Ho conosciuto Paolo Dalprato online: non ci siamo (ancora) incontrati di persona. Un commento su LinkedIn, un messaggio su Messenger e così via. La sua attività di fotografo innamorato dell’intelligenza artificiale mi ha subito colpito: non solo per la competenza, ma anche per l’ardire di un professionista che, in apparenza, senza seguire il branco, non sbraita contro l’intelligenza artificiale che ruba lavori e annienta interi settori, bensì studia e sperimenta e divulga. Del resto, se addirittura un colosso che vende foto online come Shutterstock ha lanciato una piattaforma per la generazione di immagini da input testuale, vuole dire che qualcosa sta davvero cambiando.

Paolo, laureato in Fisica, dopo una vita da dipendente in una multinazionale delle telecomunicazioni, dieci anni fa inizia l’attività di fotografo professionista. Da sette anni sviluppa tour virtuali e, di recente, anche mappe interattive. Con l’annuncio di OpenAI dell’apertura al pubblico di Dall-E ha scoperto il mondo delle intelligenze artificiali che generano immagini e si è appassionato. Così ha aperto un blog: https://ai.paolodalprato.com, dove si può ammirare una galleria delle sue opere digitali.

Ho contattato Paolo per una chiacchierata virtuale su A.I. generative, sintesigrafia, strumenti come MidJourney e Stable Diffusion, opportunità e minacce per chi scatta foto per professione. Buona lettura!

Ciao Paolo, iniziamo da una domanda “scomoda”. Nell’immaginario collettivo un artista, un professionista delle immagini, dovrebbe avere paura delle AI generative. Perché tu no?

Ciao Gianluigi e grazie per l’invito. La domanda non è per nulla scomoda. È vero che sono un professionista, un fotografo per la precisione. Ma sono anche un gran curioso di cose tecnologiche e mi sono appassionato subito a questa strana cosa esplosa pubblicamente lo scorso anno.

Sono convinto che la mia categoria sarà pesantemente toccata dall’arrivo delle Intelligenze Artificiali generative. Anzi comincia a esserne già toccata, magari non direttamente chi fa gli scatti, ma la filiera (in questo caso chi si occupa della postproduzione) è già interessato da imagen-ai.com, un service per chi usa Lightroom che promette di elaborare 1500 immagini in meno di 10 minuti con il tuo stile e a costi bassissimi. Molto utile per chi si occupa di eventi, con migliaia di scatti da lavorare al ritorno in studio.

Ecco come funziona:

Ma anche chi fa ritratti comincia ad essere toccato, ad esempio c’è profilepicture.ai, un service online in grado di fornire fino a 900 ritratti di una persona di buona qualità in qualsiasi stile per soli 25 dollari: basta inviare 20 ritratti qualsiasi del soggetto.

E ho già visto un album di matrimonio creato con una qualche AI: brutto, ma l’hanno fatto!

Come reagiscono i tuoi colleghi?

Alcuni colleghi reagiscono male, altri la usano già coscientemente, la maggioranza sembra in attesa di capire che succederà. Da professionista so che non c’è possibilità di competere quando si ragiona sul costo e sui tempi di lavoro, ma sono convinto che la fotografia non sparirà. Gli appassionati continueranno a portare avanti la loro passione. I professionisti dovranno ripensare la propria attività: secondo me, potrebbe risultare vincente puntare su quello che le Intelligenze Artificiali non possono dare, cioè autorialità e contatto umano. Che si traduce nel fare diventare il servizio fotografico un’esperienza, cosa in cui sono bravi i matrimonialisti ad esempio.

Ricapitolando: perché non ti fa paura?

Per tre motivi. Il primo è che non posso farci niente, le AI ci sono e saranno sempre più presenti, devo considerarlo un dato di fatto e dei dati di fatto non ha senso avere paura (caso mai bisogna reagire, ma è cosa diversa dalla paura).

Il secondo: anche da appassionato, cerco di capire se posso in qualche modo fare entrare questa tecnologia nei servizi che offro, sia da fotografo sia da “esperto di AI”, da capire cosa potrebbe voler dire e come monetizzarla.  E l’unico modo che ho per capire se posso farlo e imparare a usarla.

