot con un motore di verità: è un assistente probabilistico, non un revisore certificato;
  • usare strumenti esterni senza policy: comodo non significa autorizzato;
  • dimenticare i permessi Microsoft 365: Copilot vede ciò che l’utente può vedere, quindi la governance dei file resta centrale;
  • scrivere prompt troppo generici: più il compito è delicato, più la richiesta deve essere precisa.

FAQ

Copilot può usare i miei dati aziendali per addestrare i modelli?

Secondo la documentazione Microsoft per Microsoft 365 Copilot, prompt, risposte e dati accessibili tramite Microsoft Graph non vengono usati per addestrare i modelli fondativi. In azienda bisogna comunque seguire policy interne, licenze e regole di compliance.

Perché Copilot non trova subito i file caricati in OneDrive?

Perché i file devono essere sincronizzati e indicizzati. Con cartelle grandi o documenti complessi può servire tempo. Conviene verificare la sincronizzazione, attendere e organizzare le fonti in modo più pulito.

Copilot è affidabile con tabelle e numeri?

È utile, ma va verificato. Per analisi numeriche e tabelle è meglio usare file Excel nativi, chiedere a Copilot di mostrare i calcoli e controllare manualmente i risultati importanti.

Come faccio a non far riscrivere tutto il documento in Word?

Seleziona solo la parte da modificare e scrivi una richiesta esplicita: “Riscrivi solo il testo selezionato, non modificare il resto del documento”. Meglio delimitare sempre il campo di intervento.

Posso usare Gemini Notebook o Gemini con documenti aziendali?

Solo se la tua azienda lo consente e se esistono licenze, contratti e garanzie adeguate. Per dati riservati non basta scegliere lo strumento più comodo: serve una valutazione su privacy, sicurezza e trattamento dei dati.

Qual è il modo migliore per fare prompt con Copilot?

Usa richieste strutturate: ruolo, obiettivo, fonti, vincoli, passaggi e formato finale. Chiedi sempre di distinguere dati certi, ipotesi e informazioni non verificabili.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa o su Microsoft Copilot in particolare

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

Un manager apre LinkedIn, guarda il proprio profilo e pensa: “Sì, più o meno c’è tutto”. Esperienze, ruolo attuale, qualche competenza, una foto dignitosa, forse un banner scelto anni fa. Poi però succede una cosa: qualcuno lo cerca su Google, un potenziale partner apre il profilo, un head hunter legge la headline, un cliente guarda la sezione Informazioni. E in pochi secondi si fa un’idea.

LinkedIn, piaccia o no, è diventato una specie di Google CV: spesso è il primo risultato che compare quando qualcuno cerca il nostro nome. Per questo non basta “esserci”. Bisogna farsi capire.

Nel workshop “Come usare l’AI per migliorare la tua presenza su LinkedIn” organizzato da Federmanager Toscana, abbiamo lavorato proprio su questo: usare l’intelligenza artificiale non per delegare la propria identità professionale a un chatbot, ma per rendere più chiari profilo, competenze, posizionamento e contenuti.

Ecco cinque dritte pratiche per manager.

Come può un manager usare l’AI su LinkedIn?

Un manager può usare l’AI su LinkedIn per analizzare il proprio profilo, migliorare headline e sezione Informazioni, individuare keyword strategiche, raccontare progetti e risultati, costruire un piano editoriale e trasformare esperienze professionali in contenuti utili. L’AI non deve inventare una personalità: deve aiutare a rendere leggibile il valore già presente nel percorso professionale.

1. Prima di scrivere, controlla il tuo “Google CV” e il Social Selling Index

La prima dritta non riguarda ChatGPT. Riguarda lo specchio.

Apri una finestra anonima del browser e cerca il tuo nome su Google. Che cosa esce? Il profilo LinkedIn è tra i primi risultati? Il titolo che appare è comprensibile? L’immagine è professionale? La descrizione comunica che cosa fai oggi o sembra il riassunto di una carriera lasciata lì?

Questa operazione, che in gergo si chiama ego surfing, è utile perché ti fa vedere quello che vedono gli altri. Non quello che pensi di comunicare.

Secondo passaggio: controlla il tuo Social Selling Index di LinkedIn. Nelle slide del corso l’obiettivo suggerito è chiaro: provare a portarlo almeno a 60. Non perché il numero sia una medaglia da appendere in ufficio, ma perché costringe a guardare quattro dimensioni: brand professionale, persone giuste, interazioni rilevanti, relazioni.

Su questo tema ho scritto anche una guida dedicata al Social Selling Index e alle azioni per migliorarlo.

Prompt per audit iniziale del profilo

Agisci come un consulente LinkedIn specializzato in personal branding, LinkedIn SEO e social selling.

Analizza il mio profilo LinkedIn in formato PDF.

Valuta:
- chiarezza del posizionamento professionale;
- coerenza tra headline, sezione Informazioni ed esperienze;
- keyword mancanti;
- punti deboli del profilo;
- opportunità per migliorare autorevolezza e visibilità.

Restituisci:
1. un giudizio sintetico da 0 a 100;
2. i 5 problemi principali;
3. 10 azioni pratiche ordinate per priorità.

Come scaricare il profilo? LinkedIn permette di salvare il profilo in PDF: è un ottimo punto di partenza per farlo analizzare da un chatbot, senza incollare a mano tutte le sezioni.

2. Sistema la parte visuale: foto, banner e “In primo piano”

Nel corso abbiamo distinto due aree del profilo: la parte visuale e la parte testuale.

La parte visuale comprende foto, banner ed elementi multimediali in primo piano. Sembra secondaria, ma non lo è. Prima ancora di leggere, le persone guardano. E in un profilo manageriale la parte visuale deve comunicare affidabilità, ruolo, settore, contesto.

