Il 28 marzo 2026 sono stato intervista da L’eco di Bergamo sul tremendo fatto di cronaca di Trescore Belneario (ovviamente solo per la parte “tecnologica” della notizia). Questo il pezzo con il mio contributo.

L’aggressione di Trescore: «In quella diretta il desiderio di diventare virale»

L’ANALISI . Gianluigi Bonanomi, formatore sui temi del digitale: «Si punta all’eccesso, lo schermo come potenziatore». «Telegram strumento opaco, non fa prevenzione».

L’ aggressione di Trescore Balneario era stata anticipata sui social. Il 13enne che, nella mattinata di mercoledì 25 marzo, ha accoltellato la sua professoressa di francese aveva chiarito le sue intenzioni in un gruppo su Telegram, un popolare servizio di messaggistica istantanea. Lo aveva fatto dapprima pubblicando le fotografie delle armi che avrebbe nascosto nello zaino, e poi con un lungo testo – una specie di «manifesto» – dal macabro titolo «The final solution», «La soluzione finale». Il messaggio non lascia dubbi: nelle prime righe, il ragazzo scrive che «sono arrivato alla conclusione che non posso più vivere una vita così. […] Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere la situazione nelle mie mani. Ucciderò la mia insegnante di francese ».

Gianluigi Bonanomi è formatore sui temi del digitale e con i suoi corsi è entrato in diversi istituti della Bergamasca. A lui abbiamo chiesto spiegazioni sul motivo per cui nessuno ha segnalato le intenzioni che il ragazzo aveva condiviso tramite i messaggi su Telegram.
Perché la piattaforma non li ha segnalati alle autorità?

«Perché Telegram non ha un sistema di scansione automatica dei messaggi per prevenire i reati. I contenuti che non rispettano le linee guida possono essere segnalati a posteriori, ma farlo serve a poco. In questo caso, le chat sono state scoperte solo dopo che il video ha iniziato a circolare. Telegram, infatti, interviene solo se riceve segnalazioni su un contenuto pubblico. Non è nulla di sorprendente. Fin dalla sua nascita è stata una piattaforma molto opaca: raramente, anche durante le indagini, le autorità riescono a intervenire sui suoi contenuti. Se un ragazzo pianificasse un attacco su una chat privata o un gruppo ristretto, probabilmente lo sapremmo solo a cose fatte».

Tutte le piattaforme di messaggistica funzionano in questo modo?

«No. Meta, che possiede Facebook, Instagram e Whatsapp, adotta delle regole più stringenti e utilizza dei sistemi di visione artificiale che si chiamano “Convolutional neural network” (Cnn). Questi ultimi controllano tutto, dai testi fino alle immagini e ai singoli fotogrammi dei video. Il monitoraggio avviene durante il caricamento, perciò i contenuti potenzialmente controversi, vengono bloccati ancor prima di essere pubblicati. Il problema è che si tratta di tecnologie imprecise, con tanti falsi positivi e falsi negativi: spesso si sente di opere d’arte bloccate perché mostrano un seno scoperto o di presunte “censure” alle fotografie delle mamme che stanno allattando i propri bebè».

Il ragazzo ha ripreso e trasmesso in diretta quello che, nelle sue intenzioni, doveva essere un omicidio. Perché?

«Credo che volesse andare oltre l’atto di violenza. Il suo è stato un tentativo di rendere quella violenza “mediatica”: l’ha considerata una performance che poteva dargli esposizione sociale per via della macabra unicità del contenuto. Al di là del movente dell’accoltellamento, credo che ci fosse anche un desiderio di esporsi con un contenuto virale destinato alle piattaforme social. In questi casi, lo schermo agisce sia come un filtro sia come un potenziatore».

Non è il primo caso in cui un evento estremamente violento viene ripreso e trasmesso sui social: crede che sia una specie di «tendenza»?

«Per quanto il ragazzo abbia scritto che non voleva imitare nessuno, credo che un’emulazione, anche inconscia, ci fosse. Esistono piattaforme dove si può trovare una quantità impressionante di video che mostrano ogni tipo di violenza. Non voglio ipotizzare che il ragazzo le frequentasse, ma i loro contenuti, piano piano, si fanno strada anche sui social network tradizionali, tra cui Telegram».

Da dove nasce il bisogno di riprendere e trasmettere online la violenza?

«Credo che si tratti di una questione legata agli algoritmi. Sui social cerchiamo contenuti fuori dall’ordinario, pur senza scadere nella violenza. Il caso di Trescore Balneario estremizza questa tendenza: un contenuto diverso dagli altri viene percepito come qualcosa che andrà virale. E visto che la quantità di video, testi e immagini presenti sui social è sempre più vasta, si punta all’eccesso.

Lei fa formazione nelle scuole, a volte anche in Bergamasca. Crede che quanto accaduto a Trescore Balneario possa succedere di nuovo?

