Diciamocelo: fino a ieri con i chatbot ci limitavamo a chiacchierare. Chiedevamo un testo, ricevevamo una risposta e poi toccava a noi fare il lavoro sporco di copia-incolla, formattazione e organizzazione. Claude Cowork di Anthropic sposta l’asticella più in là. Non è più solo questione di “cosa sa”, ma di “cosa sa fare”.

Siamo entrati nell’era degli agenti. E no, non è un tecnicismo per addetti ai lavori: è la possibilità di dare in pasto all’intelligenza artificiale una cartella del nostro PC e dirle «lavora qui dentro». Per capire quanto questa funzione sia esaltante, ho messo alla prova il sistema con tre test decisamente diversi tra loro.

Primo caso: il bibliotecario musicale

Ho preso una cartella zeppa di tracce audio, per lo più MP3. Il compito? Analizzare tutto e creare un file Excel ordinato con artista, titolo e note. Claude non si è limitato a leggere i metadati: ha pianificato l’azione, ha creato fisicamente un file .xlsx e lo ha salvato nella sandbox. In pochi secondi, quello che sarebbe stato un pomeriggio di noia si è trasformato in un database pronto all’uso.

Secondo caso: il consulente editoriale

Qui ho alzato il tiro. Gli ho dato accesso a tutti i libri che ho scritto finora. Gli ho chiesto di leggerli, assimilarli e poi — ed è qui che avviene la magia — di propormi cinque idee per nuovi libri che non ho ancora scritto, ma che siano coerenti con il mio percorso. Il risultato? Spunti intelligenti, riflessioni che non “allucinano” ma che costruiscono sul già esistente. Un vero supporto al pensiero critico.

Terzo caso: il designer di PowerPoint

Questa è forse la prova più sorprendente. Ho caricato una presentazione della mia startup, Link&Lead, e gli ho chiesto di analizzarne non solo il contenuto, ma lo stile grafico. Poi gli ho dato un nuovo argomento: la gamification applicata all’intelligenza artificiale. Claude ha creato una nuova presentazione replicando il mio stile: barra rossa verticale, font specifico, griglia dei contenuti. Impressionante quanto si sia avvicinato all’originale.

Questione di sicurezza

C’è un punto fondamentale da sottolineare: la sandbox. Claude Cowork non gira libero per il vostro hard disk. Lavora in un ambiente isolato, una cartella specifica che decidete voi. Può leggere, scrivere e correggersi da solo in quel perimetro, ma non può sbirciare altrove. È la garanzia di sicurezza che serve oggi per integrare l’IA nel flusso di lavoro professionale senza patemi.

Il verdetto è chiaro: Claude Cowork è il compagno di scrivania che stavamo aspettando. Forse è arrivato il momento di riconsiderare chi sia il vero leader nella sfida tra i grandi modelli linguistici.

Guarda il video

 

Tutti parlano di AI che scrive al posto tuo. Nessuno parla di AI che legge, decide e acquista al tuo posto. Eppure è già successo, e un tribunale americano ha appena tracciato la prima linea di confine.


Hai presente la discussione infinita sul ghost writing con l’AI? Quella in cui ci si chiede se sia etico usare ChatGPT e Claude per scrivere un articolo, un post LinkedIn, una lettera di motivazione? Capisco. È una domanda legittima. Ma mentre noi siamo lì a discutere se dichiarare o meno l’uso dell’AI nella scrittura, ci stiamo perdendo il problema vero. Quello più sottile. Quello che arriva in silenzio, senza che te ne accorga. Non è l’AI che scrive al posto tuo. È l’AI che legge, filtra e decide al posto tuo. Benvenuto nell’era del ghost reading.


Amazon ha fatto causa a Perplexity, e il motivo è illuminante

A marzo 2026, un giudice federale di San Francisco ha emesso un’ingiunzione a favore di Amazon contro Perplexity AI. Il caso: Perplexity ha lanciato Comet, un browser-agente basato su AI in grado di navigare il web e (con il consenso dell’utente) fare acquisti su Amazon in completa autonomia. Nessun confronto di prezzi manuale. Nessuna lettura delle recensioni. Nessuna scelta personale. L’agente compra, e basta.

Amazon non ha gradito. E non solo per questioni tecniche di accesso non autorizzato. La parte interessante è questa: Amazon ha sostenuto che l’uso di Comet “peggiora in modo significativo l’esperienza del cliente” perché rimuove elementi fondamentali del suo ecosistema. Quali elementi? Le raccomandazioni personalizzate, le promozioni e i risultati sponsorizzati. Tradotto in italiano: Amazon non vuole che una macchina compri al posto tuo perché così non riesce più a influenzarti (vedi le armi d. Fermati un secondo su questa cosa. È più importante di quanto sembri.


Il vero modello di business di ogni piattaforma si chiama “attenzione umana”

Amazon, Google, Facebook, TikTok: tutti questi sistemi funzionano perché tu (persona in carne e ossa) guardi, scegli, ti lasci tentare. Se un agente AI fa tutto al posto tuo, la piattaforma perde il suo oggetto del desiderio: la tua attenzione, le tue esitazioni, i tuoi clic. Perde la capacità di mostrarti quel prodotto sponsorizzato proprio quando stai per cedere.

L’AI agente non esita davanti a una promozione. Non si fa distrarre da “Spesso comprato insieme”. Non cade nel bias dell’ancoraggio quando vede che il prezzo è stato “ridotto” da 99 € a 79 €.

È un consumatore perfetto nel senso più letterale del termine: non si fa fregare. E questo, paradossalmente, è esattamente il problema.


Kahneman, il “sistema zero” e la delega silenziosa

Conosci il lavoro di Daniel Kahneman? (Se non lo conosci, corri a comprare Pensieri lenti e veloci (è tra i testi che suggerisco qui). È uno di quei libri che ti cambia il modo di vedere tutto.)

Kahneman ha descritto due modalità di pensiero:

  • Sistema 1: veloce, intuitivo, automatico. Quello che ti fa sentire fame vedendo una pizza in TV.
  • Sistema 2: lento, deliberato, analitico. Quello che usi per fare i calcoli sul mutuo.

Oggi i ricercatori parlano di un terzo livello: il Sistema zero (vedi qui).

Non è tuo, è dell’AI.

Il Sistema 0 è uno strato pre-cognitivo che si interpone tra il mondo e il tuo cervello. L’AI seleziona, filtra, sintetizza e ti presenta una realtà già pre-digerita, prima ancora che tu abbia il tempo di attivare il Sistema 1 o il Sistema 2. Non è fantascienza, è già la nostra quotidianità. Quando chiedi a ChatGPT “cosa leggo sull’argomento X?” e accetti la risposta senza verificarla, hai attivato il Sistema 0. Hai delegato la selezione cognitiva a una macchina.


Cosa dicono i ricercatori (e non è tranquillizzante)

Ho cercato studi recenti sull’argomento. Eccone tre che vale la pena conoscere.

Studio 1 — Il lettore passivo (Arxiv, aprile 2025)

Ricercatori dell’Università di Washington hanno analizzato 124 sessioni in cui studenti universitari usavano AI per leggere i testi del corso (“Supporting Students’ Reading and Cognition with AI”, Fu & Hiniker, arXiv:2504.13900).

