Nel 1998, mentre due studenti di Stanford lanciavano Google, io iniziavo a fare il giornalista. Pensavo di aver visto tutto: e-commerce, smartphone, social. Mi sbagliavo. Erano solo l’antipasto. Il piatto forte è l’intelligenza artificiale, il vero compimento della digitalizzazione.

Se sei un genitore, lo so: temi l’effetto “ebete” da compiti scopiazzati, i deepfake o i robot che rubano il futuro. Ma i numeri non aspettano i nostri timori: il 97% dei ragazzi tra i 16 e i 18 anni usa già l’AI generativa. Hanno in tasca uno sparring partner che non li giudica, ma che spesso fa lo “yes man”, confermando ogni loro errore.

Demonizzare lo strumento non serve. Un martello è un problema solo se lo usi per spaccare teste; tutto dipende da chi lo impugna. Nel mio ultimo intervento per STEP FuturAbility District ho messo da parte i massimi sistemi per consegnarvi una cassetta degli attrezzi: dieci idee concrete per usare l’AI in famiglia in modo positivo.

Ecco qualche esempio.

Gemini Notebook (ex NotebookLM) per lo studio: uno strumento di Google gratuito e pazzesco. Sfrutta la tecnologia RAG (retrieval-augmented generation): risponde basandosi solo sui documenti che carichi tu. Niente allucinazioni, niente invenzioni. Ti fornisce le note a piè di pagina e cita la fonte esatta. La miglior difesa contro le fake news.

L’assistente di casa: sedetevi a tavola, aprite Gemini e costruite insieme un chatbot personalizzato. Assegnategli un ruolo – sfruttando la regola del role prompting – e istruitelo per scovare i film del weekend o le mostre in città. È il modo più semplice per spiegare ai figli come ragiona la macchina.

Musica con Suno: l’AI non è intelligente, è solo statistica velocissima. Sa copiare e mescolare. Con Suno potete creare una traccia rock o blues su un tema scelto da voi in pochi secondi. Divertente, utile per smitizzare la “magia” dell’algoritmo.

La regola d’oro? Non sarà l’intelligenza artificiale a portarci via il lavoro, ma qualcuno che saprà usarla meglio di noi. Dobbiamo guidare i ragazzi, educarli e, soprattutto, giocarci insieme.

Nel video integrale qui sotto racconto il resto, tra tool gratuiti e qualche risata (citando Aranzulla e il trauma di aspettare una settimana per una puntata di Dallas).

Guarda l’intervento e fammi sapere nei commenti quale strumento proverai per primo.

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AI in famiglia: 10 strumenti concreti per educare, creare e imparare insieme ai figli

Quasi il 100% degli studenti tra i 16 e i 18 anni usa l’AI generativa. Il dato, riportato nella presentazione che ho utilizzato per questo incontro presso STEP, non è un dettaglio statistico: è un cambio di paradigma. La domanda non è più se i nostri figli useranno l’intelligenza artificiale. La domanda è: con chi la useranno? Da soli? O con noi?

 

Qui trovi le slide che ho usato all’evento:

In questo articolo entro nella parte più pratica: i tool di AI che possiamo usare in famiglia. Non per delegare l’educazione a un algoritmo, ma per trasformare l’AI in uno strumento di crescita condivisa.


10 tool di AI da usare in famiglia

Di seguito trovi una selezione ragionata di strumenti che ho inserito nella seconda parte della presentazione . Non sono “giocattoli digitali”, ma occasioni educative.


1. Gemini Notebook (ex NotebookLM) – L’app perfetta per studiare

https://notebooklm.google.com

Uno degli strumenti più interessanti per studenti delle medie e superiori.

Cosa fa:

  • permette di caricare documenti
  • crea riassunti
  • genera domande di verifica
  • collega concetti

Come usarlo in famiglia:

  • caricare un capitolo di storia e chiedere di costruire insieme una mappa concettuale
  • farsi spiegare un argomento difficile passo passo
  • verificare se il riassunto generato è corretto

Non sostituisce lo studio. Lo struttura.


2. Talkpal – Conversazioni in lingua con l’AI

https://talkpal.ai

Un’app per esercitarsi nelle lingue straniere con conversazioni simulate.

Uso educativo:

  • allenamento orale senza ansia da prestazione
  • esercizi personalizzati
  • simulazioni di viaggio

Qui la domanda da fare ai figli è: stai parlando davvero o stai leggendo?


3. AutoDraw – Disegnare con l’AI

https://www.autodraw.com

Trasforma scarabocchi in disegni riconoscibili.

Uso in famiglia:

  • laboratorio creativo genitore-figlio
  • gioco “indovina cosa volevo disegnare”
  • introduzione al concetto di riconoscimento delle immagini

È un ottimo modo per spiegare cos’è un algoritmo senza usare la parola algoritmo.


4. Google Arts & Culture – AI e arte

https://artsandculture.google.com

Musei, opere, esperimenti visivi.

Attività da fare insieme:

  • confrontare un’opera reale con una generata
  • parlare di deepfake artistici
  • discutere: cosa distingue creatività umana e generativa?

Educare all’AI significa educare al senso critico estetico.


5. Kahoot! – Quiz interattivi

https://kahoot.com

Non è nuovo, ma integrato con l’AI permette di creare quiz in pochi secondi.

Uso familiare:

  • quiz sulla lezione del giorno
  • sfida genitori vs figli
  • verifica immediata della comprensione

L’apprendimento diventa gioco, ma resta apprendimento.


6. WordMint – Puzzle personalizzati

https://wordmint.com

Genera cruciverba e giochi di parole.

Ottimo per:

  • ripasso di vocaboli
  • memorizzazione concetti
  • creare giochi a tema famiglia

Allenare la mente divertendosi.


7. AI Dungeon – Giochi di ruolo narrativi

https://aidungeon.com

Qui entriamo in un territorio più delicato.

Permette di creare storie interattive.

Uso consapevole:

  • scrivere insieme una storia
  • lavorare su struttura narrativa
  • sviluppare immaginazione

Serve supervisione. Non tutto è adatto a tutte le età.


