Il 27 gennaio 2022 sono stato invitato dal Rotary di Merate a parlare di Metaverso. Nel webinar, della durata di 45 minuti circa, ho affrontato i seguenti temi:

  • Introduzione al Metaverso
  • Perché Facebook lancia Meta?
  • Le applicazioni pratiche in campo professionale (fiere, formazione, vendite, ecc.)
  • L’immobiliare immateriale (terreni virtuali, criptovalute)
  • Arte e NFT
  • Lati oscuri (digital divide, sicurezza, controllo, disumanizzazione, ecc.)

Puoi rivedere l’intero intervento qui:

Rivoluzione Metaverso: alcune fonti

Raccolgo qui le fonti usate per realizzare la mia presentazione.

Il corso sul metaverso

Contattami per uno speech sulla rivoluzione digitale

In questo video parto dalla leggendaria storia delle code dei topi di Hanoi per parlare di metriche sbagliate e, con un bel salto altrove, di come generare valore su LinkedIn sfruttando i commenti sotto i post altrui (comment marketing). Buona visione:

Cultura e digitale: come i classici e il pop aiutano a capire Web e social

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Grazie all'”asta tosta per tutti i gosti” del Drive In, Ezio Greggio ha reso celebre il quadro di Teomondo Scrofalo, che tra l’altro non si chiamava nemmeno così (il “Bevitore” era l’opera di Giuseppe de Curtis). Che cosa c’entra quella gag con Philip Koetler, il padre del marketing, e che c’azzecca quella “crosta” con il Marketing 4.0? Buona visione!

Cultura e digitale: come i classici e il pop aiutano a capire Web e social

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Come sfruttare il bandwagon effect – o effetto gregge o anche riprova sociale – per rendere più potenti i titoli: tre esempi.

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In questo video sul personal branding e il positioning parlo di:

  • La strategia di branding di Procter & Gamble
  • La serie TV Netflix “Monster of none“
  • Il veggente che vendeva anche le bombole a gas
  • Il tutto fare di LinkedIn

Buona visione:

Cultura e digitale: come i classici e il pop aiutano a capire Web e social

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Le newsletter rimangono uno degli strumenti di marketing digitale più efficace. Nonostante l’e-mail negli anni abbia un po’ perso il ruolo di strumento di comunicazione digitale più usato – prevalentemente a causa delle miriadi di appi di messaggistica istantanea – le newsletter consentono di raggiungere un numero elevato di persone a un costo vicino allo zero. Sicuramente creare il database di indirizzi e-mail ha un costo significativo in termini di tempo e risorse economiche, ma una volta pronto, e costantemente aggiornato in automatico con i nuovi contatti, il suo impatto sulle attività di marketing è notevole.

Se ancora non stai sfruttando il tuo database di indirizzi e-mail, pensando che sia poco efficace e sia meglio fare pubblicità, ti consiglio di ripensare la tua strategia: se da un lato è vero che solo una piccola percentuale di chi riceve le newsletter le apre, dall’altro si tratta sempre di uno strumento di promozione molto potente che fa leva su dei prospect, persone che quindi hanno già manifestato interesse per i tuoi prodotti o servizi. Contatti “caldi”, potremmo dire, più propensi ad ascoltare quello che hai da dire.

In questo articolo non voglio insegnarti come creare un database o cercare nuovi contatti, però, ma voglio concentrarmi su un aspetto per certi versi ancora più importante: ottimizzare il contenuto in modo da renderlo più intrigante e interessante per i lettori, così da migliorare di qualche punto percentuale l’efficacia delle tue newsletter. E mi concentrerò su uno dei metodi più utilizzati nel marketing per creare contenuti – in grado di convertire: il metodo A.I.D.A.

Cosa è metodo A.I.D.A. e perché dovresti applicarlo alle tue newsletter

Il metodo AIDA è attribuito allo statunitense Elias St. Elmo Lewis, considerato uno dei pionieri nell’ambito delle pubblicità e delle vendite, che in una delle sue pubblicazioni specificava che

“L’obiettivo di una pubblicità è quello di attrarre i lettori, così che guardino l’annuncio e lo leggano. Poi lo devono interessare, così che prosegua nella lettura. E infine lo devono convincere, così che una volta terminata la lettura gli dia credito. Se un annuncio risponde a questi tre requisiti, allora è un annuncio che funziona”.

Negli anni Sessanta questo metodo ha acquisito una grande popolarità fra chi lavorava nel marketing e tutt’ora è uno degli approcci più utilizzati nella stesura di testi pubblicitari.

A.I.D.A. è l’acronimo di Attenzione, Interesse, Desiderio e Azione.

A come Attenzione (Attention o Awareness): una pubblicità deve catturare l’attenzione del consumatore. Ogni giorno una persona è mediamente esposta a un numero di annunci che varia da qualche decina a qualche migliaio. Solo una piccola parte di questi arriva a destinazione, motivo per cui il messaggio deve essere eccezionale.

I come Interesse (Interest): una pubblicità deve accendere l’interesse del consumatore. Dopo aver catturato l’attenzione, occorre riuscire a farsi leggere davvero. Si dice, in particolare, che il messaggio deve catturare l’attenzione selettiva.

D come Desiderio (Desire): una pubblicità deve innescare il processo di creazione del desiderio da parte del consumatore. Quando il consumatore si identifica nella situazione pubblicitaria proposta, si verifica una sorta di proiezione del suo io, della sua personalità, nel messaggio stesso.

A come Azione (Action): una pubblicità deve condurre all’azione, che si concretizza nell’acquisto del servizio o del prodotto.

Praticamente, il concetto è quello di colpire subito il destinatario della pubblicità, nel nostro caso la newsletter, così da spingerlo ad approfondire, aprendo la newsletter e andando fino in fondo. E condurlo, infine, alla CTA, la Call To Action., che può essere cliccare su uno dei link presenti nella newsletter stessa.

Il modello A.I.D.A. applicato alle newsletter: Attenzione

Punto primo: attirare l’attenzione del destinatario. Questo significa evitare quello che accade in più del 95% dei casi: che venga cestinata.
Cosa puoi fare per stimolare l’attenzione? Su una pubblicità puoi sfruttare un’immagine di forte impatto, ma qui hai solo l’oggetto (che poi è praticamente un titolo). Pochissime parole per convincere il lettore: “Vale la pena di andare oltre!”

Uno degli errori più comuni di chi realizza newsletter è spesso questo: non dare la giusta importanza all’oggetto. Puoi aver realizzato il miglior contenuto del mondo, ma senza un invito alla lettura forte, un titolo efficace, non riuscirai a diffonderlo come merita.

Da evitare assolutamente gli oggetti troppo generici, tipo

  • Tutte le novità del settore XXX
  • Un’offerta imperdibile
  • Presentati il giorno 15 maggio a partire dalle 10:00 nel nostro store di Piazza Duomo per ricevere uno sconto del 20% sui TV OLED LG 65” in offerta

Il primo non dice fondamentalmente nulla e probabilmente si perderà con altre decine di mail simile.

Anche parlare genericamente di offerta non ha senso: devi specificare se si tratta di un profumo, una bicicletta, un servizio, una cena.

Infine, l’ultimo di per sé potrebbe essere un messaggio intrigante. Si parla di uno sconto forte e specifica che si tratta non solo di un TV, ma anche marca e dimensioni. Il problema però che è troppo lungo e articolato per essere efficace. È vero che non hai troppi limiti di spazio nel campo oggetto, ma il punto è cogliere l’attenzione subito, fornendo solo l’essenziale. In questo caso lo sconto e il prodotto. Tutto il resto puoi tenerlo per dopo: ti tornerà utile da sfruttare nel passaggio successivo, quello dell’interesse.

Un oggetto che può funzionare è

  • TV LG OLED 65” col 20% di sconto. Solo il 15 maggio

Se la tua newsletter non è un’offerta, ma include una serie di contenuti, come può essere quella di un sito editoriale, ti consiglio di concentrare l’attenzione sulla notizia più d’impatto, quella che probabilmente rappresenterà l’apertura.

Se col TV è semplice, tutti sanno cosa è e cosa fa, quando devi proporre prodotti o servizi nuovi o meno conosciuti, realizzare l’oggetto richiede più attenzione. Per esempio, puoi aver realizzato il miglior software del mondo, ma se poco lo conoscono, non basta mettere il nome nell’oggetto per invogliare. Anzi, potrebbe essere controproducente e rubare spazio prezioso. Qui il ragionamento che devi fare è un altro? A quale desiderio risponde quello che offro? Hai realizzato un software di workflow digitali? L’oggetto potrebbe incentrarsi sul concetto di risparmiare tempo e migliorare la produttività. Una crema antirughe rivoluzionaria e ecologica? Gioca su questi due concetti per attrarre il pubblico e attirare così il loro interesse. Poi gli spiegherai, quando avrà aperto la mail, cosa e come fa quanto promesso.