Risultato iniziale incoraggiante: nelle prime sessioni, gli studenti usavano l’AI per analisi e valutazioni complesse (pensiero di ordine superiore). Ma nel tempo, settimana dopo settimana, il pattern cambiava. Gli studenti convergevano verso un uso sempre più passivo. Sempre meno domande critiche. Sempre più “dimmi tu cosa dice questo testo”.

La delega cognitiva si installa gradualmente, come un’abitudine.

Studio 2 — Proteggere la cognizione umana (Arxiv, febbraio 2025)

Un paper della Stanford University (“Protecting Human Cognition in the Age of AI”, Singh et al., arXiv:2502.12447) fotografa un rischio sistemico: l’adozione massiva di AI generativa sta rimodellando profondamente il modo in cui gli esseri umani si relazionano con l’informazione, ragionano e apprendono.

Il problema non è l’AI in sé. È che i novizi (gli studenti, chi non ha ancora solide basi disciplinari) rischiano di sviluppare competenze cognitive atrofizzate, avendo sempre qualcuno (qualcosa) che pensa al loro posto nelle fasi cruciali dello sviluppo intellettuale.

Studio 3 — L’agente che compra per te (Arxiv, 2025)

Il paper “What Is Your AI Agent Buying?” (arXiv:2508.02630) esamina direttamente il fenomeno del commercio agentivo: AI che acquistano in autonomia per gli utenti, con minima supervisione umana. I ricercatori hanno trovato che c’era solo il 2% di sovrapposizione nelle scelte esatte tra gli agenti AI e i consumatori umani.

Due per cento.

Significa che l’agente AI, comprando “per te”, sta in realtà comprando per sé — sulla base di logiche proprie, non delle tue preferenze reali.


Ma attenzione: non è tutto negativo

Sarei disonesto se dipingessi solo il lato oscuro. La delega cognitiva ha aspetti genuinamente preziosi.

Accessibilità reale. Per chi ha difficoltà di lettura, dislessia, o non padroneggia la lingua di un testo tecnico, l’AI che sintetizza e semplifica è una conquista di civiltà. Non una minaccia.

Efficienza nelle decisioni a basso rischio. Delegare all’AI la ricerca del volo più economico o la comparazione di tariffe assicurative è razionale. Libera tempo cognitivo per le decisioni che contano davvero.

Personalizzazione genuina. Un agente AI che conosce bene le tue preferenze (e le rispetta davvero) potrebbe farti scoprire cose che da solo non avresti mai trovato, senza le distorsioni degli algoritmi di engagement progettati per venderti pubblicità.

Il problema non è la delega in sé. È la delega inconsapevole: quella che avviene senza che tu te ne accorga, senza che tu abbia scelto deliberatamente di farlo.


Gli esempi concreti che ti riguardano (più di quanto pensi)

Andiamo sul concreto. Questi scenari di ghost reading li stai già vivendo, anche se non li hai etichettati così.

  • Il riassunto che diventa l’unico testo. Carichi un PDF su Gemini Notebook (ex NotebookLM) o ChatGPT, chiedi il riassunto, e non apri mai il documento originale. L’AI ha letto per te. Ha scelto cosa è importante. Ha deciso cosa puoi ignorare.
  • La rassegna stampa filtrata. Usi un AI per “tenerti aggiornato” su un settore. Ma l’AI seleziona le fonti, pesa le notizie, decide il tono. Il tuo “aggiornamento” è già una realtà pre-interpretata.
  • Il consiglio di acquisto diretto. “Qual è il miglior laptop sotto i 1.000 euro?” — e compri quello che ti dice l’AI senza verificare le recensioni, senza considerare le alternative, senza chiederti se le tue esigenze specifiche corrispondono ai criteri usati dalla macchina.
  • L’agente che gestisce la tua inbox. Esistono già strumenti che leggono la tua email, decidono cosa è urgente, archiviano il resto. Tu vedi solo ciò che l’AI ha scelto di farti vedere.
  • La ricerca accademica delegata. Uno studente chiede all’AI “cosa si dice su questo argomento” invece di leggere le fonti primarie. L’AI costruisce una sintesi. Lo studente la riporta come “la letteratura”. Il problema? L’AI può sbagliare, sintetizzare in modo distorto, omettere voci critiche.

Il paradosso del consumatore perfetto

Torno al caso Amazon-Perplexity, perché è il più rivelatore.

Un agente AI che compra per te è, tecnicamente, un consumatore razionale: confronta prezzi, ignora i bias cognitivi, non cade nelle trappole di marketing. Dovrebbe essere una cosa buona, no?

Eppure Amazon ci ha fatto una causa.

Perché la “razionalità” dell’agente AI è una razionalità diversa dalla tua. Non tiene conto del piacere di scoprire qualcosa di inaspettato mentre fai shopping. Non tiene conto del fatto che a volte vuoi lasciarti tentare. Non tiene conto delle tue preferenze etiche verso certi brand. Non tiene conto di come ti senti quel giorno.

E soprattutto: non capisci davvero come ha scelto.

L’opacità degli algoritmi di decisione è il vero rischio del ghost reading. Quando deleghi la scrittura a un AI, il testo è lì — puoi leggerlo, correggerlo, riappropriartene. Quando deleghi la lettura e la scelta, non hai più nemmeno quella possibilità.


La domanda che devi porti

La prossima volta che stai per delegare a un’AI una lettura, una sintesi, una decisione d’acquisto, fermati un secondo e chiediti:

Sto scegliendo io di non leggere? O sto semplicemente smettendo di leggere senza averlo deciso?

C’è una differenza enorme tra usare l’AI come uno strumento consapevole — un assistente che ti aiuta a fare meglio quello che vuoi fare — e lasciare che l’AI diventi la tua interfaccia con la realtà.

Il ghost writer ti toglie la voce, il ghost reader ti toglie la mente. Decidi tu quale dei due ti preoccupa di più.

Hai mai avuto la sensazione di passare metà della giornata a fare cose che, in fondo, non richiedono davvero il tuo cervello? Compilare tabelle. Creare presentazioni. Cercare file in rete e salvarli uno per uno. Montare video. Riscrivere il curriculum per l’ennesima candidatura. Lavoro vero, certo. Ma lavoro ripetitivo. Il tipo di lavoro che, ogni volta che lo fai, senti che stai sprecando qualcosa. Tempo. Energia. Neuroni.

Ecco il punto: esiste già uno strumento che può fare tutto questo al posto tuo. Si chiama Genspark, è un agente AI (cioè un sistema di intelligenza artificiale capace di agire in autonomia sul tuo computer, non solo di rispondere a domande), ed è già operativo.

Ho testato le sue funzionalità in una serie di video sul mio canale YouTube. In questo articolo ti racconto cosa fa, come funziona e — soprattutto — dove puoi vederlo in azione.


Cos’è Genspark? Una definizione pratica

Genspark è una piattaforma di agentic AI sviluppata in Cina e lanciata a livello globale nel 2024. Il termine “agentic” (dall’inglese agent, agente) indica un sistema AI che non si limita a generare testo in risposta a una domanda, ma esegue azioni in modo autonomo: cerca informazioni in rete, apre applicazioni, crea file, scarica contenuti, compila moduli. In pratica: tu scrivi un prompt (un’istruzione, un comando in linguaggio naturale) e Genspark si mette al lavoro come un assistente umano.

La differenza rispetto a ChatGPT o Claude è sostanziale. Quelli sono strumenti di conversazione e generazione di contenuti. Genspark è uno strumento di automazione operativa.