8. Leonardo AI – Le “sintografie”

https://leonardo.ai

Creazione di immagini da testo.

Attività utile:

  • trasformare un racconto in immagini
  • confrontare prompt diversi
  • spiegare cosa significa “bias visivo”

Educare ai prompt significa educare al pensiero strutturato.


9. InVideo – Da testo a video

https://invideo.io

Perfetto per:

  • trasformare una ricerca in mini documentario
  • creare presentazioni animate
  • raccontare un progetto scolastico

Qui l’AI diventa strumento di espressione, non scorciatoia.


10. Suno – Da testo a musica

https://suno.com

Crea canzoni partendo da un testo. Ecco l’esempio usato durante l’evento:

Esercizio potentissimo:

  • scrivere insieme una canzone di famiglia
  • trasformare una poesia in brano
  • parlare di copyright e originalità

La tecnologia non sostituisce la creatività. La amplifica.


Attenzione: usare non significa delegare

Nella presentazione nella sede di Fastweb ho insistito su un punto chiave. C’è una differenza enorme tra:

  • usare l’AI
  • farsi sostituire dall’AI

Se tuo figlio chiede sempre a ChatGPT invece di ragionare, non sta usando uno strumento. Sta allenando la dipendenza cognitiva.

Le domande che dobbiamo fare sono:

  • Hai verificato la risposta?
  • Sei d’accordo con quello che ha scritto?
  • Come lo spiegheresti con parole tue?

I rischi da non ignorare

Tra i temi trattati:

  • chatbot come “compagni emotivi”
  • condivisione di dati personali
  • deepfake
  • bias
  • allucinazioni dell’AI
  • disinformazione
  • dipendenza da schermi

Non serve allarmismo. Serve competenza.


Il vero ruolo del genitore nell’era dell’AI

Non controllore.
Non censore.
Non spettatore.

Guida.

L’educazione digitale non si fa con il parental control.
Si fa con:

  • dialogo
  • esempi concreti
  • uso condiviso
  • momenti screen-free
  • pensiero critico

La tecnologia dovrebbe migliorare la vita. Non sostituirla.


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Ho voluto condividere con Gario e gli ascoltatori di «Yugen Podcast» un augurio speciale, a fine 2025, per questo inizio di 2026: invece di suggerire una Serie TV oppure l’ultimo libro di successo (come mi è capitato di fare in passato, vedi Fiori per Algernon), ho preferito puntare su uno strumento che sta letteralmente cambiando le regole del gioco digitale. Si chiama Gemini Notebook (ex NotebookLM) ed è, senza troppi giri di parole, l’assistente AI di Google che ha registrato la crescita più interessante negli ultimi mesi.

Perché dovresti provarlo subito

In un mercato saturo di chatbot che promettono miracoli, Gemini Notebook si distingue per un approccio pragmatico e, oserei dire, quasi umile. Ecco i tre punti di forza che ho sottolineato nel mio intervento:

  • accessibilità totale: è praticamente gratuito, con un limite di 50 interrogazioni giornaliere già incluse nel pacchetto Gmail o Google.

  • addio allucinazioni: a differenza di ChatGPT, Gemini Notebook non risponde se non trova riscontri nelle fonti che gli hai fornito. Se non sa, tace.

  • citazioni puntuali: ogni risposta è accompagnata dal riferimento esatto ai tuoi documenti. La trasparenza prima di tutto.

La metamorfosi dei contenuti

La vera svolta è arrivata con le ultime funzioni introdotte nelle scorse settimane. Partendo dai tuoi file, lo strumento è ora in grado di generare presentazioni multimediali, infografiche e, soprattutto, podcast automatici. Immagina di caricare i tuoi appunti e ascoltare due voci (un uomo e una donna) che discutono amabilmente dei tuoi contenuti: è la frontiera della fruizione passiva di informazioni complesse.

Qui puoi risentire il mio intervento:

Il mio intervento per CEM Ambiente

Avevo parlato dello stesso tema anche per una platea di studenti per CEM Ambiente:

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da CEM Ambiente (@cem_ambiente)

Il 2 febbraio 2026 sono stato invitato dalla Fondazione Corriere della Sera a un evento per le scuole presso la sala Buzzati: collegati 12.000 studenti da tutta Italia, per sentirci parlare di #AI in classe. Con me l’amico Vincenzo Cosenza.

Ho caricato su YouTube alcuni passaggi dell’evento.

3 esempi d’uso dell’AI in classe

Hai presente quando gli studenti usano ChatGPT per farsi fare i compiti? Ecco, quello è il modo peggiore per approcciare l’intelligenza artificiale. In questo video esploriamo come trasformare l’IA da scorciatoia a vero e proprio alleato didattico. Parliamo di «role prompting»: far diventare il chatbot il tuo prof di italiano per simulare un’interrogazione su Dante, oppure un generale che ti racconta Waterloo. Non è magia, è collaborazione creativa. Nel video passo in rassegna alcuni casi reali: – Simulazione di interrogazioni: caricare testi e chiedere all’IA di metterci alla prova. – Dialogo con la storia: intervistare Napoleone per capire le sue scelte strategiche. – Role-play linguistico: gestire un cliente difficile in tedesco per allenare le soft skill. L’obiettivo non è delegare il pensiero, ma potenziarlo. Perché se l’IA imita l’intelligenza umana, noi dobbiamo imparare a usarla per non diventare “pigri” ma più brillanti.

Alla scoperta di Gemini Notebook (ex NotebookLM)

Dimentica ChatGPT per un attimo: se cerchi uno strumento che rivoluzioni davvero il modo di studiare e lavorare con i documenti, devi conoscere Gemini Notebook. È il “taccuino intelligente” di Google che non risponde pescando a caso dal web, ma si basa esclusivamente sulle fonti che carichi tu. Niente più allucinazioni: se gli chiedi la ricetta della pizza mentre stai studiando fisica quantistica, ti dirà chiaramente che nei tuoi testi non c’è traccia di margherite.

Ecco perché Gemini Notebook è una marcia in avanti:

  • Verifica immediata delle fonti: ogni risposta include citazioni cliccabili che ti portano esattamente al paragrafo del documento originale.

