Il 5 giugno 2026, a Piombino, ho tenuto uno speech per il Consorzio Delta Electric su un tema concreto: come i distributori di materiale elettrico possono usare l’intelligenza artificiale oggi, non domani.

Non era un convegno sul futuro. Era un incontro operativo, con commerciali, responsabili acquisti e titolari che ogni giorno gestiscono codici prodotto, listini, ordini urgenti e richieste tecniche. Persone che non hanno tempo per sperimentare, ma che rischiano di perdere terreno rispetto a chi già usa questi strumenti.

In questo articolo riprendo i 10 esempi pratici che ho presentato durante lo speech, con qualche approfondimento per chi non era in sala.

1. Risposta rapida alle richieste tecniche dei clienti

Un installatore chiama e chiede la differenza tra due interruttori differenziali, le normative applicabili, la compatibilità con un impianto specifico. Il commerciale deve rispondere in pochi minuti. L’AI generativa — come ChatGPT o Claude — può sintetizzare le schede tecniche, confrontare caratteristiche e produrre una risposta chiara e professionale in pochi secondi. Il commerciale controlla, personalizza e invia. Il tempo si dimezza.

2. Generazione di offerte e preventivi

Preparare un preventivo completo richiede tempo: selezionare i prodotti giusti, descriverli correttamente, calcolare sconti e scrivere note tecniche. Con l’AI si può automatizzare la parte testuale: a partire da una lista di codici prodotto, l’AI genera la descrizione commerciale e le note tecniche, lasciando al commerciale solo la verifica e la personalizzazione. Un lavoro da 40 minuti diventa un lavoro da 10.

3. Analisi e sintesi dei cataloghi prodotto

I cataloghi dei grandi brand come ABB, Schneider Electric o Legrand hanno migliaia di pagine. L’AI può essere addestrata o alimentata con questi documenti per rispondere a domande specifiche: “Qual è il grado di protezione IP di questo prodotto?”, “Questo quadro è compatibile con la norma CEI 17-13?”. Il risultato è una ricerca tecnica più rapida e meno soggetta a errori.

4. Supporto alla formazione dei nuovi commerciali

Formare un nuovo commerciale nel settore elettrico richiede mesi. L’AI può accelerare questo processo creando simulazioni di conversazioni con clienti, quiz tecnici sui prodotti, schede di apprendimento personalizzate. Non sostituisce il tutor umano, ma riduce i tempi di onboarding e consolida le conoscenze in modo interattivo.

5. Creazione di contenuti per il sito web e i social

Molti distributori hanno un sito web aggiornato raramente e nessuna presenza social significativa. L’AI può generare articoli tecnici, schede prodotto ottimizzate per la SEO, post LinkedIn e newsletter in modo rapido. Non serve un copywriter dedicato: bastano le indicazioni giuste e un processo di revisione.

6. Analisi dei dati di vendita e previsione della domanda

Con strumenti come Excel con Copilot o piattaforme di Business Intelligence con AI integrata, i dati storici di vendita diventano preziosi: si possono identificare trend stagionali, prodotti in crescita, clienti inattivi da riattivare. Analisi che prima richiedevano un esperto di dati oggi sono alla portata di qualsiasi responsabile commerciale.

7. Gestione delle email e delle comunicazioni

Un responsabile commerciale riceve decine di email al giorno: richieste, reclami, aggiornamenti da fornitori. L’AI può classificare le email per priorità, suggerire risposte tipo per le comunicazioni standard, e aiutare a redarre email commerciali efficaci. Il risparmio di tempo è reale e misurabile.

8. Ottimizzazione della gestione del magazzino

L’AI applicata ai dati di magazzino permette di prevedere i picchi di domanda (stagionalità, cantieri in corso, bandi pubblici) e ottimizzare le scorte. Meno capitale immobilizzato in prodotti che non ruotano, meno rotture di stock su ciò che si vende di più. Alcuni software ERP già integrano queste funzioni con l’AI.

9. Supporto nelle gare d’appalto e nei capitolati

Leggere, interpretare e rispondere a un capitolato tecnico è un’attività lunga e tecnica. L’AI può analizzare il documento, estrarre i requisiti chiave, confrontarli con il catalogo disponibile e suggerire la selezione di prodotti più adatta. Non elimina il lavoro dell’esperto, ma lo rende molto più veloce.

10. Assistente virtuale per il post-vendita

Un chatbot intelligente, addestrato sui prodotti e sulle FAQ aziendali, può rispondere alle domande dei clienti 24 ore su 24: stato degli ordini, disponibilità di ricambi, istruzioni di installazione. Non serve una struttura di supporto dedicata: un piccolo investimento tecnologico può migliorare significativamente l’esperienza del cliente.

Cosa ho detto a Piombino: la sintesi

Durante lo speech ho sottolineato un concetto che considero fondamentale: l’AI non è un tema da convegno, è uno strumento operativo. I distributori di materiale elettrico che aspettano di capire “come evolverà” prima di agire rischiano di perdere mesi preziosi rispetto ai concorrenti che già sperimentano.

Non serve una trasformazione digitale completa. Bastano tre o quattro processi ottimizzati — la risposta tecnica ai clienti, la preparazione delle offerte, la formazione interna — per guadagnare ore ogni settimana e offrire un servizio percepibilmente migliore.

Se vuoi approfondire questi temi per la tua azienda, puoi leggere anche il mio articolo sulle conferenze sull’intelligenza artificiale o scoprire come organizzo workshop pratici in azienda.

Vuoi portare questo speech nella tua azienda o al tuo evento?

Organizzo conferenze e workshop sull’intelligenza artificiale per aziende, associazioni di categoria e convegni di settore. Se stai cercando un relatore concreto, che parli con esempi reali e adatti al tuo pubblico, scrivimi.

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    Scegliere un relatore sull’intelligenza artificiale non significa cercare qualcuno che “parli di AI”. Significa trovare una persona capace di adattare un tema complesso al pubblico, al contesto e all’obiettivo dell’evento. Un conto e parlare a un board aziendale, un altro e parlare a imprenditori, insegnanti, venditori, HR, comunicatori o professionisti.

    Le domande giuste aiutano a evitare interventi troppo tecnici, troppo generici o troppo spettacolari ma poco utili. Servono anche a capire se il relatore sa collegare ChatGPT, AI generativa e prompt engineering ai problemi reali dell’organizzazione.

    Ecco una checklist di 20 domande da usare prima di invitare un relatore o speaker sull’AI.

    1. Qual e l’obiettivo dell’intervento?

    Prima ancora di scegliere il relatore, chiarisci l’obiettivo: ispirare, formare, sensibilizzare, aprire una convention, introdurre un percorso, rispondere a paure interne o mostrare casi d’uso pratici.

    La stessa persona può fare interventi molto diversi, ma solo se l’obiettivo e chiaro.