L’ultimo. Chi l’ha detto che un’immagine debba essere creata con le AI oppure con la fotografia? Ho iniziato a vedere creativi che uniscono i due linguaggi: partono da una foto e la modificano con le AI, oppure creano un’immagine di partenza con le AI e la modificano con i tool che vengono usati normalmente dai fotografi.

Insomma… “Si può fare!” (cit.)

Come si legge sul tuo blog, questa nuova arte potrebbe chiamarsi “sintesigrafia”. Che cos’è e che cosa ti affascina di più di questo (nuovo) mondo?

Lo vedo come l’incontro (scontro?) fra le due intelligenze: quella umana e quella della macchina.  Le AI sono uno strumento potente e con una notevole autonomia creativa, ma come diceva una vecchia pubblicità la potenza è nulla senza controllo ed è la parte umana che deve esercitarlo. Potrebbe sembrare una lotta. La vedo invece come una possibilità di collaborazione, la parte umana mette in campo la progettualità, quella artificiale la potenza.

L’uso delle IA può anche diventare un ottimo test sulla creatività umana, specie quando si usa uno strumento come Midjourney che sembra invitare a formulare solo i concetti quando si fanno le richieste, tanto poi è MJ che pensa a rendere WOW il risultato.

Provo a dirlo in modo diverso, con MJ anche se formulo una richiesta stramba e minimale (ad esempio un elefante sullo skateboard) le impostazioni di default sono tali da garantire quasi sempre un’immagine capace di colpire, mentre con Stable Diffusion le cose sono diverse già dal modo in cui si fanno le richieste che devono essere più precise e dettagliate.

In effetti il termine sintesigrafia descrive molto bene questo lavoro collaborativo, anche se in realtà è derivato dalla tecnica di come vengono generate le immagini. Non credi?

Certo! Ma veniamo al tema spinoso del diritto d’autore: se il celebre “selfie monkie” non poteva essere della scimmia, perché il diritto è antropocentrico, di chi sono le opere generate dall’intelligenza artificiale?

La mia opinione personale assolutamente non da legale: dipende. Come ho detto nella risposta precedente, l’immagine che viene generata per me è sempre conseguenza dell’interazione delle due parti, l’umana e l’artificiale. La legge, parlo proprio dall’art. 1 della Legge n. 633/1941, dice che sono protette le opere d’ingegno di carattere creativo, la stessa legge distingue fra opere creative e non creative. La dico semplice, se la generazione dell’immagine è demandata di fatto alla AI, insomma se il prompt è un elefante sullo skateboard, penso sia da considerare della macchina perché non credo che una richiesta così “minimalista”  basti per farla considerare un atto creativo della persona. Se invece l’immagine è il risultato di un lavoro creativo, fatto di più interazioni, di aggiustamenti del prompt e dei parametri, insomma se l’umano cerca di usare la macchina per arrivare alla sua (dell’umano) immagine, allora questa è della persona.

Approfitto per una considerazione su un argomento che vedo in qualche modo collegato, ho letto di polemiche sulla possibile partecipazione di immagini generate da AI a concorsi fotografici, credo iniziate dopo la notizia su “Space Opera Theater” di Jason Allen, promosse soprattutto da NO-AI (sì, esistono). Devo dire che sono d’accordo: è corretto che immagini generate da AI non partecipino a concorsi fotografici (l’opera citata è un caso particolare, infatti il premio è stato confermato), così come le fotografie non partecipano ai concorsi di pittura e viceversa. Allo stesso tempo, quando inizieranno i concorsi specifici per le AI, le fotografie non dovrebbero essere incluse. Ho scritto quando, non se, perché sono convinto che presto o tardi ci sarà lo sdoganamento. Si comincerà a parlare di AI-Art anche nei circuiti delle gallerie e dei critici. Ho in mente l’esempio dei graffiti, che sono brutti, infantili, sporcano e così via. Poi sono arrivati Haring e Banksy, giusto per fare i primi due nomi che mi vengono in mente, e ora si fanno le mostre in luoghi fantastici. Per esempio, si è appena chiusa una mostra di Haring nella Villa Reale di Monza, pensa un graffittaro ospite d’onore in una reggia!