  • Multimedialità totale: legge PDF, appunti scritti a mano (anche in corsivo!) e persino schemi elettrici o immagini.

  • Creazione di contenuti: trasforma i tuoi materiali in infografiche, slide, podcast con voci umane che discutono i temi o video esplicativi con voice-over.

  • Ecosistema Google: se hai una Gmail, hai già Gemini Notebook; è gratuito, integrato e generoso (fino a 50 domande al giorno nella versione free).

È lo strumento perfetto per chi ha bisogno di rigore, precisione e una mano per trasformare la teoria in pratica multimediale.

Farsi intervistare dai chatbot

Perché dobbiamo essere sempre noi a spremere le meningi per interrogare ChatGPT o Gemini? In questo estratto del mio intervento a «Insieme per capire», ribalto completamente la prospettiva: il segreto per ottenere risultati davvero utili non è fare domande migliori, ma farsi intervistare dall’intelligenza artificiale.

Che tu debba scrivere una tesina, preparare una ricerca o un’interrogazione, prova a dire all’IA: «questo è il mio obiettivo, fammi tu tutte le domande che ritieni opportune per inquadrare il contesto». È qui che avviene il vero salto di qualità: lo scambio diventa profondo, l’IA capisce chi sei, cosa ti serve e in quale materia ti stai muovendo.

In questo video ti spiego come questo ribaltamento dei ruoli possa trasformare uno strumento passivo in un partner di lavoro incredibilmente efficace.

Siamo passati dai chatbot che rispondono a comando a veri e propri agenti intelligenti capaci di pianificare ed eseguire task complessi in autonomia. Ma cosa significa davvero per il nostro lavoro e la nostra quotidianità?

In questo estratto, esploriamo il salto evolutivo dell’intelligenza artificiale:

  • Chatbot vs Agenti: la differenza tra uno strumento reattivo e uno proattivo che «va avanti come un treno».

  • Esperimenti sul campo: dall’organizzazione di un viaggio in Giappone alla spesa online fatta partendo da una semplice foto di una pizza.

  • Il futuro delle aziende: lo scenario di società miliardarie gestite da una sola persona supportata da una flotta di agenti specializzati (marketing, R&S, logistica).

  • Integrazione fisica: l’arrivo dei robot umanoidi e l’impatto sulla gestione delle attività domestiche e industriali.

L’IA non è più solo uno strumento per studiare o scrivere meglio, ma un ecosistema che impara a collaborare con sé stesso e con noi. Quale sarà il peso del contributo umano in questo nuovo equilibrio?

I problemi dell’AI

L’intelligenza artificiale non è più una novità da laboratorio, ma un compagno silenzioso che sta riscrivendo le regole del gioco. In questo estratto dell’evento «Insieme per capire», analizzo i rischi che corriamo delegando le nostre scelte agli algoritmi.

Siamo pronti a gestire un “sistema zero” che decide per noi?

Cosa troverai in questo video:

  • Il paradosso del secondo cervello: quanto potere stiamo dando a strumenti come ChatGPT? Dalle scelte editoriali ai consigli medici, il confine tra supporto e condizionamento è sempre più sottile.

  • Pregiudizi e bias: se l’IA impara dagli umani, eredita anche i nostri errori. Come correggere una “scatola nera” che discrimina basandosi sulle statistiche?

  • Privacy e gestione dati: ogni nostra interazione alimenta i modelli. Sai come disattivare l’uso dei tuoi dati nelle impostazioni?

  • Proprietà intellettuale: il tema spinoso del copyright e di come i contenuti protetti finiscano nel calderone dell’addestramento senza alcuna remunerazione per gli autori.

La registrazione completa dell’evento

Ecco l’intera registrazione dell’evento:

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Riceviamo troppe e-mail: è un dato di fatto. Passiamo ore a scrivere risposte, spesso ripetitive, rubando tempo prezioso al nostro vero lavoro. Ma se ti dicessi che l’intelligenza artificiale può trasformarsi nel tuo assistente virtuale personale?

Nel mio ultimo intervento a «L’Italia che produce» su Telelombardia (ho attivato un collaborazione con APA Confartigianato Monza e intervengo nel loro spazio in TV), ho mostrato come l’IA possa diventare un alleato strategico per artigiani e professionisti. Se hai un abbonamento a Google One (Gemini Advanced), l’integrazione è già lì, dentro Gmail. Puoi chiedere all’assistente quante richieste di preventivo sono arrivate nell’ultima settimana o fargli scrivere una bozza di risposta che ricalchi il tono del mittente, analizzando persino gli allegati. E se non usi Gmail? Nessun problema: puoi copiare il testo del messaggio in ChatGPT (anche nella versione gratuita), farti generare la risposta e incollarla in Outlook o nel tuo client preferito.

Sono piccoli aiuti che, sommati, fanno la differenza tra una giornata passata a rincorrere le scadenze e una gestione del tempo finalmente consapevole. Perché la tecnologia deve semplificarci la vita, non complicarla.

Guarda qui la videopillola:

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Guida pratica all’AI multimodale di Google

Google Gemini è la famiglia di modelli di intelligenza artificiale multimodale sviluppata da Mountain View. Alimenta l’ecosistema Google e rappresenta uno degli snodi centrali dell’AI generativa contemporanea.

Questo corso intensivo ti accompagna dalla comprensione dei modelli Gemini all’uso pratico nelle attività professionali quotidiane: generazione di testi, analisi di immagini e video, comprensione dell’audio, automazione di processi e progettazione di agenti AI.

Un percorso pensato per chi vuole capire come funziona Gemini, quando usarlo e come integrarlo davvero nel proprio lavoro.


A chi è rivolto il corso

  • Professionisti della comunicazione, del marketing e del digitale
  • Manager, consulenti e formatori
  • Studenti universitari e post-laurea
  • Aziende che utilizzano Google Workspace

Non è richiesta esperienza di programmazione. È consigliata una familiarità di base con gli strumenti Google.