    2. Chi sara in sala?

    Il pubblico cambia tutto. Un intervento per manager richiede un linguaggio diverso da un intervento per tecnici, imprenditori, studenti, insegnanti o professionisti.

    Chiedi al relatore come adatta esempi, ritmo e profondita al livello del pubblico.

    3. Il relatore parla di AI in modo tecnico o divulgativo?

    Non esiste una risposta sempre giusta. In molti eventi aziendali serve una persona capace di spiegare senza banalizzare. Troppo tecnicismo allontana il pubblico; troppa semplificazione crea confusione.

    4. Ha esperienza reale con aziende e organizzazioni?

    Un relatore sull’AI dovrebbe conoscere le domande che emergono nelle aziende: dati, processi, resistenze, produttivita, policy, formazione, strumenti, rischi e aspettative.

    Chiedi esempi di eventi, corsi o interventi già realizzati.

    5. Sa parlare di ChatGPT senza ridurre tutto a ChatGPT?

    ChatGPT è importante, ma l’AI generativa non si esaurisce in un solo strumento. Un buon relatore sa usare ChatGPT come porta d’ingresso e poi allargare il discorso a Copilot, Gemini, Claude, Perplexity, immagini, video, dati e processi.

    6. Porta esempi concreti?

    Gli esempi sono decisivi. Il pubblico deve vedere casi d’uso comprensibili: email, riunioni, documenti, marketing, vendite, HR, analisi, formazione, assistenza clienti.

    7. Fa demo live o usa esempi preparati?

    La demo live può essere efficace, ma dipende dal contesto tecnico. Gli esempi preparati sono più controllabili. Chiedi quale soluzione e più adatta al tuo evento.

    8. Parla anche dei rischi?

    Un relatore serio non racconta solo opportunità. Deve parlare di allucinazioni, bias, privacy, dati sensibili, copyright, sicurezza, dipendenza dagli output e uso responsabile.

    9. Sa spiegare il prompt engineering?

    Il prompt engineering è una delle competenze più utili per pubblici non tecnici. Chiedi se il relatore sa spiegare come si costruisce una buona istruzione per l’AI: contesto, ruolo, obiettivo, vincoli, esempi e verifica.

    10. Conosce AI Act e AI Literacy?

    Per eventi aziendali, associazioni e ordini professionali, il tema normativo può essere importante. Non serve trasformare lo speech in una lezione giuridica, ma il relatore deve sapere collocare responsabilità, formazione e governance.

    11. Sa adattare lo speech al settore?

    Un intervento per una PMI manifatturiera non è uguale a uno per un team marketing, una scuola, uno studio professionale o una rete commerciale. Chiedi se il relatore personalizza esempi e casi d’uso.

    12. Quanto dura l’intervento ideale?

    Uno speech introduttivo può durare 30-45 minuti. Una conferenza con domande può durare 60-90 minuti. Un workshop pratico richiede almeno mezza giornata.

    13. E previsto un momento di Q&A?

    Sull’AI le domande del pubblico sono spesso la parte più preziosa. Se possibile, lascia spazio a dubbi, casi reali e obiezioni.

    14. Il relatore fornisce materiali?

    Chiedi se sono previste slide, risorse, bibliografia, checklist, prompt di esempio o materiali post-evento. Non sempre servono, ma possono aumentare il valore dell’intervento.

    15. Come gestisce aspettative e paure?

    L’AI genera entusiasmo e ansia. Un buon relatore non ridicolizza le paure e non vende miracoli. Aiuta il pubblico a costruire criteri.

    16. Sa parlare a manager e non solo a specialisti?

    Negli eventi aziendali il pubblico spesso e misto. Serve una persona capace di collegare tecnologià, organizzazione, competenze e decisioni.

    17. Ha credenziali verificabili?

    Controlla libri, articoli, video, interventi, collaborazioni, profili social e testimonianze. Per un tema affollato come l’AI, l’autorevolezza verificabile conta.

    18. Lo speech può aprire un percorso formativo?

    Spesso l’evento e solo il primo passo. Chiedi se il relatore può proporre workshop, corsi o percorsi successivi per team specifici.

    19. Quale call to action vuoi lasciare al pubblico?

    Alla fine dello speech le persone devono sapere che cosa fare: sperimentare uno strumento, iscriversi a un corso, leggere una policy, proporre casi d’uso, evitare dati sensibili, creare una prompt library.

    20. Quale risultato vuoi ottenere dopo 30 giorni?

    La domanda più concreta e questa: che cosa deve cambiare dopo l’evento? Una convention riuscita non finisce con l’applauso. Dovrebbe generare consapevolezza, domande migliori e primi comportamenti operativi.

    Tabella di valutazione

    Criterio Domanda chiave Peso
    Allineamento al pubblico Sa adattare linguaggio ed esempi? Alto
    Esperienza Ha già lavorato con aziende o eventi simili? Alto
    Concretezza Porta casi d’uso e non solo scenari? Alto
    Equilibrio Parla di opportunità e rischi? Alto
    Metodo Spiega il prompt engineering in modo utile? Medio-alto
    Continuita Può collegare speech e formazione? Medio
    Autorevolezza Ha credenziali verificabili? Medio

    In sintesi

    Prima di invitare un relatore sull’intelligenza artificiale, non chiedere solo “quanto costa” o “quanto dura”. Chiedi che cosa lascera al pubblico, come adattera il messaggio e quali comportamenti concreti vuole attivare.

    L’AI generativa è un tema troppo importante per essere trattato come una moda. Serve un relatore capace di rendere il tema comprensibile, utile e responsabile.

    Scopri gli speech e le conferenze sull’AI generativa di Giànluigi Bonanomi

    /conferenze-e-speech-ai-digitale/

    FAQ

    Come scegliere un relatore sull’intelligenza artificiale?

    Valuta esperienza, capacità divulgativa, esempi concreti, conoscenza dei rischi, adattamento al pubblico e possibilità di collegare lo speech a un percorso formativo.

    Meglio un relatore tecnico o divulgativo?

    Dipende dal pubblico. Per eventi aziendali e convention, spesso serve un relatore divulgativo con solida competenza pratica, capace di parlare anche a chi non ha background tecnico.

    Quanto dura uno speech sull’intelligenza artificiale?

    Di solito da 30 a 90 minuti. Se l’obiettivo e far lavorare le persone su casi reali, e meglio organizzare un workshop di mezza giornata o una giornata.

    Quali temi dovrebbe coprire un relatore AI?

    AI generativa, ChatGPT, prompt engineering, casi d’uso aziendali, rischi, bias, privacy, AI Act, uso responsabile e impatto sul lavoro.

    Il relatore deve fare una demo live?

    Non necessariamente. La demo live può essere utile, ma in alcuni eventi funzionano meglio esempi preparati e collegati al settore del pubblico.

    Ho partecipato ieri, 28 maggio 2026, a un WebTalk organizzato da Raptech, la startup italiana specializzata in soluzioni di data intelligence per il settore delle energie rinnovabili. Un’ora di conversazione densa, concreta e decisamente attuale sul tema della comunicazione aziendale nell’era dei dati.