Forse l’attività più importante, in futuro, sarà quella di interrogare questi oracoli: si parla di “prompt engineering”. Puoi dare qualche dritta per ottenere immagini di alta qualità?

Ho già iniziato a vedere offerte di posti di lavoro per prompt engineeer con stipendi molto interessanti. Si parla molto di questo perché il prompt è comune a tutte le AI generative (non solo di immagini),  ma penso sarà uno dei lavori.

Per ottenere immagini di qualità, partire dal capire la struttura del prompt e quali sono i parametri. Parlando di Midjourney, probabilmente la più diffusa per chi inizia, sarebbe buona regola leggersi la documentazione ufficiale (questo il paragrafo sui prompt https://docs.midjourney.com/docs/prompts).

Per me un ottimo sito è questo: https://prompterguide.com. L’autore fornisce sia una guida un po’ più approfondita della documentazione originale (nel menu cliccate VISUAL NOTEBOOK), sia un tool per costruire il prompt (cliccate PROMPTER BUILDER).

Infine un esercizio che trovo molto utile è partire da un prompt molto complesso che genera un’immagine che ci piace e provare a togliere un elemento per volta. In questo modo si può capire cosa fanno e quanto pesano le singole parti.

Chiudiamo con gli strumenti, anche se ne hai già citati un paio davvero interessanti. Quali usi tu e quali consigli di provare a chi vuole sperimentare?

Da sempre sono un fan dell’open source. Lo sono anche in questo campo: infatti ho installato sul mio computer Stable Diffusion. Non sono però un fan acritico, uso i software open source quando penso siano almeno equivalenti a quelli proprietari. Nel caso delle AI sono dell’idea che Stable Diffusion sia un gran bel progetto, attorno a cui s’è creato un intero ecosistema, non solo di prompt engineeer ma anche di sviluppatori di interfacce, di extension e di modelli.

Perché uso Stable Diffusion? Perché è una sfida, perché mi permette di capire meglio come funziona una AI, perché escono continuamente cose nuove da provare e raccontare, perché serve per fare capire cosa sia davvero l’open source, perché mi diverto, perché mi permette di scegliere.

Stable Diffusion è tutto questo: lo consiglio a chi vuole capire il meccanismo. A chi invece interessa solo l’immagine, il mio suggerimento è MidJourney, rimanendo attenti ai nuovi attori che certo si presenteranno sul mercato. Anche con MidJourney si può sperimentare, vedo già creativi lavorare secondo l’approccio del progetto, non immagini singole o poco più, ma risultati di ricerche.

Restando su Stable Diffusion, ho visto che online vi sono diverse interfacce. Quale preferisci?

L’interfaccia che preferisco è AUTOMATIC1111: quella più completa, personalizzabile, flessibile, modulare. Insomma le ha tutte, compresa l’essere complessa. Ha senso usarla quando si vogliono testare modalità di lavoro e plugin vari. Se invece si è interessati alla generazione delle immagini, consiglio Invoke AI oppure Easy Diffusion.

È un mondo che evolve in modo rapidissimo, tenersi informati è obbligatorio ed anche un po’ stressante, perché ci si rende conto di quante cose non si riusciranno a provare! È una battuta, ma per me con un fondo di verità, ogni giorno leggo di aggiornamenti e novità e vorrei provarle tutte.

A proposito, vuoi chiudere con un messaggio di speranza?

Prima mi chiedevi di quale sarà il lavoro più importante, penso che l’approccio open source di Stable Diffusion permetterà lo sviluppo di professionalità diverse: alcune più esposte al pubblico, altre più defilate ma non meno importanti. Un’ipotesi che mi viene in mente: lo sviluppatore di modelli custom per le aziende, con lo scopo di generare immagini di prodotti specifici ambientati in modo altrettanto specifico. Probabilmente anche costuire dataset potrebbe diventare una nuova attività: le esigenze cominciano ad affinarsi ed esistono già dataset costruiti pensando a usi particolari, già oggi si può utilizzare il Cityscapes Dataset, costruito pensando allo sviluppo delle auto a guida autonoma. Ma anche professioni con una lunga storia saranno costrette a rinnovarsi, giusto un esempio pensa chi si occupa degli aspetti legali. Davvero la rivoluzione che stanno portando le Intelligenze Artificiali si sta allargando in modo impetuoso!