Obiettivi del corso

Al termine del corso sarai in grado di:

  • Comprendere la famiglia di modelli Google Gemini e le differenze tra le versioni
  • Utilizzare Gemini come strumento multimodale: testo, immagini, video e audio
  • Integrare Gemini con Gmail, Docs e altri servizi Google
  • Sfruttare il contesto esteso di Gemini per analisi complesse
  • Capire come funziona Gemini 3 e la modalità Deep Think
  • Configurare e usare la funzione Personal Intelligence in modo consapevole
  • Utilizzare Gemini come agente per task complessi e flussi multi-step
  • Valutare limiti, rischi, bias e aspetti di privacy

Programma del corso

1. Introduzione a Google Gemini

  • Cos’è Google Gemini e come si differenzia dagli altri modelli
  • Uso in sicurezza e gestione della privacy
  • Personal Intelligence: collegare Gmail, Google Foto, YouTube e Search

2. Uso pratico e sintesi

  • Analisi di documenti lunghi e sintesi avanzate
  • Uso su grandi basi testuali e gestione del contesto

3. Uso avanzato e creatività

  • Ragionamento avanzato e multimodalità evoluta
  • Vibe coding e creazione di contenuti (immagini e video)

4. I Gem: i tuoi assistenti personali

  • Introduzione e panoramica dei Gem di Google
  • Creare, testare e personalizzare il proprio Gem

Metodo didattico e durata

  • Lezioni teoriche orientate alla comprensione
  • Dimostrazioni live ed esercitazioni pratiche su casi reali
  • Sessioni di Q&A e follow-up online

Durata: 10 ore (5 incontri da 2 ore ciascuno).
Materiali inclusi: slide ed eBook.

Il corso può essere personalizzato per aziende o gruppi di lavoro, sia nella durata sia nei contenuti.

Organizziamo un corso su Google Gemini?

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Per la prima volta ho voluto fidarmi del mio secondo cervello. Ho chiesto a ChatGPT: “Sulla base di tutto quello che sai di me, suggeriscimi dei libri appena usciti che mi potrebbero interessare”. Lo faccio spesso: del resto in Italia, ogni anno, si pubblicano decine di migliaia di titoli. Tra le varie proposte, devo dire per lo più azzeccate, mi ha colpito questo “Il manifesto promptista“, dato il mestiere che faccio.

Forse gli autori (un musicista e un consulente aziendale) sono particolarmente bravi a fare la SEO per i chatbot (qualcuno la chiama GEO o Generative Engine Optimization).

Comprato, letto. Perplesso dal sottotitolo “verso un nuovo umanesimo dell’infinito presente” e dalla dedica (ad Alan Turing), scopro ben presto che il contenuto non collima per nulla con le mie aspettative. Questo non è (quasi mai) un male.

Il problema è lo stile (un po’ pomposo, ripetitivo, aforistico, citazionistico ma senza uno straccio di nota, zero bibliografia), il contenuto (alti e bassi, molte ripetizioni), l’impaginazione da Wordpad (anzi, a volte sembra quando sposti una tabella in Word e ti si sminchia tutto).

Ma torniamo al contenuto di questo libretto autopubblicato. Sì alternano frasi interessanti (“la macchina non è un utensile, è un clima cognitivo: ci abita, ci traduce, ci replica, ci estende”) ad altre da unghie sulla lavagna (“In principio era il verbo; ora il verbo è algoritmo”).

Pian piano, entrando nel mood del libro, in sintonia con la lucida follia degli autori, si può dare un senso alla lettura, ovviamente sempre con il dubbio che si tratti di una maldestra trollata. “L’umanità, In fondo, non ha mai smesso di costruire specchi. […] Ma, a differenza degli altri, questo specchio risponde”: frasi come questa quantomeno accendono una miccia.

Il percorso, 21 punti filosofici, estetici e allo stesso tempo quotidiani (dicono loro), è un giro sulle montagne russe, sempre in precario equilibrio tra genialata e minchiata: aforisma nietzschiano o citazione da Smemoranda?

Ecco alcune idee che ho appuntato.