Andiamo sul concreto. Ecco cosa fa.


5 cose che Genspark fa già al posto tuo

1. Compila i file Excel (recuperando i dati dalla rete)

Si parla molto di agentic AI in prospettiva: gli agenti faranno questo, faranno quello… Bello. Ma cosa fanno adesso, nel concreto?

Una delle prime cose che ho testato è stata chiedere a Genspark di creare un foglio Excel con le offerte di lavoro del mio settore nella mia zona, raccogliendo i dati direttamente dal web. Risultato: un file strutturato, compilato in automatico, senza che io muovessi un clic.

Questa funzionalità è già matura e utilizzabile. Se lavori con dati che vengono da fonti online — offerte, prezzi, notizie, classifiche — puoi delegare la raccolta a Genspark e occuparti solo dell’analisi.

🎬 Guarda il video: Genspark, l’agente che compila i file Excel al posto tuo (26 maggio 2025 · 3 min)


2. Crea presentazioni da zero (senza aprire PowerPoint)

Fare slide ti stressa? Benvenuto nel club. (Ho perso il conto di quante ore ho trascorso a sistemare bullet point e allineamenti che nessuno ha mai letto davvero.)

Con Genspark puoi generare una presentazione completa partendo da un semplice prompt. Titoli, punti chiave, struttura, immagini: tutto pronto in pochi minuti. Non è magia, è intelligenza artificiale al servizio di chi ha una scadenza e zero voglia di aprire PowerPoint.

Attenzione: il risultato non è ancora quello di un designer professionista. Ma per una prima bozza, per un brainstorming strutturato, o per un documento interno, funziona già molto bene.

🎬 Guarda il video: L’agente Genspark crea le slide al posto tuo (5 giugno 2025 · 4 min)


3. Scarica file dalla rete (con un solo prompt)

Quante volte hai fatto questa cosa: cercare immagini (o documenti, o PDF) su Google, aprirle una per una, salvarle in una cartella, rinominarle? Noia pura.

Genspark AI Drive è il sistema di “Full Agentic Download Agent” sviluppato dalla piattaforma per trasformare l’agente AI in un vero e proprio spazio di lavoro digitale. Cerchi, scarichi, organizzi: tutto con un comando testuale.

Nel video ho mostrato come l’agente abbia cercato e scaricato per me una serie di immagini dalla rete in modo completamente autonomo. È una funzionalità che, nelle mani giuste, fa risparmiare ore.

🎬 Guarda il video: L’agente Genspark scarica i file dalla Rete al posto tuo (18 agosto 2025 · 1,5 min)


4. Modifica i tuoi video (con Genspark Clip Genius)

Questa è quella che mi ha sorpreso di più. Passare ore a montare un video potrebbe diventare, a breve, un lontano ricordo. Con Genspark Clip Genius basta descrivere quello che vuoi nel prompt e l’agente modifica le clip al posto tuo.

Disclaimer onesto: il risultato attuale non è professionale. Non aspettarti la qualità di un video editor esperto. Ma per contenuti social, pillole informative, reel veloci? Il risparmio di tempo è già tangibile.

E ricorda: questi strumenti migliorano ogni settimana. Quello che vedi oggi è già obsoleto rispetto a quello che vedrai tra tre mesi.

🎬 Guarda il video: Il futuro del video editing: l’agente Genspark modifica le clip al posto tuo (7 settembre 2025 · 5 min)


5. Personalizza il tuo CV per ogni candidatura

Questo è il video che ha generato più interesse (quasi 2.000 visualizzazioni in poche settimane, il che, sul mio canale, significa che hai toccato un nervo scoperto).

Il problema che tutti conoscono: hai un curriculum standard e ogni offerta di lavoro richiederebbe una versione personalizzata. Nessuno lo fa, perché richiede tempo. Risultato: mandi sempre lo stesso CV e ti chiedi perché non ti rispondono.

Con Genspark puoi partire da un’offerta di lavoro, dal tuo CV e dal tuo profilo LinkedIn e chiedere all’agente di riscrivere il curriculum per quella specifica candidatura, valorizzando le competenze più pertinenti. L’ho testato in diretta nel video.

🎬 Guarda il video: Lavoro: usare l’AI per personalizzare il CV (con l’agente Genspark) (8 marzo 2026 · 2 min)


Genspark è già abbastanza maturo per usarlo?

Risposta onesta: dipende dall’uso.

Per compiti operativi e ripetitivi — raccolta dati, bozze di documenti, automazione di processi semplici — la risposta è sì. È già utile, già oggi.

Per compiti ad alta qualità — video professionali, presentazioni da consegnare a un cliente importante, candidature per posizioni strategiche — la risposta è: usalo come punto di partenza, non come prodotto finito.

Il rischio più comune con questi strumenti è uno solo: aspettarsi troppo (e rimanere delusi) oppure aspettarsi troppo poco (e non usarli per nulla). La via di mezzo è la più produttiva.


Come iniziare con Genspark

Tre passi per partire senza perdere tempo:

  • Vai su genspark.ai e crea un account gratuito. Non serve installare nulla.
  • Scegli un compito ripetitivo che fai regolarmente e che non richiede giudizio critico. Quello è il tuo primo terreno di sperimentazione.
  • Scrivi un prompt specifico, non generico. “Crea un file Excel con le offerte di lavoro per social media manager a Milano degli ultimi 30 giorni” funziona molto meglio di “trovami lavoro”.

Come per qualsiasi strumento, la curva di apprendimento esiste. Ma è breve. E il ritorno sull’investimento di tempo si vede subito.


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Qualche anno fa, per ascoltare un audiolibro dovevi comprare una cassetta (sì, una musicassetta, col nastro!). Oggi puoi non solo ascoltarli ovunque, ma anche produrli tu stesso, con gli strumenti che hai già in tasca o sul tuo computer. Gratis.

Eppure, la maggior parte degli autori e degli aspiranti narratori guarda il mondo dell’audiolibro come fosse riservato a chi ha uno studio di registrazione professionale, un tecnico del suono e un budget da piccola casa editrice. Non è così: in questo articolo te lo dimostro passo dopo passo.


Il mercato degli audiolibri sta esplodendo. Peccato che quasi nessuno se ne accorga

Il settore globale degli audiolibri vale già oltre 6 miliardi di dollari l’anno (30 miliardi entro il 2030). Cresce a doppia cifra da quasi un decennio. In Italia siamo ancora indietro, il che significa (se sei un autore, un formatore, un professionista con qualcosa da dire) che sei in anticipo sul mercato. Il problema è che molti si bloccano davanti a una domanda sbagliata: “Ma quanto costa produrre un audiolibro?” La domanda giusta è un’altra: “Con cosa posso farlo senza spendere nulla?” Ecco la risposta.


Due strade, zero euro: voce umana o voce AI

Prima di partire, devi scegliere il tuo approccio. Le opzioni sono due.

La prima strada: registri tu la voce (o trovi qualcuno che lo faccia per te, anche questo a costo zero). Il risultato è più caldo, più autentico, più personale. Perfetto se sei l’autore del libro o se hai già una presenza vocale riconoscibile.

La seconda strada: usi una voce artificiale generata dall’AI. Fino a qualche anno fa, le voci sintetiche erano robotiche e insopportabili. Oggi, strumenti come ElevenLabs o Google Text-to-Speech hanno raggiunto una qualità sorprendente. E nella versione gratuita ti danno già abbastanza per cominciare.