La foto non deve sembrare quella ritagliata da una cena aziendale del 2012. Il volto dovrebbe essere ben visibile, lo sfondo neutro, l’espressione professionale ma non marmorea. LinkedIn stessa ha più volte ricordato che avere una foto aumenta molto le probabilità che il profilo venga visto.

Il banner, invece, è spesso un’occasione sprecata. Per un manager può raccontare settore, competenze, azienda, territorio, tema professionale. Nelle slide il formato indicato è quello classico: 1584 x 396 pixel. Canva, o strumenti simili, bastano per creare qualcosa di dignitoso senza trasformarsi in art director.

Infine c’è la sezione In primo piano: qui si possono mettere articoli, video, interviste, white paper, eventi, progetti, presentazioni, pagine aziendali. In pratica: prove.

Prompt per valutare la foto profilo

Valuta questa foto profilo LinkedIn da 0 a 100.

Considera:
- visibilità del volto;
- sfondo;
- espressione;
- coerenza con un ruolo manageriale;
- fiducia trasmessa;
- eventuali elementi di distrazione.

Dammi:
1. punteggio complessivo;
2. tre punti forti;
3. tre miglioramenti concreti;
4. una checklist per scegliere una foto migliore.

Prompt per progettare il banner

Agisci come un consulente LinkedIn e visual designer.

Voglio creare un banner LinkedIn professionale per un manager.

Ecco il mio ruolo: [RUOLO]
Settore: [SETTORE]
Competenze distintive: [COMPETENZE]
Target professionale: [TARGET]

Proponi 5 idee di banner LinkedIn in formato 1584 x 396 pixel.
Per ogni idea indica:
- concept visivo;
- testo breve da inserire;
- colori consigliati;
- elementi da evitare.

Un profilo forte non è fatto solo di parole. È fatto anche di segnali visivi coerenti.

3. Riscrivi la headline con il framework ruolo, valore, target

La headline, cioè il sommario sotto il nome, è uno dei punti più importanti del profilo LinkedIn.

Molti manager usano solo il titolo aziendale: “Direttore commerciale”, “HR Manager”, “Operations Director”, “CFO”. Il problema è che un titolo dice chi sei nell’organigramma, non sempre che valore generi.

Nelle slide del corso il framework è molto semplice:

RUOLO + VALORE GENERATO + TARGET

Esempio:

Direttore Operations | Aiuto aziende manifatturiere a migliorare processi, qualità e tempi di consegna

Oppure:

HR Manager | Sviluppo persone, competenze e cultura organizzativa in contesti industriali complessi

Non serve esagerare. Serve essere capiti.

Prompt per creare tre headline LinkedIn

Analizza il PDF allegato del mio profilo LinkedIn e comportati come un consulente specializzato in personal branding, LinkedIn SEO e social selling.

Costruisci 3 headline per LinkedIn seguendo questo framework:

RUOLO + VALORE GENERATO + TARGET

Vincoli:
- massimo 220 caratteri;
- tono professionale, non pubblicitario;
- adatto a un pubblico manageriale;
- includi keyword utili per la ricerca su LinkedIn;
- evita frasi generiche come “professionista appassionato” o “leader dinamico”.

Per ogni headline spiega perché funziona.

Una buona headline non deve raccontare tutta la vita professionale. Deve aprire la porta giusta.

4. Usa l’AI per trovare keyword e riscrivere la sezione Informazioni

LinkedIn è anche un motore di ricerca.

Chi cerca un manager, un consulente, un docente, un temporary manager o un professionista usa parole chiave. A volte cerca il ruolo, a volte il settore, a volte una competenza tecnica, a volte un problema. Le keyword vanno quindi scelte con criterio e inserite nei punti giusti: headline, esperienze, sezione Informazioni, competenze.

Nelle slide abbiamo distinto parole chiave brevi e coda lunga: non solo “marketing”, ma “marketing B2B industriale”; non solo “machine learning”, ma “machine learning per manutenzione predittiva”; non solo “controllo di gestione”, ma “controllo di gestione industriale”.

Il punto non è riempire il profilo di parole chiave come un tacchino natalizio. Il punto è usare le parole che il mercato usa per cercare persone come te.

Per approfondire, puoi leggere anche la guida su come ottimizzare il profilo LinkedIn con l’AI e la pagina Mondo LinkedIn, dove raccolgo articoli, guide e risorse sul tema.

Prompt per trovare 20 keyword strategiche

Analizza il PDF allegato del mio profilo LinkedIn e comportati come un consulente specializzato in LinkedIn SEO.

Elenca 20 parole chiave da inserire nel mio profilo.

Per ogni keyword indica:
- perché è rilevante;
- dove inserirla: headline, sezione Informazioni, esperienze, competenze;
- se è una keyword breve o una keyword a coda lunga;
- eventuali sinonimi professionali.

Prompt per riscrivere la sezione Informazioni

Analizza il PDF allegato del mio profilo LinkedIn.

Scrivi la sezione Informazioni del mio profilo.

Vincoli:
- massimo 2.600 caratteri;
- apertura coinvolgente;
- tono professionale e concreto;
- adatto a un pubblico manageriale;
- evidenzia competenze, risultati e valore offerto ai clienti o all’azienda;
- integra in modo naturale le keyword più efficaci per la SEO di LinkedIn;
- evita frasi generiche, superlativi vuoti e storytelling troppo enfatico.

Struttura il testo in paragrafi brevi e leggibili.

Qui l’AI può fare un lavoro prezioso: aiutare a vedere il filo rosso di una carriera. Ma il contenuto deve restare vero. Se l’AI aggiunge risultati, numeri o competenze non presenti, bisogna fermarla.