«Penso che si tratti di un caso più unico che raro. Nei miei incontri non ho incontrato segnali di una sofferenza così profonda e diffusa. Anche confrontandomi con gli insegnanti, nessuno mi ha mai confidato di temere per la propria sicurezza personale. In quindici anni di carriera ho osservato dei casi problematici, questo è certo, ma non ho mai visto avvisaglie di situazioni così gravi».

Il 2 febbraio 2026 sono stato invitato dalla Fondazione Corriere della Sera a un evento per le scuole presso la sala Buzzati: collegati 12.000 studenti da tutta Italia, per sentirci parlare di #AI in classe. Con me l’amico Vincenzo Cosenza.

Ho caricato su YouTube alcuni passaggi dell’evento.

3 esempi d’uso dell’AI in classe

Hai presente quando gli studenti usano ChatGPT per farsi fare i compiti? Ecco, quello è il modo peggiore per approcciare l’intelligenza artificiale. In questo video esploriamo come trasformare l’IA da scorciatoia a vero e proprio alleato didattico. Parliamo di «role prompting»: far diventare il chatbot il tuo prof di italiano per simulare un’interrogazione su Dante, oppure un generale che ti racconta Waterloo. Non è magia, è collaborazione creativa. Nel video passo in rassegna alcuni casi reali: – Simulazione di interrogazioni: caricare testi e chiedere all’IA di metterci alla prova. – Dialogo con la storia: intervistare Napoleone per capire le sue scelte strategiche. – Role-play linguistico: gestire un cliente difficile in tedesco per allenare le soft skill. L’obiettivo non è delegare il pensiero, ma potenziarlo. Perché se l’IA imita l’intelligenza umana, noi dobbiamo imparare a usarla per non diventare “pigri” ma più brillanti.

Alla scoperta di NotebookLM

Dimentica ChatGPT per un attimo: se cerchi uno strumento che rivoluzioni davvero il modo di studiare e lavorare con i documenti, devi conoscere NotebookLM. È il “taccuino intelligente” di Google che non risponde pescando a caso dal web, ma si basa esclusivamente sulle fonti che carichi tu. Niente più allucinazioni: se gli chiedi la ricetta della pizza mentre stai studiando fisica quantistica, ti dirà chiaramente che nei tuoi testi non c’è traccia di margherite.

Ecco perché NotebookLM è una marcia in avanti:

  • Verifica immediata delle fonti: ogni risposta include citazioni cliccabili che ti portano esattamente al paragrafo del documento originale.

  • Multimedialità totale: legge PDF, appunti scritti a mano (anche in corsivo!) e persino schemi elettrici o immagini.

  • Creazione di contenuti: trasforma i tuoi materiali in infografiche, slide, podcast con voci umane che discutono i temi o video esplicativi con voice-over.

  • Ecosistema Google: se hai una Gmail, hai già NotebookLM; è gratuito, integrato e generoso (fino a 50 domande al giorno nella versione free).

È lo strumento perfetto per chi ha bisogno di rigore, precisione e una mano per trasformare la teoria in pratica multimediale.

Farsi intervistare dai chatbot

Perché dobbiamo essere sempre noi a spremere le meningi per interrogare ChatGPT o Gemini? In questo estratto del mio intervento a «Insieme per capire», ribalto completamente la prospettiva: il segreto per ottenere risultati davvero utili non è fare domande migliori, ma farsi intervistare dall’intelligenza artificiale.

Che tu debba scrivere una tesina, preparare una ricerca o un’interrogazione, prova a dire all’IA: «questo è il mio obiettivo, fammi tu tutte le domande che ritieni opportune per inquadrare il contesto». È qui che avviene il vero salto di qualità: lo scambio diventa profondo, l’IA capisce chi sei, cosa ti serve e in quale materia ti stai muovendo.

In questo video ti spiego come questo ribaltamento dei ruoli possa trasformare uno strumento passivo in un partner di lavoro incredibilmente efficace.

Siamo passati dai chatbot che rispondono a comando a veri e propri agenti intelligenti capaci di pianificare ed eseguire task complessi in autonomia. Ma cosa significa davvero per il nostro lavoro e la nostra quotidianità?

In questo estratto, esploriamo il salto evolutivo dell’intelligenza artificiale:

  • Chatbot vs Agenti: la differenza tra uno strumento reattivo e uno proattivo che «va avanti come un treno».

  • Esperimenti sul campo: dall’organizzazione di un viaggio in Giappone alla spesa online fatta partendo da una semplice foto di una pizza.

  • Il futuro delle aziende: lo scenario di società miliardarie gestite da una sola persona supportata da una flotta di agenti specializzati (marketing, R&S, logistica).

  • Integrazione fisica: l’arrivo dei robot umanoidi e l’impatto sulla gestione delle attività domestiche e industriali.

L’IA non è più solo uno strumento per studiare o scrivere meglio, ma un ecosistema che impara a collaborare con sé stesso e con noi. Quale sarà il peso del contributo umano in questo nuovo equilibrio?

