Per anni la domanda è stata: l’intelligenza artificiale sa scrivere una riga di codice? Oggi la domanda è diventata più scomoda: può aiutare una persona a costruire un prodotto software intero, abbastanza buono da mettere in discussione il modello di business di chi vende software?
La notizia di Tom’s Hardware Italia parla di un singolo sviluppatore che avrebbe ricostruito l’intera suite Adobe con Claude e l’avrebbe pubblicata gratis. È una storia perfetta per i titoli e per LinkedIn: un uomo, un’intelligenza artificiale, sette software e un colosso alle corde. Ma il fact checking racconta una vicenda più interessante, e meno cinematografica.
Che cosa è successo davvero: sette progetti, non una nuova Creative Cloud
Il progetto si chiama ArtCraft. Il suo gruppo ha pubblicato sette applicazioni open source: PhotoCraft per l’editing delle immagini, VectorCraft per la grafica vettoriale, FilmCraft per il video, LightCraft per lo sviluppo fotografico, EffectCraft per gli effetti, DesignCraft per l’impaginazione e PdfCraft per lavorare con i PDF. Sono riscritture in Rust, dichiarate “clean room”, cioè realizzate senza copiare il codice sorgente Adobe. Non sono prodotti Adobe e non sono una suite integrata che oggi sostituisce senza attriti Creative Cloud.
La distinzione conta. Il repository di PhotoCraft documenta la compatibilità con file PSD, livelli, maschere e comandi richiamabili anche da riga di comando, JSON e MCP. È una direzione molto interessante: software progettato per essere usato sia da persone sia da agenti AI. Ma la pagina di stima della parità funzionale è un’autovalutazione del progetto, non una verifica indipendente. Dichiara il 100% di copertura dei menu di Photoshop, ma circa il 65% di corrispondenza visiva nei file PSD di test e stima all’86% la parità funzionale per i flussi di lavoro principali. La stessa pagina segnala lacune e approssimazioni, soprattutto nelle funzioni AI e nei casi complessi.
Perciò “ha ricostruito tutta Adobe” è una formula giornalistica, non una descrizione tecnica precisa. Il risultato non è irrilevante: in pochi giorni un progetto piccolo ha messo sul tavolo una base software ampia, aperta e agent-ready. Ma non equivale ancora a Photoshop, Premiere, Illustrator, InDesign, Acrobat e Lightroom maturi, testati, accessibili e interoperabili come gli strumenti professionali Adobe.
Il fact checking: quali affermazioni reggono?
| Affermazione | Esito del controllo |
|---|---|
| È stato creato un insieme di alternative open source ai prodotti Adobe | Sì: i repository ArtCraft elencano sette applicazioni distinte, scritte in Rust. |
| Claude ha generato da solo una suite pronta a sostituire Adobe | Non dimostrato. Il progetto è attribuito a uno sviluppatore esperto assistito dall’AI; la parità dichiarata è parziale e auto-valutata. |
| Le applicazioni sono gratuite e open source | I repository indicano licenze MIT e Apache-2.0. Questo non certifica da solo qualità, sicurezza o sostenibilità. |
| PhotoCraft apre e salva file PSD | Il repository lo dichiara e descrive test su un corpus di file. La fedeltà documentata è incompleta. |
| I programmatori hanno una probabilità bassa di essere sostituiti | Dipende dalla metrica. Will Robots Take My Job mostra un rischio calcolato più basso del voto degli utenti, ma le sue categorie e stime non sono una profezia sul singolo lavoratore. |
Anche il ruolo di Claude va descritto con precisione. Anthropic presenta Claude Opus 5.5 come un modello capace di affrontare attività di coding agentico e lavori lunghi su basi di codice. Questo rende plausibile che possa contribuire in modo sostanziale a un progetto software. Non consente però di concludere che abbia progettato, implementato, verificato e mantenuto in autonomia un prodotto complesso: repository, scelte architetturali, test e correzioni sono il risultato di un processo umano e tecnico più ampio.
È SaaSmageddon? Sì, ma il bersaglio è il modello economico
“SaaSmageddon” è un’etichetta efficace per descrivere la paura che l’AI renda superflui molti software in abbonamento. Il caso ArtCraft, da solo, non dimostra un’imminente fine del SaaS. Mostra però un cambiamento potenzialmente più profondo: il costo per costruire una prima versione di un software specializzato può scendere, mentre le interfacce e le funzioni diventano sempre più facili da delegare a un agente.
Per Adobe non conta solo la lista delle funzioni. Un professionista paga anche per affidabilità, aggiornamenti, compatibilità, prestazioni, collaborazione, assistenza, ecosistema di plugin e continuità dei flussi di lavoro. Un clone può replicare molti comandi; replicare anni di abitudini, formati, integrazioni e responsabilità operative è un’altra cosa. Adobe stessa vende Creative Cloud come un ecosistema di app, servizi e funzioni generative, non come una collezione di pulsanti. I piani Creative Cloud confermano inoltre quanto l’abbonamento sia un elemento centrale della proposta commerciale.