5. Trasforma progetti ed esperienze in contenuti, non in autocelebrazione

La parte più trascurata del profilo LinkedIn è spesso quella che avrebbe più valore: progetti, casi di studio, contenuti.

Un manager non dovrebbe limitarsi a dire “ho gestito team”, “ho seguito progetti complessi”, “ho guidato trasformazioni”. Dovrebbe mostrare problemi affrontati, risultati raggiunti, metodo, apprendimenti, replicabilità.

Nelle slide c’è una formula molto utile per i progetti:

  • problema iniziale;
  • risultati raggiunti;
  • replicabilità.

È una struttura semplice, ma costringe a passare dal curriculum alla prova. E per un manager questa differenza conta.

Prompt per raccontare un progetto

Scrivi circa 1.500 battute su questo progetto professionale:

[DETTAGLI PROGETTO]

Struttura il testo in tre parti:
1. problema iniziale;
2. azioni svolte e risultati raggiunti;
3. replicabilità: che cosa può imparare un’altra azienda o un altro team.

Tono:
- concreto;
- manageriale;
- non autocelebrativo;
- orientato al valore generato.

Inserisci keyword coerenti con il mio settore, ma senza forzature.

Lo stesso ragionamento vale per i contenuti.

Nel corso abbiamo parlato anche di tre tipi di contenuti: quelli centrati su chi sei, quelli centrati su che cosa fai e quelli centrati sul perché. Il salto di qualità avviene quando un contenuto non parla solo di “noi abbiamo fatto”, ma spiega perché quel progetto, quell’esperienza o quell’errore possono essere utili ad altri.

Prompt per creare un piano editoriale di 3 mesi

Analizza il PDF del mio profilo LinkedIn e il seguente sito web:
[SITO AZIENDALE O PERSONALE]

Crea un piano editoriale per 3 mesi per il mio profilo LinkedIn.

Il pubblico è composto da:
[TARGET]

Obiettivo:
[OBIETTIVO: autorevolezza, networking, recruiting, vendita consulenziale, posizionamento, employer branding]

Crea una tabella con queste colonne:
- data;
- obiettivo del post;
- idea di contenuto di valore;
- formato consigliato;
- hook iniziale;
- call to action conversazionale.

Evita post autocelebrativi. Privilegia esempi, casi, lezioni apprese, errori da evitare e punti di vista utili per altri manager.

Questo è il punto: l’AI può aiutare a pubblicare, ma prima deve aiutare a pensare.

Il vero rischio: sembrare più artificiali dell’AI

C’è un rischio evidente nell’uso dell’intelligenza artificiale su LinkedIn: produrre profili perfetti, levigati, pieni di parole giuste, ma senza anima professionale.

Headline tutte uguali. Post tutti uguali. Sezioni Informazioni che sembrano uscite dallo stesso stampino motivazionale. “Leadership”, “innovazione”, “passione”, “risultati”, “valore”. Tutto vero, forse. Tutto indistinguibile, sicuramente.

Per questo nei percorsi su AI e LinkedIn insisto su un principio: l’AI deve aiutarti a diventare più preciso, non più generico.

Un buon profilo LinkedIn per un manager dovrebbe rispondere a tre domande:

  • Che cosa sai fare davvero?
  • Per chi o per quale organizzazione generi valore?
  • Quali prove rendono credibile quello che dici?

Se l’AI ti aiuta a rispondere meglio a queste domande, usala. Se ti aiuta solo a produrre frasi più eleganti ma meno vere, fermati.

Da dove iniziare

Se vuoi migliorare il profilo LinkedIn con l’AI, non partire dal post perfetto.

Parti da qui:

  1. scarica il profilo LinkedIn in PDF;
  2. fai un audit con l’AI;
  3. riscrivi la headline con il framework ruolo, valore, target;
  4. trova 20 keyword strategiche;
  5. riscrivi la sezione Informazioni;
  6. trasforma almeno tre progetti in casi di studio;
  7. costruisci un piano editoriale sostenibile.

È esattamente il tipo di lavoro che abbiamo affrontato nel workshop per Federmanager Toscana e che tratto nei miei percorsi su AI e LinkedIn, nei corsi su LinkedIn per professionisti e nella revisione del profilo LinkedIn.

LinkedIn non è un archivio di esperienze passate. È una piattaforma di reputazione professionale. L’AI può aiutarti a usarla meglio. A patto di ricordare che il profilo è tuo, non del chatbot.

FAQ

L’AI può scrivere tutto il profilo LinkedIn al posto mio?

Può aiutarti a riscriverlo, ma non dovrebbe inventare competenze, risultati o posizionamento. Il profilo deve restare vero, verificabile e coerente con la tua esperienza.

Qual è la prima cosa da migliorare nel profilo LinkedIn di un manager?

La headline. È uno dei primi elementi che le persone leggono e dovrebbe spiegare ruolo, valore generato e target professionale.

Le keyword servono davvero su LinkedIn?

Sì. LinkedIn funziona anche come motore di ricerca interno. Le keyword aiutano a farti trovare da recruiter, partner, clienti, colleghi e stakeholder.

Ha senso usare l’AI per creare contenuti LinkedIn?

Sì, se l’AI aiuta a trasformare esperienze reali in contenuti utili. No, se produce post generici, motivazionali e indistinguibili da mille altri.

Dove posso approfondire AI e LinkedIn?

Puoi partire dalla pagina del corso AI e LinkedIn e dalle risorse raccolte in Mondo LinkedIn.

LinkedIn e intelligenza artificiale stanno ridefinendo le regole del personal branding e della comunicazione professionale. Sapere come usarli insieme, in modo strategico, autentico e misurabile, è diventato un vantaggio competitivo concreto per professionisti e aziende. Questo corso è pensato per chi vuole smettere di improvvisare e costruire una presenza LinkedIn efficace, con il supporto dell’AI.

