MasterX, il periodico del master in giornalismo IULM, mi ha citato in un articolo sull’evoluzione dei contenuti nell’era dell’intelligenza artificiale. Riparto da lì per dirti la cosa che mi preme di più.

Qualche settimana fa Maria Sara Pagano, studentessa del master in giornalismo dell’Università IULM, mi ha contattato per un articolo sui meme e l’intelligenza artificiale. Argomento che seguo da vicino e mi intriga parecchio. L’articolo è uscito su MasterX (giugno 2026) e mi ha citato come “docente di formazione digitale” (definizione corretta, anche se mi fa sempre un effetto strano vederla scritta, come quando trovi il tuo nome in un saggio universitario e per un secondo non ti riconosci). Quello che voglio fare qui è riprendere i concetti che ho condiviso con lei e svilupparli meglio. Perché in un’intervista il tempo è quello che è, e alcune cose meritano più spazio.

Il paragone con Instagram

Quando mi chiedono cosa sta succedendo con i meme e l’AI, parto sempre da qui. Nel 2012, uno smartphone e un filtro Instagram davano a chiunque l’illusione di essere un fotografo professionista. Non lo eri. Ma potevi produrre qualcosa di esteticamente accettabile senza anni di formazione.

Oggi l’AI fa la stessa cosa con le immagini, le animazioni, i video. Chiunque può generare contenuti iperrealistici o surreali in pochi secondi. Questo è un fatto. Non è né buono né cattivo in sé. È un cambio di paradigma. Il problema (e qui sta il punto su cui ho insistito con Maria Sara) è cosa succede quando questa possibilità è alla portata di tutti contemporaneamente.

Lo Slop AI: il vero nemico della creatività

Il termine Slop AI indica i contenuti di bassa qualità generati in serie dall’intelligenza artificiale. Migliaia di immagini simili, video clonati l’uno dall’altro, meme che si assomigliano tutti perché partono dagli stessi database, dagli stessi modelli, dagli stessi prompt vaghi. È l’equivalente digitale della musica da ascensore: tecnicamente prodotta, emotivamente vuota. Il rischio non è che l’AI sia brava. Il rischio è che la sua mediocrità di massa sommerga l’originalità di pochi. Ma, e questo è il punto che tengo sempre a precisare, esiste un meccanismo naturale di selezione.


Il darwinismo dei contenuti

Nella massa informe di contenuti mediocri, quelli che funzionano davvero sono ancora quelli con una scintilla umana dentro.

L’AI è un sistema probabilistico. Sa calcolare il risultato medio, quello che statisticamente è più probabile aspettarsi. Ma la trovata spiazzante, la battuta inaspettata, l’angolazione che nessuno aveva pensato: quella non la sa generare. Non ancora. E probabilmente non la saprà generare per molto tempo ancora, per ragioni strutturali che hanno poco a che fare con la potenza computazionale.

Facciamo un esempio concreto. Chiedi a ChatGPT di inventare una barzelletta. Il risultato è quasi sempre imbarazzante. Non perché l’AI sia stupida, ma perché l’umorismo richiede qualcosa che l’AI non ha: la comprensione del contesto culturale preciso, del timing, dell’incongruenza attesa-inaspettata che scatta nella mente di chi ascolta. L’AI imita schemi, il comico rompe schemi.


Cosa ho detto sul trash (e cosa intendo davvero)

Nell’articolo vengo citato in riferimento alla sociologia del trash, in particolare alla teoria di Tommaso Labranca, che definisce il trash non come semplice spazzatura, ma come imitazione fallita dell’originale: una copia goffa che genera fascino proprio per i suoi difetti.

L’AI è la macchina perfetta per produrre trash in questo senso. Cerca di imitare l’ironia umana basandosi su schemi preesistenti. E proprio quando manca il punto della battuta, quando il risultato è involontariamente assurdo, genera qualcosa di comico per ragioni che lei stessa non controlla. È un fallimento creativo che diventa prodotto culturale. Paradossale, ma vero.

Il fenomeno Italian Brainrot (Bombardiro Crocodilo, Tralalero Tralala e compagnia) ne è la prova più visibile. Personaggi nati dall’AI che diventano virali non nonostante la loro stranezza, ma grazie a essa. L’estetica del difetto come valore.


Il mio consiglio per chi vuole creare contenuti con l’AI

Quello che ripeto ai miei studenti, e che ho ripetuto anche a Maria Sara durante l’intervista, è questo:

Usa l’AI come uno sparring partner, non come un ghostwriter.

Significa:

  • Porta tu l’idea. L’AI non la genera al posto tuo. Al massimo la affina, la critica, la migliora.
  • Chiedile di sfidarti. “Cosa non funziona in questa idea?” è un prompt molto più utile di “Scrivimi un meme su questo tema.”
  • Mantieni il controllo del punto di vista. L’AI non ha un punto di vista. Tu sì. È la tua risorsa più preziosa.

La frase che porto sempre con me

Il futuro dei contenuti non vedrà la scomparsa della creatività umana. Ci sarà sempre spazio per la satira artigianale, per i meme fatti con cura, per la comunità che riconosce la differenza tra un contenuto vivo e uno generato.

Alla fine vincerà chi avrà l’idea migliore, non chi avrà l’algoritmo più veloce.

Vale per i meme. Vale per il giornalismo. Vale per la formazione, il marketing, la comunicazione aziendale.

Lo strumento cambia, e cambierà ancora, rapidamente. Ma la capacità di cogliere lo spirito del tempo, di capire cosa serve alle persone in quel preciso momento: quella è ancora tua. Non delegarla.


L’articolo originale “L’evoluzione dei meme” di Maria Sara Pagano è stato pubblicato su MasterX, periodico del Master in Giornalismo dell’Università IULM, Anno XXIV, N° IV, Giugno 2026. Eccone il testo integrale.

