MasterX, il periodico del master in giornalismo IULM, mi ha citato in un articolo sull’evoluzione dei contenuti nell’era dell’intelligenza artificiale. Riparto da lì per dirti la cosa che mi preme di più.
Qualche settimana fa Maria Sara Pagano, studentessa del master in giornalismo dell’Università IULM, mi ha contattato per un articolo sui meme e l’intelligenza artificiale. Argomento che seguo da vicino e mi intriga parecchio. L’articolo è uscito su MasterX (giugno 2026) e mi ha citato come “docente di formazione digitale” (definizione corretta, anche se mi fa sempre un effetto strano vederla scritta, come quando trovi il tuo nome in un saggio universitario e per un secondo non ti riconosci). Quello che voglio fare qui è riprendere i concetti che ho condiviso con lei e svilupparli meglio. Perché in un’intervista il tempo è quello che è, e alcune cose meritano più spazio.
Il paragone con Instagram
Quando mi chiedono cosa sta succedendo con i meme e l’AI, parto sempre da qui. Nel 2012, uno smartphone e un filtro Instagram davano a chiunque l’illusione di essere un fotografo professionista. Non lo eri. Ma potevi produrre qualcosa di esteticamente accettabile senza anni di formazione.
Oggi l’AI fa la stessa cosa con le immagini, le animazioni, i video. Chiunque può generare contenuti iperrealistici o surreali in pochi secondi. Questo è un fatto. Non è né buono né cattivo in sé. È un cambio di paradigma. Il problema (e qui sta il punto su cui ho insistito con Maria Sara) è cosa succede quando questa possibilità è alla portata di tutti contemporaneamente.
Lo Slop AI: il vero nemico della creatività
Il termine Slop AI indica i contenuti di bassa qualità generati in serie dall’intelligenza artificiale. Migliaia di immagini simili, video clonati l’uno dall’altro, meme che si assomigliano tutti perché partono dagli stessi database, dagli stessi modelli, dagli stessi prompt vaghi. È l’equivalente digitale della musica da ascensore: tecnicamente prodotta, emotivamente vuota. Il rischio non è che l’AI sia brava. Il rischio è che la sua mediocrità di massa sommerga l’originalità di pochi. Ma, e questo è il punto che tengo sempre a precisare, esiste un meccanismo naturale di selezione.
Il darwinismo dei contenuti
Nella massa informe di contenuti mediocri, quelli che funzionano davvero sono ancora quelli con una scintilla umana dentro.
L’AI è un sistema probabilistico. Sa calcolare il risultato medio, quello che statisticamente è più probabile aspettarsi. Ma la trovata spiazzante, la battuta inaspettata, l’angolazione che nessuno aveva pensato: quella non la sa generare. Non ancora. E probabilmente non la saprà generare per molto tempo ancora, per ragioni strutturali che hanno poco a che fare con la potenza computazionale.
Facciamo un esempio concreto. Chiedi a ChatGPT di inventare una barzelletta. Il risultato è quasi sempre imbarazzante. Non perché l’AI sia stupida, ma perché l’umorismo richiede qualcosa che l’AI non ha: la comprensione del contesto culturale preciso, del timing, dell’incongruenza attesa-inaspettata che scatta nella mente di chi ascolta. L’AI imita schemi, il comico rompe schemi.

Cosa ho detto sul trash (e cosa intendo davvero)
Nell’articolo vengo citato in riferimento alla sociologia del trash, in particolare alla teoria di Tommaso Labranca, che definisce il trash non come semplice spazzatura, ma come imitazione fallita dell’originale: una copia goffa che genera fascino proprio per i suoi difetti.
L’AI è la macchina perfetta per produrre trash in questo senso. Cerca di imitare l’ironia umana basandosi su schemi preesistenti. E proprio quando manca il punto della battuta, quando il risultato è involontariamente assurdo, genera qualcosa di comico per ragioni che lei stessa non controlla. È un fallimento creativo che diventa prodotto culturale. Paradossale, ma vero.
Il fenomeno Italian Brainrot (Bombardiro Crocodilo, Tralalero Tralala e compagnia) ne è la prova più visibile. Personaggi nati dall’AI che diventano virali non nonostante la loro stranezza, ma grazie a essa. L’estetica del difetto come valore.

Il mio consiglio per chi vuole creare contenuti con l’AI
Quello che ripeto ai miei studenti, e che ho ripetuto anche a Maria Sara durante l’intervista, è questo:
Usa l’AI come uno sparring partner, non come un ghostwriter.
Significa:
- Porta tu l’idea. L’AI non la genera al posto tuo. Al massimo la affina, la critica, la migliora.
- Chiedile di sfidarti. “Cosa non funziona in questa idea?” è un prompt molto più utile di “Scrivimi un meme su questo tema.”
- Mantieni il controllo del punto di vista. L’AI non ha un punto di vista. Tu sì. È la tua risorsa più preziosa.
La frase che porto sempre con me
Il futuro dei contenuti non vedrà la scomparsa della creatività umana. Ci sarà sempre spazio per la satira artigianale, per i meme fatti con cura, per la comunità che riconosce la differenza tra un contenuto vivo e uno generato.
Alla fine vincerà chi avrà l’idea migliore, non chi avrà l’algoritmo più veloce.
Vale per i meme. Vale per il giornalismo. Vale per la formazione, il marketing, la comunicazione aziendale.
Lo strumento cambia, e cambierà ancora, rapidamente. Ma la capacità di cogliere lo spirito del tempo, di capire cosa serve alle persone in quel preciso momento: quella è ancora tua. Non delegarla.
