Da molto tempo giro per le scuole, soprattutto le classi della secondaria di primo grado (le “medie”) per tenere incontri sull’uso consapevole della tecnologia. Negli ultimi anni ho chiesto quali applicazioni, soprattutto social e di messaggistica, usano i ragazzi. Qualche tempo fa, a inizio 2020, avevo realizzato questo video per parlare di 15 app diffuse tra gli adolescenti:

Ora, dopo quasi due anni, quell’elenco va aggiornato.

A inizio dicembre 2021 ho chiesto in due scuole diverse di elencare le app che gli studenti hanno provato negli ultimi mesi. Ecco cinque nomi che sono saltati fuori (escludendo quel PH, che sta per Pornhub, e OnlyFans… nonché Houseparty, ormai chiuso).

Likee

Quando abbiamo imparato a comprendere TikTok, sono arrivate le alternative. Likee è un’app per la creazione e la condivisione di brevi video, disponibile per i sistemi operativi iOS e Android. È di proprietà della società tecnologica di Singapore BIGO Technology.

Un’alternativa a Likee, e quindi a TikTok, è anche Zoomerang.

CapCut

CapCut è un’app di editing video, usata dai ragazzi in alternativa ad app più note come, per esempio, InShot.

Roblox

Roblox è un videogioco di genere MMO: massively multiplayer online game. È un gioco online in grado di supportare centinaia o migliaia di giocatori contemporaneamente. Nel gioco, secondo Wikipedia, si possono creare i propri mondi virtuali, dove si può scegliere chi far entrare, si può socializzare con altri utenti e creare il proprio mondo.

App di vestiti

Molte ragazze hanno segnalato di usare diverse app che riguardano l’outfit. Ecco le quattro più citate:

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Il ruolo del venditore, nell’era digitale e dopo la pandemia del 2020, è profondamente cambiato. Temi quali reputazione digitale, social selling, prospecting online e social customer care non possono essere trascurati.

Ne ho parlato il 24 novembre in occasione di un corso sul social selling per il settore HoReCa (la sigla sta per hotellerie-restaurant-café e indica il mondo della ricettività in senso lato) durante un corso tenuto per Doreca, azienda di distribuzione di bevande. Il corso, ideato e tenuto insieme a Silvano Rusmini, consulente per la comunicazione con trent’anni di esperienza nel canale HoReCa, vuol essere il primo di un percorso che affronta anche i temi della reputazione digitale, creazione di contenuti ed employer branding.

I 5 motivi per usare il social selling nell’HoReCa

Pochi venditori hanno già scoperto il social selling, anche se lo usano in modo istintivo. Per gli altri vale la pena ribadire quali sono i 5 motivi per usare i social nella propria attività commerciale:

  1. Non si può non comunicare online: se non ci sei, stai evitando la conversazione con clienti.
  2. L’attività di lead generation, ovvero trovare nuovi clienti, passerà sempre più dai canali online, nei prossimi anni.
  3. Intercettare i trend del mercato.
  4. Presidiare il mercato (e monitorare la concorrenza).
  5. Fare networking.

5 dritte per sfruttare al massimo il social selling nell’HoReCa

Durante il corso ho dato, tra le altre, le seguenti cinque dritte:

  1. Il social selling non vuol dire vendere online. Si vende senza vendere (da tempo si parla di vendita consulenziale)!
  2. Il posizionamento e la reputazione digitale sono fondamentali per ogni venditore, soprattutto perché i clienti dell’HoReCa sono particolarmente “social” (pensa a pub e ristoranti…): come ti trova chi ti cerca online?
  3. Sei quello che posti: immagini e video di pessima qualità, soprattutto se parliamo di cibo e bevande, squalificano il tuo lavoro.
  4. Rendi il più empatica possibile la tua comunicazione: al centro di ogni contenuto ci devono essere le persone.
  5. La tecnologia ci aiuta: con una logica “mobile first” usa smartphone e tablet per creare contenuti e tenere le relazioni.

Un esempio concreto

Michele Camastra, Beer Category Manager di Doreca Italia, è un buon esempio di come creare contenuti “amichevoli” con protagonista non il prodotto, bensì le persone. Questo il post che ha pubblicato in occasione del nostro corso presso la sua azienda.

 

Contattami per organizzare un corso sul social selling nella tua azienda

Nel dicembre del 2021 Francesca Tozzi di Silhouette donna mi ha intervistato, insieme all’esperto di cybersecurity Gianluca Boccacci, sul tema della Web reputation.

