LinkedIn offre numerose opzioni per modificare la privacy e la visibilità del tuo profilo, così da consentire a ogni utente di personalizzare la propria esperienza. Ci sono per esempio persone che preferiscono non dare l’e-mail a tutti, ma solo alle persone della propria rete, così come altre che preferiscono far apparire solamente l’iniziale del cognome agli utenti al di fuori delle proprie cerchie. I più attenti alla privacy preferiranno non far vedere agli altri quando sono connessi al social. Alcuni vorranno informare il proprio network di ogni modifica apportata, incluso il cambio della foto del profilo, altri al contrario desiderano evitare di bombardare i contatti di notifiche. Le opzioni sono davvero tantissime e permettono a tutti di trovare il giusto equilibrio fra la massima visibilità e una maggiore riservatezza.

Per accedere a queste impostazioni, entra nel tuo profilo, clicca sull’immagine e poi dal menu a tendina seleziona Impostazioni e Privacy.

Visibilità del tuo profilo e rete

Quando visiti il profilo di una persona, questa verrà avvisata della tua visita, anche se si trova al di fuori della tua cerchia. Ovviamente, anche tu puoi fare lo stesso cliccando sulla voce Chi ha visitato il tuo profilo? Questo dettaglio è estremamente utile, dal momento che ti consente di sapere chi è venuto a cercarti e, soprattutto, come: nei dettagli infatti viene specificato se ti ha trovato tramite la ricerca o l’homepage. Solitamente, è consigliabile tenere attiva questa funzione perché dà una notevole spinta alle possibilità di interagire con nuovi profili ed espandere la tua rete professionale. Ci sono però casi in cui preferiresti poter fare ricerche in maniera totalmente anonima, senza lasciare tracce. Per farlo, clicca su Opzioni di visualizzazione del profilo e cambia l’impostazione.

Quella predefinita mostrerà ai profiili che visiti tutti i dettagli su di te, con tanto di link al profilo. Puoi scegliere anche di condividere solo alcune caratteristiche generiche, e quindi i visitatori vedranno qualcosa del tipo “Giornalista nel settore Media online – Milano”, oppure essere totalmente anonimo, e in tal caso verrà visualizzato Membro anonimo di LinkedIn.

Se decidi di non aprirti del tutto, però, dovrai pagare uno scotto: non avrai più modo di vedere chi ha visitato il tuo profilo, indipendentemente dalle impostazioni del visitatore. A questo puoi porre rimedio passando a un abbonamento di tipo Premium, che ti darà accesso completo alle info di chi ha visitato il tuo profilo negli ultimi 90 giorni (sempre che quest’ultimo non abbia deciso a sua volta di restringere la visibilità del suo).

Lo stesso vale per le Storie, una funzione recentemente introdotta da LinkedIn che strizza l’occhio all’omonima funzione di Instagram e Facebook. Nell’impostazione predefinita, quando visualizzi una storia il creatore ti vedrà nell’elenco dei viewer, ma puoi decidere di dare informazioni generiche oppure vederla come membro anonimo di LinkedIn.

Come ti vedono gli altri?

Come forse sai, i profili di LinkedIn sono indicizzabili dai motori di ricerca. Chiunque può vederlo, anche senza essere iscritto al social del business. Puoi però decidere di avere un profilo pubblico differente da quello che vedranno i search engine e le persone non loggate sulla piattaforma. Cliccando su Modifica il tuo profilo pubblico potrai decidere cosa far indicizzare a Google & Co e quali sezioni vedrà chi non è iscritto alla piattaforma: potresti per esempio decidere di mostrare i gruppi a cui sei iscritto, le pubblicazioni e le esperienze precedenti solo agli utenti loggati, per esempio.

La tua foto, invece, merita un discorso a parte: puoi infatti decidere di renderla pubblica, così come di mostrarla solo agli utenti di LinkedIn o, restringendo ulteriormente, solo ai collegamenti di primo grado. Nome, numero di collegamenti e area geografica, invece, devono essere obbligatoriamente pubblici.

Un dato ancora più sensibile della foto è l’indirizzo e-mail e alla voce Chi può vedere o scaricare il tuo indirizzo email puoi decidere se mostrarla a tutti, ai soli collegamenti di primo grado, a tutti i tuoi collegamenti o, in generale, a qualsiasi utente di LinkedIn. Un dettaglio molto interessante è che, pur lasciandola visibile, puoi decidere di impedire che venga inclusa negli export di dati effettuati dagli utenti.

Alla voce Collegamenti, invece, puoi scegliere se chi fa parte della tua rete può vedere anche i tutti i tuoi collegamenti. Se decidi di disattivarla, in ogni caso, gli utenti del social potranno vedere i collegamenti che avete in comune così come quelli che hanno confermato le tue competenze sul tuo profilo.

Il cognome è mio e non te lo mostro

Navigando su LinkedIn avrai notati che ci sono numerosi profili dove il cognome viene abbreviato con la sola iniziale, tipo Mario R. o Christiane F. Se anche tu desiderassi per qualche motivo farlo, puoi andare alla voce Chi può vedere il tuo cognome così che solo chi fa parte della tua rete lo visualizzi in maniera completa. Chi fa una ricerca utilizzando il tuo nome e cognome, però, potrà trovarti lo stesso.

Ricerca del profilo tramite e-mail e numero di telefono

LinkedIn ti permette di andare alla ricerca dei tuoi contatti personali accedendo alla rubrica delle e-mail o del telefono. Fondamentalmente, vede se ci sono profili associati a questi dati e te li propone come collegamenti: una funzione molto utile per i nuovi iscritti al social, che possono così automatizzare l’invio di richieste di collegamento con le persone che già conoscono. Puoi evitare che accada agendo sulle impostazioni di Ricerca del profilo con email/numero di telefono, specificando se possono trovarti in questa maniera tutti, nessuno o i solo contatti di 1° grado.

Visibilità della tua attività su LinkedIn

LinkedIn ti permette di avere controllo sulla visibilità della tua attività. Alla voce Gestisci il tuo stato di connessione puoi decidere chi può vedere quando sei online, mentre Condividi gli aggiornamenti del tuo profilo con la rete potrai decidere se la tua rete riceverà notifiche in caso di modifiche al profilo (posizione lavorative, ruolo, foto…) e di anniversari lavorativi. Se stai facendo esperimenti sull’ottimizzazione del tuo profilo, ti consiglio di disattivarla, almeno momentaneamente: rischieresti di mandare un’infinità di notifiche poco utili.
La voce Fai sapere ai collegamenti quando il tuo nome è menzionato nelle notizie, come suggerisce il nome, invierà notifiche alla tua rete quando vieni menzionato su un post o su un articolo Pulse: ti consiglierei di lasciarla attiva, e di fare lo stesso alla voce Menzioni o Tag. Potresti infatti decidere di non dare agli altri utenti la possibilità di taggarti, ma dal mio punto di vista non è molto intelligente farlo, dato che limiterebbe di molto la tua visibilità.

Ultimo cenno è relativo alla visibilità di quello che posti: alla voce Follower puoi decidere se i tuoi aggiornamenti sono visualizzabili pubblicamente da tutti gli utenti LinkedIn o solo dai tuoi collegamenti. Anche in questo caso, consiglierei di renderli pubblici: se pubblichi un contenuto, del resto, vuoi raggiungere il maggior numero di persone possibili.

La gestione delle comunicazioni su LinkedIn

Nella sezione Comunicazioni delle impostazioni di LinkedIn puoi cambiare le impostazioni delle notifiche, sia quelle sulla piattaforma sia quelle inviate via mail. Se hai un’attività intensa, limita queste ultime, perché potresti seriamente venire subissato di e-mail ogni pochi istanti. Idem per i pop-up sui dispositivi mobile. Le impostazioni sono piuttosto granulari, così da permetterti in ogni caso di ricevere quelle che ritieni più importanti.

Nell’area Chi può contattarti, invece, puoi porre un freno a chi può inviarti inviti a connettersi (ma a meno che ti chiami Elon Musk te lo sconsiglio: il tuo obiettivo è quello di espandere la rete il più possibile, non certo di limitarla) e quali inviti puoi ricevere dalla tua rete. Personalmente, ho preferito evitare di ricevere inviti a seguire pagine e organizzazioni su LinkedIn e di non avere inviti alle newsletter. Il motivo? Troppe richieste, la maggior parte delle quali non in tema con le mie attività.

In Messaggi puoi infine decidere se ricevere o meno messaggi e messaggi InMail, oltre a messaggi sponsorizzati. Vale lo stesso discorso fatto poche righe sopra: sei su un social network e il tuo obiettivo è quello di espandere la tua rete, creando nuove connessioni e interagendo coi tuoi contatti. Non ricevere messaggi o Inbox limiterebbe enormemente la tua attività, dal momento che potresti chattare solo coi tuoi collegamenti di 1° grado. Puoi invece disattivare senza alcun impatto i messaggi sponsorizzati.

Altri profili consultati: un’opzione da disattivare

Nella voce Preferenze Account, nella sezione Preferenze sito, c’è una voce poco nota, attiva di default e che io ti consiglio di disattivare. Sto parlando di Altri profili consultati, che suggerisce a chi visita il tuo profilo ulteriori contatti LinkedIn cui potrebbero essere interessati. È molto utile per LinkedIn, che in questa maniera stimola gli utenti a continuare la navigazione, ma rischia di avere un impatto negativo sul tuo profilo: il tuo obiettivo è far sì che i visitatori spendano più tempo sulla tua pagina che a visitare altri profili. Togliendo il segno di spunta, eliminerai questa potenziale “distrazione”.

Contattami per un corso LinkedIn

Il primo ottobre 2021 sono stato invitato come speaker al primo “Cyber Act Forum” organizzato dai Cyber Actors. Tra i tanti interventi dedicati alla sicurezza informatica, avevo il compito di parlare di come si comunica la cyber-sicurezza. Il titolo dell’intervento, provocatorio, era “Sbatti l’hacker in prima pagina“.