Ci sono anche alcuni aspetti tecnici da considerare, a partire dal numero di caratteri. A seconda del client utilizzato e del dispositivo, mobile o desktop, cambierà il numero di caratteri visualizzati in anteprima. Un valore che oscilla dai 50 ai 75 circa. Sui dispositivi mobile, quelli più utilizzati, sono ovviamente quelli che visualizzano meno caratteri. Uno studio di Retention Science hanno fatto una serie di esperimenti per capire il numero di parole che “converte meglio”: fra le  6 e le 10.

Come puoi vedere dal grafico, aumentando le parole, scema l’interesse. Il motivo è semplice da comprendere: la maggior parte delle parole in più non sono visualizzate. Quindi, il messaggio rimane parziale, “troncato”. In termini di caratteri, parliamo di 40/60 battute circa. Non stare a impazzire e diventare matto se sono 62, ecco. Fai però delle prove prima dell’invio per verifica che si legga correttamente anche sui dispositivi mobile.

Alcuni usano anche i caratteri speciali: i simboli Unicode, tipo quelli che vedi qui sotto.

Funzionano? Dipende molto dai destinatari e dai contenuti. Se stai mandando offerte di servizi a dirigenti incravattati probabilmente no. Se stai pubblicizzando un servizio di chat o un’e-commerce di prodotti destinati a giovanissimi, può invece funzionare.

Il modello A.I.D.A. applicato alle newsletter: Interesse

Hai realizzato un buon oggetto e sei riuscito a risvegliare l’attenzione del destinatario della tua newsletter e convincerlo ad aprirla. Il lavoro non è finito, anzi, non siamo nemmeno a metà dell’opera. Passiamo però al secondo punto, l’interesse.

Gli hai promesso una cosa, l’hai spinto ad approfondire: ora non vorrai certo deluderlo.

L’errore più grave che puoi fare è quello di non mantenere fede alla promessa che hai fatto: non solo verrebbe cestinata l’e-mail, ma rischi pure che più di qualcuno annulli l’iscrizione alla newsletter perché si è sentito fregato. Una newsletter non è come i titoli di certi giornali online: il clickbait non ti porterà nulla di buono. Se hai promesso uno sconto del 20%, ma in realtà l’offerta è differente, parli di un altro prodotto o, in generale, fuorviante, farai solo arrabbiare i destinatari.

Se invece hai scelto un titolo efficace e coerente con il contenuto, ora hai a disposizione più spazio e strumenti per comunicare il tuo messaggio. E non devi necessariamente impazzire per formattare la mail: sistemi come SendinBlu o MailChimp includono potenti editor che ti aiuteranno a rendere la tua mail accattivante anche dal punto di vista visivo.
Quando la elabori, però, tiene sempre conto di un aspetto: deve essere funzionale, immediata. Non fare lunghi preamboli, non scrivere muri di testo. Devi fare dell’essenzialità il tuo mantra. Che non vuol dire scrivere sgrammaticando usando le “k” al posto di “ch” o abbreviare il non in nn, ma eliminare tutto quello che non è necessario, che distrae l’attenzione. Devi concentrarti sul messaggio chiave: nell’esempio che abbiamo fatto prima, quello della TV OLED, basta aggiungere i dettagli. Il modello preciso, le condizioni, il periodo di validità dell’offerta. Sicuramente, ci deve essere un’immagine di apertura, evidente, che colpisca l’attenzione. E, sull’immagine stessa, devono essere presenti tutte le informazioni. Che si tratti di un TV, o di un servizio, o di qualsiasi altra cosa, se lo scopo della newsletter è quello di pubblicizzare un singolo prodotto, l’immagine non può mancare, e non dovrebbe servire altro. Tutto quello che è necessario deve essere riassunto lì, in quello che il lettore nota subito.
Questo non ti impedisce poi di usare anche del testo, per esempio per specificare ulteriori condizioni o diciture legali necessarie. Ma tienilo al minimo, perché ora dopo aver catturato l’interesse del tuo lettore, si spera anche che hai scatenato il desiderio. E ora devi spingerlo all’azione, non a leggere dettagli trascurabili: devi invogliare il lettore a fare il cliccare sulla CTA, la Call To Action.

Non sempre il messaggio è così immediato come lo sconto su una TV, come abbiamo visto. Ti ho fatto prima l’esempio di un software per il workflow. Probabilmente avrai degli ottimi comunicati stampa, pieni di parole e molto dettagliati, pieni di grafici. Ecco, riassumi tutto, come se si trattasse di un’infografica. Riduci al minino l’uso del testo: devi dire cosa fa, come lo fa, e quali risultati oggettivi porta: taglio del 10% dei costi, produttività incrementata mediamente del 5%. O anche cose del tipo “Suggerito dagli esperti di XXX”, o “Utilizzato anche da realtà come YYY”.

Ma come posso dire tutto in così poco spazio quando Il mio prodotto è complesso, e non si presta alla semplificazione. Beh, questo lo farai dopo, ora hai creato l’interesse. Al desiderio ci penserai al passo successivo.

Il modello A.I.D.A. applicato alle newsletter: (creare il) Desiderio

In certi casi, il desiderio scatta subito dopo la manifestazione dell’interesse. È il caso della TV di cui parlavo prima: non ci vuole molto altro. Nella maggior parte dei casi, però, non è così. Pensa appunto all’esempio del software di workflow che ti ho fatto. Chi ha aperto l’e-mail ha sicuro mostrato interesse, ma non ancora il desiderio: c’è bisogno di più informazioni, anche perché non si tratta di un acquisto di impatto, che si fa su due piedi, senza ragionare troppo. Insomma, ci sono processi più lunghi quando vendi software, o servizi, come può essere una vacanza, un abito fatto su misura, un corso di formazione.

Devi offrire più informazioni, sino a stimolare il desiderio. Queste azioni dipendono dalla natura del prodotto o servizio: puoi invogliarli a guardare un video sul canale YouTube, a seguire il profilo Instagram, Facebook o del social che usa per la comunicazione. O, utile soprattutto nel caso dei servizi complessi, proporre l’iscrizione a un webinar formativo, o contattare l’azienda per una dimostrazione, a scaricare la versione trial di un’applicazione. O puoi usare più di questi metodi contemporaneamente. L’importante è che sulla newsletter la Call To Action sia unica. Puoi anche inserire più di un pulsante che invita all’azione, per esempio all’inizio e alla fine, e anche a metà newsletter (ma ricorda, niente muri di testo, eh. Sfrutta immagini e formattazione per semplificare la lettura), ma l’importante è che puntino tutte alla stessa destinazione, che molto probabilmente sarà una landing page.
Un errore che viene fatto spesso è quello di mandare all’homepage del sito aziendale: meglio predisporre una pagina dedicata solo a quella campagna, con azioni studiate per “corteggiare” quel cliente, offrirgli in un punto tutte le informazioni di cui ha bisogno. In alcuni casi la landing può essere un canale Instagram, Facebook o Youtube: l’importante è che tu possa poi misurare quello che succede. Chi ci arriva, da dove e cosa fa una volta arrivato qui. Alla fine, quello che devi stimolare è l’azione che, nella maggior parte dei casi, sarà l’acquisto del prodotto o servizio.

Questo potrebbe anche richiedere ulteriori azioni da parte tua: il tuo funnel di vendita non può limitarsi alla sola newsletter, che è solo uno dei tanti strumenti che hai a disposizione.

Il modello A.I.D.A. applicato alle newsletter: Azione

Se hai lavorato bene, una parte degli iscritti alla tua newsletter avrà seguito tutto il percorso: avrai destato la loro attenzione, scaturito interesse e, successivamente, desiderio. Non resta che convertili al passaggio successivo: l’azione, l’acquisto. Questa parte del processo è apparentemente quella la più semplice, ma non sottovalutarla. Questo è a tutti gli effetti un test dei tuoi processi di vendita: ora che il potenziale cliente è pronto all’acquisto, devi fare in modo che il processo sia il più semplice e lineare possibile, privo di attriti.