I punti chiave dell’intervista

Questi i cinque punti principali trattati nel pezzo:

  1. Social recruiting: perché conta la reputazione? Chi offre il lavoro non vuole certo affrontare 400 colloqui quindi incarica un recruiter di effettuare una prima scrematura il che significa che l’obiettivo di quest’ultimo non sarà trovare il candidato ideale basandosi sul suo curriculum vitae quanto piuttosto andare sui suoi profili social a caccia di un qualsiasi appiglio per poterlo scartare più in fretta e ridurre così la rosa dei papabili. Basta poco: una foto in cui sorridiamo all’obiettivo felici e mezzi ubriachi, un video che ci riprende con gli amici in atteggiamenti chiassosi e disinibiti, un post un po’ sopra le righe su un tema di attualità o un commento dove insultiamo un altro utente».
  2. Web reputation e ricerca del lavoro. Non solo LinkedIn: «[…] da qualche anno i recruiter cominciano a guardare anche gli altri social. Il 15% di loro va su Instagram: non sembra un gran numero in percentuale ma corrisponde a centinaia di migliaia di recruiter impegnati a esaminare il profilo Instagram di un candidato, ancor più che il suo profilo Twitter. Facebook ha perso il suo appeal negli anni ma viene comunque visitato nel 14% dei casi».
  3. Bisognerebbe investire sulla propria… immagine: «Passata la moda dei selfie, c’è sempre più gente che va da un professionista e si fa scattare una foto fatta bene per usarla su Tinder, la famosa app per il dating, e attrarre l’attenzione di potenziali partner. Vale la pena a questo punto di fare un piccolo investimento facendosi fare altre foto anche per gli altri social in un’ottica di diversificazione. Su LinkedIn magari metteremo la foto più seriosa, in camicia o vestito, privilegiando il bianco e nero. Su Facebook possiamo essere più informali ma evitiamo i costumi da bagno e, possibilmente, gli orizzonti storti. Ottime le foto originali e ritoccate in modo creativo su Instagram e quelle più ammiccanti su Tinder, ma sempre senza esagerare».
  4. Come presentarsi in modo efficace? «Quando ci si descrive e racconta sui social si è sempre troppo generici e avari di informazioni per cui la comunicazione risulterà inefficace. Se scriviamo per esempio che siamo dei “sales manager” ma non specifichiamo cosa vendiamo e per quale realtà lavoriamo difficilmente attireremo l’attenzione di potenziali datori di lavoro, collaboratori o clienti. Questo vale anche per gli interessi e le attività extra lavorative. Per migliorare il nostro posizionamento è importante saper tradurre in hashtag le nostre particolari competenze o passioni perché siano ben recepite dal web e da chi ci conosce tramite questo mezzo. Potete ricercare le parole chiave più utilizzate in rete su un certo argomento usando un hashtag generator. Memorizzare sul dispositivo un proprio set di hashtag da usare al momento giusto può renderci visibili e interessanti per chi ha i nostri stessi interessi e può essere un ottimo modo per  avviare nuove amicizie».
  5. Come controllare la propria reputazione digitale? Basta inserire il proprio nome nella finestra di un qualsiasi motore di ricerca e vedere quali risultati saltano fuori. Tecnicamente questa operazione è chiamata “ego surfing”. Per un monitoraggio in tempo reale c’è uno strumento gratuito e semplice che si chiama “google alert”. Se per esempio impostiamo come “alert” il nostro nome e cognome, google ci avvisa subito se qualcuno sta parlando di noi online influendo in positivo o in negativo sulla nostra reputazione. Lo strumento è già attivo, basta avere un account gmail, selezionare “google alert” e impostare le chiavi di ricerca: possono essere nome e cognome, ma anche il nome dell’azienda per cui lavoriamo, quello della nostra attività o il nostro brand. Infine si può navigare sul sito italiano www.my-reputation.it Una volta registrati, il sito esegue una scansione della nostra presenza in rete e ci fa vedere come siamo presenti sui vari canali e social, attribuendoci un punteggio in chiave di reputazione online con un valore compreso tra -100 e 100.

