A Usmate Velate ho visto una scena che, secondo me, racconta perfettamente il momento storico che stiamo vivendo. Una sala piena di genitori e insegnanti: alcuni curiosi, altri preoccupati. Altri ancora convinti che l’intelligenza artificiale sia una specie di Skynet con la grafica gentile. E poi una domanda che torna sempre: “Ma quindi ChatGPT instupidirà i nostri figli?” No, ma potrebbe danneggiare chi non imparerà a usarlo. È questo il punto centrale dell’incontro che ho tenuto a Usmate Velate all’interno del percorso “Diventare grandi nel mondo digitale”, promosso dal Comitato Genitori, dalla scuola e dal Comune.
L’AI non pensa. Ma cambia tutto lo stesso
Quando parlo di intelligenza artificiale faccio sempre una premessa. Il termine “intelligenza” è discutibile. Questi sistemi non hanno coscienza. Non hanno emozioni. Non hanno esperienza del mondo. Non hanno un corpo. Non sanno cosa significhi avere paura, fame o amore. Fanno matematica. Statistica. Predizione.
Eppure stanno cambiando ogni settore a una velocità impressionante. Un po’ come il motore a scoppio: non “capiva” il trasporto. Però ha trasformato il mondo. Durante la serata abbiamo visto l’evoluzione dell’AI:
- software tradizionali
- machine learning
- deep learning
- AI generativa
- agenti autonomi
Tradotto: siamo passati da strumenti che eseguivano ordini a sistemi che iniziano a prendere iniziative. Ed è qui che le cose diventano interessanti. O inquietanti. Dipende dai punti di vista.
Da chatbot ad assistente operativo
Fino a poco tempo fa ChatGPT era un chatbot reattivo.
Tu scrivevi. Lui rispondeva. Fine.
Ora gli agenti AI iniziano a fare cose.
Cercano clienti.
Analizzano documenti.
Prenotano servizi.
Ottimizzano CV.
Compilano moduli.
Gestiscono workflow.
Facciamo un esempio concreto. Durante l’incontro ho mostrato come un’AI possa leggere documenti caricati dall’utente e preparare un ricorso legale ben strutturato. Oppure organizzare una settimana di pasti fotografando il contenuto del frigorifero. Sembra magia, in realtà è probabilità statistica su scala industriale. Ma il risultato pratico cambia poco: la produttività aumenta davvero.
Il rischio più grande? Delegare il cervello
Qui però arriva il punto critico.
Ogni tecnologia ci semplifica qualcosa.
Il GPS ci ha fatto perdere il senso dell’orientamento.
I correttori automatici hanno ridotto l’attenzione ortografica.
Google ha esternalizzato parte della memoria.
L’AI rischia di fare un passo ulteriore: delegare il pensiero.
E questa è una differenza enorme.
Per questo durante la conferenza ho insistito molto su un concetto: usare l’AI non significa spegnere il cervello.
Anzi.
Serve più spirito critico di prima.
Perché questi sistemi possono:
- inventare informazioni
- riflettere bias presenti nei dati storici
- censurare contenuti
- manipolare immagini e voci
- generare deepfake molto realistici
Una demo sulla clonazione vocale ha creato parecchio silenzio in sala.
Bastano pochi secondi di audio per imitare una voce.
Capisci bene perché educazione digitale e pensiero critico oggi valgano più di qualsiasi parental control.
Vietare l’AI ai ragazzi? Idea comprensibile. Ma sbagliata
Molti genitori mi chiedono:
“Dobbiamo impedirne l’uso?”
Capisco la paura. Davvero.
Ma storicamente i divieti assoluti funzionano poco. Soprattutto con la tecnologia.
Funziona molto meglio accompagnare.
I ragazzi stanno già usando questi strumenti. Spesso di nascosto. Spesso senza alcuna guida.
E allora il problema non è “se” utilizzeranno l’AI.
Il problema è “come”.
Durante la serata abbiamo parlato molto di utilizzo condiviso:
- scegliere strumenti adatti all’età
- controllare privacy e impostazioni
- usare l’AI insieme
- discutere risultati e limiti
- trasformarla in occasione educativa
Esattamente lo spirito dei Patti Digitali.
Non controllo cieco.
Non anarchia tecnologica.
Responsabilità condivisa.
La scuola deve cambiare domanda
Anche la didattica è davanti a un bivio enorme.
Se assegni una ricerca standard, ChatGPT la produce in pochi secondi.
Quindi che facciamo? Torniamo carta e penna come nel 1987?
Secondo me no.
La vera domanda oggi non è:
“Lo studente sa trovare informazioni?”
La vera domanda è:
“Sa comprenderle? Sa verificarle? Sa usarle?”
L’AI può diventare uno strumento potentissimo per:
- studenti con BES
- traduzioni contestuali
- personalizzazione dello studio
- supporto linguistico
- apprendimento creativo
Ho mostrato esempi di studenti che usano l’AI per creare booktrailer, podcast, mappe mentali e simulazioni.
Molto più interessante di certe ricerche copia-incolla che giravano già vent’anni fa (solo che allora le copiavi da Wikipedia).
Privacy, bias e propaganda: i problemi sono reali
Sarebbe però ingenuo fare gli entusiasti acritici.
I problemi esistono.
Eccome.
Molti strumenti usano ancora i dati degli utenti per addestrare i modelli.
I bias riflettono discriminazioni storiche.
Alcuni modelli cinesi censurano temi politici sensibili.
Le immagini false stanno diventando indistinguibili dalla realtà.
L’AI amplifica sia il meglio sia il peggio dell’essere umano.
Per questo servono:
- educazione digitale
- cultura critica
- trasparenza
- regole
- consapevolezza
Non panico morale.
Il futuro non sarà “umani contro AI”
La narrativa da film distopico funziona benissimo sui social.
Molto meno nella realtà.
Io non credo che vedremo l’AI sostituire completamente l’essere umano.
Credo invece che vedremo persone competenti nell’uso dell’AI sostituire chi rifiuta di comprenderla.
È diverso.
Molto diverso.
L’intelligenza artificiale non elimina il valore umano.
Lo sposta.
Contano sempre di più:
- capacità critica
- creatività
- supervisione
- visione strategica
- empatia
- cultura interdisciplinare
Tutte cose che un chatbot non possiede davvero.
Almeno per ora.
La tecnologia non è neutra. Ma neppure inevitabilmente negativa
La cosa più bella della serata di Usmate Velate non sono state le demo.
È stato il clima.
Genitori, insegnanti e cittadini che provano a capire prima di giudicare.
Oggi è raro.
Viviamo in un’epoca che oscilla continuamente tra due estremi:
- entusiasmo cieco
- tecnopanico apocalittico
Io continuo a credere serva una terza via.
Curiosità critica.
Perché il digitale non si subisce.
Si governa.
E la vera alfabetizzazione del futuro non sarà solo saper usare uno strumento.
Sarà capire quando fidarsi.
Quando dubitare.
E quando spegnere tutto.
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Testo sviluppato nello stile divulgativo e giornalistico di Gianluigi Bonanomi, formatore e docente di AI e comunicazione digitale.
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