TikTok è utile per le aziende? Intervista ad Alessio Atria per Startup News

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Questo articolo è stato pubblicato su Startup News il 4 marzo 2021.

Alessio Atria è noto in Rete come “Mr.TikTok”. 31 anni, milanese, un passato nel mondo della ristorazione, ha poi trasformato la passione per marketing e digitale in un lavoro. Due anni fa ha scoperto TikTok, piattaforma social cinese ormai sulla bocca di tanti (non tutti) e ha scritto anche due libri sul tema: “Scopri i Segreti di TikTok” e “TikTok per il Tuo Business”.

Alessio, di cosa ti occupi in pratica?

Sono un consulente per la comunicazione digitale. Prima di tutto analizzo la presenza digitale del cliente sulle varie piattaforme, analizzo il mercato e i competitor su TikTok, definisco una strategia di crescita, adattando la comunicazione in base allo stile del cliente alla piattaforma. Poi lavoro sui contenuti: piano editoriale, ricerca video virali da cui prendere spunto, gestire le pubblicazioni su TikTok fino a rendere il cliente autonomo.

TikTok funziona come Instagram, dove fino a poco tempo fa la facevano da padrone sponsorizzazioni e soprattutto automazioni?

No, per me lo scopo è quello di aiutare i clienti a raggiungere gli obiettivi prefissati, in particolar modo in maniera organica, senza automazioni o sponsorizzate, sfruttando al meglio la creazione dei contenuti e la viralità “fisiologica” che in questo momento è ancora preponderante in TikTok.

A tal proposito consiglio a chi vuole buttarsi su TikTok di farlo al più presto, veicolando video, quiz, indovinelli, considerazioni ed elenchi interessanti per propria la nicchia di riferimento: oggigiorno si può arrivare a migliaia di persone (anche milioni…) senza pagare un centesimo. Questo tipo di vantaggio non durerà per molto.

Hai fondato “TikTok Hacks Italia”: cos’è?

Si tratta di un gruppo Facebook del quale sono il fondatore e moderatore: si tratta del primo e più grande gruppo in italiano (3.500 utenti attivi, ndr) in cui ho radunato chi vuole approfondire gli aspetti di TikTok, condividere esperienze e confrontarsi.

Giornalmente inseriamo gli “hacks”, ossia i metodi migliori che man mano escono su TikTok per diventare virali. Molti sono i temi che approfondiamo: come usare al meglio l’algoritmo, come veicolare il marketing, quali sono le metodologie di guadagno, come partire con un nuovo account, quali news approdano, i casi studio e come ispirarsi, moltissimi suggerimenti o tips, le strategie più performanti, conoscenze specifiche avanzate.

TikTok è ultimamente al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica per le challenge e altri fatti di “nera”, tra l’altro tutti da dimostrare.

Per i fatti accaduti da challange improbabili su TikTok, posso dirti che conoscendo alcuni grandi Content Creator di diverse nicchie all’interno della piattaforma, nessuno ha mai visto quella challange. Si pensa che arrivino da altri social e che ovviamente il nome TikTok faccia più notizia rispetto ad altri. Ad alcuni competitor dà fastidio che un’app cinese abbiamo battuto tutti i record di crescita (più di 2 miliardi di download ad aprile 2020, ndr).

Quali sono le domande che ricevi più spesso su TikTok?

Eccole:

  • non è una piattaforma solo per balletti e contenuti comici?
  • non è solo il social dei ragazzini?
  • come si comunica su questa piattaforma?
  • Posso far crescere il mio business con TikTok?

Molti imprenditori hanno questa visione sbagliata. Altro che ballettini e barzellette: i contenuti formativi, fatti da veri esperti, stanno aumentando da quasi un anno. A vista d’occhio! Perché? Perché il contenuto formativo permette di intrattenere gli utenti su Tiktok, di conseguenza l’algoritmo premia dando visibilità.

Quindi l’età media si sta alzando?

L’età media nell’ultimo periodo è aumentata notevolmente. Tralasciando i dati ufficiali (il 41% degli utenti di TikTok ha un’età compresa tra i 16 ei 24 anni, ndr), la mia esperienza dice che possiamo raggiungere un pubblico compreso tra i 13 e i 45. Non è più, da tempo, un social solo per ragazzini. Anche in Italia: su gli otto milioni di utenti, la fascia 25-34 anni ha avuto nell’ultimo anno un boom: +258%.