Il testo dell’articolo “L’evoluzione dei meme”

Dimenticate le ore passate su Photoshop a scontornare la faccia di Leonardo Di Caprio o a cercare il font perfetto. Oggi la satira corre su un binario diverso: quello dei prompt. L’ingresso dell’intelligenza artificiale nel mondo dei meme non è solo un aggiornamento tecnico, ma un cambio radicale di paradigma. Se un tempo il mematore era un artigiano del pixel, oggi assomiglia più a un regista che guida un “secondo cervello” digitale per dare forma alle proprie intuizioni.

Siamo davanti a una democratizzazione della creazione dei contenuti. Come osserva Gianluigi Bonanomi, docente di formazione digitale, stiamo vivendo una fase simile all’avvento di Instagram: se nel 2012 uno smartphone e un filtro davano l’illusione di essere fotografi professionisti, oggi l’AI permette a chiunque di generare immagini iperrealistiche o video surreali in pochi secondi. Il rischio? Un’inondazione di quello che in gergo viene chiamato Slop AI: contenuti di bassa qualità, generati in serie, che rischiano di frenare l’originalità. Tuttavia secondo Bonanomi esiste una sorta di “darwinismo dei contenuti”. Nella massa informe di meme mediocri, quelli che funzionano davvero sono ancora quelli mossi dalla scintilla umana. L’AI, infatti, è un sistema probabilistico, non deterministico, sa produrre il risultato medio, non può replicare la trovata spiazzante di un creatore in carne ed ossa.

Il fenomeno Brainrot

L’esempio più eclatante di questa nuova era è Italian Brainrot. Personaggi dai nomi improbabili come Bombardiro Crocodilo o Tralalero Tralala sono diventati virali grazie a un mix di estetica AI e umorismo nonsense. Nonostante il nome Brainrot (letteralmente “marciume cerebrale”) possa sembrare dispregiativo, c’è chi vi legge un ritorno allo spirito anarco-burlone di Internet. È un umorismo che non cerca la bellezza estetica, ma punta tutto sul surreale.

Un altro punto sociologico cruciale è il cambiamento della natura stessa del meme. Daniele Zinni, autore di “Meme del sottosuolo”, osserva che non cerchiamo più un template (una base fissa) da modificare, ma chiediamo all’AI di generare illustrazioni o animazioni da zero. Questo abbassa drasticamente la soglia di realizzabilità: scene surreali o fotomontaggi complessi, che prima avrebbero richiesto ore di lavoro su programmi specialistici o non sarebbero mai stati realizzati per pigrizia, ora sono pronti in pochi secondi partendo da una semplice descrizione testuale.

Il principale vantaggio — secondo Andrea Marchesi di Officina Comunicazione S.r.l. — risiede nella riduzione della filiera produttiva dei contenuti, con un’elevata velocità di esecuzione e la possibilità di coinvolgere altri utenti del web, amplificando così la viralità e la reinterpretazione dei meme originali. Lo svantaggio principale è che prompt molto semplici possono infatti produrre contenuti banali o derivati dagli archivi e dai database dello strumento generativo utilizzato.

Per Daniele Zinni l’impatto dell’AI è paragonabile all’alfabetizzazione di massa: ha permesso a tutti di poterli creare, ma è solo quel singolo utente che ha un’idea interessante che riesce ad emergere tra gli altri centomila.

Il fenomeno Skifidol Italian Brainrot™ rappresenta un pioniere industriale: è il primo progetto al mondo a utilizzare l’AI per sviluppare una Proprietà Intellettuale (IP) che nasce sui social ma si concretizza in un ecosistema tangibile di Trading Card Game, action figure e plush. La forza non sta nella tecnologia in sé — che Marchesi definisce uno strumento di lavoro e non una risorsa esclusiva — ma nella capacità di reinterpretare un linguaggio nonsense globale, capace di raggiungere target trasversali che spaziano dai giovanissimi ai cosiddetti “kidult” (la fascia di consumatori adulti che mantengono un forte legame con la loro infanzia).

I limiti della tecnologia

Per comprendere il fascino di questi contenuti “matti”, bisogna scavare nella sociologia del trash. Citando il teorico Tommaso Labranca, Bonanomi spiega che il trash non è semplice spazzatura, ma un’imitazione fallita, una copia goffa dell’originale. L’AI è la macchina perfetta per produrre queste caricature: cerca di imitare l’ironia umana basandosi su schemi preesistenti e, proprio nel momento in cui manca il punto della battuta, genera un risultato involontariamente comico.

Ma l’AI capisce davvero cosa ci fa ridere? Non ancora. Se chiedi a un chatbot di inventare una barzelletta, il fallimento è quasi certo. L’AI non comprende l’ironia o il sarcasmo profondo, può solo imitare schemi che ha già visto. Per questo il consiglio di Bonanomi per i nuovi creatori è di usare l’AI come uno sparring partner o un mentore, chiedendole suggerimenti o critiche, piuttosto che delegarle interamente l’idea. Il futuro non vedrà la scomparsa dei meme “fatti a mano”. Ci sarà sempre spazio per la satira artigianale, magari protetta in community di nicchia che vietano i contenuti sintetici. Alla fine, vincerà chi avrà l’idea migliore, non chi avrà l’algoritmo più veloce. Perché, come insegna l’evoluzione digitale, lo strumento cambia, ma la capacità di cogliere lo spirito dei tempi resta un fatto intrinsecamente umano.

 

Ho partecipato ieri, 28 maggio 2026, a un WebTalk organizzato da Raptech, la startup italiana specializzata in soluzioni di data intelligence per il settore delle energie rinnovabili. Un’ora di conversazione densa, concreta e decisamente attuale sul tema della comunicazione aziendale nell’era dei dati.

