Quando una scuola mi chiede informazioni sui Corsi AI per le scuole, la domanda di partenza sembra quasi sempre tecnica: “Ci spieghi ChatGPT?”, “Ci fai vedere qualche prompt?”, “Quali strumenti possiamo usare in classe?”.

In realtà la questione è più profonda. Non si tratta di aggiungere l’ennesima app alla didattica, né di fare una lezione spettacolare sull’intelligenza artificiale per poi tornare esattamente come prima. Un buon corso sull’AI per docenti, dirigenti e studenti deve aiutare la scuola a decidere quando usare questi strumenti, quando evitarli, come verificarli e come trasformarli in attività sensate.

È anche il motivo per cui, con Giuseppe Lavenia, ho scritto per Mursia il libro Intelligenza artificiale e tecnologia in classe. Guida per insegnanti per un uso consapevole. Il libro nasce da una convinzione semplice: l’AI può arricchire la didattica, ma solo se viene inserita dentro un progetto educativo. Senza metodo diventa scorciatoia. Con metodo diventa laboratorio.

Copertina del libro Intelligenza artificiale e tecnologia in classe di Gianluigi Bonanomi e Giuseppe Lavenia

Che cosa devono includere i Corsi AI per le scuole?

I Corsi AI per le scuole dovrebbero includere alfabetizzazione all’intelligenza artificiale, uso pratico di strumenti come ChatGPT, Copilot, Gemini e Gemini Notebook (ex NotebookLM), sicurezza digitale, privacy, valutazione delle fonti, progettazione di attività per fasce d’età, prompt engineering, gestione dei compiti, inclusione, rischi etici e riduzione della burocrazia per i docenti. Il punto non è insegnare “il trucco del prompt”, ma costruire competenze: capire come funzionano questi strumenti, dove sbagliano, come usarli in modo didattico e come mantenere centrale il ruolo dell’insegnante.

Perché l’AI a scuola non è più un tema futuribile

Fino a pochi anni fa, parlare di intelligenza artificiale a scuola significava citare robot, laboratori STEM o software specialistici. Oggi basta entrare in una classe: molti studenti hanno già provato ChatGPT, alcuni lo usano per studiare, altri per fare prima i compiti, altri ancora per farsi spiegare argomenti che non hanno capito.

Il problema non è se l’AI entrerà nella scuola. È già entrata, spesso dalla porta laterale.

La domanda vera è: la scuola vuole governare questo cambiamento o subirlo? Per questo i corsi servono. Non per inseguire la moda, ma per dare agli insegnanti un linguaggio comune, criteri di scelta e attività utilizzabili lunedì mattina.

Il contesto istituzionale va nella stessa direzione. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha rafforzato il divieto di smartphone anche nel secondo ciclo, mentre la scuola discute sperimentazioni e percorsi sull’intelligenza artificiale. Sembra una contraddizione, ma non lo è del tutto: uno smartphone personale in tasca durante la lezione non è la stessa cosa di un’attività guidata con strumenti digitali, obiettivi didattici e supervisione del docente.

Anche l’UNESCO Global Education Monitoring Report 2023 invita a non confondere tecnologia e apprendimento: alcune tecnologie aiutano, altre distraggono, quasi tutte dipendono dal contesto e dalla qualità della progettazione didattica.

Dal libro al corso: non solo strumenti, ma metodo

Nel libro Intelligenza artificiale e tecnologia in classe abbiamo organizzato il tema in modo molto pratico: tecnologia nella didattica, sicurezza digitale, smartphone, AI generativa, progetti per diverse fasce d’età, casi di successo, burocrazia scolastica e ruolo umano.

Un corso efficace dovrebbe fare lo stesso. Non basta aprire ChatGPT e chiedergli: “Preparami una verifica di storia”. Quello è un assaggio. Utile, certo. Ma il corso deve insegnare a fare domande migliori:

  • quali dati posso inserire e quali no?
  • come verifico una risposta generata dall’AI?
  • come trasformo uno strumento in un’attività di apprendimento?
  • come valuto un compito se lo studente può usare un chatbot?
  • come evito che l’AI premi chi è già bravo e lasci indietro chi ha più bisogno?
  • come faccio usare l’AI senza ridurre il pensiero critico?

Gianluigi Bonanomi con il libro Intelligenza artificiale e tecnologia in classe

Un modulo indispensabile: alfabetizzazione AI per docenti

Il primo modulo di un corso dovrebbe rispondere a una domanda apparentemente banale: che cos’è l’intelligenza artificiale generativa?

Se la risposta è troppo tecnica, si perde metà sala. Se è troppo magica, si crea il problema opposto. Io di solito la spiego così: un modello generativo produce testo, immagini, codice, audio o video sulla base di pattern appresi da enormi quantità di dati. Non “capisce” come una persona, ma può simulare conversazioni, stili, spiegazioni e procedure con un’efficacia sorprendente.

Da qui discendono i tre messaggi che ogni docente dovrebbe portarsi a casa:

  1. l’AI può essere utilissima per spiegare, riformulare, sintetizzare e proporre attività;
  2. l’AI può sbagliare, inventare fonti o dare risposte plausibili ma false;
  3. l’AI funziona meglio quando l’insegnante sa darle ruolo, obiettivo, contesto, vincoli e formato.

Questo è anche il cuore dell’AI literacy richiesta dal quadro europeo. Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, Regolamento UE 2024/1689, dedica l’articolo 4 all’alfabetizzazione in materia di IA. Per la scuola significa una cosa molto concreta: non basta autorizzare o vietare strumenti. Bisogna formare chi li usa. Lo stesso principio vale anche nelle organizzazioni, come ho spiegato nella guida sulla formazione AI obbligatoria e AI Act.

Prompt engineering per insegnanti: una competenza, non un mestiere

Nel libro lo diciamo chiaramente: per un certo periodo si è parlato di prompt engineering come del lavoro del futuro. Più realisticamente sarà una competenza trasversale. Come saper cercare online, scrivere una mail efficace o costruire una presentazione leggibile. Chi vuole approfondire il tema può partire anche dal mio corso di prompt engineering, che applico poi ai diversi contesti: aziende, professionisti, docenti e studenti.

In un corso per scuole, il prompt engineering va insegnato con esempi didattici, non con formule da guru. Un buon prompt per un docente può seguire questa struttura:

Agisci come un insegnante di [materia] della classe [livello].
Devi aiutarmi a progettare un'attività su [argomento].
Obiettivo didattico: [competenza da sviluppare].
Vincoli: durata [minuti], materiali disponibili [strumenti], livello della classe [descrizione].
Produci:
1. spiegazione iniziale;
2. attività guidata;
3. esercizio individuale;
4. griglia di valutazione;
5. possibili errori degli studenti.

La differenza rispetto a “fammi una lezione sui vulcani” è enorme. Nel primo caso l’AI diventa un assistente alla progettazione. Nel secondo caso diventa una macchinetta per produrre contenuto generico, cioè esattamente ciò di cui la scuola non ha bisogno.

Esempi concreti per primaria, medie e superiori

Un corso ben progettato deve adattare gli esempi all’età degli studenti. L’AI non si porta in una quinta primaria come in un triennio di scuola superiore.

Scuola primaria. Qui l’obiettivo non è mettere un chatbot nelle mani dei bambini senza mediazione. Si può usare l’AI come strumento del docente: generare storie a bivi, creare immagini da descrizioni, preparare domande di comprensione, semplificare un testo, inventare personaggi per spiegare le emozioni o costruire esercizi graduati. Per esempio: l’insegnante chiede all’AI tre versioni dello stesso racconto, con difficoltà crescente, e poi lavora in classe sulle differenze.

Scuola secondaria di primo grado. Qui il tema diventa anche cittadinanza digitale. Si possono fare attività su fake news, privacy, fonti, immagini generate, password, reputazione online. Un esercizio utile: dare agli studenti una risposta prodotta dall’AI e chiedere di evidenziare quali informazioni vanno verificate, quali fonti mancano e quali parti sembrano opinioni travestite da fatti.

Scuola secondaria di secondo grado. Qui si può alzare il livello: confronto tra fonti, scrittura argomentativa, analisi di documenti, coding, simulazioni, dibattiti, orientamento professionale. Un’attività potente consiste nel chiedere agli studenti di usare l’AI per produrre una prima bozza, poi obbligarli a documentare le modifiche: che cosa hanno accettato, che cosa hanno corretto, che cosa hanno scartato e perché.

Studenti in attività didattica collaborativa con tecnologia in classe

ChatGPT, Copilot, Gemini e Gemini Notebook: quali strumenti mostrare?

Nei corsi mi chiedono spesso: “Qual è lo strumento migliore?”. Risposta breve: dipende dal compito.

ChatGPT è ottimo per conversazione, scrittura, brainstorming, esempi, spiegazioni e riformulazioni. Copilot può essere interessante in contesti Microsoft 365, soprattutto quando una scuola o un ente usa già l’ecosistema Microsoft. Gemini dialoga bene con l’ambiente Google. Gemini Notebook è molto utile quando bisogna lavorare su fonti specifiche, per esempio dispense, PDF, documenti di dipartimento o materiali di studio.

Per questo nel corso non conviene fare la sfilata degli strumenti. Meglio partire dai bisogni:

  • devo spiegare meglio un argomento?
  • devo creare esercizi differenziati?
  • devo analizzare documenti?
  • devo preparare una verifica?
  • devo aiutare uno studente con difficoltà linguistiche?
  • devo ridurre lavoro ripetitivo di programmazione e verbali?

Solo dopo ha senso scegliere lo strumento. È lo stesso principio che uso nei miei corsi sull’intelligenza artificiale: prima il processo, poi la piattaforma.

ChatGPT e intelligenza artificiale generativa per la didattica

AI e valutazione: il tema che non si può evitare

Molti docenti arrivano al corso con una preoccupazione legittima: “Come faccio a capire se il compito lo ha fatto lo studente o l’AI?”.

La risposta scomoda è che non sempre si può capire con certezza. I detector di testo generato sono fragili, producono falsi positivi e non possono diventare l’unico strumento di valutazione. Serve ripensare alcune consegne.

Esempi pratici:

  • chiedere allo studente di consegnare anche il processo, non solo il prodotto finale;
  • far allegare prompt usati, fonti consultate e revisioni effettuate;
  • prevedere una breve discussione orale sul lavoro;
  • valutare capacità di verifica, argomentazione e correzione;
  • progettare compiti più situati, legati alla classe, al territorio, a materiali discussi insieme.

Se il compito è “scrivi un tema generico sulla Rivoluzione francese”, l’AI vince facile. Se il compito è “confronta tre fonti viste in classe, spiega quali passaggi hai cambiato dopo il confronto con l’AI e difendi oralmente due scelte”, lo studente deve pensare. E questo, mi pare, resta un dettaglio abbastanza importante.

Privacy, dati e sicurezza digitale

Un corso AI per scuole deve parlare anche di ciò che non si deve fare. Per esempio: copiare dati personali degli studenti dentro strumenti non autorizzati, caricare verifiche con nomi e cognomi, inserire diagnosi, PEI, PDP o informazioni sensibili in piattaforme non valutate dalla scuola.

La tecnologia a scuola vive dentro un perimetro delicato: minori, famiglie, dati personali, inclusione, responsabilità educativa. Per questo un modulo su privacy e sicurezza non è un’aggiunta burocratica. È una condizione di serietà.

Le linee guida della Commissione europea sull’uso etico di AI e dati nell’insegnamento insistono proprio su questo: gli educatori devono poter usare l’AI in modo positivo, critico ed etico, conoscendone potenziale e rischi.

AI per ridurre la burocrazia degli insegnanti

Uno dei capitoli più concreti del libro riguarda l’AI per le incombenze burocratiche. Altro che sostituire il docente: in molti casi l’AI può restituirgli tempo.

Durante un corso si possono mostrare esempi molto pratici:

  • trasformare appunti disordinati in un verbale leggibile;
  • preparare una bozza di comunicazione alle famiglie;
  • semplificare un testo amministrativo senza cambiarne il significato;
  • creare una griglia di valutazione coerente con gli obiettivi;
  • generare varianti di esercizi per livelli diversi;
  • riassumere materiali lunghi per preparare una riunione.

Il vantaggio non è “fare meno l’insegnante”. È liberare energie per fare meglio l’insegnante: relazione, spiegazione, ascolto, progettazione, presenza.

Esempio di supporto AI per risparmiare tempo agli insegnanti

Come dovrebbe essere strutturato un corso AI per una scuola

Una proposta sensata può essere modulare. Non tutte le scuole hanno gli stessi bisogni, ma una struttura efficace potrebbe essere questa:

  1. Introduzione all’AI generativa: cosa fa, cosa non fa, perché sbaglia, come leggere le risposte.
  2. Prompt engineering didattico: ruolo, obiettivo, contesto, vincoli, esempi, formato.
  3. Attività per fasce d’età: primaria, secondaria di primo grado, secondaria di secondo grado.
  4. Verifica e valutazione: compiti, rubriche, processi, uso dichiarato dell’AI.
  5. Privacy e sicurezza: dati personali, minori, fonti, account, policy interne.
  6. Laboratorio operativo: i docenti progettano una lezione o un’attività reale.
  7. Follow-up: revisione dei materiali prodotti e domande dopo la sperimentazione in classe.