I problemi dell’AI

L’intelligenza artificiale non è più una novità da laboratorio, ma un compagno silenzioso che sta riscrivendo le regole del gioco. In questo estratto dell’evento «Insieme per capire», analizzo i rischi che corriamo delegando le nostre scelte agli algoritmi.

Siamo pronti a gestire un “sistema zero” che decide per noi?

Cosa troverai in questo video:

  • Il paradosso del secondo cervello: quanto potere stiamo dando a strumenti come ChatGPT? Dalle scelte editoriali ai consigli medici, il confine tra supporto e condizionamento è sempre più sottile.

  • Pregiudizi e bias: se l’IA impara dagli umani, eredita anche i nostri errori. Come correggere una “scatola nera” che discrimina basandosi sulle statistiche?

  • Privacy e gestione dati: ogni nostra interazione alimenta i modelli. Sai come disattivare l’uso dei tuoi dati nelle impostazioni?

  • Proprietà intellettuale: il tema spinoso del copyright e di come i contenuti protetti finiscano nel calderone dell’addestramento senza alcuna remunerazione per gli autori.

La registrazione completa dell’evento

Ecco l’intera registrazione dell’evento:

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L’intelligenza artificiale non è arrivata all’improvviso. Non è piovuta dal cielo con ChatGPT (il 30 novembre 2022), né è nata in un laboratorio segreto negli ultimi due anni (tipo Covid a Wuhan). È il risultato di un percorso lungo ottant’anni, fatto di passaggi graduali, di scelte tecnologiche e soprattutto di usi sociali. È da qui che parte l’intervista pubblicata su L’Eco di Bergamo il 14 dicembre 2025, nella sezione dedicata alla digitalizzazione, che percorre gli ultimi 25 anni di innovazione. Un dialogo tra il giornalista che prova a rimettere ordine in una narrazione spesso confusa, emotiva, polarizzata. Google, i social network, lo smartphone, l’economia dei dati. Poi l’IA. Non come “salto nel buio”, ma come evoluzione di un ecosistema che conosciamo da tempo, anche se spesso fingiamo il contrario.

Nell’intervista affronto alcuni nodi che tornano continuamente nel dibattito pubblico, soprattutto quando si parla di scuola, lavoro e società:

  • la differenza tra tecnologia e uso della tecnologia, che troppo spesso viene ignorata

  • l’idea che l’IA sia un problema in sé, quando in realtà amplifica problemi già esistenti

  • il ruolo educativo, culturale e organizzativo che serve oggi, più delle soluzioni tecniche

  • il rischio di semplificazioni, entusiasmi acritici e paure mal indirizzate

C’è anche una riflessione sul lavoro, sul cambiamento delle competenze e su ciò che l’IA non potrà sostituire facilmente: il pensiero critico, il contesto, la responsabilità. Parole abusate, forse. Ma mai così necessarie.

Questa intervista non è pensata per “convincere”, né per rassicurare. È un invito a distinguere, a rallentare il giudizio, a guardare la tecnologia per quello che è: uno strumento potente, ambiguo, politico. E quindi umano. Se ti occupi di educazione, comunicazione, impresa o semplicemente vivi immerso nel digitale, vale la dargli un’occhiata. Non per trovare risposte definitive, ma per farsi domande migliori.

L’intervista completa è su L’Eco di Bergamo, eccola:

L’ECO DI BERGAMO

L’intervista

Da Google ai social Così è arrivata l’IA

Gianluigi Bonanomi. «Nelle scuole vedo i problemi della tecnologia. Ma bisogna fare un distinguo: non sono legati alla tecnologia in sé, bensì all’uso che ne se ne fa»


Una costante del primo quarto del XXI secolo è stata la rapida cavalcata del digitale. Dallo scoppio della bolla delle dot-com di fine anni Novanta siamo passati alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale – anch’essa, secondo alcuni analisti, destinata a «scoppiare» proprio come le dot-com. Il mondo della tecnologia si è mosso velocemente, forse fin troppo. A tracciare una panoramica di questa evoluzione è Gianluigi Bonanomi, giornalista, divulgatore esperto di digitale e docente dell’Accademia di Belle Arti «SantaGiulia» di Brescia.

Quali sono state, secondo lei, le «rivoluzioni» tecnologiche degli ultimi venticinque anni?

«La prima è la nascita di Google, che è stato aperto nel 1998, questo è vero, ma che da noi è arrivato tra il 1999 e il 2000. È stata una rivoluzione perché con Google chiunque poteva fare ricerche accedendo a una mole vastissima di conoscenze. Quella di Google è stata la seconda “rivoluzione” della tecnologia: prima c’era stato l’avvento di internet. Poi sono arrivati gli e-commerce, e con loro gli acquisti online. E poi ancora i social network, gli smartphone, per qualche anno persino il metaverso, e infine l’intelligenza artificiale. Ma attenzione: non si tratta di cambiamenti separati l’uno dall’altro».

Qual è il collegamento tra le grandi svolte del digitale?