L’esempio perfetto? Amazon! Pensaci: ti arrivano da mille canali messaggi sui prodotti ai quali hai mostrato interesse in qualche modo e una volta giunto sulla piattaforma, sei pronto per l’acquisto, con un singolo clic, sia che ti trovi sull’app o sul sito. Se anche non sei registrato, il processo è semplice e veloce, praticamente immediato. Questo significa togliere gli attriti (friction-less). Non tutti i siti di e-commerce sono così efficaci, e non tutte le aziende hanno messo in piedi processi tanto snelli. Non ti sto dicendo di investire milioni in software di e-commerce o siti esageratamente complessi, ma di ottimizzare al massimo gli strumenti che già hai per semplificare al massimo il processo di registrazione e acquisto.
Per esempio, consentendo di iscriversi tramite Facebook o Google: basta un clic, l’utente sarà felice. Certo, non può mancare anche un’opzione per registrarsi direttamente usando una mail: fai che sia un processo veloce, altrimenti perderai tanti potenziali clienti. Mi capita spesso di registrarmi a servizi realizzati in maniera pessima: una miriade di informazioni personali inutili (e invasive, tipo: sei sposato, hai figli, età, reddito familiare) da inserire, senza possibilità di saltare un solo campo; mille tentativi per inserire una password che “piaccia” al sistema (metti almeno una maiuscola, una minuscola, un numero, un carattere speciale…); per poi finire con captcha incomprensibili, che in più di un’occasione mi hanno fatto dubitare della mia umanità: effettivamente, forse sono un robot se non riesco a passarli per 4 volte di seguito.

Questi attriti sono fastidiosissimi, segno di una pessima esperienza utente, e rischiano di mandare a monte il buon lavoro fatto fino a questo momento. Ecco perché ti consiglio di verificare le tue procedure, farle provare a più persone e studiare, sempre, un modo per semplificarle ulteriormente e renderle scorrevoli. Questo è un lavoro costante, che non avrà mai fine. Un continuo processo di innovazione che col tempo darà sempre più frutti, migliorando il tasso di conversione delle tue campagne. Pensare che a un certo punto “sei arrivato”, e meglio di così non puoi fare, è un errore: ci sarà sempre qualche aspetto che può essere ulteriormente snellito.

Alcuni modelli di newsletter cui ispirarsi

Campaign Monitor ha raccolto 97 modelli di newsletter davvero ben fatti, soprattutto dal punto di vista del design. Li trovi a questo indirizzo: “Introducing the 97 top email marketing campaign examples and designs“.

A.I.D.A.: non solo le newsletter

In questo articolo ti ho spiegato come applicare il metodo A.I.D.A alle newsletter, ma non è stato pensato solo per questo: si tratta di un approccio al marketing e alle vendite che dovresti applicare a tutti i canali. Ogni volta che fai una sponsorizzazione una ricerca su Google, sui social network, o che realizzi un banner, tieni sempre a mente questi passaggi:

  • Come posso attirare l’attenzione
  • Come posso stimolare l’interesse
  • Come scateno il desiderio in chi ha mostrato interesse?
  • Come posso spingerlo all’azione?

La declinazione sarà ovviamente differente a seconda del canale che scegli, e del pubblico di riferimento, ma il concetto alla base di ogni investimento pubblicitario deve partire da questi concetti.

Qui mostro come si applica il modello anche ai contenuti social:

Il corso su newsletter e DEM on demand di Primopiano

Ho realizzato con Primopiano di Milano un corso su newsletter e DEM (direct email marketing) che puoi trovare a questo indirizzo: Corso Newsletter e DEM efficaci

 

In questo video parlo dell’effetto ancoraggio tirando in ballo i prezzi che finiscono con il 9, l’età di Pippo Baudo, lo champagne nei menù dei ristoranti e le offerte sui social “a partire da”…

Buona visione:

Cultura e digitale: come i classici e il pop aiutano a capire Web e social

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Avere una foto sul proprio profilo social è diventata ormai un’esigenza. È un po’ come avere un logo personale, un biglietto da visita. Una foto è soprattutto “qualcosa” di magico che facilita il contatto tra le persone, regalando un po’ di umanità a tutti quegli account digitali che vengono utilizzati per qualsiasi servizio o tipo di comunicazione. D’altronde, avere un profilo con una foto professionale può giovare non poco alla tua carriera lavorativa specialmente su una piattaforma come LinkedIn, così come uno scatto perfettamente riuscito può farti incontrare l’amore della vita in un sito/app di appuntamenti. Facebook, WhatsApp, Twitter, Telegram, TikTok, Instagram, Zoom, Google Meet, Microsoft Teams e tutti gli altri social network per essere sfruttati al 100% richiedono a gran voce una foto da implementare nel proprio profilo. Considerando che il cervello umano tende a elaborare le informazioni visive 60.000 volte più velocemente del testo, si tratta di una scelta è praticamente obbligata.

Il vantaggio di avere una foto in un profilo

Una foto professionale su un profilo di LinkedIn, per esempio, deve conferire autorevolezza, competenza e infondere fiducia a chi la osserva. Perché la prima impressione, nella maggior parte dei casi, è quella che fa la differenza. I numeri, poi, non mentono mai: i profili con una foto ricevono 14 volte più visualizzazioni di quelli senza. Inoltre, aggiungendo una foto professionale al tuo profilo LinkedIn hai 36 volte più probabilità di essere contatto da un recruiter o da un’azienda. È chiaro che la piattaforma che si utilizza fa la differenza: per esempio, su un social network come LinkedIn si tende a inserire nel profilo una foto che ritrae il soggetto con un look professionale; su Facebook invece la maggior parte delle persone pensa a condividere delle immagini rubate alla propria sfera privata. Questo è un errore da non fare: spesso ci si dimentica che i vari WhatsApp, Telegram o Facebook vengono usati anche in ambito lavorativo, per cui avere una foto del profilo che ti ritrae al mare circondato da bellezze in topless o in discoteca mentre balli può essere controproducente. Purtroppo, in un mondo sempre più digitalizzato è diventato maledettamente difficile riuscire a separare la propria vita lavorativa da quella privata. Questo discorso non vale solo per i personaggi pubblici o per quelli che ricoprono cariche istituzionali, vale anche per un giovane neolaureato che sta cercando di costruirsi un’immagine professionale. Per evitare qualsiasi tipo di problema, ti consiglio di utilizzare dei profili diversi (con foto diverse) in base alle tue esigenze lavorative e private.

Come scattare la foto da inserire nel profilo

Quando si conosce una persona in ambito professionale (e non solo) si ha la tendenza a cercare su un normale motore di ricerca informazioni del tipo “chi è”, “cosa fa”, “chi sono i suoi amici” e altro ancora. Per questo motivo è importante farti trovare nei risultati in Google con una immagine/foto adeguata e che possa mettere in risalto la tua professionalità, perché dimostrando di aver cura di te stesso è un po’ come se lo facessi con un potenziale cliente.

Quindi, se non disponi di una foto con questi requisiti puoi sempre scattarne una: devi realizzare un’immagine di qualità, con buona illuminazione (niente sfocature) e in alta risoluzione. Serve una foto “identificativa” che possa trasmettere agli altri un’impressione positiva di te stesso: sono assolutamente da evitare gli scatti datati o con qualche filtro particolare, meglio puntare su un look attuale che possa rappresentare chi sei tu oggi.

È importante che la foto sia occupata per almeno un 50%, anche più, dal tuo viso. Sono banditi cappellini, occhiali da sole e altri accessori/elementi che possano distogliere l’attenzione dalla tua faccia. È meglio mostrarsi a volto scoperto e in posizione frontale rispetto all’obiettivo. Da evitare, poi, l’inserimento di oggetti, animali domestici, amici, fidanzate (i profili di coppia sono banditi) e qualsiasi altra cosa ti venga in mente ti aggiungere. Come dice il proverbio, “meglio soli che male accompagnati”.

I consigli per realizzare lo scatto perfetto

Quali regole devi seguire per valorizzare il tuo viso senza correre il rischio di snaturare il tuo aspetto? Quale look devi scegliere per essere assolutamente credibile? Tanto più è professionale la piattaforma per cui devi scegliere la foto del tuo profilo, quanto più il tuo look dovrà essere adeguato al contesto. Un completo classico, per esempio, può essere la scelta ideale per la foto del profilo di un avvocato, mentre un tailleur è perfetto per una donna d’affari e così via. Sia per uomini, sia per donne sono sconsigliati indumenti che possano mettere in dubbio ogni credibilità professionale, mentre è consigliabile puntare su tinte unite (nero e blu scuro) prediligendo maniche lunghe e camicie.