    Comunicare con i dati: come la tecnologia ha trasformato il dialogo nelle aziende - WebTalk Raptech con Gianluigi Bonanomi e Marco Berliocchi
    Comunicare con i dati: WebTalk con Gianluigi Bonanomi e Marco Berliocchi, moderato da Gian Maria Brega

    Negli ultimi anni la tecnologia ha rivoluzionato il modo in cui aziende, manager e stakeholder comunicano, prendono decisioni e condividono informazioni. Report statici, flussi frammentati e tempi lunghi di analisi hanno lasciato spazio a dashboard in tempo reale, strumenti collaborativi e processi decisionali sempre più rapidi, integrati e data-driven. Ma questa trasformazione non riguarda soltanto gli strumenti: cambia il linguaggio delle organizzazioni, il rapporto tra persone, la gestione della fiducia e il modo in cui vengono interpretati i dati.

    Il WebTalk con Raptech: tecnologia, dati e dialogo nelle aziende

    Il WebTalk si è svolto in diretta streaming il 28 maggio 2026 e ha visto la mia partecipazione e quella di Marco Berliocchi, CEO e Co-Founder di Raptech. La moderazione è stata affidata a Gian Maria Brega, CWO di Mammamia Agency.

    L’evento è stato trasmesso in streaming dal canale YouTube di Raptech – Trusted Data for Renewable Energy ed è ora disponibile on demand per chi vuole rivedere l’intera conversazione.

    I temi affrontati: dalla data communication alla fiducia nelle organizzazioni

    Durante il WebTalk abbiamo esplorato come la comunicazione con i dati stia ridefinendo le dinamiche aziendali a più livelli:

    • Dashboard e report in tempo reale: come la disponibilità immediata dei dati cambia le decisioni strategiche e operative.
    • Il linguaggio dei dati: non basta avere informazioni; è fondamentale saperle comunicare in modo chiaro e accessibile a stakeholder diversi.
    • Data storytelling: trasformare numeri e metriche in narrazioni comprensibili è diventata una competenza chiave per manager e comunicatori.
    • Fiducia e trasparenza: la gestione della fiducia all’interno delle organizzazioni passa sempre di più attraverso la qualità e la coerenza delle informazioni condivise.
    • Processi decisionali data-driven: l’integrazione tra tecnologia e cultura organizzativa per prendere decisioni più rapide e consapevoli.

    Per approfondire il tema della comunicazione digitale nelle aziende, ho pubblicato diversi articoli e risorse sul mio sito. Questi temi si intrecciano anche con il mio lavoro di conferenze e speech sull’intelligenza artificiale, dove la capacità di leggere e comunicare i dati è sempre centrale.

    Dati e comunicazione nel settore delle energie rinnovabili

    Un focus specifico del WebTalk ha riguardato il settore delle energie rinnovabili, dove Raptech opera come fornitore di soluzioni di trusted data. In questo mercato in forte evoluzione, dati, performance, monitoraggio e trasparenza sono diventati elementi strategici per operatori, investitori e asset manager.

    Marco Berliocchi ha illustrato come la piattaforma Raptech permetta di gestire e comunicare in modo affidabile le performance degli impianti rinnovabili, offrendo un livello di trasparenza e accuratezza che oggi è indispensabile per costruire fiducia con i partner finanziari e istituzionali. Un esempio concreto di come tecnologia e comunicazione si fondano in un settore ad altissimo tasso di innovazione come quello dell’energia verde in Italia e in Europa.

    Guarda il video integrale del WebTalk

    Se non hai potuto seguire l’evento in diretta, puoi rivedere l’intera registrazione del WebTalk su YouTube. Circa 34 minuti di conversazione su dati, tecnologia e comunicazione aziendale:

    Riflessioni finali: comunicare con i dati è una competenza umana

    Quello che mi ha colpito di più nel confronto con Marco Berliocchi è la consapevolezza condivisa che i dati, da soli, non comunicano. Hanno bisogno di persone capaci di interpretarli, contestualizzarli e trasmetterli in modo efficace. La tecnologia crea le condizioni; la competenza umana determina l’impatto.

    Questo vale per il settore delle energie rinnovabili tanto quanto per qualsiasi altra organizzazione che oggi voglia costruire una cultura data-driven autentica e sostenibile. È un tema su cui continuerò a lavorare e su cui mi piacerebbe approfondire con te, anche nell’ambito di corsi e workshop aziendali dedicati alla comunicazione dei dati e all’intelligenza artificiale.

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    L’intelligenza artificiale entra nelle aziende con una promessa chiara: farci lavorare meglio, ridurre attività ripetitive, velocizzare processi e decisioni. Ma insieme alla promessa cresce anche una domanda molto umana: è se un algoritmo prendesse il mio posto?
    Persona al lavoro davanti a uno schermo con visualizzazione digitale legata all'intelligenza artificiale
    La sfida dell’AI in azienda non è solo tecnologica: è culturale, organizzativa e profondamente umana.

    Secondo il 9° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, il 70% dei lavoratori italiani riconosce benefici nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, ma il 42,6% teme di essere sostituito dagli algoritmi. E qui nasce il paradosso: vediamo il vantaggio, ma non sempre ci sentiamo parte del cambiamento. Questo fenomeno ha un nome sempre più usato: AI Anxiety, o ansia da intelligenza artificiale. Non riguarda soltanto la paura di perdere il posto. Riguarda il timore di diventare meno rilevanti, meno competenti, meno necessari. Per una panoramica completa sui rischi e vantaggi dell’intelligenza artificiale generativa, ho scritto un approfondimento specifico su rischi e vantaggi dell’AI generativa.

    Che cos’è l’AI Anxiety

    L’AI Anxiety è la preoccupazione, spesso persistente, legata all’impatto dell’intelligenza artificiale sul proprio lavoro, sulle proprie competenze e sul proprio futuro professionale. Non è semplice resistenza al cambiamento. È una forma di insicurezza che nasce quando le persone percepiscono che la tecnologia stia avanzando più velocemente della loro capacità di adattarsi.

    La differenza è importante: la paura generica della tecnologia può ridursi con l’abitudine; l’AI Anxiety, invece, può diventare un blocco se l’azienda introduce strumenti, processi e automazioni senza spiegare come cambia il ruolo delle persone.