A chi è rivolto

Aziende e PMI

Per trasformare i profili dei dipendenti in punti di contatto credibili e coerenti con il posizionamento aziendale.

Venditori e consulenti

Per usare LinkedIn come strumento di social selling, relazione e sviluppo commerciale, senza messaggi copia-incolla.

HR e marketing

Per migliorare employer branding, brand advocacy, contenuti, recruiting e presenza professionale dei team.

Professionisti

Per costruire e ottimizzare il proprio personal brand su LinkedIn, aumentare la visibilità e generare nuove opportunità professionali.

Le due varianti del corso: 3 ore o 6 ore

Il corso è disponibile in due formati, pensati per contesti e obiettivi diversi. La versione da 3 ore è ideale come primo approccio pratico o come webinar aziendale. La versione da 6 ore è un workshop completo con esercitazioni guidate, confronto tra partecipanti e personalizzazione dei contenuti sul settore.

Formato da 3 ore

Ideale per: webinar, primo approccio, team numerosi

  • Introduzione all’AI applicata a LinkedIn
  • Come analizzare il proprio profilo con l’AI
  • Prompt per ottimizzare headline e sezione Informazioni
  • Creare un contenuto LinkedIn con l’aiuto dell’AI
  • Errori comuni e buone pratiche

Formato da 6 ore

Ideale per: workshop, formazione aziendale approfondita, team commerciali e marketing

  • Tutto il programma da 3 ore
  • Ottimizzazione completa del profilo con prompt guidati
  • Costruzione del piano editoriale con l’AI
  • Creazione di una serie di contenuti pronti alla pubblicazione
  • LinkedIn SEO: keyword, visibilità, posizionamento
  • Social selling: messaggi, connessioni, relazioni commerciali
  • Esercitazioni pratiche su casi reali del settore

Il metodo: meno testi generici, più posizionamento

Durante il corso l’AI non viene usata per “fare post a caso”. Viene usata per ragionare meglio: chiarire il target, trovare le parole chiave, esplicitare il valore generato, rendere leggibili i risultati, costruire contenuti utili e rendere il profilo più coerente.

La base è il lavoro già sviluppato nei corsi sull’uso strategico di LinkedIn per aziende, nel percorso per professionisti e persone che cercano lavoro e nei materiali raccolti nel Mondo LinkedIn.

Per chi vuole approfondire la parte vendita, il corso può essere collegato anche al modulo sul social selling su LinkedIn con l’aiuto dell’AI.

Gianluigi Bonanomi durante un corso sul metodo LinkedIn10C

Prompt per ottimizzare il profilo LinkedIn

Una delle parti centrali del corso è l’uso dell’AI per rivedere e migliorare ogni sezione del profilo LinkedIn. Non si tratta di generare testi automatici, ma di usare i prompt per ragionare meglio: capire come si è percepiti, cosa manca, cosa comunicare.

Cosa si impara a fare

  • Scaricare il profilo LinkedIn in formato PDF e caricarlo nell’AI per un’analisi critica
  • Usare prompt per identificare le keyword professionali più efficaci per il proprio ruolo
  • Riscrivere l’headline con l’AI, evitando formule generiche come “appassionato di innovazione”
  • Costruire la sezione Informazioni con un prompt che mette al centro il valore per il lettore
  • Ottimizzare le descrizioni delle esperienze con numeri, risultati e linguaggio specifico del settore

Il punto di partenza è sempre il profilo reale del partecipante, non un template generico. L’AI viene usata come strumento di editing critico, non come generatore automatico.

Analisi del profilo LinkedIn con AI

Prompt per costruire il piano editoriale LinkedIn

Uno dei problemi più comuni su LinkedIn è non sapere di cosa scrivere. Il corso insegna a usare l’AI per costruire un piano editoriale realistico, coerente con il posizionamento e sostenibile nel tempo.

Cosa si impara a fare

  • Definire i pillar tematici del proprio profilo con un prompt di analisi del target
  • Generare una lista di idee di contenuto partendo dal proprio settore, ruolo e obiettivi
  • Usare l’AI per trovare angolature originali su temi già trattati da altri
  • Costruire un calendario editoriale mensile con l’aiuto dell’AI, bilanciando formati e frequenza
  • Impostare un prompt ricorrente per mantenere la coerenza del tono tra i post

Il piano editoriale non è un obbligo. È uno strumento per non restare bloccati davanti alla pagina bianca e per pubblicare con più intenzione.

Prompt per creare contenuti LinkedIn con l’AI

La parte operativa del corso affronta la creazione vera e propria dei contenuti: post, caroselli, commenti, messaggi. L’obiettivo non è automatizzare la scrittura, ma usare l’AI per migliorare la qualità, la chiarezza e la coerenza con il proprio posizionamento.

Cosa si impara a fare

  • Scrivere un post LinkedIn con un prompt che include target, obiettivo e tono di voce personale
  • Usare l’AI per rielaborare esperienze professionali in storie che catturano l’attenzione
  • Creare varianti di un contenuto per testare diversi approcci narrativi
  • Usare l’AI per adattare un articolo tecnico in un formato accessibile e coinvolgente per LinkedIn
  • Revisionare con l’AI i testi scritti in proprio, eliminando genericità e ridondanze
  • Impostare messaggi di connessione e di follow-up che non sembrino copia-incolla
Contenuti LinkedIn con AI e social selling

Cosa portano a casa i partecipanti

  • Una lettura più chiara del proprio profilo LinkedIn e delle sezioni da migliorare.
  • Un set di keyword professionali da usare in headline, Informazioni, esperienze e competenze.
  • Prompt pratici per usare l’AI come consulente LinkedIn, non come generatore automatico di frasi banali.
  • Una struttura per raccontare progetti e risultati con più concretezza.
  • Un metodo per creare contenuti utili, orientati al pubblico e coerenti con obiettivi di branding, recruiting o vendita.