Non c’è una strada migliore in assoluto. Dipende dal libro, dal pubblico e da quanto sei a tuo agio davanti a un microfono (anche virtuale). Qualunque tu scelga, i passi successivi sono quasi identici.


Passo 1 — Prepara il testo

Sembra ovvio. Non lo è. Leggere ad alta voce è un’arte completamente diversa dallo scrivere. Il tuo testo va adattato prima di essere registrato o dato in pasto a un’AI.

Ecco cosa fare concretamente:

  • Elimina le note a piè di pagina: nell’audio non si leggono. Trasforma le informazioni essenziali in frasi nel corpo del testo.
  • Sciogli le abbreviazioni: “es.” diventa “per esempio”, “cfr.” diventa “confronta con”, “ecc.” diventa “e così via”. Le voci AI spesso le leggono male.
  • Adatta le cifre: “1.347” va scritto “milletrecentoquarantasette” nei passaggi narrati, oppure lasciato in formato numerico se il contesto è tecnico e il lettore capisce.
  • Segnala le pause: inserisci dei punti o dei trattini lunghi dove vuoi che la voce si fermi. Funziona con le voci AI e ti aiuta come promemoria quando registri tu.
  • Crea un file pulito: niente intestazioni di capitolo doppie, niente numeri di pagina, niente simboli grafici che non hanno senso nell’audio.

Facciamo un esempio concreto. Questa frase scritta:

“Il PIL italiano è cresciuto dell’1,2% nel Q3 2024 (cfr. ISTAT, tab. 3, p. 47).”

Diventa, nella versione audio:

“Il prodotto interno lordo italiano è cresciuto dell’uno virgola due percento nel terzo trimestre del duemilaventiquattro, secondo i dati dell’ISTAT.”

Sembra un dettaglio. In realtà è la differenza tra un audiolibro professionale e un testo robotico.


Passo 2 — Scegli gli strumenti giusti (tutti gratuiti)

Se registri la tua voce

Hai bisogno di tre cose: un microfono, un software di registrazione e un luogo silenzioso.

Il microfono: il microfono del tuo smartphone è sufficiente per iniziare. I modelli recenti di iPhone e Android registrano a una qualità accettabile. Se vuoi fare un passo in più senza spendere, usa gli auricolari con microfono integrato: riducono i rumori ambientali e tengono la voce più stabile.

Il software di registrazione: usa Audacity. È gratuito, open source, disponibile per Windows, Mac e Linux. Fa praticamente tutto quello che fa un software professionale da migliaia di euro. Registra, taglia, pulisce i rumori di fondo, regola i livelli audio, esporta in MP3 o WAV.

Il luogo: il nemico numero uno della qualità audio non è il microfono, è il riverbero. Registra in una stanza piccola, con tende, tappeti e mobili imbottiti che assorbono il suono. Dentro un armadio pieno di vestiti, hai una cabina insonorizzata improvvisata. (No, non sto scherzando. Funziona davvero.)

Se usi una voce AI

Questi sono i migliori strumenti gratuiti disponibili oggi:

  • ElevenLabs (elevenlabs.io): la qualità migliore in circolazione. Il piano gratuito ti offre circa 10.000 caratteri al mese — abbastanza per un capitolo di prova. Voci in italiano disponibili.
  • Natural Reader (naturalreaders.com): interfaccia semplice, voci decenti, piano gratuito generoso. Puoi incollare il testo direttamente.
  • Balabolka (solo Windows): software desktop gratuito, usa le voci installate nel sistema operativo o quelle scaricabili online. Zero limiti di caratteri.
  • Google Text-to-Speech tramite Google Docs: seleziona il testo, vai su Strumenti → Accessibilità e attiva la lettura ad alta voce. Non è perfetto, ma per testare è immediato.

Passo 3 — Registra (o genera) il tuo audio

Ci siamo. È il momento di produrre il file audio.

Se registri tu

Segui questo protocollo:

  1. Registra per capitoli, non per l’intero libro in un’unica sessione. Perdi la voce. Perdi la concentrazione. I file diventano enormi e difficili da gestire.
  2. Prima di ogni sessione, registra 10 secondi di silenzio nella stessa stanza. Audacity li usa per creare un “profilo del rumore di fondo” e pulire automaticamente tutta la registrazione.
  3. Usa la funzione Noise Reduction di Audacity: Effetti → Riduzione del rumore → Ottieni il profilo del rumore → applica a tutto il file.
  4. Parla più lentamente del normale. La velocità media della lettura narrativa è di circa 130-150 parole al minuto. Quella conversazionale è di 180-200. Rallenta, articola, respira.
  5. Esporta ogni capitolo come file MP3 a 128 kbps. È il formato standard per gli audiolibri.

Se usi una voce AI

Con ElevenLabs, per esempio, il processo è questo:

  1. Crea un account gratuito su elevenlabs.io.
  2. Scegli una voce in italiano tra quelle disponibili (ce ne sono diverse, con timbri e stili diversi).
  3. Incolla il testo del capitolo nel campo di testo.
  4. Ascolta l’anteprima, regola velocità e tono se necessario.
  5. Scarica il file MP3.
  6. Ripeti per ogni capitolo.

Passo 4 — Monta e finalizza

Anche se hai registrato tutto perfettamente, il file grezzo non è ancora il prodotto finale.

Torna su Audacity e fai queste operazioni:

  • Taglia i silenzi lunghi all’inizio e alla fine di ogni traccia. Lascia mezzo secondo di silenzio prima che inizi la voce e mezzo secondo dopo che finisce.
  • Aggiungi una musica di sottofondo opzionale per l’intro e l’outro. Usa Free Music Archive (freemusicarchive.org) o ccMixter (ccmixter.org): contengono migliaia di brani royalty-free scaricabili e usabili gratis.
  • Normalizza il volume: Effetti → Normalizza → imposta a -3dB. Questo garantisce che il volume sia uniforme tra un capitolo e l’altro.
  • Esporta in MP3: File → Esporta → Esporta come MP3.

Passo 5 — Aggiungi i metadati

Questo passaggio lo saltano quasi tutti. È un errore.

I metadati sono le informazioni incorporate nel file MP3 che i lettori audio e le piattaforme usano per identificarlo: titolo, autore, numero del capitolo, copertina.

In Audacity, quando esporti un file MP3, si apre automaticamente una finestra per inserire questi dati. Compilali sempre:

  • Title: il titolo del capitolo
  • Artist: il tuo nome
  • Album: il titolo del libro
  • Track Number: il numero del capitolo
  • Year: l’anno di pubblicazione
  • Genre: Audiobook

Per la copertina, usa Canva (canva.com, piano gratuito). Crea un’immagine quadrata di 3000×3000 pixel — è il formato richiesto dalla maggior parte delle piattaforme di distribuzione.


Passo 6 — Distribuisci il tuo audiolibro

Ora hai i file. Dove li metti?

Le piattaforme gratuite

  • Spotify for Podcasters (podcasters.spotify.com): sì, puoi pubblicare un audiolibro come podcast. Crea un feed RSS, carica i tuoi episodi (= capitoli), e il tuo audiolibro finisce su Spotify, Apple Podcasts, Google Podcasts e decine di altre piattaforme. Completamente gratis.
  • SoundCloud: piano gratuito con 3 ore di audio. Ottimo per i libri brevi o per pubblicare capitoli di anteprima.
  • Archive.org (Internet Archive): spazio illimitato, completamente gratuito, ideale per opere con licenza aperta.
  • YouTube: trasforma i tuoi file audio in video con una copertina statica. YouTube è il secondo motore di ricerca al mondo. Molte persone cercano audiolibri proprio lì.

