Artificial agency: cosa svela il nuovo libro di Luciano Floridi?

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Tra i tanti che oggi parlano di intelligenza artificiale, Luciano Floridi resta uno dei pochi lucidi. Per questo mi sono fiondato subito sul suo nuovo libro, La differenza fondamentale.

Premessa: è un patchwork di testi già pubblicati, come lo stesso autore ammette. Ma è un patchwork intelligente. E soprattutto utile: Floridi non si perde nei soliti entusiasmi da fiera dell’AI né nelle paure apocalittiche da film di fantascienza.

Già nelle prime pagine si vola alto:

“In futuro useremo l’espressione intelligenza artificiale come oggi parliamo di cavalli vapore: senza cercare criniere o zoccoli per valutare la potenza di un motore.”

Un’immagine perfetta: la parola “intelligenza” resta, ma ormai è solo un’unità di misura, non una promessa di coscienza.

L’AI come bolla e come paura

Floridi riconosce che l’AI vive una fase di bolla: hype mediatico, investimenti speculativi, aziende che rincorrono l’etichetta “AI” come nel 2000 si rincorreva il “.com”, guerre di talenti, AI washing.

E poi la paura, la solita: Skynet, la singolarità, la superintelligenza cattiva. Floridi la liquida con eleganza: la singolarità è una fede, non una teoria. La superintelligenza cattiva è un errore logico. Novanta minuti di applausi, direbbe Salmo.

Il cuore del libro: l’agency

Dopo 80 pagine si entra nel vivo: la agency, cioè la capacità di agire.
È qui che Floridi fa davvero la differenza.

Siamo abituati a parlare delle macchine con un linguaggio antropocentrico: diciamo che pensano, imparano, vedono, perfino che hanno allucinazioni. Ma “intelligenza artificiale”, termine coniato da John McCarthy nel 1956, è un nome sbagliato fin dall’inizio.

Floridi propone di spostare lo sguardo: l’AI non è intelligente, è agente.
Non pensa: agisce.

Che cos’è la “agency”

Secondo il filosofo Kenneth Himma, agency significa “capacità di azione autonoma e decisione deliberata”. Se le macchine possono ormai svolgere compiti al posto nostro – e in certi casi meglio di noi – allora l’agency non è più esclusivamente umana.

Floridi individua tre criteri per riconoscerla:

  1. Interattività: la capacità di influenzare e venire influenzati dall’ambiente.

  2. Autonomia: la possibilità di modificare il proprio stato senza una causa esterna diretta.

  3. Adattabilità: la capacità di cambiare comportamento in base ai dati o alle esperienze.

Da qui si snoda una scala evolutiva di “agenti”:

  • naturali (un fiume che erode gli argini),

  • biologici (un cane che cerca cibo e riparo),

  • sociali animali (formiche che cooperano),

  • artefattuali (termostati smart),

  • umani individuali (coscienza, moralità, metacognizione),

  • e infine sociali (le aziende come persone giuridiche).

L’intelligenza artificiale, in questo quadro, è una forma inedita di agency artefattuale avanzata: priva di intenzionalità ma orientata a obiettivi umani, capace di adattarsi grazie all’apprendimento statistico.

Ha limiti evidenti – dipendenza dai dati, assenza di coscienza, incapacità di definire scopi originali – ma anche vantaggi unici: multitasking reale, scalabilità, indipendenza dai vincoli biologici.

L’agency collettiva delle macchine

Floridi introduce anche l’idea di agency artificiale sociale: una rete di sistemi autonomi e coordinati che collaborano con minima supervisione umana. In pratica, agenti AI che comunicano e cooperano per raggiungere obiettivi complessi.

Pensiamo a un assistente che organizza viaggi, gestendo prenotazioni, modificando itinerari, ottimizzando costi e tempi in tempo reale. Non ha coscienza, ma manifesta qualcosa che somiglia a un’intelligenza collettiva emergente.

L’orizzonte, per Floridi, è una intelligenza ibrida, dove umano e macchina co-evolvono.

Le ricadute sociali

La seconda parte del libro si concentra su temi noti ma trattati con rigore filosofico: auto a guida autonoma, fake news, impatto occupazionale, sostenibilità ambientale, welfare universale e tasse sui robot.

Tra le idee più stimolanti:

  • AI as a Service (AIaaS): l’intelligenza artificiale come infrastruttura.

  • Street bureaucracy: la burocrazia di strada potenziata dai dati, ma irrigidita dagli algoritmi.

  • Colletti verdi: nuovi professionisti che regolano e supervisionano l’AI in modo etico.

  • Machine unlearning: il diritto delle macchine a “disimparare” dati sensibili, versione algoritmica del diritto all’oblio.

  • La svolta hardware: dai bit ai chip, dai modelli ai cavi sottomarini.

  • L’eclissi dell’analogico: il rischio che i modelli digitali oscurino la realtà che dovrebbero rappresentare.

Il lato oscuro: l’ipersuasione

Floridi introduce un concetto cruciale: l’ipersuasione, cioè la capacità dell’AI di plasmare le decisioni umane influenzando pensieri, emozioni e comportamenti attraverso la personalizzazione estrema dei contenuti.

Siamo davanti a una persuasione sovrumana, resa possibile dalla profilazione algoritmica.

Qui entra in gioco la cultura del proxy: un mondo in cui deleghiamo a intermediari artificiali – chatbot, agenti, algoritmi – compiti e decisioni che un tempo richiedevano un intervento umano diretto.

Floridi distingue i proxy degenerati, che ci deresponsabilizzano e ci infantilizzano, dai proxy virtuosi, che amplificano le nostre capacità e ci permettono esperienze nuove.

Finalmente un messaggio positivo: una cultura dei proxy ben progettata può rendere la vita più ricca, non più povera.

L’ultima lezione

Floridi chiude con una stoccata memorabile:

“Dovremmo preoccuparci della stupidità umana vera, non dell’intelligenza artificiale immaginaria.”

Un promemoria per tutti quelli che oggi temono ChatGPT come se fosse il nuovo Leviatano.
L’AI non è un soggetto pensante, è un agente potente – e come tutti gli strumenti, va progettata, capita e usata con consapevolezza.

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