L’intervento era diviso in due parti:

  • Parte 1: come si comunica la cybersecurity sui giornali
  • Parte 2: come si dovrebbe comunicare la cyber-sicurezza in azienda

Il programma dell’evento:

Qui trovi le slide che ho usato:

I punti chiave del mio intervento

  1. Bad news is a good news: spesso i giornali parlano di sicurezza sbattendo il mostro in prima pagina (concetto di notizialibità)
  2. Come in un riflesso condizionato pavloviano, quando c’è un problema di sicurezza si parla subito di hacker!
  3. Spesso l’anello debole della catena è l’utente
  4. Manca cultura della cyber-sicurezza: per esempio, quanti conoscono la differenza tra deep Web e dark Web?
  5. Le aziende dovrebbe praticare la glasnost (trasparenza in russo)
  6. Chi si occupa di sicurezza informatica è come un assicuratore, spesso contatta i clienti in due momenti nefasti: quando chiede i soldi e quando si registra un incidente
  7. La sicurezza informatica, al pari della social responsability, può essere veicolo di marketing (ma senza dire che si mette il cliente al centro, occorre dimostrarlo: “show, don’t tell”)

Come bisognerebbe comunicare la cyber-sicurezza?

La comunicazione relativa alla cyber-sicurezza dovrebbe avere queste caratteristiche per diventare (anche) veicolo di marketing:

  • Costanza
  • Inclusività
  • Semplicità
  • Concretezza
  • Tempestività

Il video dell’intervento “Sbatti l’hacker in prima pagina”

Il video integrale del mio intervento è stato messo a disposizione di tutto dai Cyber Actors su YouTube. Puoi rivederlo direttamente qui:

Le foto dell’evento

Nell’ottobre 2021 sono stato invitato a Roma all’evento “Campus Psichiatria” di Angelini. Il mio compito era quello di parlare agli specializzandi di comunicazione digitale. Dopo una fase preparatoria di un mese, con contenuti sul personal branding (eBook e videopillole su LinkedIn) e due speech (uno online e uno in presenza sulla comunicazione online), il 12 e 13 ottobre si sono svolti i workshop in presenza. In particolare abbiamo progettato e organizzato due workshop:

  • Divulgare contenuti scientifici su LinkedIn
  • La caccia alla fake news

Per rendere più coinvolgente i workshop abbiamo pensato di introdurre l’elemento ludico (gamification).

Il gioco della creazione di un post LinkedIn di divulgazione scientifica

Gli 80 partecipanti al workshop, dopo aver seguito due mie relazioni su “7 errori da non commettere su LinkedIn” e “LinkedIn come social media: l’uso strategico dei contenuti (e la lotta alle bufale online)”, sono stati divisi in gruppi. Nelle quattro sale, i partecipanti sono stati divisi ulteriormente in altri quattro gruppi. Quindi vi erano 16 gruppi in tutto.

Il primo esercizio che hanno affrontato era sulla creazione di un post LinkedIn. Il comitato scientifico, composto da professori e direttori delle scuole di specializzazione di psichiatria, hanno selezionato quattro articoli scientifici, uno per saletta, sui seguenti argomenti: depressione, schizofrenia e disturbo bipolare. Ecco un esempio di articolo:

I ragazzi dovevano leggere l’articolo e trasformarlo in un post per LinkedIn di massimo 1.000 battute (in italiano). I post, caricati su una piattaforma online creata ad hoc, sono poi stati valutati tecnicamente (efficacia del messaggio, tecnicismi LinkedIn come hashtag, menzioni e call to action, ecc.) per poter sceglierne uno solo per sala: questo sarebbe poi stato valutato nuovamente, in plenaria, da comitato tecnico e comitato scientifico, grazie a schede di valutazione con diversi criteri e punteggi. Tra i quattro post finalisti, dopo presentazione da parte dei ragazzi e commento degli addetti ai lavori, è stato poi scelto il migliore per premiare il gruppo vincitore.

Il gioco della caccia alle bufale

Sempre nelle salette, i diversi gruppi si sono poi cimentati nel gioco della caccia alle bufale. Il comitato scientifico aveva scelto quattro notizie, pescate in Rete, sui social, su riviste non specializzate. Per esempio questa:

Durante la plenaria ho spiegato il metodo Trinchero per l’individuazione e l’analisi delle fake news. Consiste in dieci criteri di valutazione:

  1. Accuratezza sito
  2. Aggiornamento, data
  3. Chiarezza. Si capisce a chi è rivolto?
  4. Coerenza interna. Cita le fonti? Sono attendibili o di parte?
  5. Coerenza esterna. I dati citati sono confermati anche da altre fonti siti giornali? Almeno 3
  6. Completezza. Le informazioni sono esaurienti complete o scarse?
  7. Controllabilità. I fatti sono separati da opinioni?
  8. L’autore. È conosciuto? È esperto dei temi trattati?
  9. Trasparenza. L’autore è rintracciabile? C’è un responsabile del sito
  10. Valore aggiunto. Le informazioni sono pertinenti col tema trattato utili per i lettori

I ragazzi dovevano compilare una scheda anzitutto dicendo se la notizia era vera o falsa, e soprattutto motivare il perché. Il comitato tecnico e quello scientifico hanno poi giudicato l’accuratezza dell’esposizione e soprattutto le fonti citate. Anche in questo caso, dopo la presentazione in plenaria, è stato premiato il gruppo che ha fatto il lavoro migliore sia dal punto di vista formale che sostanziale.

 

Contattami per un evento

Il 7 ottobre 2021 sono stato invitato all’evento “La forza degli intermediari“, organizzato da Insurance Connect, per tenere uno speech dal titolo “Social selling per assicuratori: 5 errori da non fare”

Quali sono gli errori che gli assicuratori spesso fanno online?

  1. Non esserci
  2. Sbagliare la scelta dei canali
  3. Sbagliare approccio
  4. Non ascoltare
  5. Andare out of topic

10 temi chiave del mio intervento

  1. Non si può non comunicare (anche online)
  2. No alla comunicazione autoreferenziale!
  3. Il social selling non vuol dire “vendere online”: non provare a piazzarmi una polizza al primo messaggio!
  4. Occorre puntare sulle relazioni (parliamo di “social”…), non sulle trattative
  5. Dai valore: fai vera cultura assicurativa (magari anche con dei video…)
  6. Meglio scegliere pochi canali e presidiarli bene
  7. Non si può presentarsi come esperti di tutto: serve focalizzazione
  8. Non si può comunicare allo stesso modo su tutti i canali
  9. Ascolta il tuo pubblico online
  10. Tenere separata la comunicazione personale da quella professionale (no foto delle vacanze su LinkedIn)

Queste le slide che ho usato:

Guarda il video “social selling per assicuratori: 5 errori da non fare”

Questo il video integrale (18 minuti) del mio speech (fai clic sull’immagine):

Quando si pubblica un contenuto in Rete, tutti desiderano che venga letto nella sua interezza, ossia parola per parola. Tra smartphone, tablet e tutti gli altri dispositivi digitali le informazioni vengono fruite e fagocitate in pochi secondi, mentre gli utenti scrollano velocemente da una pagina all’altra alla ricerca di qualche informazione interessante da metabolizzare. La maggior parte delle persone tende a leggere solo quello che attira la loro attenzione: ed è per questo motivo che quando si lavora a un contenuto bisogna mettere l’utente nella migliore condizione per fruirne. Quando si progetta una pagina web, per esempio, è importante prestare attenzione a parametri come l’usabilità e la facilità d’uso, oltre alla disposizione dei contenuti e così via.

Nella progettazione di tutti quei processi che definiscono la “UX Design” (User Experience Design), per migliorare la facilità di navigazione e rendere più intuitiva la consultazione delle pagine web è importante scegliere il layout giusto. L’UX Design è un aspetto molto importante, perché la prima impressione che un sito web (o un’app) suscita può davvero fare la differenza. È importante pensare alle informazioni che l’utente deve visualizzare in una pagina web, ma anche in quale ordine devono essere lette e il tipo di risposta che devono suscitare. Con un attento studio, infatti, è possibile guidare l’utente nella fruizione delle informazioni, utilizzando dei “percorsi visivi” che possono stimolare l’occhio e la mente umana.

Il “Pattern Z”

Per valorizzare i contenuti è importante scegliere il giusto layout: il “Pattern Z” e “Pattern F” sono i modelli più utilizzati in Rete. Il primo, per esempio, è la scelta ideale per tutti quei siti web che sono costruiti a blocchi di contenuti. Il Pattern Z funziona come una pagina cartacea ed è la soluzione ideale per gli utenti occidentali che utilizzano sistemi di scrittura dall’alto verso il basso e da sinistra a destra: in questo modo si viene a formare una forma immaginaria che assomiglia a una Z. Pattern Z è la scelta ideale per chi vuole proporre dei contenuti semplici e con poco testo e alcuni elementi chiave (solitamente un paio). Le informazioni vengono ordinate per grado di rilevanza all’interno della pagina stessa: in alto vengono messe quelle più importanti, in basso quelle meno. Seguendo la forma di una Z, il flusso visivo accompagna lo sguardo dell’utente da una parte all’altra della pagina. Il tutto, chiaramente, va bilanciato.

Il “Pattern F”

Un altro layout piuttosto gettonato in Rete è il “Pattern F”, la soluzione ideale per chi deve preparare delle pagine ricche di testo. Si tratta del modello più usato per le pagine web che privilegiano i contenuti: viene utilizzato per siti di news, blog o landing page (una pagina web che ha lo scopo di promuovere una call to action specifica). La lettera “F”, in questo caso, rappresenta il senso di lettura con cui il lettore scansiona il testo: è stato dimostrato che gli utenti, quando si trovano a leggere online, non seguono lo stesso ordine di lettura che manterrebbero davanti alla pagina di un libro ma vanno alla ricerca keyword o ancore di testo che attirino il loro interesse.