    I dati: l’AI piace, ma non rassicura

    In Italia, il dato più interessante non è solo che il 42,6% dei lavoratori tema la sostituzione da parte dell’AI. Il punto è che questa paura convive con una valutazione positiva della tecnologia: molti dipendenti ne vedono l’utilità, ma non sentono ancora di avere un posto sicuro dentro il nuovo scenario.Lo stesso schema emerge a livello internazionale. La ricerca Trust, attitudes and use of Artificial Intelligence: A global study 2025, realizzata dall’Università di Melbourne con KPMG su oltre 48.000 persone in 47 paesi, mostra che l’AI viene percepita come utile, ma la fiducia resta fragile. Secondo i dati citati nel materiale stampa, l’83% degli intervistati riconosce i vantaggi dell’AI, mentre il 36% dei dipendenti teme una possibile sostituzione.Anche la letteratura scientifica va nella stessa direzione. Uno studio pubblicato su Scientific Reports collega l’ansia da AI a una minore adattabilità di carriera: quando la persona si sente minacciata, fatica di più a progettare il proprio futuro professionale.

    Team aziendale che discute dati e trasformazione digitale in una riunione
    La fiducia nell’AI non nasce dallo strumento, ma dal modo in cui viene introdotto nelle organizzazioni.

    Perché nasce davvero l’ansia da intelligenza artificiale

    Parlare di AI Anxiety solo come paura di perdere il lavoro è riduttivo. Certo, la sostituzione è il timore più visibile. Ma sotto ci sono almeno quattro livelli più profondi.

    1. Paura di perdere valore

    Per molte persone il lavoro non è solo reddito. È identità, riconoscimento, appartenenza. Se una mansione viene automatizzata, il dubbio diventa personale: se una macchina fa quello che faccio io, io quanto valgo?

    2. Mancanza di orientamento

    Molti lavoratori non sanno quali competenze sviluppare, quali strumenti imparare, quali attività verranno potenziate dall’AI e quali invece saranno ridisegnate. Senza una mappa, ogni annuncio di innovazione può sembrare una minaccia.

    3. Fiducia fragile nel management

    Il rapporto Censis-Eudaimon segnala anche un aspetto relazionale: molti dipendenti percepiscono che i manager si fidino più della tecnologia che delle persone. Quando passa questo messaggio, anche involontariamente, l’adozione dell’AI smette di essere un progetto condiviso e diventa qualcosa che accade dall’alto.

    4. Insicurezza quotidiana

    L’ansia non riguarda solo il futuro astratto. Riguarda il mutuo, i figli, il tempo, la salute, il potere d’acquisto, la possibilità di ripensarsi professionalmente senza sentirsi abbandonati.

    Perché il welfare aziendale può ridurre l’AI Anxiety

    In Italia il 40% del credito welfare resta inutilizzato ogni anno. Non per mancanza di offerta, ma per mancanza di orientamento.

    Questo punto è cruciale. Davanti all’AI, le aziende spesso rispondono con corsi, piattaforme, policy e nuovi strumenti. Tutto utile. Ma se le persone non si sentono viste, sostenute e accompagnate, la formazione tecnica da sola non basta.

    “Le aziende non devono inventare nuovi programmi di welfare aziendale o altri strumenti per valorizzare le persone. Devono fare funzionare quelli che hanno già, rendendoli accessibili e rilevanti per la vita reale delle persone.”

    Alberto Perfumo, CEO di Epassi Italia

    Il welfare, se ben progettato e comunicato, diventa un messaggio organizzativo: l’azienda non sta investendo solo in tecnologia, ma anche nelle condizioni che permettono alle persone di attraversare il cambiamento.

    Cosa possono fare le aziende: 5 azioni concrete

    Se l’AI Anxiety nasce dalla percezione di non avere controllo, la risposta aziendale deve restituire chiarezza, competenza e fiducia. Non bastano slogan sull’innovazione. Servono pratiche.

    1. Spiegare cosa cambia, prima di introdurre lo strumento

    Ogni progetto AI dovrebbe partire da una domanda semplice: quali attività verranno automatizzate, quali verranno potenziate e quali nuove responsabilità nasceranno per le persone?

    2. Formare sulle competenze, non solo sui tool

    Imparare a usare un’applicazione è utile, ma non sufficiente. Le persone devono capire come cambia il loro modo di decidere, comunicare, collaborare e creare valore.

    3. Rendere il welfare più semplice da usare

    Se il welfare è complicato, non rassicura. Una piattaforma chiara, un orientamento personalizzato e una comunicazione ricorrente aiutano i dipendenti a trasformare un benefit potenziale in un supporto reale.

    4. Coinvolgere i manager

    I manager sono il punto in cui la strategia diventa esperienza quotidiana. Se non vengono preparati a parlare di AI con equilibrio, rischiano di amplificare ansia invece di costruire fiducia.

    5. Misurare il clima, non solo la produttività

    L’AI può aumentare l’efficienza, ma una trasformazione riuscita si misura anche dalla qualità del clima interno: sicurezza psicologica, fiducia, chiarezza, partecipazione. Se vuoi organizzare un evento o un corso sulla gestione dell’AI in azienda, scopri come strutturare uno speech sull’intelligenza artificiale per aziende.

    Cosa possono fare i lavoratori

    Anche le persone possono agire. Non per inseguire ogni novità, ma per costruire una posizione più solida nel cambiamento. Se sei un professionista che vuole capire meglio come usare l’AI nel proprio settore, ho approfondito il tema anche in questo articolo: intelligenza artificiale e uso pratico quotidiano.

    • Mappare le proprie attività: quali sono ripetitive, quali richiedono giudizio, relazione, creatività o responsabilità?
    • Usare l’AI come assistente: iniziare da compiti piccoli, misurabili e a basso rischio.
    • Sviluppare competenze trasversali: pensiero critico, comunicazione, gestione delle informazioni, capacità di fare domande migliori.
    • Rendere visibile il proprio valore: documentare risultati, contributi, relazioni, capacità che la tecnologia non sostituisce facilmente.

    La vera domanda non è se l’AI sostituirà le persone

    La domanda più utile è un’altra: quali organizzazioni sapranno usare l’AI senza perdere la fiducia delle persone?Le aziende che tratteranno l’intelligenza artificiale solo come leva di efficienza rischiano di ottenere resistenza, silenzi, uso nascosto degli strumenti o ansia diffusa. Quelle che la inseriranno dentro un progetto più ampio di formazione, welfare, ascolto e riprogettazione del lavoro avranno più possibilità di trasformarla in vantaggio competitivo.La tecnologia è lo strumento. La fiducia è l’infrastruttura invisibile che decide se quello strumento verrà davvero adottato.

    FAQ sull’AI Anxiety

    Che cosa significa AI Anxiety?

    AI Anxiety significa ansia da intelligenza artificiale: e la preoccupazione legata all’impatto dell’AI sul lavoro, sulle competenze e sulla sicurezza professionale.

    Perché i lavoratori temono l’intelligenza artificiale?

    Perché temono la sostituzione, la perdita di valore professionale, la mancanza di controllo sul cambiamento e l’insufficienza delle proprie competenze rispetto ai nuovi strumenti.

    L’AI Anxiety riguarda solo chi ha basse competenze digitali?

    No. Può riguardare anche persone competenti, soprattutto quando l’azienda non comunica chiaramente obiettivi, impatti e percorsi di formazione.

