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L’intelligenza artificiale generativa non è più una tecnologia del futuro: è già nel presente delle aziende, degli enti pubblici, delle scuole e delle associazioni di categoria. Eppure molti manager, professionisti e decisori faticano ancora a capire cosa sia davvero l’AI, come usarla in modo pratico e responsabile, e soprattutto come trasformarla in un vantaggio concreto. È qui che entrano in gioco le conferenze sull’intelligenza artificiale: un formato potente, capace di accelerare la comprensione collettiva e preparare intere organizzazioni al cambiamento.

Cosa sono le conferenze sull’intelligenza artificiale generativa?

Una conferenza sull’AI generativa è un intervento — di norma tra i 45 e i 90 minuti — in cui un relatore specializzato spiega ai partecipanti cos’è l’intelligenza artificiale, come funziona e, soprattutto, come può essere usata nella loro realtà professionale quotidiana. Non si tratta di una lezione universitaria né di una presentazione tecnica per sviluppatori: le migliori conferenze sull’AI sono pensate per pubblici eterogenei e non tecnici, dai manager ai professionisti del marketing, dagli insegnanti agli imprenditori, dagli amministratori agli operatori sanitari.

I temi più richiesti nelle conferenze sull’intelligenza artificiale includono:

  • Introduzione all’AI generativa e a ChatGPT: cosa sono, come funzionano, perché stanno cambiando il mondo del lavoro.
  • Prompt engineering: come dialogare efficacemente con i modelli linguistici per ottenere risultati utili.
  • AI Act e regolamentazione europea: cosa cambia per le aziende e cosa devono sapere i professionisti.
  • AI literacy: come sviluppare le competenze minime per non restare indietro.
  • Rischi e opportunità dell’AI: bias, allucinazioni, fake news, ma anche automazione, efficienza e innovazione.
  • AI nel mondo della scuola: opportunità e rischi per docenti e studenti.
  • Uso consapevole dell’AI: come integrare gli strumenti di intelligenza artificiale nella vita lavorativa senza dipendenza acritica.

Perché organizzare una conferenza AI per la tua azienda o il tuo ente?

La domanda che molti responsabili HR, direttori marketing, segretari generali di associazioni di categoria e dirigenti scolastici si pongono è: perché spendere tempo e risorse su una conferenza AI, quando ci sono così tante risorse online?

La risposta è semplice: perché un relatore esperto in presenza (o in streaming) fa qualcosa che nessun video su YouTube può fare. Contestualizza il tema, risponde alle domande reali del tuo pubblico, adatta il linguaggio al settore specifico e — soprattutto — crea un momento condiviso di aggiornamento e riflessione che ha un impatto misurabile sulla cultura organizzativa.

Ecco i principali vantaggi di portare un relatore AI nella tua organizzazione:

  • Aggiornamento rapido e contestualizzato: l’AI evolve velocissimamente. Un esperto aggiornato ti porta le informazioni più recenti, già filtrate per rilevanza nel tuo settore.
  • Riduzione della resistenza al cambiamento: molti dipendenti o associati percepiscono l’AI come una minaccia. Una conferenza ben calibrata trasforma la paura in curiosità e comprensione.
  • ROI immediato: le persone escono dalla conferenza con strumenti e idee applicabili subito, non tra sei mesi dopo un corso lungo e costoso.
  • Employer branding e reputazione: organizzare eventi sull’AI dimostra che la tua organizzazione guarda al futuro e investe nell’aggiornamento delle persone.
  • Personalizzazione del contenuto: un buon relatore AI non tiene la stessa conferenza per tutti: adatta contenuti, esempi e casi d’uso al tuo specifico contesto.

Chi può partecipare a una conferenza sull’AI?

Una delle domande più frequenti è: le nostre persone sono pronte per una conferenza sull’intelligenza artificiale? La risposta è quasi sempre sì, a patto che la conferenza sia progettata per il pubblico giusto.

Le conferenze sull’AI generativa sono state tenute con successo per categorie professionali molto diverse tra loro: manager e C-suite, addetti marketing e comunicazione, professionisti legali e consulenti, insegnanti e dirigenti scolastici, giornalisti, bibliotecari, farmacisti, artigiani, volontari del Servizio Civile Digitale. Il segreto è nella capacità del relatore di calibrare il linguaggio, scegliere gli esempi giusti e rispondere con precisione alle domande specifiche del settore.

Formati disponibili: dalla keynote al workshop pratico

Le conferenze sull’intelligenza artificiale possono assumere formati molto diversi in base agli obiettivi e al tempo disponibile:

  • Keynote (45-90 minuti): ideale per eventi aziendali, convention di categoria, aperture di convegno. Coinvolge, ispira e informa senza approfondire eccessivamente.
  • Workshop pratico (mezza giornata o giornata intera): adatto a team che vogliono imparare a usare gli strumenti AI nella loro quotidianità, con esercitazioni e casi reali.
  • Ciclo di webinar: formato flessibile, spalmato nel tempo, ideale per grandi organizzazioni con team distribuiti.
  • Evento ibrido (presenza + streaming): permette di raggiungere sia il pubblico in sala che quello da remoto, moltiplicando l’impatto.

Come scegliere il relatore giusto per una conferenza sull’AI

Non tutti gli esperti di AI sono bravi comunicatori, e non tutti i comunicatori sono davvero aggiornati sull’AI. I criteri per scegliere il relatore AI giusto per la tua conferenza sono:

  • Esperienza divulgativa documentata: cerca chi ha tenuto decine di conferenze per pubblici eterogenei, non solo seminari tecnici per addetti ai lavori.
  • Aggiornamento continuo: l’AI cambia ogni mese. Il relatore deve usare quotidianamente gli strumenti di cui parla.
  • Background giornalistico o formativo: chi sa semplificare senza banalizzare ha spesso un percorso in ambito comunicazione, giornalismo o formazione aziendale.
  • Referenze verificabili: chiedi chi ha già coinvolto quel relatore e che tipo di feedback ha ricevuto.
  • Approccio critico e responsabile: diffida di chi dipinge l’AI solo in modo entusiastico o solo in modo catastrofico. La realtà è più sfumata.

Vuoi organizzare una conferenza sull’AI? Partiamo da qui

Se stai pensando di organizzare una conferenza, uno speech o un workshop sull’intelligenza artificiale generativa per la tua azienda, il tuo ente o la tua associazione, puoi esplorare i temi, i formati e le esperienze già realizzate nella pagina dedicata agli speech e alle conferenze AI.