Il Pattern F permette agli utenti di scansionare il testo da leggere: si parte orizzontalmente dalla parte superiore dello schermo per poi passare in verticale lungo il lato sinistro (l’occhio umano apprezza keyword e un titolo in <h2>). Lo sguardo tende a scendere in basso formando un’altra linea orizzontale, generalmente più breve della precedente. Continuando nella lettura, l’occhio umano segue le altre linee orizzontali formando una lettera a forma di F (in qualche caso assomiglia anche “E” o a una “L” capovolta). Naturalmente, non si tratta di uno schema fisso: gli utenti hanno la tendenza a non leggere in modo lineare. Anche in questo caso, il Pattern F ha senso solo per le lingue che seguono il senso di lettura da sinistra a destra. Chi utilizza un layout con Pattern F lo fa per incentivare la scansione dei contenuti piuttosto che la lettura: è senza dubbio la scelta ideale per blog o siti di news o per quelle pagine web con grandi blocchi di testo.

“F come  Fast”, veloce

Per comprendere come funziona la mente umana vengono usate diverse metodologie scientifiche: una delle più utilizzate è l’eye tracking (in italiano, oculometria). Si tratta di un processo in grado di monitorare, registrare ed analizzare il movimento oculare di una persona. Si tratta di un processo che monitora i movimenti oculari per determinare dove una persona sta guardando, cosa sta guardando e per quanto tempo il suo sguardo punti in un determinato punto dello spazio. L’eye tracking viene sfruttato in numerosi contesti: nella ricerca in psicologia, nel marketing e in altri ambiti, mentre le applicazioni spaziano dal package design fino all’ingegneria automobilistica. Utilizzando un dispositivo eye tracker, infatti, è possibile capire se il soggetto in questione ha letto tutte le righe di un testo, se l’ha fatto parzialmente o se si è focalizzato su qualche frase o paragrafo. È possibile scoprire quante parole, immagini o spazi hanno catturato la sua attenzione e il tempo effettivo dedicato alla lettura e altro ancora.

La “web usability” fa la differenza

Diversi studi dedicati all’eye tracking hanno dimostrato che la maggior parte dei lettori online tenda a seguire lo schema proposto dal Pattern F, mentre il loro sguardo si sposta sulla parte destra dello schermo solo in modo casuale. Il primo a occuparsi di “eye tracking” è stato Jacob Nielsen, considerato il principale studioso dell’usabilità del web (“web usability”, in inglese).

Secondo Nielsen, un sito è “usabile” quando è piacevole da usare, efficiente e facile da memorizzare. Lo studioso ha rilevato nelle sue ricerche come i contenuti che seguano il Pattern F siano scannerizzati molto velocemente dagli utenti: per questo aveva creato l’espressione “F for Fast”. Lo studio di Nielsen era stato condotto nel 2006 su un campione di 232 utenti che si erano trovati a visualizzare alcune pagine web con compiti diversi da svolgere. Lo studioso aveva notato un comportamento più o meno simile in tutti i soggetti coinvolti nella prova: gli utenti, per esempio, avevano guardato sin dall’inizio la parte superiore della pagina web, spostando lo sguardo in modo orizzontale. Un altro comportamento riscontrato più volte riguardava lo scrolling verticale: l’utente, infatti, tendeva a scrollare fino a quanto trovava un punto particolare per poi proseguire nella lettura in modo orizzontale per un tratto però più breve rispetto al primo.

Il lato sinistro è quello dominante

Nelle ricerche, gli utenti si erano focalizzati maggiormente sul lato sinistro, anche se in altri soggetti la concentrazione si era riattivata nuovamente nell’ultima parte del contenuto trasformando lo schema più in una “E” rispetto a una “F”, e in qualche caso a una “L” rovesciata. Nel complesso, gli schemi riscontrati tendono a omologarsi. La ricerca di Nielsen si era concentrata in tre aree principali: una pagina dedicata al “chi siamo”, una all’e-commerce e una al SERP (Search Engine Results Page) di Google. Nonostante le differenze sostanziali tra le pagine web, lo schema a F è risultato essere quello prevalente. Per esempio, analizzando la pagina relativa a un prodotto di e-commerce è stato notato come l’attenzione degli utenti si sia focalizzata maggiormente in una porzione di schermo nell’angolo in alto a destra, in corrispondenza al prezzo e alla “Call To Action” “aggiungi al carrello”.

Altro esempio: nei titoli per la SEO (ottimizzazione dei testi per i motori di ricerca) la keyword principale dovrebbe essere la prima cosa che incontra il lettore. In questo esempio di Repubblica la keyword “riscaldamento globale” permette subito di inquadrare l’argomento:

Perché adottare il Pattern F

Il layout a F permette a chi crea un contenuto di avere un maggior controllo sulle informazioni che vuole mettere in risalto. È importante stabilire l’ordine in cui i visitatori devono fruire delle informazioni e posizionare il contenuto cercando di favorire la sopracitata modalità di scansione. I primi due paragrafi del contenuto rivestono un ruolo fondamentale per catturare l’attenzione dell’utente e per convincerlo a proseguire la lettura. Il messaggio del contenuto nella parte superiore della pagina è la chiave per attirare l’attenzione: è consigliabile utilizzare una parola chiave e spiegare un singolo concetto per paragrafo. Ricapitolando, per funzionare è quello necessario inserire le parole chiave all’inizio dei due paragrafi del layout F. Per mettere in risalto un contenuto è possibile evidenziare le parole utilizzando dei colori diversi, mentre gli elenchi puntati semplificano la scansione e sono perfetti per catturare l’attenzione di un utente. È stato notato che l’attenzione degli utenti tenda a focalizzarsi ai lati della pagina web: è consigliabile mettere una Call to Action proprio al centro del contenuto proposto. Un altro espediente utile per garantire la scansione di un testo è quello di aggiungere delle immagini per creare una mini-pausa al blocco del contenuto.

Una curiosità: si può usare l’F-Pattern anche per la stesura del CV.

Due schemi vincenti

I Pattern F e Z sono tra i più utilizzati in Rete. In entrambi i casi è importante studiare le informazioni in modo da rendere la scansione dei contenuti il più naturale possibile. È necessario veicolare i contenuti in base al grado di importanza e per arrivare a una Call To Action in possesso di tutte le informazioni necessarie. Il contenuto resta la chiave di tutto: è necessario riservare lo spazio adeguato all’interno del layout scelto e piazzare in modo intelligente Call to Action e gli Advertising (meglio metterli sul lato destro).

Scrivimi per informazioni sui miei corsi

Essere sui social network (anche se dovrei dire: “essere social”) e sul Web è fondamentale per qualsiasi azienda o brand: è importante farlo in modo efficace e trovare gli strumenti adatti e stabilire una strategia social mirata. L’immagine di un’azienda è definita dallo stesso brand e anche dagli stessi dipendenti: la comunicazione diventa fondamentale. Per farlo in modo efficace sui vari Facebook, Instagram, Twitter e compagnia bella (persino TikTok e Twitch!) è importante conoscere tutte le funzionalità offerte da queste piattaforme e considerare non solo benefici e vantaggi, ma anche i possibili rischi causati da una pessima gestione mediatica. Per tutelarsi dai cosiddetti danni collaterali, la maggior parte delle aziende presenti sui canali social ha predisposto una “Social Media Policy”: una serie di regole che i dipendenti devono seguire quando utilizzano una di queste piattaforme di comunicazione.

Anche la Camera dei Deputati ha la sua policy pubblica:

Che cos’è una Social Media Policy?

Si tratta di un documento indirizzato al personale della tua azienda in cui vengono stabilite le cosiddette “regole d’ingaggio” per quanto concerne l’uso corretto dei social media (sia internamente, sia esternamente). Dai comportamenti da tenere sul web fino ai commenti o ai post da scrivere, la Social Media Policy non è altro che un prezioso vademecum che aiuterà te e il tuo personale a gestire il delicato rapporto con i clienti in Rete. Di solito le aziende hanno una Social Media Policy interna per regolare la comunicazione tra l’azienda e i suoi stessi dipendenti e una esterna per stabilire il comportamento da tenere con i propri clienti/utenti in Rete.

Per esempio il Pescara Calcio presenta, contrapponendole, da una parte la policy interna e dall’altra quella esterna:

Insomma, un manuale di comportamento con tanto di indicazioni, norme e persino sanzioni da condividere con il personale aziendale: tenere un buon comportamento sui canali social è fondamentale per evitare guai ed errori potenzialmente devastanti per il proprio business.

Come scrivere una Social Media Policy

Scrivere una Social Media Policy è il primo passo che un’azienda deve compiere: è importante regolare la comunicazione tra l’azienda e i suoi dipendenti. Innanzitutto, devi specificare a cosa serve il documento, a chi è rivolto e chi intende tutelare. Una SMP interna, per esempio, deve innanzitutto stabilire e definire in modo chiaro il comportamento che il personale aziendale deve tenere sui social network.

Per un Social Media Manager (o per chi scrive un documento di questo tipo, a volte il responsabile HR) è importante essere chiaro e preciso (deve essere letto e compreso da tutti) nel momento in cui si trova a spiegare un determinato argomento o una particolare norma: è fondamentale specificare cosa ci si aspetta dal proprio dipendente o dal cliente in ogni possibile situazione. Dulcis in fundo, devi ricordare a tutti che il documento che stai redigendo ha valore legale: scrivilo in un linguaggio coerente con quello della tua azienda ed evita l’uso di termini burocratici o estremamente prolissi (vedi il “legalese”).

La prima regola da seguire è far capire ai tuoi dipendenti a cosa serve una “Social Media Policy” interna e quanto sia importante per la tua azienda il rispetto di tali norme comportamentali, onde evitare inconvenienti spiacevoli e possibili problemi. Devi individuare le principali norme di comportamento che i tuoi dipendenti/collaboratori devono osservare nel momento in cui accedono ai social network tramite un account aziendale oppure uno personale, quando si parla direttamente o indirettamente dell’attività svolta o del ruolo ricoperto e così via.

Per esempio, se la tua azienda è presente su tutti i principali social media è importante stabilire in modo chiaro e preciso le priorità e le finalità di ogni canale utilizzato. Se utilizzi Facebook per avere un’interazione migliore con i tuoi clienti/utenti, durante una campagna mediatica vanno stabilite delle norme ad hoc. Se con Twitter gestisci la comunicazione ufficiale della tua azienda hai bisogno di altre regole, idem su un social network come LinkedIn, dove ti trovi a interagire con un pubblico di professionisti e spesso con i dipendenti stessi della tua azienda.