    Come può un’azienda ridurre l’ansia da AI?

    Con formazione concreta, comunicazione trasparente, coinvolgimento dei manager, welfare accessibile, ascolto dei bisogni e una chiara ridefinizione dei ruoli.

     

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    Ogni volta che sento dire che con ChatGPT scrivere una tesi sarà più facile, mi viene in mente Umberto Eco. Non per nostalgia, ma per una ragione molto concreta: in un’epoca in cui gli strumenti generativi accelerano tutto, il metodo conta ancora di più. Eco lo spiegava già molti anni fa in Come si fa una tesi di laurea: una tesi nasce da un argomento preciso, da fonti riconoscibili, da un progetto ordinato e da un’etica del lavoro intellettuale. Oggi non c’è nulla di più moderno di questa impostazione.Il punto, infatti, non è capire se l’intelligenza artificiale si possa usare durante il percorso universitario. La risposta è ovviamente sì. Il punto vero è come usarla. Se la si considera una scorciatoia per evitare fatica, lettura, selezione delle fonti e costruzione del ragionamento, il rischio è produrre testi apparentemente fluidi ma deboli, generici, spesso poco verificabili. Se invece la si tratta come un supporto, un copilota, allora può diventare uno strumento utile anche in un lavoro di ricerca serio.

    Il consiglio di Eco che vale ancora oggi: restringere il campo

    La lezione forse più importante di Eco è anche la più trascurata: più si restringe il campo, meglio si lavora. Lui preferiva la tesi monografica a quella panoramica, perché un tema troppo vasto espone lo studente alla dispersione, alle omissioni e a una scarsa padronanza del materiale. È un principio che vale ancora di più oggi, in un ambiente digitale dove l’abbondanza delle informazioni rischia di trasformarsi in caos.

    Se uno studente digita una domanda generica dentro un chatbot, quasi sempre otterrà una risposta generica. Se invece parte da una domanda ben delimitata, da un corpus chiaro e da un obiettivo definito, allora anche l’AI può aiutarlo a orientarsi meglio. Ecco perché, se dovessi aggiornare Eco al tempo dell’intelligenza artificiale, direi questo: non usare l’AI per allargare il tema, ma per metterlo a fuoco.

    Fonti vere, fonti secondarie, output artificiali

    Eco insisteva molto sulla distinzione tra fonti primarie e letteratura critica. È una distinzione basilare, ma oggi va integrata con una nuova precisazione: l’output di un sistema di AI non è una fonte. Non lo è mai. Al massimo è un supporto per orientarsi, un modo per formulare ipotesi, una traccia provvisoria di lavoro. Ma tutto ciò che l’intelligenza artificiale suggerisce deve essere controllato, verificato, rintracciato e confermato altrove.

    Questo è il nodo centrale anche per chi studia nelle materie umanistiche. In molti pensano che l’AI serva soprattutto per “scrivere”. In realtà può essere più utile prima della scrittura: nel confronto tra testi, nella classificazione degli argomenti, nell’estrazione di temi ricorrenti, nella sintesi preliminare di documenti lunghi. Ma la selezione critica delle fonti resta umana. E resta umana anche la responsabilità intellettuale di ciò che si decide di mettere in pagina.

    Il vero problema non è ChatGPT: è l’assenza di metodo

    Da tempo mi occupo di digitale e intelligenza artificiale, e continuo a pensare che la tecnologia, da sola, non sia né la soluzione né il problema. Il problema nasce quando manca il controllo, cioè quando manca la competenza. È una convinzione che accompagna il mio lavoro di divulgazione, formazione e consulenza: molte persone temono il digitale perché non lo governano, e questa sensazione di perdita di controllo produce ansia, resistenza e cattive decisioni.

    Lo stesso vale per l’università. Non è ChatGPT a peggiorare una tesi. La peggiora l’uso ingenuo di ChatGPT. Non è l’AI a impoverire il pensiero. Lo impoverisce l’idea che pensare sia facoltativo. Per questo considero la scrittura con strumenti generativi una questione prima di tutto culturale: bisogna saper dialogare con questi sistemi, correggerli, guidarli, contestarli. Ed è esattamente il motivo per cui le competenze umanistiche e comunicative contano sempre di più.

    Perché gli studenti umanisti non partono svantaggiati

    Su questo punto vale la pena essere molto chiari: chi studia filosofia, lettere, storia, sociologia, pedagogia o comunicazione non è affatto tagliato fuori dalla rivoluzione dell’AI. Anzi. Nel mio lavoro sul prompt engineering sostengo da tempo che fare buone domande, definire bene un obiettivo, guidare la macchina e specificare il formato del risultato siano competenze cruciali. E queste sono competenze che hanno molto a che fare con il linguaggio, con l’interpretazione, con il contesto. In altre parole: hanno molto a che fare con la formazione umanistica.

    Quando parlo di prompt engineering, non mi riferisco a una formula magica o a un nuovo mestiere per pochi specialisti. Mi riferisco a una nuova alfabetizzazione. Un po’ come saper usare bene un word processor o un foglio elettronico. Nel giro di poco, questi strumenti saranno integrati ovunque. E allora la differenza non la farà chi usa l’AI, ma chi sa usarla meglio degli altri.

    Dalla mia tesi su Internet all’AI di oggi

    Per me questo discorso ha anche una dimensione personale. Mi sono laureato in Scienze Politiche con una tesi sulle relazioni online, La vita nel ciberspazio come rappresentazione, in cui provavo a leggere il mondo nascente della comunicazione mediata dal computer attraverso gli strumenti della sociologia e, in particolare, attraverso Erving Goffman. Il punto era semplice: di fronte a un fenomeno nuovo, non bisogna buttare via gli strumenti interpretativi precedenti; bisogna usarli bene.

    La tesi di laurea di Gianluigi Bonanomi sulla vita nel ciberspazio come rappresentazioneLa mia tesi di laurea del 2001: La vita nel ciberspazio come rappresentazione.

    Rileggendo oggi quella stagione, mi sembra che il metodo sia rimasto lo stesso. Anche l’intelligenza artificiale non va affrontata come una magia improvvisa o come un salto nel buio. È il risultato di un percorso lungo decenni, costruito su internet, e-commerce, smartphone, social network e usi sociali della tecnologia. Vederla così aiuta anche gli studenti: non come oracolo, ma come oggetto storico, culturale e professionale da capire.

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    Formazione e divulgazione sull’intelligenza artificiale generativa.

    Come usare davvero l’intelligenza artificiale per la tesi

    Se dovessi dare un consiglio pratico a uno studente che sta lavorando alla tesi, direi di usare l’AI in cinque momenti precisi:

    • per restringere il campo;
    • per trasformare una curiosità vaga in una domanda di ricerca;
    • per confrontare interpretazioni diverse;
    • per sintetizzare materiali già letti;
    • per migliorare la chiarezza espositiva di una bozza già pensata.