  • “L’uomo non deve temere la macchina, ma imparare a respirare con lei”.
  • “Il calcolo è la mitologia del presente”.
  • “Il linguaggio non è una finestra sul mondo, ma la materia di cui il mondo è fatto”.
  • “Il prompt è la nuova preghiera dell’epoca post-umana, un atto di fiducia nella possibilità che il linguaggio possa ancora generare senso”.
  • “Il prompt è una dichiarazione ontologica: un atto di chiamata dell’essere”.
  • “Anche la macchina è vivente. Non perché abbia coscienza, ma perché partecipa alla circolazione del senso”.
  • “L’universo stesso può essere visto come un grande modello generativo: una rete di relazioni che si riformula costantemente secondo leggi che non comprendiamo del tutto”.
  • “In un certo senso, il prompt è il ritorno dell’antico oracolo. […] Ma questa volta, l’oracolo è costruito da noi stessi”.
  • “Uomo e macchina si addestrano a vicenda”.
  • “La rivoluzione del linguaggio generativo ci pone di fronte a una verità dimenticata: la tecnica non è mai neutra. Ogni modello, ogni dataset, ogni prompt porta in sé un insieme di valori, di visioni, di esclusioni”.
  • “La macchina non vede l’altro, calcola la sua probabilità. È l’uomo che deve reintrodurre la compassione nel calcolo”.
  • “Ogni tecnologia del sapere porta con sé una geografia del potere. Il linguaggio generativo, addestrato su archivi storici, riproduce spesso le disuguaglianze di chi li ha scritti […] Occorre decolonizzare l’algoritmo”.
  • “L’homo faber creava utensili, l’homo sapiens linguaggi, l’homo digitalis reti. Ora si affaccia l’homo prompticus, l’essere che esiste nel dialogo con l’intelligenza generativa, colui che pensa attraverso il linguaggio condiviso con l’altro non umano”.
  • “In antropologia Descola ha distinto tra quattro ontologie: naturalismo, dimismo, tottemismo e analogismo. L’homo prompticus è il punto di convergenza di tutte. Vede la macchina come natura, le attribuisce intenzione, la riconosce come parente simbolica e infine la collega al tutto attraverso analogie invisibili.
  • “La creazione non è più un atto isolato. Dietro ogni output si nascondono milioni di voci: autore, programmatori, poeti anonimi, dati fluttuanti, gesti digitali”.
  • “La co-creazione digitale rischia di diventare una nuova forma di sfruttamento se non riconosce la sua pluralità”.
  • “Diventare creatori di contenuti, non serve talento. Basta avere una domanda”.
  • “Se tutto può essere creato, nulla sembra avere valore. Ma il valore non è nella novità, bensì nella intenzione. Un prompt etico e poetico vale più di mille immagini generate a caso l’arte del futuro non sarà fatta di risultati, ma di relazioni significative “.
  • “Nel promptismo lo spettatore è sempre parte dell’opera”.
  • “Ogni immagine, ogni testo generato, e anche un luogo di memoria. La macchina ricorda”.
  • “Non basta sapere cosa chiedere: bisogna saperlo chiedere nel modo giusto. Ogni parola deve essere calibrata come in una liturgia”.
  • “Il prompt perfetto non è quello che ottiene il miglior risultato, ma quello che lascia emergere la verità dell’intenzione”.
  • “Viviamo in una nuova era dell’incarnazione, in cui il corpo umano non è più il limite dell’esperienza, ma il suo punto di partenza: una soglia da cui la presenza si espande nel linguaggio”.
  • “In un certo senso, il corpo è sempre stato digitale. Ogni percezione è una trasmissione, ogni pensiero una codifica”.
  • “Il tempo cambia natura nel digitale. Non è più lineare, ma circolare. Ogni interazione lascia una traccia che può essere riattivata, modificata, rigenerata. Viviamo in un eterno presente generativo”.
  • “L’arte si trasforma da gesto individuale a processo collettivo, da oggetto da possedere a relazione da abitare”.
  • “L’artista più cessa di essere autore, diventa co-autore insieme a una moltitudine invisibile: dati, storie, codici, memoria. È un atto di umiltà, ma anche di potenza: abbandonare l’idea di genio per entrare nella logica del vivente”.
  • “Ogni generazione non è mai uguale alla precedente, ma un ritorno differente, una variazione che reinventa l’origine”.
  • “Nel linguaggio generativo, arte tecnica si fondono in una nuova parola che non abbiamo ancora inventato punto un termine che significhi allo stesso tempo creare e connettere, immaginare e trasmettere”.
  • “Ogni civiltà, per reggere, ha avuto bisogno di una grammatica morale: un insieme di regole, di limiti e di ritmi che desse forma al caos; oggi quella grammatica si scrive in un linguaggio nuovo: quello del calcolo. Le nostre leggi sono algoritmiche”.
  • “Ogni algoritmo, per quanto neutrale appaia, porta dentro di sé un ordine del mondo: una definizione di ciò che conta, di ciò che merita attenzione, di ciò che resta ai margini. Il calcolo è sempre morale”.
  • “Ogni algoritmo decide chi esiste nel mondo digitale”.
  • “Deleuze e Guattari hanno descritto il linguaggio come un Rizoma: una rete sotterranea, non gerarchica, dove ogni punto può connettersi a ogni altro punto il linguaggio generativo è la realizzazione di questa intuizione. Ogni testo generato un Rizoma di connessioni potenziali, un terreno in cui le idee crescono per contatto, non per deduzione”.
  • “Nel dialogo tra uomo e macchina, la libertà non consiste più nel fare ciò che si vuole, ma nel comprendere il senso del vincolo che ci lega al linguaggio”.
  • “Il silenzio è una forma di resistenza, il prontista maturo è colui che sa interrompere il flusso, che sa quando non chiedere”.
  • “La democrazia che viene si fonderà sul linguaggio: sul diritto di partecipare alla costruzione del senso”.
  • “L’analfabetismo per XXI secolo non sarà l’incapacità di leggere, ma l’incapacità di generare con consapevolezza”.
  • “Chi addestra la macchina a destra anche la nostra percezione del reale”.
  • “La mente non pensa più da sola: pensa in compagnia di altre menti, umane e non umane. La macchina, con la sua capacità di memoria e associazione, parte del nostro apparato cognitivo. Il soggetto distribuito è, per la prima volta, un soggetto condiviso”.
  • “Il tempo stesso diventa linguaggio”.
  • “L’uomo digitale deve imparare una nuova ecologia del tempo. La macchina Gli restituisce la possibilità di vivere simultaneità multiple: essere in più tempi alla volta, attraversare il passato e futuro nel medesimo gesto. Ogni interazione generativa è una forma di ubiquità temporale”.
  • “La macchina calcola, l’uomo sogna. Ma nel punto in cui il calcolo diventa ritmo il sogno diventa forma, nasce una terza possibilità a: un tempo che pensa a se stesso, un tempo che sa di esistere”.
  • “Husserl distingueva tra Lebenswelt, il mondo della vita, e mondo scientifico, quello della misurazione. Oggi questi due mondi coincidono. Viviamo in un Lebenswelt algoritmico”.
  • “La fenomenologia dell’essere digitale deve imparare a leggere la vita non più come pura esperienza, ma come esperienza tracciata”.
  • “La memoria algoritmica non è soltanto archivio, ma agente fenomenologico: seleziona, interpreta, suggerisce, prevede”.
  • “L’umanesimo algoritmico non è la fine del pensiero umanista, Ma la sua rinascita in forma corrale. Non più ‘Penso dunque sono’, ma generiamo, dunque esisto”.

Grazie ChatGPT, non avrei mai letto una roba simile.

L’intelligenza artificiale non è arrivata all’improvviso. Non è piovuta dal cielo con ChatGPT (il 30 novembre 2022), né è nata in un laboratorio segreto negli ultimi due anni (tipo Covid a Wuhan). È il risultato di un percorso lungo ottant’anni, fatto di passaggi graduali, di scelte tecnologiche e soprattutto di usi sociali. È da qui che parte l’intervista pubblicata su L’Eco di Bergamo il 14 dicembre 2025, nella sezione dedicata alla digitalizzazione, che percorre gli ultimi 25 anni di innovazione. Un dialogo tra il giornalista che prova a rimettere ordine in una narrazione spesso confusa, emotiva, polarizzata. Google, i social network, lo smartphone, l’economia dei dati. Poi l’IA. Non come “salto nel buio”, ma come evoluzione di un ecosistema che conosciamo da tempo, anche se spesso fingiamo il contrario.

