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“LinkedIn per i bar”: live con Obiettivo Bar del 29 marzo 2021 [VIDEO]

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Come funziona la ricerca in LinkedIn

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LinkedIn è un social network nato per sviluppare relazioni e connessioni nel mondo del lavoro. Strutturato come un immenso database di contatti, LinkedIn permette non solo di scovare il profilo ideale per la propria azienda ma anche di trovare potenziali contatti e nuovi clienti. Il grosso problema è che spesso la comunicazione nelle società (all’esterno e all’interno) si rivela scarsamente efficace o totalmente deficitaria: con la piattaforma creata da Reid Hoffman e con gli strumenti messi a disposizione, è possibile superare brillantemente il problema e dare un nuovo slancio alla comunicazione della propria azienda. LinkedIn è un social network molto particolare e diverso da tutti gli altri presenti in Rete: “a ogni azione corrisponde una reazione” e, nel caso specifico, più lo si utilizza e più saranno attendibili i risultati che si potranno ottenere.

Come funziona il motore di ricerca di LinkedIn

Il motore di ricerca interno di LinkedIn è il cuore pulsante del social network: per le “query” viene utilizzato un algoritmo sviluppato ad hoc che ordina i risultati che si ottengono quando si cercano persone o aziende sulla piattaforma. A differenza dei normali search engine, l’ordine di un risultato di ricerca è determinato in parte dal profilo, dall’attività e dalle connessioni della persona stessa che esegue la ricerca. Prima di fornire i risultati, infatti, l’algoritmo di LinkedIn prende in considerazione l’attività del ricercatore sulla piattaforma, i profili trovati dalla query e tutti gli altri membri iscritti che hanno eseguito ricerche simili. La cronologia delle ricerche viene utilizzata per prevedere i risultati che potrebbero essere rilevanti per gli utenti: successivamente viene combinata con altri parametri (come il numero delle visualizzazioni ottenute dal proprio profilo) e dati per affinarne l’efficacia.

I risultati vengono presentati in base a ciò che l’algoritmo di LinkedIn pensa sia più rilevante per chi effettua la ricerca. Per esempio, è possibile che un profilo appaia sulla terza pagina per un membro e sulla quarta pagina per un altro, anche se hanno inserito le stesse parole chiave. Le variabili che determinano il risultato finale includono il profilo, le caratteristiche specifiche del ricercatore e i filtri applicati, per esempio la posizione ricoperta nell’azienda o le precedenti esperienze lavorative e così via.

L’importanza di avere un profilo completo

Pubblicando contenuti di qualità e interagendo costantemente con la propria rete di contatti è possibile affinare e migliorare le proprie ricerche trovando così, per esempio, i candidati ideali per una determinata posizione. Innanzitutto, per migliorare la qualità delle query è necessario lavorare sul proprio profilo. È fondamentale che quello che è a tutti gli effetti un “biglietto da visita” sia completo e che contenga tutte le informazioni necessarie su di noi e sulla nostra azienda.

È necessario che il nostro profilo possa essere trovato in base a parametri come il luogo dove si vive o lavora, le scuole e università che abbiamo frequentato e altro ancora. La completezza del profilo migliora anche il modo in cui si viene generalmente “abbinati” dagli algoritmi della piattaforma.

Per esempio, le query più comuni eseguite dagli “addetti alla ricerca e selezione del personale” riguardano al 99% le competenze: è importante prepararle e curarle in modo dettagliato. È fondamentale creare delle connessioni con tutte le persone con cui avevamo/abbiamo stabilito un rapporto professionale. Più connessioni creiamo, più possiamo entrare in contatto con il potenziale ricercatore. Una connessione di secondo grado rispetto a una di terzo grado, per esempio, migliora la probabilità che il proprio profilo venga visualizzato nelle ricerche. È consigliabile utilizzare titoli e qualifiche di lavoro ufficiali e non lasciarsi andare all’improvvisazione creando delle mansioni fantasiose.

Poche keyword: questo è il segreto per essere trovati in LinkedIn

È importante evitare di riempire il nostro profilo con una moltitudine di parole chiave: è meglio includere solo quelle che possano mettere in rilievo la nostra esperienza e competenza. Allegare un elenco di parole chiave nel proprio profilo può essere controproducente: gli algoritmi di LinkedIn potrebbero pensare che si tratti di spam, compromettendo così i risultati di ricerca. È bene ricordare che tutti i membri iscritti sulla piattaforma “non” sono potenziali clienti. Quindi, è fondamentale definire sin dall’inizio un target per trovare il cliente/azienda ideale per poter cercare contenuti, profili e così via.

La ricerca avanzata è la chiave del successo

La piattaforma mette a disposizione una serie di strumenti: la “Ricerca Avanzata” offre diverse opzioni per identificare potenziali utenti interessati ai nostri contenuti e per trovare informazioni preziose all’interno di specifiche nicchie di mercato, analizzando i gruppi e gli iscritti, i tipi di interessi e così via. Con questo tool possiamo fare tutto velocemente: si parte da una semplice keyword per poi affinare la ricerca grazie ai filtri.