Le piattaforme con royalty (senza costi iniziali)

Se vuoi arrivare su Amazon, Audible e iTunes, la strada principale è ACX (acx.com). Puoi pubblicare gratuitamente e ricevere royalty sulle vendite. In alternativa, Findaway Voices distribuisce su oltre 40 piattaforme con un modello simile.


Il riepilogo in un colpo d’occhio

Ricapitoliamo l’intera pipeline, dalla prima parola all’ultimo upload:

  1. Prepara il testo: adatta il documento scritto alla lettura audio (elimina note, sciogli abbreviazioni, aggiungi pause).
  2. Scegli la strada: voce tua (Audacity + microfono) o voce AI (ElevenLabs, Natural Reader, Balabolka).
  3. Registra o genera l’audio: capitolo per capitolo, mai tutto d’un fiato.
  4. Monta in Audacity: pulisci, normalizza, aggiungi musica intro/outro.
  5. Aggiungi i metadati: titolo, autore, copertina — non saltare questo passaggio.
  6. Distribuisci: Spotify for Podcasters per la distribuzione gratuita massima, ACX per Audible e Amazon.

Costo totale: zero euro. Tempo richiesto: dipende dalla lunghezza del libro, ma un capitolo di 3.000 parole richiede circa un’ora di lavoro complessivo, tra registrazione e post-produzione.


La domanda che dovresti farti adesso

Non “ce la farò?” — perché la risposta tecnica, come hai visto, è sì.

La domanda giusta è: qual è il libro che hai già scritto, o che stai scrivendo, che meriterebbe di essere ascoltato?

Perché c’è una differenza sottile ma enorme tra un libro letto e un libro ascoltato. La voce aggiunge intenzione, ritmo, emozione. Un testo che sulla pagina sembra freddo, nell’audio può diventare potente.

Prova con un capitolo. Solo uno. Caricalo su Spotify for Podcasters, condividi il link con cinque persone di fiducia e ascolta il feedback.

Il tuo audiolibro inizia da lì.

Sai qual è la parte del lavoro che odi di più? Non è la difficoltà dei progetti. Non sono le scadenze impossibili. È quella cosa lì: i moduli. I PDF da compilare. I dati fiscali da ricopiare per la trecentosettantaduesima volta. Il DURC. L’autocertificazione. Il modulo della camera di commercio.

E ogni volta la stessa liturgia: apri il PDF, cerchi la partita IVA nel cassetto mentale (o peggio, in un foglietto), copi, incolli, salvi, rinomina, allega.

Se ci fai caso, stai sprecando tempo prezioso per fare qualcosa che non richiede intelligenza. Solo pazienza. E attenzione. Due risorse umane che meriterebbero ben altro utilizzo.


Claude Cowork e il concetto di “skill”: insegnaglielo una volta, usalo per sempre

Ho testato una soluzione concreta con Claude Cowork (la versione desktop di Claude, pensata per automatizzare compiti da ufficio) e il risultato mi ha colpito.

Il meccanismo si chiama “skill“: in pratica, è un pacchetto di istruzioni permanenti che insegni a Claude una volta sola. Una sorta di memoria procedurale. Gli dici: “Questi sono i miei dati anagrafici e fiscali. Memorizzali. Usali ogni volta che te lo chiedo.”

Da quel momento in poi, Claude sa chi sei. Conosce il tuo nome, il tuo cognome, la tua partita IVA, il tuo codice fiscale, l’indirizzo della sede legale. Tutto. Senza che tu debba ripetere nulla.

Facciamo un esempio concreto.

Ho caricato un modulo DURC (il Documento Unico di Regolarità Contributiva, per chi non lo conosce: è il documento che certifica che sei in regola con i contributi previdenziali e assistenziali — e che ti chiedono praticamente ovunque quando lavori con enti pubblici o grandi aziende).

Ho scritto una sola parola: «compilamelo».


Quello che è successo dopo mi ha fatto capire che siamo a un punto di svolta

Claude ha analizzato la struttura del PDF. Ha identificato i campi. Ha capito cosa andava dove. Ha inserito i dati corretti nelle caselle giuste. E mi ha restituito il file completo, pronto da salvare.

Un prompt. Una parola. Zero ricopiature.

Ora: non ti sto dicendo che l’AI ha risolto il problema della burocrazia italiana (quello richiederebbe ben altro — forse un miracolo, o almeno una riforma costituzionale). Ti sto dicendo che ha risolto il tuo problema con la burocrazia.

La differenza è sostanziale.


Perché questo cambia le cose (davvero, non per iperbole)

Pensa a quante volte, in un mese, compili moduli con gli stessi identici dati:

  • Richieste di preventivo
  • Autocertificazioni
  • Moduli di registrazione per eventi o piattaforme
  • Documenti per i clienti
  • Contratti con campi precompilati

Ogni volta perdi qualche minuto. Qualche volta perdi anche la pazienza. E nel lungo periodo, perdi ore. Ore che potresti dedicare a lavoro vero, a pensiero strategico, a conversazioni che contano.

L’automazione dei task ripetitivi (cioè: delegare a una macchina le cose meccaniche) non è fantascienza. È già qui. E non richiede competenze da sviluppatore: richiede solo la volontà di smettere di fare le cose “come si è sempre fatto”.


Come iniziare: tre passi pratici

Se vuoi replicare quello che ho fatto, ecco il flusso:

  1. Crea una skill con i tuoi dati fiscali. Scrivi una volta sola, in modo strutturato, tutti i tuoi dati anagrafici e fiscali. Assegnala a Claude come istruzione permanente. Da quel momento, Claude li conosce.
  2. Carica il PDF del modulo che devi compilare. Non serve fare nulla di speciale: trascinalo nella conversazione.
  3. Scrivi l’istruzione. Anche solo “compilamelo” funziona. Se vuoi più controllo, puoi specificare: “Compila il modulo con i miei dati. Lascia vuoti i campi che non conosci e segnalami quali sono.”

Il risultato è il file pronto. Da salvare, da firmare se necessario, da inviare. Fine.


Una riflessione finale (e una provocazione)

Quando ho visto Claude completare il DURC in pochi secondi, ho avuto una strana sensazione. Non era soddisfazione per la tecnologia. Era fastidio per me stesso: perché ci ho messo così tanto ad automatizzare questa cosa?

La risposta onesta è: perché non ci avevo pensato. Avevo accettato la seccatura come inevitabile.

E qui sta il vero salto cognitivo che l’AI ci chiede di fare. Non è “imparare a usare uno strumento”. È cambiare il modo in cui guardiamo ai task. Chiedersi, ogni volta: “Questa cosa la devo fare io? O posso delegarla?”

Il DURC, evidentemente, non richiedeva la mia presenza.


Guarda il video completo per vedere la demo in tempo reale:

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Expood è un evento che non è una semplice fiera, ma un punto di contatto tra chi vende e chi costruisce il futuro degli ambienti di lavoro. Un ecosistema dove vendor, distributori e rivenditori si incontrano per capire dove sta andando il mercato office.
Io oggi ho provato a portare una tesi semplice, e anche un po’ scomoda.