Nell’intervista affronto alcuni nodi che tornano continuamente nel dibattito pubblico, soprattutto quando si parla di scuola, lavoro e società:

  • la differenza tra tecnologia e uso della tecnologia, che troppo spesso viene ignorata

  • l’idea che l’IA sia un problema in sé, quando in realtà amplifica problemi già esistenti

  • il ruolo educativo, culturale e organizzativo che serve oggi, più delle soluzioni tecniche

  • il rischio di semplificazioni, entusiasmi acritici e paure mal indirizzate

C’è anche una riflessione sul lavoro, sul cambiamento delle competenze e su ciò che l’IA non potrà sostituire facilmente: il pensiero critico, il contesto, la responsabilità. Parole abusate, forse. Ma mai così necessarie.

Questa intervista non è pensata per “convincere”, né per rassicurare. È un invito a distinguere, a rallentare il giudizio, a guardare la tecnologia per quello che è: uno strumento potente, ambiguo, politico. E quindi umano. Se ti occupi di educazione, comunicazione, impresa o semplicemente vivi immerso nel digitale, vale la dargli un’occhiata. Non per trovare risposte definitive, ma per farsi domande migliori.

L’intervista completa è su L’Eco di Bergamo, eccola:

L’ECO DI BERGAMO

L’intervista

Da Google ai social Così è arrivata l’IA

Gianluigi Bonanomi. «Nelle scuole vedo i problemi della tecnologia. Ma bisogna fare un distinguo: non sono legati alla tecnologia in sé, bensì all’uso che ne se ne fa»


Una costante del primo quarto del XXI secolo è stata la rapida cavalcata del digitale. Dallo scoppio della bolla delle dot-com di fine anni Novanta siamo passati alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale – anch’essa, secondo alcuni analisti, destinata a «scoppiare» proprio come le dot-com. Il mondo della tecnologia si è mosso velocemente, forse fin troppo. A tracciare una panoramica di questa evoluzione è Gianluigi Bonanomi, giornalista, divulgatore esperto di digitale e docente dell’Accademia di Belle Arti «SantaGiulia» di Brescia.

Quali sono state, secondo lei, le «rivoluzioni» tecnologiche degli ultimi venticinque anni?

«La prima è la nascita di Google, che è stato aperto nel 1998, questo è vero, ma che da noi è arrivato tra il 1999 e il 2000. È stata una rivoluzione perché con Google chiunque poteva fare ricerche accedendo a una mole vastissima di conoscenze. Quella di Google è stata la seconda “rivoluzione” della tecnologia: prima c’era stato l’avvento di internet. Poi sono arrivati gli e-commerce, e con loro gli acquisti online. E poi ancora i social network, gli smartphone, per qualche anno persino il metaverso, e infine l’intelligenza artificiale. Ma attenzione: non si tratta di cambiamenti separati l’uno dall’altro».

Qual è il collegamento tra le grandi svolte del digitale?

«Nessuna, presa da sola, è davvero così rivoluzionaria. Penso che vadano considerate come dei passi successivi di una transizione che ci ha permesso di arrivare al grande mutamento contemporaneo, quello connesso all’intelligenza artificiale. Senza smartphone, social network, e-mail, internet ed e-commerce non ci sarebbe stata neppure l’IA. Non sto dicendo che fosse tutto finalizzato alla digitalizzazione completa della nostra vita, ovviamente. Semmai, si tratta di una serie di passaggi obbligati per raggiungere il punto a cui ci troviamo oggi. Se la comunicazione avvenisse ancora tramite lettere di carta, le macchine faticherebbero a leggerlo. Invece usiamo mail e messaggi, che l’IA può scandagliare, memorizzare, scrivere addirittura. Tutto ciò che è venuto negli scorsi anni è prodromico alla grande rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Anche il metaverso era un tentativo di accelerazione. È arrivato nel momento sbagliato, troppo in fretta. Ma piano piano tornerà».

L’intelligenza artificiale è un punto di arrivo, oppure è solo un altro tassello intermedio?

«Al momento, è l’invenzione più potente che l’uomo possa concepire. Abbiamo passato secoli a pensare a come superare i nostri limiti fisici: per andare più veloci abbiamo inventato le biciclette e le auto. Per vederci meglio, gli occhiali. Nella seconda metà del Novecento, alcuni ricercatori hanno avanzato l’idea che anche il cervello fosse un limite. L’IA serve a superare questo collo di bottiglia: oggi stiamo raccogliendo i frutti di un seme che è stato piantato quasi un secolo fa. Ma ci sarà qualcosa che userà l’intelligenza artificiale per raggiungere traguardi ancora più importanti».

Per esempio?

«I robot sono una possibilità: saranno loro a fare i lavori più pesanti. Pensiamo all’esplorazione di Marte: prima di andarci noi è bene che ci vada una macchina, no? Poi c’è il metaverso. Che non è quello che vediamo oggi: arriveremo a veri e propri mondi virtuali. Tra il pubblico fanno meno presa che in passato, ma nelle aziende se ne parla molto: tante fabbriche hanno già un “digital twin”, un gemello digitale, mentre alcuni organizzano eventi con gli avatar digitali. Il terzo sviluppo riguarda le interfacce uomo-macchina, che vanno dai robot collaborativi agli impianti neurali. Neuralink ci lavora da tempo: per ora se ne parla solo come un aiuto alle persone con gravi disabilità motorie, ma in futuro i suoi impianti potrebbero diventare dei prodotti commerciali».

Quali sono state le ricadute sociali dei grandi cambiamenti del primo quarto del XXI secolo?