«Nessuna, presa da sola, è davvero così rivoluzionaria. Penso che vadano considerate come dei passi successivi di una transizione che ci ha permesso di arrivare al grande mutamento contemporaneo, quello connesso all’intelligenza artificiale. Senza smartphone, social network, e-mail, internet ed e-commerce non ci sarebbe stata neppure l’IA. Non sto dicendo che fosse tutto finalizzato alla digitalizzazione completa della nostra vita, ovviamente. Semmai, si tratta di una serie di passaggi obbligati per raggiungere il punto a cui ci troviamo oggi. Se la comunicazione avvenisse ancora tramite lettere di carta, le macchine faticherebbero a leggerlo. Invece usiamo mail e messaggi, che l’IA può scandagliare, memorizzare, scrivere addirittura. Tutto ciò che è venuto negli scorsi anni è prodromico alla grande rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Anche il metaverso era un tentativo di accelerazione. È arrivato nel momento sbagliato, troppo in fretta. Ma piano piano tornerà».

L’intelligenza artificiale è un punto di arrivo, oppure è solo un altro tassello intermedio?

«Al momento, è l’invenzione più potente che l’uomo possa concepire. Abbiamo passato secoli a pensare a come superare i nostri limiti fisici: per andare più veloci abbiamo inventato le biciclette e le auto. Per vederci meglio, gli occhiali. Nella seconda metà del Novecento, alcuni ricercatori hanno avanzato l’idea che anche il cervello fosse un limite. L’IA serve a superare questo collo di bottiglia: oggi stiamo raccogliendo i frutti di un seme che è stato piantato quasi un secolo fa. Ma ci sarà qualcosa che userà l’intelligenza artificiale per raggiungere traguardi ancora più importanti».

Per esempio?

«I robot sono una possibilità: saranno loro a fare i lavori più pesanti. Pensiamo all’esplorazione di Marte: prima di andarci noi è bene che ci vada una macchina, no? Poi c’è il metaverso. Che non è quello che vediamo oggi: arriveremo a veri e propri mondi virtuali. Tra il pubblico fanno meno presa che in passato, ma nelle aziende se ne parla molto: tante fabbriche hanno già un “digital twin”, un gemello digitale, mentre alcuni organizzano eventi con gli avatar digitali. Il terzo sviluppo riguarda le interfacce uomo-macchina, che vanno dai robot collaborativi agli impianti neurali. Neuralink ci lavora da tempo: per ora se ne parla solo come un aiuto alle persone con gravi disabilità motorie, ma in futuro i suoi impianti potrebbero diventare dei prodotti commerciali».

Quali sono state le ricadute sociali dei grandi cambiamenti del primo quarto del XXI secolo?

«Tutte hanno ingegnerizzato le relazioni sociali. La gran parte delle innovazioni che hanno cambiato la nostra vita riguarda le relazioni umane. Negli ultimi anni abbiamo cercato di ottimizzarle, e per farlo abbiamo tentato di ingegnerizzarle. I social network sono l’esempio più emblematico di questo comportamento: li abbiamo usati per migliorare le nostre possibilità di relazione con gli altri. Quello era l’intento iniziale. Poi siamo finiti dall’altra parte e i social hanno aumentato la solitudine, ma all’origine il fine era opposto. I social network servivano per trovare amicizie, contatti professionali, partner, l’amore persino. Gli smartphone sono lo strumento relazionale per eccellenza, perché ci permettono di ampliare le nostre reti sociali. E lo stesso succederà con il metaverso».

L’impatto delle «rivoluzioni» tecnologiche è stato negativo o positivo?

«È una domanda difficile. Credo che, tutto sommato, ci siano stati risvolti positivi e negativi. Ma parlo da appassionato di tecnologia, da tecno-ottimista in un certo senso: le storture le vedo, ma i grandi salti in avanti garantiti dal digitale sono innegabili. Gli studi dimostrano che l’idea per cui le nuove tecnologie ci rendono più stupidi è un luogo comune: oggi viviamo di più, viviamo meglio e abbiamo più opportunità proprio grazie all’innovazione. Dal punto di vista relazionale, la questione è più complessa: c’è chi ha trovato l’anima gemella su “Tinder” e chi invece lo usa e si sente più solo. Io ho conosciuto associazioni che hanno sfruttato i social per raccogliere fondi per cause benefiche e aziende che hanno trovato lavoro digitalizzando le loro attività. Quando tengo gli incontri nelle scuole vedo i problemi della tecnologia. Ma bisogna fare un distinguo: non sono legati alla tecnologia in sé, bensì all’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale, per esempio, è di enorme aiuto in campo medico, nello studio delle malattie e nello sviluppo dei vaccini. Le storture si verificano perché usiamo male gli strumenti, oppure perché non siamo formati per utilizzarli consapevolmente: molto dipende dalla scuola, perché lì spesso si insegna più ad avere paura della tecnologia che a usarla».

Quando si parla di intelligenza artificiale, alcuni dicono che «ci ruberà il lavoro». È davvero così?