    La userei molto meno, invece, per generare pagine da incollare così come sono. Per una ragione semplice: la tesi non è un esercizio di riempimento, ma una prova di consapevolezza. Deve mostrare che lo studente sa costruire un percorso, selezionare le fonti, verificare le affermazioni, argomentare in modo credibile e assumersi la responsabilità di ciò che scrive.

    Il plagio, oggi, ha solo cambiato faccia

    C’è poi un aspetto etico che non si può eludere. Eco era netto sul plagio e sull’onestà intellettuale. Oggi il problema non scompare: cambia forma. Non significa solo copiare da un libro o da un saggio, ma anche consegnare come proprio un testo prodotto in larga parte da una macchina, senza rielaborazione, senza verifica e senza piena comprensione.

    La domanda giusta non è “si può usare l’AI per fare la tesi?”, ma: l’AI ti sta aiutando a ragionare meglio o ti sta semplicemente aiutando a fingere di aver ragionato?

    È una differenza enorme. Ed è una differenza che riguarda il valore stesso dell’università.

    Umberto Eco aveva capito tutto, anche oggi

    Alla fine, la vera notizia è che Come si fa una tesi di laurea non è un libro del passato. È un libro che oggi possiamo leggere quasi come una guida anti-caos. In un’epoca in cui tutto è disponibile, accessibile, copiabile e riscrivibile in pochi secondi, Eco ci ricorda che fare ricerca significa ancora scegliere, escludere, ordinare, verificare, citare e pensare.

    Se dovessi riassumere la questione in una frase, direi questa: al tempo dell’intelligenza artificiale, una buona tesi di laurea si fa ancora come diceva Umberto Eco, ma con una responsabilità in più. Non basta saper scrivere. Bisogna saper guidare gli strumenti senza farsi guidare da loro.

    Vuoi approfondire?

    Se sei uno studente, un docente o un professionista della formazione e vuoi capire come studiare, scrivere e lavorare meglio con l’intelligenza artificiale senza rinunciare al pensiero critico, sul mio sito trovi corsi, speech e workshop dedicati all’uso consapevole dell’AI generativa.

    Scopri i corsi
    Guarda il mio speech sul prompt engineering

     

    Nei giorni scorsi sono stato ospite del podcast “La Portineria” di VeryFastPeople per parlare di un tema che mi ronza in testa da mesi: l’intelligenza artificiale applicata alla gestione dei condomini.

    Ma facciamo un passo indietro. Se fate gli amministratori sapete benissimo che la categoria, di fronte all’innovazione, tende a spaccarsi in due fazioni nette. Da una parte ci sono gli entusiasti, quelli convinti di poter licenziare tutti e governare i palazzi direttamente da una spiaggia, lasciando fare tutto al computer. Dall’altra troviamo i catastrofisti, barricati dietro a montagne di faldoni e convinti che nessun algoritmo potrà mai risolvere le beghe tra i vicini del terzo piano. E sapete una cosa? Hanno torto entrambi.

    Come ripeto spesso durante le mie lezioni e negli eventi sull’AI generativa, l’approccio vincente è un altro: il pragmatismo. Non serve innamorarsi ciecamente della tecnologia, ma sfruttarla per faticare meno. Meno tempo sprecato a fare i passacarte, più tempo per curare le relazioni umane e le vere criticità degli stabili che gestite.

    Durante l’intervista ho provato a smontare qualche falso mito. L’errore più comune? Partire dallo strumento invece che dal processo. Mettiamo che vi serva un verbale d’assemblea pulito, senza impazzire a sbobinare voci accavallate in una sala riunioni rumorosa. Invece di buttarvi a capofitto su ChatGPT sperando nei miracoli, usate strumenti come Claude o piccoli registratori hardware per separare le tracce audio, e solo dopo chiedete alla macchina: «prendi questi appunti e fammi il verbale».

    Oppure prendiamo il caso dei preventivi. Vi arrivano cinque offerte diverse per rifare una facciata. Invece di girare ai condomini dei mattoni illeggibili, date tutto in pasto a Gemini Notebook (ex NotebookLM) di Google. Grazie a una tecnologia chiamata RAG, questo sistema crea una tabella comparativa citando in modo esatto la fonte di ogni singolo numero. Niente allucinazioni: solo dati concreti e verificabili.

    A proposito di libri, in trasmissione ho portato un piccolo colpo di scena: ho preso il mio ultimo manuale sull’intelligenza artificiale per gli amministratori e l’ho trasformato in un chatbot. Esatto: ho dato l’intero volume in pasto a un’AI e l’abbiamo interrogata in diretta, chiedendole di fare un preventivo per uno studio che gestisce dieci condomini e di stilare un piano di adozione tecnologica spalmato su due anni. Ha risposto in modo impeccabile, dimostrando che l’algoritmo non è qui per rubarvi il lavoro, ma per diventarne il miglior facilitatore.

    Come insegnava Daniel Kahneman in merito ai pensieri lenti e veloci, stiamo delegando una parte del nostro carico cognitivo. Stiamo letteralmente costruendo un “secondo cervello” per la nostra agenzia. E se volete farvi trovare pronti a livello SEO e GEO sul vostro territorio, ricordatevi che l’AI non sa che lavorate in una provincia specifica finché non glielo insegnate. Il segreto è il contesto: più addestrate i modelli sulle vostre specificità locali e sui vostri storici (magari integrandoli in un buon software CRM), più l’intelligenza artificiale lavorerà per voi, e non viceversa.

    Ecco dove rivedere la mia intervista a Mario Moroni:

    Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

    Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

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    Per chi vuole passare dalla panoramica sugli strumenti AI a un percorso operativo in Microsoft 365, e disponibile il corso Microsoft Copilot per aziende e professionisti.

     

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    Dalla gestione delle assemblee ai verbali automatici, fino agli agenti AI: ecco cosa è emerso durante il convegno ANACI Treviso dedicato all’intelligenza artificake che si è tenuto il 15 maggio 2026 presso Infinite Area di Montebelluna (TV).

    “L’IA entra in condominio”, una giornata dedicata agli strumenti pratici per amministrare gli immobili del futuro.

    Durante l’evento si è parlato di chatbot, automazioni, cybersecurity, verbali automatici, analisi documentale e agenti AI. Il focus non era la fantascienza, ma l’uso concreto dell’intelligenza artificiale nella quotidianità degli studi di amministrazione condominiale.

    Tra i relatori anche Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech, formatore e docente di Net Marketing e AI generativa, che ha mostrato casi reali di applicazione dell’AI nel lavoro degli amministratori.

    L’IA entra in condominio: il riassunto dello speech

    Quando mi chiedono che lavoro faccio, ogni tanto faccio fatica a rispondere in modo semplice. Mi occupo di digitale da così tanto tempo che, quando ho iniziato, Google non esisteva ancora. Sul serio: Google è nato nel 1998. Io in quegli anni raccontavo già tecnologia, prima come giornalista e poi come formatore.