L’intervista integrale

 

Il 22 novembre 2021 Enrico Piacentini e io abbiamo lanciato, con una live su LinkedIn e YouTube, il nostro primo libro a quattro mani: “Boomer a chi? Guida per genitori tardivi digitali“:

La live di presentanzione del libro

Ecco la registrazione della live:

Scrivimi per la presentazione del libro o per ordini di più copie

LinkedIn in poco meno di un ventennio è diventato il social network di riferimento nel mondo del lavoro. La piattaforma ideata da Reid Hoffman nel 2003 si è via via trasformata da punto di riferimento per i professionisti e le aziende in un vero e proprio social network con un numero di iscritti che continua a crescere anno dopo anno. Con una platea di oltre 700 milioni di membri non è facile essere notati da un head hunter. La comunità italiana è piuttosto attiva e partecipe in LinkedIn e ha da poco superato il traguardo significativo dei 14 milioni di iscritti: nel Vecchio Continente è preceduta solo da Gran Bretagna e Francia. Con un bacino d’utenza di tale portata, per diventare un candidato appetibile devi cercare di valorizzare il tuo profilo, aggiungendo nuovi contenuti per attrarre chi è a caccia di talenti per le aziende. Molti recruiter di multinazionali non conoscono bene la nostra lingua e quando utilizzano il motore di ricerca di LinkedIn si affidano tendenzialmente solo all’inglese, dando per scontato che i loro possibili candidati conoscano la lingua d’Albione. Avere un profilo scritto “solo” in italiano non sempre è la scelta vincente: molte aziende, infatti, potrebbero non trovarti o capire che cosa stai cercando di comunicare. La maggior parte degli iscritti a LinkedIn utilizza l’inglese per sfruttare tutte le potenzialità messe a disposizione dalla piattaforma. Quindi, ti consiglio di preparare un profilo in italiano e in inglese (se sei poliglotta, anche in qualche altra lingua).

Il profilo di LinkedIn è il tuo biglietto da visita

Ci sono diversi modi per valorizzare il tuo profilo in LinkedIn: dal titolo fino al sommario, senza dimenticare le competenze e altro ancora. Ti consiglio di curare con grande attenzione ogni singolo dettaglio: chi legge il tuo profilo deve comprendere velocemente che cosa tu puoi fare per lui o per la sua azienda. Purtroppo, la maggior parte dei membri iscritti non sembra essere a conoscenza di tutti gli strumenti messi a disposizione dalla piattaforma, mentre le stesse aziende spesso stentano a comprenderne le immense potenzialità.

Profilo LinkedIn in italiano, inglese o spagnolo?

Nel mondo della digitalizzazione globale avere un profilo LinkedIn ben curato e rispondente a ciò che sai fare e a quello che ti vorresti fare è un requisito essenziale per trovare una nuova occupazione o per dare una svolta alla tua carriera; averlo in più lingue (inglese in primis) può fare veramente la differenza, soprattutto sei stai cercando lavoro oltre i confini della nazione in cui vivi. Fino al 2008 la scelta della lingua incideva pesantemente sulla visibilità del tuo profilo nelle ricerche dei recruiter in LinkedIn: la piattaforma, infatti, tendeva a eliminare i contatti che non parlavano un determinato idioma, limitando così le opportunità di lavoro. Per venire incontro alle esigenze dei propri scritti, la piattaforma ha introdotto la possibilità di avere un profilo in più lingue, che può essere tradotto attualmente in più di una quarantina di idiomi diversi.

Prima di tradurre il tuo profilo in un’altra lingua è importante sapere che cosa stai cercando. In quale area geografica vuoi lavorare? In quale azienda? Che lingua parla il tuo recruiter o un tuo possibile cliente? Per prima cosa dai un’occhiata ai profili delle aziende in cui ti piacerebbe lavorare o entrare in contatto e studia le loro attività e i termini che utilizzano per descrivere le posizioni lavorative aperte. Dopo aver fatto questa ricerca, puoi iniziare a scrivere il tuo profilo LinkedIn nella lingua che hai scelto.

Come creare un profilo LinkedIn in un’altra lingua

È importare ricordare che la lingua che utilizzi abitualmente per navigare in LinkedIn non ha alcuna relazione con quella con cui hai scritto il tuo profilo. Quindi, se un recruiter italiano o un cliente che naviga dall’Italia usano abitualmente la versione inglese di LinkedIn, entrambi avranno accesso al tuo profilo inglese anche se si trovano nel Bel Paese. Come fai a scegliere il linguaggio in cui mostrare il tuo profilo? Devi innanzitutto andare sulla barra superiore in alto e cliccare sull’icona “Tu”: successivamente fai clic su “Visualizza profilo” e ancora su “Aggiungi profilo in un’altra lingua” e scegliere una di quelle disponibili.