Dopo aver scelto il look perfetto devi prestare attenzione allo sfondo della tua foto: scegline uno neutro, possibilmente chiaro. Puoi selezionare anche uno sfondo diverso come un ufficio, una stanza, una biblioteca o un locale: tutto deve essere illuminato in modo adeguato e, soprattutto, deve essere ordinato. La luce è l’elemento chiave in un ritratto e basta variare leggermente l’angolazione per avere degli effetti diversi.

La teoria dei neuroni specchio suggerisce che gli altri sono condizionati dal nostro atteggiamento, quando ci guardano. Se sbadigli, sbadigliano. Se startutisci, starnutiscono. Per quanto riguarda l’espressione del tuo viso, quindi, cerca di mantenere un atteggiamento rilassato e spontaneo (senza esagerare!) e sorridi, mostra un po’ di denti! Da evitare una risata sguaiata (meglio sorridere con gli occhi!) o un atteggiamento troppo serioso. Un altro consiglio da seguire è quello di guardare dritto in camera, evitando possibilmente gli autoscatti: meglio farsi aiutare da un amico o un famigliare per scattare la foto.

Se hai la possibilità, affidati a un fotografo professionista che troverà la posa giusta per mettere in risalto i tuoi tratti (si chiama “fotogenia”), oltre a disporre di tutto il necessario (attrezzatura, set e altro). La foto può essere scattata in studio ma anche nel luogo di lavoro oppure in una suggestiva location.

È importante realizzare un’immagine che si adatti al contesto (la piattaforma dove verrà pubblicata) e usare sempre lo stesso scatto per ogni profilo social permette di non essere scambiati per un’altra persona in caso di omonimia. Per questo motivo ti suggerisco, al contrario di quello che fanno molti utenti, di non cambiare troppo spesso l’immagine che usi nei profili social.

Questa è la foto LinkedIn del vecchio Zio Bill (quello che ha creato la pandemia con dentro il 5G), mi pare un ottimo esempio:

Profile Pic Maker è perfetto per creare la foto del tuo profilo

Dopo aver capito come realizzare lo scatto perfetto per il tuo profilo, è arrivato il momento di inserirlo. Ogni foto può essere modificata nella dimensione che desideri, migliorata e persino personalizzata. Sono disponibili in Rete diversi servizi e programmi per fare ciò: alcuni sono gratuiti, altri sono a pagamento. Uno dei più utilizzati è Profile Pic Maker, un programma gratuito semplice da usare e piuttosto versatile che vanta più di 1.5 milioni di utenti iscritti in tutto il mondo e più di 15 milioni di immagini realizzate per profili (quelle generate sono più di 85 milioni!).

Profile Pic Maker (l’app non è ancora disponibile!) è lo strumento ideale per creare la foto perfetta per il tuo profilo e che puoi condividere su qualsiasi piattaforma social, chat, curriculum o dove vuoi.

Foto professionali con due clic

Come detto precedentemente, tutto quello che devi fare è inserire la foto che hai scattato o quella che vuoi utilizzare per il tuo profilo. L’immagine dev’essere in formato .jpg o .png (se non lo è puoi convertirla in quei formati) e non deve superare il limite di 5 Mb. Per inserirla basta trascinarla nel programma o cliccare sull’icona a forma di “+”. Una volta aggiunta, l’Intelligenza Artificiale studia l’immagine e provvede a togliere in modo automatico lo sfondo. Lo strumento di rimozione dello sfondo è piuttosto efficace e anche se per ottenere risultati migliori è fondamentale caricare una foto di ottima qualità, con una buona illuminazione e assicurandosi che la testa non sia tagliata ai bordi dell’immagine.

Una volta scontornata l’immagine il programma permette di modificare lo sfondo: in che modo? Profile Pic Maker mette a disposizione una serie di colori, ombre e filtri per realizzare la foto che desideri. Il programma è semplice da usare e soprattutto offre una versatilità unica: infatti, puoi realizzare un’immagine dall’aspetto professionale partendo persino da un semplice selfie. Profile Pic Maker, infatti, riesce a fare questo e molto altro: per esempio, può creare delle fantastiche immagini partendo anche da una vecchia foto, da uno scatto con il tuo fedele amico a quattro zampe o con un gruppo di tuoi amici. E, soprattutto, riesce a creare qualcosa che possa mettere in evidenza il tuo profilo LinkedIn, YouTube, Instagram o qualunque sia. Il programma permette anche la creazione di emoji personalizzate, che possono far comodo su vari Instagram, TikTok e compagnia bella.

Se cerchi un programma che possa migliorare la foto del tuo profilo, Profile Pic Maker è senza dubbio la scelta ideale. Bastano davvero un paio di clic per far guadagnare autorevolezza al tuo profilo di LinkedIn e dare una svolta alla tua carriera lavorativa.

Vuoi un aiuto per la revisione del tuo profilo LinkedIn?

Contattami per chiedere una revisione del tuo profilo, compresa la mappatura delle keyword che devi inserire.

Quando si effettua una qualsiasi azione – che si tratti di comunicazione, vendite, ottimizzazione processi – è fondamentale definire una serie di indicatori così da poter misurare l’efficacia della strategia in ogni momento. Questi indicatori sono definiti KPI, acronimo di Key Performance Indicator: sono uno strumento fondamentale all’interno di qualsiasi strategia aziendale, anche quando facciamo personal branding su LinkedIn, o quando vogliamo promuovere la pagina aziendale.

Ma quali sono gli indicatori da tenere sott’occhio? Questo dipende dai risultati che desideri ottenere e di conseguenza se il tuo obiettivo è promuovere la brans awareness della tua azienda: saranno differenti da quelli che ti porresti nel caso il risultato desiderato fosse ottenere un numero maggiore di lead. Di seguito vedrai quali utilizzare a seconda delle tue necessità.

I KPI non sono il risultato finale

Mi è capitato molto spesso di incontrare persone che confondevano i KPI con l’obiettivo finale, un errore grossolano ma molto diffuso. Per dire, se lo scopo ultimo di una campagna di marketing è quello di trovare nuovi clienti per l’azienda, il KPI non saranno i clienti portati. Quello, appunto, è il risultato finale.

I KPI sono degli indicatori intermedi che ti aiutano a comprendere se l’approccio che stai seguendo sta funzionando ed è in linea con le attese nelle varie parti del funnel. Ti faccio un esempio pratico: se stai cercando clienti, avrai impostato un funnel di marketing.

Un esempio potrebbe essere quello di realizzare un ebook su uno specifico argomento e promuoverlo su LinkedIn tramite un post sponsorizzato che rimanda a una tua landing page dove dovranno lasciare l’e-mail prima di poter scaricare il premio. I KPI in questo caso sono differenti a seconda delle varie fasi nel funnel: prima di tutto, quanti vedono l’annuncio. Il passo successivo da misurare è quante persone fra quelle che l’hanno visto hanno cliccato sul link. Muovendoci ancora nel funnel avremo un altro indicatore: quanti di quelli che sono andati sulla pagina di destinazione hanno poi lasciato l’e-mail?

Sono tutti necessari? Assolutamente sì, è il motivo è facile da comprendere: se ti poni obiettivi specifici in ogni fase, potrai capire dove la tua strategia funziona e dove invece ci sono intoppi, fatto che ti aiuterà a ottimizzare ogni passaggio del funnel e – in ultimo – a ottenere un numero maggiore di clienti E, soprattutto, a individuare i problemi principali: se molte persone vedono l’annuncio ma ci clicca sopra una percentuale molto bassa, diciamo inferiore al 2%, allora c’è qualche problema nel messaggio, che potrebbe essere poco chiaro o poco invitante. In tal caso, dovresti cercare di migliorare il testo, l’immagine o la CTA (Call to Action).

Se al contrario sono in tanti a visitare la landing page ma nessuno ti lascia l’e-mail, il problema è nella pagina di destinazione: forse la CTA non è messa nella giusta evidenza, o forse quello che stai promettendo in questa pagina non coincide con l’annuncio iniziale. Se per esempio hai parlato di un manuale su come ottimizzare i processi nell’ambito delle HR e poi nella landing inserisci un white paper sull’IoT in ambito industriale, è normale che nessuno ti dia i propri dati di contatto. Certo, ti ho portato un caso estremo ma molto spesso succede che nel ciclo di mille revisioni, i vari testi vengano a volte modificati tanto da arrivare a non rispecchiare più l’intento iniziale. Avere impostato dei KPI per ogni passaggio ti aiuta a isolare le cause e capire cosa, nello specifico, non sta funzionando.