«La mia generazione è cresciuta convinta che i robot avrebbero “rubato” i lavori più pesanti, quelli in cantiere o in azienda. Alla fine ci eravamo un po’ abituati a questa idea, e ci andava bene così, perché erano lavori ingrati. L’IA, invece, sta “rubando” i lavori intellettuali: i robot costano troppo, mentre le intelligenze artificiali possono sostituire le mansioni più semplici da automatizzare. Non credo che verremo soppiantati completamente. Semmai, cambierà il mercato del lavoro: le professioni che richiedono una forte componente relazionale saranno in salvo, le altre forse no. C’è un’inversione che nessuno aveva previsto: la probabilità di sostituzione dei programmatori – una professione che finora abbiamo considerato intoccabile – è intorno al 60-70%. Quella degli avvocati non arriva al 20%».

Brian Arnoldi


 

Il 5 novembre 2025 sono stato invitato dalla Fondazione Corriere della Sera all’evento “Oltre il click – L’informazione ai tempi dell’IA“. Questo il tema dell’incontro:

L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui cerchiamo e consumiamo le notizie. Oggi sempre più utenti trovano risposte direttamente nei motori di ricerca, senza passare dai siti delle testate: un cambiamento che potrebbe mettere in discussione una parte del modello di business dei media e aprire scenari inediti per il futuro dell’informazione. Quali opportunità e quali rischi si aprono per editori, giornalisti e utenti? Come garantire qualità e sostenibilità in un ecosistema mediatico che sarà sempre più guidato dall’IA? Intervengono Gianluigi Bonanomi, docente di Digital Marketing e IA generativa presso l’Accademia Santa Giulia di Brescia e formatore per Fastweb Digital Academy; Carlo Castorina, Direttore di Mediatrends e Vicepresidente di Phrase; Ferruccio de Bortoli, Presidente della Fondazione Corriere della Sera; Riccardo Terzi, Head of News Partnerships, Southern Europe, di Google Coordina Michela Rovelli, giornalista del Corriere della Sera.

Il mio intervento (da remoto) era dedicato a due tool di AI per giornalisti, NotebookLM e PinPoint. È possibile rivederlo qui:

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Il 25 settembre sono stato intervistato da Il Cittadino di Monza sul tema AI e lavoro. Ecco la trascrizione del pezzo:

«Volete sapere cosa accadrà con la AI? Si faranno lavori che oggi non esistono»

L’ESPERTO Il sulbiatese Gianluigi Bonanomi, formatore esperto, invitato a un incontro con i dipendenti di Apa Confartigianato

Tutto quello che avreste voluto sapere sull’intelligenza artificiale e non avete mai osato domandare, avreste potuto chiederlo a lui. L’idea è venuta a Apa Confartigianato Imprese, che ha appunto convocato Gianluigi Bonanomi, classe 1975, formatore esperto di comunicazione digitale, giornalista professionista, titolare della cattedra di Net Marketing all’Accademia Santa Giulia di Brescia, per un incontro in sede con i dipendenti sull’intelligenza artificiale generativa. Ma non finirà qui. Nel senso che la stessa associazione organizzerà altri incontri più specifici per gruppi ristretti di dipendenti. Il presidente Giovanni Mantegazza e il segretario Enrico Brambilla, intanto, hanno promosso quest’appuntamento su una «novità» che presenta «aspetti positivi, ma che innesca anche criticità e timori». Bonanomi, nato a Merate e residente a Sulbiate, ha subito specificato come sia praticamente impossibile sfuggire alla AI. «Si calcola – ha spiegato – che, a livello mondiale, l’80% dei lavoratori verrà impattato dall’intelligenza artificiale. Nel settore artigiano ciò sarà più difficile. In Giappone, comunque, hanno creato anche robot che tagliano i capelli. Ma si è trattato di una dimostrazione, di una sperimentazione».

A rischio, invece, saranno i lavori impiegatizi più ripetitivi. Chi compila fogli Excel avrà più possibilità di essere sostituito. Ora, paradossalmente, sono le figure junior ad essere maggiormente penalizzate. Le aziende preferiscono puntare sui lavoratori più esperti per gestire i macchinari. Il futuro, in ogni caso, oggi più che mai è imperscrutabile. Soprattutto nel campo lavorativo. I bambini, una volta, si immaginavano un mestiere che permettesse loro di guidare treni, pilotare aeroplani, spegnere incendi con l’idrante dei pompieri. Fantasticherie proibite ai pargoli attuali. «Due bambini su tre – ha precisato Bonanomi, autore di oltre 20 saggi e manuali sul digitale – faranno un lavoro che ora non esiste. Io faccio il formatore da 20 anni. Se quattro anni fa mi avessero detto che avrei fatto il formatore nel campo dell’AI, non ci avrei creduto».