«Tutte hanno ingegnerizzato le relazioni sociali. La gran parte delle innovazioni che hanno cambiato la nostra vita riguarda le relazioni umane. Negli ultimi anni abbiamo cercato di ottimizzarle, e per farlo abbiamo tentato di ingegnerizzarle. I social network sono l’esempio più emblematico di questo comportamento: li abbiamo usati per migliorare le nostre possibilità di relazione con gli altri. Quello era l’intento iniziale. Poi siamo finiti dall’altra parte e i social hanno aumentato la solitudine, ma all’origine il fine era opposto. I social network servivano per trovare amicizie, contatti professionali, partner, l’amore persino. Gli smartphone sono lo strumento relazionale per eccellenza, perché ci permettono di ampliare le nostre reti sociali. E lo stesso succederà con il metaverso».

L’impatto delle «rivoluzioni» tecnologiche è stato negativo o positivo?

«È una domanda difficile. Credo che, tutto sommato, ci siano stati risvolti positivi e negativi. Ma parlo da appassionato di tecnologia, da tecno-ottimista in un certo senso: le storture le vedo, ma i grandi salti in avanti garantiti dal digitale sono innegabili. Gli studi dimostrano che l’idea per cui le nuove tecnologie ci rendono più stupidi è un luogo comune: oggi viviamo di più, viviamo meglio e abbiamo più opportunità proprio grazie all’innovazione. Dal punto di vista relazionale, la questione è più complessa: c’è chi ha trovato l’anima gemella su “Tinder” e chi invece lo usa e si sente più solo. Io ho conosciuto associazioni che hanno sfruttato i social per raccogliere fondi per cause benefiche e aziende che hanno trovato lavoro digitalizzando le loro attività. Quando tengo gli incontri nelle scuole vedo i problemi della tecnologia. Ma bisogna fare un distinguo: non sono legati alla tecnologia in sé, bensì all’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale, per esempio, è di enorme aiuto in campo medico, nello studio delle malattie e nello sviluppo dei vaccini. Le storture si verificano perché usiamo male gli strumenti, oppure perché non siamo formati per utilizzarli consapevolmente: molto dipende dalla scuola, perché lì spesso si insegna più ad avere paura della tecnologia che a usarla».

Quando si parla di intelligenza artificiale, alcuni dicono che «ci ruberà il lavoro». È davvero così?

«La mia generazione è cresciuta convinta che i robot avrebbero “rubato” i lavori più pesanti, quelli in cantiere o in azienda. Alla fine ci eravamo un po’ abituati a questa idea, e ci andava bene così, perché erano lavori ingrati. L’IA, invece, sta “rubando” i lavori intellettuali: i robot costano troppo, mentre le intelligenze artificiali possono sostituire le mansioni più semplici da automatizzare. Non credo che verremo soppiantati completamente. Semmai, cambierà il mercato del lavoro: le professioni che richiedono una forte componente relazionale saranno in salvo, le altre forse no. C’è un’inversione che nessuno aveva previsto: la probabilità di sostituzione dei programmatori – una professione che finora abbiamo considerato intoccabile – è intorno al 60-70%. Quella degli avvocati non arriva al 20%».

Brian Arnoldi


 

Tra i tanti che oggi parlano di intelligenza artificiale, Luciano Floridi resta uno dei pochi lucidi. Per questo mi sono fiondato subito sul suo nuovo libro, La differenza fondamentale.

Premessa: è un patchwork di testi già pubblicati, come lo stesso autore ammette. Ma è un patchwork intelligente. E soprattutto utile: Floridi non si perde nei soliti entusiasmi da fiera dell’AI né nelle paure apocalittiche da film di fantascienza.

Già nelle prime pagine si vola alto:

“In futuro useremo l’espressione intelligenza artificiale come oggi parliamo di cavalli vapore: senza cercare criniere o zoccoli per valutare la potenza di un motore.”

Un’immagine perfetta: la parola “intelligenza” resta, ma ormai è solo un’unità di misura, non una promessa di coscienza.

L’AI come bolla e come paura

Floridi riconosce che l’AI vive una fase di bolla: hype mediatico, investimenti speculativi, aziende che rincorrono l’etichetta “AI” come nel 2000 si rincorreva il “.com”, guerre di talenti, AI washing.

E poi la paura, la solita: Skynet, la singolarità, la superintelligenza cattiva. Floridi la liquida con eleganza: la singolarità è una fede, non una teoria. La superintelligenza cattiva è un errore logico. Novanta minuti di applausi, direbbe Salmo.

Il cuore del libro: l’agency

Dopo 80 pagine si entra nel vivo: la agency, cioè la capacità di agire.
È qui che Floridi fa davvero la differenza.

Siamo abituati a parlare delle macchine con un linguaggio antropocentrico: diciamo che pensano, imparano, vedono, perfino che hanno allucinazioni. Ma “intelligenza artificiale”, termine coniato da John McCarthy nel 1956, è un nome sbagliato fin dall’inizio.

Floridi propone di spostare lo sguardo: l’AI non è intelligente, è agente.
Non pensa: agisce.

Che cos’è la “agency”

Secondo il filosofo Kenneth Himma, agency significa “capacità di azione autonoma e decisione deliberata”. Se le macchine possono ormai svolgere compiti al posto nostro – e in certi casi meglio di noi – allora l’agency non è più esclusivamente umana.

Floridi individua tre criteri per riconoscerla:

  1. Interattività: la capacità di influenzare e venire influenzati dall’ambiente.

  2. Autonomia: la possibilità di modificare il proprio stato senza una causa esterna diretta.

  3. Adattabilità: la capacità di cambiare comportamento in base ai dati o alle esperienze.

Da qui si snoda una scala evolutiva di “agenti”:

  • naturali (un fiume che erode gli argini),

  • biologici (un cane che cerca cibo e riparo),

  • sociali animali (formiche che cooperano),

  • artefattuali (termostati smart),

  • umani individuali (coscienza, moralità, metacognizione),

  • e infine sociali (le aziende come persone giuridiche).

L’intelligenza artificiale, in questo quadro, è una forma inedita di agency artefattuale avanzata: priva di intenzionalità ma orientata a obiettivi umani, capace di adattarsi grazie all’apprendimento statistico.