Troverai esempi concreti di interventi tenuti per realtà come Fastweb STEP, Confartigianato Imprese, Fondazione Corriere della Sera, Istituto Affari Internazionali e molte altre. E se vuoi capire se il formato è giusto per te, puoi contattarmi direttamente per una consulenza preliminare gratuita.

L’intelligenza artificiale non aspetta. Le tue persone nemmeno.

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Metà dei lavoratori nel mondo usa l’intelligenza artificiale più volte a settimana. Uno su cinque la usa quasi ogni giorno. In Italia i numeri sono leggermente più bassi, ma la direzione è chiara: l’AI è diventata uno strumento di lavoro, non una prospettiva futura. Lo dice il report ADP Research People at Work 2026, condotto su quasi 39.000 lavoratori in 36 mercati, di cui 1.095 in Italia.

Questi dati arrivano il 10 giugno 2026 da Milano e raccontano un’adozione ancora disomogenea, con alcune contraddizioni interessanti: chi usa di più l’AI si sente meno produttivo, ma anche meno stressato e più coinvolto nel proprio lavoro. Vale la pena capire perché.

Quanti lavoratori usano l’AI in Italia nel 2026

Partiamo dai numeri italiani. Secondo il report ADP People at Work 2026:

  • Il 12% dei lavoratori italiani dichiara di usare l’intelligenza artificiale quasi ogni giorno.
  • Il 26% la usa più volte a settimana.
  • Il 22% non l’ha mai usata.

Rispetto alla media europea, l’Italia è sostanzialmente in linea, ma rimane indietro rispetto ad altri Paesi. La Spagna registra il 15% di utilizzo quotidiano e il 31% settimanale; la Germania il 14% giornaliero e il 29% settimanale. Piccole differenze in percentuale, ma significative nel segnalare una maturità digitale ancora da costruire nel contesto italiano.

L’atteggiamento degli italiani verso l’AI: prudenti, non ostili

Il dato più interessante non è quanto si usa l’AI, ma come la si percepisce. In Italia solo il 10% dei lavoratori è fortemente convinto che l’intelligenza artificiale avrà un impatto positivo sulle proprie responsabilità lavorative nel prossimo anno. È un dato in crescita rispetto all’8% dell’anno precedente, ma lontano dalla media globale del 17%.

Il 6% dei lavoratori italiani teme che il proprio lavoro possa essere sostituito dall’AI. Un ulteriore 7% dichiara semplicemente di non sapere come l’AI cambierà il suo ruolo.

Questo non è rifiuto: è prudenza. Una prudenza che ha senso, ma che rischia di trasformarsi in immobilismo se non viene accompagnata da formazione e da chiarezza sugli usi reali degli strumenti di intelligenza artificiale.

Chi usa di più l’AI: i knowledge worker e i giovani

Il report distingue tre categorie di lavoratori in base al tipo di mansione:

  • I knowledge worker (professionisti con autonomia creativa e cognitiva) sono i più convinti dell’impatto positivo dell’AI: il 16% è fortemente d’accordo.
  • Gli skilled task worker (chi usa competenze specifiche per risolvere problemi ricorrenti) si fermano all’8%.
  • Chi svolge mansioni ripetitive scende al 6%: paradossalmente, sono proprio quelli che potrebbero beneficiare di più dell’automazione, ma anche quelli con più motivi per preoccuparsi della sostituzione.

Per fascia d’età, il divario è netto: circa il 20% dei lavoratori tra i 18 e i 26 anni usa l’AI quasi ogni giorno. È la generazione che ha trovato ChatGPT già presente quando ha iniziato a lavorare, e lo tratta come un collega di squadra.

Il paradosso della produttività: usare l’AI e sentirsi meno produttivi

Questo è il dato che trovo più interessante dell’intero report.

A livello globale, gli utenti che usano l’AI quotidianamente hanno una probabilità quattro volte superiore di percepirsi meno produttivi rispetto a chi non la usa. Come è possibile?

La spiegazione è nella natura del lavoro che rimane. L’AI si occupa delle attività ripetitive e meccaniche: le email standard, la sintesi di documenti, la formattazione di report, i testi di base. Quello che rimane sul tavolo del lavoratore sono i problemi complessi, le decisioni difficili, i progetti strategici che richiedono giudizio e relazioni umane. Queste attività sono intrinsecamente più difficili da misurare e da “spuntare” in una lista. Risultato: hai fatto di più, ma ti sembra di aver fatto meno.

Come spiega Elena Falconi, HR Director Southern Europe di ADP: “L’adozione da sola non garantisce una maggiore produttività percepita: i lavoratori devono sviluppare competenze e familiarità con questi strumenti, comprendendo come integrarli nelle proprie attività.”

La conseguenza pratica è che le aziende devono rivedere i criteri con cui misurano la produttività. Se continui a contare quante email hai scritto, l’AI ti farà sembrare pigro. Se invece misuri la qualità delle decisioni prese, la complessità dei problemi risolti, il valore generato per il cliente, il quadro cambia completamente.

AI e benessere lavorativo: meno stress, più coinvolgimento

Sul fronte del benessere, i dati sono chiari e positivi. Chi usa l’AI ogni giorno:

  • Dichiara livelli di stress negativo all’11%, contro il 23% dei non utilizzatori: circa la metà.
  • Si sente più parte di un team e riferisce dinamiche di squadra più solide.
  • Percepisce una maggiore sicurezza del proprio posto di lavoro.

Questo è un dato che contraddice la narrazione più diffusa sull’AI come fonte di ansia lavorativa. Chi la usa davvero, ogni giorno, tende a viverla come un alleato, non come una minaccia. L’ansia, semmai, è più alta in chi non la usa e la osserva da fuori.

La Chief Economist di ADP, Dr. Nela Richardson, lo sintetizza bene: “I nostri dati mostrano che gli utenti più frequenti riportano maggiore engagement e minore stress, ma anche una minore percezione di produttività. Le aziende che supportano i lavoratori nella transizione possono favorire un ambiente in cui l’AI venga percepita come un alleato e non come una minaccia.”

Cosa significa tutto questo per aziende e professionisti in Italia

Provo a tradurre questi dati in indicazioni pratiche per chi lavora o gestisce persone in Italia nel 2026.

Per i lavoratori: usare l’AI non è più un vantaggio competitivo opzionale. Chi non la usa non sta “preservando le proprie competenze”: sta semplicemente rallentando. Il punto non è sostituire il proprio cervello con un chatbot, ma imparare a delegare le attività a basso valore aggiunto per concentrarsi su quelle che contano davvero.

Per i manager e le HR: il 22% di lavoratori italiani che non ha mai usato l’AI è un dato che richiede attenzione, non giudizio. Serve formazione concreta, non generica. Serve mostrare esempi reali di utilizzo nel contesto specifico del lavoro delle persone. E serve rivedere i KPI: misurare la produttività con gli stessi criteri del passato, in un contesto dove l’AI gestisce le attività ripetitive, porta a conclusioni distorte.

Per le aziende: il gap tra Italia e Spagna o Germania non è un problema di cultura digitale irrecuperabile. È un gap di esposizione, formazione e fiducia. Le aziende che investono in percorsi strutturati di AI literacy adesso si troveranno in vantaggio nei prossimi 12-24 mesi, quando l’adozione si accelererà ulteriormente.

Il contesto del report ADP People at Work 2026

Il report ADP Research People at Work 2026 è basato su un campione di quasi 39.000 lavoratori intervistati in 36 mercati nel mondo, con 1.095 intervistati in Italia. È uno dei più ampi studi globali sul rapporto tra lavoratori e tecnologia, con un focus specifico sull’intelligenza artificiale nell’edizione 2026. I dati italiani sono stati presentati a Milano il 10 giugno 2026.

Come posso aiutarti

Mi occupo di formazione su ChatGPT, AI generativa e uso consapevole dell’intelligenza artificiale per aziende, professionisti, HR, manager e team. Se stai cercando un percorso pratico per portare l’AI nel lavoro quotidiano della tua organizzazione, puoi partire da questi punti:

  • Il mio corso sull’AI generativa per chi vuole capire cosa sono davvero questi strumenti e come usarli bene.
  • La pagina dedicata alle conferenze e corsi per aziende e associazioni.
  • La sezione Scrivimi se vuoi organizzare un intervento su misura per il tuo team o evento.

I dati ADP 2026 confermano quello che vedo ogni giorno in aula e nelle aziende: l’AI è già qui, l’adozione è disomogenea, e la differenza tra chi la usa bene e chi la subisce si gioca sulla formazione e sulla consapevolezza. Non sulla tecnologia in sé.

FAQ sull’uso dell’AI nel lavoro in Italia

Quanti lavoratori italiani usano l’AI ogni giorno nel 2026?

Secondo il report ADP People at Work 2026, il 12% dei lavoratori italiani dichiara di usare l’intelligenza artificiale quasi ogni giorno, mentre il 26% la usa più volte a settimana.

L’AI aumenta davvero la produttività?

I dati mostrano un paradosso: chi usa l’AI quotidianamente tende a percepirsi meno produttivo, non più. La ragione è che l’AI gestisce le attività ripetitive, lasciando al lavoratore quelle complesse e difficili da misurare. Le aziende devono aggiornare i propri criteri di misurazione della produttività.

I lavoratori che usano l’AI sono più stressati?

Al contrario. Il report ADP indica che solo l’11% degli utilizzatori quotidiani di AI dichiara di vivere stress negativo, contro il 23% di chi non la usa. Chi usa regolarmente l’AI si sente anche più sicuro del proprio posto di lavoro.

Chi usa di più l’AI tra i lavoratori italiani?

I giovani tra i 18 e i 26 anni (circa il 20% dichiara utilizzo quasi quotidiano) e i knowledge worker (chi ha autonomia creativa nel proprio lavoro) sono i profili con il tasso di adozione più alto.

Come si confronta l’Italia con gli altri Paesi europei nell’uso dell’AI?

L’Italia è in linea con la media europea ma leggermente indietro rispetto a Spagna (15% di utilizzo quotidiano) e Germania (14%). Il gap più evidente riguarda la fiducia nell’impatto positivo dell’AI: solo il 10% degli italiani è fortemente convinto di un impatto positivo, contro il 17% della media globale.

 

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Me lo chiedono spesso, durante i corsi e le conferenze sull’intelligenza artificiale. Mentre ancora si chiacchiera alla fine della sessione, qualcuno si avvicina e mi fa la domanda vera: “Ma tutta questa roba tecnica – i token, gli embedding, il fine-tuning – devo davvero capirla?”. La risposta breve è: no, non devi diventare un ingegnere. Ma sì, capire cosa c’è sotto ti cambia il modo di usare questi strumenti. Ti rende più efficace, più consapevole.

Ho selezionato i 10 concetti che tornano sempre nelle mie formazioni sull’AI generativa: quelli che generano più confusione, ma anche più soddisfazione quando si capiscono davvero.

1. Token e Tokenizzazione: il segreto che ChatGPT non dice al primo incontro

Quando scrivi un prompt, il modello non legge parole. Legge token: frammenti di testo che possono essere parole intere, parti di parola, o persino singoli caratteri. La parola “Intelligenza” potrebbe diventare tre o quattro token diversi.

Perché conta? Perché i modelli hanno un limite di token per conversazione (il cosiddetto context window), e perché il costo delle API si calcola in token. Ma soprattutto perché capire la tokenizzazione aiuta a costruire prompt migliori: parole rare, termini tecnici o nomi stranieri vengono “sminuzzati” in più token, e questo può influenzare la qualità della risposta.

In pratica: più il tuo linguaggio è preciso e comune, meglio il modello ti capisce.

2. Attention Mechanism e Transformer: cosa fa davvero la macchina quando “pensa”

L’architettura Transformer è la base di quasi tutti i modelli linguistici moderni – da GPT a Gemini, da Claude a Mistral. Il suo cuore è il meccanismo di attention (attenzione): la capacità del modello di valutare quali parole di un testo sono più rilevanti rispetto alle altre, in modo dinamico e contestuale.

Quando scrivi “ho lasciato le chiavi sulla tavola”, il modello capisce che tavola indica un tavolo e non una tavola tecnica, perché interpreta il contesto dato da “chiavi” e “lasciato”. Non applica regole grammaticali rigide: valuta le probabilità basandosi su schemi appresi durante l’addestramento.

È questo che rende i transformer così potenti – e così diversi dai sistemi basati su regole che li hanno preceduti.

3. Fine-Tuning e Transfer Learning: trasferire intelligenza da un dominio all’altro

Un modello base come GPT-5 è stato addestrato su enormi quantità di testo generico. Ma se un’azienda vuole un assistente specializzato nel diritto del lavoro, o un medico vuole un modello che parli il linguaggio della clinica, si fa il fine-tuning: si “aggiusta” il modello pre-addestrato su dati specifici del dominio.

Il Transfer Learning è il principio più ampio: si prende l’intelligenza acquisita in un contesto (milioni di pagine web) e la si trasferisce in un altro (contratti, cartelle cliniche, normative fiscali). È quello che rende possibile creare modelli specializzati senza partire da zero – il che richiederebbe risorse computazionali e finanziarie fuori dalla portata di chiunque.

Nelle mie formazioni, questo è il concetto che più interessa ai team IT: quando conviene fare fine-tuning, e quando è meglio usare un approccio diverso come il RAG (lo vediamo al punto 8).

4. Hallucination: quando la macchina mente con molta fiducia

Le allucinazioni sono forse il problema più noto dell’AI generativa – e il più frainteso. Il modello non “mente” nel senso umano del termine: non ha intenzione di ingannarti. Semplicemente, genera la sequenza di token statisticamente più probabile, anche quando quella sequenza corrisponde a informazioni false.

Il risultato sono risposte plausibili ma errate: citazioni di articoli che non esistono, date storiche sbagliate, nomi di persone inventati. Il modello le propone con lo stesso tono sicuro con cui ti direbbe il nome della capitale della Francia.

Questo è il motivo per cui non si usa l’AI come fonte primaria senza verifica. Ed è anche il motivo per cui capire le allucinazioni non serve a smettere di usare l’AI: serve a usarla nel modo giusto.

5. Temperature: la fisica del non-determinismo

Hai mai notato che lo stesso prompt, fatto più volte, produce risposte diverse? Non è un bug. È la temperature (temperatura): un parametro che regola quanto il modello è “creativo” o “deterministico” nelle sue scelte.

Temperature alta (vicino a 2): il modello sceglie token meno probabili, produce risposte più varie, creative, imprevedibili. Temperature bassa (vicino a 0): il modello sceglie quasi sempre il token più probabile, produce risposte più prevedibili, precise, ripetibili.

Nelle applicazioni professionali – analisi legali, revisioni contabili, assistenza medica – si preferisce temperatura bassa. Nelle applicazioni creative – brainstorming, scrittura, ideazione – si lavora con temperatura più alta. Scegliere consapevolmente questo parametro può fare una differenza enorme nei risultati.

6. Embedding: la geometria dei significati

Gli embedding sono rappresentazioni numeriche del significato. Ogni parola, frase o documento viene trasformato in un vettore – un punto nello spazio matematico – in modo che concetti semanticamente vicini siano anche geometricamente vicini.

L’esempio classico: nello spazio degli embedding, “re” – “uomo” + “donna” = “regina”. Non è magia: è geometria dei significati. È questo che permette ai motori di ricerca semantici di capire che “auto” e “automobile” sono sinonimi, o che una domanda su “come si cura il raffreddore” è pertinente rispetto a un documento che parla di “rimedi per i sintomi influenzali”.

Gli embedding sono alla base di molte applicazioni pratiche dell’AI nelle aziende: ricerca documentale, classificazione automatica, sistemi di raccomandazione.

7. Chain of Thought Prompting: insegnare alla macchina a ragionare passo per passo

I modelli linguistici fanno errori nei ragionamenti complessi se gli si chiede direttamente la risposta finale. Ma se li si invita a “pensare ad alta voce” – a esplicitare i passaggi intermedi – le performance migliorano significativamente.

Questa tecnica si chiama Chain of Thought (CoT): invece di chiedere “Quanto fa 347 × 28?”, si chiede “Risolvi passo per passo: prima calcola le centinaia, poi le decine, poi le unità”. Il risultato è molto più accurato.

Applicato al mondo professionale: nei prompt per analisi complesse, revisioni di documenti o valutazioni strategiche, chiedere al modello di esplicitare il ragionamento riduce gli errori e rende il processo verificabile. È uno dei consigli pratici che porto sempre nelle mie sessioni di formazione sul prompt engineering.

8. RAG – Retrieval Augmented Generation: quando la macchina va a cercare (e non allucina)

Il RAG è la soluzione più elegante al problema delle allucinazioni per applicazioni aziendali. Invece di chiedere al modello di “ricordare” informazioni apprese durante il training (che potrebbero essere obsolete o errate), si costruisce un sistema che recupera i documenti pertinenti da una base di conoscenza verificata, e li fornisce al modello come contesto prima della risposta.

In pratica: vuoi un chatbot che risponda solo in base ai tuoi manuali interni, ai tuoi contratti, alle tue policy aziendali? Non fai fine-tuning. Fai RAG. Il modello legge i tuoi documenti in tempo reale e risponde basandosi su quelli.

Il RAG è oggi la tecnologia più richiesta nelle implementazioni enterprise di AI. L’ho visto applicare con grande efficacia in aziende di tutti i tipi, dalla manifattura ai servizi professionali. Per esempio, NotebookLM è considerato un ottimo strumento RAG.

9. Bias in AI Generativa: le discriminazioni che insegniamo senza volerlo

I modelli imparano dai dati. E i dati umani contengono bias: stereotipi di genere, pregiudizi culturali, squilibri di rappresentazione. Il risultato è che un modello addestrato su testi scritti prevalentemente da uomini occidentali tende a riprodurre e amplificare quella prospettiva.

I bias nell’AI non sono un problema teorico o futuristico: si manifestano oggi, nei sistemi di selezione del personale che favoriscono certi profili, nei traduttori automatici che assegnano generi grammaticali basandosi su stereotipi, nei motori di ricerca che mostrano certi volti per certe query.

Capire i bias non significa rinunciare all’AI. Significa scegliere strumenti più equi, progettare sistemi più consapevoli, e sapere quando i risultati di un modello vanno verificati con un occhio critico. È il tema che, nelle mie conferenze, genera sempre il dibattito più ricco.

10. Scaling Laws e il Cinese della Stanza: perché i modelli grandi sono più intelligenti (forse)

Le Scaling Laws descrivono una relazione empirica sorprendente: aumentando le dimensioni del modello (numero di parametri), la quantità di dati di training e la potenza computazionale, le performance migliorano in modo prevedibile e consistente. Questo ha guidato la corsa ai modelli sempre più grandi degli ultimi anni.

Ma qui entra in scena il Cinese della Stanza di John Searle: un celebre esperimento mentale che mette in discussione se questi sistemi “capiscano” davvero, o se stiano solo manipolando simboli secondo regole, senza alcuna comprensione reale. Una persona chiusa in una stanza con un manuale per rispondere in cinese sembra capire il cinese – ma non lo capisce affatto.

La questione non è risolta. E forse non lo sarà a breve. Ma è la domanda più importante che possiamo porci mentre questi sistemi diventano sempre più pervasivi: cosa significa davvero “intelligenza”?

Conoscere questi concetti non ti trasforma in uno scienziato. Ti trasforma in una persona che capisce cosa sta usando.

Non serve una laurea in informatica per usare bene l’AI generativa. Serve quella forma di curiosità consapevole che ti fa chiedere: come funziona davvero? Perché risponde così? Cosa non mi sta dicendo?

Nei miei corsi e conferenze sull’intelligenza artificiale – che tengo per aziende, scuole, associazioni di categoria e professionisti in tutta Italia – parto sempre da questi fondamentali. Perché chi capisce i meccanismi di base usa l’AI in modo più efficace, più critico, e con meno paura.

Se vuoi portare questa formazione nella tua organizzazione, scrivimi o contattami su WhatsApp al 339.6325418.

Domande frequenti sull’AI generativa e i suoi concetti chiave

Cosa sono i token nell’AI generativa?

I token sono le unità base con cui i modelli linguistici elaborano il testo. Non corrispondono necessariamente alle parole: una parola lunga o rara può essere suddivisa in più token. La tokenizzazione influenza la qualità delle risposte e il costo delle API.

Cos’è un’allucinazione nell’intelligenza artificiale?

Un’allucinazione è una risposta generata dal modello che appare plausibile ma contiene informazioni false. Il modello non “mente” intenzionalmente: produce la sequenza di token statisticamente più probabile, anche se errata. Per questo è essenziale verificare sempre le informazioni critiche.

Cosa significa RAG nell’AI?

RAG sta per Retrieval Augmented Generation. È una tecnica che combina la generazione linguistica con il recupero di documenti da una base di conoscenza verificata. Riduce le allucinazioni e permette di creare assistenti AI basati su documenti specifici dell’azienda o del dominio.

Cos’è la temperature nei modelli linguistici?

La temperature è un parametro che controlla la variabilità delle risposte. Con temperature alta le risposte sono più creative e imprevedibili; con temperature bassa sono più precise e deterministiche. Scegliere il valore giusto dipende dall’applicazione: creatività o precisione.

Dove posso seguire una formazione sull’AI generativa in Lombardia?

Tengo corsi e conferenze sull’intelligenza artificiale generativa per aziende, scuole e professionisti a Milano, Bergamo, Brescia e in tutta Italia. Per organizzare un evento formativo, è possibile contattarmi tramite il sito o WhatsApp al 339.6325418.

Sempre più aziende, associazioni di categoria, università e ordini professionali mi contattano con la stessa domanda: “Come facciamo a organizzare una conferenza sull’intelligenza artificiale che sia davvero utile al nostro pubblico?” È una domanda giusta, e in questo articolo provo a risponderci in modo pratico, condividendo ciò che ho imparato in anni di speech e conferenze sull’AI in tutta Italia.

Perché le conferenze sull’intelligenza artificiale sono così richieste oggi

Dal 2023 in poi, con l’esplosione di ChatGPT, la richiesta di relatori esperti di intelligenza artificiale è letteralmente triplicata. Non parlo solo di eventi tecnologici o convegni scientifici: mi riferisco a convention aziendali, eventi di Confartigianato, ordini dei medici, associazioni di insegnanti, festival culturali, enti del terzo settore. L’AI è diventata un tema trasversale che tocca ogni settore.

Il motivo è semplice: quasi tutti sentono che l’intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro, la comunicazione, la creatività — ma pochissimi capiscono davvero come funziona e, soprattutto, come usarla in modo concreto. Il ruolo del relatore è esattamente quello di colmare questo divario, senza tecnicismi inutili.

Cosa fa davvero un relatore sull’intelligenza artificiale

Un buon relatore per conferenze sull’AI non è un ricercatore universitario che legge slide con grafici incomprensibili. Non è nemmeno un venditore di soluzioni tecnologiche. È una persona capace di tradurre concetti complessi in esempi concreti, storie reali, dimostrazioni pratiche.

In un intervento efficace sull’intelligenza artificiale, il pubblico dovrebbe uscire dalla sala con almeno tre cose:

  • Una comprensione chiara di cosa può e non può fare l’AI generativa oggi
  • Almeno un caso d’uso pratico applicabile al proprio settore
  • La curiosità e la motivazione per approfondire — non la paura

È un equilibrio difficile da raggiungere. Troppo tecnico e il pubblico si perde. Troppo superficiale e non porta valore. Per questo la scelta del relatore è decisiva.

I temi più richiesti nelle conferenze sull’AI generativa

In base alla mia esperienza di speaker sull’intelligenza artificiale in centinaia di eventi, ecco i temi più richiesti dalle organizzazioni italiane:

1. Introduzione all’AI generativa per non tecnici

È lo speech più richiesto in assoluto. Il pubblico è eterogeneo — manager, imprenditori, professionisti, dipendenti — e l’obiettivo è costruire una base comune di comprensione. Si parla di cosa sono i modelli linguistici, come funziona ChatGPT nella pratica, cosa cambia davvero nel lavoro quotidiano.

2. AI e futuro del lavoro

La domanda che tutti si fanno: “L’intelligenza artificiale mi ruberà il lavoro?” Un buon intervento su questo tema non dà risposte rassicuranti a buon mercato, ma aiuta il pubblico a distinguere le professioni a rischio da quelle che si trasformeranno, e da quelle che emergeranno.

3. ChatGPT e strumenti AI per le aziende

Pensato per PMI, liberi professionisti e team aziendali. Si va dal prompt engineering base all’uso pratico di strumenti come ChatGPT, Copilot, Gemini per migliorare la produttività nel marketing, nella comunicazione, nell’amministrazione.

4. AI ed etica: opportunità e rischi

Sempre più richiesto da ordini professionali, scuole, enti pubblici. Si affrontano temi come i bias algoritmici, la privacy, la disinformazione generata dall’AI, le normative europee (AI Act).

5. AI per il settore specifico del cliente

La versione più efficace: un intervento costruito su misura per il pubblico specifico dell’evento. AI per i medici, AI per i giornalisti, AI per le risorse umane, AI per il retail. Richiede preparazione e conoscenza del settore, ma il ritorno in termini di engagement è nettamente superiore.

Come scegliere il relatore giusto per la tua conferenza sull’AI

Quando un’organizzazione mi chiede come scegliere un relatore sull’intelligenza artificiale, rispondo sempre con alcune domande fondamentali:

Ha esperienza pratica — non solo teorica?

Un buon relatore AI dovrebbe avere un’esperienza diretta con gli strumenti di cui parla. Non basta citare ricerche accademiche: bisogna aver usato ChatGPT per lavorare, aver sperimentato i limiti e le potenzialità reali, avere esempi concreti da portare sul palco.

Sa adattare il linguaggio al pubblico?

Un intervento per un’assemblea di artigiani è completamente diverso da uno per un board di direttori finanziari. Il relatore deve essere capace di calibrare il livello tecnico, il lessico, gli esempi in base a chi ha davanti. Chiedi sempre se ha già parlato a pubblici simili al tuo.

Porta esempi italiani e casi reali?

Il pubblico italiano si connette meglio con esempi vicini alla propria realtà. I case study americani o le storie di startup della Silicon Valley funzionano meno. Un relatore che conosce il tessuto produttivo italiano — le PMI, i distretti, i settori tradizionali — ha un vantaggio comunicativo importante.

Ha referenze e video degli speech precedenti?

Prima di confermare un relatore, guarda almeno un video di un suo intervento precedente. Osserva come gestisce il palco, come risponde alle domande, se il pubblico è coinvolto. Le referenze di altri organizzatori sono preziose: chiedi esplicitamente se puoi contattarli.

Quanto dura uno speech sull’intelligenza artificiale?

Il formato più efficace dipende dal contesto dell’evento. Nella mia esperienza, queste sono le formule che funzionano meglio:

  • Keynote di 45-60 minuti: ideale per aperture o chiusure di convention. Ispirante, con una struttura narrativa chiara e una call to action finale.
  • Workshop interattivo di 2-3 ore: per gruppi di massimo 30-40 persone. Include esercitazioni pratiche, domande in tempo reale, dimostrazioni live di strumenti AI.
  • Intervento breve di 20-30 minuti: perfetto per panel, festival, eventi con più relatori. Deve andare dritto al punto con un messaggio forte e memorabile.

Cosa chiedere al relatore prima di confermarlo

Quando contatti un relatore per una conferenza sull’AI, fai queste domande concrete:

  • Puoi mostrarmi un esempio di scaletta o slide di uno speech simile al nostro evento?
  • Come personalizzi l’intervento per il nostro settore/pubblico?
  • Sei disponibile per un briefing prima dell’evento?
  • Gestisci tu le demo live o hai bisogno di un supporto tecnico?
  • Sei disponibile per una sessione di domande e risposte dopo lo speech?

Un relatore serio risponde a tutte queste domande con chiarezza e con esempi concreti.

I miei speech sull’intelligenza artificiale: una panoramica

Dal 2020 tengo conferenze e speech sull’AI in tutta Italia — da Milano a Napoli, da Torino a Palermo, passando per decine di città medie. Ho parlato per aziende come Fastweb, per associazioni come Confartigianato, per ordini professionali, università, festival culturali, biblioteche.

Ogni intervento è costruito con il committente, non semplicemente adattato da un template generico. Questo richiede più tempo di preparazione, ma garantisce che il pubblico esca dalla sala con qualcosa di utile per la propria realtà — non con concetti astratti difficili da applicare.

Se stai organizzando un evento e stai cercando un relatore esperto di intelligenza artificiale generativa per la tua azienda, la tua associazione o il tuo ente, ti invito a visitare la pagina dedicata ai miei speech sull’AI oppure a contattarmi direttamente per una prima chiacchierata senza impegno.

L’AI non è più un tema per addetti ai lavori

L’intelligenza artificiale è entrata nelle vite di tutti — nei nostri telefoni, nei nostri strumenti di lavoro, nelle nostre abitudini quotidiane. Le organizzazioni che investono oggi in formazione e sensibilizzazione sull’AI stanno dando ai propri collaboratori e ai propri pubblici un vantaggio competitivo reale.

Una conferenza ben organizzata su questo tema non è un costo: è un investimento in comprensione, in riduzione dell’ansia tecnologica, in capacità di adattamento. E la scelta del relatore giusto fa tutta la differenza.

Hai bisogno di un relatore per una conferenza sull’intelligenza artificiale? Scopri i miei interventi oppure contattami per raccontarmi il tuo evento.

Uno dei settori in cui l’intelligenza artificiale sta creando più domande (e aspettative) è sicuramente il settore farmaceutico. Negli ultimi anni ho tenuto conferenze e workshop su AI e pharma per aziende, associazioni e professionisti del licensing farmaceutico che volevano capire come usare gli strumenti generativi senza compromettere qualità scientifica, compliance e fiducia di medici e pazienti. Per un quadro più ampio sull’impatto dell’AI in sanità e farmaceutica, puoi consultare il report di McKinsey sull’AI in healthcare.In questo articolo ti racconto i temi che vengono richiesti più spesso quando organizzo conferenze sull’AI per il settore farmaceutico.

Per approfondire l’uso dell’AI nella consulenza finanziaria, puoi leggere anche l’articolo “AI per Consulenti Finanziari: Conferenze e Corsi”. Se vuoi scoprire come l’AI sta cambiando il lavoro dei consulenti, questo è un ottimo punto di partenza.

1. L’AI per il settore farmaceutico: “Ma cosa fa, esattamente?”

La prima parte della conferenza è sempre dedicata al contesto: che cosa fa, concretamente, l’AI generativa in un’azienda farmaceutica.

Affrontiamo temi come:

  • Che cosa sono i modelli linguistici e perché possono essere utili anche in ambiente regolato.
  • Quali sono i limiti: allucinazioni, mancanza di aggiornamento in tempo reale, necessità di validazione scientifica.
  • Come cambia la gestione delle informazioni scientifiche, dei materiali promozionali e della documentazione regolatoria quando entra in gioco l’AI.

L’obiettivo è far dialogare chi si occupa di contenuti, chi si occupa di compliance e chi governa l’innovazione digitale.

2. L’AI per la produttività nel settore farmaceutico: “Come mi aiuta nel mio lavoro, ogni giorno?”

La parte che genera più interesse è quella dei casi pratici, modellati sulla realtà dell’azienda o dell’associazione che mi invita.

Alcuni esempi di temi trattati:

  • Supporto alla preparazione di materiali informativi per medici e farmacisti, da rivedere e validare secondo le procedure interne.
  • Sintesi di articoli scientifici, linee guida e studi clinici in formato comprensibile per diversi target (interno, medico, paziente).
  • Utilizzo dell’AI per accelerare ricerche preliminari in ambito licensing e business development, mantenendo sempre un controllo umano sul risultato.

Ogni esempio è accompagnato da una discussione su cosa è consentito, cosa è sconsigliato e quali controlli vanno introdotti.

3. I rischi e i bias dell’AI nel settore farmaceutico: “Di cosa devo stare attento?”

Nel pharma il tema dei rischi non è un capitolo accessorio, ma una parte centrale dell’intervento.

Parliamo di:

  • Rischi legati a informazioni errate o non aggiornate, soprattutto se si toccano aspetti clinici o terapeutici.
  • Protezione dei dati sensibili e dei dati di ricerca, con l’attenzione a non esporre informazioni proprietarie a strumenti in cloud non controllati.
  • Implicazioni etiche: come evitare che l’AI venga percepita come “scorciatoia” rispetto alla robustezza scientifica o ai processi di validazione.

L’obiettivo è costruire un approccio consapevole: l’AI come supporto al lavoro dei team, non scorciatoia pericolosa in un settore che tocca direttamente la salute delle persone.

4. L’AI per settori specifici nel settore farmaceutico: “E per noi, nel nostro campo?”

Questo è il tema dove le richieste sono più varie, ma il pattern è sempre lo stesso: un’azienda farmaceutica, un’associazione di categoria, un gruppo di professionisti del licensing vuole una conferenza su misura per il proprio pubblico.

Ho parlato di AI per team di marketing farmaceutico, per medical affairs, per regulatory affairs, per la forza vendita, per i responsabili del licensing. Ogni contesto ha le sue specificità, le sue preoccupazioni, i suoi casi d’uso più promettenti.

La differenza rispetto a una conferenza generica è che il pubblico si riconosce negli esempi. E quando ti riconosci negli esempi, la formazione diventa qualcosa che puoi usare il giorno dopo.

5. La formazione dei team: dall’evento in presenza al percorso online

Le aziende farmaceutiche e le organizzazioni con cui lavoro chiedono spesso percorsi che combinino ispirazione e pratica, online e in presenza.

Propongo soluzioni come:

  • Conferenze plenarie per kick-off interni, convention e meeting di rete commerciale, con focus su AI e pharma.
  • Workshop verticali per funzioni specifiche (es. marketing, medical affairs, licensing), con casi d’uso costruiti sui loro processi.
  • Percorsi formativi pensati per team distribuiti, integrabili con sessioni online.

Il filo conduttore è sempre la concretezza: meno hype, più esempi, più spazio alle domande delle persone in sala.

Il tema che non ti aspetti di ricevere

Ce n’è uno che mi sorprende ancora ogni volta che arriva. Non è un tema tecnico, non è una categoria professionale. È una domanda che sento sempre più spesso, quasi a bassa voce, alla fine degli speech nel settore farmaceutico:

“Ma alla fine, l’AI mi toglie il lavoro?”

È la domanda giusta. Perché l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di produttività: è un cambiamento culturale, un cambiamento del rapporto con la conoscenza, il lavoro, la creatività. E la risposta emotiva a quel cambiamento è assolutamente legittima.

La cosa più utile che posso fare, in una conferenza, è aiutare le persone a orientarsi senza paura e senza euforia. Capire cosa sta succedendo davvero, cosa possono fare adesso, cosa possono aspettarsi domani.

Domande frequenti sulle conferenze sull’AI per il settore farmaceutico

Quali sono i temi più richiesti nelle conferenze sull’AI per il settore farmaceutico?

I temi più richiesti nelle conferenze sull’AI per il settore farmaceutico includono l’introduzione all’AI generativa per il pharma, i casi d’uso in marketing scientifico, medical affairs e licensing, i rischi e le implicazioni etiche e regolatorie legate all’uso di questi strumenti.

Le conferenze sono adatte sia a profili scientifici sia a profili business?

Sì, adatto linguaggio ed esempi al pubblico: è possibile costruire interventi per platee miste (R&D, marketing, vendite, regulatory) oppure moduli dedicati a singole funzioni aziendali.

Dove puoi tenere speech e corsi su AI per aziende farmaceutiche?

Tengo conferenze e workshop in presenza in tutta Italia, oltre che in modalità online per team distribuiti.

Quanto dura una conferenza su AI per il settore farmaceutico?

In genere la durata va dai 60 ai 90 minuti per una plenaria, mentre i workshop interattivi possono occupare mezza giornata o un’intera giornata, in base agli obiettivi formativi.

Come si organizza una conferenza su AI per un’azienda farmaceutica o un’associazione di settore?

Partiamo sempre da un confronto sugli obiettivi (ispirare, formare, avviare un progetto pilota) e dal profilo dei partecipanti; sulla base di questo disegniamo insieme contenuti, casi d’uso e formato più adatto (in presenza, online o ibrido).

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Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare una conferenza o un corso sull’intelligenza artificiale generativa per la tua azienda farmaceutica, la tua associazione di categoria o il tuo evento dedicato ai professionisti del licensing.

Il primo marzo 2024 ho tenuto un webinar per Edulia di Treccani su Google Gemini. Ecco la registrazione integrale dell’evento (comprese le moltissime domande che mi sono arrivate):

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Nel febbraio 2024 ho scritto per il sito Dillofacile.it un articolo sul prompt engineering, o meglio sul mio metodo SO.C.RA.T.E. Lo riporto integralmente qui.

Intelligenza Artificiale Generativa e Prompt Engineering

Nel panorama sempre più complesso dell’intelligenza artificiale generativa, il prompt engineering emerge come una disciplina cruciale per ottimizzare l’interazione tra umani e macchine. Qualcuno parla di nuovo mestiere, per me è una nuova skill.

Il metodo SO.C.RA.T.E.
Lavorando su vari prompt, mi sono inventato il metodo SO.C.RA.T.E., che rappresenta una strategia innovativa e potente per affinare la comunicazione con gli strumenti basati sull’IA, come ChatGPT e compagnia bella, ribaltando la situazione: non dobbiamo essere noi a interrogare il chatbot, ma viceversa!

Il metodo socrAItico
Mi sono ispirato al metodo socratico: una forma di indagine, basata su domande e risposte che stimolano il pensiero critico e generano idee, che si trova in molte delle opere di Platone (dove Socrate è spesso il personaggio principale). In pratica, la cosiddetta maieutica.

Questo approccio può essere applicato anche al rapporto tra ChatGPT e l’utente.
Come Socrate, ChatGPT può porre domande per capire meglio le esigenze dell’utente, per guidarlo verso una comprensione più profonda della sua esigenza.

Se dovessi chiedere a ChatGPT di generare un piano editoriale per alimentare il blog della mia azienda, non è detto che in un prompt io riesca a fargli comprendere al meglio che cosa produciamo, per chi, ecc. Bisogna scatenare il ping pong.

Che cosa vuole dire “SO.C.RA.T.E.”?
“SO.C.RA.T.E.” è un acronimo, e sta per:

  • SOllecito
  • Contesto
  • RAffinamento
  • Turni
  • Esortazione

Sollecito
Il primo passo consiste nel sollecitare il chatbot, ovvero formulare una richiesta chiara e diretta.

La precisione nella domanda è cruciale. Come già visto, una richiesta vaga o generica può portare a risposte meno pertinenti. È importante essere specifici: se si desidera una risposta in un determinato ambito o contesto, questo deve essere esplicitato.

Per esempio, chiedere “Quali sono le ultime tendenze nel marketing digitale nel mercato B2C?” è più efficace di un generico “Parlami di marketing”.

Contesto
Il contesto riguarda l’inserimento di informazioni aggiuntive che possono aiutare ChatGPT a comprendere meglio la richiesta. Questo include dettagli specifici, sfumature o condizioni particolari.

Per esempio, se si chiede un contenuto che riguarda un argomento tecnico, specificare il livello di complessità desiderato nella risposta può essere molto utile.

RAffinamento
Il raffinamento – fase non indispensabile – si riferisce a ulteriori dettagli, ancora più specifici.

Per esempio, se sto chiedendo a ChatGPT di simulare un colloquio di lavoro, posso indicare il link dell’offerta.

Turni
Questo è il cuore del prompt socratico: occorre chiedere al chatbot di organizzare una conversazione a turni, una vera intervista.

Invece di aspettarsi una risposta completa e definitiva in un solo scambio, è spesso più produttivo provocare un ping pong, dove ogni risposta fornisce la base per la domanda successiva.
Questo approccio è particolarmente utile per esplorare argomenti complessi o per affinare gradualmente il focus della conversazione.

Il comando è molto semplice: “Fammi una serie di domande”.

Esortazione
Se mi limitassi a chiedere al chatbot “fammi una serie di domande”, però, avrei un problema: le farebbe tutte insieme, in una volta sola. Non va bene. Se voglio che ogni domanda alimenti la successiva, devo specificare che deve aspettare la mia risposta prima di porre la domanda successiva.

In conclusione
Il metodo SO.C.RA.T.E. è un approccio strutturato per interagire efficacemente con ChatGPT. Attraverso una buona richiesta e un dialogo a turni, è possibile ottenere il massimo dal chatbot. Provare per credere, come diceva un altro grande filosofo (non è vero, era Guido Angeli, imbonitore televisivo!).

Un esempio d’uso del metodo SO.C.RA.T.E.

Ecco l’esito:

Il video che spiega il metodo SO.C.RA.T.E.

Il mio libro sul prompt engineering

Il mio libro “ChatGPT come stai?” comprende questo e altri metodi di prompt engineering. Ecco la presentazione del libro:

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Titolo del corso: ChatGPT e AI generativa per avvocati

Durata: 6 ore (più eventuale follow-up)

Scenario

L’intelligenza artificiale e le sue applicazioni stanno rivoluzionando molti settori, tra cui quello legale. ChatGPT, un modello di IA generativa sviluppato da OpenAI, può essere un potenziale alleato per gli avvocati, offrendo supporto in vari compiti come la ricerca preliminare per cause o fusioni societarie. A patto di saperlo usare bene. L’uso di queste tecnologie non è esente da sfide e rischi.

Un esempio di uso problematico è il caso di Steven Schwartz, un avvocato dello studio legale Levidow, Levidow e Oberman, che ha utilizzato ChatGPT per la stesura di un documento legale a difesa del suo cliente Roberto Mata. Il documento, presentato in tribunale, conteneva informazioni fasulle, inventate di sana pianta dal chatbot di OpenAI (il tema è quello delle allucinazioni dei LLM). Nonostante Schwartz avesse chiesto rassicurazioni a ChatGPT sulla veridicità dei casi citati, il chatbot ha confermato che erano tutti reali, risultando poi inesatti. Questo ha portato a possibili sanzioni legali per l’avvocato.

Un altro caso simile è avvenuto negli Stati Uniti, dove un uomo ha citato in giudizio la compagnia aerea Avianca dopo essere stato colpito a un ginocchio da un carrello di metallo durante un volo. Gli avvocati dell’accusa hanno presentato un fascicolo contenente diversi casi analoghi avvenuti in passato, tutti frutto della fantasia di ChatGPT. Anche in questo caso, gli avvocati sono stati multati e il caso è stato archiviato.

Questi esempi evidenziano come l’intelligenza artificiale non sia ancora pronta per lavorare in completa autonomia. Gli strumenti di IA come ChatGPT hanno ancora bisogno della supervisione dell’uomo per funzionare correttamente, e soprattutto di competenze specifiche per la creazione dei prompt.

Il corso mira a fornire una comprensione chiara di come l’IA e ChatGPT stanno influenzando la professione legale e come utilizzarli in modo efficace e responsabile.

Obiettivi del corso:

  1. Comprendere le basi dell’Intelligenza Artificiale (IA) e di ChatGPT.
  2. Esplorare come l’IA sta rimodellando il mondo del lavoro, in particolare la professione legale.
  3. Capire come utilizzare ChatGPT e altri LLM come strumento di supporto nella professione legale.
  4. Discutere i rischi e i benefici dell’IA per la professione legale.
  5. Esaminare casi reali di applicazione di ChatGPT nel campo legale.

Temi del corso:

  1. Introduzione a ChatGPT e all’IA generativa: lo scenario.
  2. L’IA e il futuro della professione legale.
  3. Prompt engineering
  4. Utilizzo di ChatGPT nella pratica legale: ricerche preliminari, costruzione di difese, comunicazioni, marketing, ecc.
  5. I migliori plug-in di ChatGPT Plus per i legali
  6. Test di altri LLM: Bard, Bing, Claude, ecc.
  7. LLM e tool di AI per il marketing e la comunicazione dei legali (testi, immagini, video, ecc.)
  8. Rischi e benefici dell’IA per gli avvocati.
  9. Casi di studio: esempi di applicazione di ChatGPT nel campo legale.
  10. Workshop sull’uso dell’AI generativa per i legali.

Risultati attesi: Al termine del corso, i partecipanti avranno una comprensione chiara di come l’IA e ChatGPT stanno influenzando la professione legale. Saranno in grado di utilizzare ChatGPT come strumento di supporto nel loro lavoro e avranno una visione equilibrata dei rischi e dei benefici dell’IA per la professione legale.

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