    Ho avuto la fortuna di vedere nascere tutte le grandi rivoluzioni digitali degli ultimi venticinque anni: Internet, l’e-commerce, i social network, gli smartphone, il cloud, il metaverso e oggi l’intelligenza artificiale.

    Ed è proprio sull’intelligenza artificiale che oggi c’è più disorientamento.

    Con Internet, tutto sommato, abbiamo capito abbastanza in fretta cosa stava succedendo. Prima mandavi lettere, poi le email. Prima distribuivi volantini, poi aprivi un sito web. Prima andavi in negozio, poi arrivava Amazon.

    L’intelligenza artificiale invece è diversa. Perché dà la sensazione di essere “umana”.

    Il momento simbolico di questa rivoluzione è stato il 30 novembre 2022: il giorno in cui OpenAI ha lanciato ChatGPT. Senza grandi campagne pubblicitarie. Non servivano. Bastava che qualcuno iniziasse a usarlo perché diventasse virale.

    Ricordo ancora la prima volta che l’ho provato. In rete girava già una battuta: “È finita, non faremo più i compiti”. Perché gli usi pratici le persone li capiscono subito.

    Il punto però non è che l’AI pensa davvero come un essere umano. Funziona in modo molto diverso. ChatGPT, tecnicamente, calcola la probabilità della parola successiva. È un gigantesco sistema statistico.

    Eppure, se ci pensi bene, anche noi esseri umani facciamo qualcosa di simile.

    Quando dico: “Garibaldi fu…”, quasi tutti rispondono “ferito”. Non perché abbiate analizzato razionalmente tutte le possibilità storiche, ma perché il cervello fa un’associazione probabilistica basata sull’esperienza.

    La differenza vera è che noi abbiamo emozioni, un corpo, esperienze fisiche. L’intelligenza artificiale simula emozioni, ma non le prova.

    Per questo non dobbiamo avere un approccio apocalittico. L’AI non è un mostro che prenderà il controllo del mondo. È uno strumento.

    E come tutti gli strumenti, dipende da come lo usiamo.

    Io non credo che l’intelligenza artificiale sostituirà gli amministratori di condominio. Anzi. Credo che possa liberare tempo prezioso da tutte quelle attività ripetitive e burocratiche che oggi vi portano via energie inutilmente.

    Pensiamo ai verbali di assemblea. Oggi puoi registrare una riunione e ottenere automaticamente una trascrizione organizzata e strutturata. Questo non elimina il vostro lavoro. Vi permette di dedicarvi alla parte davvero importante: le relazioni, la mediazione, il problem solving.

    Perché il vostro mestiere non è compilare moduli. Il vostro mestiere è gestire persone.

    Ed è proprio qui che entra in gioco la vera opportunità.

    L’AI può aiutarvi a:

    • compilare automaticamente documenti e moduli;
    • confrontare preventivi;
    • tradurre comunicazioni in più lingue;
    • analizzare contratti e sentenze;
    • creare verbali;
    • gestire email;
    • organizzare documentazione;
    • riassumere riunioni;
    • produrre infografiche e video esplicativi.

    Oggi esistono strumenti incredibili. Alcuni sono quasi gratuiti.

    Uno dei più potenti, secondo me, è Gemini Notebook (ex NotebookLM) di Google. Perché non si limita a “inventare” risposte: lavora sui documenti che caricate voi e vi mostra sempre la fonte esatta da cui prende le informazioni.

    Questo cambia tutto.

    Vuol dire poter caricare:

    • regolamenti condominiali;
    • bilanci;
    • contratti;
    • scansioni;
    • verbali;
    • preventivi;
    • planimetrie.

    E interrogare l’intero archivio in linguaggio naturale.

    Posso chiedere:
    “Qual è il colore autorizzato per le tende?”
    oppure:
    “Quale preventivo include due pulizie settimanali?”

    E ottenere la risposta immediata con il riferimento preciso al documento originale.

    La vera rivoluzione però non sono più i chatbot.

    Siamo già entrati nell’era degli agenti AI.

    Un chatbot risponde alle domande. Un agente agisce.

    Può cercare informazioni, navigare siti web, compilare moduli, organizzare dati, fare acquisti, prenotazioni, confronti.

    Ho visto agenti AI:

    • compilare bandi pubblici;
    • cercare clienti;
    • analizzare immobili;
    • sistemare problemi grafici su siti web;
    • fare spesa online autonomamente.

    E siamo solo all’inizio.

    Questo non significa che l’essere umano sparirà. Significa che cambierà il valore del lavoro umano.

    Le attività meccaniche verranno compresse. Quelle relazionali diventeranno ancora più importanti.

    Per questo continuo a ripetere una frase che secondo me sintetizza perfettamente il momento che stiamo vivendo: non è l’intelligenza artificiale che ti ruba il lavoro. È qualcuno che la sa usare meglio di te.

    Le slide del mio intervento

    Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

    Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

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    Uso un’app per trascrivere le riunioni online.

    – Non si sente.
    – Hai il microfono spento (mimando).
    – Ma mi vedete?
    – Sfocato.
    – Ho esagerato con la sfumatura dello sfondo. E adesso?
    – Ti sentiamo ma non ti vediamo più.
    – Adesso mi sentite?
    – Male, ma purtroppo sì.
    – C’è un ritorno audio, voi due che siete nella stessa stanza, fate qualcosa perdio, che già c’ho il mal di testa.
    – Chi sta digitando come un fabbro medievale? Spegnete i microfoni.
    – Accendete le telecamere.
    – Scusate, non posso accendere la telecamera perché sono in smart e mio marito è in mutande.
    – Ora mi sentite?
    – Scrivi in chat.
    – Non posso scrivere in chat, è bloccata.
    – Scusate, ero in muto e parlavo da cinque minuti. Devo ripetere tutto daccapo?
    – Condividi lo schermo.
    – Non ho il tasto condivisione.
    – È vicino al tasto del microfono.
    – Non ho il tasto del microfono.
    – È vicino al tasto della telecamera.
    – Non vedo più niente, aiuto, mi è sparito Teams.
    – Aspettiamo altri due minuti che arrivino tutti.
    – Qualcuno chiama Marco per dirgli che la call è iniziata?
    – Marco non c’è, è andato via. Ah ah ah.
    – Ma se l’ho visto alla macchinetta del caffè! Aspe’ che provo a chiamarlo sul cell.
    [si sente un cellulare squillare]
    Marco risponde: “Pronto, scusa, sono in una call, posso richiamarti?”
    – Ora mi sentite? Ho cambiato le cuffie.
    – Ti sentiamo, ma come fai a essere qui se non ti avevamo invitato alla riunione?
    – Non è la riunione delle 16?
    – Sono le 10 del mattino, vedi tu.
    – Bene, direi che possiamo chiudere qui. Vi mando il link per la prossima call che inizia tra due minuti.