Il rischio per le aziende SaaS, allora, non è necessariamente che domani un solo sviluppatore faccia sparire un gigante. È che un utente chieda a un agente di svolgere il lavoro senza dover imparare o aprire tutte le applicazioni. Se l’agente può ritagliare immagini, impaginare un PDF, montare un video e trasferire i risultati tra strumenti, l’interfaccia software potrebbe diventare meno importante del servizio che risolve il problema. È lì che il modello “paghi ogni mese per usare questa applicazione” potrebbe dover cambiare.
E i programmatori? Perché Will Robots Take My Job sembra rassicurante
Qui c’è una piccola sorpresa. La pagina Computer Programmers di Will Robots Take My Job, consultata il 9 ottobre 2026, riporta un rischio calcolato del 36%, classificato “Low Risk”, ma il voto degli utenti arriva al 78%, “High Risk”. Non è quindi corretto dire semplicemente che il sito assegna ai programmatori una bassa probabilità di sostituzione. La stima modellata è più contenuta; il sondaggio partecipativo è molto più pessimista.
Lo stesso sito spiega che il suo punteggio tenta di stimare la sostituzione end-to-end di un’intera occupazione e non prevede che ogni persona perderà il lavoro entro una certa data. Inoltre, “computer programmer” è una categoria professionale ristretta: O*NET la descrive soprattutto come scrittura, modifica, test e manutenzione del codice sulla base di specifiche. I software developer, invece, analizzano bisogni, progettano soluzioni, definiscono requisiti e coordinano test e sviluppo. Nel linguaggio comune chiamiamo tutti “programmatori”, ma i lavori non sono identici.
Un dato ufficiale statunitense aggiunge un’altra sfumatura: il Bureau of Labor Statistics prevede per i computer programmers una diminuzione occupazionale del 6% tra 2024 e 2034 e cita l’automazione di compiti ripetitivi, anche tramite AI. Per software developer, quality assurance analyst e tester, invece, la previsione pubblicata è di crescita del 10% tra 2025 e 2035. Le categorie e i periodi di riferimento sono diversi, quindi non vanno confrontati come se fossero la stessa professione. Ma il segnale è chiaro: automatizzare parte della programmazione non significa automaticamente eliminare ogni ruolo coinvolto nello sviluppo software.
La ricerca non dà una risposta unica. Uno studio randomizzato di METR su 16 sviluppatori open source esperti e 246 attività, svolto con strumenti AI del 2025, ha rilevato un aumento medio dei tempi del 19% in quel contesto specifico. Al contrario, tre esperimenti sul campo con 4.867 sviluppatori Microsoft, Accenture e di una società Fortune 100, pubblicati su *Management Science*, hanno osservato un aumento medio del 26% nei compiti completati con assistenti di coding. Campioni, strumenti, attività e ambienti differiscono: nessuno dei due risultati autorizza a proclamare che l’AI renda sempre i programmatori più veloci o li sostituisca.
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro invita a ragionare sulle mansioni che compongono le professioni. Nel suo aggiornamento del 2025, stima che un lavoratore su quattro nel mondo operi in un’occupazione con qualche grado di esposizione alla GenAI, ma considera più probabile la trasformazione dei lavori che la loro completa eliminazione. Anche l’Anthropic Economic Index distingue tra automazione di singoli compiti e uso dell’AI per affiancare una persona: sono fenomeni diversi, spesso confusi nel dibattito pubblico.
La domanda scomoda non è “l’AI scrive codice?”
Il progetto ArtCraft mette in scena un paradosso: l’AI aiuta a costruire strumenti che possono automatizzare lavoro creativo e produttivo, ma per ora il salto di qualità arriva perché qualcuno sa che cosa costruire, conosce il linguaggio Rust, controlla il risultato e decide quali compromessi accettare. L’esperienza del programmatore non sparisce dal processo: cambia il punto in cui crea valore.
La domanda utile diventa: quante persone serviranno per realizzare e mantenere software che prima richiedeva un team più ampio? E quante attività di sviluppo diventeranno accessibili a professionisti che non si definiscono programmatori? Il rischio non è solo che l’AI prenda il posto di chi scrive codice. È anche che cambi il prezzo, i tempi e le competenze necessarie per trasformare un’idea in un prodotto.
È qui che il SaaSmageddon smette di essere una previsione apocalittica e diventa una domanda di strategia: se un agente può usare le applicazioni al posto mio, continuerò a pagare per l’applicazione, per l’agente, per il risultato o per l’intero flusso di lavoro? Adobe e le altre aziende software dovranno rispondere con prodotti più integrati, affidabili e capaci di collaborare con agenti. Gli sviluppatori dovranno spostare parte del proprio valore dal digitare codice al capire requisiti, architetture, sicurezza, test e conseguenze.
Non siamo davanti alla prova che Claude abbia già rifatto Adobe. Siamo davanti a un esperimento pubblico che riduce la distanza tra idea e software utilizzabile. Per chi scrive codice, il rischio calcolato da un sito può anche apparire “basso”; per chi vende software, la domanda è più urgente: quanto vale un’applicazione quando un agente può costruirne una versione su misura, e quanto vale ancora quando quella versione funziona davvero?
Per approfondire il rapporto tra AI e lavoro, ho raccolto alcune riflessioni anche in questa intervista su tecnologia, competenze e trasformazione delle professioni.