Il formato può essere una conferenza introduttiva di due ore, un workshop di mezza giornata, un percorso da 6-8 ore o una formazione più ampia per dipartimenti e consigli di classe. La differenza la fa il laboratorio: senza esercitazioni, l’AI resta una bella dimostrazione. Con le esercitazioni, diventa competenza.

Il ruolo dell’insegnante resta centrale

L’AI può produrre una spiegazione. Non conosce però quella classe, quel ragazzo che si blocca davanti al foglio, quella studentessa che capisce tutto ma non osa parlare, quel gruppo che si accende solo quando il compito diventa concreto.

Questo è il punto che ripeto spesso nei corsi: l’AI può aumentare la capacità di progettazione dell’insegnante, ma non sostituisce la relazione educativa. Può suggerire esempi, ma non sa leggere gli occhi della classe. Può creare una verifica, ma non decide quale fatica è utile e quale è inutile. Può semplificare un testo, ma non conosce la storia di chi lo leggerà.

La scuola non ha bisogno di docenti spaventati dall’AI, né di docenti sedotti dall’automazione totale. Ha bisogno di professionisti capaci di usare questi strumenti con curiosità, prudenza e senso pedagogico.

Da dove iniziare

Se una scuola vuole partire, suggerisco tre mosse semplici.

Primo: formare prima i docenti, non gli strumenti. Prima si costruisce un vocabolario condiviso, poi si scelgono piattaforme, account e regole.

Secondo: partire da casi d’uso reali. Una lezione da migliorare, una verifica da ripensare, un’attività di recupero, una comunicazione alle famiglie, un laboratorio sulle fonti.

Terzo: scrivere una piccola policy interna. Non un tomo da 80 pagine, ma poche regole chiare: quali strumenti si possono usare, con quali dati, per quali attività, con quali responsabilità e con quale trasparenza verso studenti e famiglie.

In sintesi: i Corsi AI per le scuole funzionano quando non vendono meraviglia tecnologica, ma costruiscono metodo. L’intelligenza artificiale può diventare un alleato prezioso per docenti e studenti, a patto che la scuola non abdichi al suo compito più importante: insegnare a pensare.

FAQ

Che cosa sono i Corsi AI per le scuole?

Sono percorsi di formazione per docenti, dirigenti e studenti sull’uso consapevole dell’intelligenza artificiale nella didattica. Includono strumenti, esempi, prompt, privacy, valutazione, sicurezza digitale e progettazione di attività.

Quanto deve durare un corso AI per docenti?

Dipende dagli obiettivi. Una conferenza introduttiva può durare 2 ore, un workshop operativo 4 ore, mentre un percorso completo può richiedere 6-12 ore con laboratorio e follow-up.

Quali strumenti AI conviene insegnare a scuola?

Conviene partire dai bisogni didattici. ChatGPT, Copilot, Gemini e Gemini Notebook sono utili in contesti diversi, ma il corso dovrebbe insegnare metodo, verifica delle fonti e uso responsabile prima della singola piattaforma.

Gli studenti possono usare ChatGPT per i compiti?

Dipende dalle regole della scuola e dal tipo di compito. È utile distinguere uso vietato, uso assistito e uso dichiarato. In molti casi conviene valutare anche processo, fonti, revisioni e discussione orale.

Un corso AI per scuole deve parlare anche di privacy?

Sì. A scuola si lavora con minori e dati sensibili. Un corso serio deve spiegare quali dati non inserire negli strumenti AI, come gestire account e autorizzazioni e come impostare una policy interna.

L’AI sostituirà gli insegnanti?

No. L’AI può aiutare a progettare lezioni, creare materiali, semplificare testi e ridurre attività ripetitive, ma non sostituisce relazione educativa, responsabilità, ascolto e giudizio professionale del docente.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

C’è un momento preciso in cui l’intelligenza artificiale smette di essere “quella cosa interessante vista su LinkedIn” e diventa lavoro vero. Succede quando un dipendente comunale carica un regolamento e chiede: “Fammi una sintesi per il cittadino”. Succede quando un tecnico deve confrontare due versioni di un bando. Succede quando un ufficio tributi deve spiegare una scadenza IMU in modo chiaro, senza trasformare una mail in un trattato di diritto amministrativo.

Lo noto ogni giorno in aula: ChatGPT nella PA non è più una curiosità. È uno strumento operativo. Però va capito, governato e usato con metodo. La domanda, quindi, non è: “l’intelligenza artificiale sostituirà tutti?”. La domanda più utile è: quali attività possiamo migliorare già oggi senza mettere a rischio privacy, qualità, responsabilità e pensiero critico?

In questo articolo vediamo che cosa significa usare ChatGPT, Gemini, Copilot, Claude e Gemini Notebook (ex NotebookLM) nella PA. Vedremo opportunità, rischi, errori da evitare, esempi concreti e una checklist pratica.

Che cosa è successo ultimamente?

Non c’è una singola notizia bomba. E forse è proprio questa la notizia. L’intelligenza artificiale generativa è entrata nella fase ordinaria. Dopo l’effetto sorpresa di ChatGPT, oggi siamo nella fase più delicata: quella dell’adozione quotidiana. Le persone non chiedono più solo “che cos’è?”. Chiedono:

  • come posso usarla in ufficio?
  • posso caricare un PDF?
  • posso farle leggere una delibera?
  • posso usarla per creare una formula Excel?
  • posso farle analizzare un verbale?
  • posso generare una presentazione?
  • posso usarla per rispondere ai cittadini?
  • posso fidarmi?

Il PDF del corso parte proprio da qui: una panoramica sull’AI generativa, sui rischi e sui casi pratici. Non solo ChatGPT, ma anche Gemini, strumenti per immagini, analisi di documenti, tabelle, dashboard, slide, infografiche e computer vision.

Il punto è semplice: l’AI generativa non serve solo a scrivere testi. Serve a lavorare meglio con informazioni, documenti, dati, immagini e decisioni.

Ma attenzione: meglio non significa in automatico. Significa con più metodo.

Perché questa notizia conta davvero

Regolamenti. Delibere. Verbali. Determine. Contratti. Capitolati. PEC. Excel. Relazioni tecniche. FAQ. Comunicazioni ai cittadini. Manuali interni.

Tutto materiale perfetto per essere analizzato, riassunto, confrontato, trasformato e reso più comprensibile da un sistema di AI generativa.

Secondo il World Economic Forum, Future of Jobs Report 2025, entro il 2030 potrebbero nascere 170 milioni di nuovi posti di lavoro e scomparirne 92 milioni, con un saldo netto positivo di 78 milioni. Il dato importante non è solo il numero. È la direzione: il lavoro cambia, le competenze cambiano, le mansioni cambiano.

Anche la Commissione Europea, con l’AI Act, ha introdotto un principio fondamentale: chi usa sistemi di intelligenza artificiale deve sviluppare alfabetizzazione sull’AI. Non basta comprare uno strumento. Bisogna sapere che cosa può fare, che cosa non può fare e quali rischi porta con sé.

Questa è la vera trasformazione digitale.

Non installare un software. Cambiare il modo in cui le persone pensano, scrivono, verificano, collaborano e decidono.

Cosa cambia per aziende, professionisti e PA

L’AI generativa cambia soprattutto tre cose.

Primo: il rapporto con i documenti.

Prima un documento lungo era un ostacolo. Oggi può diventare una conversazione. Carico un regolamento e chiedo: “Quali sono i punti che riguardano gli esercenti?”. Oppure: “Spiegalo a un cittadino che non conosce il linguaggio tecnico”.

Secondo: il rapporto con il tempo.

Molte attività ripetitive vengono accelerate. Non eliminate, attenzione. Accelerate. Una bozza di email, una sintesi, una tabella, una scaletta, una prima analisi possono arrivare in pochi secondi.

Terzo: il rapporto con la responsabilità.

Qui bisogna essere molto chiari: se ChatGPT sbaglia, la responsabilità non è di ChatGPT. È di chi usa il risultato senza controllarlo.

L’AI può aiutare a scrivere una risposta. Ma non deve diventare l’autore invisibile di una decisione amministrativa.

Può aiutare a confrontare due testi. Ma non deve sostituire il parere di un responsabile.

Può creare una sintesi. Ma la sintesi va verificata.

In pratica, l’AI diventa un collaboratore veloce. Non un dirigente, non un funzionario, non un consulente legale, non un segretario comunale digitale.

Opportunità

Le opportunità sono molte. E non riguardano solo i tecnici.

Area Uso pratico dell’AI Beneficio
Ufficio tecnico Riassumere linee guida, regolamenti, autorizzazioni Meno tempo sulla lettura preliminare
Tributi Scrivere comunicazioni chiare su IMU, TARI e scadenze Meno incomprensioni con i cittadini
Segreteria Trasformare trascrizioni in verbali sintetici Risparmio di tempo
Appalti Estrarre date, importi e requisiti da bandi lunghi Controllo più rapido
URP Creare FAQ semplici da documenti complessi Servizi più comprensibili
Formazione interna Creare manuali e mini-guide operative Onboarding più veloce
Comunicazione Preparare post, newsletter, slide e infografiche Messaggi più chiari
Dati Analizzare Excel, trovare anomalie, creare grafici Decisioni più informate

Questi non sono scenari futuristici.

Sono attività già possibili con strumenti come ChatGPT, Gemini, Copilot, Claude e Gemini Notebook.

Per esempio, Google descrive Gemini Notebook come uno strumento basato sulle fonti caricate dall’utente. Questo lo rende interessante per studiare documenti aziendali, report, manuali, dispense e regolamenti. Non perché sia infallibile, ma perché obbliga a lavorare su un perimetro di fonti più chiaro.

Microsoft, con Copilot per Microsoft 365, punta invece sull’integrazione con email, documenti, riunioni e file di lavoro. In molte organizzazioni questa sarà la porta d’ingresso più naturale, perché l’AI entra negli strumenti che le persone usano già.

Rischi

I rischi non sono un dettaglio. Sono parte del progetto.

Nel corso compaiono parole importanti: copyright, allucinazioni, black box, bias, fake news, truffe, privacy, pensiero critico, deepfake, dipendenza.

Traduciamole in pratica.

Allucinazioni significa che l’AI può produrre risposte plausibili ma false. Non mente nel senso umano del termine. Genera testo statisticamente convincente. E proprio per questo può ingannare.

Black box significa che non sempre sappiamo ricostruire in modo trasparente come un sistema sia arrivato a una risposta.

Bias significa che l’AI può riprodurre distorsioni presenti nei dati, nelle istruzioni o nel contesto.

Privacy significa che non possiamo caricare qualunque documento in qualunque strumento solo perché funziona bene.

Dipendenza significa che, se deleghiamo troppo, perdiamo capacità di scrivere, analizzare e decidere.

Il NIST AI Risk Management Framework insiste proprio su questo punto: i sistemi di AI devono essere governati valutando affidabilità, sicurezza, trasparenza, privacy e impatti sulle persone.

Anche l’OECD AI Principles richiama principi come robustezza, responsabilità, trasparenza e centralità umana.

Il problema non è usare l’AI.

Il problema è usarla senza regole.

Errori da evitare

Il primo errore è caricare dati sensibili senza sapere dove finiscono.

Prima di usare ChatGPT, Gemini, Claude o Copilot con documenti reali, bisogna leggere le condizioni del servizio e le impostazioni privacy. OpenAI, per esempio, distingue tra uso consumer e soluzioni business o enterprise, con regole diverse sulla gestione dei dati. Lo stesso vale per Anthropic Claude, Google Gemini e Microsoft Copilot.

Il secondo errore è chiedere troppo poco.

Un prompt come “riassumi questo documento” può essere utile, ma spesso produce un risultato generico. Molto meglio chiedere:

Riassumi questo regolamento per un cittadino non esperto. Evidenzia obblighi, scadenze, eccezioni e punti che potrebbero generare dubbi allo sportello URP. Usa un linguaggio semplice e segnala le parti da verificare con un responsabile.

Il terzo errore è usare l’AI come motore di ricerca.

ChatGPT non è Google. Gemini non è una banca dati giuridica. Claude non è un consulente amministrativo. Possono aiutare, ma le fonti contano.

Il quarto errore è non formare le persone.

Dare uno strumento senza formazione significa creare uso casuale. Qualcuno lo userà bene. Qualcuno lo userà male. Qualcuno non lo userà per paura. Qualcuno lo userà troppo.

Il quinto errore è pensare che l’AI serva solo ai giovani o agli smanettoni.

In realtà spesso l’AI è più utile a chi conosce bene il lavoro. Un funzionario esperto sa riconoscere un errore, correggere una bozza, fare domande migliori. L’esperienza diventa un vantaggio.

Come sfruttare questa novità nella pratica

Partiamo da una regola semplice: non bisogna introdurre l’AI ovunque. Bisogna partire da processi chiari.