Il problema è che dopo un tot di ricerche questa funzionalità viene bloccata perché LinkedIn richiede un profilo a pagamento per disporre di ricerche illimitate. Per farlo, dobbiamo andare sul menu presente nell’intestazione e fare clic sull’icona “Cerca persone” e selezionare l’opzione avanzata. È possibile continuare a filtrare, senza essere costretti a rielaborare la ricerca iniziale. I filtri di ricerca sono utili anche perché permettono di vedere immediatamente come possono cambiare i risultati da una semplice ricerca iniziale.

Se abbiamo bisogno di fare un certo numero di ricerche e non vogliamo usare un profilo a pagamento come LinkedIn Premium (sono disponibili tre tipologie di sottoscrizioni che partono dai 14,95 euro richiesti mensilmente per un abbonamento “Business” fino ai 53,95 euro di quello “Executive”), possiamo risolvere il problema pubblicando delle inserzioni di lavoro (sponsorizzandole).

Come funziona la ricerca avanzata di LinkedIn

La Ricerca Avanzata può essere sfruttata in due modi: per “Persona” o per “Offerte di Lavoro”. Per esempio, se vogliamo cercare tutti gli analisti finanziari presenti sulla piattaforma, per farlo dobbiamo inserire tra le virgolette il termine “Analista”. Per allargare il più possibile la ricerca e includere nei risultati tutti tutti gli analisti finanziari iscritti alla piattaforma, dobbiamo inserire anche i termini inglesi “Finance” e “Analyst” per trovare tutte le persone che hanno una di queste parole chiavi inserite nel proprio profilo.

Non tutti i risultati presentati dall’algoritmo di LinkedIn apparteranno ad analisti finanziari: occorre lavorare con i filtri (Tutti i filtri) per trovare il profilo ideale per la nostra ricerca. Selezionando delle keyword nelle “Esperienze lavorative” è possibile ancora scremare i risultati, sfruttando altri filtri come occupazione “Corrente”, “Passata” e altro ancora. Può essere interessante aggiungere alla ricerca anche persone legate a una determinata azienda. Come nel campo precedente, anche qui è possibile filtrare le voci per “Corrente”, “Presente ma non passata” e così via. La dimensione dell’azienda, le cariche ricoperte e gli anni di esperienza sono altri parametri da considerare nelle ricerche. Un altro filtro da attivare è quello dedicato alle università, agli istituti e alle scuole superiori frequentati, così come quello relativo alla posizione geografica: lo strumento di ricerca in Linkedin, pur non essendo preciso come quello di altri social, permette di filtrare i risultati per CAP specificando anche il raggio di ricerca. Possiamo scremare i risultati anche con le cosiddette “relazioni sociali”: dai legami di diverso grado fino alle iscrizioni a determinati gruppi e altro ancora. Possono essere utili anche i filtri dedicati alle attività di volontariato e alle organizzazioni no profit.

Come entrare in contatto con i candidati in LinkedIn

Una volta ottenuta una lista di possibili candidati, è possibile entrare direttamente in contatto con il prescelto oppure scegliere un approccio meno diretto inviando una e-mail o chiedendo a un collegamento comune di presentarci. Oltre a salvare i nuovi contatti, possiamo condividere le informazioni con gli altri iscritti presenti nella nostra Rete e salvare un certo numero di ricerche (fino a tre). Possiamo inserire anche una serie di avvisi (nello specifico “Creare un Alert”) nel caso vengano trovati profili ideali che corrispondono alla nostra ricerca avanzata per una certa posizione o per qualsiasi altra cosa attinente alla nostra attività/azienda.

Il vantaggio di avere un account premium

Chi dispone di un account premium può avere a disposizione degli strumenti aggiuntivi per avere una profilazione ancor più efficace: “pagando” è possibile accedere alle informazioni dei profili di secondo e terzo grado, per esempio. L’abbonamento, infatti, sblocca delle funzioni che non sono disponibili nella versione base. Per esempio, come la possibilità di inviare messaggi “InMail” a chiunque o visualizzare le informazioni di chi ha guardato il nostro profilo. Chi cerca lavoro, chi personale o nuovi clienti può sottoscrivere uno degli abbonamenti preparati da LinkedIn oppure usare dei tool specifici: per esempio, con lo strumento Sales Navigator Professional è possibile trovare e attrarre nuovi potenziali clienti (tra i profili delle persone e le pagine aziendali). Si stratta di uno strumento piuttosto utilizzato nel settore del Social Selling, che utilizza la propria rete di contatti sul social network per vendere. Per usarlo dobbiamo attivare la licenza gratuita direttamente su LinkedIn o acquistarlo separatamente. Con il Recruiter Lite possiamo individuare i profili migliori e gestire la selezione del personale in modo accurato.

Per migliorare la propria visibilità su LinkedIn è necessario creare un profilo completo, dettagliato e aggiornato. La prima impressione è quello che conta e avere una foto adatta, un sommario ben scritto e accompagnato da poche e significative keyword è fondamentale. Personalizzare l’URL fornito da LinkedIn è una buona idea, mentre è fondamentale arricchire la propria rete di contatti e. e pubblicare contenuti interessanti e frequentemente.