KPI per il social selling sul profilo LinkedIn privato: quali sono quelli da tenere d’occhio?

Se vuoi usare il tuo profilo LinkedIn per fare networking e trovare nuove opportunità di business, l’obiettivo finale sarà quello di migliorare il tuo Social Selling Index (SSI). Si tratta di un indicatore messo a disposizione di LinkeIn che ti aiuta a comprendere il “valore” del tuo profilo dal punto di vista del social selling. Andando a questo indirizzo e loggandoti con il tuo account LinkedIn, potrai ottenere un punteggio sulla base di una serie di parametri oggettivi. Come tutti i punteggi, non è un Vangelo e va preso con le pinze: non devi impazzire ore per ottenere un punteggio leggermente superiore (che in ogni caso continuerà a oscillare col tempo), ma devi sfruttare questo strumento per capire i punti di forza e di debolezza del tuo profilo.

Il Social Selling Index si basa su quattro componenti, che puoi considerare come i 4 KPI chiave:

  • Creare il brand professionale
  • Trovare le persone giuste
  • Interagire con le informazioni rilevanti
  • Costruire relazioni

LinkedIn ti offrirà anche dei suggerimenti su come migliorare ognuno di questi parametri. L’ideale è partire da quello in cui hai ottenuto il risultato peggiore e poi migliorare anche gli altri. Vediamo come fare partendo dall’esempio che vedi nell’immagine qui sotto.

Iniziamo dal punteggio peggiore: interagire con informazioni rilevanti. Il suggerimento che offre LinkedIn è piuttosto generico: “Scopri e condividi aggiornamenti rilevanti per creare relazioni e rafforzarle”. Nella pratica, significa che se devi migliorare questo parametro, devi contribuire maggiormente, scrivendo più post, sia nella tua timeline sia su Pulse, la piattaforma di blogging di LinkedIn, ma anche nei gruppi di discussione. Del resto, è evidente: puoi essere il miglior professionista del mondo, ma se non pubblichi nulla, nessuno potrà mai saperlo. Fondamentalmente, quindi, armati di pazienza, prepara un piano editoriale e inizia a pubblicare qualcosa, ovviamente in tema con il tuo lavoro.

Il secondo aspetto da migliorare nell’esempio che ti ho fatto è “Trovare le persone giuste”. Fondamentalmente, cerca di sfruttare al meglio gli strumenti che LinkedIn ti mette a disposizione per trovare lead e prospect, a partire dalla ricerca dei profili. Considera che coi profili “normali”, quelli NON a pagamento, avrai un numero di ricerche mensili limitato, ma comunque sufficiente ad espandere notevolmente la tua rete. Inizia a sfruttare gli strumenti gratuiti, però, non avere fretta di passare a un account a pagamento. Quando avrai preso la necessaria confidenza e sentirai la necessità di espanderti ulteriormente, valuta se ha senso investire qualche decina di euro al mese per un account con meno limitazioni.

Nell’esempio che ti ho fatto il KPI “Creare il brand professionale” indica un valore piuttosto elevato: per incrementarlo è necessario inserire tutte le informazioni rilevanti nel profilo (esperienze, competenze, traguardi e via dicendo), oltre che postare contenuti in grado di stimolare la discussione. “Completa il tuo profilo tenendo in considerazione il cliente. Diventa un thought-leader pubblicando post rilevanti”, si legge sulle indicazioni di LinkedIn, fatto che possiamo tradurre così: “Una volta che hai completato il tuo profilo con tutti i dati necessari, scritto in ottica SEO e pensando al cliente di riferimento, inizia a postare contenuti”.

Ultimo KPI personale è “Costruire relazioni”, che in questo caso ha ottenuto un valore decisamente elevato. Questo significa avere non solo un elevato numero di contatti: questi devono essere di contatti in tema con il tuo business e soprattutto devono esserci interazioni: commenti sui post, conferme di competenze, raccomandazioni e via dicendo.

Il primo passo per migliorare il tuo profilo personale di LinkedIn è quindi quello di lavorare per migliorare il tuo Social Selling Index. Come già anticipato, non impazzire ad avere il massimo per ogni voce: sarebbe un’impresa sisifea e fine a se stessa. Puoi però prendere queste indicazioni come spunti per comprendere dove puoi migliorare facilmente.

Naturalmente, il SSI è solo una parte del tuo lavoro e dovrai poi andare ad analizzare i KPI dei tuoi singoli post: quante persone li vedono, quante interagiscono con un like, un commento o una condivisione? Con quante di queste, infine, sei riuscito a instaurare un rapporto di business?

LinkedIn: i KPI della pagina aziendale

Un profilo LinkedIn aziendale è ben differente da quello personale dei suoi dipendenti, nonostante tutti lavorino su un obiettivo comune. Il motivo è facilmente comprensibile: ogni persona all’interno di un’organizzazione ha un suo ruolo specifico e, di conseguenza, i suoi obiettivi personali. Come fare a capire se la pagina LinkedIn della tua azienda sta avendo successo? Prima di tutto, è importante comprendere cosa definisci per successo, quindi, quali sono i tuoi obiettivi con questa pagina. Posto che il risultato finale sarà potenziare il tuo business e, in pratica, aumentare il fatturato (e possibilmente gli utili), quali sono le azioni necessarie per ottenerlo? In certi casi, potrebbe essere necessario attirare nuovi talenti. Se per esempio lavori in settori ad alta specializzazione – diciamo nel fervido ambito dell’intelligenza artificiale – per espanderti ulteriormente potresti avere bisogno di nuovi ingegneri e specialisti del settore. In tal caso, i KPI saranno quelli relativi alla capacità di attrarre nuovi professionisti: i risultati dei tuoi annunci di lavoro, in pratica.

Se invece hai già nel tuo organico tutte le competenze necessarie e la tua necessità è quella di potenziare le vendite, allora i KPI dovranno essere relativi alla capacità di ottenere nuovi lead e prospect tramite la piattaforma. Maggiori saranno questi contatti, maggiori le possibilità che fra questi ci siano nuovi clienti. E questi come li misuri? Ci sono vari strumenti: il numero di visitatori della pagina, il numero di persone che vedono i post condivisi sul profilo aziendale e, inevitabilmente, le interazioni che questi contenuti ricevono. Se I tuoi post includono dei video, anche questo sarà un KPI fondamentale per capire il successo: al di là del risultato della reach e delle interazioni, infatti, diventerà fondamentale capire quanti effettivamente hanno visto il video. Se lo ha fatto una percentuale molto piccola di persone raggiunte, i casi sono due: o devi accorciare i video, o devi trovare il modo di renderli più accattivanti. Soprattutto, nei primi secondi: un utente mediamente decide nei primi 3 secondi se proseguire a visualizzare il video o passare ad altro. Evita quindi loghi o introduzioni: sono deleteri. Vai subito al dunque.

Infine, se fai delle sponsorizzazioni, dovrai tenere conto dei risultati che ti portano: quanto hai speso? Quante persone hai raggiunto? Quante di queste hanno convertito, dove per conversione intendo l’obiettivo che ti eri posto con gli annunci: aumentare il numero dei follower, le visite al sito aziendale o una landing page, l’iscrizione a un evento, le risposte a un annuncio di lavoro e via dicendo.

Come controllo i KPI della mia pagina LinkedIn Aziendale?

Fino a ora ti ho spiegato quali sono i KPI che dovresti tenere d’occhio per comprendere l’andamento della tua pagina aziendale, ma dove si trovano? LinkedIn fortunatamente offre una serie di strumenti destinati agli amministratori delle pagine. Per accedervi, entra nella tua pagina LinkedIn col tuo profilo da amministratore e vai alla voce Analisi.

Qui troverai quattro voci:

  • Visitatori: indica il numero di persone che visita la tua pagina aziendale di LinkedIn;
  • Aggiornamenti: le statistiche sull’andamento dei post pubblicati sulla pagina LinkedIn aziendale;
  • Follower: statistiche relative al numero di follower della pagina;
  • Employer Advocacy: i KPI relative ai risultati dell’employer branding.

Analizziamoli uno per uno.

Analisi dei visitatori

Questi sono i dati più semplici: quante persone hanno visitato la tua pagina? Di per sé è un valore di relativa importanza, ma è un indicatore utile a capire se la tua strategia di brand awareness sta funzionando. Se hai attivato delle campagne, a pagamento o meno, di brand awareness per attirare nuovi talenti, è importante che nel periodo in cui la campagna è attiva le visualizzazioni della pagina aumentino. Significa che le persone raggiunte stanno mostrando interesse e vogliono vedere cosa fa la tua azienda, quali servizi o prodotti propone, le posizioni aperte.