Checklist per iniziare

  • Individua 3 attività ripetitive ad alto consumo di tempo.
  • Verifica se contengono dati personali, sensibili o riservati.
  • Scegli lo strumento adatto: ChatGPT, Gemini, Copilot, Claude o Gemini Notebook.
  • Definisci cosa si può caricare e cosa no.
  • Scrivi 5 prompt standard per l’ufficio.
  • Prevedi sempre revisione umana.
  • Salva esempi di buone risposte e cattive risposte.
  • Forma le persone su privacy, limiti e verifica delle fonti.
  • Misura il tempo risparmiato.
  • Aggiorna le linee guida ogni 3 mesi.

Esempio 1: ufficio tecnico

Correggi i refusi e migliora la formattazione di questa bozza di autorizzazione paesaggistica. Non modificare il contenuto tecnico. Segnala in un elenco separato i passaggi che risultano poco chiari o ambigui.

Qui l’AI non decide. Aiuta a pulire, rendere leggibile, evidenziare punti deboli.

Esempio 2: ufficio tributi

Scrivi una mail cordiale ma ferma per ricordare a un cittadino la scadenza della rata IMU. Usa un tono chiaro, evita linguaggio burocratico e inserisci un paragrafo finale con le modalità di contatto dell’ufficio.

Il beneficio è evidente: comunicazioni più comprensibili, meno telefonate, meno conflitti.

Esempio 3: contratti e appalti

Estrai da questo disciplinare di gara la data di scadenza, l’importo a base d’asta, i requisiti richiesti e le principali cause di esclusione. Riporta sempre il riferimento alla pagina o al paragrafo.

Qui la richiesta importante è l’ultima: chiedere riferimenti. Senza riferimenti, la risposta è più difficile da controllare.

Esempio 4: consiglio comunale

Trasforma questa trascrizione grezza in un verbale sintetico. Mantieni solo interventi principali, decisioni, votazioni e impegni presi. Non aggiungere informazioni non presenti nel testo.

Questa è una buona formula: non aggiungere informazioni non presenti. Non elimina il rischio di errore, ma lo riduce.

Esempio 5: Excel

Nella colonna A ho i nomi, nella B il reddito e nella C il numero di figli. In D devo indicare se una persona può ricevere un bonus. Il bonus spetta se il reddito è inferiore a 20.000 euro e i figli sono più di 2. Scrivi la formula Excel in italiano e spiegala.

Questo è uno dei casi più utili per chi non programma: trasformare una necessità operativa in una formula.

Prompt engineering: meno magia, più metodo

Il prompt engineering non è l’arte di trovare la frase magica.

È il modo con cui trasformiamo un bisogno confuso in una richiesta chiara.

Un buon prompt contiene almeno cinque elementi:

  1. Contesto: lavoro in un Comune, ufficio tributi.
  2. Obiettivo: devo scrivere una comunicazione.
  3. Pubblico: cittadini non esperti.
  4. Vincoli: tono chiaro, massimo 1.500 caratteri.
  5. Controllo: segnala i punti da verificare.

Esempio:

Agisci come supporto alla comunicazione di un ufficio comunale. Devo spiegare a cittadini non esperti le nuove scadenze TARI. Usa un tono semplice, evita burocratese, crea una versione breve per email e una versione ancora più breve per SMS. Non inventare date: se mancano, chiedimele.

Notate l’ultima frase: non inventare date. È fondamentale.

AI Act: perché la formazione diventa obbligatoria

L’AI Act europeo non riguarda solo i grandi produttori di modelli.

Riguarda anche chi usa sistemi di AI in contesti organizzativi. Uno dei temi più importanti è l’alfabetizzazione sull’AI: le persone devono capire almeno le basi del funzionamento, dei limiti e dei rischi.

Per una PA o un’azienda significa tre cose:

  • formare il personale;
  • creare linee guida interne;
  • documentare gli usi più delicati.

Non serve partire con un manuale di 200 pagine. Serve una policy chiara:

Domanda Regola pratica
Posso caricare dati personali? Solo se lo strumento e la policy lo consentono
Posso usare l’AI per una decisione? Solo come supporto, con revisione umana
Posso copiare la risposta finale? No, va controllata e adattata
Devo citare le fonti? Sì, soprattutto su norme, dati e procedure
Posso usare account personali? Meglio evitare per documenti di lavoro

Casi d’uso per aziende e professionisti

Il discorso non vale solo per la pubblica amministrazione.

Un commercialista può usare l’AI per spiegare una novità fiscale ai clienti in modo più chiaro.

Un consulente può trasformare una call trascritta in un piano d’azione.

Un responsabile HR può preparare una bozza di percorso formativo.

Un venditore può sintetizzare informazioni su un cliente prima di una riunione.

Un marketing manager può analizzare commenti, recensioni e domande frequenti.

Un imprenditore può chiedere una prima lettura di un contratto, sapendo però che la revisione legale resta umana.

La differenza la fa il processo.

Chi usa l’AI per fare prima e basta rischia. Chi la usa per pensare meglio, scrivere meglio e controllare meglio ottiene valore.

Tabella: quale strumento usare?

Strumento Quando usarlo Attenzione a
ChatGPT Scrittura, analisi, brainstorming, documenti, codice, tabelle Privacy, fonti, controllo dei risultati
Gemini Integrazione con Google, documenti, tabelle, immagini, modalità di ragionamento Verifica delle risposte
Copilot Ambiente Microsoft 365, email, Word, Excel, Teams Permessi sui file e governance interna
Claude Analisi di testi lunghi, sintesi, scrittura strutturata Dati caricati e verifica
Gemini Notebook Studio di fonti caricate, dossier, materiali di corso Qualità delle fonti iniziali

Non esiste lo strumento migliore in assoluto. Esiste lo strumento più adatto al contesto, ai dati e al livello di rischio.

La mia opinione

La fase che stiamo vivendo è interessante perché mette a nudo un equivoco.

Molti pensano che il problema sia imparare ChatGPT.

Secondo me il vero problema è un altro: imparare a lavorare meglio con le informazioni.

ChatGPT è solo la porta d’ingresso. Oggi si chiama ChatGPT, Gemini, Claude, Copilot, Gemini Notebook. Domani avrà altri nomi, altre interfacce, altre funzioni.

Ma la competenza di fondo resta: saper fare domande, riconoscere una risposta fragile, verificare una fonte, semplificare senza banalizzare, decidere quando delegare e quando fermarsi.

Per questo non mi convince chi presenta l’AI come bacchetta magica. Ma non mi convince nemmeno chi la liquida come moda passeggera.

La verità è più concreta: l’AI generativa è un acceleratore. Accelera il lavoro buono, ma accelera anche il lavoro fatto male.

Se un’organizzazione ha processi confusi, l’AI produrrà confusione più velocemente.

Se un ufficio non sa chi controlla cosa, l’AI aumenterà l’ambiguità.

Se una persona non verifica le fonti, l’AI può renderla più sicura del proprio errore.

Ma se ci sono competenze, metodo e responsabilità, l’AI diventa utilissima.

Non perché sostituisce il pensiero. Perché lo costringe a diventare più esplicito.

E quindi?

Da dove iniziare, quindi?

Non da un grande progetto faraonico.

Iniziare da un laboratorio pratico.

Scegliere un ufficio, un processo, un tipo di documento. Provare. Misurare. Correggere. Scrivere linee guida. Formare le persone. Poi estendere.

La pubblica amministrazione e le aziende non hanno bisogno di fare AI per moda.

Hanno bisogno di usare l’intelligenza artificiale per ridurre complessità, migliorare comunicazione, velocizzare attività ripetitive e liberare tempo per il lavoro che richiede davvero giudizio umano.

La formula è semplice:

  1. partire da casi d’uso reali;
  2. proteggere i dati;
  3. formare le persone;
  4. verificare sempre;
  5. trasformare i buoni esempi in procedure.

Questa è l’AI utile.

Meno effetti speciali. Più lavoro fatto meglio.

FAQ

Che cos’è ChatGPT nella PA?

ChatGPT nella PA è l’uso dell’AI generativa per supportare attività amministrative come sintesi di documenti, comunicazioni ai cittadini, analisi di regolamenti, verbali, FAQ, tabelle e bozze operative.

La pubblica amministrazione può usare ChatGPT?

Sì, ma deve farlo con regole chiare su privacy, sicurezza, responsabilità, verifica delle fonti e revisione umana. Non tutti i documenti possono essere caricati in qualunque strumento.

ChatGPT può sostituire un funzionario pubblico?

No. Può supportare attività ripetitive e documentali, ma non deve sostituire responsabilità, competenza professionale e decisione amministrativa.

Qual è il rischio principale dell’AI generativa?

Il rischio principale è fidarsi troppo. Le risposte possono contenere errori, omissioni o informazioni inventate. Per questo serve sempre controllo umano.

Quali strumenti usare oltre ChatGPT?

Dipende dal contesto. Gemini è utile nell’ecosistema Google, Copilot in Microsoft 365, Claude per testi lunghi, Gemini Notebook per lavorare su fonti caricate e dossier documentali.

Che cosa c’entra l’AI Act?

L’AI Act introduce obblighi e principi per un uso più sicuro dell’intelligenza artificiale. Per aziende e PA diventa centrale l’alfabetizzazione del personale sull’AI.

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Ci sono frasi che sembrano innocue e che invece raccontano un pezzo di futuro. Una l’ha pronunciata Sam Altman qualche settimana fa, sul palco del BlackRock U.S. Infrastructure Summit: l’intelligenza artificiale potrebbe diventare, letteralmente, come una bolletta, pagata a consumo e misurata da un contatore, proprio come luce e acqua.

Da formatore che lavora ogni giorno con aziende e manager sull’uso pratico dell’AI, questa dichiarazione mi ha fatto pensare subito a un concetto che uso spesso per spiegare come cambiano nel tempo le piattaforme digitali: l’enshittification descritta dallo scrittore Cory Doctorow. In questo articolo provo a mettere insieme i due fili: cosa ha detto davvero Altman, perché mi ricorda lo schema di Doctorow e, soprattutto, cosa puoi fare fin da ora per non ritrovarti tra qualche anno con una bolletta dell’intelligenza artificiale fuori controllo.

Perché l’AI potrebbe diventare una bolletta, secondo Altman

Al summit organizzato da BlackRock, l’amministratore delegato di OpenAI ha descritto un futuro in cui l’intelligenza artificiale “diventa una utility, come l’elettricità o l’acqua”, acquistata dagli utenti tramite un contatore che misura l’uso reale. Non un abbonamento piatto uguale per tutti, ma un consumo misurato e fatturato, esattamente come succede con le utenze domestiche.

Altman ha aggiunto un dettaglio interessante: l’obiettivo dichiarato è rendere l’intelligenza artificiale così economica da risultare, come si diceva un tempo per l’energia nucleare, “troppo economica per essere misurata”. Un’espressione storica dell’industria energetica che, per sua stessa ammissione, non si è mai avverata del tutto. Il parallelismo resta scomodo: se il modello di riferimento è quello delle utility energetiche, prima o poi qualcuno il contatore lo guarda, e qualcun altro decide quanto farlo girare.

Per arrivarci, secondo Altman, serve un aumento enorme della capacità di calcolo globale, che significa investimenti colossali in infrastrutture, data center ed energia. Non a caso anche la CFO di OpenAI, Sarah Friar, era intervenuta in passato sullo stesso tema, parlando di espansione dell’AI e riduzione dei costi possibile solo a fronte di investimenti massicci. E non a caso, proprio in queste settimane, OpenAI è finita al centro delle polemiche per l’accordo con il Pentagono, un altro segnale di quanto il perimetro di questa azienda si stia allargando ben oltre il chatbot che conosciamo.

Che cos’è l’enshittification di Cory Doctorow

Il termine, coniato dallo scrittore Cory Doctorow, descrive un ciclo di vita ricorrente delle piattaforme digitali. Nella prima fase la piattaforma è generosa con gli utenti: prezzi bassi o nulli, prodotto ottimo, per costruire una base ampia e fidelizzata. Nella seconda fase, consolidata la base utenti, la piattaforma inizia a favorire i clienti business, cioè inserzionisti, venditori terzi, partner commerciali, spesso a scapito dell’esperienza degli utenti originari. Nella terza fase, quando ormai cambiare fornitore è costoso o scomodo, la piattaforma stringe il cappio su tutti, utenti e business, per massimizzare il valore estratto a favore di azionisti e investitori.

Il meccanismo che rende possibile questo ciclo ha un nome preciso: lock-in, cioè l’insieme di costi, abitudini, integrazioni e dipendenze che rendono difficile andarsene anche quando il servizio peggiora. Più è alto il costo di uscita, più la piattaforma può permettersi di peggiorare senza perdere utenti.

Perché il modello “AI come una bolletta” mi ricorda l’enshittification

Non credo che Altman stia progettando deliberatamente un peggioramento futuro dei servizi AI. Credo però che la struttura economica descritta, prezzi bassi oggi per costruire adozione di massa, misurazione e fatturazione puntuale domani, abbia esattamente l’architettura in cui si sviluppa l’enshittification.

Oggi l’accesso a ChatGPT, Claude, Gemini e agli altri strumenti è relativamente economico, spesso gratuito nelle versioni base. Aziende e professionisti stanno integrando questi strumenti nei flussi di lavoro quotidiani, costruendo prompt, automazioni, interi processi che dipendono da un fornitore specifico. È esattamente la fase in cui, storicamente, le piattaforme sono più generose: quella in cui conquistano il mercato.