ATM presenta LinkedIn così:

Una finestra rivolta a professionisti e al mercato del lavoro, che vuole dare visibilità alle opportunità di carriera e raccontare l’Azienda a 360 gradi.

Inail parla così di YouTube:

È lo strumento per veicolare i contenuti relativi alla multidimensionalità delle funzioni svolte dall’Inail attraverso la forza comunicativa dell’immagine in movimento, dare visibilità agli eventi, diffondere e supportare le campagne informative, valorizzare l’archivio storico dell’Istituto e i progetti della sala multimediale e sperimentare il live streaming.

Ogni social network va gestito con un’attenta pianificazione e in modo professionale nella consapevolezza che nel web non esiste una vera e propria separazione tra pubblico e privato: un utilizzo scorretto, infatti, può danneggiare anche gravemente l’immagine e la reputazione dell’azienda (e delle persone che ci lavorano).

Una sospensione o una cancellazione del profilo aziendale può avere ripercussioni sulla crescita dell’azienda, mentre l’uso scorretto di materiale tutelato dal copyright o un linguaggio non appropriato possono portare a cause legali con richieste di risarcimento e così via. La tua Social Media Policy deve essere chiara e precisa e, soprattutto, deve tutelare tutti: è responsabilità di tutti i dipendenti rispettarla. È importante incoraggiare i propri dipendenti/collaboratori a essere sempre responsabili, rispettosi e professionali sui social media, indipendentemente da quello che c’è scritto nella policy aziendale.

Va detto, se necessario, anche a cosa NON servono i canali di comunicazione. Ecco l’esempio di Roche:

Effetti indesiderati o eventi avversi relative a prodotti Roche
Gli utenti che ritengono di aver avuto un effetto indesiderato o una reazione dopo l’assunzione di un prodotto Roche, sono invitati a riferirlo immediatamente al proprio medico, a un farmacista o a un altro operatore sanitario.
Vi ricordiamo che questa pagina non è deputata alla segnalazione di eventuali effetti indesiderati e/o eventi avversi.

Lo stesso fa Iren:

Assistenza clienti

Attualmente i canali social non possono essere considerati canali di assistenza paragonabili ai contact center del Servizio Clienti del Gruppo.

Eventuali richieste ricevute attraverso i diversi sistemi di messaggistica integrata delle rispettive piattaforme, saranno reindirizzate ai canali opportuni di contatto.

Le 5W della Social Media Policy: l’esempio del Comune di Monza

Il Comune di Monza ha pubblicato online in PDF la sua social media policy. Vi si trova anche un paragrafo dove, usando la tecnica delle 5 W del giornalismo, racconta il team che gestisce i social:

  • CHI è il social media manager
  • COME: quali sono le regole
  • COSA: i contenuti
  • QUANDO: gli orari del social media team
  • DOVE: la sede di lavoro del team

Vi si trovano anche delle tabelle molto chiare. Questa, per esempio, riguarda i temi da trattare (e da non trattare!) online:

Cosa fare o non fare sui social network

È sempre importante specificare in modo chiaro cosa fare o non fare su un canale social: per esempio, è possibile mettere un “mi piace” a un prodotto o condividere un articolo di un sito? Devi stabilire quali azioni i tuoi dipendenti e collaboratori possono fare: per esempio possono pubblicare una foto scattata in ufficio? Possono commentare un prodotto/servizio aziendale e in che modo? Molto frequente: i dipendenti, per esempio i commerciali, possono parlare dei clienti, per esempio raccontando casi di successo?

Prepara una lista delle cose che possono fare in Rete e sulle piattaforme social che utilizzano e cerca di far capire loro quanto sia importante rispettare certe regole per il bene dell’azienda e per la loro stessa carriera. Rendere “partecipi” i tuoi dipendenti è una delle chiavi per una buona “Social Media Policy” interna: avere dei “brand ambassador” può aiutarti in questo processo.

Per quanto riguarda i comportamenti da evitare in Rete, devi stabilire anche qui una serie di normative precise che il tuo personale deve seguire. Qualcuno ha postato una fake news sulla tua azienda o una serie di commenti negativi su un tuo prodotto: come si devono comportare i tuoi collaboratori? C’è stato un uso improprio del materiale aziendale, che cosa devono fare i tuoi dipendenti?

Se gestisci un account aziendale devi tenere sempre un comportamento corretto, professionale ed empatico con i tuoi utenti/clienti: è importante avere un atteggiamento positivo, saper ascoltare critiche e commenti negativi e, soprattutto, dare risposte in tempi rapidi rispettando la modalità previste dalla social media policy interna. E, soprattutto, devi evitare litigi e non rispondere mai alle provocazioni.

La pubblicazione dei contenuti

Un altro aspetto che devi considerare riguarda la pubblicazione di contenuti e materiale di vario (foto, video, testi e altro) che devono rispondere a una serie di criteri prestabiliti. Questo vale per la pubblicazione di una semplice notizia o per un link a una pagina istituzionale e così via. Chi pubblica un qualsiasi tipo di contenuto deve farlo nel completo rispetto delle norme che regolano la privacy e il trattamento dei dati personali, deve verificare che non ci siano materiali aziendali o informazioni sensibili o che violino le leggi che regolano il copyright. Quindi, prima di pubblicare qualsiasi cosa su un canale istituzionale e privato, ricordati di verificare che i tuoi contenuti siano inattaccabili. Nel dubbio è meglio non pubblicare nulla: richiedi il parere di un social media manager nella tua azienda.

Per esempio nella sua Social Media Policy l’azienda Fenzi specifica:

Con la produzione e pubblicazione dei contenuti FENZI SPA promuove sui propri canali social contenuti testuali, fotografici e video, che nel momento della pubblicazione devono rispondere sempre a tutti i seguenti criteri:

  • diffusione di novità relative a progetti, eventi, servizi dell’azienda di concreta utilità per il target;
  • attualità della notizia a cui il contenuto social deve riferirsi, con testi e/o immagini che ne testimonino o l’accadere in tempo reale (es. un convegno, una conferenza stampa, una fiera, ecc.) o il realizzarsi in breve tempo (una scadenza, il lancio di un nuovo prodotto);
  • link a pagine del sito istituzionale o, dove esistenti, ai siti di progetto, dove si fa riferimento o si approfondisce il contenuto.

Il linguaggio

Il linguaggio che utilizzi deve essere contestualizzato allo stile del social network utilizzato. È ormai assodato che le dinamiche linguistiche utilizzate nei canali social sono diverse da quelle usate nei contesti reali, mentre l’abuso di neologismi è ormai una consuetudine. Ogni piattaforma è diversa e funziona in una determinata maniera e ha un proprio pubblico di riferimento: per ottenere dei buoni risultati devi prestare attenzione ad alcune cose e, soprattutto, ai dettagli. Per esempio, Twitter è uno strumento apprezzatissimo per la comunicazione aziendale (viene considerato l’agenzia stampa del mondo digitale) e per cinguettare al massimo devi sfruttare gli hashtag “#”, “concentrare” i tuoi messaggi in pochi caratteri (dai 140 caratteri degli inizi si è arrivati ai 280 attuali) e farli circolare velocemente. LinkedIn, invece, è la piattaforma professionale per eccellenza ed è stata sviluppata appositamente per permettere ai professionisti del settore di interagire tra di loro.

Quando pubblichi un contenuto per questo canale social ricordati di utilizzare un linguaggio professionale e serio. Una comunicazione sobria ti può aiutare a mettere in evidenza le competenze/qualità della tua azienda e ad ampliare la tua rete dei tuoi contatti e altro ancora. Con Facebook è richiesto uno stile più vicino al pubblico e un linguaggio semplice e “informale”. Un tono troppo confidenziale potrebbe essere persino eccessivo, soprattutto ora che il colosso di Menlo Park si sta orientando sempre di più verso il business mettendosi in competizione diretta con leader indiscusso del settore, sua maestà LinkedIn. Con Instagram invece devi puntare sui i contenuti “personali”, chiaramente accompagnati da un uso sapiente delle immagini e dei video e soprattutto degli hashtag. Con le “Instagram Stories”, infatti, la comunicazione è stata rivoluzionata ancora una volta e sarà più facile per te condividere la quotidianità in ufficio o in azienda.

Come utilizzare un account privato

Il dipendente/collaboratore è tenuto a rispettare le norme di comportamento previste nella policy interna, anche quando utilizza un account privato sui social media. Nel caso decidesse di rendere nota la propria attività lavorativa, il dipendente deve necessariamente specificare la qualifica rivestita all’interno dell’azienda (citando anche l’account istituzionale se disponibile) e ribadire che “le opinioni espresse hanno carattere personale”. In questo modo viene tutelata l’azienda e le persone che ci lavorano.

Chiaramente ogni dipendente può (dovrebbe!) condividere sui propri profili privati il materiale e i contenuti pubblicati sul sito istituzionale dell’azienda. Non può invece divulgare informazioni riservate della propria azienda o di terze parti e altro ancora.

Quando usa il proprio account privato deve evitare di diffondere messaggi minatori o ingiuriosi, commenti e dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti della propria società o di alcuni membri. È tenuto a rispettare la privacy dei propri colleghi e a non divulgare foto, video o altro materiale multimediale senza l’esplicita autorizzazione dell’azienda e delle persone coinvolte.

Senza autorizzazione preventiva non può aprire blog, pagine o altri canali a nome della propria società o che trattino argomenti riferiti all’attività lavorativa svolta. È importante ribadire ancora una volta che i propri contenuti – anche se privati – una volta messi in Rete hanno una cassa di risonanza incredibile, e un semplice post può infatti raggiungere un numero elevato di persone attraverso retweet, commenti e like, alimentando il reato di diffamazione. Per risolvere la questione, puoi far inserire un apposito “disclaimer” nel profilo dei tuoi dipendenti per rendere più semplice la differenziazione tra un account personale e quello lavorativo.