L’AI non sostituisce il mondo office.
Sostituisce il modo in cui lo vendiamo.

Perché il problema non è il prodotto, bensì il processo. E qui l’intelligenza artificiale entra come una leva brutale: riduce tempi, aumenta marginalità, cambia il ruolo di chi vende.


Da venditore a “orchestratore di lavoro”

Nel mio intervento ho mostrato una cosa molto concreta; gli LLM sanno fare bene cinque cose: leggere, scrivere, sintetizzare, capire e rispondere. Tradotto per chi lavora nella distribuzione office:

  • meno tempo operativo
  • più tempo commerciale
  • più tempo consulenziale

Se non succede questo, l’AI è solo un giocattolo.


4 esempi pratici (da usare domani mattina)

1) Email: da risposta a leva commerciale

Il problema: rispondere a una mail cliente = tempo perso.

Con AI: la mail diventa un micro pitch.

Esempio:

  • input: richiesta preventivo stampanti
  • output AI: risposta + upsell + domanda di qualificazione

2) Preventivi: da documento a strumento di persuasione

Il preventivo oggi è: un PDF triste.

Il preventivo con AI diventa:

  • personalizzato per settore
  • scritto in linguaggio cliente
  • con storytelling del valore

E soprattutto: si genera in pochi minuti.


3) Compilazione moduli: la morte del lavoro inutile

Ordini, anagrafiche, CRM, ticket. Io, sul parco, ho mostrato come ChatGPT e Claude compilano i moduli DURC per me.

Tutto quello che oggi è:

  • copia-incolla
  • data entry
  • errori umani

È già automatizzabile.

E qui c’è un punto chiave: se continui a far compilare moduli alle persone, stai pagando qualcuno per fare una cosa che una macchina fa meglio.


4) Lead generation: da lista a intelligenza

La maggior parte dei rivenditori:

  • compra database
  • fa cold call
  • spera

Con AI puoi:

  • identificare aziende target
  • capire bisogni probabili
  • generare messaggi su misura

E soprattutto: arrivare prima. Nel B2B, chi arriva prima spesso vince.


L’AI non è solo automazione, bensì amplificazione. Puoi usarla per:

  • prepararti prima di una visita cliente
  • analizzare concorrenti
  • creare offerte bundle
  • simulare obiezioni

E questo cambia il ruolo del venditore. Non più esecutore, ma supervisore, stratega.


Il rischio che nessuno vuole dire

C’è una frase di Bill Gates che ho citato nelle slide:

“La velocità con cui il lavoro cambierà è spaventosa”

Il punto non è se cambierà. È se tu ti muovi prima. Perché nel mondo office il rischio non è l’AI. È il competitor che la usa meglio di te.


Il materiale che ho usato oggi

Se vuoi rivedere le slide del mio intervento, eccole qui:

Dentro trovi strumenti, riferimenti e piattaforme che ho citato (da ChatGPT a Gemini Notebook (ex NotebookLM), passando per agenti e automazioni).


Se devo riassumere tutto in una frase:

L’AI non ti ruba il lavoro.
Ti costringe a farne uno più intelligente.

E questa, per chi vende soluzioni office, è una notizia enorme.

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Nel 2024 ho scritto la prima edizione di “L’intelligenza artificiale per gli amministratori di condominio”, insieme a VeryFastPeople, la società di Francesco Paini che da anni accompagna gli studi di amministrazione condominiale nel percorso di digitalizzazione. Era un esperimento: volevamo capire se aveva senso parlare di AI a una categoria che – per storia, abitudini e cultura professionale – sembrava lontana anni luce da ChatGPT. La risposta è arrivata in fretta: il libro ha girato, centinaia e poi migliaia di download. Gli amministratori lo hanno letto davvero, ci hanno scritto, ci hanno fatto domande, e poi ci hanno chiesto, durante gli eventi per Anaci: “E adesso? Cosa c’è di nuovo?” Ecco la risposta: la seconda edizione.

 

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Cosa trovi in “Nuovi scenari”

Questa nuova versione non è un semplice aggiornamento: è un libro diverso. Sono 180 pagine – sessanta in più rispetto alla prima edizione – che coprono metodi concreti per ottimizzare la comunicazione con i condòmini, la preparazione e la conduzione delle assemblee, e la prevenzione dei problemi attraverso un uso proattivo delle tecnologie AI. Non trovi solo ChatGPT, ma le principali piattaforme di intelligenza artificiale disponibili oggi, con esempi pratici e casi di studio reali.

Andiamo sul concreto. Cosa puoi fare con l’AI se sei un amministratore?

  • Redigere verbali di assemblea in un quarto del tempo, a partire da appunti o da una trascrizione audio
  • Rispondere alle email dei condòmini con toni calibrati, anche quando il condòmino non brilla per diplomazia
  • Preparare comunicazioni legali in bozza, da rivedere con il tuo avvocato
  • Fare marketing del tuo studio senza assumere un’agenzia o passare ore su Instagram
  • Analizzare documenti – preventivi, contratti, polizze – in pochi minuti

Ogni capitolo ha un’impostazione pratica. Non teoria. Non filosofia dell’AI. Cose da fare il lunedì mattina.


Perché lo distribuiamo gratis

Me lo chiedono spesso. “Ma se è un libro vero, perché non lo vendi?” Risposta semplice: il nostro obiettivo non è vendere copie, mica di campa in Italia vendendo libri. È cambiare un settore. Solo pochissimi amministratori si sono spinti a fare delle sperimentazioni. La gran parte si sta affacciando a questo mondo in modo esplorativo. L’ho detto io stesso quando abbiamo presentato la prima edizione. E la situazione non è cambiata abbastanza. Se un PDF gratuito abbassa la soglia di ingresso e porta qualche centinaio di professionisti a provare uno strumento nuovo – beh, questo vale molto di più di qualsiasi royalty.


Scaricalo adesso

Puoi scaricare gratuitamente la seconda edizione del libro dalla pagina di VeryFastPeople, direttamente a questo link:

Scarica “L’intelligenza artificiale per l’amministratore di condominio – Nuovi scenari”

Se invece preferisci la versione cartacea (o vuoi regalarlo a un collega che ancora non si fida dei PDF), la trovi su Amazon.

Buona lettura. (E poi dimmi com’è andata con la prima assemblea condominiale gestita con l’AI.)

Il 14 marzo 2026 sono stato invitato a salire sul palco del Festival del Giornalismo di Verona per un panel dal titolo “Cronache artificiali: il mestiere del giornalismo al tempo dell’intelligenza artificiale” insieme a Pier Luigi Pisa (autore del libro “Valeva la pena tentare”, di cui ho parlato su LinkedIn), con la moderazione del giornalista Daniele Chieffi.

Quando Daniele Chieffi ha aperto il panel al Festival del Giornalismo con quella frase – “il punto non è se l’AI sappia già scrivere un articolo” – ho capito che stavamo finalmente facendo la domanda giusta. Dopo anni in cui il dibattito ruotava intorno a “la macchina ci sostituirà?”, qualcuno stava spostando il baricentro.

Chieffi ha centrato il problema: il giornalismo rischia di perdere centralità molto prima che una macchina diventi davvero un giornalista. Basta che il pubblico si abitui a qualcosa di più rapido. Più comodo. Più economico cognitivamente.

Quando un lettore apre ChatGPT per farsi riassumere le notizie del giorno, non sta scegliendo qualcosa di migliore. Sta scegliendo qualcosa di abbastanza buono (un tempo si parlava di “good enough society”) con meno fatica.