Comunicare con i dati: come la tecnologia ha trasformato il dialogo nelle aziende - WebTalk Raptech con Gianluigi Bonanomi e Marco Berliocchi
Comunicare con i dati: WebTalk con Gianluigi Bonanomi e Marco Berliocchi, moderato da Gian Maria Brega

Negli ultimi anni la tecnologia ha rivoluzionato il modo in cui aziende, manager e stakeholder comunicano, prendono decisioni e condividono informazioni. Report statici, flussi frammentati e tempi lunghi di analisi hanno lasciato spazio a dashboard in tempo reale, strumenti collaborativi e processi decisionali sempre più rapidi, integrati e data-driven. Ma questa trasformazione non riguarda soltanto gli strumenti: cambia il linguaggio delle organizzazioni, il rapporto tra persone, la gestione della fiducia e il modo in cui vengono interpretati i dati.

Il WebTalk con Raptech: tecnologia, dati e dialogo nelle aziende

Il WebTalk si è svolto in diretta streaming il 28 maggio 2026 e ha visto la mia partecipazione e quella di Marco Berliocchi, CEO e Co-Founder di Raptech. La moderazione è stata affidata a Gian Maria Brega, CWO di Mammamia Agency.

L’evento è stato trasmesso in streaming dal canale YouTube di Raptech – Trusted Data for Renewable Energy ed è ora disponibile on demand per chi vuole rivedere l’intera conversazione.

I temi affrontati: dalla data communication alla fiducia nelle organizzazioni

Durante il WebTalk abbiamo esplorato come la comunicazione con i dati stia ridefinendo le dinamiche aziendali a più livelli:

  • Dashboard e report in tempo reale: come la disponibilità immediata dei dati cambia le decisioni strategiche e operative.
  • Il linguaggio dei dati: non basta avere informazioni; è fondamentale saperle comunicare in modo chiaro e accessibile a stakeholder diversi.
  • Data storytelling: trasformare numeri e metriche in narrazioni comprensibili è diventata una competenza chiave per manager e comunicatori.
  • Fiducia e trasparenza: la gestione della fiducia all’interno delle organizzazioni passa sempre di più attraverso la qualità e la coerenza delle informazioni condivise.
  • Processi decisionali data-driven: l’integrazione tra tecnologia e cultura organizzativa per prendere decisioni più rapide e consapevoli.

Per approfondire il tema della comunicazione digitale nelle aziende, ho pubblicato diversi articoli e risorse sul mio sito. Questi temi si intrecciano anche con il mio lavoro di conferenze e speech sull’intelligenza artificiale, dove la capacità di leggere e comunicare i dati è sempre centrale.

Dati e comunicazione nel settore delle energie rinnovabili

Un focus specifico del WebTalk ha riguardato il settore delle energie rinnovabili, dove Raptech opera come fornitore di soluzioni di trusted data. In questo mercato in forte evoluzione, dati, performance, monitoraggio e trasparenza sono diventati elementi strategici per operatori, investitori e asset manager.

Marco Berliocchi ha illustrato come la piattaforma Raptech permetta di gestire e comunicare in modo affidabile le performance degli impianti rinnovabili, offrendo un livello di trasparenza e accuratezza che oggi è indispensabile per costruire fiducia con i partner finanziari e istituzionali. Un esempio concreto di come tecnologia e comunicazione si fondano in un settore ad altissimo tasso di innovazione come quello dell’energia verde in Italia e in Europa.

Guarda il video integrale del WebTalk

Se non hai potuto seguire l’evento in diretta, puoi rivedere l’intera registrazione del WebTalk su YouTube. Circa 34 minuti di conversazione su dati, tecnologia e comunicazione aziendale:

Riflessioni finali: comunicare con i dati è una competenza umana

Quello che mi ha colpito di più nel confronto con Marco Berliocchi è la consapevolezza condivisa che i dati, da soli, non comunicano. Hanno bisogno di persone capaci di interpretarli, contestualizzarli e trasmetterli in modo efficace. La tecnologia crea le condizioni; la competenza umana determina l’impatto.

Questo vale per il settore delle energie rinnovabili tanto quanto per qualsiasi altra organizzazione che oggi voglia costruire una cultura data-driven autentica e sostenibile. È un tema su cui continuerò a lavorare e su cui mi piacerebbe approfondire con te, anche nell’ambito di corsi e workshop aziendali dedicati alla comunicazione dei dati e all’intelligenza artificiale.

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Nei giorni scorsi sono stato ospite del podcast “La Portineria” di VeryFastPeople per parlare di un tema che mi ronza in testa da mesi: l’intelligenza artificiale applicata alla gestione dei condomini.

Ma facciamo un passo indietro. Se fate gli amministratori sapete benissimo che la categoria, di fronte all’innovazione, tende a spaccarsi in due fazioni nette. Da una parte ci sono gli entusiasti, quelli convinti di poter licenziare tutti e governare i palazzi direttamente da una spiaggia, lasciando fare tutto al computer. Dall’altra troviamo i catastrofisti, barricati dietro a montagne di faldoni e convinti che nessun algoritmo potrà mai risolvere le beghe tra i vicini del terzo piano. E sapete una cosa? Hanno torto entrambi.

Come ripeto spesso durante le mie lezioni e negli eventi sull’AI generativa, l’approccio vincente è un altro: il pragmatismo. Non serve innamorarsi ciecamente della tecnologia, ma sfruttarla per faticare meno. Meno tempo sprecato a fare i passacarte, più tempo per curare le relazioni umane e le vere criticità degli stabili che gestite.

Durante l’intervista ho provato a smontare qualche falso mito. L’errore più comune? Partire dallo strumento invece che dal processo. Mettiamo che vi serva un verbale d’assemblea pulito, senza impazzire a sbobinare voci accavallate in una sala riunioni rumorosa. Invece di buttarvi a capofitto su ChatGPT sperando nei miracoli, usate strumenti come Claude o piccoli registratori hardware per separare le tracce audio, e solo dopo chiedete alla macchina: «prendi questi appunti e fammi il verbale».