Se vuoi partire da una risorsa gratuita, puoi anche indirizzare i partecipanti al videocorso LinkedIn gratis o alla pagina delle risorse gratuite.

Domande frequenti sul corso AI e LinkedIn

Il corso AI e LinkedIn è più adatto ad aziende o professionisti?

È adatto a entrambi. Per le aziende lavora su profili, brand advocacy, contenuti e social selling. Per professionisti e consulenti lavora su posizionamento, autorevolezza, visibilità e acquisizione di nuove relazioni professionali.

Meglio scegliere la versione da 3 ore o quella da 6 ore?

La versione da 3 ore è indicata per introdurre metodo, strumenti e prompt essenziali. La versione da 6 ore è consigliata quando si vuole lavorare sui profili reali dei partecipanti, creare contenuti e impostare un piano editoriale LinkedIn.

Serve conoscere già ChatGPT o altri strumenti AI?

No. Il corso parte da esempi guidati e prompt pratici. Chi usa già strumenti AI impara a renderli più utili per LinkedIn, evitando testi generici e poco credibili.

Il corso può essere svolto online?

Sì. Il corso può essere organizzato in presenza oppure online. Il formato da 3 ore funziona bene anche come webinar; il formato da 6 ore è più efficace come workshop, con esercitazioni e momenti di confronto.

Il programma può essere personalizzato?

Sì. Il programma può essere adattato a team commerciali, HR, marketing, professionisti, manager, associazioni di categoria o percorsi di formazione aziendale.

Vuoi portare il corso AI e LinkedIn nella tua azienda?

Scrivimi per organizzare un modulo da 3 ore o un workshop da 6 ore. Possiamo adattare esempi, prompt ed esercitazioni al tuo settore, ai tuoi obiettivi e al livello dei partecipanti.

Un team building sull’AI per aziende può essere molto più di una giornata divertente con qualche esercizio su ChatGPT. Se progettato bene, diventa un laboratorio in cui le persone imparano a usare l’intelligenza artificiale generativa, ma soprattutto imparano a collaborare meglio: definire un problema, scrivere istruzioni chiare, confrontare soluzioni, prendere decisioni e trasformare un’idea in qualcosa di applicabile al lavoro quotidiano.

Negli ultimi anni molte aziende hanno iniziato a organizzare corsi sull’AI generativa. È una scelta utile, spesso necessaria. Ma c’è un passaggio in più che può fare la differenza: portare l’AI dentro un’esperienza di gruppo. Non solo “come si usa ChatGPT”, quindi, ma “come possiamo usarlo insieme per migliorare comunicazione, processi, contenuti, customer care, vendite, formazione interna o gestione della conoscenza”.

Perché un team building sull’AI funziona

L’AI generativa è uno strumento tecnico, ma il modo in cui la usiamo dipende moltissimo dalle competenze umane. Un buon prompt non nasce solo dalla conoscenza dello strumento: nasce dalla capacità di fare domande, dare contesto, chiarire obiettivi, verificare le risposte, discutere alternative e arrivare a una sintesi condivisa.

Per questo un’attività di team building sull’AI per aziende lavora su due livelli:

  • da una parte introduce strumenti come ChatGPT, Gemini, Claude, Copilot o altri sistemi di AI generativa;
  • dall’altra allena collaborazione, comunicazione, creatività, pensiero critico e problem solving.

Il risultato non è una semplice dimostrazione tecnologica, ma un’esperienza concreta: i partecipanti lavorano in squadra, scelgono un problema reale, progettano prompt, testano risposte, correggono il tiro e presentano una soluzione.

Dal prompt engineering alla collaborazione

Il prompt engineering viene spesso raccontato come una competenza individuale: io scrivo una richiesta, l’AI risponde, io miglioro il risultato. In azienda, però, le cose funzionano diversamente. Le richieste importanti nascono quasi sempre da un contesto condiviso: un brief, un processo, una campagna, un documento, una procedura, un’esigenza del cliente.

Ecco perché il prompt engineering può diventare una nuova palestra di collaborazione. Una squadra deve chiedersi:

  • qual è il problema da risolvere?
  • quali informazioni servono all’AI?
  • che tono, formato e livello di dettaglio vogliamo ottenere?
  • come valutiamo se l’output è davvero utile?
  • quali rischi dobbiamo controllare prima di usare il risultato?

Queste domande non migliorano soltanto il rapporto con l’intelligenza artificiale. Migliorano anche il modo in cui il team ragiona, comunica e decide.

Come si struttura un team building sull’AI per aziende

Un format efficace può essere organizzato in una mezza giornata, una giornata intera o un percorso più esteso, a seconda degli obiettivi aziendali. La struttura tipica comprende quattro momenti.

1. Introduzione pratica all’AI generativa

Si parte con una panoramica chiara e concreta: che cosa fanno davvero gli strumenti di AI generativa, quali sono i principali casi d’uso in azienda, quali errori evitare, come impostare richieste efficaci e come verificare i risultati.

L’obiettivo non è fare teoria, ma creare una base comune. Anche chi non ha mai usato ChatGPT deve poter partecipare con serenità.

2. Formazione dei team e scelta della sfida

I partecipanti vengono divisi in squadre. Ogni team lavora su una sfida realistica: migliorare una comunicazione interna, progettare una campagna, semplificare una procedura, analizzare un documento, creare una traccia per una presentazione, preparare un piano editoriale o trovare idee per un servizio.