Puoi naturalmente prendere in esame un periodo temporale a tua scelta intervenendo sui parametri. Come già detto, non preoccuparti dei valori assoluti: quello che ti interessa è vedere i risultati migliorare nel caso tu abbia attivato una campagna per farti conoscere o per assumere nuove persone.

Non limitarti al grafico delle visite però: scrollando più in basso noterai che sono presenti ulteriori dati aggregati. Nello specifico, potrai sapere l’ambito di azione di queste persone (marketing, vendite, HR e via dicendo), dove vivono, la seniority (l’anzianità lavorativa), il settore (industria, It, comunicazione…) e le dimensioni dell’azienda. Se stai cercando uno sviluppatore full stack e la maggior parte delle visite arrivano da esperti di comunicazione, c’è qualche problema, per capirci. Così come se cerchi talenti in Lombardia e la maggior parte delle visite arrivano dal Missisipi. Probabilmente, c’è qualche problema nelle tue sponsorizzazioni o nella strategia.

Aggiornamenti

Il grafico che noterai in questa sezione è identico a quello che abbiamo visto prima, ma invece di indicare le persone che hanno visitato la pagina, fa riferimento all’andamento dei post pubblicati sul profilo aziendale. Qui hai a disposizione una serie di parametri più granulare: l’impostazione predefinita mostra le visualizzazioni, ma potrai concentrarti sulle visualizzazioni uniche (un post, soprattutto se sponsorizzato, può essere visto più volte dalla stessa persona), i clic, le reazioni (come Consiglia, Festeggia, Geniale, Cuore, insomma, gli equivalenti delle Reactions di Facebook), i commenti, le condivisioni e, infine, la percentuale di interazioni. Quest’ultimo è un parametro molto importante che ti aiuterà a capire i post che hanno avuto più “successo” non in termini numerici (visualizzazioni assolute), ma in termini di engagement, che è il parametro più importante. Considera un aspetto fondamentale: i KPI relativi all’engagement sono molto più importanti rispetto a quelli delle visualizzazioni. Una visualizzazione significa che quel post è finito nel feed di una persona, che magari l’ha scrollato senza dargli alcuna importanza. Se invece l’ha cliccato, commentato, condiviso o ha messo una reazione, allora quel post ha avuto un impatto. Concentrati su quelli che hanno performato meglio e cerca di capire cosa hanno in comune: un’immagine particolarmente d’impatto? Una CTA chiara? Degli hashtag specifici?

Più in basso nella pagina, troverai i dati relativi a ogni singolo post pubblicato nel periodo in esame, fatto che ti aiuterà a estrarre informazioni utili.

Follower

Come suggerisce il nome, questa sezione ti indicherà il numero di follower che si sono aggiunti (o ti hanno abbandonato) giorno per giorno. Si tratta di una pagina molto importante se stai facendo operazioni per aumentare la brand awareness, utili anche a comprendere l’efficacia del tuo piano editoriale. Il umero di persone che infatti vede o interagisce coi tuoi post è sicuramente importante, ma ti interessa vedere anche quanti sono così interessanti da mettere diventare follower della pagina, così da vedere un numero maggiore di aggiornamenti da te pubblicati. In definitiva, è uno dei KPI che ti aiuta a comprendere se il tuo piano editoriale sta avendo successo o meno nel portarti nuovi “lettori”.

Scrollando verso il basso vedrai gli ultimi follower che si sono aggiunti, così come dei dati aggregati sulla loro provenienza, anzianità, settore lavorativo e via dicendo. Andando ancora più sotto, infine: troverai una sezione decisamente curiosa, Aziende da monitorare. Fondamentalmente, LinkedIn ti mostrerà qui delle realtà che operano nel tuo stesso ambito e ti permetterà di confrontare la tua crescita con la loro. Stanno facendo meglio di te? Non prendertela: cogli l’occasione per andare sulla loro pagina e vedere cosa pubblicano, come e quanto. Potrebbe darti degli spunti per far crescere la tua pagina.

Analisi di Employee Advocacy

Quest’ultima è una sezione che LinkedIn ha recentemente aggiunto agli Analytics che torna utile per chi applica i concetti dell’employer branding. Di cosa si tratta? Delle interazioni ottenute sui post dei dipendenti dell’azienda. Sono infatti finiti i tempi in cui la comunicazione aziendale su LinkedIn veniva gestita solo dagli esperti del reparto marketing. Oggi la strategia migliore per potenziare le attività di comunicazione sulla piattaforma LinkedIn è quella di coinvolgere i dipendenti, spingendoli (non obbligandoli, mi raccomando) a condividere i post aziendali così da potenziarne l’effetto. Quanto? Secondo LinkedIn, l’efficacia della comunicazione aziendale potrebbe aumentare fino a 10 volte se un numero maggiore di dipendenti fosse coinvolto. Mediamente, infatti, solo il 2% dei lavoratori condivide attivamente quanto pubblicato sulla pagina aziendale. Coinvolgere tutti, a ogni livello, è insomma fondamentale per garantire il successo delle campagne di comunicazione su LinkedIn. Per farlo, però, non basta dire ai dipendenti “condividete”: vanno ovviamente formati su come farlo nel modo giusto. Non tutti del resto sono esperti di comunicazione e social media, quindi prima di coinvolgere i tuoi dipendenti, assicurati che siano pronti e che conoscano le basi.

Se hai optato per coinvolgerli, la sezione Analisi di Employee Advocacy ti aiuta proprio a tenere traccia delle loro azioni, indicandoti quanti contenuti della pagina aziendale hanno consigliato, condiviso e commentato i contenuti che hai consigliato loro. E includono anche i post sui loro profili personali. Un tempo queste funzioni erano disponibili solo per chi aderiva al programma Elevate di LinkedIn, ma questo programma è volto al termine e i suoi strumenti sono stati integrati negli strumenti di amministrazione della pagina.

Come già detto, per far sì che il programma di employer advocacy abbia successo, è necessario che i dipendenti siano coinvolti, formati e che si sentano parte della società. È insomma importante “tirarli in mezzo”, farli sentire davvero parte dell’ingranaggio aziendale, e non dei semplici minion. In molti casi, questo impone un ripensamento della struttura stessa dell’azienda: abbattere i silos, stimolare la partecipazione, potenziare le responsabilità di ognuno. Una filosofia che non sempre fa parte del pensiero aziendale, ma che può aiutare molto. Sicuramente ha funzionato per Steve Wynn, anche se al di fuori dell’ambito dei social. Wynn è il personaggio che ha trasformato Las Vegas in quello che è adesso, creando alberghi come il Mirage, il Bellagio e, successivamente, il Wynn e l’Encore, che poi ha esportato anche in oriente, nella nuova mecca del gambling, Macau. Il suo motto è convincere ogni impiegato che può essere l’artefice del successo dell’azienda. E quanto un impiegato fa qualcosa di grande, è fondamentale che tutti lo sappiano, che lo vedano come esempio positivo da seguire. Lui lo fa nel mondo fisico dei suoi enormi resort: perché non applicare questo approccio alla tua azienda, nel mondo digitale?

Scrivimi per organizzare un corso LinkedIn

Scrivimi

Chi produce contenuti digitali è sempre alla ricerca di nuove idee per promuoverli. La comunicazione digitale (o digital communication) spazia dai contenuti scritti (come e-mail o i post sui social network) fino a quelli audio-visivi, quali podcast e video.

I contenuti si dividono anche in altre due distinte categorie: una dedicata alla fruizione dei multimedia di rapido consumo, un’altra a quelli considerati evergreen. Alla prima categoria appartengono per esempio i post che vengono pubblicati quotidianamente su vari social network come Instagram, Facebook o Twitter e che ottengono una visibilità immediata e tendono a dissolversi rapidamente; alla seconda tutti quei contenuti che rimangono visibili nel tempo e continuano a essere validi e rilevanti nel corso dei mesi o addirittura degli anni, come nel caso di un articolo di un blog.

Produrre contenuti digitali per sfruttare le potenzialità dei canali social è molto semplice e il risultato è pressoché immediato. Realizzare dei contenuti che restino nel tempo è un lavoro più complesso rispetto al pubblicare dei post e richiede un po’ d’esperienza e delle buone competenze (come conoscere tutti i trucchi del SEO).