Oppure prendiamo il caso dei preventivi. Vi arrivano cinque offerte diverse per rifare una facciata. Invece di girare ai condomini dei mattoni illeggibili, date tutto in pasto a NotebookLM di Google. Grazie a una tecnologia chiamata RAG, questo sistema crea una tabella comparativa citando in modo esatto la fonte di ogni singolo numero. Niente allucinazioni: solo dati concreti e verificabili.

A proposito di libri, in trasmissione ho portato un piccolo colpo di scena: ho preso il mio ultimo manuale sull’intelligenza artificiale per gli amministratori e l’ho trasformato in un chatbot. Esatto: ho dato l’intero volume in pasto a un’AI e l’abbiamo interrogata in diretta, chiedendole di fare un preventivo per uno studio che gestisce dieci condomini e di stilare un piano di adozione tecnologica spalmato su due anni. Ha risposto in modo impeccabile, dimostrando che l’algoritmo non è qui per rubarvi il lavoro, ma per diventarne il miglior facilitatore.

Come insegnava Daniel Kahneman in merito ai pensieri lenti e veloci, stiamo delegando una parte del nostro carico cognitivo. Stiamo letteralmente costruendo un “secondo cervello” per la nostra agenzia. E se volete farvi trovare pronti a livello SEO e GEO sul vostro territorio, ricordatevi che l’AI non sa che lavorate in una provincia specifica finché non glielo insegnate. Il segreto è il contesto: più addestrate i modelli sulle vostre specificità locali e sui vostri storici (magari integrandoli in un buon software CRM), più l’intelligenza artificiale lavorerà per voi, e non viceversa.

Ecco dove rivedere la mia intervista a Mario Moroni:

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Per chi vuole passare dalla panoramica sugli strumenti AI a un percorso operativo in Microsoft 365, e disponibile il corso Microsoft Copilot per aziende e professionisti.

Il 28 marzo 2026 sono stato intervista da L’eco di Bergamo sul tremendo fatto di cronaca di Trescore Belneario (ovviamente solo per la parte “tecnologica” della notizia). Questo il pezzo con il mio contributo.

L’aggressione di Trescore: «In quella diretta il desiderio di diventare virale»

L’ANALISI . Gianluigi Bonanomi, formatore sui temi del digitale: «Si punta all’eccesso, lo schermo come potenziatore». «Telegram strumento opaco, non fa prevenzione».

L’ aggressione di Trescore Balneario era stata anticipata sui social. Il 13enne che, nella mattinata di mercoledì 25 marzo, ha accoltellato la sua professoressa di francese aveva chiarito le sue intenzioni in un gruppo su Telegram, un popolare servizio di messaggistica istantanea. Lo aveva fatto dapprima pubblicando le fotografie delle armi che avrebbe nascosto nello zaino, e poi con un lungo testo – una specie di «manifesto» – dal macabro titolo «The final solution», «La soluzione finale». Il messaggio non lascia dubbi: nelle prime righe, il ragazzo scrive che «sono arrivato alla conclusione che non posso più vivere una vita così. […] Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere la situazione nelle mie mani. Ucciderò la mia insegnante di francese ».

Gianluigi Bonanomi è formatore sui temi del digitale e con i suoi corsi è entrato in diversi istituti della Bergamasca. A lui abbiamo chiesto spiegazioni sul motivo per cui nessuno ha segnalato le intenzioni che il ragazzo aveva condiviso tramite i messaggi su Telegram.
Perché la piattaforma non li ha segnalati alle autorità?

«Perché Telegram non ha un sistema di scansione automatica dei messaggi per prevenire i reati. I contenuti che non rispettano le linee guida possono essere segnalati a posteriori, ma farlo serve a poco. In questo caso, le chat sono state scoperte solo dopo che il video ha iniziato a circolare. Telegram, infatti, interviene solo se riceve segnalazioni su un contenuto pubblico. Non è nulla di sorprendente. Fin dalla sua nascita è stata una piattaforma molto opaca: raramente, anche durante le indagini, le autorità riescono a intervenire sui suoi contenuti. Se un ragazzo pianificasse un attacco su una chat privata o un gruppo ristretto, probabilmente lo sapremmo solo a cose fatte».

Tutte le piattaforme di messaggistica funzionano in questo modo?

«No. Meta, che possiede Facebook, Instagram e Whatsapp, adotta delle regole più stringenti e utilizza dei sistemi di visione artificiale che si chiamano “Convolutional neural network” (Cnn). Questi ultimi controllano tutto, dai testi fino alle immagini e ai singoli fotogrammi dei video. Il monitoraggio avviene durante il caricamento, perciò i contenuti potenzialmente controversi, vengono bloccati ancor prima di essere pubblicati. Il problema è che si tratta di tecnologie imprecise, con tanti falsi positivi e falsi negativi: spesso si sente di opere d’arte bloccate perché mostrano un seno scoperto o di presunte “censure” alle fotografie delle mamme che stanno allattando i propri bebè».

Il ragazzo ha ripreso e trasmesso in diretta quello che, nelle sue intenzioni, doveva essere un omicidio. Perché?

«Credo che volesse andare oltre l’atto di violenza. Il suo è stato un tentativo di rendere quella violenza “mediatica”: l’ha considerata una performance che poteva dargli esposizione sociale per via della macabra unicità del contenuto. Al di là del movente dell’accoltellamento, credo che ci fosse anche un desiderio di esporsi con un contenuto virale destinato alle piattaforme social. In questi casi, lo schermo agisce sia come un filtro sia come un potenziatore».

Non è il primo caso in cui un evento estremamente violento viene ripreso e trasmesso sui social: crede che sia una specie di «tendenza»?

«Per quanto il ragazzo abbia scritto che non voleva imitare nessuno, credo che un’emulazione, anche inconscia, ci fosse. Esistono piattaforme dove si può trovare una quantità impressionante di video che mostrano ogni tipo di violenza. Non voglio ipotizzare che il ragazzo le frequentasse, ma i loro contenuti, piano piano, si fanno strada anche sui social network tradizionali, tra cui Telegram».