Cercare vie di fuga o provare a mimetizzarci, dunque, non servirà. L’intelligenza artificiale ci scaverà in ogni luogo. «Ci sarà resistenza – ha concluso Bonanomi – perché non è mai facile cambiare le proprie abitudini. Ma è uno sforzo che vale la pena affrontare. Non siamo più esecutori, ma coordinatori. Le vite di tutti, volenti e nolenti, cambieranno. Adeguandosi, diventerà più facile».

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In questo webinar, tenuto per ioformo.it il 2 settembre 2025, parlo di come l’intelligenza artificiale può trasformare la gestione di Instagram. Dal concetto di “inshitificazione” (enshittification) dei social, ai desideri latenti della domanda, fino all’uso pratico di ChatGPT, Gemini, Claude e Manus. Spiego perché serve personalizzare l’AI, come sfruttare il reasoning per analisi di #neuromarketing e quali opportunità offrono i nuovi #agenti intelligenti nel 2025.

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Il 27 luglio 2025 sono stato intervistato da Lorenzo Zacchetti per Today.it. Nell’articolo dal titolo “Nuovi lavori in arrivo: vi spiego cos’è il prompt-engineering e tanti altri mestieri”, ho risposto ad alcune domande sul tema: intelligenza artificiale generativa e lavoro.

Qui cito alcuni dati del WEF:

Se le imprese private sono già da tempo attive su questo fronte, anche la Pubblica Amministrazione si sta mettendo in moto. Gianluigi Bonanomi, tra i più richiesti formatori specializzati in IA, lo spiega attraverso i dati: “Il World Economic Forum stima che, per rimanere rilevante sul mercato, il 50% della forza lavoro globale ha bisogno di migliorare le proprie competenze (upskilling) o acquisirne di nuove (reskilling). Nel contesto della PA, la mancanza di tali competenze è una delle principali preoccupazioni: il 53% dei dirigenti la cita come un ostacolo significativo per l’adozione dell’IA generativa. Sempre più spesso vengo contattato da comuni, ospedali e vari enti pubblici, perché la necessità di formazione non è più rimandabile”.

Qui invece parlo delle nuove professioni che nasceranno:

“La vera competenza non risiederà nella capacità di produrre contenuti velocemente, ma in quella di dirigere strategicamente l’IA verso risultati che risuonino autenticamente con le persone”, prosegue Bonanomi. “Nasceranno nuovi ruoli. Saranno cruciali figure esperte in prompt engineering (l’arte di formulare istruzioni efficaci per l’IA), nel controllo qualità e verifica etica dei contenuti generati, nella promozione dell’alfabetizzazione IA all’interno dei team e nell’orchestrazione sinergica dell’intelligenza umana e artificiale”.

Qui parlo di “AI fatigue”:

Bonanomi sottolinea la preoccupazione per la cosiddetta «Artificial Intelligence fatigue», lo stress derivante dai rapidi cambiamenti tecnologici che può causare demotivazione, se non situazioni di vero e proprio disagio professionale: “La formazione va integrata in modo fluido con la missione quotidiana, dimostrando benefici tangibili per i singoli dipendenti e costruendo strutture di supporto robuste e continue (mentorship, coaching). Ciò implica un investimento a lungo termine e sostenuto nello sviluppo del capitale umano, andando oltre le iniziative di formazione una tantum per incorporare un ecosistema di apprendimento dinamico”.

Per leggere l’intero ariticolo occorre abbonarsi a Today.it.

 

Che cosa hanno in comune un tornio, un pennello e ChatGPT? Più di quanto immaginiate. È il filo conduttore della nuova puntata di Libri 20.25, la rassegna online dedicata ai libri che guardano al futuro condotta da Antonio Palmieri della Fondazione Pensiero Solido.

In questa occasione sono stato ospite insieme a Daniele Giangiulli per raccontare il nostro ultimo lavoro: ArtigianIA, il libro che esplora il rapporto – fatto di sfide, rischi ma anche di enormi opportunità – tra artigianato e intelligenza artificiale.

L’intervista non è stata solo una sequela di domande, ma un vero dialogo: come cambieranno le botteghe? Che ruolo avrà la creatività umana in un mondo di algoritmi? Possiamo immaginare un’IA che potenzia e non sostituisce il sapere artigiano? Domande concrete, risposte senza fronzoli, qualche provocazione e molti esempi pratici.

📺 Vuoi rivedere l’intervista completa? La trovi qui su YouTube:

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa per gli artigiani

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa per gli artigiani.

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Il 10 giugno 2025 sono stato ospite di una puntata di Yugen Podcast di Claudio Garioni. Abbiamo parlato di uno dei miei libri preferiti: “Fiori per Algernon” di Daniel Keyes.

La registrazione dell’intervista

Qui la registrazione dell’intervista:

La trascrizione (in sintesi) dell’intervista

Gario
Il libro di cui vuoi parlarci sembra arrivare dal futuro…

Gianluigi Bonanomi
Sì: I fiori per Algernon è uscito come racconto nel 1959 e poi come romanzo nel 1966. Ha vinto subito l’Hugo e, più tardi, il Nebula: due “certificazioni doc” per gli amanti della fantascienza classica.