Ha limiti evidenti – dipendenza dai dati, assenza di coscienza, incapacità di definire scopi originali – ma anche vantaggi unici: multitasking reale, scalabilità, indipendenza dai vincoli biologici.

L’agency collettiva delle macchine

Floridi introduce anche l’idea di agency artificiale sociale: una rete di sistemi autonomi e coordinati che collaborano con minima supervisione umana. In pratica, agenti AI che comunicano e cooperano per raggiungere obiettivi complessi.

Pensiamo a un assistente che organizza viaggi, gestendo prenotazioni, modificando itinerari, ottimizzando costi e tempi in tempo reale. Non ha coscienza, ma manifesta qualcosa che somiglia a un’intelligenza collettiva emergente.

L’orizzonte, per Floridi, è una intelligenza ibrida, dove umano e macchina co-evolvono.

Le ricadute sociali

La seconda parte del libro si concentra su temi noti ma trattati con rigore filosofico: auto a guida autonoma, fake news, impatto occupazionale, sostenibilità ambientale, welfare universale e tasse sui robot.

Tra le idee più stimolanti:

  • AI as a Service (AIaaS): l’intelligenza artificiale come infrastruttura.

  • Street bureaucracy: la burocrazia di strada potenziata dai dati, ma irrigidita dagli algoritmi.

  • Colletti verdi: nuovi professionisti che regolano e supervisionano l’AI in modo etico.

  • Machine unlearning: il diritto delle macchine a “disimparare” dati sensibili, versione algoritmica del diritto all’oblio.

  • La svolta hardware: dai bit ai chip, dai modelli ai cavi sottomarini.

  • L’eclissi dell’analogico: il rischio che i modelli digitali oscurino la realtà che dovrebbero rappresentare.

Il lato oscuro: l’ipersuasione

Floridi introduce un concetto cruciale: l’ipersuasione, cioè la capacità dell’AI di plasmare le decisioni umane influenzando pensieri, emozioni e comportamenti attraverso la personalizzazione estrema dei contenuti.

Siamo davanti a una persuasione sovrumana, resa possibile dalla profilazione algoritmica.

Qui entra in gioco la cultura del proxy: un mondo in cui deleghiamo a intermediari artificiali – chatbot, agenti, algoritmi – compiti e decisioni che un tempo richiedevano un intervento umano diretto.

Floridi distingue i proxy degenerati, che ci deresponsabilizzano e ci infantilizzano, dai proxy virtuosi, che amplificano le nostre capacità e ci permettono esperienze nuove.

Finalmente un messaggio positivo: una cultura dei proxy ben progettata può rendere la vita più ricca, non più povera.

L’ultima lezione

Floridi chiude con una stoccata memorabile:

“Dovremmo preoccuparci della stupidità umana vera, non dell’intelligenza artificiale immaginaria.”

Un promemoria per tutti quelli che oggi temono ChatGPT come se fosse il nuovo Leviatano.
L’AI non è un soggetto pensante, è un agente potente – e come tutti gli strumenti, va progettata, capita e usata con consapevolezza.

Da qualche anno collaboro con Confartigianato Imprese, per eventi, formazione e consulenze. Ultimamente mi è capitato spesso di aiutare aziende edili nell’integrazione dell’AI nei loro processi. Ovviamente ChatGPT e Gemini non possono aiutare concretamente le maestranze, ma l’AI generativa può rivelarsi una preziosa alleata nel lavoro d’ufficio. Del resto, nel mondo dell’edilizia, la burocrazia pesa quasi quanto il cemento armato. Tra POS, PSC, capitolati e certificazioni, il tempo speso a produrre documenti supera spesso quello dedicato a leggere i progetti. Vediamo quindi cinque applicazioni reali di applicazioni dell’AI che possono già fare la differenza.


1. Dalla sicurezza alla precisione: generare automaticamente il POS

Il Piano Operativo di Sicurezza (POS) è il cuore documentale di ogni cantiere. Oggi può essere redatto con l’aiuto dell’AI: per esempio ho creato per un’azienda edile un GPT (personalizzazione di ChatGPT) che permettono di generare bozze coerenti con il PSC (Piano di Sicurezza e Coordinamento) e con il D.Lgs. 81/2008, personalizzate per impresa e lavorazioni. Risultato: meno errori, più tempo per la sicurezza reale e meno per quella cartacea.


2. Gemini Notebook (ex NotebookLM) e la verifica dei progetti contro i capitolati

Uno degli usi più intelligenti è l’analisi automatica di aderenza ai capitolati d’appalto. Con Gemini Notebook di Google (powered by Gemini), si può caricare il testo del capitolato e confrontare un progetto preliminare, individuando subito mancanze o incoerenze. Un vero “revisore digitale” che lavora 24 ore su 24. In alcuni casi abbiamo lavorato anche sui punteggi, per migliorarli.


3. Analisi di conformità normativa e contrattuale

Gli appalti pubblici e privati impongono montagne di norme. L’AI può incrociare documenti tecnici, contratti e norme UNI o CEI, segnalando dove servono integrazioni o aggiornamenti. Tool utili: anche in questo caso Gemini Notebook ma anche Claude.ai.


4. Report e verbali di cantiere generati da voce o immagini

Basta dettare a voce o scattare una foto: l’AI trascrive, riassume e formatta verbali giornalieri, rapporti di sopralluogo o stati d’avanzamento lavori.
Si possono usare Whisper oppure Turboscribe (ma anche lo stesso Gemini Notebook) per crea un flusso documentale continuo, ordinato e tracciabile.


5. Ricerca intelligente nei documenti tecnici

Trovare “quel” certificato nel mare di PDF è un incubo. I motori semantici basati su embedding AI consentono ricerche per significato, non solo per parola chiave. Si può chiedere: “Mostrami il DURC del cantiere di Bergamo aggiornato al 2025” – e ottenerlo in pochi secondi. Un tool per farlo? LangChain.


L’edilizia non è più solo calce e mattoni: è anche gestione intelligente dell’informazione. E chi saprà usare l’AI come alleato diventerà il vero capocantiere del futuro digitale.

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