Da dove nasce il bisogno di riprendere e trasmettere online la violenza?

«Credo che si tratti di una questione legata agli algoritmi. Sui social cerchiamo contenuti fuori dall’ordinario, pur senza scadere nella violenza. Il caso di Trescore Balneario estremizza questa tendenza: un contenuto diverso dagli altri viene percepito come qualcosa che andrà virale. E visto che la quantità di video, testi e immagini presenti sui social è sempre più vasta, si punta all’eccesso.

Lei fa formazione nelle scuole, a volte anche in Bergamasca. Crede che quanto accaduto a Trescore Balneario possa succedere di nuovo?

«Penso che si tratti di un caso più unico che raro. Nei miei incontri non ho incontrato segnali di una sofferenza così profonda e diffusa. Anche confrontandomi con gli insegnanti, nessuno mi ha mai confidato di temere per la propria sicurezza personale. In quindici anni di carriera ho osservato dei casi problematici, questo è certo, ma non ho mai visto avvisaglie di situazioni così gravi».

Il 2 febbraio 2026 sono stato invitato dalla Fondazione Corriere della Sera a un evento per le scuole presso la sala Buzzati: collegati 12.000 studenti da tutta Italia, per sentirci parlare di #AI in classe. Con me l’amico Vincenzo Cosenza.

Ho caricato su YouTube alcuni passaggi dell’evento.

3 esempi d’uso dell’AI in classe

Hai presente quando gli studenti usano ChatGPT per farsi fare i compiti? Ecco, quello è il modo peggiore per approcciare l’intelligenza artificiale. In questo video esploriamo come trasformare l’IA da scorciatoia a vero e proprio alleato didattico. Parliamo di «role prompting»: far diventare il chatbot il tuo prof di italiano per simulare un’interrogazione su Dante, oppure un generale che ti racconta Waterloo. Non è magia, è collaborazione creativa. Nel video passo in rassegna alcuni casi reali: – Simulazione di interrogazioni: caricare testi e chiedere all’IA di metterci alla prova. – Dialogo con la storia: intervistare Napoleone per capire le sue scelte strategiche. – Role-play linguistico: gestire un cliente difficile in tedesco per allenare le soft skill. L’obiettivo non è delegare il pensiero, ma potenziarlo. Perché se l’IA imita l’intelligenza umana, noi dobbiamo imparare a usarla per non diventare “pigri” ma più brillanti.

Alla scoperta di NotebookLM

Dimentica ChatGPT per un attimo: se cerchi uno strumento che rivoluzioni davvero il modo di studiare e lavorare con i documenti, devi conoscere NotebookLM. È il “taccuino intelligente” di Google che non risponde pescando a caso dal web, ma si basa esclusivamente sulle fonti che carichi tu. Niente più allucinazioni: se gli chiedi la ricetta della pizza mentre stai studiando fisica quantistica, ti dirà chiaramente che nei tuoi testi non c’è traccia di margherite.

Ecco perché NotebookLM è una marcia in avanti:

  • Verifica immediata delle fonti: ogni risposta include citazioni cliccabili che ti portano esattamente al paragrafo del documento originale.

  • Multimedialità totale: legge PDF, appunti scritti a mano (anche in corsivo!) e persino schemi elettrici o immagini.

  • Creazione di contenuti: trasforma i tuoi materiali in infografiche, slide, podcast con voci umane che discutono i temi o video esplicativi con voice-over.

  • Ecosistema Google: se hai una Gmail, hai già NotebookLM; è gratuito, integrato e generoso (fino a 50 domande al giorno nella versione free).

È lo strumento perfetto per chi ha bisogno di rigore, precisione e una mano per trasformare la teoria in pratica multimediale.

Farsi intervistare dai chatbot

Perché dobbiamo essere sempre noi a spremere le meningi per interrogare ChatGPT o Gemini? In questo estratto del mio intervento a «Insieme per capire», ribalto completamente la prospettiva: il segreto per ottenere risultati davvero utili non è fare domande migliori, ma farsi intervistare dall’intelligenza artificiale.

Che tu debba scrivere una tesina, preparare una ricerca o un’interrogazione, prova a dire all’IA: «questo è il mio obiettivo, fammi tu tutte le domande che ritieni opportune per inquadrare il contesto». È qui che avviene il vero salto di qualità: lo scambio diventa profondo, l’IA capisce chi sei, cosa ti serve e in quale materia ti stai muovendo.

In questo video ti spiego come questo ribaltamento dei ruoli possa trasformare uno strumento passivo in un partner di lavoro incredibilmente efficace.

Siamo passati dai chatbot che rispondono a comando a veri e propri agenti intelligenti capaci di pianificare ed eseguire task complessi in autonomia. Ma cosa significa davvero per il nostro lavoro e la nostra quotidianità?

In questo estratto, esploriamo il salto evolutivo dell’intelligenza artificiale:

  • Chatbot vs Agenti: la differenza tra uno strumento reattivo e uno proattivo che «va avanti come un treno».

  • Esperimenti sul campo: dall’organizzazione di un viaggio in Giappone alla spesa online fatta partendo da una semplice foto di una pizza.

  • Il futuro delle aziende: lo scenario di società miliardarie gestite da una sola persona supportata da una flotta di agenti specializzati (marketing, R&S, logistica).

  • Integrazione fisica: l’arrivo dei robot umanoidi e l’impatto sulla gestione delle attività domestiche e industriali.

L’IA non è più solo uno strumento per studiare o scrivere meglio, ma un ecosistema che impara a collaborare con sé stesso e con noi. Quale sarà il peso del contributo umano in questo nuovo equilibrio?

I problemi dell’AI

L’intelligenza artificiale non è più una novità da laboratorio, ma un compagno silenzioso che sta riscrivendo le regole del gioco. In questo estratto dell’evento «Insieme per capire», analizzo i rischi che corriamo delegando le nostre scelte agli algoritmi.

Siamo pronti a gestire un “sistema zero” che decide per noi?