La nota multinazionale fast food Mc Donald’s ha messo online la propria Social Media Policy. Riporto qui la parte che riguarda l’uso dei canali social personali:

Si invita i dipendenti a essere consapevoli dei seguenti aspetti quando utilizzano i Social Media, anche ad uso personale ma in situazioni in cui viene specificamente indicato il marchio McDonald’s :

  • Tutto ciò che viene pubblicato su internet può essere letto da manager, colleghi, partner commerciali, giornalisti, concorrenti, fornitori e dal pubblico in generale.
  • Invitiamo i dipendenti a pensare a quello che stanno scrivendo nello stesso modo in cui lo farebbero per comunicare con le persone che non conoscono personalmente.
  • In particolare, occorre tenere conto delle seguenti linee guida:
    • Non devono essere scaricate e/o pubblicate immagini offensive o inappropriate.
    • Non devono essere scaricati e/o pubblicati commenti offensivi o inappropriati.
    • Non devono essere pubblicati commenti offensivi o inappropriati su colleghi o clienti.
    • Ogni informazione che possa violare qualunque delle azioni e delle procedure di McDonald’s, non deve essere pubblicata.
    • Non si deve fare alcun riferimento a qualsiasi affiliazione a organizzazioni politiche.
  • Le informazioni riservate (informazioni finanziarie, lancio nuovi prodotti, attività di business in genere) o proprietarie di McDonald’s non devono mai essere divulgate. I termini e le condizioni applicabili ai dipendenti di McDonald’s già vietano questo in generale, e internet non fa eccezione a questa regola.
  • Qualora l’uso di canali di Social Media sia insito nel ruolo lavorativo del dipendente, l’uso personale dei Social Media deve avvenire esclusivamente nel suo tempo libero e non deve includere l’uso dell’indirizzo e-mail aziendale di McDonald’s (qualora il dipendente ne abbia uno).
  • I dipendenti non devono mai accedere né utilizzare qualsiasi sito web o servizio riprovevole o illegale utilizzando i dispositivi messi a disposizione da McDonald’s. L’Ufficio IT ha individuato i siti web cui il nostro sistema non permetterà l’accesso. Qualsiasi tentativo di accesso ai siti proibiti dal sistema è bloccato e l’utente riceverà un messaggio all’interno del browser che conferma che l’accesso è precluso. I dipendenti devono essere consapevoli che le pubblicazioni personali nei canali di Social Media possono restare visibili per tutti negli anni a venire.
  • Ai dipendenti è severamente vietato utilizzare i loghi e/o i marchi di McDonald’s in qualsiasi situazione personale senza la preventiva autorizzazione scritta da parte del team legale di McDonald’s.

L’uso dei sistemi di messaggistica istantanea

I sistemi di messaggistica  (WhatsApp, Telegram, Signal, Facebook Messenger solo per citare i più utilizzati) stanno diventando delle vere e proprie chat lavorative vale lo stesso discorso dei social network. Anche qui è importante trovare l’equilibrio tra l’utilizzo per motivi di lavoro e quello per scopo privati, soprattutto durante l’orario lavorativo.

È importante ricordare nella Social Media Policy interna che i messaggi scambiati in WhatsApp sono equiparabili a prove documentali e sono moltissimi i casi in cui le chat testuali o vocali usate nell’app di messaggistica di proprietà di Facebook sono state usate come prova in tribunale. Per questo motivo devi adottare una social media policy dettagliata per fornire al tuo dipendente tutte le informazioni su “cosa potrà fare e non fare” con l’account aziendale/privato, quali immagini condividere, quali amici aggiungere, come utilizzare i social network durante l’orario di lavoro e altro ancora.

L’importanza del “Tone of voice”

Quando rappresenti la tua azienda sui canali social è importante scrivere correttamente, rispettando tutte le regole ortografiche, morfologiche, sintattiche e fonetiche previste dalla grammatica italiana. Tra acronimi, sigle, neologismi e un uso smodato della terminologia inglese spesso è una missione impossibile…

Un altro aspetto da definire è il cosiddetto “Tone of voice” che si vuole dare alla comunicazione: lavorare nella pubblica amministrazione richiede un approccio di un certo tipo, nel settore privato un altro. Il dipendente si deve riconoscere nell’azienda/brand per cui lavora: quindi, oltre a scrivere in un italiano corretto e comprensivo devi scegliere uno stile/forma che rispecchi e sia coerente con quello tenuto finora dalla comunicazione della tua azienda.

Quindi, scegli uno stile che sia efficace e al tempo stesso efficace e che sia soprattutto chiaro. Il requisito essenziale di una buona social media policy è la chiarezza: deve essere facilmente comprensibile e memorizzabile e fugare ogni possibile dubbio, soprattutto per quanto riguarda il capitolo “sanzioni e provvedimenti”. Stabilire delle linee guida con quello che si può o non può fare è un’ottima base di partenza, così come avere un glossario o un’infografica/video in cui illustrare quali sono i social attivi nella tua azienda e altro ancora. Prima di far leggere a tutti i dipendenti la social media policy che hai scritto è consigliabile sottoporla al parere dell’ufficio legale, marketing, risorse umane e le altre istituzioni presenti nella tua azienda. Tutelare gli interessi del personale aziendale è fondamentale. Una volta ottenuto il benestare di tutte le parti in causa, puoi far leggere a tutti i dipendenti la social media policy che hai preparato.

Un esempio di Social Media Policy interna (PDF)

Unioncamere Emilia Romagna ha reso disponibile sul proprio sito il PDF della sua Social Media Policy interna. Eccolo:

La video Social Media Policy di Xerox

Xerox ha caricato un video sul suo canale Youtube presentandolo così:

Se sei un dipendente o un terzista Xerox che pubblica notizie o informazioni su Xerox correlate al proprio lavoro su blog, forum, social network o qualunque altro genere di social media, queste linee guida sono per te. Queste linee guida si applicano inoltre a singoli consulenti e ad agenzie terze che lavorano per o a nome di Xerox.

Ecco il video (in inglese con sottotitoli in italiano):

Perché scrivere una Social Media Policy Esterna?

Oltre a scrivere una Social Media Policy interna devi prepararne una esterna per regolamentare il rapporto con la clientela e la community. Con lo sviluppo dei social media molti utenti comunicano con le aziende attraverso i loro canali, per qualsiasi tipo di esigenza. La social media policy esterna è fondamentale per regolamentare il rapporto fra gli utenti e chi gestisce le piattaforme social dell’azienda. Si tratta di una relazione delicata perché coinvolge direttamente il nome dell’azienda e la credibilità stessa e del proprio marchio (la cosiddetta “brand reputation”). Una Social Media Policy deve stabilire le modalità di comunicazione con gli utenti (dal trattamento dei dati personali fino all’attività di moderazione e così via), cosa fare in caso di diffusione di informazioni sensibili per l’azienda, commenti negativi, hashtag, post e video creati dagli utenti e altro ancora.

Come scrivere una Social Media Policy Esterna

Tendenzialmente vale lo stesso discorso fatto in precedenza con la preparazione di una Social Media Policy interna. Quindi, specifica a cosa serve il documento, a chi si rivolge e chi vuole tutelare. Per ogni piattaforma social utilizzata è importante definire il modus operandi: spiega in modo chiaro a cosa serve avere un account ufficiale e a cosa non serve. Una volta definito il ruolo e le finalità della nostra pagina/account social devi stabilire una serie di norme/regole comportamentali che gli utenti devono rispettare. Dai comportamenti non tollerati fino ai commenti inappropriati o alla promozione di attività illegali, tutto deve essere regolamentato per evitare spiacevoli sorprese o eventuali strascichi legali. Cerca di essere il più chiaro possibile e di fornire degli esempi esplicativi su quello che è accettato/tollerato e quello che non lo è.

Per esempio nella social media policy di The Math House si legge:

In particolare, verranno rimossi i contenuti:

  • politici o di propaganda elettorale;
  • spam, che promuovano attività commerciali e a fini di lucro;
  • che presentino un linguaggio inappropriato, violento, minaccioso, volgare, ingannevole o in violazione dei diritti di terzi;
  • discriminatori per genere, razza, etnia, lingua, credo religioso, opinioni politiche, orientamento sessuale, età, condizioni personali e sociali, disabilità fisica o mentale;
  • illeciti o che incitino, promuovano e sostengano attività illecite;
  • che divulghino dati e informazioni personali o che possano ledere la privacy e la reputazione di terzi;
  • che contengono dati sensibili;
  • di carattere osceno, pornografico o pedopornografico o che offendano la morale comune;
  • che violino il copyright o che usino impropriamente un marchio registrato;
  • che compromettano la sicurezza nazionale o dei sistemi pubblici.

Elenca le possibili sanzioni per chi non rispetta le regole, soprattutto in caso di comportamenti illegali. Stabilire delle sanzioni è un modo piuttosto semplice per conferire autorevolezza alla tua Social Media Policy esterna o interna che sia.

Il Ministero dello sviluppo economico specifica che cosa si intende per moderazione e che cosa accade quando non si rispetta la policy esterna:

La moderazione da parte dell’amministrazione all’interno dei propri spazi avviene a posteriori, ovvero in un momento successivo alla pubblicazione, ed è finalizzata, unicamente, al contenimento di eventuali comportamenti contrari alle norme d’uso: tutti hanno il diritto di intervenire ed esprimere la propria libera opinione in quanto nei canali social del Ministero non è prevista alcuna moderazione preventiva.

Nei casi più gravi – e in modo particolare in caso di mancato rispetto delle regole condivise in questo documento – il Ministero si riserva la possibilità di cancellare i contenuti, allontanare gli utenti dai propri spazi e segnalarli ai filtri di moderazione del social network ospitante ovvero, nello specifico, saranno rimossi commenti e post che violino le condizioni esposte in questo documento.