Se la lingua che vuoi aggiungere non è presente nel menu, ti consiglio di controllare le impostazioni del tuo profilo per assicurarti che sia nello stesso idioma che hai selezionato. A questo punto gli algoritmi di LinkedIn tradurranno in automatico solo i testi che sono pre-impostati dal sistema: il resto lo devi fare tu. Adesso potrai preparare il tuo nuovo profilo traducendo i contenuti e adattandoli al contesto geografico scelto. Una volta completata l’operazione (ricordati di salvare!) chiunque potrà selezionare la lingua in cui leggere le informazioni contenute nel tuo profilo. LinkedIn permette di avere più versioni del tuo profilo: ti consiglio aggiungere un’altra lingua oltre all’imprescindibile “inglese”. Se un cliente o un recruiter utilizza LinkedIn in una lingua non prevista, la piattaforma proporrà in modo automatico il tuo profilo nell’idioma principale che hai usato durante la configurazione. È importate ricordare che si è iscritto alla piattaforma prima del 2012 avrà come prima lingua del profilo l’inglese e l’italiano come seconda. È possibile cambiare anche la lingua principale del profilo, mentre è possibile creare/aggiornare quella secondaria direttamente dalla versione desktop di LinkedIn, cosa che non è ancora possibile fare dall’app di un dispositivo mobile.

L’importanza di scrivere un sommario in un’altra lingua

Il tuo profilo in un’altra lingua va curato in ogni minimo dettaglio. Il titolo (o headline), per esempio, è una di quelle cose che vanno sistemate e a cui molti utenti continuano a non prestare particolarmente attenzione. Nell’intestazione della pagina LinkedIn, sotto il tuo nome e cognome, hai la possibilità di scrivere un breve testo (un sommario) utile per mostrare a tutti il ruolo che stai ricoprendo attualmente, il nome dell’azienda per cui stai lavorando e per far conoscere te stesso agli altri. Insomma, una specie di mini-annuncio pubblicitario che viene visualizzato accanto al tuo nome e alla foto del tuo profilo ogni volta che gli utenti ti vedranno nel loro feed. Molti utenti, poi, si limitano a inserire solo la qualifica aziendale: infatti, la maggior parte delle headline che puoi trovare in LinkedIn recitano più o meno le stesse frasi (“Account manager presso azienda XXX”). Con una platea che si sta avvinando al miliardo di iscritti come fai a distinguerti da tutti gli altri professionisti presenti in LinkedIn? La chiave per differenziarti è in quello che scrivi in quei 120 caratteri: devi scrivere una mini presentazione mostrando ciò che ti distingue dagli altri. Le parole che utilizzi (e anche le keyword) devono far trasparire la tua personalità e per far capire velocemente che cosa sei in grado di fare. Ricorda: il sommario è il primo testo che LinkedIn mostra a chi è interessato al tuo profilo o che appare quando commenti un post. Si tratta di convincere qualcuno a cliccare per visitare il tuo profilo e per trovare tutte le informazioni che sta cercando: il sommario, quindi, non può essere una semplice descrizione della propria qualifica aziendale, deve essere un resoconto della tua carriera lavorativa in linea con la tua personalità.

Che tipo di sommario scrivere?