Stile e struttura narrativa

Gianluigi Bonanomi
Daniel Keyes immagina un esperimento su Charlie Gordon, un uomo con un quoziente intellettivo di 80. Charlie tiene un diario quotidiano per documentare i progressi della terapia: all’inizio la scrittura è sgrammaticata e frammentaria, poi diventa via via più chiara e articolata, riflettendo la sua crescita cognitiva.

«Lo stile del libro è parte integrante del contenuto: la trasformazione del linguaggio rispecchia quella di Charlie»

Molti lettori inizialmente faticano a superare le prime pagine, ma chi si prende la briga di andare avanti viene ampiamente ripagato.


I tre motivi per leggerlo

  1. Stile innovativo
    Il diario di Charlie è un’idea semplice ma potentissima: la forma narrativa coincide con l’evoluzione del personaggio.

  2. Profondità sociologica
    Non è un’avventura di robot o astronavi, ma un’indagine sull’intelligenza, sui suoi limiti e sulle sue conseguenze sociali.

  3. Rilevanza attuale
    Scritto negli anni ’50, anticipa temi chiave dell’IA e della neurodiversità: l’equilibrio tra capacità cognitive e benessere emotivo.


Temi principali

  • Intelligenza vs consapevolezza
    Aumentare il QI non significa comprendere se stessi o gli altri: Charlie diventa “più brillante” ma resta disorientato nei rapporti umani.

  • Felicità e inadeguatezza
    Nell’ignoranza Charlie è quasi felice; una volta “troppo” intelligente, perde equilibrio e soffre di isolamento.

  • Reazioni degli altri
    I “vicini” e i ricercatori mostrano ammirazione, invidia, paura: il romanzo esplora come la comunità reagisca a chi eccede.


Parallelismi con l’intelligenza artificiale

Gianluigi Bonanomi
Oggi l’IA ci ricorda Charlie: Alexa non capisce, ChatGPT “allucina” e Perplexity aiuta ma non basta. Si parla di AGI (Artificial General Intelligence) entro pochi anni—anche Anthropic suggerisce il 2027—e crescono le paure di un «salto evolutivo» incontrollabile.

«Temiamo che, come Charlie, l’IA diventi troppo intelligente per noi e ci sfugga di mano»

Si cita l’Uncanny Valley: un robot quasi perfetto ci inquieta di più di uno palesemente artificiale.


Riflessioni finali

  • Relazioni umane
    I fiori per Algernon è soprattutto un romanzo sulle relazioni: famiglia, amici, colleghi, tutti condizionati dall’evolversi di Charlie.

  • Neurodiversità e disabilità
    La storia vira anche sul tema della disabilità: Keyes era insegnante di scrittura per ragazzi con difficoltà, e alcune scene del romanzo furono censurate in America per i contenuti “forti”.

  • Consigli di lettura

    • A chi ama la fantascienza densa e psicologica (Philip K. Dick, Ray Bradbury, Ted Chiang)

    • A chi cerca “formazione inversa”, ovvero un’esperienza di crescita emotiva e intellettuale allo stesso tempo

    • A chi studia IA, neurodivergenza e assetti sociali provocati da un’intelligenza “fuori scala”

In un episodio sul canale YouTube “Crismer La Pignola“, Crismer mi ha ospitato per una chiacchieratra concreta e approfondita sull’intelligenza artificiale. L’obiettivo della conversazione era quello di esplorare quali strumenti pratici possono essere utilizzati per sfruttare l’IA in modo consapevole e… intelligente.

Ho condiviso il mio punto di vista sull’evoluzione tecnologica, avendo assistito a numerose rivoluzioni, dalla nascita del Web agli smartphone, social network e metaversi vari. Tuttavia, ho ammesso, non avevo compreso il vero scenario: tutte queste innovazioni sembrano essere state “prodromiche” all’intelligenza artificiale, che rappresenta un cambiamento epocale per la nostra specie, cultura e civiltà, superando persino in parte quando già immaginato della fantascienza (Black Mirror compreso).

Il focus principale del video è sugli strumenti concreti che professionisti e aziende possono utilizzare oggi. Ho raccontato che, dopo una prima fase di eventi a effetto wow sull’IA, le aziende sono ora nella fase due, in cui hanno capito che ChatGPT non è una promessa futuristica come il metaverso, ma un qualcosa di attuale con ripercussioni immediate sul lavoro. L’obiettivo è capire come utilizzarla per risparmiare tempo, anche dalla mezz’ora all’ora al giorno per i cosiddetti knowkledge worker. La formazione nelle aziende tipicamente include un’introduzione, la messa in sicurezza dello strumento (privacy, personalizzazione) e soprattutto esempi concreti di utilizzo per il loro lavoro specifico, che si tratti di suore che gestiscono una scuola, multinazionali, sindacati, commercialisti o amministratori di condominio.

Ho però avvertito: concentrarsi solo sugli strumenti potrebbe non essere l’approccio migliore. Gli imprenditori, in particolare, sono pragmatici e vogliono vedere i processi aziendali snelliti, indipendentemente dallo strumento utilizzato.