Se i dipendenti/collaboratori utilizzano la strumentazione informatica dell’azienda è importante stabilire anche un codice di comportamento ad hoc, con le relative sanzioni disciplinari in caso di mancata ottemperanza dei divieti. Una volta preparato il documento ricordati di sottoporlo all’ufficio legale della tua azienda (o a quello di un esterno) e agli altri uffici interessati (marketing, risorse umane e altro) per poter essere approvato e diffuso a tutto il personale lavorativo.

A proposito di tutela legale, spesso si fa riferimento anche alla privacy. Così Trenord:

PROTEZIONE DATI PERSONALI

Si ricorda che il trattamento dei dati personali degli utenti risponde alle policy in uso sulle piattaforme utilizzate (Twitter, YouTube, Instagram e LinkedIn).

Si rammenta che i dati sensibili postati in commenti o post pubblici all’interno dei canali social di Trenord verranno rimossi. I dati condivisi dagli utenti attraverso messaggi privati, spediti direttamente ai canali di Trenord, saranno trattati nel rispetto della normativa di legge di tempo in tempo vigente ed applicabile in materia di trattamento dei dati personali.

L’Informativa Privacy di Trenord è consultabile sul sito internet di Trenord, che qui si richiama integralmente ed a cui si rinvia.

Come far rispettare le Social Media Policy

Per controllare ogni possibile violazione alla Social Media Policy aziendale è necessario avere una struttura o del personale preposto per questo compito. L’azienda deve essere in grado di monitorare il comportamento dei propri dipendenti che utilizzano i canali social. Controllare l’attività su tutte le piattaforme social utilizzate dall’azienda di tutti i soggetti coinvolti (compresi gli account personali) richiede una struttura ben organizzata e oliata. Avere sanzioni disciplinari/pecuniarie senza che nessuno possa farle rispettare non serve a nulla. È importante che la Social Media Policy sia facilmente consultabile dai dipendenti/collaborati: preparare una versione riassuntiva o in stile FAQ può essere di grande aiuto.

Il mondo dei social media è in costante evoluzione. Di conseguenza anche la Social Media Policy che hai preparato rischia di diventare obsoleta nel giro di pochi mesi. Senza tener conto dei possibili cambiamenti aziendali per quanto riguarda le strategie di comunicazione e marketing: quindi, aggiorna e controlla regolarmente la tua Social Media Policy su ogni canale social utilizzato dalla azienda. Ricordati che una Social Media Policy ben fatta e aggiornata stimola gli impiegati a utilizzare in modo responsabile i canali social. Un dipendente o collaboratore deve sempre prestare attenzione alla Social Media Policy: deve conoscere le regole della Privacy, deve sapere postare su una piattaforma sociale e cosa può far vedere agli amici o ai famigliari e così via.

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Questa intervista è stata pubblicata su Startup News il 27 settembre 2021

Il mantra che ormai tutti abbiamo imparato a memoria è semplice: “Se su Internet qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”. Prendi per esempio un social come Facebook: iscrizione e uso sono a costo zero, ma in realtà si tratta di un baratto, hai una vetrina e uno strumento di relazione ma in cambio loro si prendono i tuoi dati. Una logica diffusissima, non solo nel mondo social, ma che evidentemente non sta bene a tutti. Bablyo non funziona così: questa nuova piattaforma di servizi social è a pagamento e non usa i dati per fare business. Quando l’ho scoperto ho subito voluto conoscere chi ha avuto questa idea. Allora ho scambiato quattro chiacchiere con Gianluca Brenelli, Ceo di Teiasoft Srls, e con Alessandra Saponaro, vice presidente di Teiasoft e responsabile del progetto Bablyo.

Gianluca e Alessandra, come è nata l’idea di Bablyo?

Gianluca: l’idea di un social a pagamento mi è venuta qualche anno fa, osservando le dinamiche delle piattaforme tradizionali. Era evidente come, in contro tendenza rispetto agli inizi del periodo 2004/2006, queste avessero basato il loro business model esclusivamente sulla vendita di pubblicità, portando l’utente (e il suo tempo) a diventare il prodotto da vendere agli inserzionisti. Nel 2019 abbiamo quindi deciso che i tempi erano maturi per iniziare a lavorare sul progetto. Stavano infatti cominciando ad emergere le prime avvisaglie di quei problemi nel mondo dei social che oggi sono noti a tutti. Parlo ad esempio della viralità delle fake news, i danni e i rischi per la salute mentale degli adolescenti (secondo una recente inchiesta del Wall Street Journal, Instagram avrebbe un effetto negativo, rispetto alla percezione di sé e del proprio corpo, su una parte delle teenager, ndr), e molti altri ancora. Abbiamo poi iniziato a lavorarci giornalmente in concomitanza con l’inizio della pandemia e finalmente da pochi giorni siamo presenti sullo Store di Google in versione beta.

Qual è il modello di business?

Gianluca: il nostro modello di business rovescia completamente il paradigma dei social tradizionali. L’utente non è più il prodotto da vendere agli inserzionisti, ma è il nostro cliente.

Alessandra: questa è probabilmente la vera rivoluzione, se mi passi il termine. Dal momento in cui l’utente paga un abbonamento mensile si aspetta in cambio un servizio e, soprattutto, che questo rispetti veramente la sua privacy.

Gianluca: questo cambio di paradigma ci ha dato la libertà di creare un luogo virtuale che rispondesse a poche semplici domande: “Questa feature è utile per il Cliente? Il nostro servizio è di qualità?”. Noi non cerchiamo di far stare le persone il più a lungo possibile dentro Bablyo, non abbiamo inserzionisti ai quali mostrare i dati delle persone che hanno visto la loro inserzione pubblicitaria.

Alessandra: questo è un altro aspetto fondamentale. Non avendo pubblicità al nostro interno, trattiamo i dati dei nostri clienti solo per le finalità di erogazione del servizio, ovvero per far funzionare Bablyo.

Quali sono le principali caratteristiche di Bablyo?

Gianluca: la feature più importante per noi sta nella gestione dei minorenni all’interno della piattaforma. Ti faccio un esempio: in Bablyo non ci si può iscrivere se minorenni, ma io posso iscrivere i miei figli creando fino a quattro account “child” (compresi nel costo dell’abbonamento mensile). Come account “padre” manterrò il controllo della password e avrò una serie di opzioni configurabili.

Alessandra: alla fine ci saranno due social distinti in Bablyo. Uno dedicato ai minorenni e uno agli adulti. Le opzioni configurabili permetteranno punti di contatto tra i due mondi e saranno a carico dell’account padre.

Gianluca: essendo una piattaforma di servizi social, la scelta dei contenuti da vedere è a carico del cliente, che noi affettuosamente chiamiamo Bablyer. Venendo a mancare il concetto di amicizia o follower (almeno, nel modo in cui tradizionalmente li si intende), in Bablyo sono i contenuti, e gli argomenti che li definiscono, ad essere seguiti. Se io sono un appassionato di modellismo, configurerò gli argomenti e i contenuti che intendo seguire attraverso l’inserimento nell’apposita sezione di argomenti relativi al mondo del modellismo.

Alessandra: tra gli incentivi che pensiamo essere tossici, abbiamo anche eliminato la risposta ai commenti. Abbiamo notato infatti come troppo spesso sotto contenuti anche di qualità si aprano thread di commenti infiniti che esulano dal contenuto stesso.

Quali problemi e sfide avete affrontato durante lo sviluppo?

Alessandra: una volta raccolta l’idea ci siamo posti il problema di come strutturare Bablyo, sia da un punto di vista filosofico e conseguentemente tecnico. Possiamo dire che abbiamo lavorato per sottrazione. Studiando le piattaforme tradizionali ci siamo chiesti quali potessero essere quegli incentivi tossici che andavano eliminati, cosa portare al centro della piattaforma e cosa lasciare in disparte.

Gianluca: non è stato facile infatti scegliere di non avere, ad esempio, i like sui contenuti. Può sembrare una sciocchezza, ma in realtà ha un peso enorme nell’economia generale di una piattaforma social. Diciamo quindi che le sfide maggiori sono state più concettuali che tecniche.

Quali saranno i prossimi passi?

Gianluca: termineremo a breve la fase beta e, spero per fine anno, usciremo sull’Apple Store. Parallelamente ci concentreremo sulla ricerca di investitori che credano nel progetto. Non è facile, soprattutto in Italia, ma siamo sicuri della nostra idea e convinti che la risposta del pubblico sarà sicuramente premiante.

Alessandra: ovviamente svilupperemo tutte le idee che abbiamo in mente, e sono davvero molte. Vogliamo infatti fare di Bablyo uno strumento che possa essere utile anche nella vita reale.

 

La prima volta che ho proposto di tenere un corso LinkedIn per chi non è ancora entrato nel mondo del lavoro, studenti e laureandi, i responsabili della formazione di scuole e università mi hanno regalato uno sguardo perplesso: a che cosa serve un social network professionale per chi non ha ancora una professione?

Qui viene il bello. LinkedIn serve a uno studente per tre motivi diversi:

  1. La costruzione della propria carriera professionale inizia prima di entrare nel mondo del lavoro
  2. Chiunque, anche un under 20, ha una reputazione digitale da monitorare e, spesso, da costruire da zero
  3. Molto spesso i recruiter, in alcuni settori, cercano risorse talmente junior che non sono ancora laureate o diplomate (succede per esempio con informatici, programmatori, ingegneri, tecnici e così via)

Per questi motivi, insegnare le basi della comunicazione e reputazione digitale, declinati come corso sull’uso strategico di LinkedIn, è fondamentale.

Il corso sull’uso strategico di LinkedIn per laureandi da 3 ore

Il corso può avere durate diverse:

  • Un solo incontro di tre ore
  • Tre incontri di tre ore

Nel primo caso, un solo incontro, i temi sono i seguenti:

• Introduzione al tema della reputazione digitale
• Introduzione a LinkedIn
• Uso strategico di LinkedIn e posizionamento professionale degli specializzandi
• Ottimizzazione del profilo
• LinkedIn SEO: posizionamento dei profili con le keyword giuste
• Ampliare la rete di collegamenti
• Ricerca del lavoro online

Il corso sull’uso strategico di LinkedIn per laureandi da 3 incontri

Nel caso del corso che prevede tre incontri, eventualmente da organizzare anche online, i temi sono i seguenti:

1° INCONTRO: RICERCA DEL LAVORO ONLINE E REPUTAZIONE DIGITALE

La selezione del personale nel mondo del lavoro è completamente cambiata con la digitalizzazione e l’esplosione dei social: temi quali software di recruiting (ATS), social recruiting, digital reputation sono ormai imprescindibili. Il corso si concentra sul tema della reputazione online: saranno mostrati casi di studio, strumenti e indicazioni pratiche.