Lo spettacolo “Dante nel metaverso”

Guarda la registrazione del mio evento del febbraio 2023:

Nella puntata 51 di Yugen Podcast, Claudio Garioni mi ha chiesto di elencare i tre motivi per i quali vale la pena provare ChatGPT.

I tre motivi, secondo me, sono questi:

1. Testare il futuro

Ffinalmente l’intelligenza artificiale è palesemente alla portata di tutti. Finora era nascosta nelle pieghe di Gmail, Alexa, Office, ecc. Ora ci parli, ti fai aiutare, ed è gratis.

2. Utilità pratica

ChatGPT, tra le altre cose, ti aiuta a scrivere contenuti, di tutti i tipi. Stanno uscendo estensioni di Chrome di ogni genere: per esempio per rispondere automaticamente alle email.

3. Capirne le criticità

Al momento questa intelligenza artificiale, per quanto evoluta, ha dei grossi limiti: non naviga in Rete, scrive stupidaggini, non cita le fonti e così via. Eppure molti studenti già la usano per fare i compiti e molti professionisti si strappano i capelli convinti di essere rimpiazzati a breve.

L’intervista a Yugen Podcast

Ecco qui la registrazione dell’intervista, che dura una ventina di minuti:

 

Il 21 dicembre 2022 sono stato intervistato da Radio Linea sul tema LinkedIn.

Ecco i temi trattati:

  • LinkedIn è un social network professionale molto popolare in Italia, utile per le relazioni professionali, per trovare lavoro e clienti.
  • Non bisogna trattare il proprio profilo LinkedIn come un curriculum statico, ma come un social network per ampliare i contatti e conoscere nuove opportunità.
  • Mostrare le nostre competenze e esperienze lavorative, condividere contenuti interessanti e partecipare alle discussioni della community sono importanti per usare LinkedIn in modo efficace.
  • Sfruttare le funzionalità di ricerca per trovare opportunità lavorative e clienti, e personalizzare il nostro profilo per renderlo più visibile agli altri utenti sono importanti per approcciarsi a LinkedIn in modo corretto.
  • Curare la nostra immagine online su LinkedIn e su altri social network è fondamentale per la nostra carriera. È importante tenere sempre aggiornato il nostro profilo e fare attenzione a ciò che condividiamo online.

Buon ascolto:

Nel dicembre 2022 sono stato intervistato da Daniele Lucchini. Qui riporto l’articolo:

 

Gianluigi Bonanomi è un formatore e consulente specializzato in comunicazione digitale.

Ha fatto per anni il giornalista informatico, ma, come dice lui, “ad un certo punto scrivere di tecnologia sulla carta non era più una grande idea”. Così ha iniziato a fare il divulgatore, il consulente e il formatore.

Ha scritto molti libri ed ebook per diversi editori quali Mondadori, Hoepli, Fag, Informant e ha ideato la collana “Fai da tech” di Ledizioni. Un suo ebook gratuito è stato scaricato da Amazon quasi 100.000 volte!

La realizzazione di contenuti per le aziende l’ha portato a collaborare con diverse agenzie di comunicazione (Business Press, EffettoDomino, Sangalli M&C e altre). Negli ultimi quattro anni ha formato più di 3.000 persone, soprattutto sull’uso strategico di LinkedIn e sul social selling.

Nel 2020 ha lanciato la startup Link&Lead, startup che si occupa di gamification e comunicazione online d’impresa.

Su Linkedin vanta più di 280 referenze.

Qual è la tua migliore qualità personale?

Dicono che so semplificare concetti complessi per renderli comprensibili a tutti: cosa fondamentale nel mio lavoro di divulgatore e formatore.

Cosa ti motiva ad agire quotidianamente?

L’entusiasmo. Se ti appassioni di quello che fai, non ti pesa e ti dà tante soddisfazioni. Personalmente mi esaltano i nuovi progetti digitali.

Quali sono i valori che ti riconoscono i tuoi familiari – amici?