Nonostante l’entusiasmo, l’adozione dell’IA nelle aziende incontra tre diverse resistenze.

  1. Timore legato ai dati e alla privacy: grande paura di perdere il controllo sui dati sensibili e sui progetti aziendali, preoccupazione per lo spionaggio industriale. La soluzione più sicura per le grandi aziende è sviluppare o personalizzare un proprio modello di linguaggio locale, non connesso a internet, usando ad esempio modelli open source. Alcune aziende hanno già introdotto la figura del Chief Artificial Intelligence Officer (CAIO) per guidare l’adozione interna dell’IA.
  2. Senso di colpa dei dipendenti: molti impiegati più proattivi usano strumenti come ChatGPT di nascosto perché l’azienda non ha policy chiare. Temono ripercussioni, come l’accusa di non aver svolto personalmente il lavoro o la prospettiva di una riduzione dell’orario di lavoro se riescono a completare attività di 4 ore in 20 minuti.
  3. Remore etiche e filosofiche: preoccupazioni sull’origine dei dati utilizzati per l’addestramento dei modelli, inclusi contenuti protetti da copyright o persino piratati. Ci sono anche timori legati all’impatto sull’apprendimento e sulla creatività (ad esempio, studenti che usano l’IA per i compiti) e sui bias di genere o politici presenti nei modelli.

Nonostante le resistenze, vietare l’uso dell’IA è una delle cose più stupide che si possa fare. Così come in passato le aziende hanno dovuto affrontare la gestione dei dispositivi personali dei dipendenti (Bring Your Own Device), ora devono gestire il Bring Your Own AI. È fondamentale che le aziende regolamentino l’uso dell’IA e soprattutto forniscano formazione ai propri dipendenti, altrimenti questi si formeranno autonomamente da fonti inaffidabili.

Ho una cattiva e una buona notizia per le aziende. La cattiva è che se non si forma sull’IA, si rischia di rimanere fuori dal mercato. La buona notizia è che padroneggiare gli strumenti di IA richiede molto meno tempo rispetto a tecnologie complesse come Excel evoluto; spesso 3 giorni di corso sono sufficienti. L’IA stessa può assistere nell’uso di altri software; ad esempio, si può chiedere a ChatGPT o Gemini di fornire formule Excel complesse, richiedendo solo supervisione.

Ho elencato cinque strumenti specifici (oltre a ChatGPT Plus) che stanno riscuotendo successo e offrono funzionalità interessanti:

  1. Notebook LM (Google/Gemini): utile per l’analisi documentale avanzata, recuperando informazioni da documenti, appunti, link e video. Permette, ad esempio, di caricare bandi e progetti vecchi per generare bozze di nuovi progetti o di registrare riunioni per creare verbali automatici.
  2. Gamma App: strumento per creare presentazioni, utile per chi ha poco tempo per preparare slide partendo da informazioni sparse. Offre un “effetto wow” e genera presentazioni di buon livello con stili personalizzabili.
  3. Genspark: un agente cinese che lavora in autonomia per completare compiti. Ad esempio, può programmare una lezione, cercare informazioni online, scaricare immagini e creare slide, o cercare elenchi di potenziali clienti con i loro dati, generando fogli di calcolo completi.
  4. Eleven Labs: uno strumento per creare chatbot vocali.
  5. HeyGen: Permette di caricare un video, immagini e la propria voce per creare un clone digitale che parla al posto dell’utente.

Crismer mi ha chiesto: cosa suggerisci ai giovani? La risposta facile è rimanere nell’ambito tecnologico (statistica, informatica, programmazione AI). La richiesta di professionisti in questi campi è alta, anche se l’IA sta già cambiando il ruolo del programmatore tradizionale (ne servono meno, e più orientati alla supervisione e alla creazione di flussi). La risposta difficile solleva la questione di chi governerà quando le macchine faranno gran parte del lavoro tecnico. Sottolineo l’importanza crescente degli aspetti umanistici, come la filosofia, la capacità di fare le domande giuste, il framing dei problemi, il dialogo e le relazioni umane. Mestieri che implicano interazione umana, persuasione e comunicazione (avvocati, amministratori di condominio, badanti umani) sono meno a rischio di automazione secondo siti specializzati. Si parla di un possibile “revival” delle materie umanistiche e di un umanesimo tecnologico. La capacità di comunicare e relazionarsi con gli altri, specialmente “faccia a faccia”, acquista un grande valore aggiunto.

Il messaggio finale e il mantra che circola da tempo è chiaro: non è l’intelligenza artificiale a rubare il lavoro, ma piuttosto chi sa usarla, andando al triplo della velocità con la metà dello sforzo. Pertanto, invece di combattere l’IA, è fondamentale imparare a usarla nella maniera più opportuna, intelligente e consapevole possibile. “Se non puoi sconfiggerla, fattela amica”.

Ecco la registrazione dell’intervista:

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