Torniamo al lato business e aziendale: come dovrebbe muoversi un’azienda?

Se nel marketing tradizionale il contenuto deve attirare l’attenzione del massimo numero di utenti possibile, in TikTok è l’utente stesso che in prima persona “crea” la campagna attraverso il video, un contenuto breve, immediato, con linguaggio semplice. In pratica, da procedimento passivo a cui siamo abituati, il marketing diventa attivo, che si fa in prima persona e non si subisce. Quella che abbiamo di fronte è una rivoluzione anche dal punto di vista del concetto di pubblicità. Gli utenti creano i propri video per una challenge o in risposta a una campagna, e nello stesso tempo i brand che le hanno create trasmettono la sensazione di far parte di una community più ampia.

Cambia anche il mestiere dell’influencer?

Gli Influencer sono più “reali” e liberi di sperimentare, perché gli utenti sono sicuramente più di supporto, propensi alla condivisione. Su TikTok è ormai nata e sviluppata una vera e propria community di make-up artist amatoriali, cosplayer e artisti di ogni sorta che, con rapidità e facilità, collezionando follower, condivisioni e commenti. E non solo: monetizzano abbondantemente.

In ogni caso su TikTok bisogna stare attenti, più che su altri canali, a non essere autoreferenziali. Si deve vendere senza vendere.

Parliamo di advertising su TikTok?

Quello che posso dire è che, nonostante sia ancora un po’ “acerba” rispetto al Business Manager di Facebook, TikTok for Business è molto semplice da utilizzare. Dà la possibilità di targettizzare per nazione, regione, età e interessi; puoi anche creare delle audience personalizzate. Per i costi hai un budget minimo giornaliero di almeno 20 euro per ogni gruppo di annunci e di 50 euro per ogni campagna. In molti pensano che si debba spendere per forza tutto il budget ma, in realtà, non è così: puoi decidere di mettere in pausa gli annunci quando vuoi. Quello che non consiglio è di continuare a fermare le campagne per poi farle ripartire.

Puoi dare i numeri (in senso buono)?

Di solito per la campagne sui social si pagano visualizzazioni o clic. 1000 visualizzazioni possono costare da 15 a 60 centesimi, 1000 visualizzazioni in target da 60 a 1,5 euro, massimo 2. Il costo per clic va da 80 centesimi a 1,5 euro.

In termini di conversioni?

Dipende dalla creatività, dal prodotto o servizio che offri e dalla landing page di atterraggio. Diciamo che tutti i costi dipendono comunque dal contenuto e da come “rankano” le aste. Perché anche su TikTok vi è il sistema ad aste per gli annunci: in base al contenuto, al target e all’offerta, ti permette di spendere di più o meno per una determinata sponsorizzata.

Alcuni dei risultati che hai ottenuto?

Purtroppo non possono fare nomi per privacy, ma ecco alcuni risultati. 5000 visite a un sito Web con 500  euro di TikTok Ads. All’incirca 35 conversioni in tre mesi con tre acquisti di un corso professionale dai 1.500 euro in su, con 1.500 euro di TikTok Ads. E ancora: 1,3 milioni di view su TikTok e 4.000 view su Youtube con  300 euro di boost post tramite Tiktok Ads. 500 contatti in poche ore tramite campagna di influencer marketing in organico senza Tiktok Ads.

Consigli su come creare le Ads?

Primo: non usare video riadattati, girarli in formato verticale così da occupare tutto il display e confondersi meglio con i contenuti degli utenti. I balletti non sono molto consigliati. Ci deve essere una persona che ci mette la faccia: recensioni di un prodotto o servizio, come si utilizza, che benefici porta e così via. No alle markette!

Infine, quali suggerimenti daresti a una startup che volesse sfruttare TikTok?

Secondo me occorre riadattare la comunicazione, studiare una strategia, affidare il canale a una figura o al massimo due, così che gli utenti si affezionino a loro. Creare contenuti video, suscitare interesse, curiosità e raccontare storie.

Una Startup deve utilizzare TikTok come vetrina e non come unico canale di acquisizione, ovviamente deve prima controllare se effettivamente è in target con l’audience. In base all’obiettivo, devo poi decidere se fare Adv direttamente per acquisire lead e non usare la parte organica (anche se consiglio di usare entrambe), oppure fare delle campagne di influencer marketing.

L’agilità delle startup: intervista a Matteo Sola

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Questa mia intervista a Matteo Sola di Kopernicana è stata pubblicata su Startup News il 23 febbraio 2021.