Cosa troverai in questo video:

  • Il paradosso del secondo cervello: quanto potere stiamo dando a strumenti come ChatGPT? Dalle scelte editoriali ai consigli medici, il confine tra supporto e condizionamento è sempre più sottile.

  • Pregiudizi e bias: se l’IA impara dagli umani, eredita anche i nostri errori. Come correggere una “scatola nera” che discrimina basandosi sulle statistiche?

  • Privacy e gestione dati: ogni nostra interazione alimenta i modelli. Sai come disattivare l’uso dei tuoi dati nelle impostazioni?

  • Proprietà intellettuale: il tema spinoso del copyright e di come i contenuti protetti finiscano nel calderone dell’addestramento senza alcuna remunerazione per gli autori.

La registrazione completa dell’evento

Ecco l’intera registrazione dell’evento:

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

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L’intelligenza artificiale non è arrivata all’improvviso. Non è piovuta dal cielo con ChatGPT (il 30 novembre 2022), né è nata in un laboratorio segreto negli ultimi due anni (tipo Covid a Wuhan). È il risultato di un percorso lungo ottant’anni, fatto di passaggi graduali, di scelte tecnologiche e soprattutto di usi sociali. È da qui che parte l’intervista pubblicata su L’Eco di Bergamo il 14 dicembre 2025, nella sezione dedicata alla digitalizzazione, che percorre gli ultimi 25 anni di innovazione. Un dialogo tra il giornalista che prova a rimettere ordine in una narrazione spesso confusa, emotiva, polarizzata. Google, i social network, lo smartphone, l’economia dei dati. Poi l’IA. Non come “salto nel buio”, ma come evoluzione di un ecosistema che conosciamo da tempo, anche se spesso fingiamo il contrario.

Nell’intervista affronto alcuni nodi che tornano continuamente nel dibattito pubblico, soprattutto quando si parla di scuola, lavoro e società:

  • la differenza tra tecnologia e uso della tecnologia, che troppo spesso viene ignorata

  • l’idea che l’IA sia un problema in sé, quando in realtà amplifica problemi già esistenti

  • il ruolo educativo, culturale e organizzativo che serve oggi, più delle soluzioni tecniche

  • il rischio di semplificazioni, entusiasmi acritici e paure mal indirizzate

C’è anche una riflessione sul lavoro, sul cambiamento delle competenze e su ciò che l’IA non potrà sostituire facilmente: il pensiero critico, il contesto, la responsabilità. Parole abusate, forse. Ma mai così necessarie.

Questa intervista non è pensata per “convincere”, né per rassicurare. È un invito a distinguere, a rallentare il giudizio, a guardare la tecnologia per quello che è: uno strumento potente, ambiguo, politico. E quindi umano. Se ti occupi di educazione, comunicazione, impresa o semplicemente vivi immerso nel digitale, vale la dargli un’occhiata. Non per trovare risposte definitive, ma per farsi domande migliori.

L’intervista completa è su L’Eco di Bergamo, eccola:

L’ECO DI BERGAMO

L’intervista

Da Google ai social Così è arrivata l’IA

Gianluigi Bonanomi. «Nelle scuole vedo i problemi della tecnologia. Ma bisogna fare un distinguo: non sono legati alla tecnologia in sé, bensì all’uso che ne se ne fa»


Una costante del primo quarto del XXI secolo è stata la rapida cavalcata del digitale. Dallo scoppio della bolla delle dot-com di fine anni Novanta siamo passati alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale – anch’essa, secondo alcuni analisti, destinata a «scoppiare» proprio come le dot-com. Il mondo della tecnologia si è mosso velocemente, forse fin troppo. A tracciare una panoramica di questa evoluzione è Gianluigi Bonanomi, giornalista, divulgatore esperto di digitale e docente dell’Accademia di Belle Arti «SantaGiulia» di Brescia.

Quali sono state, secondo lei, le «rivoluzioni» tecnologiche degli ultimi venticinque anni?

«La prima è la nascita di Google, che è stato aperto nel 1998, questo è vero, ma che da noi è arrivato tra il 1999 e il 2000. È stata una rivoluzione perché con Google chiunque poteva fare ricerche accedendo a una mole vastissima di conoscenze. Quella di Google è stata la seconda “rivoluzione” della tecnologia: prima c’era stato l’avvento di internet. Poi sono arrivati gli e-commerce, e con loro gli acquisti online. E poi ancora i social network, gli smartphone, per qualche anno persino il metaverso, e infine l’intelligenza artificiale. Ma attenzione: non si tratta di cambiamenti separati l’uno dall’altro».

Qual è il collegamento tra le grandi svolte del digitale?

«Nessuna, presa da sola, è davvero così rivoluzionaria. Penso che vadano considerate come dei passi successivi di una transizione che ci ha permesso di arrivare al grande mutamento contemporaneo, quello connesso all’intelligenza artificiale. Senza smartphone, social network, e-mail, internet ed e-commerce non ci sarebbe stata neppure l’IA. Non sto dicendo che fosse tutto finalizzato alla digitalizzazione completa della nostra vita, ovviamente. Semmai, si tratta di una serie di passaggi obbligati per raggiungere il punto a cui ci troviamo oggi. Se la comunicazione avvenisse ancora tramite lettere di carta, le macchine faticherebbero a leggerlo. Invece usiamo mail e messaggi, che l’IA può scandagliare, memorizzare, scrivere addirittura. Tutto ciò che è venuto negli scorsi anni è prodromico alla grande rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Anche il metaverso era un tentativo di accelerazione. È arrivato nel momento sbagliato, troppo in fretta. Ma piano piano tornerà».

L’intelligenza artificiale è un punto di arrivo, oppure è solo un altro tassello intermedio?