Affidabilità, lealtà, generosità. Sono tutti valori su cui punto anche nella vita professionale. Per esempio il mio sito Web è pieno zeppo di risorse gratuite (anche senza chiedere il contatto!).

Quali sono i valori che ti riconoscono i tuoi clienti – collaboratori?

Gli stessi visti sopra, per fortuna.

Come coltivi i rapporti di qualità e fiducia con i tuoi clienti?

Cerco sempre di prendere incarichi dove so di poter fare la differenza, o personalmente o grazie ai miei collaboratori. Il segreto è, dove possibile, stupire dando qualcosa in più rispetto alle attese.

Cosa fai per soddisfare – stupire – fidelizzare tuoi clienti? Effetto Wow

Per stupire i clienti punto tutto sulla mia comunicazione, che sia a un evento oppure con un video di YouTube dove, per esempio, metto insieme Kant e la SEO oppure Gorbaciov e la comunicazione della cybersecurity.

Nel tuo business sono importanti le referenze dei tuoi clienti?

Le referenze sono indispensabili, del resto il vecchio Cialdini ci ha raccontato l’importanza della “riprova sociale”.

Come fai a generare referenze di qualità dai tuoi clienti?

Dopo un corso o una consulenza, se i clienti esprimono apprezzamento per il mio lavoro cerco di convertirla immediatamente (nelle ore successive) in una recommendation su Linkedin.

Quali consigli vuoi dare a chi vuole mantenere nel tempo la fiducia dei propri clienti?

Prima ho citato Gorbaciov: il concetto di “glasnost” è fondamentale. Bisogna essere “trasparenti”, non nascondere niente, non tentare di fare i furbi; non funziona mai! Puoi fregare una volta, la seconda sei fregato. Se una cosa non si può fare, non prometterla vagamente per portare a casa la commessa. Il rispetto viene prima di tutto (e lo pretendo).

Nella tua esperienza hai incontrato clienti che ti hanno manifestato paure e/o preoccupazioni nel promuoverti / persona / servizio?

In alcuni casi sì, perché purtroppo nel marketing digitale ci sono tanti fenomeni che hanno fatto danni. Alcuni clienti dicono, per esempio, che LinkedIn non funziona perché non sono capaci di usarlo o sono stati consigliati male.

Come reagisci quando qualcuno ti manifesta paure o preoccupazioni?

Dimostro, dati alla mano, perché e come la comunicazione digitale porti benefici concreti. Ci sono statistiche incontrovertibili. Per esempio a un imprenditore che non crede che un mio corso LinkedIn possa essergli utile, rispondo con i dati LinkedIn: ogni sei condivisioni da parte dei dipendenti di un contenuto dell’azienda, si porta a casa un follower. E se fosse un lead?

Pensi ci sia una ricetta specifica per generare referenze di qualità?

Credo che occorra mettere in campo un mix di efficacia, empatia e… faccia tosta. Chi non chiede, non ottiene: la paura del rifiuto spesso ci paralizza. E che sarà mai un no a un referenza?

Pensi che ci sia una ricetta per il successo?

Sì, sta nell’atteggiamento mentale. Quando capisci che i limiti te li costruisci da solo, a volte auto-sabotandoti, poi ti liberi e prendi il volo. Non vorrei che questa però passasse per frase da motivatore sui carboni ardenti!

Altro principio cardine, il posizionamento: fai poche cose bene, non tante e tutte approssimativamente. Bisogna tagliare i rami più o meno secchi e, seguendo il principio di Pareto, occorre concentrarsi su quel 20% di attività che porta l’80% dei risultati. Funziona anche con i clienti: solo una piccola parte dei clienti porta la maggior parte del fatturato.

I tre consigli che daresti a tuo figlio se volesse fare il tuo lavoro?

Primo: studia, sempre. Secondo: dopo aver studiato, metti in pratica, testa, prova… altrimenti è tutto bla bla bla. Terzo: quando hai capito che quel che hai studiato funziona, comunicalo. Fallo sapere. C’è un sacco di gente in gamba che vive nell’ombra: fa molta, molta fatica.

I tre aggettivi con i quali vorresti essere ricordato dai tuoi clienti?