2° INCONTRO: L’USO STRATEGICO DI LINKEDIN

LinkedIn è ormai usato da 15 milioni di professionisti italiani. Come usarlo per posizionarsi correttamente e come usarlo per fare networking, pubblicare e risultare appetibili (e autorevoli) sul mercato del lavoro pur non avendo ancora iniziato la propria carriera? L’incontro si basa sul metodo LinkedIn10C.

3° incontro: CONTENUTI LINKEDIN + CHECK-UP DEI PROFILI + DOMANDE & RISPOSTE

Il terzo incontro, dopo aver affrontato il tema di come pubblicare su LinkedIn per rendersi interessanti, serve per raccogliere le domande degli studenti e per controllare il lavoro fatto sui profili LinkedIn.

L’esempio del corso per la facoltà di Scienza del Materiali dell’Università di Padova

Nel settembre 2021 la facoltà di Scienza del Materiali dell’Università di Padova mi ha coinvolgo nel percorso “Il Lavoro degli Scienziati dei Materiali: Orientamento e Networking Alunni-Alumni”:

Ecco il volantino dell’iniziativa:

 

LinkedIn per neolaureati: 10 dritte

I corsi possono essere molto utili anche per chi ha appena concluso gli studi. In questo articolo si trovano dieci dritte per l’ottimizzazione del profilo LinkedIn di un neolaureato:

Scrivimi per organizzare un corso LinkedIn nella tua scuola o università

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Come tutti i social network, anche LinkedIn ha i suoi analytics, le metriche relative alle pagine aperte sulla piattaforma. La maggior parte delle persone tende a soffermarsi solo sui dati più semplici, fondamentalmente il numero di follower e le visualizzazioni/like sui contenuti condivisi. Sono parametri importanti, naturalmente, che offrono velocemente uno spaccato dell’andamento della pagina, ma rappresentano solo una parte di tutti i dati raccolti dal social e messi a disposizione dei suoi utenti. Di seguito, ti spiegherò come sfruttare al meglio le informazioni raccolte dal social relative alla tua pagina per capire come migliorare l’efficacia della tua attività su LinkedIn.

Dove sono i dati relativi alla mia pagina?

Per visualizzare gli analytics della tua pagina aziendale su LinkedIn devi essere un amministratore o quantomeno un analista. Se sei il titolare dell’azienda, probabilmente sarai anche amministratore della pagina, che probabilmente avrai creato tu, ma non è raro che queste attività vengano delegate a professionisti o agenzie esterne (ma anche a figure interne), e non è detto che ti abbiano inserito fra gli amministratori. Se è così, devi sapere che il fatto che tu non sia amministratore non è un gesto di sgarbo o il desiderio di tenerti nascoste le informazioni: molto spesso i proprietari delle imprese non hanno interesse a seguire direttamente questi canali e quindi non si preoccupano di essere inseriti come admin. Allo stesso tempo, non è raro che gli esperti di social evitino – se non quando richiesto esplicitamente – di rendere amministratori i responsabili delle aziende stesse: se questi non sono competenti, infatti possono facilmente fare degli errori, spesso postando dal profilo aziendale invece che da quello personale o viceversa. Naturalmente, se chiederai di essere reso amministratore nessuno potrà negartelo: la pagina è tua, del resto.

Per gestire la tua pagina LinkedIn aziendale basta connetterti al tuo profilo personale: nella colonna di sinistra troverai la sezione Le mie Pagine, dove sono raccolte tutte le pagine LinkedIn che sei autorizzato a gestire. Cliccaci sopra per andare nella sezione di amministratore. Per avere accesso agli analytics, basta che clicchi sulla voce Analisi, dove saranno indicate quattro metriche: Visitatori, Aggiornamenti, Follower ed Employee Advocacy.

Visitatori

In questa sezione troverai tutte le informazioni relative a chi ha visitato la tua pagina LinkedIn, nello specifico:

  • il numero visualizzazioni della pagina: fondamentalmente, quanti clic sono stati fatti sulla pagina (non sui singoli post, attenzione);
  • il numero di visitatori unici: questo parametro è ovviamente differente dal numero di visualizzazioni, dato che una persona potrebbe aver guardato la tua pagina più volte nel periodo di tempo selezionato;
  • i clic sul pulsante personalizzato, che fondamentalmente può assumere 4 valori (Visita sito web, Iscriviti, Registrati, Contattaci, Scopri di più).

Più sotto troverai un grafico molto intuitivo che ti darà le statistiche sui visitatori nel periodo selezionato. Potrai ampliare il periodo di riferimento (quello predefinito è di 15 giorni) e avere ulteriori dettagli, per esempio vedere i dati delle singole sezioni della pagina stessa: la home, informazioni, informazioni dettagliate e persone.

Potrai modificare con un clic la visualizzazione fra visitatori totali e visitatori unici, e aggregare i dati. L’impostazione predefinita di LinkedIn, infatti, è quella di mostrare i dati separati fra mobile e desktop, ma basta la pressione di un tasto per aggregarli in un unico grafico.

Andando più sotto, poi, potrai avere accesso ai dati demografici del tuo pubblico, ovviamente ben differenti da quelli di altre piattaforme, dato che LinkedIn è destinata al business, non certo agli influncer. Ecco che il dato principale è dunque quello delle funzioni lavorative di chi ti ha visitato (vendite, marketing, HR, amministrazione, operations e via dicendo), un dato estremamente importante per capire velocemente che tipo di figure aziendali hanno mostrato interesse. Puoi comunque avere informazioni sulla località (inclusa la provincia, nel caso dei visitatori italiani), l’anzianità lavorativa dei tuoi visitatori (che non è detto corrisponda all’anzianità demografica, anzi), il settore in cui operano e le dimensioni dell’azienda per cui lavorano, intesa come numero di dipendenti.

Aggiornamenti

Se selezioni la metrica Aggiornamenti al posto di Visitatori, avrai accesso ai dati relativi alla visualizzazione dei post pubblicati sulla tua pagina aziendale. Ovviamente, cambiano le metriche: qui verranno indicate le reazioni (like ed equivalenti), il numero di commenti ai post e di condivisioni.

Potrai poi esplorare più nel dettaglio tutti questi dati nella sezione “Statistica”. I dati riportati sono relativi a tutti i post pubblicati nel periodo preso in esame, ma potrai avere informazioni dettagliate su ognuno scrollando più in basso, dove sarà proposta la lista con tutte le metriche relative a ogni singolo parametro. Anche in questo caso i dati verranno separati da due colori: in blu i dati organici e in rosso quelli relativi alle sponsorizzazioni. Volendo, potrai aggregarli.

Follower

Come suggerisce il nome, ti indica quanti nuovi follower ha acquisito la pagina e quanti ne ha persi. Scrollando in basso ti verranno proposti gli ultimi che si sono aggiunti, e ancora più sotto potrai avere informazioni praticamente equivalenti a quelle che abbiamo isto prima nella sezione Visitatori, quindi la funzione lavorativa, il settore di appartenenza, la seniority e via dicendo.

Molto interessante la sezione più in basso, dove LinkedIn ti suggerisce una serie di aziende affini alla tua da monitorare, così da avere un termine di paragone con realtà che operano nel tuo stesso ambito, sulla base dei follower.

Employee Advocacy

Questa sezione è estremamente utile se voi fare employee branding, cioè sfruttare l’attività dei tuoi dipendenti e collaboratori per potenziare l’impatto della tua attività di comunicazione su LinkedIn. Fondamentalmente, potrai misurare l’impatto delle condivisioni dei post aziendali fra i tuoi dipendenti.

A questo indirizzo, potrai trovare ulteriori informazioni proposte da LinkedIn.

Come esportare i dati?

I dati raccolti da LinkedIn sono utilissimi e presentati in maniera semplice e intuitiva, ma quando le dimensioni della pagina iniziano a crescere e, soprattutto, intendi visualizzare i dati di più di un anno, o confrontarli con quelli provenienti da altre fonti (altri social network, quelli del suo sito e via dicendo), è più comodo esportarli in un formato più comodo, così da poterli analizzare tramite altri software.

Esportarli è estremamente semplice:

  • seleziona la metrica che ti interessa (Visitatori, Aggiornamenti, Follower, Employee Advocacy)
  • Clicca sul blu tasto Esporta, sulla destra
  • Seleziona l’intervallo di tempo
  • Clicca su Esporta

In pochi istanti, verrà scaricato un file .XLS contenente tutte queste informazioni, che potrai aprire con Excel o equivalente, o importare nei software che usi per le analisi.

Cosa posso fare con i dati esportati?

Una volta esportati i dati in formato XLS potrai aprirli con un figlio di calcolo, così da poterli analizzare con strumenti più potenti: potrai fare semplicemente grafici di ogni tipo sulla base di quelle informazioni, e gestire con più semplicità la tua reportistica. Soprattutto, potrai analizzare i differenti valori tenendo tutto sullo stesso foglio, senza dover aprire differenti finestre di LinkedIn e affiancarle per avere una visione di insieme.

Contattami per un corso LinkedIn nella tua azienda

LinkedIn è il primo social network professionale al mondo, e con un bacino che supera abbondantemente i 700 milioni di iscritti è la scelta ideale per chi vuole migliorare la propria carriera o per chi è alla ricerca di nuove opportunità. LinkedIn è anche un ottimo strumento per i giovani che sono alla ricerca della prima occupazione: per un neolaureato o uno studente universitario, la piattaforma di proprietà di Microsoft può essere la soluzione ideale per costruirsi una propria rete di contatti ed entrare in contatto con alcune persone nel mondo del lavoro. Durante i corsi agli studenti lo ribadisco ogni volta: dovete preparare il terreno PRIMA che arrivi il momento del bisogno…

LinkedIn non è un CV online!