Content Repurposing: l’arte del riciclo

Produrre contenuti digitali di grande qualità non è sempre facile e spesso richiede tempo e denaro. Le persone stesse fruiscono dei contenuti multimediali in modi diversi: chi ama leggere un ebook, chi adora ascoltare un podcast o chi non si perde un post su Facebook. Ci sono poi dei contenuti che non passano mai di moda e che possono essere riproposti semplicemente aggiornandoli o pubblicati in un nuovo formato/veste. Quindi, se disponi di contenuti di questo tipo di contenuti, allora puoi “riciclarli” e proporli a nuovo pubblico.

Questa strategia ha un nome ben preciso e viene chiamata “content repurposing”: si tratta di ripubblicare contenuti esistenti e presentarli in un nuovo formato per allungarne durata e portata. Con il content repurposing, per esempio, puoi condividere un articolo in diversi modi e adattarlo a ogni contesto.

È importante specificare che il “content repurposing” non si pone come una vera e propria alternativa alla creazione di nuovi contenuti. Questo non significa pubblicare lo stesso contenuto in maniera ripetitiva su ogni canali social disponibile. Con il content repurposing, per esempio, puoi rielaborare un contenuto da te creato in precedenza e adattarlo al contesto attuale della tua azienda.

Qual è il vantaggio che offre la tecnica del content repurposing? La risposta è semplice: il tempo. Puoi ottimizzare e risparmiare tempo come? Per esempio, riutilizzando un vecchio articolo che hai scritto per il tuo blog e adattando nel formato podcast per un nuovo episodio. Le potenzialità del content repurposing sono notevoli.

Come faccio a decidere quale materiale riutilizzare?

Per decidere cosa riciclare può essere interessante analizzare e raccogliere dei dati sull’andamento dei tuoi contenuti. Con Google Analytics, per esempio, hai a disposizione tutti gli strumenti necessari per avere un’idea precisa dei post che sono piaciuti di più ai tuoi lettori. Analizzando il numero delle visualizzazioni o il tempo medio trascorso su una pagina, tu e il tuo team avete tutti i parametri per capire se un contenuto proposto può essere rielaborato per una seconda pubblicazione, oppure comprendere come riproporre uno che non è andato particolarmente bene e così via.

Anche i contenuti di qualità che continuano a generare condivisioni e clic potrebbero beneficiare ulteriormente da una nuova riproposizione, soprattutto se è trascorso molto tempo dalla loro pubblicazione. Piccola ma doverosa precisazione: quando si parla di un “possibile riciclo” ci si riferisce sempre a un contenuto di cui si è i legittimi proprietari.

Se ti accorgi che un articolo non è aggiornato – come potrebbe essere – ma continua a generare ancora molto traffico, evita di pubblicare un nuovo post. Aggiorna “semplicemente” il contenuto all’interno dello stesso post in modo da mantenere l’URL esistente e non perdere il valore SEO.

Creare dei buoni contenuti digitali richiede parecchio tempo e denaro. Con il content repurposing è possibile allungarne la vita e ottimizzare le spese: in che modo? Riproponendo i contenuti creati, per esempio, su tutte le piattaforme social e adattandoli al contesto (ogni social network ha un proprio pubblico e linguaggio).

Un’altra strategia efficace è quella di riproporre questi contenuti dopo un certo periodo di tempo: in questo modo viene rafforzato anche il messaggio che si vuole trasmettere, un po’ come accade regolarmente da anni con le campagne pubblicitarie che vengono ritoccate o aggiornate dopo diverse annate.

Il content repurposing può essere sfruttato dalle aziende per avere una comunicazione mirata su ogni canale social utilizzato: in questo modo è possibile parlare al pubblico di riferimento in modo diretto e senza ingerenze. Pubblicare un post su Instagram è diverso dal farlo su Facebook o LinkedIn: riproporre lo stesso contenuto senza i giusti accorgimenti /adattamenti può rivelarsi controproducente. Quindi, ricordati di modificare e rivedere il tuo contenuto in base a dove andrai a pubblicarlo.

Il content repurposing offre dei vantaggi significativi per chi si trova a produrre testi ottimizzati per i motori di ricerca (SEO). Aumentare il numero dei contenuti relativi a un determinato argomento e utilizzare canali diversi è molto apprezzato dagli algoritmi di Google (e dai crawler degli altri search engine) che ricompenseranno il creatore con un miglior posizionamento e un traffico aumentato sulle proprie pagine.

Come riproporre i contenuti

Per riciclare i vecchi contenuti vengono utilizzate due semplici tecniche. La prima è quella di riprendere un contenuto e suddividerlo in più parti; la seconda è quella di scegliere diversi e unirli in un blocco unico.

La cosa più importante è individuare i contenuti giusti da inserire. La scelta ideale è quella di attingere direttamente dal proprio archivio (per qualsiasi tipo di contenuto digitale) e studiare quelli che potrebbero essere importanti per te e la tua azienda: devi scegliere non solo quelli che hanno generato maggior engagement e interazioni o quelli che non hanno avuto successo, soprattutto quelli che pensi che beneficiando di un nuovo adattamento/formato e dei giusti canali possano essere davvero efficaci. Quando decidi di ridare nuova vita a un vecchio contenuto è importante pensare a come integrarlo: deve essere in linea con lo stile adottato dalla tua azienda e al contesto generale.

Una delle tecniche più utilizzate nella riproposizione dei contenuti digitali è quella di aggiornare dei vecchi articoli o post. È un’operazione piuttosto semplice e facilmente realizzabile: devi semplicemente dare un’occhiata al calendario e selezionare una serie di appuntamenti fissi. Natale, la Festa della Mamma o del Papà, carnevale: i contenuti prodotti per questi eventi possono essere facilmente riadattati per il tuo scopo. Puoi anche riciclare i tuoi vecchi contenuti postandoli su altri siti o blog: è un ottimo modo per aumentare la tua visibilità complessiva.

Un altro modo di fare content repurposing è quello di citare un vecchio contenuto all’interno di uno nuovo, oppure rielaborarlo in formato di guida o come approfondimento per un singolo argomento. Proporre dei contenuti “visuali” come infografiche e slide può essere un’ottima strategia, soprattutto se devi riciclarli sui canali social. Alcuni formati, infatti, sono perfetti per la condivisione e basta davvero poco per trasformare un vecchio contenuto in qualcosa di virale.

Se disponi di un buon numero di contenuti testuali puoi anche decidere di riproporli in formato ebook o come newsletter tematica: in questo modo puoi cercare di raggiungere anche un pubblico diverso da quello abituale.

Se invece vuoi pubblicare un vecchio contenuto su una piattaforma social diversa dall’originale o contemporaneamente su altri canali, innanzitutto devi adattare il formato e il linguaggio e sfruttarne le peculiarità. Su Instagram o Facebook devi veicolare il tuo contenuto in un certo modo, su TikTok per esempio in un altro. Studiare il tuo pubblico di riferimento è un buon modo per trovare la chiave giusta per rielaborare un contenuto: in base alle reazioni ottenute puoi migliorare la successiva riproposizione.

Se il formato del contenuto che vuoi rielaborare è di tipo audio/visivo ci sono diverse possibilità. Per esempio, una diretta su YouTube o Facebook può essere riciclata come un contenuto on demand. Per esempio una mia diretta Facebook e LinkedIn per P.A. Social è diventato un contenuto da fruire successivamente su YouTube:

I contenuti audio, invece, possono essere trasformati in podcast.

Insomma, le possibilità sono molteplici: basta un po’ di originalità e un pizzico di creatività per avere di nuovi contenuti aggiornati e che possano piacere al tuo pubblico di riferimento.

Il caso dei blog

Chi fa blogging utilizza spesso la tecnica del content repurposing per riproporre i vecchi contenuti. Con un semplice aggiornamento, infatti, è possibile dare nuova vita a un articolo datato o a un post non recente: una volta modificato il contenuto basta spedirlo via e-mail (con la classica newsletter) per far tornare i propri utenti sul sito o blog.

In Rete è possibile recuperare diversi strumenti gratuiti con cui fare content repurposing: in questo modo puoi realizzare delle suggestive infografiche, dei video animati o delle presentazioni e così via. Per le infografiche, per esempio, suggerisco di provare Infogram:

Se nella creazione/produzione di contenuti multimediali ti avvali spesso del contribuito di esperti del settore, famosi influencer o ti capita di fare interviste a personaggi famosi, può essere utile estrapolare alcune citazioni e condividerle sui tuoi canali social o creare delle infografiche ad hoc.