Puoi scriverne uno riproponendo la tua qualifica e l’azienda per cui lavori, aggiungendo qualche keyword o frase per renderlo più appetibile. Oppure puoi osare un po’ di più e utilizzare quei 120 caratteri per proporre qualcosa di creativo e innovativo: un messaggio pubblicitario, per esempio. In questo caso è importante non esagerare: troppa originalità può rivelarsi un boomerang per gli algoritmi di ricerca di LinkedIn. Usare dei caratteri speciali può essere una buona idea per catturare l’attenzione dei recruiter o dei clienti: in ogni caso ricordati di aggiungere keyword relative al tuo settore (un paio possono bastare). Mettere in bella vista il nome dell’azienda per cui lavori non sempre è la scelta ideale: si tratta comunque un’informazione che è facilmente trovare all’interno del tuo profilo di LinkedIn. Se il ruolo che ricopri in azienda è particolare, allora, può avere senso riportarlo anche nel sommario, la stessa cosa se lavori per un brand prestigioso. Da un punto di vista linguistico, ti consiglio di evitare alcune frasi abusate come “motivato” o “responsabile” (sono caratteristiche che un selezionatore del personale si aspetta) e di mettere troppo in evidenza i traguardi che hai raggiunto (i superlativi sono banditi!). Non usare, poi, un linguaggio troppo tecnico. Ricapitolando, per creare il sommario perfetto devi includere una serie di elementi indispensabili: la tua qualifica lavorativa e il nome dell’azienda per cui lavori, il risultato più importante che hai mai raggiunto e una serie di keyword relative al tuo settore (che potrebbero essere già incluse nel tuo titolo). E per distinguerti dalla massa devi descrivere la motivazione che ti ha spinto/spinge a lavorare per la tua azienda o in un certo settore e così via. Se riuscirai a inserire la maggior parte di questi elementi nel tuo sommario, ti assicuro che il tuo profilo LinkedIn ne beneficerà in modo sorprendente. Infine, ti suggerisco questo trucco: se aggiorni il tuo sommario nell’app di LinkedIn su smartphone o tablet, hai a disposizione ben 210 caratteri invece dei soliti 120 disponibili su desktop! Una volta preparato il tuo sommario, ora, puoi tradurlo nella lingua aggiuntiva (o più di una) che hai scelto.

Dopo il sommario devi curare anche il riepilogo in LinkedIn

Un’altra sezione che devi curare attentamente è il riepilogo, che non è altro che una breve descrizione delle tue esperienze lavorative e dei tuoi progetti futuri. Si tratta di scrivere un piccolo riassunto di quello che sai fare, di quello che hai fatto e ottenuto nella tua carriera e di quello che vorresti fare nei prossimi anni e degli obiettivi che vorresti raggiungere. Devi riuscire a mettere in risalto le tue capacità anche con un pizzico di originalità: per farlo puoi usare lo stile che preferisci per trasmettere una buona impressione a tutti quelli che ti cercheranno su LinkedIn. Rispetto al sommario qui il numero delle parole a disposizione è nettamente superiore: con 2.000 caratteri puoi raccontare la tua carriera lavorativa e far capire ai recruiter o ai clienti perché sei un profilo interessante. Uno stile meno formale (ti consiglio di scrivere in prima persona) può aiutarti a creare un rapporto personale con le persone che vogliono mettersi in contatto con te. Come sempre è importante aver chiaro a chi è diretto il tuo messaggio, a chi vuoi rivolgerti: vuoi attirare l’attenzione di un recruiter? Stai puntando a nuovi clienti? Una volta definito il tipo di pubblico a cui vuoi parlare, sfrutta il riepilogo di LinkedIn per spiegare ai tuoi potenziali visitatori quali obiettivi vuoi raggiungere e cosa potresti fare per loro. Essere troppo diretti non sempre è la strada migliore: puoi usare anche degli escamotage (qualche domanda indiretta, per esempio) per stimolare i visitatori a contattarti e a interagire con loro. Se hai il blocco dello scrittore o non hai la minima idea di cosa scrivere puoi prendere spunto anche dagli altri profili con posizioni simili alla tua. Nei casi più disperati, LinkedIn stesso ti viene in soccorso proponendo un riepilogo creato dai suoi algoritmi che tengono conto delle attività lavorative e delle competenze che hai inserito. Una volta creato non ti resta che tradurlo nella lingua che hai scelto.

Ottimizzare le parole chiave nella lingua del tuo profilo

Il tuo profilo viene vivisezionato dallo stesso motore di ricerca di LinkedIn e degli altri search engine presenti in Rete. Per questo motivo è importante aggiungere le keyword relative alla tua professione: ti consiglio di ottimizzarle in inglese in primis, e successivamente nelle eventuali altre lingue.

Programmi per tradurre in un’altra lingua

Se non conosci alla perfezione un idioma puoi sempre usare un programma di traduzione. Attenzione, però: usali come spunto, non limitarti a un mero copia e incolla. Per quanto i traduttori automatici siano migliorati di molto negli ultimi anni, grazie anche all’intelligenza artificiale sui cui si basano, sono ben lungi dall’essere perfetti, e rischieresti di rimediare solo una figuraccia.