La scelta della sfida è importante: più il caso è vicino alla vita aziendale, più l’esperienza diventa utile.

3. Laboratorio di prompt engineering

Ogni squadra progetta, testa e migliora una serie di prompt. Qui emergono le dinamiche più interessanti: chi chiarisce il contesto, chi controlla la qualità, chi trova un approccio creativo, chi individua i limiti della risposta, chi prova a trasformare l’output in qualcosa di operativo.

L’AI diventa un catalizzatore. Non sostituisce il gruppo: lo costringe a ragionare meglio.

4. Presentazione finale e confronto

Le squadre presentano i risultati. Si confrontano prompt, strategie, output e possibili applicazioni. Si può introdurre anche una piccola competizione, con criteri come efficacia, originalità, chiarezza, applicabilità e controllo dei rischi.

Il momento finale serve a trasformare l’attività in apprendimento condiviso: che cosa abbiamo scoperto? Che cosa possiamo portare nel lavoro di domani? Quali processi potrebbero essere migliorati con l’AI?

Benefici per l’azienda

Un team building sull’AI per aziende può generare benefici molto concreti:

  • aumenta la confidenza con strumenti come ChatGPT e altri sistemi di AI generativa;
  • riduce la distanza tra persone entusiaste e persone diffidenti;
  • fa emergere casi d’uso utili per reparti diversi;
  • migliora comunicazione e collaborazione tra colleghi;
  • stimola creatività e pensiero critico;
  • aiuta a ragionare su limiti, verifiche, privacy, errori e responsabilità;
  • produce idee e prototipi riutilizzabili nei processi aziendali.

Il valore più interessante è culturale: l’AI smette di essere percepita come “una cosa da tecnici” e diventa uno strumento di lavoro condiviso, da usare con metodo.

A chi è adatto

Un format di questo tipo è adatto a molte realtà:

  • aziende che vogliono introdurre l’AI generativa senza limitarsi a una lezione frontale;
  • team marketing, comunicazione, vendite, HR, formazione e customer care;
  • reti commerciali e gruppi di manager;
  • imprese che cercano un’attività originale per convention, academy interne o giornate di formazione;
  • organizzazioni che vogliono unire AI literacy, collaborazione e innovazione.

Non servono competenze tecniche avanzate. Anzi, il format funziona bene proprio quando mette insieme profili diversi: persone operative, manager, comunicatori, venditori, formatori, amministrativi, tecnici e non tecnici.

Team building sull’AI o corso su ChatGPT?

Un corso su ChatGPT risponde soprattutto alla domanda: “Come uso meglio questo strumento?”.

Un team building sull’AI risponde a una domanda più ampia: “Come possiamo usare l’AI insieme per lavorare meglio?”.

Le due cose non si escludono. Al contrario, possono integrarsi. La parte formativa offre metodo e consapevolezza; la parte laboratoriale rende l’apprendimento più memorabile, partecipato e applicabile.

Il mio workshop di team building sul prompt engineering

Da anni mi occupo di formazione sul digitale e sull’intelligenza artificiale generativa per aziende, professionisti, academy e organizzazioni. Ho progettato anche un workshop di team building sul prompt engineering, pensato proprio per unire competenze AI, collaborazione e comunicazione.

Il format parte da una need analysis: prima di costruire l’attività è utile capire chi partecipa, quali obiettivi ha l’azienda, quali reparti sono coinvolti e quali problemi reali possono diventare materia di lavoro. In questo modo il team building non resta un esercizio astratto, ma si collega alle esigenze dell’organizzazione.

Durante il workshop i partecipanti lavorano in squadra su sfide concrete, scrivono e ottimizzano prompt, testano strumenti di AI generativa e presentano le soluzioni sviluppate. Alla fine, l’azienda può raccogliere non solo entusiasmo e coinvolgimento, ma anche idee operative da approfondire.

Vuoi organizzare un team building sull’AI per la tua azienda?

Se stai cercando un team building sull’AI per aziende, posso aiutarti a progettare un format su misura: introduttivo, pratico, coinvolgente e collegato ai bisogni reali del tuo gruppo.

Puoi partire dal mio workshop di team building sul prompt engineering oppure costruire un percorso personalizzato su AI generativa, ChatGPT, prompt engineering, comunicazione, creatività e collaborazione. Puoi anche esplorare tutti i miei corsi sull’intelligenza artificiale o scoprire le mie conferenze e speech sull’AI e il digitale.

Scrivimi per organizzare un corso, un workshop o un evento aziendale sull’intelligenza artificiale generativa.

La domanda che mi fanno sempre più spesso in azienda è questa: “Dobbiamo fare la formazione AI obbligatoria. Basta un webinar di due ore?”. Risposta breve: dipende. Risposta un po’ più utile: se l’obiettivo è solo “mettere una spunta”, forse basta anche il classico corso frontale. Se invece l’obiettivo è fare davvero AI literacy, cioè alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale come chiede l’AI Act, allora conviene organizzare un workshop di formazione AI obbligatoria: meno teoria astratta, più casi reali, esercizi, policy interne e prove da conservare.

Dal 2 febbraio 2025 l’articolo 4 dell’AI Act è applicabile. Provider e deployer di sistemi di AI hanno (avrebbero?) dovuto adottare misure per garantire un livello sufficiente di alfabetizzazione AI al personale e alle altre persone che usano sistemi AI per loro conto. La Commissione europea spiega l’AI Act come un regolamento basato sul rischio: non tutti gli usi dell’intelligenza artificiale sono uguali, e quindi non tutta la formazione deve essere uguale.