Efficace. Brillante. Persuasivo.

C’è una domanda che non ti ho fatto, che avresti voluto che ti facessi?

Sì, “dove possiamo seguirti?” ?

Bella domanda, direi che sul sito si trova di tutto: www.gianluigibonanomi.com

Vent’anni fa passavo le mie giornate online su it.arti.trash (con il nickname Moska). Appassionato del tema, studiai il testo fondamentale “Andy Warhol era un coatto” del mostro sacro Tommaso Labranca. Ne parlo in questa intervista per il podcast Yugen. Buon ascolto:

PS. Potete leggere il libro di Labranca in PDF qui:

 

Il 12 agosto 2022 sono stato intervistato da Affaritaliani.it, in piena campagna elettorale, per parlare dell’uso che fanno di LinkedIn i politici italiani (“La campagna elettorale corre sui social: LinkedIn trascurato, ma non da Tajani“).

Mi sono concentrato sul caso di Tajani, ecco il mio contributo.

Affaritaliani.it ha chiesto un parere sul tema al comunicatore digitale Gianluigi Bonanomi, che forma aziende, professionisti ed enti sull’uso strategico di LinkedIn: “L’utilizzo di questa piattaforma da parte dei politici italiani è particolarmente controverso. Sono pochi gli esempi virtuosi. Tra questi segnalo Antonio Tajani. Il suo profilo ha tre caratteristiche vincenti:

  • presenta buone immagini (la parte visuale sui social è sempre più importante);
  • è tutto sommato completo;
  • infine, è attivo, con un buon ritmo in termini di post”.

Gianluigi Bonanomi, che è anche autore del libro “Il candidato digitale: L’arte della campagna elettorale nell’epoca dell’algocrazia e del post-Covid” (con il vicedirettore di Affari Lorenzo Zacchetti), dà anche delle indicazioni pratiche: “Stando sul caso pratico di Tajani, il suo profilo per risultare perfetto avrebbe bisogno di queste altre tre cose:

1) Ulteriore completamento del profilo, segnalando competenze e progetti;

2) Uso strategico degli hashtag nei contenuti cosa spesso trascurata dai politici, che invece dovrebbero ‘cavalcare’ i temi del momento (per esempio la #flattax);

3) Puntare di più sui video, tipologia di contenuto che tutte le piattaforme social ora bramano.

Sono molti, viceversa, i politici che hanno aperto il profilo e non lo stanno sfruttando al meglio. Anzi, in alcuni casi i profili si rivelano boomerang comunicativi”.

Il corso sui social per la PA

Ho parlato abbondantemente di questi temi (LinkedIn per la pubblica amministrazione compreso) nel videocorso che ho registrato per Primopiano: “Web e social per la PA“.

Nel giugno 2022 sono stato intervistato, per il podcast Dialectic di Thesis4U, sul tema del personal branding. Ne è nata una discussione di circa mezz’ora, dove si è spaziato da TikTok al metaverso. Ecco l’intervista, buon ascolto:

 

Il 14 dicembre 2021 Enrico Piacentini ed io siamo stati invitata da Best Business Academy a presentare, in diretta Web, il libro “Boomer a chi?“. Ecco il video dell’evento:

Questo il link per comprare il libro su Amazon:

Il 9 dicembre sono stato intervistato da Cusano Italia TV, nella trasmissione “Promotion. Comunicare è un’arte”, sul tema della notiziabilità. Una chiacchierata di una ventina di minuti che ha affrontato diversi temi:

  • che cosa si intende per notiziabilità?
  • quando un fatto diventa notizia?
  • quali sono i criteri per stabilire se dare una notizia o meno (es: novità, pubblico interesse, protagonisti VIP, personalizzazione, ecc.)?
  • perché le notizie drammatiche generano più interesse?
  • come cambia la notizia nell’era dei social?
  • qual è il ruolo degli influencer e dei blogger?
  • il problema delle fake news

Guarda qui l’intera registrazione dell’intervista:

Qui puoi ritrovare un mio videocorso gratuito sul tema della notiziabilità:

Nel dicembre del 2021 Francesca Tozzi di Silhouette donna mi ha intervistato, insieme all’esperto di cybersecurity Gianluca Boccacci, sul tema della Web reputation.