Il rischio, se il paradigma diventa davvero quello della utility a consumo, è che la seconda e la terza fase arrivino più rapidamente di quanto ci aspettiamo: prezzi legati al consumo reale, modelli migliori riservati a chi paga di più, funzionalità base progressivamente limitate, dipendenza aziendale ormai troppo radicata per cambiare fornitore senza costi enormi di riorganizzazione. Non è una previsione catastrofista: è lo schema che abbiamo già visto con i social network, i marketplace online e buona parte del software as a service.

10 dritte operative per risparmiare sull’uso dell’intelligenza artificiale

Che il modello a consumo si affermi o meno, ha senso iniziare fin da ora a usare l’AI in modo più consapevole, evitando sprechi e dipendenze eccessive da un solo fornitore. Ecco dieci indicazioni pratiche che uso anche nei miei percorsi di formazione con aziende e manager.

  1. Fai un audit degli abbonamenti attivi. Molte aziende pagano contemporaneamente licenze ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot e strumenti verticali che fanno le stesse cose. Prima di tagliare, bisogna sapere davvero cosa si sta pagando.
  2. Scegli il modello giusto per il compito, non sempre il più potente. Per un riassunto o una bozza veloce non serve il modello più avanzato e costoso: i modelli più leggeri (per esempio flash in Gemini) costano una frazione e bastano per la maggior parte dei task quotidiani.
  3. Costruisci prompt precisi fin dal primo tentativo. Un prompt che richiede tre o quattro tentativi per arrivare al risultato consuma tre o quattro volte le risorse di uno scritto bene la prima volta.
  4. Evita di duplicare lo stesso lavoro su più strumenti. Confrontare la stessa richiesta su ChatGPT, Claude e Gemini “per vedere chi risponde meglio” ha senso in fase di test, non come abitudine quotidiana.
  5. Valuta le API a consumo per gli usi saltuari. Se il bisogno è discontinuo, un abbonamento flat mensile può costare più di un uso a consumo tramite API: vanno confrontati i due modelli sul volume reale di utilizzo.
  6. Automatizza i task ripetitivi invece di ripetere gli stessi prompt. Un flusso automatizzato, con un prompt testato e riutilizzabile, consuma meno risorse di decine di richieste manuali simili tra loro ogni giorno.
  7. Monitora i consumi con cadenza mensile. Quasi tutte le piattaforme AI offrono dashboard di utilizzo: controllarle una volta al mese permette di individuare subito reparti o persone che generano costi anomali.
  8. Valuta i piani team rispetto a licenze individuali sommate. Sopra una certa soglia di utenti, i piani business hanno spesso un costo per persona più basso delle licenze singole acquistate una per una.
  9. Non affidarti a un solo fornitore per i processi critici. Mantenere una minima flessibilità multi-vendor, anche solo conoscendo alternative valide, riduce il potere contrattuale che un singolo fornitore può esercitare quando alza i prezzi.
  10. Forma le persone, non solo gli strumenti. La maggior parte degli sprechi che vedo nelle aziende non dipende dal costo dello strumento, ma dall’uso inefficiente che se ne fa: un team formato su prompting e workflow ottiene di più spendendo meno.

Cosa fare da qui in avanti

La visione di Altman non è ancora una policy annunciata, è una direzione. Ma la direzione conta, perché anticipa il modo in cui le aziende dovrebbero iniziare a organizzarsi: monitorare i consumi, formare le persone, evitare dipendenze rigide da un solo fornitore, proprio come si fa con qualsiasi altra utenza aziendale importante. Il momento migliore per costruire queste abitudini è adesso, mentre l’accesso all’AI è ancora relativamente economico e flessibile.

Domande frequenti

Cos’è l’enshittification?

È un termine coniato da Cory Doctorow per descrivere il progressivo peggioramento delle piattaforme digitali nel tempo, quando passano dal favorire gli utenti al favorire i clienti business e infine gli azionisti, sfruttando il lock-in creato nelle fasi precedenti.

L’intelligenza artificiale diventerà davvero come una bolletta?

Sam Altman ha descritto questo scenario come una direzione possibile per il futuro di OpenAI, basata su un modello a consumo simile a quello delle utility. Non è ancora una policy ufficiale, ma indica chiaramente verso dove potrebbe evolvere il settore.

Come posso ridurre fin da ora i costi dell’AI in azienda?

Partendo da un audit degli strumenti in uso, scegliendo il modello giusto per ogni compito, evitando duplicazioni tra fornitori e formando le persone a un uso più efficiente: sono i punti su cui lavoro nei percorsi di formazione con le aziende.

Se vuoi approfondire questi temi e capire come impostare un uso più efficiente e consapevole dell’intelligenza artificiale nella tua azienda, scrivimi attraverso il modulo di contatto: parliamone insieme.

Che cosa succede quando a scambiarsi un messaggio carico di senso non sono due persone, ma un umano e una macchina, o addirittura due macchine tra loro? È la domanda che attraversa Generative AI Semiomatics. Come i prompt disegnano nuovi mondi, il saggio di Sebastiano Paolo Lampignano che non potevo non leggere. Lampignano è Innovation & People Director di Consulthink SpA, società del gruppo Lutech, oltre che studioso di semiotica: una combinazione rara, e infatti il libro non assomiglia a nessun altro manuale di prompt engineering che mi sia capitato di leggere.

Semiomatica: un neologismo che non è un vezzo accademico

Si parte dal titolo, all’apparenza criptico: che cosa diavolo è la “semiomatics”, in italiano “semiomatica”? Se la semiotica, come insegnava Umberto Eco, è la disciplina che studia i segni e il modo in cui questi producono senso, Lampignano si chiede che cosa accada quando ad attribuire senso ai segni non è più un umano. Boom, verrebbe da dire.

«Due entità non umane, con esplicito riferimento ad algoritmi, umanoidi o simili, quando entrano in relazione verbale (scritta, parlata o tramite protocolli) potrebbero invalidare il significato di senso, così come lo abbiamo definito e conosciuto?»

La semiotica incontra l’informatica e nasce la semiomatica. Il concetto di senso passa da token, pesi, calcoli statistici, embedding, decoding: tutto materiale computazionale, eppure Lampignano non perde mai di vista un punto fermo, cioè che gli algoritmi difettano della percezione del sé, perché il corpo resta il luogo originario dell’esperienza. È una precisazione che salva il libro da ogni tentazione di antropomorfismo ingenuo nei confronti dei modelli linguistici.

Il prompt come mediatore linguistico-culturale

Nell’interazione uomo-LLM, il ruolo chiave lo gioca il prompt, descritto come un vero e proprio mediatore linguistico-culturale. Ed è qui che il contributo del semiologo si fa più interessante, perché Lampignano importa nel prompt design una distinzione classica della linguistica: quella tra tema e rema.

Il tema, cioè “di che cosa si parla”, è ciò che permette di agganciare l’enunciato, la richiesta rivolta al modello, al contesto esterno o interno. Il rema, cioè “che cosa si dice su quel tema”, rappresenta invece il contributo informativo effettivo di chi scrive il prompt. In inglese la coppia diventa topic e comment, e saperla integrare consapevolmente nel prompt design comporta potenzialità e benefici concreti.

Perché la struttura tema-rema funziona

Usare un tema ben definito all’inizio del prompt aiuta a creare un contesto chiaro per l’intelligenza artificiale, riducendo il rischio di fraintendimenti: è, in sostanza, un’operazione di disambiguazione. Il rema, invece, è la parte che definisce che cosa si vuole ottenere davvero: il compito, l’output, lo stile, il formato. Un prompt costruito secondo questo schema segue una struttura informativa che rispecchia i principi della comunicazione umana, prima l’ancoraggio al contesto e poi la novità, cioè la richiesta vera e propria. Non è un dettaglio stilistico: è la differenza tra un prompt che il modello interpreta correttamente al primo colpo e uno che genera fraintendimenti e iterazioni inutili.

Il role prompting non è morto

Un altro merito del libro, nella parte dedicata alla panoramica delle tecniche di prompting, è ribadire l’importanza del role prompting, o role playing prompting, una tecnica spesso messa in discussione nell’era del context engineering. Lampignano la rimette al centro, ricordando che assegnare un ruolo al modello resta uno strumento potente per orientare tono, competenze e prospettiva della risposta, non un vezzo superato dalle tecniche più recenti.

Perché il prompt engineering ha bisogno delle scienze umanistiche

Questa “semiomatica” non è un vezzo accademico né un tecnicismo sterile: è la dimostrazione pratica di un fatto ineluttabile, cioè che l’ingegneria del prompt ha un disperato bisogno di scienze umanistiche. Quando dialoghiamo con un LLM non stiamo compilando righe di codice, stiamo negoziando senso. Chi l’avrebbe mai detto che le vecchie lezioni di linguistica ci avrebbero salvato la vita davanti all’interfaccia di un chatbot?

Lampignano restituisce una verità profondamente pragmatica: prima di smanettare con i parametri o impazzire sui pesi statistici, dobbiamo reimparare a strutturare il pensiero. E magari rileggere Umberto Eco.

Dove trovare il libro

Copertina del libro Generative AI Semiomatics di Sebastiano Paolo Lampignano

Generative AI Semiomatics. Come i prompt disegnano nuovi mondi è pubblicato da Dario Flaccovio Editore (144 pagine) ed è disponibile anche su Amazon. Per approfondire il lavoro dell’autore, si può consultare anche la sezione news di Consulthink, dove Lampignano scrive regolarmente di innovazione e intelligenza artificiale.

Un pilota da caccia ha una manciata di secondi per osservare il cielo, capire cosa sta succedendo, decidere una manovra e agire prima che sia troppo tardi. Da questa pressione è nato uno dei metodi decisionali più studiati al mondo, applicato oggi in ambito militare, aziendale, sportivo e persino nella scrittura dei prompt per l’intelligenza artificiale: il ciclo OODA, alla base del metodo che in questo articolo chiamiamo OODA loop prompting.

Vediamo cos’è il metodo OODA, perché funziona così bene anche fuori dal contesto militare e come puoi usarlo, passo dopo passo, per costruire prompt più lucidi, mirati ed efficaci per strumenti come ChatGPT, Gemini o Claude.

Cos’è il ciclo OODA: l’origine militare del metodo

Il termine OODA è l’acronimo di Observe, Orient, Decide, Act (osserva, orientati, decidi, agisci). Il modello fu sviluppato negli anni Settanta dal colonnello dell’aeronautica statunitense John Boyd, che lo elaborò studiando il combattimento aereo e la capacità dei piloti più abili di prendere decisioni migliori e più rapide degli avversari. Su questo puoi approfondire la storia completa del framework nella voce Wikipedia dedicata al ciclo OODA.

L’intuizione di Boyd era semplice ma potente: chi riesce a percorrere il proprio ciclo decisionale più velocemente dell’altro riesce a condizionare la situazione invece di subirla. Nel tempo il modello è uscito dall’ambito aeronautico ed è stato adottato in strategia d’impresa, cybersecurity, sport e gestione delle emergenze, proprio perché descrive un principio universale: osservare la realtà, interpretarla, scegliere e agire, in un ciclo continuo che si ripete e si affina ad ogni iterazione.

Perché un metodo nato per i piloti da caccia funziona anche per i prompt AI

Scrivere un buon prompt non è un atto isolato, ma un processo iterativo: si fornisce un input, si osserva la risposta del modello, si capisce cosa non ha funzionato e si corregge il tiro. È esattamente la logica del ciclo OODA applicata al dialogo con un’intelligenza artificiale, dove l'”avversario” da anticipare non è un pilota nemico ma l’ambiguità, la genericità e le assunzioni implicite che rendono i prompt deboli.

Chi usa l’AI in modo estemporaneo scrive un prompt, guarda il risultato e riprova a caso. Chi applica il metodo OODA loop prompting, invece, rallenta il primo passaggio (l’osservazione del contesto) per poi accelerare l’intero ciclo, ottenendo risposte più precise con meno tentativi. Se ti interessa il tema, su questo blog trovi altri approfondimenti su intelligenza artificiale e scrittura.

Le 4 fasi del metodo OODA loop prompting applicate al prompt engineering

Vediamo come tradurre ciascuna fase del ciclo in un’azione concreta quando si costruisce un prompt. Se vuoi anche capire come valutare i risultati che ottieni, abbiamo approfondito il tema in questo articolo su come si misura l’efficacia di un prompt.

1. Observe (Osserva): raccogli il contesto prima di scrivere

Prima ancora di aprire la chat con l’AI, osserva la situazione: qual è l’obiettivo reale del contenuto che vuoi ottenere, chi lo leggerà, quali dati o documenti hai già a disposizione, quali vincoli di formato, tono o lunghezza esistono. Questa fase spesso viene saltata, ma è quella che determina la qualità di tutto il resto: un prompt scritto senza osservazione è un prompt scritto alla cieca.