Le grandi corporate vogliono imparare dalle startup come essere più “agili”: più capaci di captare ogni genere di stimolo con i propri sensori, ora sempre più attivi sia verso l’esterno che verso l’interno.

Matteo Sola è HR, formatore ed esperto di digital HR transformation. Nella sua carriera, si è occupato soprattutto di formazione aziendale come strumento di cambiamento in contesti di digital transformation, specializzandosi nell’applicazione degli approcci digitali alle risorse umane, in particolare employee experience e agile management. In Talent Garden, la più grande piattaforma europea di spazi di coworking per talenti digitali, tra il 2016 e il 2019 ha ricoperto diversi ruoli occupandosi di formazione per le corporate, Talent Acquisition, Learning & Development ed HR business partnership per l’Italia e l’Irlanda. È stato “People Learning & Development Lead” per Musement, principale digital player del mondo delle destination experiences e parte del gruppo TUI, occupandosi in particolare dell’implementazione del sistema OKR, tematica per cui oggi è consulente per molte altre realtà.

Da fine 2020 è “HR Learning & Development Leader” di Iliad Italia, oltre ad essere Partner di Kopernicana, società di consulenza in ambito trasformazione organizzativa e new way of working. È inoltre fondatore e coordinatore scientifico del master in Digital HR della Talent Garden Innovation School e nella faculty dell’università Bicocca di Milano.

Con Matteo abbiamo parlato di organizzazione aziendale, anche per il mondo delle startup.

Che cosa intendi per agilità organizzativa in azienda? Perché connette il mondo startup con il mondo corporate?

Per agilità organizzativa oggi intendiamo molte cose. Il nuovo paradigma VUCA (Volatilità, Incertezza, Complessità e Ambiguità, ndr) è noto già da tempo, ma la pandemia ha reso ancora più evidente come la realtà in cui viviamo sia complessa, ambigua, volatile e incerta, ma anche come la velocità del cambiamento continuo renda sempre più difficile pianificare e controllare, per non parlare di prevedere il futuro. Non a caso è tornato di moda il concetto di antifragilità di Taleb.

Per questo le grandi corporate vogliono imparare dalle startup come essere più “agili”: più capaci di captare ogni genere di stimolo con i propri sensori, ora sempre più attivi sia verso l’esterno (mercati, competitor, professionisti, business in generale) che l’interno (le nostre persone e i loro bisogni, i feedback dei colleghi, le dinamiche interne) e reagire di conseguenza, cambiando rapidamente direzione quando serve.

Agilità significa abbattere muri e barriere, connettere ed ibridare (mestieri, professioni, risorse), mettere a fattor comune e sperimentare più di ogni altra cosa. Buttarsi (in modo ragionato) per scoprire cose nuove e metterle alla prova con la realtà, invece di progettare la soluzione perfetta (che non esiste) per anni e poi scoprire che è perfetta, ma il paziente nel frattempo è morto (e da mesi).

La startup nasce per questo, perché è intrisa di coraggio, di velocità (che è la velocità imposta dalla tensione alla sopravvivenza) e di un purpose forte, mentre tutti gli altri devono imparare a ragionare di più in questa chiave.

Le barriere stanno cadendo (se non sono già cadute) e viviamo una nuova era della sperimentazione continua.

E l’Agile HR?

L’”agile” in senso stretto è per me una filosofia e un mindset, in primis organizzativo, che tento di portare nel mio lavoro tutti i giorni, ora passato dal contesto “coding” originario alle altre funzioni, per esempio l’HR. Riesce a farlo perché in realtà è un tema di coordinamento di persone e di progetti in una certa ottica.

Poi (solo in seguito) rimanda a un insieme di metodologie e strumenti utili a stimolare e gestire questa sperimentazione, a cambiare, a evolvere attraverso ragionamenti, riflessioni e messa a fattor comune di talenti diversi. Un patrimonio che varia a seconda del contesto e dello scopo e che molto può essere utile ad HR e management in generale, per contaminarsi con l’ecosistema digital e non solo. L’HR deve diventare più agile in prima persona e più in grado di supportare e diffondere l’agilità negli altri.

Come declini l’agilità per una startup? 

Quando mi capita di supportare una startup o scale-up, un acceleratore o un incubatore come consulente di Kopernicana, ragiono sul tema del difficile equilibrio che bisogna trovare tra il “darsi una struttura” tanto caro ai fondatori e al management quando le cose iniziano a funzionare e sembrano scappare di mano e l’esigenza delle persone di “rimanere agili, rimanere noi stessi”.