L’articolo originale “L’evoluzione dei meme” di Maria Sara Pagano è stato pubblicato su MasterX, periodico del Master in Giornalismo dell’Università IULM, Anno XXIV, N° IV, Giugno 2026. Eccone il testo integrale.
Il testo dell’articolo “L’evoluzione dei meme”
Dimenticate le ore passate su Photoshop a scontornare la faccia di Leonardo Di Caprio o a cercare il font perfetto. Oggi la satira corre su un binario diverso: quello dei prompt. L’ingresso dell’intelligenza artificiale nel mondo dei meme non è solo un aggiornamento tecnico, ma un cambio radicale di paradigma. Se un tempo il mematore era un artigiano del pixel, oggi assomiglia più a un regista che guida un “secondo cervello” digitale per dare forma alle proprie intuizioni.
Siamo davanti a una democratizzazione della creazione dei contenuti. Come osserva Gianluigi Bonanomi, docente di formazione digitale, stiamo vivendo una fase simile all’avvento di Instagram: se nel 2012 uno smartphone e un filtro davano l’illusione di essere fotografi professionisti, oggi l’AI permette a chiunque di generare immagini iperrealistiche o video surreali in pochi secondi. Il rischio? Un’inondazione di quello che in gergo viene chiamato Slop AI: contenuti di bassa qualità, generati in serie, che rischiano di frenare l’originalità. Tuttavia secondo Bonanomi esiste una sorta di “darwinismo dei contenuti”. Nella massa informe di meme mediocri, quelli che funzionano davvero sono ancora quelli mossi dalla scintilla umana. L’AI, infatti, è un sistema probabilistico, non deterministico, sa produrre il risultato medio, non può replicare la trovata spiazzante di un creatore in carne ed ossa.
Il fenomeno Brainrot
L’esempio più eclatante di questa nuova era è Italian Brainrot. Personaggi dai nomi improbabili come Bombardiro Crocodilo o Tralalero Tralala sono diventati virali grazie a un mix di estetica AI e umorismo nonsense. Nonostante il nome Brainrot (letteralmente “marciume cerebrale”) possa sembrare dispregiativo, c’è chi vi legge un ritorno allo spirito anarco-burlone di Internet. È un umorismo che non cerca la bellezza estetica, ma punta tutto sul surreale.
Un altro punto sociologico cruciale è il cambiamento della natura stessa del meme. Daniele Zinni, autore di “Meme del sottosuolo”, osserva che non cerchiamo più un template (una base fissa) da modificare, ma chiediamo all’AI di generare illustrazioni o animazioni da zero. Questo abbassa drasticamente la soglia di realizzabilità: scene surreali o fotomontaggi complessi, che prima avrebbero richiesto ore di lavoro su programmi specialistici o non sarebbero mai stati realizzati per pigrizia, ora sono pronti in pochi secondi partendo da una semplice descrizione testuale.
Il principale vantaggio — secondo Andrea Marchesi di Officina Comunicazione S.r.l. — risiede nella riduzione della filiera produttiva dei contenuti, con un’elevata velocità di esecuzione e la possibilità di coinvolgere altri utenti del web, amplificando così la viralità e la reinterpretazione dei meme originali. Lo svantaggio principale è che prompt molto semplici possono infatti produrre contenuti banali o derivati dagli archivi e dai database dello strumento generativo utilizzato.
Per Daniele Zinni l’impatto dell’AI è paragonabile all’alfabetizzazione di massa: ha permesso a tutti di poterli creare, ma è solo quel singolo utente che ha un’idea interessante che riesce ad emergere tra gli altri centomila.
Il fenomeno Skifidol Italian Brainrot™ rappresenta un pioniere industriale: è il primo progetto al mondo a utilizzare l’AI per sviluppare una Proprietà Intellettuale (IP) che nasce sui social ma si concretizza in un ecosistema tangibile di Trading Card Game, action figure e plush. La forza non sta nella tecnologia in sé — che Marchesi definisce uno strumento di lavoro e non una risorsa esclusiva — ma nella capacità di reinterpretare un linguaggio nonsense globale, capace di raggiungere target trasversali che spaziano dai giovanissimi ai cosiddetti “kidult” (la fascia di consumatori adulti che mantengono un forte legame con la loro infanzia).
I limiti della tecnologia
Per comprendere il fascino di questi contenuti “matti”, bisogna scavare nella sociologia del trash. Citando il teorico Tommaso Labranca, Bonanomi spiega che il trash non è semplice spazzatura, ma un’imitazione fallita, una copia goffa dell’originale. L’AI è la macchina perfetta per produrre queste caricature: cerca di imitare l’ironia umana basandosi su schemi preesistenti e, proprio nel momento in cui manca il punto della battuta, genera un risultato involontariamente comico.
Ma l’AI capisce davvero cosa ci fa ridere? Non ancora. Se chiedi a un chatbot di inventare una barzelletta, il fallimento è quasi certo. L’AI non comprende l’ironia o il sarcasmo profondo, può solo imitare schemi che ha già visto. Per questo il consiglio di Bonanomi per i nuovi creatori è di usare l’AI come uno sparring partner o un mentore, chiedendole suggerimenti o critiche, piuttosto che delegarle interamente l’idea. Il futuro non vedrà la scomparsa dei meme “fatti a mano”. Ci sarà sempre spazio per la satira artigianale, magari protetta in community di nicchia che vietano i contenuti sintetici. Alla fine, vincerà chi avrà l’idea migliore, non chi avrà l’algoritmo più veloce. Perché, come insegna l’evoluzione digitale, lo strumento cambia, ma la capacità di cogliere lo spirito dei tempi resta un fatto intrinsecamente umano.