Nessuno ha smesso di cucinare perché Deliveroo esiste. Ma milioni di persone cucinano meno. Non perché il cibo a domicilio sia superiore: perché è sufficientemente accettabile e costa meno energia. Il risultato? Meno competenza, più dipendenza da un intermediario. Ecco cosa rischia il giornalismo. Non l’estinzione: la marginalizzazione per abitudine.

Il punto di Pier Luigi Pisa: attenzione alla dipendenza

Sul palco con me c’era Pier Luigi Pisa, giornalista di Repubblica e Italian Tech, uno dei pochi in Italia che racconta l’AI dall’interno con competenza e rigore quotidiani. E il suo contributo al panel merita di essere riportato qui, perché non era in contraddizione con il mio – era il suo necessario complemento.

Pisa ha detto una cosa che vale come avvertimento: dietro la comodità si nasconde un ecosistema fragile. Se iniziamo a delegare all’AI non solo l’esecuzione rutinaria ma anche il ragionamento, l’analisi, il giudizio contestuale su temi complessi, rischiamo di compromettere non solo la qualità ma l’autenticità di quello che facciamo.

La sua formula è precisa e difficile da contestare: “L’IA processa dati, noi processiamo la realtà.” Ha ragione, e questa distinzione è tutto. La macchina vede pattern. Il giornalista vede persone. La macchina aggrega segnali. Il giornalista capisce che dietro un dettaglio apparentemente insignificante si nasconde una storia che vale la prima pagina. La macchina trascrive un’intervista in secondi. Ma l’empatia che serve per condurla – per far abbassare le difese a una fonte, per ascoltare il silenzio oltre le parole – quella non si addestra su nessun dataset.

Pisa ha anche messo il dito su un rischio concreto che troppo spesso viene minimizzato: un uso poco consapevole dell’AI può inquinare l’informazione con allucinazioni e pregiudizi, e può minare il patto di fiducia con i lettori. E quel patto, una volta rotto, non si ricuce facilmente.

Ammettiamolo: la macchina certi articoli li scrive meglio di noi

Eppure, dato per scontato che quanto ha detto Pisa è corretto, ho voluto essere scomodo (molto più scomodo di quanto ci si aspetti da un convegno di categoria). L’AI certi articoli non li scrive “abbastanza bene”, li scrive meglio. Più velocemente. A patto di essere ben addestrata e governata.

Facciamo esempi concreti. Un comunicato stampa aziendale da trasformare in notizia. Un verbale di consiglio comunale. I risultati di una partita di terza categoria. L’andamento settimanale del prezzo delle arance come nel film “Una poltrona per due”. I dati Istat sull’inflazione. Le nomine nei CdA delle società quotate.

Questi sono articoli di servizio: rutinari, strutturati, prevedibili (ma soprattutto mal pagati!). Il loro valore è nell’accuratezza e nella velocità, non nell’interpretazione. E su accuratezza e velocità, un modello linguistico ben istruito batte un giornalista stanco dopo sei ore di redazione. Punto.

Negarlo è sbagliato e, soprattutto, è controproducente: ci impedisce di vedere l’opportunità enorme che si nasconde dietro questo fatto.

Se la macchina fa i compiti rutinari, tu puoi fare l’inchiesta

Pensa a quante ore di una giornata redazionale vengono assorbite da lavoro automatizzabile: trascrizioni di conferenze stampa, sintesi di atti pubblici, rassegne stampa mattutine, monitoraggio di fonti istituzionali, traduzione di documenti, prime bozze di notizie da agenzia, aggiornamenti su sentenze, bilanci, gare d’appalto e così via. Tutto questo oggi si delega, non si elimina. E quel tempo torna. Torna all’inchiesta, all’intervista difficile, alla fonte che bisogna incontrare di persona, al documento che nessuno ha ancora letto, alla storia che nessun algoritmo è andato a cercare perché non sapeva che esistesse.

Questo è il cambio di paradigma che il dibattito “AI contro giornalismo” continua a perdere. Non è sostituzione: è redistribuzione del lavoro cognitivo. Le macchine prendono i compiti a basso valore. Gli umani si concentrano su quelli ad alto valore.

Gli strumenti concreti

Durante l’evento ho voluto parlare anche di strumenti pratici.

Google Gemini Notebook (ex NotebookLM) è forse lo strumento più sottovalutato nelle redazioni italiane: in platea, su decine di persone, solo una giornalista ha detto di usarlo. Carichi documenti – atti giudiziari, relazioni parlamentari, bilanci, perizie tecniche, contratti – e hai un interlocutore che li ha letti tutti, li tiene in testa contemporaneamente e risponde alle tue domande su di essi. Senza allucinazioni, perché ragiona solo su quello che gli hai dato, e mostrando dove ha preso l’informazione nel punto esatto del documento caricato. Per un giornalista che lavora su un’inchiesta lunga settimane, è un secondo cervello che non dimentica nulla.

Facciamo un esempio concreto: hai 1.200 pagine di atti di un processo per corruzione. Senza Gemini Notebook, impieghi giorni a orientarti. Con Gemini Notebook, in venti minuti hai una mappa delle relazioni tra persone, date, importi, e puoi cominciare a fare le domande giuste alle carte.

Google Pinpoint è progettato esplicitamente per il giornalismo investigativo. Analizza in automatico enormi archivi di documenti – migliaia di file, email, PDF, immagini con testo – e li rende ricercabili, collegati, interrogabili. È lo strumento che i grandi giornali d’inchiesta usano per i leak. Il team del Panama Papers non avrebbe potuto fare quello che ha fatto senza tecnologie di questo tipo. E che dire degli Epstein files (vedi questo esempio)?

Questi non sono strumenti per scrivere al posto tuo. Sono strumenti per vedere quello che da solo non vedresti mai, perché nessun essere umano può tenere in testa 50.000 documenti e trovarne le connessioni nascoste.

Ho illustrato questi due strumenti in un video sul mio canale Youtube:

Il secondo cervello che scrive come te

C’è poi un livello ulteriore, che mi riguarda direttamente e che trovo straordinariamente efficace. Un modello come Claude – con le istruzioni giuste, con quello che tecnicamente si chiama una “skill” costruita sul tuo stile – impara a scrivere come scrivi tu. Non in modo approssimativo: con le tue strutture sintattiche, il tuo registro, le tue abitudini retoriche, il tuo modo di aprire un pezzo e di chiuderlo.

Io ho costruito una skill del genere per me stesso. Il risultato è che posso produrre una prima bozza di un articolo di servizio – una news da agenzia, un pezzo informativo su una normativa, una scheda su un prodotto tecnologico – in pochi minuti. Quella bozza è già nel mio stile. La rivedo, la aggiusto, la firmo. Ci metto un quarto del tempo che ci mettevo prima. Per dire: come credi sia stato scritto, in gran parte, il testo che stai leggendo?

Quel tempo risparmiatomi non sparisce nel vuoto. Va su un capitolo del prossimo libro. Va su una lezione più approfondita per i miei studenti. Va su una consulenza più ragionata per un cliente.

Il secondo cervello non mi sostituisce: moltiplica quello che riesco a fare.