Le due cose non sono in contrapposizione, dipende dal come ci lavoriamo. La chiave sta nel non copiare le corporate del passato e fare le cose come sono sempre state fatte (magari assumendo alcuni mega manager che non conoscono il nostro contesto e cultura, perché difficilmente questi innesti funzioneranno) ma sperimentare e trovare la nostra strada per crescere, investendo sulla capacità delle nostre persone, pur facendosi aiutare da consulenti e mentor che ne hanno viste tante. Non è un tema solo di compromessi: dobbiamo rimanere agili pur diventando grandi.

Che dritte daresti a uno startupper?

Di fare alcune cose:

– Di chiarire e poi comunicare sempre al meglio il proprio purpose originario, perché è la forza della sua organizzazione

– Di investire nel disegno del proprio business model, connettendolo bene al purpose, all’impatto che si vuole portare. Senza un modello di business sostenibile, che includa nella parte “risorse chiave” le persone di oggi ma anche quelle potenziali di domani, che lavoreranno per noi prima ancora che esistano e servano davvero nel contesto attuale, non si dura a lungo.

– Di chiarire le priorità strategiche e il modo di allineare le persone, utilizzando da subito strumenti come gli OKR (che ci aiutano anche a rimanere agili), perché l’eccesso di divergenza e la mancanza di focus nel lavoro delle persone possono uccidere di più della mancanza di soldi.

Di non farne altre:

– Non avere fretta di dotarsi di grandi processi (magari vecchi) e di manager, in un mondo dove i manager saranno sempre di meno, non di più.

– Non tardare troppo ad investire in persone che si occupino di altre persone in azienda o in competenze HR in generale. Ho visto troppo spesso “correre ai ripari” quando si hanno già 80, 100 persone o più, rendendosi conto che non si è fatto altro che assumere (con o senza criterio) per sostenere la (presunta) crescita del business, per poi ritrovarsi senza capacità di gestire quelle persone: di sostenere la crescita e il benessere, di salvaguardare il senso di equità interna, di costruire una vera people experience dando risposte ai bisogni concreti in modo sostenibile ecc.

– Non pensare che il senso di quello che si sta facendo possa rimanere per sempre come qualcosa di ovvio: forse (forse) per i founder sarà così anche dopo 5 anni, ma per tutti gli altri, se il purpose non verrà ribadito, ripetuto ed alimentato continuamente (creando in questo modo una vera cultura nel tempo), l’ambiente di lavoro e il significato di quel lavoro non verrà percepito nello stesso modo.

Italiani in Carinzia, un caso di successo: intervista a Renato Tomasini di Onda Tlc sul 5G

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La vicinanza con l’Italia e le opportunità offerte dalla Carinzia hanno spinto diverse realtà italiane a investire in questa regione. Come Onda Tlc, fondata da Renato Tomasini (ex manager di Motorola, Siemens e LG), che nel 2017 ha fondato la sua startup nel Land.

Onda Tlc è una delle tante imprese che hanno sede nel Lake-side Science & Technology Park di Klagenfurt ed è specializzata in dispositivi tecnologici per le telecomunicazioni. È stata la prima azienda a lanciare un modem 5G, modem che viene usato dal colosso Telecom Italia. Avere la sede all’interno del parco tecnologico, insieme ad altre 120 realtà operanti nell’ambito della tecnologia, ha supportato la crescita dell’azienda, ma come spiega il fondatore a Il Sole 24 Ore, la vera differenza è l’atteggiamento amichevole delle istituzioni, ancora più importante della burocrazia snella e un fisco meo esoso, che comunque hanno un peso non trascurabile.

Abbiamo avuto modo di incontrare virtualmente Renato, che si è prestato a rispondere ad alcune domande, a partire da quella più scontata: “Qual è la tua storia?”

Renato Tomasini: Da ragazzino volevo fare il meccanico – avevo la passione per i motori – ma mio padre mi indusse a studiare elettronica e mi diplomai a Trieste. Negli anni Ottanta mi sono fatto le ossa in Telital, azienda che produceva i prima telefonini Etacs. Poi ho girato diverse aziende con diversi ruoli, spesso commerciali, come Motorola, Siemens ed LG. Fino ad approdare in Onda, a rilevarne il marchio e a lanciare in Austria una nuova realtà.