Ci sono alcuni servizi gratuiti online e degli ottimi tool disponibili in Rete che puoi sfruttare. Per esempio, con Windows 10 puoi usare Microsoft Translator, un’app per PC e i dispositivi mobile che permette di tradurre i testi scritti e anche il parlato, un’opzione molto interessante per tradurre materiale audio in tempo reale. Un altro programma valido è Qtranslate, un traduttore gratuito per Windows (disponibile anche in versione mobile) che ti consente di tradurre i tuoi testi in modo veloce e intuitivo. Per chi usa un Mac, iTranslate è una scelta più o meno obbligata: questa applicazione a pagamento permette di tradurre un centinaio di lingue in maniera estremamente facile e veloce. Se invece preferisci usare un servizio online, il più apprezzato è senza dubbio Google Traduttore. Oltre a supportare la traduzione di oltre un centinaio di lingue è anche uno dei servizi più affidabili e in continuo miglioramento. Un altro strumento valido per fare delle traduzioni è Bing Translator, un servizio gratuito messo a disposizione da Microsoft che funziona più o meno come il sopracitato Google Traduttore. Un altro servizio online piuttosto valido è Reverso Traduzione  che supporta molteplici lingue e persino la correzione ortografica, e soprattutto ti offre numerosi esempio dell’utilizzo dei termini e delle frasi all’interno di un testo di senso compiuto: ti aiuterà a comprendere meglio in contesto, e soprattutto a tradurre correttamente i termini più tecnici (che a meno di avere un dizionario tecnico possono essere davvero ostici). WordReference, invece, è un sito online pensato per tradurre singole parole e frasi che non sono particolarmente lunghe.

Ripeto ancora, per non dare adito a fraintendimenti: questi strumenti, utilissimi, vanno usati come supporto, quando non riesci a trovare il termine più adatto o quando sei alla ricerca di un sinonimo. Non affidarti troppo a loro. Il sottotesto è semplice: scrivi solo profili in altre lingue che conosci bene. In caso contrario, rischi di rimediare solo figuracce e, soprattutto, di dare meno valore al tuo profilo.

Per trovare un nuovo lavoro o dare una bella svolta alla tua carriera lavorativa avere un profilo in una seconda o terza lingua può davvero aiutarti. La scelta dell’inglese come alternativa all’italiano è pressoché obbligatoria, mentre per aumentare la visibilità del tuo profilo essere partecipi e attivi in un social network come LinkedIn è un altro requisito essenziale. Se hai un’ottima conoscenza dell’inglese o di un’altra lingua, cerca di interagire il più possibile con la rete dei tuoi contatti: puoi essere veramente la svolta per la tua carriera lavorativa!

Vuoi un aiuto per la revisione del tuo profilo LinkedIn?

Contattami per chiedere una revisione del tuo profilo, compresa la mappatura delle keyword che devi inserire.

OK, finalmente ti sei deciso a sistemare il tuo profilo LinkedIn e non usarlo come una sorta di CV online. Hai tolto quella foto con gli occhiali da sole mentre sorseggi un Negroni sostituendola con una più sobria immagine in tenuta da lavoro; hai spiegato bene chi sei e cosa fai dal punto di vista lavorativo; hai compilato tutte le sezioni inserendo informazioni rilevanti. Eppure, niente, i risultati non arrivano: non trovi nuove lead e prospect e il business non decolla. Cosa succede?

Di seguito ti racconterò alcuni dei principali errori che puoi fare su LinkedIn, dandoti qualche spunto per potenziare la tua attività e migliorare le tue qualità di social seller. Tieni però conto di una cosa: la pazienza è tutto. Coltivare relazioni professionali e ottenere risultati concreti (inteso come nuovi clienti o collaborazioni) richiede tempo. E, soprattutto, devi essere proattivo: non è che basta pubblicare qualche contenuto stimolante e ben realizzato per vedersi piovere contratti o proposte di collaborazione.

Le opportunità mancate

Un aspetto che puoi non aver considerato è che magari le opportunità sono arrivate, ma non te ne sei accorto, o non sei riuscito a coglierle. Un’opportunità non è una telefonata o e-mail di qualche utente che ha letto un tuo post e ha deciso di contattarti per acquistare i tuoi servizi. O meglio, è a tutti gli effetti un’opportunità, ma è raro che succeda questo, a meno che tu sia un guru ultra-riconosciuto nel tuo settore di riferimento, e in quel caso probabilmente avrai così tanti clienti da faticare a stare dietro alle offerte. Nella maggior parte dei casi, tutto nasce in maniera più semplice. Un po’ come quando conosci qualcuno nel tuo bar preferito, e fra una chiacchiera e l’altra – dopo mesi a discutere del più e del meno – salta fuori che lui fa l’avvocato e tu hai bisogno dei suoi servizi.
Ecco, anche sui social, in particolare su LinkedIn, funziona così: ci si “annusa” e solo col tempo da uno scambio di opinioni nasce una proficua collaborazione. Daniel Disney (che non ha niente a che fare con Topolino e Pippo, ma è un esperto di social selling molto attivo sulla piattaforma, nonché autore di parecchi libri sul tema), indica cinque tipici errori effettuati dagli utenti della piattaforma.