«Al momento, è l’invenzione più potente che l’uomo possa concepire. Abbiamo passato secoli a pensare a come superare i nostri limiti fisici: per andare più veloci abbiamo inventato le biciclette e le auto. Per vederci meglio, gli occhiali. Nella seconda metà del Novecento, alcuni ricercatori hanno avanzato l’idea che anche il cervello fosse un limite. L’IA serve a superare questo collo di bottiglia: oggi stiamo raccogliendo i frutti di un seme che è stato piantato quasi un secolo fa. Ma ci sarà qualcosa che userà l’intelligenza artificiale per raggiungere traguardi ancora più importanti».

Per esempio?

«I robot sono una possibilità: saranno loro a fare i lavori più pesanti. Pensiamo all’esplorazione di Marte: prima di andarci noi è bene che ci vada una macchina, no? Poi c’è il metaverso. Che non è quello che vediamo oggi: arriveremo a veri e propri mondi virtuali. Tra il pubblico fanno meno presa che in passato, ma nelle aziende se ne parla molto: tante fabbriche hanno già un “digital twin”, un gemello digitale, mentre alcuni organizzano eventi con gli avatar digitali. Il terzo sviluppo riguarda le interfacce uomo-macchina, che vanno dai robot collaborativi agli impianti neurali. Neuralink ci lavora da tempo: per ora se ne parla solo come un aiuto alle persone con gravi disabilità motorie, ma in futuro i suoi impianti potrebbero diventare dei prodotti commerciali».

Quali sono state le ricadute sociali dei grandi cambiamenti del primo quarto del XXI secolo?

«Tutte hanno ingegnerizzato le relazioni sociali. La gran parte delle innovazioni che hanno cambiato la nostra vita riguarda le relazioni umane. Negli ultimi anni abbiamo cercato di ottimizzarle, e per farlo abbiamo tentato di ingegnerizzarle. I social network sono l’esempio più emblematico di questo comportamento: li abbiamo usati per migliorare le nostre possibilità di relazione con gli altri. Quello era l’intento iniziale. Poi siamo finiti dall’altra parte e i social hanno aumentato la solitudine, ma all’origine il fine era opposto. I social network servivano per trovare amicizie, contatti professionali, partner, l’amore persino. Gli smartphone sono lo strumento relazionale per eccellenza, perché ci permettono di ampliare le nostre reti sociali. E lo stesso succederà con il metaverso».

L’impatto delle «rivoluzioni» tecnologiche è stato negativo o positivo?

«È una domanda difficile. Credo che, tutto sommato, ci siano stati risvolti positivi e negativi. Ma parlo da appassionato di tecnologia, da tecno-ottimista in un certo senso: le storture le vedo, ma i grandi salti in avanti garantiti dal digitale sono innegabili. Gli studi dimostrano che l’idea per cui le nuove tecnologie ci rendono più stupidi è un luogo comune: oggi viviamo di più, viviamo meglio e abbiamo più opportunità proprio grazie all’innovazione. Dal punto di vista relazionale, la questione è più complessa: c’è chi ha trovato l’anima gemella su “Tinder” e chi invece lo usa e si sente più solo. Io ho conosciuto associazioni che hanno sfruttato i social per raccogliere fondi per cause benefiche e aziende che hanno trovato lavoro digitalizzando le loro attività. Quando tengo gli incontri nelle scuole vedo i problemi della tecnologia. Ma bisogna fare un distinguo: non sono legati alla tecnologia in sé, bensì all’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale, per esempio, è di enorme aiuto in campo medico, nello studio delle malattie e nello sviluppo dei vaccini. Le storture si verificano perché usiamo male gli strumenti, oppure perché non siamo formati per utilizzarli consapevolmente: molto dipende dalla scuola, perché lì spesso si insegna più ad avere paura della tecnologia che a usarla».

Quando si parla di intelligenza artificiale, alcuni dicono che «ci ruberà il lavoro». È davvero così?

«La mia generazione è cresciuta convinta che i robot avrebbero “rubato” i lavori più pesanti, quelli in cantiere o in azienda. Alla fine ci eravamo un po’ abituati a questa idea, e ci andava bene così, perché erano lavori ingrati. L’IA, invece, sta “rubando” i lavori intellettuali: i robot costano troppo, mentre le intelligenze artificiali possono sostituire le mansioni più semplici da automatizzare. Non credo che verremo soppiantati completamente. Semmai, cambierà il mercato del lavoro: le professioni che richiedono una forte componente relazionale saranno in salvo, le altre forse no. C’è un’inversione che nessuno aveva previsto: la probabilità di sostituzione dei programmatori – una professione che finora abbiamo considerato intoccabile – è intorno al 60-70%. Quella degli avvocati non arriva al 20%».

Brian Arnoldi


 

Il 5 novembre 2025 sono stato invitato dalla Fondazione Corriere della Sera all’evento “Oltre il click – L’informazione ai tempi dell’IA“. Questo il tema dell’incontro:

L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui cerchiamo e consumiamo le notizie. Oggi sempre più utenti trovano risposte direttamente nei motori di ricerca, senza passare dai siti delle testate: un cambiamento che potrebbe mettere in discussione una parte del modello di business dei media e aprire scenari inediti per il futuro dell’informazione. Quali opportunità e quali rischi si aprono per editori, giornalisti e utenti? Come garantire qualità e sostenibilità in un ecosistema mediatico che sarà sempre più guidato dall’IA? Intervengono Gianluigi Bonanomi, docente di Digital Marketing e IA generativa presso l’Accademia Santa Giulia di Brescia e formatore per Fastweb Digital Academy; Carlo Castorina, Direttore di Mediatrends e Vicepresidente di Phrase; Ferruccio de Bortoli, Presidente della Fondazione Corriere della Sera; Riccardo Terzi, Head of News Partnerships, Southern Europe, di Google Coordina Michela Rovelli, giornalista del Corriere della Sera.