I punti chiave dell’intervista

Questi i cinque punti principali trattati nel pezzo:

  1. Social recruiting: perché conta la reputazione? Chi offre il lavoro non vuole certo affrontare 400 colloqui quindi incarica un recruiter di effettuare una prima scrematura il che significa che l’obiettivo di quest’ultimo non sarà trovare il candidato ideale basandosi sul suo curriculum vitae quanto piuttosto andare sui suoi profili social a caccia di un qualsiasi appiglio per poterlo scartare più in fretta e ridurre così la rosa dei papabili. Basta poco: una foto in cui sorridiamo all’obiettivo felici e mezzi ubriachi, un video che ci riprende con gli amici in atteggiamenti chiassosi e disinibiti, un post un po’ sopra le righe su un tema di attualità o un commento dove insultiamo un altro utente».
  2. Web reputation e ricerca del lavoro. Non solo LinkedIn: «[…] da qualche anno i recruiter cominciano a guardare anche gli altri social. Il 15% di loro va su Instagram: non sembra un gran numero in percentuale ma corrisponde a centinaia di migliaia di recruiter impegnati a esaminare il profilo Instagram di un candidato, ancor più che il suo profilo Twitter. Facebook ha perso il suo appeal negli anni ma viene comunque visitato nel 14% dei casi».
  3. Bisognerebbe investire sulla propria… immagine: «Passata la moda dei selfie, c’è sempre più gente che va da un professionista e si fa scattare una foto fatta bene per usarla su Tinder, la famosa app per il dating, e attrarre l’attenzione di potenziali partner. Vale la pena a questo punto di fare un piccolo investimento facendosi fare altre foto anche per gli altri social in un’ottica di diversificazione. Su LinkedIn magari metteremo la foto più seriosa, in camicia o vestito, privilegiando il bianco e nero. Su Facebook possiamo essere più informali ma evitiamo i costumi da bagno e, possibilmente, gli orizzonti storti. Ottime le foto originali e ritoccate in modo creativo su Instagram e quelle più ammiccanti su Tinder, ma sempre senza esagerare».
  4. Come presentarsi in modo efficace? «Quando ci si descrive e racconta sui social si è sempre troppo generici e avari di informazioni per cui la comunicazione risulterà inefficace. Se scriviamo per esempio che siamo dei “sales manager” ma non specifichiamo cosa vendiamo e per quale realtà lavoriamo difficilmente attireremo l’attenzione di potenziali datori di lavoro, collaboratori o clienti. Questo vale anche per gli interessi e le attività extra lavorative. Per migliorare il nostro posizionamento è importante saper tradurre in hashtag le nostre particolari competenze o passioni perché siano ben recepite dal web e da chi ci conosce tramite questo mezzo. Potete ricercare le parole chiave più utilizzate in rete su un certo argomento usando un hashtag generator. Memorizzare sul dispositivo un proprio set di hashtag da usare al momento giusto può renderci visibili e interessanti per chi ha i nostri stessi interessi e può essere un ottimo modo per  avviare nuove amicizie».
  5. Come controllare la propria reputazione digitale? Basta inserire il proprio nome nella finestra di un qualsiasi motore di ricerca e vedere quali risultati saltano fuori. Tecnicamente questa operazione è chiamata “ego surfing”. Per un monitoraggio in tempo reale c’è uno strumento gratuito e semplice che si chiama “google alert”. Se per esempio impostiamo come “alert” il nostro nome e cognome, google ci avvisa subito se qualcuno sta parlando di noi online influendo in positivo o in negativo sulla nostra reputazione. Lo strumento è già attivo, basta avere un account gmail, selezionare “google alert” e impostare le chiavi di ricerca: possono essere nome e cognome, ma anche il nome dell’azienda per cui lavoriamo, quello della nostra attività o il nostro brand. Infine si può navigare sul sito italiano www.my-reputation.it Una volta registrati, il sito esegue una scansione della nostra presenza in rete e ci fa vedere come siamo presenti sui vari canali e social, attribuendoci un punteggio in chiave di reputazione online con un valore compreso tra -100 e 100.

L’intervista integrale