Non controllare le visite al tuo profilo

A meno che hai deciso di navigare in maniera privata sulla piattaforma (spuntando l’apposita voce nelle impostazioni della privacy, cosa che ti sconsiglio di fare, se non in rarissimi casi in cui vuoi rimanere anonimo per scelta), verrai informato su chi ha visitato il tuo profilo negli ultimi giorni. Se decidi di abbonarti alla versione Premium del social, questa lista sarà sbloccata del tutto.
Se qualcuno ti ha cercato, ci sarà un motivo e, al contrario di quanto accade su Instagram o altre piattaforme, il motivo dell’interesse non sarà quello di tentare un approccio galante (si spera).

Verifica chi è, cosa fa di lavoro, in quale azienda lavora e ragiona sopra queste informazioni: può essere una potenziale lead? O anche solo una persona che può darti qualche spunto interessante? Se sì, prova a contattarlo direttamente, ovviamente senza partire vendendogli un servizio, ma cercando di instaurare una conversazione stimolante e interessante. Cosa che ci porta direttamente al secondo errore.

Iniziare male le conversazioni

Contattare una persona che non conosci direttamente è un po’ come una chiamata a freddo. Hai presente quando in azienda ti arriva una chiamata di un agente che vende prodotti o servizi di cui non hai mai sentito parlare, o che vuole incontrarti a quello scopo? Ecco, una roba del genere. Molto meno invasiva e decisamente più efficace, ma il concetto è quello: stai ricevendo un messaggio da uno sconosciuto, che potrebbe pure offrirti l’opportunità della tua vita, ma la tua prima sensazione sarà quella di uno scocciatore, un po’ come i venditori di case che suonano al campanello chiedendoti se vuoi vendere la tua casa (cosa a mio avviso molto poco intelligente, dato è un po’ come sparare a occhi chiusi e sperare di colpire il bersaglio).

Cura bene il tuo primo messaggio (che probabilmente verrà letto), cercando di dare uno stimolo per proseguire la conversazione. Vuoi invitare qualcuno a un webinar perché pensi che possa essere interessato? Non sbattergli in faccia un semplice link all’evento: spiegagli brevemente perché stai contattando proprio lui e perché credi che possa essere interessato. Qualcosa del tipo

“Ciao, ho visto che sei interessato all’argomento XXX e sto organizzando un webinar sul tema: credo che potrebbe interessarti perché approfondiremo la questione insieme agli esperti Tizio, Caio e Sempronio. Ti piacerebbe partecipare?”.

Se ti risponde di sì, hai conquistato una lead. Se risponde che non è interessato/non ha tempo o altro, hai comunque avviato una conversazione: ringrazialo in ogni caso e chiedigli può essere interessato in futuro ad altri eventi, o se vuole entrare nella tua cerchia di contatti.

Non hai un brand personale

Puoi essere il miglior comunicatore al mondo ma se non hai una tua audience, è un po’ come gettare sassi in uno stagno. Affinché i tuoi contenuti raggiungano un numero adeguato di persone e, soprattutto, le coinvolgano. Avere un’audience però non significa aggiungere alla tua cerchia chiunque ti capita a tiro: devi fare una selezione, crearti una rete di persone che abbiano senso per il tuo business, che possano essere interessate a quelli che hai da dire. Non devono essere necessariamente clienti o potenziali tali, ma l’obiettivo è quello di discutere di temi comuni. Del resto, non manderesti l’invito per una degustazione di vino a un gruppo di astemi o ex alcolisti, giusto?