2. Orient (Orientati): interpreta le informazioni e scegli l’inquadratura

Una volta raccolte le informazioni, vanno interpretate. In questa fase decidi il “punto di vista” del prompt: quale ruolo deve assumere l’AI (esperto di marketing, editor, sviluppatore), quale angolazione dare al tema, quali esempi o riferimenti includere per orientare correttamente il modello ed evitare risposte generiche o fuori fuoco.

3. Decide (Decidi): struttura il prompt

Qui si passa dalla teoria alla scrittura vera e propria: si decide la struttura del prompt, indicando compito, contesto, formato di output desiderato, tono di voce e vincoli espliciti (lunghezza, stile, cosa evitare). È il momento in cui il ciclo OODA converge in un testo concreto da inviare al modello. Se vuoi consultare anche le linee guida ufficiali, OpenAI mette a disposizione una guida ufficiale al prompt engineering con esempi e best practice aggiornate.

4. Act (Agisci): invia, valuta, ripeti il ciclo

Invii il prompt, leggi la risposta con occhio critico e valuti gli scostamenti rispetto a quanto volevi ottenere. Il ciclo OODA non si esaurisce qui: la risposta dell’AI diventa essa stessa una nuova osservazione da cui ripartire, in un loop che affina il risultato ad ogni iterazione, proprio come un pilota che corregge la rotta più volte nel corso dello stesso combattimento.

Un esempio pratico di prompt costruito con il metodo OODA

Immaginiamo di dover scrivere un’email commerciale per proporre una consulenza a un potenziale cliente che ha scaricato un e-book dal sito.

Observe: il destinatario ha scaricato una guida sul digital marketing, non conosce ancora il brand, riceve molte email simili ogni settimana.

Orient: serve un tono consulenziale, non aggressivo, che valorizzi il contenuto scaricato come punto di partenza, non un’email da venditore generico.

Decide: la struttura del prompt dovrà specificare ruolo, obiettivo, tono, lunghezza e call to action.

Act: si invia il prompt e si osserva l’output, correggendo eventuali toni troppo commerciali.

“Agisci come un consulente di marketing digitale con dieci anni di esperienza. Scrivi un’email di follow-up per una persona che ha appena scaricato il nostro e-book su come 5 tecniche di email marketing. Il tono deve essere consulenziale e non commerciale, la lunghezza massima 120 parole, l’obiettivo è proporre una call conoscitiva gratuita di 20 minuti. Evita frasi da venditore aggressivo e non usare punti esclamativi.”

Nota come ogni scelta del prompt derivi direttamente da una fase del ciclo: senza l’osservazione iniziale del contesto, il prompt sarebbe stato molto più generico.

OODA loop vs altri framework di prompting

Negli ultimi anni sono nati diversi framework per strutturare i prompt, come CO-STAR (Context, Objective, Style, Tone, Audience, Response) o RTF (Role, Task, Format). Sono strumenti utili, ma descrivono soprattutto la forma di un singolo prompt “perfetto”.

Il metodo OODA si colloca un livello più in alto: non ti dice solo come formattare un prompt, ma come pensare prima e dopo averlo scritto, includendo il momento dell’osservazione del contesto e quello, spesso trascurato, della valutazione critica della risposta per iterare rapidamente. Per questo i due approcci non sono in competizione: puoi usare il ciclo OODA come cornice strategica e un framework come CO-STAR nella fase “Decide” per strutturare il testo del prompt.

Un’altra tecnica che si inserisce bene nella stessa fase “Decide” è lo step-back prompting, il metodo sviluppato da Google per far ragionare l’AI con più contesto prima di rispondere.

Errori comuni da evitare quando usi il metodo OODA per i prompt

  • Saltare la fase Observe e iniziare a scrivere il prompt senza aver chiarito obiettivo e destinatario.
  • Fermarsi al primo output senza completare il ciclo con una valutazione critica della risposta.
  • Confondere velocità con superficialità: il ciclo OODA premia la rapidità nel ripetere il loop, non la fretta nello scrivere il primo prompt.
  • Non portare in memoria, tra un’iterazione e l’altra, ciò che si è “orientato” nel giro precedente, obbligando il modello a ripartire da zero ogni volta.

Per una panoramica più ampia degli sbagli più frequenti, trovi altri esempi concreti nel nostro approfondimento dedicato agli errori più comuni nei prompt ChatGPT delle PMI.

Domande frequenti sul metodo OODA per i prompt

Cos’è il ciclo OODA?

È un modello decisionale composto da quattro fasi ricorrenti, osservare, orientarsi, decidere e agire, ideato dal colonnello John Boyd per il combattimento aereo e oggi applicato anche a business, sport e prompt engineering.

Chi ha inventato il metodo OODA?

Il colonnello dell’aeronautica statunitense John Boyd, che lo sviluppò analizzando le dinamiche decisionali del combattimento aereo negli anni Settanta.

Il ciclo OODA funziona con ChatGPT, Gemini e Claude?

Sì: è un metodo di pensiero indipendente dallo strumento, utile per strutturare il modo in cui si osserva il contesto, si imposta il prompt e si valuta l’output di qualsiasi modello linguistico.

Qual è la differenza tra il metodo OODA e framework come CO-STAR?

CO-STAR aiuta a strutturare il singolo prompt, mentre il ciclo OODA guida l’intero processo, dall’osservazione del contesto fino alla valutazione critica della risposta e alla successiva iterazione.

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Una volta l’OSINT sembrava una cosa da investigatori con tre monitor, mappe piene di fili rossi e caffè freddo. Oggi, invece, una parte del lavoro parte da una domanda molto più banale: che cosa è già pubblico online?

Profili social, nickname riutilizzati, indirizzi email, vecchi forum, marketplace, repository, immagini, leak, metadati, commenti, recensioni: il problema non è solo trovare informazioni. Il problema è capirle, collegarle, verificarle e non scivolare oltre il confine etico e legale.

È il tema che ho affrontato nel libro Il nuovo petrolio (online). OSINT e intelligenza artificiale: a caccia di dati pubblici nell’era dei chatbot, scritto con Gianluca Boccacci e pubblicato da Ledizioni nel 2026. Il titolo dice già molto: i dati pubblici sono una risorsa, ma senza metodo diventano rumore. E senza responsabilità diventano un rischio.

Sul sito ho già raccontato perché OSINT e AI stanno cambiando il valore delle informazioni online. Qui faccio un passo più pratico: vediamo tre strumenti open source, uno per uno.

Copertina del libro Il nuovo petrolio online su OSINT e intelligenza artificiale
Il nuovo petrolio (online), il libro su OSINT e intelligenza artificiale scritto con Gianluca Boccacci e pubblicato da Ledizioni nel 2026.

Che cosa cambia con l’AI nell’OSINT?

L’AI rende l’OSINT più veloce, ma non automaticamente più vera. Può aiutare a riassumere pagine, confrontare profili, estrarre entità, costruire timeline, tradurre contenuti, classificare risultati e generare ipotesi investigative. Però deve lavorare su fonti verificabili. Se l’AI inventa collegamenti, confonde omonimi o interpreta male un dato pubblico, il risultato può essere elegante e sbagliato. Nell’OSINT il valore nasce da tre cose: fonti, metodo e controllo umano.

Che cos’è l’OSINT, in pratica

OSINT significa Open Source Intelligence: raccolta, analisi e interpretazione di informazioni disponibili da fonti aperte. Non vuol dire “spiare”. Non vuol dire violare account. Non vuol dire forzare password. Vuol dire lavorare su dati pubblici, accessibili, osservabili, documentabili.

Il punto è che il web ha reso le fonti aperte enormi e disordinate. Una persona può usare lo stesso nickname per anni. Un’azienda può lasciare tracce in documenti, sottodomini, offerte di lavoro, comunicati, profili LinkedIn, PDF indicizzati, repository e social. Una notizia può essere confermata o smentita incrociando archivi, immagini, mappe, date e testimonianze.

Qui entra l’intelligenza artificiale: non come bacchetta magica, ma come assistente per leggere, filtrare e organizzare. Il lavoro serio resta quello umano: fare domande buone, separare fatti e ipotesi, controllare le fonti, rispettare privacy e normativa.

Perché se ne parla adesso

Nel 2026 l’OSINT è diventata una competenza utile ben oltre la cybersecurity. Serve a giornalisti, aziende, comunicatori, HR, formatori, consulenti, enti pubblici, associazioni e professionisti che vogliono capire meglio il contesto in cui si muovono.

Tre cambiamenti hanno accelerato tutto:

  • l’esplosione dei dati pubblici: ogni piattaforma lascia tracce, spesso frammentate;
  • la disponibilità di strumenti open source: molti tool automatizzano ricerche prima molto lente;
  • l’AI generativa: chatbot e modelli linguistici aiutano a sintetizzare, confrontare e formulare ipotesi, purché non vengano trattati come oracoli.

Nel libro Il nuovo petrolio (online) insistiamo proprio su questo: cercare non basta più. Bisogna trasformare dati pubblici in conoscenza utile, verificabile e responsabile.

Il flusso corretto: prima il metodo, poi gli strumenti

Prima di usare Maigret, Trape, Blackbird o qualsiasi altro strumento, conviene impostare un piccolo protocollo. Sembra noioso. In realtà evita molti errori.

  1. Definisci l’obiettivo: che cosa vuoi capire davvero?
  2. Stabilisci il perimetro: persona, azienda, dominio, nickname, evento, periodo, fonte.
  3. Raccogli solo ciò che serve: il fatto che un dato sia pubblico non significa che sia necessario.
  4. Annota le fonti: URL, data di accesso, screenshot, contesto.
  5. Distingui fatto, inferenza e ipotesi: “ho trovato questo profilo” non equivale a “è sicuramente la stessa persona”.
  6. Usa l’AI per organizzare, non per inventare: chiedile sintesi, tabelle, timeline, ma verifica sempre.
  7. Rispetta legge, consenso e finalità: l’OSINT non è una scusa per molestare, profilare o danneggiare qualcuno.

Tool 1: Maigret, il dossier da un nome utente

Maigret è uno strumento OSINT open source che cerca un nome utente su migliaia di siti e produce report consultabili. Il repository ufficiale lo descrive come un tool capace di raccogliere un dossier partendo da un solo username, senza richiedere API key.

Esempio di report HTML generato da Maigret per una ricerca OSINT su username
Un esempio di report HTML di Maigret: i risultati vengono organizzati per rendere più leggibile la ricerca su uno username.

Come funziona Maigret

Maigret parte da un identificatore, di solito un nickname. Poi controlla se quel nome utente compare su piattaforme diverse: social network, forum, siti tecnici, servizi fotografici, community, portali locali, piattaforme di gaming e altri archivi pubblici.

Il principio è semplice: molte persone riutilizzano lo stesso username in contesti diversi. Questo permette di ricostruire una possibile impronta digitale. Ma attenzione alla parola “possibile”: uno username trovato su due siti non prova automaticamente che dietro ci sia la stessa persona.

Le funzioni più interessanti sono:

  • ricerca su oltre 3.000 siti, con una selezione predefinita dei più rilevanti;
  • esportazione in formati utili per l’analisi, come HTML, PDF, CSV, JSON e grafi;
  • filtri per categorie, Paesi e tag;
  • interfaccia web per esplorare i risultati;
  • modalità AI opzionale per sintetizzare i risultati, usando un’API compatibile con OpenAI.

Dove entra l’AI

Con Maigret l’AI può aiutare soprattutto dopo la raccolta. Può riassumere un report, estrarre pattern, evidenziare account probabilmente collegati, costruire una tabella con piattaforma, URL, indizi e livello di confidenza.

Un uso sensato dell’AI non è: “dimmi chi è questa persona”. Un uso sensato è: “riassumi questi risultati separando dati certi, collegamenti deboli e ipotesi da verificare”. La differenza sembra piccola, ma è enorme.

Quando usarlo

Maigret è utile per audit della propria presenza online, verifica di brand impersonation, ricerca su nickname pubblici, analisi reputazionale e controllo di tracce lasciate nel tempo. È meno adatto quando mancano identificatori stabili o quando il rischio di omonimia è alto.

Tool 2: Trape, il caso delicato del tracciamento web

Trape è il più delicato dei tre strumenti citati. Nel README ufficiale viene presentato come tool OSINT di analisi e ricerca per tracciare persone su Internet e studiare dinamiche di social engineering in tempo reale. È stato presentato anche a Black Hat Arsenal Asia nel 2018.

Schermata del progetto Trape per OSINT e tracking pubblicata nel README ufficiale
Trape è uno strumento storico e controverso: interessante per capire il tracciamento web, ma da trattare con grande cautela etica e legale.

Come funziona Trape, in modo difensivo

Trape aiuta a capire una cosa importante: un browser comunica molte informazioni. Quando una persona visita una pagina, il sito può osservare elementi tecnici come indirizzo IP, user agent, sistema operativo, browser, lingua, risoluzione, referrer, tempi di visita, sessioni e altri segnali. In alcuni casi, combinando script, link e pagine-esca, si possono creare scenari di tracciamento molto invasivi.

Qui bisogna essere chiari: non è uno strumento da usare contro persone inconsapevoli. Il suo valore, in un articolo divulgativo, è far capire come funzionano certe tecniche di tracking e social engineering, in modo da difendersi meglio.

Dal punto di vista concettuale, Trape lavora su tre livelli:

  • pagina osservata: una pagina web controllata dall’operatore riceve visite e raccoglie segnali tecnici;
  • pannello di analisi: le informazioni vengono mostrate in una dashboard;
  • azioni lato browser: il progetto documenta funzioni che possono diventare molto invasive se usate male.

Proprio per questo non ha senso trasformare Trape in una guida operativa passo passo. È molto più utile usarlo come caso studio per parlare di consenso, consapevolezza, sicurezza dei browser, link sospetti, permessi di geolocalizzazione, fingerprinting e formazione anti-phishing.

Cosa può insegnare a un’azienda

Trape è utile, in contesti autorizzati di formazione e security awareness, per mostrare perché non bisogna cliccare link ricevuti fuori contesto, perché i permessi del browser contano, perché la geolocalizzazione non va concessa con leggerezza e perché una pagina apparentemente innocua può raccogliere segnali tecnici.

La lezione pratica non è “usa Trape”. La lezione pratica è: capisci come vieni tracciato, così riduci la tua superficie esposta.

Tool 3: Blackbird, username, email e profili AI

Blackbird è un tool OSINT open source per cercare account collegati a username ed email su centinaia di piattaforme. Il progetto dichiara l’integrazione con WhatsMyName, una base dati molto usata per ridurre falsi positivi nella ricerca di username.

Schermata dimostrativa di Blackbird con analisi AI dei risultati OSINT
Blackbird integra anche una funzione AI per trasformare risultati grezzi in una prima lettura comportamentale e tecnica.

Come funziona Blackbird

Blackbird prende in input un nome utente o un indirizzo email e controlla se esistono account pubblici associati a quel dato. La logica è simile a quella di altri strumenti di username enumeration, ma con due elementi interessanti: la ricerca su molte piattaforme e la possibilità di generare output più leggibili, anche in PDF o CSV.

La funzione AI, secondo la documentazione del progetto, analizza i siti in cui un username o un’email vengono trovati e produce un profilo comportamentale e tecnico. Il README precisa anche un dettaglio importante: vengono inviati solo i nomi dei siti, non dati sensibili.

In pratica Blackbird può aiutare a rispondere a domande come:

  • questo nickname compare su molte piattaforme?
  • ci sono account potenzialmente collegati a una stessa identità pubblica?
  • quali categorie di siti emergono: developer, gaming, social, forum, marketplace?
  • il pattern sembra coerente o pieno di falsi positivi?
  • quali risultati meritano verifica manuale?

Dove entra l’AI

Blackbird mostra bene la differenza tra raccolta e interpretazione. La raccolta dice: “ho trovato risultati su questi siti”. L’interpretazione prova a dire: “questi risultati suggeriscono un certo profilo di attività”.

Qui il rischio è evidente: l’AI può trasformare segnali deboli in conclusioni troppo forti. Per questo, anche quando il report è ben scritto, conviene aggiungere sempre un livello di confidenza e una colonna “da verificare”.

Maigret, Trape e Blackbird a confronto

Tool Input principale Output Uso consigliato Attenzione
Maigret Username Dossier, report, grafi, esportazioni Audit di impronta digitale e ricerca su nickname Omonimie e falsi collegamenti
Trape Visita a pagina controllata Segnali tecnici e tracking Formazione difensiva e consapevolezza Consenso, legalità, rischio abuso
Blackbird Username o email Account trovati, export, profilo AI Ricerca rapida e reportistica Interpretazioni AI da verificare

Come usare l’AI senza farsi ingannare dall’AI

Il modo migliore per usare l’AI nell’OSINT è darle un compito da analista ordinato, non da indovino.

Un prompt utile può essere questo:

Analizza questi risultati OSINT.
Separa:
1. fatti verificabili;
2. collegamenti probabili;
3. ipotesi deboli;
4. falsi positivi possibili;
5. informazioni da non usare perché irrilevanti o troppo invasive.

Per ogni elemento indica:
- fonte;
- livello di confidenza;
- motivo della classificazione;
- controllo manuale consigliato.

Non identificare persone reali se le fonti non lo dimostrano.
Non trasformare coincidenze in certezze.

Questo tipo di richiesta costringe il modello a rallentare. Ed è una buona cosa. Nell’OSINT la fretta produce errori, e gli errori possono danneggiare persone.

Video per approfondire

Per approfondire i tre strumenti e il contesto OSINT, ecco alcuni video utili. Come sempre, guardali con spirito critico: i video tecnici invecchiano, i tool cambiano, e non tutto ciò che è dimostrabile è anche opportuno da fare.

Maigret: ricerca OSINT da username

Blackbird: username, email e ricerca account

Trape: caso studio su tracking e consapevolezza

OSINT e AI: quadro generale

I rischi da evitare

L’OSINT con l’AI è potente proprio perché sembra semplice. Inserisci un nickname, ottieni un report, chiedi al chatbot di riassumere. Il problema è che la semplicità dell’interfaccia nasconde la complessità del giudizio.

I rischi principali sono:

  • falsi positivi: due persone diverse possono usare lo stesso nickname;
  • profilazione eccessiva: raccogliere più dati del necessario può essere scorretto o illegale;
  • allucinazioni dell’AI: il modello può inventare collegamenti plausibili;
  • doxing: pubblicare o diffondere dati personali può causare danni reali;
  • effetto tunnel: una prima ipotesi sbagliata può guidare tutta l’indagine;
  • strumenti obsoleti: molti tool OSINT dipendono da siti che cambiano interfacce, blocchi e policy.

Da dove iniziare in modo responsabile

Il miglior primo esercizio non è investigare sugli altri. È fare OSINT su se stessi o sulla propria azienda, con finalità difensiva.

Puoi partire così:

  1. scegli un tuo nickname pubblico;
  2. cerca dove appare;
  3. controlla quali informazioni emergono dai profili;
  4. verifica vecchi account dimenticati;
  5. rimuovi o aggiorna ciò che non vuoi più lasciare pubblico;
  6. documenta le fonti e chiedi all’AI solo una sintesi ragionata;
  7. ripeti l’audit ogni sei mesi.

Questo esercizio ha un vantaggio: ti insegna a usare gli strumenti senza trasformare l’OSINT in curiosità invasiva. Ed è anche un buon modo per capire quanto siamo trasparenti online senza accorgercene.

In sintesi

Maigret, Trape e Blackbird mostrano tre facce diverse dell’OSINT. Maigret lavora bene sui nickname e sui report. Blackbird aggiunge ricerca su username ed email con una componente AI. Trape, invece, è un caso da trattare con cautela: utile per capire il tracking e difendersi, pericoloso se usato senza consenso.

L’intelligenza artificiale non sostituisce l’analista. Lo aiuta a leggere meglio, ordinare meglio e porsi domande migliori. Ma nell’OSINT, più che altrove, vale una regola semplice: un’informazione trovata non è ancora una verità. È solo l’inizio del lavoro.

Per approfondire il metodo, i casi d’uso e i confini etici, trovi il libro Il nuovo petrolio (online) sul sito di Ledizioni.

FAQ

Che cos’è l’OSINT?

L’OSINT, Open Source Intelligence, è la raccolta e analisi di informazioni disponibili da fonti aperte: siti, social, archivi pubblici, documenti, immagini, mappe, repository e altre fonti accessibili legalmente.

L’AI può fare OSINT da sola?

No. L’AI può aiutare a riassumere, classificare, tradurre e collegare informazioni, ma deve essere guidata da fonti verificabili e controllata da una persona. Può sbagliare o inventare collegamenti.

Maigret e Blackbird sono simili?

Sì, entrambi cercano tracce pubbliche collegate a username. Maigret è molto orientato ai dossier e ai report su nickname; Blackbird lavora su username ed email e include una funzione AI per sintetizzare i risultati.

Trape è sicuro da usare?

Trape va trattato con molta cautela. È utile come caso studio difensivo sul tracking web e sulla social engineering awareness, ma usarlo contro persone inconsapevoli può violare privacy, legge ed etica professionale.

Qual è il rischio principale dell’OSINT con l’AI?

Il rischio principale è trasformare segnali deboli in certezze. L’AI può rendere un report più leggibile, ma può anche amplificare errori, falsi positivi e collegamenti non dimostrati.

Da dove conviene iniziare?

Conviene iniziare con un audit personale o aziendale: cercare i propri nickname, verificare profili pubblici, documentare le fonti e usare l’AI solo per organizzare i risultati, non per trarre conclusioni non verificate.

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Ho appena finito di godermi la biografia di Marcel Duchamp scritta da Bernard Marcadé, La vita a credito. E da giorni ho in testa un solo episodio: nel 1917 Duchamp compra un orinatoio in un negozio di idraulica sulla 118ª strada di New York, ci scarabocchia sopra una firma finta, “R. Mutt”, e lo intitola Fontana. È, a conti fatti, il primo readymade digitale della storia: un secolo prima dei prompt, firmato a mano invece che generato da un algoritmo.

Il readymade digitale ante litteram: Marcel Duchamp e l'orinatoio Fontana firmato R. Mutt nel 1917

Quel gesto vale un secolo. L’inventore del readymade aveva capito tutto con largo anticipo: l’arte non è il sudore sulla tela o lo scalpello nel marmo. È puramente l’atto di scegliere. E il linguaggio, diceva lui stesso, è solo “un errore dell’umanità”.

Pensateci bene: cosa diavolo stiamo facendo oggi con l’intelligenza artificiale generativa, se non del puro, sfacciato dadaismo?

Il readymade di Duchamp, in due parole

Nel 1917 la giuria della Society of Independent Artists di New York rifiuta di esporre Fontana: per loro non è arte, è un sanitario comprato in un negozio. Ed è proprio questo il punto che Duchamp voleva dimostrare: l’oggetto non cambia, cambia il contesto in cui lo si colloca e la firma di chi lo sceglie. Non serve saper scolpire. Serve decidere cosa merita di stare su un piedistallo.

Da lì in avanti l’arte del Novecento non è più stata la stessa. E un secolo dopo, quello stesso meccanismo è tornato a bussare, questa volta dentro una casella di testo con scritto “Scrivi un prompt”.

Midjourney, ChatGPT e il trionfo del readymade digitale

Non sappiamo tenere in mano un pennello, ma apriamo Midjourney, diamo in pasto un prompt al sistema e pretendiamo il nostro plusvalore estetico. Non sappiamo mettere in fila tre parole senza incasinare la sintassi, ma deleghiamo tutto a Claude o a ChatGPT e ci sentiamo i nuovi copywriter del secolo.

Esattamente come Duchamp prendeva uno scolabottiglie, un pettine per cani o persino un soffio d’aria imbottigliata per prendere per il naso i critici del suo tempo, noi peschiamo nel mare magnum dei dataset per sfornare contenuti sintetici preconfezionati. Cambia lo strumento, non cambia il gesto: scegliere, decontestualizzare, firmare.

I critici di oggi cascano nella stessa trappola del 1917

La cosa più comica è che i critici di oggi ripetono, senza saperlo, lo stesso errore di quelli che bocciarono Duchamp: cercano il senso della vita, o peggio l’anima, dentro una cianfrusaglia algoritmica. Si sperticano in analisi intellettualoidi su immagini che in realtà sono soltanto il risultato di calcoli probabilistici.

L’intelligenza artificiale non è solo tecnologia: è una colossale supercazzola. È il nominalismo applicato al tempo dei bit. Le parole, i pixel, i pattern non hanno un’essenza propria: hanno solo il significato che qualcuno decide di attribuire loro, scegliendoli e mettendoli in fila. È sempre lo stesso readymade digitale, solo con un vocabolario più tecnico a fargli da cornice.

Il vero esperto di AI non è un tecnico, è un curatore

Ne avevo già parlato a proposito di Ungaretti e del peso di ogni singola parola in un prompt: chi lavora bene con l’AI generativa non è chi conosce meglio la tecnologia, ma chi sa scegliere, tagliare, ricontestualizzare. Il vero esperto di intelligenza artificiale, in fondo, non è un ingegnere. È un curatore. Un provocatore che decontestualizza i dati e li riassembla, esattamente come faceva Duchamp con gli oggetti di uso comune.

Non è un caso che persino il modo in cui i motori generativi leggono e restituiscono i contenuti stia cambiando le regole del gioco anche per chi scrive online: ne ho parlato più nel dettaglio quando Google ha spiegato cosa cambia davvero tra SEO, GEO e AEO. Anche lì il principio è lo stesso: conta meno la forma perfetta, conta di più essere scelti, citati, riassemblati da un sistema che decide cosa mostrare.

Il readymade digitale: perché conta il prompt, non l’orinatoio

Oggi non conta più saper costruire l’orinatoio. Conta solo saper scrivere il prompt giusto per convincere tutti che sia un capolavoro. Se questo ci fa sublimi minchioni o autentici geni, onestamente, non lo so ancora. Forse, come sospettava lo stesso Duchamp, la domanda non ha nemmeno senso: conta solo chi firma, non chi ha davvero costruito l’oggetto. E se ancora non sai distinguere un readymade da un semplice prompt ben scritto, forse è il momento di ripassare anche i termini base dell’intelligenza artificiale che ormai usiamo ogni giorno.

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Ungaretti e i prompt sembrano stare agli estremi opposti nell’uso della parola. Da una parte un poeta che ha ridotto interi versi a due parole. Dall’altra un’istruzione che scriviamo di fretta, dentro una chat, sperando che il modello capisca al volo cosa vogliamo.

Eppure più leggo prompt scritti male (troppo lunghi, vaghi, pieni di frasi che non aggiungono nulla) più penso che la lezione di Ungaretti sia esattamente quello che manca a chi lavora con l’AI generativa ogni giorno.

Non è un accostamento forzato per fare colpo. È un metodo.

Cosa c’entra un poeta del Novecento con il prompt engineering?

Ungaretti ha costruito la sua poetica su pochi principi: essenzialità, parola pesata e non contata, pause cariche di significato, revisione continua, titoli che orientano già metà del senso. Sono gli stessi principi che rendono un prompt efficace: dire meno cose ma più precise, dare struttura invece di un unico blocco di testo, rivedere prima di considerarlo definitivo, usare l’apertura del prompt per inquadrare tutto il resto.

1. La parola pesata, non contata

Per Ungaretti ogni parola doveva guadagnarsi il suo posto nel verso: quello che restava era essenziale, il resto si tagliava.

Molti prompt falliscono per il motivo opposto: contengono tutte le frasi che vengono in mente, senza che nessuna sia stata davvero scelta. Il modello si trova a dover indovinare, tra dieci frasi, quale sia quella che conta.

In pratica: prima di inviare un prompt complesso, prova a togliere una frase alla volta e chiediti se la risposta cambierebbe senza. Se la risposta è no, quella frase non serviva.

2. L’essenzialità come metodo, non come rinuncia

Ungaretti è ricordato anche per un componimento ridotto a pochissime parole, diventato quasi un simbolo dell’essenzialità in poesia. Ma essenzialità non vuol dire scrivere prompt brevi a tutti i costi: un prompt di tre parole può essere peggiore di uno di quaranta, se in quelle quaranta ogni parola lavora.

In pratica: elimina i riempitivi (“se possibile”, “credo che”, “forse potresti”) e tieni solo verbi diretti e vincoli chiari. Non è la lunghezza il problema, è il peso specifico di ogni parola.

3. Il bianco della pagina: la pausa che significa

Nei versi di Ungaretti lo spazio bianco, gli a capo isolati, le pause tra le parole non sono vuoto: sono parte del significato. Separano, mettono in risalto, danno respiro.

Nei prompt succede la stessa cosa: quando scrivi tutto in un unico blocco compatto, il modello fatica a distinguere cosa è contesto, cosa è istruzione, cosa è formato di output. La struttura è già informazione.

In pratica: separa esplicitamente le parti del prompt con intestazioni tipo “Contesto:”, “Istruzione:”, “Formato output:”, invece di un paragrafo unico.

4. La revisione infinita: il prompt perfetto non esiste al primo tentativo

Ungaretti ha rivisto le sue poesie per decenni, pubblicando più edizioni della stessa opera con varianti anche profonde. Non considerava mai un testo davvero chiuso.

Un buon prompt funziona allo stesso modo: la prima versione è un abbozzo, non il risultato finale. Va corretta guardando cosa risponde il modello, non solo immaginando cosa dovrebbe rispondere.

In pratica: tieni un piccolo “quaderno dei prompt” dove annoti le versioni che funzionano meglio per un certo compito, come farebbe un poeta con le sue varianti.

5. Il titolo come istruzione operativa

Molti titoli di Ungaretti non sono decorativi: inquadrano il testo, gli danno una collocazione precisa che orienta la lettura di tutto ciò che segue.

La riga di apertura di un prompt fa lo stesso lavoro: se dici subito chi deve essere il modello, qual è l’obiettivo e quali sono i vincoli principali, tutto il resto del prompt viene letto attraverso quella cornice.

In pratica: apri sempre il prompt con una riga che definisce ruolo, obiettivo e vincolo principale, prima di scendere nei dettagli.

6. Il contesto che cambia il peso delle stesse parole

Ungaretti scriveva dalle trincee della Prima guerra mondiale: le stesse parole semplici, nel contesto della guerra, acquistavano un peso che non avrebbero avuto altrove.

Con i modelli linguistici funziona così: le stesse istruzioni generiche producono risultati diversi a seconda di quanto contesto specifico gli dai. Il contesto è ciò che carica di significato parole altrimenti generiche.

In pratica: prima di chiedere, spiega sempre chi sei, in quale situazione ti trovi e perché ti serve quella risposta. È il contesto a rendere specifiche parole altrimenti vaghe.

Il metodo Ungaretti applicato al prompt: una checklist

Prima di inviare un prompt importante, chiediti: ho tolto ogni parola che non lavora? Ho separato contesto, istruzione e formato invece di scriverli in un blocco unico? Sto trattando questa versione come definitiva o come una bozza da rivedere? Ho aperto il prompt con una riga che inquadra ruolo e obiettivo? Ho dato al modello un contesto specifico invece di un’istruzione generica?

Meno versi, più peso

Non serve amare la poesia per scrivere prompt migliori. Ma il principio che ha reso Ungaretti uno dei poeti più essenziali del Novecento — dire meno, pesare di più — è lo stesso che separa un prompt mediocre da uno che funziona davvero.

FAQ

Cosa significa “essenzialità” in un prompt?
Significa che ogni parola del prompt ha una funzione precisa, non che il prompt debba essere per forza breve.

Perché i prompt troppo lunghi spesso funzionano peggio di quelli brevi?
Perché contengono frasi ridondanti o vaghe che il modello deve comunque interpretare, aumentando il rischio di ambiguità.

Come si applica la revisione iterativa ai prompt AI?
Trattando la prima versione come una bozza, correggendola in base alle risposte ottenute invece di considerarla definitiva al primo tentativo.

Serve conoscere la poesia per scrivere prompt migliori?
No, ma i principi di sintesi, struttura e revisione che guidano la buona scrittura — poetica o meno — aiutano a scrivere istruzioni più efficaci per l’AI.

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Sai che cos’è una mucca viola?

Copertina del libro Purple Cow, New Edition di Seth Godin

La domanda sembra da quiz improvvisato durante un corso. E infatti spesso la risposta arriva subito: “Milka!”. Comprensibile, ma qui il cioccolato non c’entra. La mucca viola nasce dal libro Purple Cow: Transform Your Business by Being Remarkable di Seth Godin, pubblicato per la prima volta nel 2003 e poi aggiornato nella nuova edizione del 2009.

L’idea di Godin è semplice e radicale: in un mercato saturo, pieno di prodotti, servizi e messaggi tutti uguali, non basta fare buona pubblicità. Bisogna creare qualcosa di remarkable, cioè degno di essere notato, ricordato e raccontato. La mucca viola è proprio questo: non una trovata estetica, ma un modo per dire che la differenziazione deve essere incorporata nel prodotto, nel servizio, nel posizionamento e nell’esperienza.

Per questo la metafora è ancora utile oggi. Con l’intelligenza artificiale generativa possiamo produrre più contenuti, più idee e più varianti. Ma se tutto assomiglia a tutto, il risultato resta invisibile. Il vero punto è usare strumenti come ChatGPT non per fare “più rumore”, ma per trovare ciò che rende davvero riconoscibile un progetto.

Nel video qui sotto faccio un esperimento molto pratico: chiedo a ChatGPT di analizzare il mio sito e di aiutarmi a trovare possibili “mucche viola”, cioè elementi di differenziazione, format e idee di marketing capaci di uscire dall’ordinario.

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Come usare ChatGPT per trovare la tua mucca viola?

Per usare ChatGPT come alleato di marketing non basta chiedere “dammi idee originali”. Bisogna dargli contesto: sito, pubblico, prodotti, contenuti già pubblicati, tono, casi studio, limiti e obiettivi. A quel punto può aiutare a individuare elementi differenzianti, format narrativi, rubriche, risorse gratuite e angoli di comunicazione. Il risultato va poi filtrato con giudizio umano: l’AI propone, ma il posizionamento si costruisce scegliendo cosa è davvero credibile per il brand.

Che cos’è davvero la mucca viola?

La mucca viola non è semplicemente “fare qualcosa di strano”. Quello è il modo più veloce per confondere eccentricità e strategia.

Nel video collego questo tema anche al cosiddetto effetto Von Restorff, o effetto isolamento: dentro una serie di elementi simili, quello diverso tende a essere ricordato meglio. Applicato al marketing significa una cosa semplice: se comunichi come tutti gli altri, devi pagare molto di più per farti notare.

Perché ChatGPT può aiutare nel posizionamento

ChatGPT non sostituisce una strategia. Però può diventare uno specchio interessante, soprattutto quando gli dai materiale concreto da analizzare.

Nell’esperimento del video gli ho dato il mio sito e gli ho chiesto di individuare possibili mucche viola. Il primo risultato è stato sensato: ha riconosciuto elementi già presenti nel mio lavoro, come la guida calcistica di LinkedIn, le tecnorisate, alcune risorse gratuite e gli interventi di divulgazione.

Questo è utile, ma non basta. Perché spesso l’AI individua prima ciò che è già visibile. Il passaggio interessante arriva dopo, quando le chiedi di andare oltre: non solo riconoscere la differenziazione esistente, ma proporre nuove piste.

Le idee emerse dall’esperimento

Quando ho chiesto a ChatGPT di propormi altre “mucche viola”, sono uscite idee più progettuali. Alcune da verificare, alcune da scartare, altre da mettere in una lista di esperimenti.

Tra gli spunti citati nel video:

  • AI contro Bonanomi: un format basato sulla contrapposizione tra il punto di vista umano e quello dell’intelligenza artificiale;
  • una mini sitcom digitale: contenuti brevi, narrativi, riconoscibili, magari per raccontare errori e paradossi dell’uso quotidiano dell’AI;
  • un gioco interattivo: “scopri il tuo archetipo digitale”, per trasformare un contenuto formativo in esperienza;
  • un podcast sui fallimenti digitali di successo: storie di errori, tentativi, inciampi e lezioni apprese;
  • previsioni digitali vintage: rivedere vecchie profezie tecnologiche e capire quali erano geniali, ingenue o semplicemente premature.

Il punto non è prendere ogni suggerimento come oro colato. Il punto è usare l’AI per aumentare il numero di ipotesi, poi scegliere quelle che hanno più senso per pubblico, competenze, canali e obiettivi.

Il metodo: non chiedere idee, chiedi differenziazione

Molti usano ChatGPT come una macchinetta per generare titoli. Funziona, ma è l’uso meno interessante.

Se vuoi trovare la tua mucca viola, la domanda deve essere più precisa. Per esempio:

  1. analizza il mio sito, i miei contenuti e il mio pubblico;
  2. individua gli elementi che mi differenziano già dai concorrenti;
  3. separa le vere differenze dalle semplici caratteristiche;
  4. proponi format, rubriche o risorse che rendano visibile questa differenza;
  5. valuta ogni idea per originalità, coerenza, facilità di produzione e potenziale di passaparola;
  6. testa una sola idea in piccolo, prima di trasformarla in progetto.

Questa è la differenza tra “fammi una lista di idee” e “aiutami a costruire un posizionamento”. La prima produce rumore. La seconda può produrre direzione.

Un prompt da provare

Puoi partire da una richiesta di questo tipo:

Analizza il mio sito, i miei contenuti e il mio pubblico.
Individua gli elementi che mi differenziano davvero dai concorrenti.
Poi proponi 10 idee di format, rubriche, risorse o campagne
che possano rendere piu visibile questa differenza.

Per ogni idea indica:
- perche potrebbe attirare attenzione;
- a quale pubblico parlerebbe;
- quanto e coerente con il mio brand;
- quanto e facile da realizzare;
- quale primo test potrei fare in una settimana.

Naturalmente, più contesto aggiungi, meglio lavora. Un URL può bastare per iniziare, ma se carichi anche profilo del pubblico, esempi di clienti, contenuti migliori, casi studio e obiettivi commerciali, il risultato diventa molto più interessante.

I rischi da evitare

L’AI può aiutare a uscire dalla zona di comfort, ma può anche spingere verso idee solo apparentemente brillanti.

  • confondere originalità e stranezza: se l’idea sorprende ma non serve, non è strategia;
  • copiare format altrui: l’AI tende a ricombinare ciò che ha visto, quindi bisogna controllare la vera unicità;
  • ignorare il pubblico: una mucca viola per un target può essere rumore per un altro;
  • non testare: un’idea non diventa buona perché è uscita da ChatGPT;
  • dimenticare la coerenza: il posizionamento deve essere riconoscibile, non una maschera indossata per attirare clic.

Il ruolo umano resta centrale

La parte più interessante dell’esperimento non è “ChatGPT ha trovato idee”. Questo ormai lo sappiamo: le idee le produce, anche troppe.

La parte interessante è usare l’AI sulla propria conoscenza specifica. Nel mio caso: sito, contenuti, corsi, conferenze, risorse, libri, esperienze di divulgazione. L’intelligenza artificiale diventa utile quando lavora su un contesto vero, non quando gira nel vuoto.