D: Sempre per vendere telefonini?

Renato Tomasini: Questo fino all’inizio del 2020. Poi abbiamo deciso di investire in innovazione, di creare prodotti nostri, di lavorare sul futuro delle telecomunicazioni. Il focus è sul mondo dei dati: modem, router. Siamo stati i primi a lanciare un modem 5G con Qualcomm.

D: A proposito di 5G, la rivoluzione è arrivata?

Renato Tomasini: Beh, sì e no. Noi investiamo, l’interesse c’è ma abbiamo ancora copertura limitata e, soprattutto, a mio avviso ci sono aspettative sbagliate. Tutti pensano che il 5G cambierà la vita della gente comune. Non è così: per quello che facciamo tutti i giorni col telefonino, scaricare app e vedere serie TV, il 5G è sprecato.

D: E a chi servirà allora?

Renato Tomasini: Servirà alle aziende. A chi fa automazione. Ai grossi impianti industriali, ormai all’80% robotizzati, nei quali risparmiare un secondo di là e uno di qua può davvero fare la differenza.

D: E quanto ci vorrà per vedere il 5G affermarsi?

Renato Tomasini: Secondo me un paio d’anni, ma manca una visione strategica. Manca la manifattura in Europa: dipendiamo troppo dalla Cina, invece un tempo, anche in Italia, eravamo pionieri. Dobbiamo tornare a produrre qui. Noi, in Carinzia, ci stiamo investendo.

L’arte di scrivere i titoli (e comunicare online): intervista a Massimo Salomoni

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Massimo Salomoni ha un passato da creativo e un presente da (vero) esperto social: ha una sua agenzia, Smack – Comunicazione di parola a Milano e un incarico di docenza allo IED. Abbiamo fatto quattro chiacchiere sulla creazione dei contenuti e in particolare sui titoli. Ne è venuta fuori una discussione stimolante (non avevo dubbi, conoscendo Massimo da anni) sulla comunicazione online in generale.

Ci sono delle regole che ti sei dato quando fai un titolo/oggetto per un articolo online?

Sono profondamente convinto che esista una sola regola fondamentale quando si parla, o si vuole parlare, con qualcuno: cercare di utilizzare un registro, uno stile, un tono di voce in grado di farsi comprendere e, allo stesso tempo, riconoscere.

Parlare su Instagram a una community di appassionati di un brand di beauty, per esempio, esige parole e costruzioni sintattiche differenti da quelle utilizzate per parlare su Linkedin di un’azienda specializzata in Artificial Intelligence e analisi dei Big Data.
Prima di prendere in mano la penna (in partenza sono ancora profondamente analogico, aiuta a prendersi il tempo di riflettere) o di poggiare le dita sulla tastiera è bene cercare di capire chi siano i propri interlocutori, quali le loro passioni, i loro interessi.

Già piattaforma come Facebook, senza ricorrere a sofisticati strumenti di identificazione della buyer’s personas, mette a disposizione tutti gli strumenti per individuarli: basta leggere gli insight e scoprire le riviste, i programmi TV, le serie più amate dal proprio pubblico.

Tutto questo, ovviamente, va messo in relazione con il primo asset di ogni comunicatore: la conoscenza della Brand Identity del cliente e la capacità di rispettarla.

Esistono dei trucchi del mestiere (uso punteggiatura, posizione keyword, enfasi su emozioni, ecc.) che puoi rivelare?

I trucchi sono fatti per essere scoperti, e con il numero spropositato di contenuti che circolano ogni minuto sulla rete quelli più efficaci durano il proverbiale spazio di un mattino. All’inizio sembravano imprescindibili i titoli click-bait con i loro richiami “Non riuscirai a credere che cosa hanno scoperto” che portavano inevitabilmente alla delusione per una rivelazione inesistente, poi è stata la volta dell’instant marketing con stuoli di post praticamente tutti identici ispirati allo stesso evento che rendevano indistinguibile l’identità dell’azienda che li firmava.

Ora sta iniziando a prendere piede il posizionamento su cause politiche o sociali che oltre a rischiare di svilire, logorandoli,
concetti nobilissimi come “Sostenibilità” o “Corporate Social responsibility” inevitabilmente portano a un’ulteriore polarizzazione delle posizioni di cui francamente non abbiamo bisogno.