Il mio intervento (da remoto) era dedicato a due tool di AI per giornalisti, NotebookLM e PinPoint. È possibile rivederlo qui:

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Il 25 settembre sono stato intervistato da Il Cittadino di Monza sul tema AI e lavoro. Ecco la trascrizione del pezzo:

«Volete sapere cosa accadrà con la AI? Si faranno lavori che oggi non esistono»

L’ESPERTO Il sulbiatese Gianluigi Bonanomi, formatore esperto, invitato a un incontro con i dipendenti di Apa Confartigianato

Tutto quello che avreste voluto sapere sull’intelligenza artificiale e non avete mai osato domandare, avreste potuto chiederlo a lui. L’idea è venuta a Apa Confartigianato Imprese, che ha appunto convocato Gianluigi Bonanomi, classe 1975, formatore esperto di comunicazione digitale, giornalista professionista, titolare della cattedra di Net Marketing all’Accademia Santa Giulia di Brescia, per un incontro in sede con i dipendenti sull’intelligenza artificiale generativa. Ma non finirà qui. Nel senso che la stessa associazione organizzerà altri incontri più specifici per gruppi ristretti di dipendenti. Il presidente Giovanni Mantegazza e il segretario Enrico Brambilla, intanto, hanno promosso quest’appuntamento su una «novità» che presenta «aspetti positivi, ma che innesca anche criticità e timori». Bonanomi, nato a Merate e residente a Sulbiate, ha subito specificato come sia praticamente impossibile sfuggire alla AI. «Si calcola – ha spiegato – che, a livello mondiale, l’80% dei lavoratori verrà impattato dall’intelligenza artificiale. Nel settore artigiano ciò sarà più difficile. In Giappone, comunque, hanno creato anche robot che tagliano i capelli. Ma si è trattato di una dimostrazione, di una sperimentazione».

A rischio, invece, saranno i lavori impiegatizi più ripetitivi. Chi compila fogli Excel avrà più possibilità di essere sostituito. Ora, paradossalmente, sono le figure junior ad essere maggiormente penalizzate. Le aziende preferiscono puntare sui lavoratori più esperti per gestire i macchinari. Il futuro, in ogni caso, oggi più che mai è imperscrutabile. Soprattutto nel campo lavorativo. I bambini, una volta, si immaginavano un mestiere che permettesse loro di guidare treni, pilotare aeroplani, spegnere incendi con l’idrante dei pompieri. Fantasticherie proibite ai pargoli attuali. «Due bambini su tre – ha precisato Bonanomi, autore di oltre 20 saggi e manuali sul digitale – faranno un lavoro che ora non esiste. Io faccio il formatore da 20 anni. Se quattro anni fa mi avessero detto che avrei fatto il formatore nel campo dell’AI, non ci avrei creduto».

Cercare vie di fuga o provare a mimetizzarci, dunque, non servirà. L’intelligenza artificiale ci scaverà in ogni luogo. «Ci sarà resistenza – ha concluso Bonanomi – perché non è mai facile cambiare le proprie abitudini. Ma è uno sforzo che vale la pena affrontare. Non siamo più esecutori, ma coordinatori. Le vite di tutti, volenti e nolenti, cambieranno. Adeguandosi, diventerà più facile».

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In questo webinar, tenuto per ioformo.it il 2 settembre 2025, parlo di come l’intelligenza artificiale può trasformare la gestione di Instagram. Dal concetto di “inshitificazione” (enshittification) dei social, ai desideri latenti della domanda, fino all’uso pratico di ChatGPT, Gemini, Claude e Manus. Spiego perché serve personalizzare l’AI, come sfruttare il reasoning per analisi di #neuromarketing e quali opportunità offrono i nuovi #agenti intelligenti nel 2025.

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Il 27 luglio 2025 sono stato intervistato da Lorenzo Zacchetti per Today.it. Nell’articolo dal titolo “Nuovi lavori in arrivo: vi spiego cos’è il prompt-engineering e tanti altri mestieri”, ho risposto ad alcune domande sul tema: intelligenza artificiale generativa e lavoro.

Qui cito alcuni dati del WEF:

Se le imprese private sono già da tempo attive su questo fronte, anche la Pubblica Amministrazione si sta mettendo in moto. Gianluigi Bonanomi, tra i più richiesti formatori specializzati in IA, lo spiega attraverso i dati: “Il World Economic Forum stima che, per rimanere rilevante sul mercato, il 50% della forza lavoro globale ha bisogno di migliorare le proprie competenze (upskilling) o acquisirne di nuove (reskilling). Nel contesto della PA, la mancanza di tali competenze è una delle principali preoccupazioni: il 53% dei dirigenti la cita come un ostacolo significativo per l’adozione dell’IA generativa. Sempre più spesso vengo contattato da comuni, ospedali e vari enti pubblici, perché la necessità di formazione non è più rimandabile”.

Qui invece parlo delle nuove professioni che nasceranno:

“La vera competenza non risiederà nella capacità di produrre contenuti velocemente, ma in quella di dirigere strategicamente l’IA verso risultati che risuonino autenticamente con le persone”, prosegue Bonanomi. “Nasceranno nuovi ruoli. Saranno cruciali figure esperte in prompt engineering (l’arte di formulare istruzioni efficaci per l’IA), nel controllo qualità e verifica etica dei contenuti generati, nella promozione dell’alfabetizzazione IA all’interno dei team e nell’orchestrazione sinergica dell’intelligenza umana e artificiale”.

Qui parlo di “AI fatigue”:

Bonanomi sottolinea la preoccupazione per la cosiddetta «Artificial Intelligence fatigue», lo stress derivante dai rapidi cambiamenti tecnologici che può causare demotivazione, se non situazioni di vero e proprio disagio professionale: “La formazione va integrata in modo fluido con la missione quotidiana, dimostrando benefici tangibili per i singoli dipendenti e costruendo strutture di supporto robuste e continue (mentorship, coaching). Ciò implica un investimento a lungo termine e sostenuto nello sviluppo del capitale umano, andando oltre le iniziative di formazione una tantum per incorporare un ecosistema di apprendimento dinamico”.

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