Pubblicare contenuti di bassa qualità

A volte il problema non è quello dell’audience poco reattiva o poco mirata, ma quello dei contenuti stessi. Se per chi lavora nella comunicazione è relativamente facile (ma mai banale) realizzare post e articoli accattivanti, in grado di catturare l’attenzione, negli altri casi è molto più difficile. Ho avuto a che fare con ingegneri bravissimi nel loro campo, che hanno scritto eccellenti white paper, ma sono incapaci di farsi comprendere da un pubblico più generico. Così come ho incontrato grandi esperti di finanza ed economia, persona alle quali affiderei senza problemi i miei risparmi, ma che quando scrivono, o fanno conferenze, sono troppo tecnici, e risultano comprensibili solo agli esperti del settore.

Non è colpa loro, naturalmente: l’arte della comunicazione, sia essa scritta o parlata, va coltivata col tempo e se passi le giornate a gestire temi ultratecnici insieme a persone che hanno le tue stesse competenze, può essere molto difficile riuscire a comunicare con un pubblico privo delle basi. Migliorare però è possibile e io propongo un metodo di mia invenzione, O.P.E.R.A, che può semplificarti la produzione.

O.P.E.R.A è l’acronimo che sta per OBIETTIVO, PAIN, EMOZIONALE, RAZIONALE, AZIONE. Ecco come funziona:

OBIETTIVO: prima della costruzione di un contenuto devi partire dal perché. Perché stai creando questo contenuto? Che cosa vuoi ottenere? Chi vuoi coinvolgere, quale target? Sono tutte domande indispensabili, senza le quali si rischia di fare cilecca.

PAIN: dopo aver individuato l’obiettivo della comunicazione e, quindi, il target di riferimento, devi individuare il problema che toglie il sonno a chi legge il contenuto, o al limite il suo bisogno impellente.

EMOZIONALE: prima ancora di conquistare il lettore con offerte irresistibili, devi attirarne l’attenzione. In due modi: con un ottimo contenuto visuale per ottenere lo “stop the scroll” (fermare il frenetico scorrere dei contenuti in una bacheca virtuale, come fa la scimmia che vedi sopra) e con un altrettanto buon copy, per dimostrargli che farebbe bene a leggere oltre. Immagine e testo non devono essere ridondanti: devono dire cose diverse, complementari, per completare il messaggio.

RAZIONALE: ogni volta che realizzi una strategia di marketing, stai facendo una promessa a qualcuno. Nel caso specifico prometti di risolvere il suo problema, quindi devi evidenziare il beneficio del bene o servizio proposto. Il lettore si chiede “What’s in it for me?”. Bene, digli chiaramente che cosa ci guadagna.

AZIONE: la call to action finale, come nel modello A.I.D.A., è il naturale approdo di tutta la comunicazione; è come il gol nel calcio, dopo un’azione manovrata e un bell’assist. Non sempre è scontato: ti è mai capitato di andare a un evento bellissimo ma di uscirne con la domanda “e quindi?”. L’utente vuole essere guidato.

Rete di contatti limitata

Come tutti i social network, anche LinkedIn funziona sui grandi numeri e per potenziare le tue opportunità di fare networking e trovare dei potenziali clienti, è necessario avere una rete di contatti il più estesa possibile. Non esiste un numero specifico, ma di certo 50 contatti non sono sufficienti per fare ai tuoi contenuti la visibilità che meritano. Non ti resta quindi che armarti di pazienza ed estendere la tua rete di contatti, ma evita di aggiungere persone a caso. E non avere fretta. Prenditi l’abitudine di chiedere il collegamento con tutte le persone con cui hai a che fare professionalmente e, se inizia a intervenire in gruppi di discussione o a commentare post, non avere timore e chiedi pure il contatto con le persone con le quali stai interagendo. Tieni poi sempre d’occhio le persone che visitano il tuo profilo: per farlo, basta cliccare dalla homepage di LinkedIn sulla voce “chi ha visitato il mio profilo”. Vedi di chi si tratta, come ti ha raggiunto e, se in target, manda pure una richiesta di collegamento.

Scrivimi per organizzare un corso LinkedIn o per una consulenza

In questo video della serie “Cultura e digitale” metto insieme:

  • l’incipit di Anna Karenina di Tolstoj
  • Rock N’ Roll Robot di Camerini
  • il brand positioning di Ries e Trout

 

In questo video spiego perché non dovresti usare le foto da stock nella pagina “Contatti” del sito Web e mostro alcuni esempi virtuosi:

In questo video della serie “Cultura e digitale” prendo spunto da una citazione di Schopenauer per mostrare i libri più brutti di sempre, per titolo e cover:

Alla fine parlo del mio testo per Editrice Bibliografica: