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Dal 23 ottobre 2026 l’Italia avrà nuove regole nazionali per accompagnare l’applicazione dell’AI Act. Il decreto legislativo 7 ottobre 2026, n. 179 riguarda i poteri delle autorità nazionali e l’uso dell’intelligenza artificiale nella formazione, nella scuola, nella pubblica amministrazione, nel lavoro e in altri settori.

Il titolo può far pensare a un manuale completo per usare ChatGPT in classe o in ufficio. Non è così. Il decreto combina regole operative, indirizzi e deleghe: in alcuni casi fissa già principi e obblighi; in altri rimanda a decreti attuativi e linee guida. Per capire che cosa cambia conviene guardare agli articoli, senza trasformare ogni passaggio in una nuova “rivoluzione dell’AI”.

Decreto IA 179/2026: cosa cambia a scuola

L’articolo 36 consente alle scuole di promuovere attività formative sull’intelligenza artificiale nell’ambito della propria autonomia e in coerenza con l’educazione civica. L’obiettivo dichiarato è sviluppare, fin dal primo ciclo, conoscenze e capacità per usare l’IA in modo consapevole e valutarne le implicazioni etiche, sociali e civiche.

Il decreto apre anche alla didattica STEAM, cioè all’integrazione tra scienze, tecnologia, ingegneria, arte e matematica, e prevede l’aggiornamento delle indicazioni nazionali e delle linee guida pertinenti. Il testo, però, non introduce un programma identico e obbligatorio per tutte le scuole: le attività si collocano nell’autonomia scolastica e nel PTOF.

L’articolo 38 prevede che un decreto del Ministero dell’Istruzione definisca criteri e modalità per la formazione dei docenti, da adottare entro 90 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento. La formazione dovrà occuparsi anche di rischi, distorsioni, privacy, sicurezza, valutazione critica delle informazioni e progettazione didattica. Fino all’adozione del nuovo decreto restano applicabili le linee guida ministeriali del 2025.

Gli Uffici scolastici regionali possono promuovere comitati tecnico-etici territoriali, non sono obbligati a istituirli. Tra i compiti possibili: sostenere la sperimentazione, monitorare gli usi didattici e aiutare le scuole ad aggiornare regolamenti e patti educativi. La direzione è sensata: insegnare a interrogare e verificare i sistemi, non limitarsi a vietarli o a consegnare agli studenti un elenco di prompt. La legge da sola, però, non forma nessuno: serviranno docenti preparati, tempo, strumenti adeguati e regole comprensibili anche alle famiglie.

Per approfondire il tema della tecnologia in classe, si può leggere anche la mia guida per insegnanti e famiglie sull’uso consapevole dell’intelligenza artificiale a scuola.

Alfabetizzazione AI anche per gli adulti

L’articolo 39 affida ai Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (CPIA) un ruolo nell’alfabetizzazione degli adulti all’uso dell’IA. I percorsi potranno includere laboratori, attività pratiche e riconoscimento delle competenze acquisite, anche per sostenere l’inserimento o il reinserimento nel lavoro.

È un punto meno appariscente del capitolo sulla scuola, ma importante: l’alfabetizzazione digitale non riguarda soltanto chi è già in aula o lavora in un’azienda tecnologica. Se l’IA entra nei servizi, nella ricerca di lavoro e nelle attività quotidiane, lasciare indietro gli adulti con meno opportunità di formazione allargherebbe il divario digitale.

Intelligenza artificiale nella Pubblica Amministrazione

Per la pubblica amministrazione il decreto prevede un coordinamento delle politiche di reclutamento, formazione e riqualificazione del personale. Il Ministro per la Pubblica amministrazione dovrà definire un quadro minimo di competenze sull’IA e potrà avvalersi della Scuola nazionale dell’amministrazione, di Formez PA e di altri soggetti.

La formazione, dunque, è una parte della trasformazione, non un accessorio da aggiungere dopo l’acquisto del software. Un ente può introdurre un assistente per riassumere documenti o preparare bozze; deve comunque decidere chi verifica i risultati, come si gestiscono i dati e dove resta la responsabilità del procedimento.

Qui si innesta anche la legge italiana n. 132 del 2025 sull’intelligenza artificiale: per la PA l’IA è uno strumento di supporto, mentre la persona conserva autonomia e responsabilità sui provvedimenti. Il decreto 179/2026 aggiunge indirizzi e formazione per il personale pubblico, ma non trasforma l’algoritmo nel nuovo responsabile dell’ufficio. Peccato per lui: almeno così non può andare in ferie.

IA e lavoro: le decisioni finali restano umane

L’articolo 41 affronta uno dei punti più delicati: le decisioni che incidono sul rapporto di lavoro. Se un datore utilizza sistemi di IA per valutazioni delle prestazioni, provvedimenti disciplinari o decisioni sulla modifica o cessazione del rapporto, la decisione finale non può essere adottata soltanto sulla base di un trattamento automatizzato. Deve essere riservata a una persona fisica con un potere effettivo e autonomo.

Il decreto precisa che la ricerca e selezione delle candidature non rientrano tra le decisioni finali considerate dal comma. È una distinzione che non va letta come un “liberi tutti” per gli algoritmi di recruiting: restano applicabili gli altri obblighi pertinenti, compresi quelli europei su protezione dei dati e sistemi ad alto rischio.

Il lavoratore può chiedere una motivazione comprensibile della decisione, con indicazione dell’eventuale ruolo dell’IA e dei principali parametri considerati. Il datore deve fornire l’informativa prevista prima dell’avvio del trattamento; le decisioni che violano il requisito dell’intervento umano effettivo sono dichiarate nulle dal testo. Il consenso del lavoratore, inoltre, non è una scorciatoia per aggirare il divieto.

La regola si affianca alle tutele del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), in particolare l’articolo 22, e alla disciplina italiana già prevista per l’uso di sistemi automatizzati nel lavoro. Non basta inserire un responsabile umano nella procedura: quel responsabile deve poter capire, contestare e modificare il risultato, invece di limitarsi a timbrarlo.

La sicurezza sul lavoro entra nella valutazione dei rischi

L’articolo 42 collega l’introduzione dell’IA nei luoghi di lavoro alla tutela della salute e della sicurezza. Se un sistema incide sull’organizzazione, sui ritmi produttivi, sulle modalità di esecuzione della prestazione o su processi rilevanti per la sicurezza, va considerato nella valutazione dei rischi prevista dal decreto legislativo 81/2008. I lavoratori devono inoltre ricevere informazione e formazione sui rischi specifici e sulle misure di prevenzione.

Installare un sistema che assegna turni, misura tempi o influenza procedure operative non è solo una scelta informatica. Può cambiare il lavoro delle persone e i rischi a cui sono esposte. Questi aspetti vanno valutati, non scoperti dopo il primo problema.

Sanità e professioni: attenzione alle regole attuative

Il decreto contiene anche disposizioni settoriali. Per la sanità, la normativa prevede una piattaforma di IA gestita da AGENAS, con servizi di supporto per professionisti sanitari, medici e utenti. I suggerimenti destinati ai professionisti sono descritti come non vincolanti: la responsabilità clinica non viene trasferita alla piattaforma.

Per professioni e altri ambiti, varie disposizioni si inseriscono nel quadro della legge 132/2025 e dei decreti delegati. Per questo è prudente distinguere fra ciò che la norma stabilisce già e ciò che dovrà essere precisato da linee guida, decreti e regole di settore. Il testo europeo dell’AI Act rimane il riferimento comune; il decreto italiano ne organizza l’attuazione nazionale e disciplina alcuni contesti specifici.

Che cosa possono fare subito scuole, enti e aziende

Il decreto non impone a ogni organizzazione lo stesso corso o lo stesso strumento. Offre però una traccia concreta per prepararsi:

  • Mappare gli usi dell’IA: quali sistemi vengono utilizzati, da chi e per quali attività.
  • Chiarire i ruoli: chi controlla gli output, chi prende le decisioni e chi risponde degli errori.
  • Formare in base ai compiti e ai rischi: non basta una dimostrazione generica del chatbot.
  • Rivedere privacy, sicurezza e procedure: soprattutto quando sono coinvolti dati personali o decisioni sulle persone.
  • Documentare le regole interne: uso consentito, verifiche richieste, limiti e modalità per segnalare problemi.
  • Seguire gli atti attuativi: alcuni dettagli dipendono da decreti e linee guida ancora da adottare.

Per le aziende, il principio europeo di alfabetizzazione sull’IA è già previsto dall’articolo 4 dell’AI Act: chi fornisce o utilizza sistemi deve adottare misure per sostenere un livello adeguato di competenze tra le persone coinvolte. Il nuovo decreto aggiunge regole italiane per ambiti specifici, come scuola, PA, lavoro e sicurezza.

Ho approfondito il tema della formazione nell’articolo “Formazione AI obbligatoria in azienda: cosa chiede l’AI Act e come prepararsi”. Per un percorso operativo, consulta anche i miei corsi di AI generativa e AI literacy per aziende, professionisti, enti e scuole.

La legge stabilisce il perimetro, la formazione farà la differenza

Il decreto legislativo 179/2026 non rende automaticamente più competenti scuole, amministrazioni o imprese. Definisce però una direzione: l’IA va accompagnata da competenze, attenzione ai diritti e responsabilità umana, soprattutto quando incide su istruzione, lavoro e servizi pubblici.

La prova concreta arriverà nell’attuazione: nei decreti ministeriali, nelle linee guida, nei regolamenti interni e nella qualità della formazione. È lì che si capirà se l’alfabetizzazione sull’IA diventerà una competenza utile o resterà una voce elegante nei documenti. Perché saper aprire un chatbot è facile; capire quando non fidarsi della sua risposta richiede ancora un po’ di lavoro.

Parliamo di AI in azienda

Se la tua organizzazione sta introducendo strumenti di intelligenza artificiale, posso aiutarti a progettare un percorso di formazione concreto per dipendenti e manager, oppure a portare questi temi in un evento o in un progetto di consulenza. Raccontami di cosa hai bisogno: ti risponderò per valutare insieme il passo successivo.

    Qualche dettaglio sul corso (facoltativo)

    Qualche dettaglio sull’evento (facoltativo)

    Bastano poche righe. Se hai già una data o un obiettivo, aggiungili.

    I campi con * sono obbligatori.

    No: l’intelligenza artificiale non condanna gli insegnanti alla disoccupazione e non trasforma automaticamente gli studenti in una generazione di incapaci. Ma può rendere inutile il docente che si limita a trasferire informazioni e può indebolire lo studente che delega alla macchina ogni fatica cognitiva. Il futuro della scuola dipenderà da come verrà progettato l’uso dell’AI, non dalla semplice presenza di ChatGPT in classe.

    Questa è la risposta breve. Quella più scomoda richiede di smontare due profezie molto popolari: «gli insegnanti perderanno il lavoro» e «i ragazzi diventeranno tutti più stupidi».

    La survey Spaggiari: l’AI è già nel lavoro degli insegnanti

    Una recente indagine intitolata Docenti e intelligenza artificiale: tra opportunità, timori e bisogno di guida, promossa da Spaggiari, La Fabbrica Società Benefit e ANP – Associazione Nazionale Presidi, ha coinvolto 1.294 insegnanti di scuole di ogni ordine e grado.

    I dati, presentati il 17 settembre 2026 al Senato e disponibili sia nella pagina ufficiale di Spaggiari sia nella registrazione integrale di Radio Radicale, raccontano una scuola molto meno immobile di quanto si pensi:

    • il 72% dei rispondenti usa l’AI almeno una volta alla settimana;
    • il 22% la usa ogni giorno;
    • il 67% ha imparato da autodidatta;
    • il 47% considera il risparmio di tempo il vantaggio principale;
    • il 34% non la usa ancora direttamente con gli studenti.

    Gli impieghi sono molto concreti: ricerca di informazioni, progettazione di attività, preparazione di verifiche, scrittura di verbali, relazioni ed email.

    Serve però una cautela metodologica. Il campione è autoselezionato: ha risposto chi ha scelto di partecipare. Non possiamo quindi concludere che il 72% di tutti gli insegnanti italiani usi l’AI ogni settimana. Possiamo dire che, tra quasi 1.300 docenti interessati al tema, l’adozione è già molto avanzata. La differenza non è un cavillo statistico.

    L’AI farà perdere il lavoro agli insegnanti?

    Se insegnare significasse leggere una dispensa, riassumere un capitolo e preparare dieci domande a risposta multipla, avremmo un problema. Un chatbot svolge già queste attività in pochi secondi, ventiquattr’ore su ventiquattro e senza riunioni di dipartimento.

    Ma il lavoro reale di un insegnante comprende anche ciò che un modello linguistico non può assumersi: osservare una classe, riconoscere una difficoltà non dichiarata, costruire fiducia, gestire un conflitto, motivare chi ha smesso di provarci, scegliere quando intervenire e assumersi la responsabilità educativa e valutativa.

    L’AI automatizza compiti, non inghiotte automaticamente un’intera professione. Il rischio più realistico è una redistribuzione del lavoro: meno tempo per produrre materiali standard, più tempo per progettare esperienze, dare feedback, verificare fonti e seguire le persone.

    Anche l’OECD Digital Education Outlook 2026 parla di strumenti capaci di augmentare l’insegnamento preservando l’autonomia professionale del docente. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico insiste sulla co-progettazione con insegnanti e studenti, perché una tecnologia educativa efficace non nasce sostituendo la pedagogia con un pulsante.

    La mia provocazione è questa: non sarà l’AI a licenziare gli insegnanti. Potrebbe però mettere in crisi l’insegnante che compete con l’AI sul suo terreno peggiore, la produzione seriale di contenuti. Il docente più prezioso sarà quello che fa ciò che la macchina non sa fare da sola: creare contesto, porre domande migliori, valutare il processo e tenere viva la responsabilità dello studente.

    L’AI renderà gli studenti più stupidi?

    È possibile usarla esattamente in quel modo. Basta trasformarla in una macchinetta distributrice di compiti finiti: domanda, copia, incolla, consegna. Il risultato può sembrare corretto mentre l’apprendimento è quasi nullo.

    Uno studio pubblicato nel 2025 sui Proceedings of the National Academy of Sciences ha sperimentato l’uso di GPT-4 con quasi mille studenti delle scuole superiori impegnati in esercizi di matematica. Durante la pratica, l’AI migliorava la prestazione. Quando però lo strumento veniva tolto, il gruppo che aveva usato il chatbot generalista mostrava un peggioramento rispetto a chi aveva lavorato senza AI. Una versione progettata come tutor, con vincoli e suggerimenti graduali invece delle soluzioni pronte, riduceva il danno.

    Traduzione brutale: ottenere una risposta migliore non significa aver imparato di più. La prestazione appartiene al sistema formato da studente più AI; la competenza personale si vede quando lo studente sa ragionare anche senza stampella.

    Esiste però anche l’evidenza opposta. Un esperimento controllato pubblicato su Scientific Reports ha confrontato un tutor AI costruito secondo principi pedagogici con una lezione universitaria di active learning in fisica. In quelle condizioni specifiche, gli studenti con il tutor hanno ottenuto maggiori guadagni di apprendimento in meno tempo e hanno dichiarato più coinvolgimento e motivazione.

    I due studi non si contraddicono. Dicono la stessa cosa con risultati diversi: la progettazione didattica conta più del marchio del chatbot. Un’AI che regala la soluzione sostituisce lo sforzo. Un’AI che fa domande, offre indizi, adatta la difficoltà e obbliga a spiegare il ragionamento può sostenere lo sforzo.

    Il vero pericolo: confondere il compito finito con l’apprendimento

    La scuola ha spesso premiato il prodotto finale: il tema, la relazione, la soluzione, la presentazione. L’AI produce prodotti finali con una facilità imbarazzante. Continuare a valutare soltanto quelli significa invitare gli studenti a delegare proprio la parte che vorremmo osservare.

    Serve spostare l’attenzione sul processo:

    • far mostrare fonti, passaggi e revisioni;
    • chiedere una difesa orale delle scelte;
    • confrontare una risposta umana e una generata dall’AI;
    • inserire errori plausibili da individuare e correggere;
    • alternare attività con AI, con tutor AI e senza AI;
    • valutare la qualità delle domande, non soltanto quella delle risposte.

    L’UNESCO raccomanda un approccio centrato sulla persona, attento a privacy, età, sicurezza, equità e progettazione pedagogica. Le linee guida europee del 2026 affidano esplicitamente agli insegnanti un ruolo centrale nell’uso etico dell’AI, nella comprensione dei dati e nello sviluppo del pensiero critico contro disinformazione e manipolazione.

    Altro che mestiere in estinzione. Più gli studenti avranno accesso a macchine capaci di produrre risposte credibili, più serviranno adulti competenti nel far distinguere una risposta elegante da una risposta vera.

    Il dato più preoccupante della survey non è quello che sembra

    Mi preoccupa meno il fatto che il 72% dei rispondenti usi l’AI e molto di più che il 67% abbia imparato da solo. L’autodidatta può essere brillante, ma non è una strategia di sistema.

    Quando gli strumenti entrano nella scuola prima delle regole condivise, ogni docente diventa contemporaneamente sperimentatore, responsabile privacy, verificatore delle fonti, progettista didattico e tecnico informatico. Troppo, anche per il professore più volenteroso.

    La formazione utile non può limitarsi a «ecco dieci prompt». Deve insegnare almeno quattro competenze:

    1. progettazione pedagogica: decidere quando l’AI aiuta e quando sottrae apprendimento;
    2. verifica: controllare fonti, errori, omissioni e bias;
    3. protezione dei dati: sapere che cosa non inserire nei chatbot e quali strumenti sono autorizzati;
    4. valutazione autentica: osservare comprensione, processo e capacità di trasferire ciò che si è imparato.

    È il taglio che propongo anche nel mio corso sull’intelligenza artificiale per insegnanti: strumenti concreti, certo, ma dentro un metodo che mantenga umano il giudizio e attivo il cervello dello studente.

    Una regola semplice per la classe: prima il cervello, poi l’AI, poi di nuovo il cervello

    Propongo una sequenza elementare:

    1. Prima: lo studente formula un’ipotesi, prova una soluzione o dichiara ciò che sa.
    2. Durante: usa l’AI per ricevere domande, controesempi, spiegazioni alternative o feedback.
    3. Dopo: ricostruisce il ragionamento senza copiare l’output e spiega che cosa ha cambiato.

    Se eliminiamo il primo passaggio, l’AI pensa al posto dello studente. Se eliminiamo il terzo, non sappiamo chi abbia imparato: il ragazzo o il chatbot.

    Quindi: insegnanti disoccupati e studenti più stupidi?

    No, non è un destino tecnologico. È una possibilità organizzativa.

    Avremo studenti cognitivamente più fragili se premieremo la risposta pronta, tollereremo la delega totale e chiameremo «competenza» la capacità di incollare un testo ben scritto. Avremo studenti più forti se useremo l’AI come sparring partner, tutor socratico, simulatore di obiezioni e generatore di feedback.

    Avremo insegnanti marginalizzati se li ridurremo a correttori di elaborati prodotti dalle macchine. Avremo insegnanti ancora più importanti se daremo loro formazione, strumenti affidabili, tempo e autonomia per progettare l’apprendimento.

    La tecnologia non ha ancora emesso la sentenza. La scuola sta scrivendo il verdetto, una lezione alla volta.

    Fonti

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    In occasione della prima Giornata Nazionale dell’Ascolto dei Minori, Telefono Azzurro ha organizzato una serie di iniziative di attivazione su tutto il territorio nazionale dal titolo: “Un bambino ascoltato sarà un adulto sereno”. Il 9 aprile sono stato invitato al Pirellone di Milano per parlare di AI a scuola: dopo un’introduzione sono passato a presentare uno strumento di studio concreto, vale a dire Gemini Notebook (ex NotebookLM).

    Metto qui a disposizione le slide usate durante l’evento:

    Alcune immagini dell’evento

     

    Come cambia il cyberbullismo ai tempi dell’intelligenza artificiale? Parto da una notizia letta qualche settimana fa: “Ad Almendralejo dieci ragazzi tra i 12 e i 14 anni sono sospettati di aver prodotto e diffuso immagini contraffatte di coetanee nude“. Questi giovani dell’Estremadura, senza il consenso delle vittime, hanno utilizzato foto per generare immagini nude, sfruttando una tecnologia avanzata.


    Come hanno fatto? Come si creano i deepfake al fine di spogliare una persona, come gli occhialini dell’Intrepido a raggi X? Lo racconto in questo video, dove faccio cenno anche a come funzionano app simili, come Reface, che consente di sostituire i volti nelle immagini, creando situazioni potenzialmente imbarazzanti o dannose. Ho esaminato alcuni esempi celebri, come falsi nudi di personaggi pubblici, per illustrare quanto sia facile manipolare le immagini oggi. Queste applicazioni stanno proliferando e rappresentano una minaccia seria all’integrità personale, specialmente in un’era dove l’intelligenza artificiale fa anche meraviglie in campi positivi, come l’educazione. È fondamentale rimanere informati e vigili. Buona visione:

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    Workshop “Studiare con l’intelligenza artificiale”

    Dalla fine del 2022 non si fa altro che parlare di ChatGPT: delle sue incredibili potenzialità, ma anche delle sue magagne. Tra le altre, le allucinazioni: il modello di linguaggio di OpenAI vede e scrive cose che non esistono. Nel mio ruolo di docente, ho fin da subito messo in chiaro le cose con i miei studenti: non si può pensare, nell’era dell’AI, di studiare senza usare questi strumenti ma, al tempo stesso, occorre essere molto attenti a quali strumenti si scelgono e come si usano. Per esempio, se si chiede alla versione a pagamento di Gemini (Gemini Advanced) di scrivere una bibliografia su un argomento, si rischia una situazione del genere:

    Sono tutti titoli inventati!

    Lo stesso può succedere con ChatGPT e, in alcuni casi, persino con Perplexity (che è un motore di ricerca!).

    Per risolvere questo problema, Google ha deciso di sviluppare e far utilizzare gratis Gemini Notebook (ex NotebookLM) (prima noto come Project Tailwind): il tool integra l’intelligenza artificiale (Gemini) per parlare con i propri file (PDF, testi, link, ecc.), citando le fonti ed evitando di rispondere se non trova informazioni in esse. Per esempio, in questo caso ho caricato il mio libro sul prompt engineering e ho chiesto la ricetta della pizza con l’ananas (crimine contro l’umanità, tra parentesi):

    Viceversa, se Gemini Notebook trova una risposta nella documentazione fornita, indica anche le fonti:

    Il video di presentazione di Gemini Notebook

    Il workshop sullo studio con l’AI

    Il workshop, della durata di una giornata, ha le seguenti caratteristiche.

    Obiettivi formativi

    • Comprendere il funzionamento di Gemini Notebook e i suoi vantaggi rispetto a LLM come ChatGPT
    • Esplorare le potenzialità di Gemini Notebook per lo studio
    • Saggiare usi pratici dello strumento

    Scaletta

    Il corso si articola in due moduli.

    MODULO 1

    • Introduzione all’AI generativa
    • AI e studio
    • Panoramica degli strumenti disponibili
    • Introduzione a Gemini Notebook
    • Vantaggi di questo tool rispetto ai LLM come ChatGPT

    MODULO 2

    • Accesso a NotebookLLM
    • Gemini Notebook e le fonti
    • NotebookLLM per lo studio: riassunti, domande e risposte, timeline, ecc.
    • Casi d’uso pratici di Gemini Notebook per lo studio
    • Q&A

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    L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui viviamo e lavoriamo, e la scuola non è da meno. Non deve essere vista come una minaccia per il lavoro degli insegnanti (sebbene molti studenti stiano usando strumenti come ChatGPT per fare i compiti), ma come un’opportunità per migliorare la didattica e la qualità dell’apprendimento degli studenti. Ne ho parlato in questo evento:

    Questo corso fornirà ai docenti le conoscenze e gli strumenti per integrare l’IA nella loro didattica in modo efficace e sicuro.

    OBIETTIVI
    • Comprendere i principi di base dell’IA e il suo potenziale in classe.
    • Imparare a utilizzare strumenti di IA come chatbot, sistemi di riconoscimento vocale e traduttori automatici per facilitare l’apprendimento degli studenti.
    • Scoprire come l’IA può aiutare a personalizzare l’apprendimento e a valutare i progressi degli studenti.
    • Conoscere i rischi associati all’utilizzo dell’IA in classe e imparare come affrontarli, garantendo la sicurezza e la privacy degli studenti.
    • Esplorare casi di successo di scuole che hanno integrato con successo l’IA nella loro didattica.

    IL CORSO
    Il corso, della durata di 6 ore, diviso in 2 moduli, affronta i seguenti temi.

    MODULO 1:
    • Introduzione ai principi dell’IA e al suo utilizzo in classe.
    • Uso degli strumenti di IA per facilitare l’apprendimento degli studenti.
    • Personalizzazione dell’apprendimento e valutazione dei progressi con l’IA.
    • Rischi associati all’utilizzo dell’IA in classe e come affrontarli.

    MODULO 2
    • Esempi di strumenti da usare in classe.
    • Casi di successo di scuole che hanno integrato con successo l’IA nella loro didattica.

    Progetti di formazione su transizione digitale e STEM

    Nel quadro del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), le scuole italiane sono invitate a progettare ed attivare corsi di formazione per insegnanti e percorsi di orientamento per gli studenti, incluso questo sull’intelligenza artificiale. Infatti la formazione dei docenti può coprire una vasta gamma di temi, inclusi l’utilizzo etico e responsabile dell’AI nella didattica.

    Scrivimi per organizzare un corso sull’intelligenza artificiale generativa nella tua scuola

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    L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui viviamo e lavoriamo, e la scuola non è da meno. Non deve essere vista come una minaccia per il lavoro degli insegnanti o per le famiglie (sebbene molti studenti stiano usando strumenti come ChatGPT per fare i compiti), ma come un’opportunità per migliorare la didattica e la qualità dell’apprendimento degli studenti.

    Il 30 gennaio 2024 ho tenuto un evento presso Step per fornire ai docenti le conoscenze e gli strumenti per integrare l’IA nella loro didattica in modo efficace e sicuro, con cinque proposte concrete. Qui potete rivedere l’intera registrazione dell’evento (della durata di una cinquantina di minuti):

    Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

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    Il corso sulle intelligenze artificiali generative è rivolto a studenti e insegnanti delle scuole medie e superiori.

    Obiettivo del corso

    • Fornire una comprensione di base dell’intelligenza artificiale generativa e delle sue applicazioni
    • Illustrare l’importanza dell’AI per il futuro dell’innovazione tecnologica
    • Insegnare come utilizzare l’AI per la generazione di idee e la comunicazione

    Esempio di contenuto

    Qui si trova un video introduttivo su ChatGPT:

    Conferenza sull’introduzione al tema (durata 90 minuti)

    • Introduzione all’AI generativa: cosa significa e come funziona
    • Applicazioni dell’AI generativa: arte, musica, scrittura, giochi e altro
    • Limiti e problemi di strumenti LLM quali ChatGPT
    • Etica e responsabilità nell’uso dell’AI.

    Conferenza solo per insegnanti (durata 90 minuti)

    • Come l’AI sta cambiando il mondo della scuola
    • Impatto dell’AI sulla didattica
    • Rischi dell’uso degli LLM da parte dei ragazzi (compiti, temi, test, fake news, dipendenza, ecc.)
    • Opportunità e sfide dell’AI per la didattica (organizzazione delle lezioni, test, esperienze, chat, ecc.)

    Qui trovi un articolo sull’uso dell’AI nella scuola:

    Workshop per usare l’AI per ideare e lanciare una startup

    • Introduzione alle tecniche di ideazione
    • Creazione delle squadre
    • Utilizzo di strumenti di AI per sviluppare e migliorare l’idea di business
    • Sviluppo di un piano di lancio e di marketing
    • Creazione di una presentazione
    • Presentazione del progetto alla classe

    Nota: il contenuto del workshop è personalizzabile a seconda dell’età delle ragazze e dei ragazzi.

    Contattami per organizzare il corso nella tua scuola

    Scrivimi

    Fine novembre 2022: OpenAI lancia ChatGPT, il chatbot liberamente accessibile più potente mai visto. Nei giorni successivi inizio a vedere su TikTok, oltre a tantissimi professionisti spaventati o esaltati perché ChatGPT può cambiare il modo di lavorare, alcuni messaggi direttamente dalle aule scolastiche.

    Da una parte ci sono gli insegnanti, che pian piano hanno attraversato tutte le fasi del lutto (dalla negazione all’accettazione, passando per rabbia e depressione), e dall’altra gli studenti, che ben presto hanno scoperto un incredibile alleato (che passa esami, prende MBA, ecc.). In questo articolo esploro il modo in cui i ragazzi usano il chatbot, dopo averne scritto uno sul perché gli insegnanti non devono averne paura nonostante il terremoto.

    ChatGPT a scuola

    Paolo Ferri, professore di Tecnologie per la didattica all’Università Bicocca di Milano, ha dichiarato al Corriere della Sera: “ChatPGT potrebbe render obsoleti, in pochi mesi, compiti come la compilazione di testi o la soluzione di problemi”. Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, ha dichiarato all’AGI: “Siamo d’accordo sul fatto che l’uso dei sistemi di IA possa essere applicato in tutti aspetti dell’attività scolastica ovvero l’insegnamento, l’apprendimento e la valutazione, ma soprattutto i risultati, degli studenti. Ma si tratta di uno strumento che, in quanto tale, va governato: ciò vuol dire che occorre essere consapevoli delle opportunità così come dei rischi connessi al loro uso. La sfida è affascinante e la scuola del presente e del futuro non può non tenerne conto”.

    La posizione di Giannelli è aperta, ma la situazione pare non essere così serena. Sono molte le scuole, in Italia e all’estero, che stanno – provando a – proibire l’uso dell’intelligenza artificiale nella scuola e fuori.

    Ma come usano concretamente il chatbot gli studenti? Ecco alcuni esempi.

    Temi e saggi con ChatGPT

    La prima cosa sa sapere è che ChatGPT è un LLM, Large Language Model: un modello di intelligenza artificiale che utilizza algoritmi di deep learning per elaborare e comprendere il linguaggio. Addestrato su enormi quantità di dati, è in grado di “capire” e generare testo. Quindi il primo e più immediato uso di ChatGPT è sfruttarlo come autore.

    Faccio un primo esempio concreto: un ragazzo può chiedere al chatbot di creare un tema sulle cause della sconfitta di Napoleone a Waterloo. E fin qui basterebbe Google. In aggiunta può ordinare che lo stile sia quello di uno studente del liceo scientifico di 17 anni (o di 13 anni se il ragazzo è alle Medie). Potrebbe anche indicare il Q.I. dello studente. E ancora, potrebbe istruire l’algoritmo per inserire un paio di errori (logici o refusi), per rendere il compito credibile. Il risultato è strabiliante, qui ha inserito due errori plausibili su strategie e armamenti.

    ChatGPT può scrivere testi anche usando stili particolari. Tutto dipende dal prompt (istruzioni per il chatbot), c’è da sbizzarrirsi. Un esempio folle: “Scrivi un breve articolo (300 parole) sulla formula di Einstein E=MC2 nello stile di Pirandello”.

    ChatGPT, insomma, può creare qualsiasi testo, anche scrivere canzoni e poesie. Sulle barzellette è patetico.

    Riassunti e parafrasi con ChatGPT

    Molti studenti hanno scoperto ben presto che, invece di vedere un’ora di video su Youtube, possono prendere la trascrizione del parlato e farla riassumere da ChatGPT. Addirittura tutto questo può avvenire in automatico grazie all’estensione Chrome YouTube Summary with ChatGPT.

    ChatGPT è bravissimo anche con le parafrasi.

    Se non basta, possiamo fargliela rifare verso per verso (e tiene in memoria informazioni e istruzioni precedenti).

    Ma si spinge anche ad analisi molto più evolute. Per esempio, si può chiedere di analizzare la serie TV “Breaking Bad” dal punto di vista dello schema di Propp (o individuando gli archetipi di Jung).

    Le traduzioni con ChatGPT

    ChatGPT è un traduttore provetto: parla 95 lingue, e qualche dialetto (non scherzo). Certamente migliore di Google Traduttore, se la gioca anche con Deepl.

    ChatGPT è così bravo con le traduzioni per cinque motivi.

    • La traduzione non avviene parola per parola: ChatGPT valuta il contesto.
    • Enorme quantità di dati: ChatGPT è stato addestrato su un vasto insieme di dati, che comprende contenuti provenienti da diversi domini e lingue.
    • Deep learning: ChatGPT utilizza reti neurali per apprendere pattern, relazioni e struttura delle lingue. Questo gli consente di padroneggiare la grammatica, il lessico e lo stile delle varie lingue.
    • Apprendimento trasferibile: ChatGPT è in grado di trasferire conoscenze apprese in un dominio o in una lingua a un altro dominio o lingua.
    • Continuo aggiornamento: ChatGPT viene costantemente aggiornato e migliorato con nuovi dati e raffinamento degli algoritmi.

    Ovviamente ChatGPT viene usato anche per le versioni di greco e latino. Anche se i ragazzi usavano già Splash Latino…

    Fare ricerche con ChatGPT

    Molti ragazzi (e non solo loro) stanno scambiando ChatGPT per Google. Questo è un problema, per alcuni motivi:

    • ChatGPT non naviga, a meno che non lo si usi su Bing
    • ChatGPT non cita le fonti
    • ChatGPT è stato addestrato su dati vecchi (2021)
    • ChatGPT, quando non ha in pancia delle informazioni, se le inventa

    Ciononostante, molti ragazzi stanno usando ChatGPT per fare le ricerche. A dire il vero in alcuni casi si rivela piuttosto bravo, certamente comodo e veloce. Si può chiedere di trovare delle informazioni, per esempio sulla produzione agricola tipica delle regioni italiane e di impaginare il risultato in una tabella pronta all’uso. In questo caso i numeri, e non solo quelli, andrebbero controllati.

    Prima dicevo che ChatGPT ha delle allucinazioni (non scherzo, gli esperti le chiamano così). Lo dimostro. Chiedo di elencare 10 libri usciti su Leopardi, in Italia, dal 2020 in poi. ChatGPT, da bravo ricercatore, mi crea velocemente un elenco da mettere, per esempio, in una bibliografia.

    Ma c’è un enorme problema. Prendiamo per esempio uno dei testi citati, dal titolo particolarmente accattivante: “Leopardi e il mare” di Anna Laura Trombetti pubblicato nel 2021. Voglio leggerle la scheda, cerco il libro su Google:

    Il libro non esiste! Ma come se l’è inventato? Indago. ChatGPT aveva in pancia alcune informazioni e le ha messe insieme creando un Frankenstein. Per esempio, esiste una pubblicazione intitolata “Leopardi e il mare”, peccato però che sia del 2011 e l’autrice sia Elena Landoni.

    E Anna Laura Trombetti? Esiste, insegna storia medievale a Bologna ma non ha mai scritto alcun libro su Leopardi!

    Risolvere problemi di matematica e fisica

    Alcuni studenti stanno usando ChatGPT anche per fare i compiti di matematica e fisica. Copiano la domanda con le possibili soluzioni:

    Quindi la incollano in ChatGPT, che pensa in autonomia a dare la risposta. Motivandola!

    Sebbene ChatGPT 4, annunciato nel marzo del 2023, prometta di essere più accurato nel fare calcoli, per ora il chatbot ha grossi limiti. In questo articolo di Wired, per esempio, si evidenzia che “i problemi di algebra più elementari mettono in crisi il sistema, che risponde con la sua solita sicurezza sbagliando però clamorosamente i risultati. Anche noi abbiamo posto un semplice problema di logica a ChatGPT, che ha subito mostrato le sue lacune. Tuttavia, una volta spiegato l’errore all’intelligenza artificiale si è parzialmente ravveduta, anche se il risultato era nuovamente sbagliato”.

    Qui si trova un’interessante conversazione su Twitter sul perché ChatGPT sia un pessimo studente di matematica.

    Generare idee

    In quanto intelligenza artificiale generativa, ChatGPT è particolarmente bravo a creare dal nulla anche idee. Per esempio, ho provato a fargli ideare dei giochi ma anche una nuova lingua:

    Tornando all’uso dei ragazzi e nella scuola, ogni tanto i docenti danno, per esempio per le vacanze, dei compiti creativi. Per esempio: “Crea nuovi oggetti utili usando materiale di scarto” (come si legge qui). Ecco che cosa propone l’oracoloGPT.

    Gli studenti sono consci dei pericoli?

    Sebbene la maggior parte degli strumenti online di identificazione dei testi generati da AI lascino a desiderare (uno dei quali è stato reso pubblico proprio da OpenAI), prima o poi si troverà il modo di rilevarne l’origine. Nel frattempo, i ragazzi che usano ChatGPT per fare i compiti si stanno ponendo il problema:

    Ma quali sono i pericoli che corrono, oltre alla scarsa preparazione? Eccone alcuni:

    • Gli studenti potrebbero diventare dipendenti da ChatGPT per rispondere alle loro domande e non sviluppare le proprie capacità di problem solving e pensiero critico.
    • Fake news. Come visto, ChatGPT può essere vittima di allucinazioni.
    • Contenuti inaccurati. ChatGPT potrebbe non sempre fornire risposte accurate o appropriate alle domande degli studenti.
    • Si è dimostrato che ChatGPT perpetua dei pregiudizi.
    • In caso di uso fraudolento durante gli esami.
    • I dati immessi dagli studenti vengono utilizzati per alimentare l’algoritmo.

    Il corso su ChatGPT

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