Poi però bisogna scegliere. Quale idea è credibile? Quale posso produrre con continuità? Quale genera valore e non solo attenzione? Quale può diventare una rubrica, un prodotto, una conferenza, un lead magnet, una conversazione?

Queste risposte non le può dare solo ChatGPT. Le deve dare chi conosce il mercato, il pubblico e la propria identità professionale.

Guarda il video e iscriviti al canale

Nel video mostro l’esperimento in meno di tre minuti: parto dal concetto di mucca viola, spiego perché conta nel marketing e faccio vedere come ChatGPT può aiutare a trovare idee differenzianti partendo da un sito reale.

Se ti occupi di comunicazione, formazione, consulenza, impresa o personal branding, è un buon esercizio da replicare subito. Guarda il video, poi prova a chiedere a ChatGPT: “Qual è la mia mucca viola?”. La risposta potrebbe essere più interessante di quanto sembri.

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FAQ

Che cos’è la mucca viola nel marketing?

La mucca viola è una metafora resa celebre da Seth Godin: indica un prodotto, servizio, contenuto o posizionamento così diverso e memorabile da meritare attenzione e passaparola.

ChatGPT può davvero trovare idee di marketing originali?

Può aiutare a generare ipotesi e collegamenti, soprattutto se riceve contesto concreto. Le idee vanno però valutate, adattate e testate da una persona.

Qual è il modo migliore per usare ChatGPT nel posizionamento?

Il modo migliore è fornirgli sito, pubblico, prodotti, contenuti e obiettivi, poi chiedergli di distinguere tra elementi differenzianti reali, caratteristiche generiche e nuove opportunità di comunicazione.

Che cosa c’entra l’effetto Von Restorff?

L’effetto Von Restorff, o effetto isolamento, descrive la tendenza a ricordare meglio l’elemento diverso dentro una serie di elementi simili. Nel marketing aiuta a capire perché la differenziazione attira attenzione.

Come posso trovare la mia mucca viola?

Parti da ciò che fai in modo davvero diverso, verifica se il pubblico lo percepisce, trasformalo in un messaggio chiaro e testa format, contenuti o offerte che rendano visibile quella differenza.

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Quando si parla di intelligenza artificiale, il dibattito gira spesso intorno alle solite parole: machine learning, prompt, chatbot, LLM, algoritmi.

Parole importanti, certo. Ma se usi ChatGPT, Copilot, Gemini, Claude o altri strumenti di AI generativa nel lavoro quotidiano, ci sono altri termini meno popolari che vale la pena conoscere.

Non per fare bella figura in riunione. Anche se, diciamolo, ogni tanto aiuta.

Conoscere questi concetti serve a capire perché un chatbot risponde in un certo modo, perché a volte sbaglia, perché alcuni strumenti sono più adatti di altri e perché caricare un documento non significa automaticamente “addestrare” un modello.

Ecco dieci termini dell’intelligenza artificiale che dovrebbero entrare nel vocabolario di chi usa i chatbot in azienda.

Risposta breve: quali termini AI servono davvero nel lavoro?

Per usare meglio i chatbot al lavoro conviene conoscere almeno dieci concetti: context window, grounding, temperature, tokenization, embedding, RAG, hallucination, fine-tuning, inference e AI Agent. Sono parole tecniche, ma hanno conseguenze molto pratiche: aiutano a scrivere prompt migliori, scegliere strumenti più adatti, ridurre errori e capire i limiti dell’intelligenza artificiale.

1. Context window: quanta memoria ha davvero il chatbot?

La context window, o finestra di contesto, è la quantità di informazioni che un modello riesce a prendere in considerazione in una conversazione.

Più è ampia, più il chatbot può lavorare su testi lunghi, documenti complessi, conversazioni estese e molti dati forniti dall’utente. Per chi lavora significa poter analizzare contratti, manuali, verbali, report o procedure senza doverli spezzettare in mille pezzi.

Attenzione però: finestra di contesto non significa memoria perfetta. Il modello può comunque perdere sfumature, dare più peso ad alcune parti o confondere elementi simili.

In pratica: quando chiedi a un chatbot di analizzare un documento lungo, non limitarti a caricarlo e dire “fammi un riassunto”. Spiega che cosa vuoi ottenere, quali sezioni sono più importanti e quale uso farai del risultato.

2. Grounding: collegare l’AI a fonti affidabili

Il grounding consiste nel collegare il modello a fonti di dati affidabili, invece di lasciarlo rispondere solo sulla base di ciò che ha appreso durante l’addestramento.

Quando un chatbot consulta documenti aziendali, un database interno, una knowledge base o un archivio di procedure prima di rispondere, sta usando una forma di grounding.

Questo approccio riduce il rischio di risposte inventate e rende l’AI molto più utile nel lavoro. Non perché diventa infallibile, ma perché lavora su materiale verificabile.

È lo stesso principio che ho raccontato parlando di second brain, metodo LLM Wiki e Obsidian: l’AI funziona meglio quando ha buone fonti su cui appoggiarsi.

3. Temperature: quanto deve essere creativa l’AI?

La temperature è un parametro che controlla il livello di variabilità delle risposte generate da un modello.

Con valori bassi, il modello tende a produrre risposte più prevedibili, coerenti e ripetibili. Con valori più alti aumenta la varietà delle formulazioni e delle idee.

Nella documentazione OpenAI sul prompt engineering, la temperature viene spiegata proprio come una leva che rende l’output più o meno casuale. Per attività fattuali, estrazioni di dati o documentazione tecnica è meglio tenerla bassa. Per brainstorming, naming o idee creative può avere senso alzarla.

In pratica: se devi scrivere una procedura HR, non vuoi troppa fantasia. Se devi trovare dieci titoli per una campagna interna, un po’ di varietà può aiutare.

4. Tokenization: perché il testo viene fatto a pezzetti

I modelli linguistici non leggono il testo esattamente come lo leggiamo noi. Lo suddividono in unità chiamate token.

Un token può essere una parola, una parte di parola, un numero, un simbolo o un segno di punteggiatura. Questo spiega perché esistono limiti di lunghezza nelle conversazioni e perché certi documenti molto estesi devono essere gestiti con metodo.

Quando un sistema dice che un modello può gestire un certo numero di token, non sta parlando semplicemente di parole. Sta parlando della quantità di testo codificato che può essere elaborata.

In pratica: se lavori con documenti lunghi, chiedi all’AI di analizzarli per sezioni, creare una mappa iniziale e poi approfondire i punti più rilevanti.

5. Embedding: il significato trasformato in numeri

Gli embedding sono rappresentazioni numeriche del significato di parole, frasi o documenti.

Detta così sembra una cosa da matematici con molto caffè a disposizione. In realtà il concetto è molto pratico: grazie agli embedding, un sistema può capire che due testi sono simili anche se usano parole diverse.

È il principio che permette la ricerca semantica nei documenti aziendali. Non devi conoscere la frase esatta presente in una procedura: puoi cercare per concetto e recuperare informazioni pertinenti.

La guida OpenAI sugli embedding li descrive come un modo per trasformare il testo in numeri e abilitare casi d’uso come ricerca, clustering e analisi di similarità.

In pratica: gli embedding sono una delle basi tecniche dietro chatbot aziendali, motori di ricerca interni, sistemi di knowledge management e assistenti documentali.

6. RAG: quando il chatbot cerca prima di rispondere

RAG significa Retrieval-Augmented Generation. In italiano potremmo tradurlo, con poca poesia ma molta precisione, come generazione aumentata dal recupero di informazioni.

Prima di generare una risposta, il sistema cerca dati rilevanti in una base documentale e li usa come riferimento. In questo modo il chatbot non si limita alla “memoria” del modello, ma lavora su fonti specifiche.

Secondo Google Cloud, il RAG combina modelli linguistici e basi di conoscenza esterne per migliorare gli output. È una delle tecniche più importanti per usare l’AI in azienda senza affidarsi solo a risposte generiche.

Strumenti come Gemini Notebook (ex NotebookLM) lavorano proprio in questa direzione: prima le fonti, poi le risposte. Per questo ho raccolto anche una pagina con i miei video YouTube su Gemini Notebook.

7. Hallucination: quando l’AI inventa con grande sicurezza

Le hallucination, o allucinazioni, sono risposte apparentemente corrette ma in realtà inventate.

Il chatbot può creare dati inesistenti, attribuire citazioni mai pronunciate, inventare fonti, sbagliare date o mescolare informazioni vere e false. Il problema è che spesso lo fa con un tono molto convincente.

Non è un piccolo bug occasionale: è un rischio legato al modo in cui funzionano i modelli linguistici, che generano testo probabile, non verità certificata.

In pratica: mai usare una risposta AI in un documento importante senza verifica. Soprattutto se contiene numeri, fonti, norme, citazioni, dati economici, informazioni legali o sanitarie.

Su questo punto torno spesso nei miei corsi su AI generativa per aziende e professionisti: l’AI aumenta la produttività, ma non elimina la responsabilità.

8. Fine-tuning: non è caricare un PDF

Il fine-tuning consiste nell’addestrare ulteriormente un modello già esistente su un insieme specifico di dati.

Un’azienda può, per esempio, adattare un modello al proprio linguaggio, ai propri prodotti, alle proprie procedure o a un certo stile di risposta. È una modifica più profonda rispetto al semplice caricamento di documenti in una chat.

Qui nasce una confusione frequente: “Ho caricato il manuale, quindi ho addestrato il modello”. No. In molti casi hai solo dato al chatbot un contesto o una fonte da consultare. Il fine-tuning è un’altra cosa.

In pratica: prima di pensare al fine-tuning, molte aziende dovrebbero sistemare documenti, FAQ, procedure, dati e knowledge base. Spesso il problema non è il modello. È il materiale di partenza.

9. Inference: il momento in cui l’AI risponde

L’inference è il momento in cui il modello produce concretamente una risposta.

L’addestramento può richiedere mesi, enormi quantità di dati e infrastrutture molto costose. L’inference è ciò che accade ogni volta che scrivi una domanda a un chatbot e aspetti la risposta.

Capire questa distinzione aiuta anche a leggere meglio il mercato: alcuni servizi costano di più perché usano modelli più potenti, gestiscono più contesto, rispondono più velocemente o includono strumenti aggiuntivi.

In pratica: quando usi ChatGPT o Copilot non stai “addestrando” il modello ogni volta. Stai chiedendo al modello di generare una risposta sulla base del contesto disponibile.

10. AI Agent: quando il chatbot inizia ad agire

Un AI Agent non si limita a rispondere alle domande. Può pianificare attività, usare strumenti esterni, consultare database, eseguire azioni e verificare risultati prima di proseguire.

Nel mondo del lavoro rappresenta un passaggio importante rispetto al chatbot tradizionale. Un agente può, per esempio, recuperare informazioni dal CRM, preparare una bozza di email, compilare un report, aggiornare un gestionale o coordinare più passaggi di un flusso operativo.

La documentazione OpenAI sugli Agents mostra proprio questa evoluzione: modelli collegati a istruzioni, strumenti e comportamenti eseguibili.

In pratica: gli agenti AI sono promettenti, ma richiedono governance. Più un sistema può agire, più bisogna definire limiti, autorizzazioni, controlli e responsabilità.

Il vero vantaggio: meno magia, più metodo

Conoscere questi termini non serve a trasformarsi in ingegneri del machine learning.

Serve a usare meglio gli strumenti che ormai entrano in molte attività quotidiane: scrivere, riassumere, cercare, analizzare, confrontare, classificare, generare idee, preparare documenti, supportare clienti e colleghi.

La differenza tra chi usa un chatbot “a caso” e chi lo usa con metodo spesso sta proprio qui: capire che cosa può fare, che cosa non può fare, quali dati gli servono e quali controlli sono necessari.

In un mercato del lavoro in cui l’AI diventa una competenza trasversale, il vantaggio competitivo non sarà solo “saper usare ChatGPT”. Sarà comprenderne abbastanza il funzionamento da ottenere risultati migliori, più affidabili e più utili.

Meno magia, quindi. Più metodo.

FAQ

Quali sono i termini AI più utili da conoscere al lavoro?

Tra i più utili ci sono context window, grounding, temperature, token, embedding, RAG, hallucination, fine-tuning, inference e AI Agent. Sono concetti tecnici, ma hanno conseguenze molto pratiche nell’uso dei chatbot.

Che cos’è il RAG nell’intelligenza artificiale?

Il RAG, Retrieval-Augmented Generation, è una tecnica che permette a un chatbot di recuperare informazioni da fonti esterne prima di generare una risposta. Serve a rendere l’output più pertinente e collegato a dati specifici.

Che differenza c’è tra grounding e fine-tuning?

Il grounding collega il modello a fonti affidabili da consultare. Il fine-tuning modifica più profondamente il comportamento del modello tramite un ulteriore addestramento su dati specifici.

Perché i chatbot inventano risposte?

Perché i modelli linguistici generano testo probabile, non verità garantite. Le risposte inventate ma plausibili vengono chiamate hallucination, o allucinazioni.

Un AI Agent è diverso da un chatbot?

Sì. Un chatbot risponde soprattutto a domande e istruzioni. Un AI Agent può anche usare strumenti, pianificare azioni, consultare sistemi esterni e completare attività più complesse.

 

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