Piccola e doverosa precisazione: molte persone hanno l’errata percezione che LinkedIn sia una “specie” di curriculum vitae online da riempire con tutte le esperienze lavorative avute finora o il percorso di studi completato. Sbagliato: LinkedIn non è questo, è un social network che permette ai propri utenti di creare una rete di contatti e al tempo stesso un social media in cui pubblicare contenuti per aumentare la propria visibilità lavorativa.
Con LinkedIn si fa “personal branding grazie all’inbound marketing”. Traduzione: con la piattaforma di Microsoft si promuove se stessi (le proprie competenze ed esperienze) attirando i clienti/datori di lavoro, e creando contenuti di valore. Com’è facile intuire, un profilo LinkedIn è qualcosa di diverso da quelli che è possibile ammirare nei vari Monster o InfoJobs che non sono altro che un elenco infinito di competenze. Infatti, per attirare l’attenzione di un’azienda su LinkedIn non è necessario elencare quello che si è fatto in carriera: per suscitare interesse, bisogna pubblicare un paio di articoli (anche dei commenti a post) e inserire delle parole chiavi per essere trovati da un recruiter.

Un neolaureato non ha esperienza…

Partendo dal presupposto che un neolaureato non ha alcuna esperienza lavorativa da segnalare, è possibile completare un profilo LinkedIn con altre preziose informazioni. Per esempio, si possono evidenziare le esperienze maturate all’estero, gli stage e tirocini effettuati, il progetto della tesi e le attività extra-scolastici svolte e altro ancora (magari un blog che si tiene): insomma, tutto può essere usato per attirare l’attenzione di un’azienda.

È importante mostrare il proprio interesse per le aziende per cui si sogna di lavorare. In che modo? Pubblicando articoli dedicati, condividendo e commentando materiale utile o seguendo alcune figure di riferimento all’interno della stessa azienda. È importante, poi, valorizzare il proprio percorso accademico conseguito (è consigliabile inserire gli esami e i voti ottenuti in alcune materie utili per alcune aziende) e, soprattutto, aggiornare costantemente il proprio profilo.

L’importanza di avere un profilo LinkedIn sempre aggiornato

LinkedIn viene utilizzato dalle aziende in tutto il processo di selezione del personale. Per un recruiter o un head hunter il social network di Microsoft è molto di più un immenso database di CV online: LinkedIn può essere sfruttato per fugare qualche dubbio (come “fact checking” per controllare quello che il candidato ha detto) o per trovare determinati profili professionali in qualsiasi momento (basta inserire una keyword è il gioco è fatto!). Migliorare il profilo LinkedIn prima di mettersi alla ricerca di un nuovo lavoro è fondamentale, per un giovane alla ricerca della prima occupazione o un neolaureato ancor di più. Ecco come migliorare il proprio profilo in 10 passi.

1) Il riepilogo

Un profilo LinkedIn, per essere efficace, deve essere sempre aggiornato. È consigliabile apportare miglioramenti o aggiungere contenuti ogni settimana (se possibile anche ogni due o tre giorni). Non è solo importante scegliere con cura i contenuti da proporre, bisogna anche preparare e studiare con la dovuta attenzione ogni sezione del profilo (dalla semplice foto fino al riepilogo) perché è il proprio biglietto da visita. Una delle sezioni più importanti del profilo di questo social network professionale è quella chiamata “riepilogo”, o Informazioni, la descrizione che si trova immediatamente sotto al Sommario, o headline.

Che cos’è il riepilogo? Non è altro che il biglietto da visita di un utente, il riassunto del suo percorso professionale. È una delle prime cose che un recruiter va a controllare: non essendoci molto a spazio a disposizione questa presentazione dev’essere impostata in modo semplice e chiaro. Nel caso di un neolaureato, o studente, è importante mettere in risalto il percorso accademico, i docenti e i corsi frequentati, i progetti svolti o gli stage sostenuti, le attività extra-scolastiche svolte, i propri punti di forza e gli obiettivi che si vogliono conseguire. Possono bastare poche frasi ben costruite per attirare l’attenzione di un selezionatore del personale: nel caso si abbia molto da raccontare, è consigliabile sfruttare degli elenchi puntati per renderlo più facilmente leggibile.

2) Il sommario

Oltre a lavorare sul riepilogo è importante concentrarsi anche sul Sommario (chiamato anche headline) di un profilo LinkedIn. Qui lo spazio per scrivere è ridotto all’osso: solitamente si aggiungono qualche parola chiave, la propria qualifica professionale e l’azienda per cui si lavora. Non c’è molto altro da aggiungere in quei pochi caratteri a disposizione. Qui è importante selezionare con cura quello che si scrive: se si riesce ad attirare l’attenzione di un recruiter o di un visitatore successivamente andranno a controllare l’intero profilo LinkedIn. Nel caso di un neolaureato è importante segnalare l’università frequentata, mettere una keyword attinente alla posizione lavorativa che si sta cercando o all’azienda in cui si vorrebbe lavorare.

Facciamo degli esempi. Per intenderci, così non va:

Neolaureato in cosa?!?

Questo va già un po’ meglio, anche se l’appello al primo ingaggio non mi fa impazzire (senza parlare del banner ingiustificabile):

Ecco invece un esempio virtuoso:

Perché quest’ultimo caso è il migliore? Per una questione di LinkedIn SEO (ottimizzazione delle parole chiave per intercettare le ricerche): un’azienda sanitaria potrebbe cercare la keyword “riabilitazione neuropsicologica”.

3) Creare un network di contatti

Creare una buona rete di contatti: un profilo LinkedIn per avere successo ed essere apprezzato dai vari recruiter e selezionatori deve avere un buon network. Avere pochi contatti non è mai un buon segno agli occhi di un head hunter. Solitamente si aggiungono colleghi ed ex colleghi con cui si lavora/lavorava: in questo caso specifico, è importante inserire amici e altri studenti dell’università frequentata, oltre ai docenti che possono dare quel pizzico di credibilità in più al profilo. Se si è fatto qualche stage, anche in questo caso vanno aggiunte le persone con cui si è collaborato.

4) L’importanza delle segnalazioni/referenze

In ogni profilo LinkedIn c’è una sezione dedicata alle segnalazioni o referenze (leggi Le referenze di LinkedIn: cosa sono, come chiederle e come usarle in maniera efficace). Si tratta di una serie di commenti fatti da altri utenti che hanno avuto modo di lavorare o collaborare con il soggetto che le richiede. La segnalazione, solitamente, viene fatta da un ex collega, un cliente, un manager e via dicendo. Nel caso di un neolaureato si può chiedere una segnalazione ad altri ex studenti con cui si sono svolti dei progetti o persone con cui si è collaborato durante uno stage. Un buon modo per ottenere segnalazioni/raccomandazioni è quello di farle agli altri. È consigliabile iniziare con qualche amico e aspettare che ricambi il favore.

5) Il portfolio dei lavori

Arricchire il proprio profilo con una serie di presentazioni su un lavoro che si è fatto durante uno stage o una collaborazione (si può aggiungere anche la propria tesi) può essere una bella idea per suscitare l’interesse di un recruiter. Se si gestisce un blog o un sito può essere interessante aggiungere un’anteprima e così via. Altra idea: inserire, nella sezione Traguardi raggiunti, un progetto (per esempio la tesi di laurea).

6) Luogo dove si vive o ci si trova

Un’altra importante aggiunta da inserire nel profilo LinkedIn è il luogo in cui ci si trova o si vive. Può essere vantaggioso aggiungere questa informazione, soprattutto per i recruiter. Per un giovane appena laureato può essere importante specificare all’interno del profilo LinkedIn la disponibilità a trasferirsi altrove.

7) Una foto professionale

Scegliere la prima foto che si trova sul desktop o direttamente dalla propria bacheca di Facebook per aggiungerla al profilo LinkedIn è un errore da non fare. La foto è il proprio biglietto da visita e va selezionata con cura. Un buon profilo LinkedIn ha nel 99% dei casi una foto assolutamente perfetta. Un altro errore da non fare è quello di non inserire nessuna immagine. È consigliabile rivolgersi a qualche professionista del settore per avere una foto professionale: se si punta sul “fai da te” è necessario prestare attenzione a un paio di cose. Lo sfondo, per esempio, va scelto con attenzione, così come l’abbigliamento (è consigliabile scegliere quello che si indosserebbe in sede di colloquio, per esempio). Un sorriso, poi, vale più di cento parole (assolutamente da evitare la risata sguaiata!).

8) Personalizzare l’URL

Avere un URL personalizzato del proprio profilo LinkedIn è fondamentale soprattutto per apparire più in alto nelle ricerche dei recruiter. L’URL che viene proposto da LinkedIN è una stringa casuale di lettere e di numeri: va personalizzato assolutamente. Leggi LinkedIn: come sistemare il Vanity Url.

9) Creare contenuti utili

Anche se non si hanno ancora esperienze lavorative da aggiungere al proprio profilo, è sempre possibile dimostrare a un recruiter di essere la persona giusta per una determinata posizione lavorativa. Per questo motivo, è consigliabile creare e condividere contenuti utili che ti appassionino e che possano mettere in evidenza le tue competenze e potenzialità.

10) Sfruttare hashtag, tag e gruppi specifici

Sfruttare hashatag e tag (menzioni) per indicare le competenze e farsi trovare all’interno del motore di ricerca è la chiave del successo, così come partecipare a qualche gruppo di interesse. È consigliabile sceglierne qualcuno dedicato al settore o azienda per cui si è interessati a lavorare. In questo modo si possono conoscere altre persone da aggiungere alla propria rete di contatti.

 

Infine, è importante ricordarsi che LinkedIn è un social network professionale basato sulla fiducia: è consigliabile aggiungere “solo” persone che si conoscono veramente, soprattutto all’inizio, inserire informazioni e raccomandazioni veritiere. In questo modo è possibile iniziare con successo la propria carriera lavorativa.

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