Inizio ad avere la stessa sensazione anche sulle regole matematiche della SEO: un keyword a inizio di frase, se messa in modo forzato, equivale alla strizzatina d’occhio o al colpo di gomito fatto all’amico cui si sta raccontando una battuta sulla cui efficacia si è poco convinti. Sono sempre più convinto che il trucco migliore sia quello di non averne: in fondo lo diceva già Oscar Wilde che la spontaneità è la posa più difficile da mantenere.

Puoi indicare un titolo/oggetto, tuo a altrui, che ti piace particolarmente e perché?

Quando si affrontano periodi di cambiamento come questo che stiamo attraversando, e ormai ne ho attraversati alcuni, cerco sempre di tornare ai classici. Nel campo della comunicazione, i classici sono quelli della storia della pubblicità.

Fra tutti i miei preferiti restano quelli storici della Volkswagen Beetle, che ha sovvertito i canoni abituali del mercato automobilistico USA puntando sull’originalità della forma e del concetto stesso che stava dietro all’auto. Riuscendo a far entrare in sintonia con i gusti di una generazione ribelle un’auto che, ricordiamolo, era stata voluta da Adolf Hitler in persona.

Perché i brand, quelli veri, devono saper attraversare i tempi, le mode, i mezzi che cambiano. O forse, più filosoficamente, lasciare che sia il tempo ad attraversarli.

Scrivimi per organizzare un corso sul Web writing

Cercare lavoro online [intervista a SeiLaTV del 14 gennaio 2021]

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Il 14 gennaio 2021 sono stato ospite della trasmissione “Pomeriggio 216” di SeiLaTV per parlare della ricerca del lavoro online. In particolare abbiamo affrontato i temi del corretto posizionamento, della reputazione digitale e i social, della ricerca ai tempo degli ATS (i sistemi di recruiting automation), delle truffe e altro ancora. Puoi rivedere l’intervista, della durata di 14 minuti, qui:

Guarda qui un’intervista a Sei La TV del 2020:

La tecnologia in famiglia: intervista a Rai Radio 1 (Formato Famiglia) del 12 gennaio 2021

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Il 12 gennaio 2021 sono stato intervistato, in diretta su Rai Radio 1, nella trasmissione “Formato famiglia” condotta da Diana Alessandrini e Savino Zaba.
Abbiamo parlato di due argomenti a partire dai miei due libri “Manuale per genitori di nativi digitali” e “Sharenting“:

  • l’uso consapevole della tecnologia in famiglia;
  • genitori che condividono troppo.

Qui puoi sentire l’intervista integrale della durata di 10 minuti:

Per altre interviste radio:

Comunicazione digitale, brand journalism, algocrazia, fake news [La mia intervista a Radio Lombardia]

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Il 15 dicembre 2020 sono stato intervistato da Lorenzo Zacchetti di Radio Lombardia nella sua nuova trasmissione dedicata al Brand Journalism, che lui stesso ha presentato così a Spot & Web:

Un appuntamento – afferma Lorenzo Zacchetti – per curiosare e comprendere i ‘segreti’ dei più grandi comunicatori: dalla pubblicità, alla CSR al mondo della live communication e dei media. Proveremo inoltre con gli ospiti in studio di spiegare quali sono le caratteristiche e le qualità per diventarne protagonista e, per voce di chi è già un ‘guru’, capire come intraprendere i primi passi ed avere successo in un settore così affascinante ma anche molto complicato”.

Lorenzo mi ha rivolto diverse domande, per ognuna ho creato un video a parte.

Che cos’è il brand journalim?

In questa risposta ho parlato di brand journalism e soprattutto del corso sul tema che tengo da anni per Primopiano di Milano.

Il libro “Il candidato digitale”

Io e Lorenzo siamo autori del libro “Il candidato digitale” edito da Ledizioni.

La comunicazione digitale d’impresa

Qui ho parlato della mia esperienza di consulente per la comunicazione digitale d’impresa.

Fake news e pericoli della Rete

A partire dal testo “Manuale per difendersi dalla post-verità”, in questo spezzone parlo di fake news e pericoli della Rete, con una coda sulla comunicazione social al tempo di TikTok.

Le mie altre interviste radiofoniche

Fai clic qui per ascoltare le mie interviste a Radio Capital:

 

La tecnica Cosmopolitan per scrivere titoli vincenti: l’intervista a Simone Gambirasio

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Simone Gambirasio è un autore di testi di divulgazione informatica: ha scritto diversi titoli per Hoepli sulle tecnologie Apple e sta realizzando un corso di storytelling su Bookboon.