In questo articolo non ripeto la guida generale sulla formazione AI obbligatoria in azienda. Qui faccio un passo in più: vediamo come costruire un workshop pratico, utile per HR, manager, professionisti, studi, enti e imprese che usano strumenti come ChatGPT, Microsoft Copilot, Gemini, Claude, Gemini Notebook (ex NotebookLM), chatbot, sistemi di scoring o software con funzioni predittive.

Perché un workshop è meglio del solito corso sull’AI Act

Un corso tradizionale spiega. Un workshop fa fare. La differenza non è piccola, soprattutto quando parliamo di intelligenza artificiale generativa.

Molte persone in azienda hanno già provato ChatGPT o Copilot, magari senza dirlo troppo in giro. Alcuni li usano per scrivere email, riassumere documenti, generare idee, correggere testi, preparare presentazioni o analizzare dati. Il punto è che spesso lo fanno senza criteri condivisi: cosa posso caricare? Cosa non devo mai incollare in un chatbot? Come verifico una risposta? Come riconosco un’allucinazione? Che cosa succede se uso l’AI per valutare un candidato, un cliente o un collaboratore?

Il workshop serve proprio a questo: portare l’AI fuori dalla zona grigia. Non “vietiamo tutto”, non “usiamo tutto a caso”, ma costruiamo una via praticabile: usare bene gli strumenti, conoscere i rischi, documentare le scelte.

Che cosa deve ottenere un workshop di formazione AI obbligatoria

Un workshop fatto bene non dovrebbe limitarsi a raccontare cos’è l’AI generativa. Alla fine della sessione i partecipanti dovrebbero saper fare almeno cinque cose.

  1. Capire dove usano già l’AI, anche quando è integrata in strumenti quotidiani come suite office, CRM, motori di ricerca, piattaforme HR o software marketing.
  2. Distinguere gli usi a basso rischio da quelli delicati, soprattutto quando entrano in gioco dati personali, decisioni su persone, informazioni riservate o contenuti pubblici.
  3. Scrivere prompt più controllabili, con contesto, vincoli, ruolo, formato di output e criteri di verifica.
  4. Verificare le risposte dell’AI, senza trattare il chatbot come un oracolo con l’abbonamento mensile.
  5. Applicare regole interne semplici: cosa è consentito, cosa richiede attenzione, cosa va evitato.

Questa è la parte importante: la formazione AI obbligatoria non dovrebbe produrre solo “presenze”. Dovrebbe produrre comportamenti migliori.

Il programma pratico: una traccia da 4 ore

Una formula molto efficace è il workshop da mezza giornata, circa quattro ore. Non è l’unico formato possibile, ma funziona bene per aziende che vogliono iniziare senza bloccare le persone per due giorni.

1. Mappa degli usi dell’AI in azienda

Si parte con una domanda molto concreta: dove entra già l’intelligenza artificiale nel lavoro quotidiano?

Ogni gruppo elenca strumenti, reparti, attività e casi d’uso: scrittura, customer care, vendite, HR, amministrazione, marketing, formazione, ricerca, analisi documentale, automazione. Spesso emergono sorprese: l’AI non è “quel sito dove scrivo prompt”, ma una funzione nascosta dentro strumenti che l’azienda usa già.

2. Rischi pratici: dati, errori, bias, copyright

Qui si lavora su casi veri o realistici. Per esempio:

  • posso incollare in ChatGPT il contratto di un cliente?
  • posso usare l’AI per filtrare CV?
  • posso pubblicare un testo generato dall’AI senza revisione?
  • posso chiedere a un chatbot di riassumere un verbale con dati personali?
  • posso generare immagini con persone, marchi o prodotti riconoscibili?

L’obiettivo non è spaventare. L’obiettivo è creare anticorpi. L’AI sbaglia, inventa, semplifica, può amplificare pregiudizi e può trattare male dati che non dovrebbero uscire dall’azienda. Una persona formata non smette di usare l’AI: la usa con più criterio.

3. Prompt engineering per il lavoro reale

Questa è la parte più operativa del workshop. Si prendono attività concrete e si trasformano in esercizi: scrivere una mail difficile, sintetizzare una riunione, preparare una scaletta commerciale, creare una checklist, confrontare due documenti, riformulare un testo tecnico, progettare un piano editoriale.

Un prompt utile non è una frase magica. È una mini-istruzione di lavoro. Per esempio deve dire all’AI:

  • chi deve essere il destinatario;
  • quale obiettivo deve raggiungere;
  • quale tono usare;
  • quali informazioni sono certe e quali no;
  • quali vincoli rispettare;
  • in quale formato restituire il risultato;
  • come segnalare dubbi, fonti mancanti o passaggi incerti.

Qui si vede subito la differenza tra “fammi un testo” e “aiutami a lavorare meglio”.

4. Verifica delle risposte: la parte che molti saltano

Un workshop serio deve insegnare anche a controllare l’output. L’intelligenza artificiale generativa è bravissima a produrre testi plausibili. Il problema è proprio questo: plausibile non significa vero.

Per questo conviene allenare i partecipanti a chiedere fonti, separare fatti da ipotesi, controllare numeri, evitare citazioni inventate, verificare riferimenti normativi e usare l’AI come assistente, non come responsabile finale.

5. Mini policy aziendale: cosa facciamo da lunedì mattina

Il workshop dovrebbe chiudersi con una bozza di regole operative. Poche, chiare, applicabili. Per esempio:

  • non inserire dati personali, riservati o contrattuali in strumenti non autorizzati;
  • indicare quando un contenuto è stato prodotto o rielaborato con AI, se il contesto lo richiede;
  • validare sempre output legali, fiscali, medici, finanziari o tecnici;
  • non usare l’AI per decisioni automatizzate su persone senza valutazioni specifiche;
  • preferire strumenti approvati dall’azienda per attività sensibili;
  • tenere traccia dei casi d’uso più importanti.