Come sfruttare i contenuti degli altri utenti

Un’altra strategia vincente è quella di sfruttare i contenuti creati dagli altri utenti (si parla anche di “content curation“): dai commenti positivi fino ai tweet o ai sondaggi, si tratta di materiale che può essere abilmente usato per fare un po’ di content repurposing e che può essere sfruttato per i canali social.

Interagire con il tuo pubblico può aiutarti a riproporre dei vecchi contenuti: per esempio, sfruttando le risposte dei tuoi utenti o postando una semplice immagine presa dal tuo account di Facebook con una vecchia foto e così via. La condivisione è uno dei segreti per generare un efficace content repurposing.

Come fare dei montaggi video perfetti per il content repurposing

I video sono usati spesso per aumentare l’engagement nei vari canali social. Per chi vuole riadattare velocemente un vecchio post di un blog (così come un qualsiasi testo) e trasformarlo in un video può usare una serie di tool ad hoc.

Lumen5, per esempio, permette di montare dei video in modo semplice per adattarli ai vari canali social utilizzati (Facebook, Instagram o TikTok per citare i più diffusi). Si tratta di una web app che permette in pochi semplici passaggi di trasformare un qualsiasi post del tuo blog o di una pagina social in un video interattivo. L’applicazione è molto intuitiva da usare ed è accessibile anche per gli utenti meno esperti: l’intelligenza artificiale, infatti, segue tutto il processo dall’inizio alla fine.

Lumen 5 offre un servizio gratuito e uno a pagamento: l’iscrizione è obbligatoria in entrambi i casi e permette l’accesso a una libreria di immagini, video, musica e altro materiale di dominio pubblico. Per chi sceglie la modalità gratuita è importante ricordare che i video saranno limitati alla risoluzione massima di 480px e che saranno marchiati con un logo “Lumen5”. La versione a pagamento offre una risoluzione superiore e la sparizione del logo. Per creare il tuo video non devi fare altro che accedere al tuo account e cliccare su “create video” e inserire il link al post o il testo del video che desideri visualizzare. L’intelligenza artificiale farà il resto: l’app analizzerà il testo (contenuto e lunghezza) per creare una slide (c’è un limite di 140 caratteri) più che adeguata e suggerirà anche come accorciare il video. Il programma ti suggerirà anche le immagini da aggiungere allo sfondo o che è possibile cambiare in base alle tue esigenze. Dopo aver preparato le immagini e sistemato il testo, devi solo aggiungere la musica: per farlo basta cliccare su “music” e selezionare la colonna sonora ideale per il tuo video. Il programma offre un archivio di brani da usare: è possibile ascoltare un’anteprima del brano prima di selezionare il pezzo scelto. Un altro dei vantaggi di un abbonamento premium con Lumen5 è la possibilità di aggiungere il proprio logo alla fine del video. Nell’apposita sezione è possibile inserire il watermark e cliccando su “continue” è possibile avere un’anteprima della propria creazione: si può scaricare il video sul PC oppure caricarlo direttamente tramite app.

Per chi vuole sottoscrivere un abbonamento sono disponibili diversi pacchetti (Starter, Premium/Business/Enterprise) che includono un accesso illimitato a foto e video e ad altri servizi a pagamento come Getty Images o Shutterstock, possibilità di avere risoluzioni superiori e persino un account manager dedicato. Le fasce di prezzo degli abbonamenti vanno dai 19 dollari al mese per la versione Starter fino ai 500 dollari di quella Enterprise.

Un’altra ottima soluzione per fare montaggi video

Se devi riciclare un contenuto in poco tempo puoi anche usare un servizio online come Wave.video che offre qualcosa come 200 milioni di clip video in alta risoluzione e musica in sottofondo e altro ancora. Bastano pochi passaggi per creare un video da condividere sui canali social: devi solo selezionare quello adatto per il tuo progetto, inserire il testo e scegliere la musica e poi pubblicarlo. Il servizio offre una serie di formati già pronti per realizzare i video da pubblicare sui social network.

Il programma utilizza un editor in stile “drag-and-drop” per aggiungere testo e immagini con pochi clic: Wave.video prepara già il video nel formato corretto per il social network in cui desideri pubblicare. La versione a pagamento mette a disposizione una libreria di video/musica notevole, oltre alla possibilità di personalizzare la scelta dei font e dei colori, ed avere una risoluzione superiore e nessun limite di tempo nella produzione dei video. La versione gratuita ha delle ovvie limitazioni (e pubblicità): sono comunque disponibili tre tipologie di abbonamenti che variano dai 20 dollari della versione Creator fino ai 40 dollari di quella Business.

Presentazioni e infografiche per il content repurposing

Per creare i contenuti video o per riadattarli puoi anche usare uno strumento online sviluppato ad hoc. Visme è un programma versatile che permette in pochi clic anche a chi non ha grande esperienza e dimestichezza con la tecnologia di preparare in pochissimo tempo infografiche, presentazioni in PowerPoint, banner pubblicitari, ebook e spettacolari video.

Visme offre un’ottima varietà di modelli e diversi tipi di contenuti: puoi scegliere tra tre diverse tipologie di account (compreso quello gratuito). Con una versione base del programma puoi comunque iniziare a preparare i contenuti che vuoi riciclare. Visme è perfetto per creare delle nuove presentazioni o per preparare il tuo webinar, per esempio: il programma offre la possibilità di aggiungere la tua voce a ogni slide. La versione gratuita è “limitata” a solo 5 progetti e a un numero ristretto di template: sottoscrivendo un abbonamento Standard e Business (rispettivamente 15 e 29 dollari al mese) hai possibilità pressoché illimitate, mentre con quello Enterprise puoi studiare l’offerta perfetta per le tue esigenze.

Repurposing dei contenuti audio

Nello stesso modo in cui estrapoli citazioni dagli articoli o dalle interviste agli esperti del settore, puoi sfruttare il testo che possiedi per realizzare dei podcast. Può essere la base per un argomento specifico o il punto di partenza per discussioni più approfondite e altro ancora. Un modo per riciclare in modo intelligente i vecchi contenuti audio è quello di trasformarli in podcast visivi.

Con un programma come Wavve puoi ricreare dei clip audio condivisibili per i social media (Facebook, Youtube o Instagram). È molto facile e immediato da usare e ci sono diversi layout e modelli in modo da poter adattare il contenuto audio alle tue piattaforme preferite. Il programma offre anche una prova gratuita oltre a una serie di pacchetti ad hoc che vanno dai 10 fino ai 32 dollari al mese.

Crea un ebook

Se decidi di rielaborare i contenuti presenti in un vecchio blog e trasformarli in un ebook, un servizio che ti consiglio è  Designrr. Si tratta di una piattaforma che permette con un paio di clic di creare un libro digitale nei giusti formati e dall’aspetto professionale. Il servizio funziona bene con i blog creati con WordPress ma anche con le altre piattaforme. Negli ultimi mesi è stata aggiunta anche la possibilità di importare contenuti anche da Facebook e da Microsoft Word. Per creare un ebook devi semplicemente selezionare il tuo sito/blog di riferimento, copiarne l’indirizzo all’interno del programma e procedere alla creazione del progetto. Successivamente potrai personalizzare i testi e il template e trasformare il progetto nel formato che ti interessa (PDF, epub o pagina web). La possibilità di importare e trascrivere il testo direttamente da un podcast, YouTube o da Facebook Live è un’altra fantastica aggiunta. È importante notare come la piattaforma sia in grado di eliminare autonomamente tutto quello che non è strettamente necessario alla preparazione dell’ebook, come i commenti, i link esterni, le pubblicità e altro. La versione base offre la possibilità di utilizzare una serie di immagini gratuite da aggiungere ai tuoi libri, più di 700 font, una ventina di temi grafici per personalizzare il tuo libro oltre a una dozzina di progetti già pronti da utilizzare e numero limitato di articoli da importare e altro ancora. Sono previste anche copertine 2D e 3D e altro ancora. Per utilizzare questa piattaforma devi sottoscrivere un abbonamento: attualmente, pagando una cifra una tantum, 27 dollari, puoi usare senza limitazioni Designrr. È in arrivo nei prossimi mesi la possibilità di pubblicare il tuo ebook come audiolibro!

Creare dei contenuti validi richiede tempo, molta dedizione e buone risorse. Il content repurposing non vuole essere un’alternativa alla creazione di nuovi contenuti. Non devi per forza scegliere una strada oppure un’altra: puoi continuare a creare contenuti nuovi e allo stesso tempo ridare nuova vita a quelli vecchi che continuano a generare traffico ed engagement.

 

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