Simone, qual è il tuo segreto per scrivere titoli che funzionano?

Per i titoli uso la tecnica “Cosmopolitan”…

Cosmopolitan, la rivista femminile di Hearst?

Sì, quella. La tecnica consiste nel prendere titoli forti di un tema profondamente lontano dal tuo, per esempio i titoli di Cosmopolitan che sono fatti per attrarre l’attenzione nelle edicole, e adattarli al tuo tema.

Puoi fare un esempio?

“I cocktail migliori e peggiori della tua vita” può diventare “Le abitudini migliori e peggiori che hai sul lavoro”.

Interessante, vai con un altro esempio…

“Perché non riesci a smettere di mangiare Nutella?” diventa “perché non riesci a smettere di giocare con la PlayStation?”.

Il gioco è semplice!

Già, ripeto: il trucco è prendere formati stra-rodati, testati, in un altro ambito. E provarli. Ti faccio una confessione…

Quale?

Ho un file su Evernote con le formule dei titoli. Ne ho circa 20 che ruoto e vedo quali funzionano di più in base agli argomenti. Su alcuni faccio anche A/B test, specialmente sui social.

Interessante. Un esempio da rubarti?

Ora puoi avere [qualcosa di desiderabile] e [grande circostanza]. Se parliamo di sistemi operativi può diventare “Ora puoi possedere un Mac fantastico e continuare a eseguire Windows”.

Bello, un altro esempio? (Scusa, ne approfitto…)

[Fai qualcosa] come [esempio di livello mondiale]. Se applicato allo studio delle lingue potrebbe essere: “Parla spagnolo come un diplomatico”. In tutt’altro ambito: “Fai festa come Paris Hilton”.

Ancora, ancora (è una droga)!

Crea un [o] costruisci un [vuoto] di cui essere orgoglioso. Potrebbe diventare “Conquista un corpo di cui essere orgoglioso” oppure “Costruisci una campagna di cui essere orgoglioso”.

Ottimo, ci provo anche io: “Scrivi titoli come Simone Gambirasio”…

Gli approfondimenti

Che cos’è Cosmopolitan?

“Cosmopolitan è un popolare mensile americano rivolto alle donne, che tratta argomenti relativi all’amore, alla sessualità, alla salute, alla carriera, alle celebrità oltre che a moda e bellezza. Pubblicata negli Stati Uniti dalla Hearst Magazines fin dal 1886, Cosmopolitan vanta 58 edizioni internazionali, è stampato in 34 lingue e distribuito in oltre cento nazioni” (Wikipedia).

Che cos’è un A/B Test?

Si tratta di una forma di test di verifica d’ipotesi, derivato dalla statistica, applicato al mondo Web in diversi ambiti: Web design, Web marketing, lead generation, ecc. Per esempio nella user experience design si devono individuare i cambiamenti delle pagine Web che massimizzano il risultato sia in termini di interesse che di risultati concreti (come il numero di clic, le conversioni). Per esempio Barack Obama, grazie a degli A/B Test fatti con la piattaforma Optimizely, riuscì a incrementare la raccolta di donazioni.

Il corso di Web writing on demand

Ho realizzato, con Primopiano di Milano, un corso di Web & social writing: puoi seguirlo on demand!

“Computer anche no”: la mia intervista per Wired (dicembre 2020)

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Nel numero invernale di Wired il giornalista Antonio Dini mi ha intervistato sulla mia attività di educatore digitale nelle scuole:

La giornata di un formatore comincia con una lezione-conferenza in una scuola della provincia milanese. Siamo in tempi pre-Covid, quando ancora ci si poteva frequentare di persona. Gianluigi Bonanomi va alla lavagna, prende il pennarello cancellabile e chiede agli studenti: quali app social avete sul vostro smartphone?
È un crescendo. «In media», dice, «in una classe di 25 ragazzi possono venire fuori anche 34 applicazioni diverse. Dai soliti
noti, come TikTok e Instagram, alle più particolari, fino a quelle mai sentite, roba semisconosciuta agli over 20». La lista, dunque, è lunga: alcune sono tool per i videogiocatori come Discord, altre sono social peer-to-peer tipo Mastodon. ThisCrush, invece, permette di confessare in modo anonimo la cotta per il compagno di banco; Tellonym, nata dalle ceneri di Ask.fm (piattaforma web bruciata dalle app mobili), è basata sullo stesso concetto: tell anonymously, diglielo di nascosto. «Alcuni di questi ragazzi non sapranno mai creare un documento Word e inviarlo con una mail da Outlook», dice Bonanomi, «anche perché spesso non hanno o non usano il pc. Ma sono campioni di un altro sport, per così dire. Sono nati sullo smartphone e cercano di restarci il più possibile».