Questa mini policy non sostituisce il lavoro di legali, DPO, IT o compliance. Però aiuta moltissimo a trasformare la formazione in comportamenti concreti.

Quali evidenze conservare dopo il workshop

Se la formazione è obbligatoria, prima o poi qualcuno chiederà: “Come dimostriamo di averla fatta?”. Meglio pensarci subito.

Dopo un workshop di formazione AI obbligatoria conviene conservare almeno questi materiali:

  • programma del corso o agenda del workshop;
  • registro presenze o report di partecipazione;
  • materiali didattici usati durante la sessione;
  • esercizi svolti o casi analizzati;
  • eventuale test finale o questionario di autovalutazione;
  • policy, checklist o linee guida consegnate ai partecipanti;
  • data della formazione e profilo dei destinatari;
  • aggiornamenti successivi, soprattutto se cambiano strumenti o processi.

La parola chiave è “coerenza”. Se formo un team marketing che usa l’AI per generare contenuti, affronterò prompt, copyright, tono di voce, revisione e fact-checking. Se formo HR, parlerò molto di dati personali, bias, selezione, valutazione e trasparenza. Se formo manager, lavorerò su decisioni, produttività, limiti degli strumenti e governance.

Workshop per aziende: esempi di moduli pratici

Un vantaggio del workshop è che può essere modulare. Ecco alcuni moduli che uso spesso nei percorsi aziendali sull’AI generativa.

Modulo base: usare l’AI senza farsi usare dall’AI

Introduzione pratica a ChatGPT, Copilot, Gemini e altri strumenti. Cosa fanno, cosa non fanno, perché sbagliano, come scrivere prompt sensati, come controllare i risultati.

Modulo dati e privacy

Cosa evitare di caricare nei chatbot, come ragionare sui dati personali, quali informazioni vanno anonimizzate, quando coinvolgere DPO, IT o responsabili interni.

Modulo contenuti e comunicazione

Uso dell’AI per email, articoli, post LinkedIn, presentazioni, piani editoriali e materiali commerciali. Con una regola semplice: l’AI aiuta a scrivere, ma la responsabilità resta umana.

Modulo produttività personale

Riassunti, checklist, preparazione riunioni, brainstorming, analisi di documenti, organizzazione delle informazioni, uso di strumenti come Gemini Notebook o assistenti integrati nelle suite di lavoro.

Modulo manager e decisioni

Come usare l’AI per esplorare scenari senza delegare decisioni delicate a uno strumento probabilistico. Qui entrano in gioco qualità delle fonti, bias, accountability e tracciabilità.

Quanto deve durare la formazione AI obbligatoria?

Non esiste una durata magica valida per tutti. L’AI Act parla di livello sufficiente di alfabetizzazione AI, da valutare anche rispetto al contesto d’uso. Tradotto: una persona che usa Copilot per migliorare testi interni non ha lo stesso bisogno formativo di chi introduce un sistema AI in ambito HR, credito, sanità, sicurezza o valutazione di persone.

Come regola pratica:

  • 2 ore: sensibilizzazione iniziale, utile per platee ampie;
  • 4 ore: workshop operativo per team che usano già strumenti AI;
  • 8 ore: laboratorio completo con esercizi, policy e casi di reparto;
  • percorso modulare: soluzione migliore quando l’azienda ha reparti con rischi e bisogni diversi.

La durata conta meno della pertinenza. Un workshop breve ma costruito sui casi reali dell’azienda vale più di una giornata generica piena di definizioni.

Domande frequenti sul workshop di formazione AI obbligatoria

La formazione AI obbligatoria deve essere uguale per tutti?

No. L’articolo 4 dell’AI Act chiede un livello sufficiente di alfabetizzazione AI, tenendo conto anche delle conoscenze tecniche, dell’esperienza, dell’istruzione, del contesto d’uso e delle persone o dei gruppi su cui i sistemi AI possono avere effetti. In pratica: meglio una formazione calibrata sui ruoli che un corso identico per tutta l’azienda.

Un workshop su ChatGPT vale come formazione AI obbligatoria?

Può essere una parte della formazione, ma non dovrebbe limitarsi ai comandi di ChatGPT. Un workshop utile deve includere limiti dell’AI, rischi, privacy, verifica delle risposte, esempi di uso corretto e regole aziendali.

Serve un test finale?

Non sempre è obbligatorio, ma è consigliabile. Un breve test o questionario aiuta a documentare la partecipazione e a capire se i concetti essenziali sono passati davvero.

Ogni quanto va aggiornata la formazione AI?

Conviene prevedere aggiornamenti periodici, soprattutto quando cambiano strumenti, processi interni, policy aziendali o indicazioni normative. Nel mondo dell’AI, un corso fatto una volta e dimenticato in archivio invecchia in fretta.

Vuoi organizzare un workshop pratico sulla formazione AI obbligatoria?

Da anni tengo corsi per aziende e professionisti sull’intelligenza artificiale generativa, su ChatGPT, Copilot, Gemini, Claude, Gemini Notebook, prompt engineering e uso consapevole della tecnologia. Posso aiutare la tua azienda a progettare un workshop pratico, calibrato sui ruoli, sui casi d’uso e sui rischi reali.

Il taglio è molto concreto: esempi, esercizi, strumenti, checklist, materiali e indicazioni operative da usare subito. Perché l’obiettivo non è solo “fare il corso”. L’obiettivo è usare meglio l’intelligenza artificiale, con più consapevolezza e meno improvvisazione.

Se vuoi portare in azienda un workshop sulla formazione AI obbligatoria, scrivimi: costruiamo il percorso più adatto al tuo contesto.