    Durata della call: 1 ora e 47 minuti.

    Dimmi la verità: quanti token consumi al giorno con l’AI?

    Se la risposta è “non lo so”, ecco il primo allarme della nuova puntata dei Garagisti Tech che Gianluca Testa appena pubblicato. Perché nella Silicon Valley ormai non è più una domanda tecnica. È diventata una competizione interna.

    E mentre i giganti dell’AI si fanno guerra sui consumi, in Europa entra in vigore il primo regolamento globale sull’intelligenza artificiale. Che fine farà l’Italia in questa partita?

    Il Garage si sporca le mani

    Il format è sempre lo stesso: tre ospiti, una puntata, una sfida settimanale. Stavolta c’era, con me, Alessandro Curioni (esperto di cybersecurity), oltre ovviamente a Gianluca Testa, l’host che tiene insieme i pezzi come un direttore d’orchestra. L’obiettivo rimane uno: portare a casa tre o quattro bulloni concreti da usare subito. Niente lezioni accademiche, solo spunti operativi.

    I sette temi della settimana

    1. Tokenmaxxing — La gara a chi brucia più AI

    Iniziamo con la follia vera. A Meta, tra gli 85.000 dipendenti, esiste una classifica interna di consumo. Il primo ha bruciato 281 miliardi di token in un mese. Sì, miliardi.

    Jensen Huang di Nvidia ha detto una cosa che vi farà venire la pelle d’oca: un ingegnere che guadagna 500.000 dollari l’anno e non consuma token gli fa venire i brividi. Tradotto: se non usi AI in modo massivo, stai cazzeggiando.

    La domanda che nessuno pone: dove si contabilizza questo costo? Nelle spese di R&D? Nel budget di prodotto? E soprattutto: i prezzi dell’AI seguiranno la stessa curva dei social network (crollo drammatico dopo il boom)? O rimarranno stratosferici?

    Ecco come funziona nella pratica. Un token è l’unità base di computazione. Una parola in inglese ≈ 1-2 token. Una frase intera ≈ 10-20 token. Se un’azienda esegue milioni di prompt al giorno per ottimizzare processi, ricerca, training interno… i numeri esplodono. E il costo con loro.

    2. Claude Mythos — Il modello che spaventa la cybersecurity

    Qui mi tocca essere franco (anche se potrebbe sembrar di parte): il nuovo modello di Anthropic rappresenta un salto qualitativo non marginale.

    Nel contesto della cybersecurity, il salto che Anthropic ha fatto col nuovo Claude è significativo. In alcuni scenari, si avvicina pericolosamente a quello che definiamo come “assaggio di AGI“ — cioè a comportamenti che non sono più prevedibili e controllabili con i metodi tradizionali.

    Non è solo una questione di capacità brute (numero di token processati). È la qualità del ragionamento e la capacità di affrontare problemi mai visti prima.

    Cosa significa nella pratica? Che gli analisti di cybersecurity devono ricalibrare i loro modelli di difesa. La sicurezza basata su “pattern matching” è già morta (lo era da prima). Ora serve sicurezza predittiva. Cioè: anticipare il pericolo prima ancora che si manifesti.

    3. Palantir — +85% di ricavi. L’AI al servizio del potere

    Ecco un dato che ti fa sedere.

    1,63 miliardi di dollari di ricavi nel primo trimestre 2026. La società di Peter Thiel ha trovato la sua miniera d’oro nei corridoi del potere. Non nella Silicon Valley dei sogni. Nei bunker della difesa, dell’intelligence, del controllo.

    L’AI per il controllo è già realtà. Non teoria. Non fantascienza. È il prodotto che vende più di tutti gli altri messi insieme.

    È una riflessione che non piace a molti (soprattutto nei circoli startup che ancora credono all’AI come “forza del bene”). Ma è la verità nuda e cruda.

    4. AI in Sanità — La corsa più importante

    Qui c’è il tema che mi sta più a cuore: OpenAI, Anthropic, Google, Amazon, Perplexity. Tutti muoviamo insieme verso la salute digitale. Strade diverse, stessa direzione.

    La sanità è il prossimo grande mercato dell’AI. Diagnosi assistite, previsione di patologie, ottimizzazione dei percorsi terapeutici.

    Ma quale è il rischio? Che il modello medico occidentale (ancora troppo incentrato su dati storici, su casistiche localizzate) si scontri con sistemi AI addestrati su dataset globali senza contesti locali. Un algoritmo che funziona per la cardiologia in Silicon Valley potrebbe essere inadeguato per un paziente in Calabria.

    5. Meta-Manus: il deal bloccato da Pechino

    La Cina ha fermato l’integrazione di Manus in Meta. Non permessi. Fine della storia.

    È la guerra tecnologica USA-Cina che si combatte ormai anche sul fronte degli agenti intelligenti. Chi controlla gli agent AI controlla il flusso di informazioni e decisioni del domani.

    6. EU AI Act — Dal 2 agosto 2026 è legge

    Questa è la notizia che vi dovrebbe tenere svegli di notte (se siete in azienda, ovviamente).

    Il primo regolamento globale sull’AI entra in vigore. Sanzioni fino a 35 milioni di euro o il 7% del fatturato globale, a seconda di quale sia maggiore.

    Le aziende italiane sono pronte? Spoiler: la maggior parte non sa nemmeno da dove vengono i dati che usa. Non sa tracciare il lineage dei propri modelli. Non ha governance on AI.

    Questo non è un problema “fra tre anni”. È un problema adesso.

    7. Polymarket — Quando la verità diventa una scommessa

    400 milioni di dollari al giorno scommessi su guerre, elezioni, catastrofi naturali. La piattaforma su blockchain che ha “previsto” l’esito delle elezioni USA prima dei media tradizionali.

    Strumento di informazione onesto oppure il più grande clickbait finanziario della storia?

    Ecco il bullone della puntata: i mercati predittivi non sostituiscono l’analisi. Ma dove i soldi veri incontrano le previsioni, il segnale è spesso più onesto del consenso mediatico. Perché puoi mentire in TV. Non puoi mentire quando rischi denaro vero.

    Guarda la puntata completa

    Tutta la conversazione completa — gli approfondimenti, le battute, i momenti di scontro costruttivo tra noi tre — è su YouTube:

    Cosa puoi fare adesso

    • Se lavori in azienda con un team tech: guarda il pezzo su AI Act e poi convoca il vostro DPO. Non rimandare.
    • Se usi Claude o altra AI quotidianamente: inizia a monitorare il tuo consumo di token. È il primo segnale di come stai usando lo strumento.
    • Se lavori in sanità, sicurezza o difesa: il pezzo su Palantir e Claude Mythos ti riguarda. Davvero.

    Ti è piaciuto? Dimmi nei commenti: quale argomento ti ha sorpreso di più? Pensi che l’Italia sia pronta per l’AI Act? Hai già testato gli agenti intelligenti?