Nuove professioni del Web: che cos’è la SEO Audit?

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Marco Maltraversi, Davide Prevosto e Giovanni Sacheli hanno pubblicato con l’editore LSWR il testo “Seo audit avanzato – Strategie e tecniche di ottimizzazione dei siti web sui motori di ricerca“. Ho voluto fare quattro chiacchiere con loro sulla SEO Audit: per semplificare è l’insieme di tecniche, analisi e verifiche da applicare a un sito web per valutarne la solidità a livello SEO; si studiano gli aspetti di un sito che, sia dal punto di vista tecnico sia da quello contenutistico, possono impattare sulla visibilità nei motori di ricerca.

 

Prima di entrare nel merito, faccio un passo indietro. La prima domanda riguarda la SEO in generale, spesso sottovalutata durante la realizzazione di un sito Web: come mai è un errore?

Costruiresti una casa senza aver prima progettato con cura le fondamenta, l’impianto elettrico e il sistema di riscaldamento? Realizzare un sito web senza tenere conto dell’enorme potenziale offerto dalla SEO è un errore madornale, in quanto si rinuncia da subito a sfruttare una lunga serie di opportunità. Ma non solo. Se in futuro si volesse mettere mano allo scenario SEO del proprio progetto, si potrebbe essere costretti ad apportare delle modifiche importanti e investire quindi ulteriore tempo e denaro.

Per questo motivo è essenziale definire la strategia SEO nella fasi di sviluppo di un sito web: curare tutti gli aspetti tecnici on-site, focalizzarsi sulle performance e analizzare il modo in cui gli utenti ricercano la tipologia dei servizi offerti sono la base per realizzare un ottimo prodotto, apprezzato dalle persone e dai motori di ricerca.

SEO Audit può essere una nuova professione del web: che cosa bisogna studiare per fare questo mestiere?

Diciamo che la SEO è una professione, l’Audit SEO è una delle operazioni che un SEO deve conoscere per individuare possibili problematiche e risolvere situazioni critiche. Se dobbiamo fare una similitudine il SEO è l’ingegnere civile, mentre l’audit SEO è lo studio di come poter ristrutturare un’abitazione analizzando ogni criticità per farla ritornare al suo vecchio splendore (se non di più).

La SEO sta div

entando una disciplina molto tecnica per questo è necessario un costante aggiornamento: in primis abbiamo creato il libro SEO Audit Avanzato con questo scopo: dare un punto di vista tecnico, strategico completo sulle attività fondamentale e imprescindibili della SEO.

Ci sono inoltre diversi corsi online che possono prepararti a questa disciplina, uno di questi è www.deepseo.it in cui si illustrano step by step i passi da fare per imparare questa disciplina complessa.

Infine tanta tanta pratica che ti permetterà di capire effettivamente come ragionano i motori di ricerca e applicare tutto quello che puoi apprendere sui libri o corsi online.

Che consigli si trovano nel vostro libro per chi vuole fare SEO audit?

Nel nostro manuale per professionisti il processo di auditing di un sito web viene sviscerato e diviso in micro-controlli che, come avrà modo di constatare che acquisterà il libro, sono specifici ma anche molto differenti l’uno con l’altro. Si devono analizzare i testi delle pagine e valutare la qualità e profondità dei contenuti, ma è anche necessario verificare aspetti tecnici come il robots.txt, la sitemap, le intestazioni http e molto altro ancora. Un bravo SEO deve essere poliedrico e deve quindi avere i giusti equilibri tra competenze differenti:

  • deve conoscere il markup HTML e magari qualche linguaggio web aggiuntivo (PHP,
  • JavaScript, Python, CSS, …)
  • se vuole ottimizzare i contenuti deve essere bravo a scrivere
  • deve anche essere analitico per navigare nel mare magnum di dati che gli strumenti del
  • mestiere forniscono
  • deve essere curioso di natura e avere voglia di studiare, perché per fare una buona SEO è
  • necessario rimanere aggiornati

Insomma, la SEO è un gran bel lavoro e per massimizzare i propri risultati risulta utile un profilo con il giusto mix di competenze tecniche ed umanistiche.