Lo specchio scomodo

L’AI non è il problema del giornalismo. Forse è lo specchio del problema del giornalismo. Se il pubblico si accontenta di una sintesi automatica, è perché in molti casi il giornalismo aveva già smesso di offrire qualcosa che valesse il costo cognitivo dell’attenzione. Ha inseguito il clic invece del significato. Ha ottimizzato per Google (ora per ChatGPT) invece che per il lettore. L’AI non ha distrutto nulla. Ha accelerato una deriva che era già in corso.

La risposta non è fermare l’AI. È usarla per liberare il tempo necessario a fare giornalismo che valga davvero la pena leggere. Quel giornalismo – quello umano, come dice Pisa – non è in pericolo per colpa delle macchine. È in pericolo quando smette di essere necessario. E smette di essere necessario solo se lo lasciamo smettere.

Ho voluto chiudere il mio intervento con un’altra provocazione, adattando un refrain che gira in Rete da tre anni: “Non è l’AI che ruberà il lavoro del giornalista, bensì un giornalista che sa usarla”.


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Ho partecipato come relatore al convegno “Dipendenza digitale: tutela della salute e dei diritti dei bambini e adolescenti”, organizzato dalla Camera Minorile di Milano. Una sala piena di genitori, giuristi, educatori. Persone che si occupano di tutela dell’infanzia sul serio.

Ho portato una prospettiva scomoda: non quella di chi demonizza la tecnologia, ma quella di chi la conosce da dentro e sa che il problema non è la macchina. Il problema siamo noi adulti: fatichiamo a fare le domande giuste.


1. Il problema cognitivo: l’AI come stampella permanente

L’intelligenza artificiale sa riassumere, scrivere, spiegare, risolvere esercizi di matematica in trenta secondi. Tutto utilissimo, non lo metto in dubbio. Ma c’è una differenza enorme tra usare l’AI come protesi della mente – uno strumento che amplifica le tue capacità – e usarla come stampella permanente. Se un ragazzo delega sistematicamente il pensiero alla macchina, smette di allenare le sue capacità cognitive. Il cervello, come i muscoli, si atrofizza se non lo usi.

Facciamo un esempio concreto: uno studente che chiede all’AI di scrivere il tema al posto suo non sta imparando a scrivere. Sta imparando a fare copia-incolla. E quando si troverà davanti a un problema che l’AI non può risolvere per lui – un colloquio di lavoro, una conversazione difficile, una scelta di vita – sarà impreparato.

La domanda non è “l’AI fa i compiti?”. La domanda è: cosa resta nella testa del ragazzo dopo? Gli insegnanti hanno capito che non devono dare più i temini e i test da fare a casa?


2. Il problema relazionale: quando la macchina è più comoda delle persone

Sempre più adolescenti conversano con chatbot, assistenti vocali e personaggi artificiali. (E non sto parlando di scenari fantascientifici: succede adesso, nelle camere da letto dei nostri figli.) Non è necessariamente negativo. Il problema emerge quando la relazione con la macchina diventa stabilmente più semplice e gratificante di quella con le persone.

Le relazioni umane sono complesse. Imperfette. A volte frustranti. Il tuo migliore amico non ti dà sempre ragione. I tuoi genitori ti deludono. Il tuo compagno di banco ti ignora. Queste frizioni – quelle che ti fanno incazzare – sono esattamente quelle che ti fanno crescere.

Un chatbot, invece, è sempre disponibile, sempre paziente, sempre dalla tua parte. È una palestra emotiva falsa. Allena ad aspettarsi qualcosa che le relazioni reali non possono offrire.


3. Il problema psicologico: la dipendenza dalla gratificazione algoritmica

Alcuni sistemi di AI sono progettati – deliberatamente, con grande cura ingegneristica – per essere coinvolgenti. Conversazioni infinite. Feedback immediato. Personalizzazione continua. Risposte che sembrano capire chi sei.

Per un adulto già strutturato, è uno strumento potente.

Per un adolescente il cui cervello è ancora in costruzione, può diventare un ambiente emotivamente schiacciante.

Il rischio non è solo il tempo passato online. È la dipendenza dalla gratificazione algoritmica: il bisogno fisico di quel feedback immediato, di quella risposta sempre pronta, di quella sensazione di essere capito senza fatica.

Ma attenzione: la dipendenza è il problema, o è un sintomo?

Spesso i ragazzi cercano nell’AI quello che non trovano altrove: ascolto, riconoscimento, spazio sicuro. Se è così, il vero problema non è lo schermo. È quello che c’è – o non c’è – quando lo schermo si spegne.


La domanda che nessuno vuole fare

Il punto non è demonizzare la tecnologia. Sarebbe la scorciatoia più comoda, e anche la più inutile.

L’intelligenza artificiale sarà parte integrante della vita dei nostri figli. Non è uno scenario ipotetico: è già adesso.

La vera domanda non è se usarla o no. Ma è: chi educa i ragazzi a usarla bene? Scuola? Famiglia? Piattaforme? Istituzioni? Ho la mia risposta. Ma mi interessa anche la tua.

 

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Nel 1998, mentre due studenti di Stanford lanciavano Google, io iniziavo a fare il giornalista. Pensavo di aver visto tutto: e-commerce, smartphone, social. Mi sbagliavo. Erano solo l’antipasto. Il piatto forte è l’intelligenza artificiale, il vero compimento della digitalizzazione.

Se sei un genitore, lo so: temi l’effetto “ebete” da compiti scopiazzati, i deepfake o i robot che rubano il futuro. Ma i numeri non aspettano i nostri timori: il 97% dei ragazzi tra i 16 e i 18 anni usa già l’AI generativa. Hanno in tasca uno sparring partner che non li giudica, ma che spesso fa lo “yes man”, confermando ogni loro errore.

Demonizzare lo strumento non serve. Un martello è un problema solo se lo usi per spaccare teste; tutto dipende da chi lo impugna. Nel mio ultimo intervento per STEP FuturAbility District ho messo da parte i massimi sistemi per consegnarvi una cassetta degli attrezzi: dieci idee concrete per usare l’AI in famiglia in modo positivo.

Ecco qualche esempio.

Gemini Notebook (ex NotebookLM) per lo studio: uno strumento di Google gratuito e pazzesco. Sfrutta la tecnologia RAG (retrieval-augmented generation): risponde basandosi solo sui documenti che carichi tu. Niente allucinazioni, niente invenzioni. Ti fornisce le note a piè di pagina e cita la fonte esatta. La miglior difesa contro le fake news.

L’assistente di casa: sedetevi a tavola, aprite Gemini e costruite insieme un chatbot personalizzato. Assegnategli un ruolo – sfruttando la regola del role prompting – e istruitelo per scovare i film del weekend o le mostre in città. È il modo più semplice per spiegare ai figli come ragiona la macchina.

Musica con Suno: l’AI non è intelligente, è solo statistica velocissima. Sa copiare e mescolare. Con Suno potete creare una traccia rock o blues su un tema scelto da voi in pochi secondi. Divertente, utile per smitizzare la “magia” dell’algoritmo.

La regola d’oro? Non sarà l’intelligenza artificiale a portarci via il lavoro, ma qualcuno che saprà usarla meglio di noi. Dobbiamo guidare i ragazzi, educarli e, soprattutto, giocarci insieme.

Nel video integrale qui sotto racconto il resto, tra tool gratuiti e qualche risata (citando Aranzulla e il trauma di aspettare una settimana per una puntata di Dallas).

Guarda l’intervento e fammi sapere nei commenti quale strumento proverai per primo.

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