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Come leggere gli Analytics di LinkedIn [articolo per “Big data 4 innovation”]

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Questo articolo è stato pubblicato sul portale “Big data 4 innovation” del gruppo Digital 360 nel marzo 2021

Analisi dei dati: come leggere gli Analytics di LinkedIn

Nel più popolare social network “professionale”, farsi notare è il requisito essenziale per aumentare la propria visibilità: per verificare l’efficacia della strategia adottata si possono utilizzare diversi strumenti di “analytics”. Vediamo quali sono e come interpretare i dati messi a disposizione.

LinkedIn è molto di più di una semplice piattaforma per trovare lavoro o un social network per restare in contatto con i propri clienti. Ed è molto di più di un curriculum vitae online, anche se molti utenti hanno la tendenza a trattare il proprio profilo LinkedIn come un semplice elenco di competenze da mostrare a potenziali clienti o nuovi datori di lavoro. La piattaforma offre una versatilità unica e, se usata nel giusto modo, può trasformarsi in un potente strumento di digital marketing in grado di dare un boost alla propria carriera o azienda: i LinkedIn Analytics.

In LinkedIn, infatti, è importante avere una strategia ben definita e capire quali contenuti e strumenti possono fare la differenza. Avere un profilo aggiornato e ottimizzato permette di creare quelle relazioni tra contatti che hanno decretato il successo di questo speciale social network. Farsi notare è il requisito essenziale per aumentare la propria visibilità: per verificare l’efficacia della strategia adottata possiamo utilizzare diversi strumenti di analisi dei big data. Vediamo quali sono e come interpretare i dati che abbiamo a disposizione.

Come interpretare le informazioni fornite da LinkedIn Analytics

Uno degli strumenti più importanti da padroneggiare (anche uno dei più sottovalutati) in LinkedIn sono i cosiddetti “Analytics”, una serie di statistiche in tempo reale che permettono di capire se la strategia che abbiamo sviluppato funziona e se risultati che ci siamo prefissati sono stati raggiunti. Per misurare l’efficacia della nostra attività su Linkedin la prima cosa da fare è cambiare l’impostazione della lingua scelta e usare il nostro profilo in inglese. Cambiare lingua è un’operazione piuttosto semplice: è necessario cliccare sulla foto del proprio profilo per aprire un menu dove è possibile effettuare la modifica. Bisogna selezionare “English” e poi tornare alla pagina del proprio profilo. Cliccando sulla barra laterale a destra avremo finalmente accesso alle preziose statistiche. Nella pagina aziendale/istituzionale, infatti, troveremo un’apposita sezione Analytics con cui possiamo possibile filtrare i dati in base a tre macro-gruppi: Visitors, Updates, Followers. La piattaforma mostra di default le statistiche relative agli ultimi 30 giorni: è possibile avere dei grafici dettagliati fino a un periodo di un anno, se necessario. Dalle interazioni, alla percentuale di interesse fino all’engagement rate (il tasso di coinvolgimento generato da un contenuto o da un’attività) c’è tutto il necessario per monitorare l’efficacia della strategia social adottata da noi o dalla nostra azienda. Le statistiche disponibili sono relative a tutti i membri iscritti alla piattaforma, indipendentemente che abbiano effettuato l’accesso da un normale browser su PC o dall’app LinkedIn e iOS su un dispositivo mobile. È importante ricordare che il cosiddetto “traffico senza autentificazione” del profilo non viene conteggiato.

LinkedIn Analytics è strutturato in tre categorie principali

L’interfaccia proposta da LinkedIn è semplice e funzionale (non è al livello della più celebrata Google Analytics) e permette all’utente in poco tempo di scoprire se alcuni “insight” hanno avuto successo e, soprattutto, capire perché certi contenuti funzionano di più e così via. Per quanto riguarda il profilo, abbiamo a disposizione le statistiche di chi ha visto il nostro o quelle relative alla nostra azienda, oltre a uno speciale rank. Gli Analytics permettono all’utente di avere sotto controllo le statistiche relative ai post da un punto di vista quantitativo, di studiarne l’efficacia rispetto ai collegamenti e alla media dei contatti. Con il semplice rank, infatti, possiamo scoprire in quale percentuale un profilo personale/aziendale sia presente nel proprio network e la relativa posizione in un’ipotetica classifica virtuale, oltre a studiarne l’andamento in un periodo specifico o precedente. Per valutare la nostra attività è necessario analizzare le informazioni riguardanti il numero di visite al nostro profilo in una settimana specifica (con tanto di variazioni rispetto a quella precedente), il numero di condivisioni/post/aggiornamenti che abbiamo fatto, i nuovi collegamenti ottenuti, il numero dei commenti generati e così via. Incrociando questi preziosi dati possiamo correggere o migliorare la nostra strategia.

Visitatori

La piattaforma offre una serie di informazioni e statistiche sugli utenti che visitano la propria pagina aziendale presente in LinkedIn: basta cliccare nella sezione Visitatori (Visitors). I dati disponibili sono relativi alle visualizzazioni ottenute per pagina o al numero di utenti unici: in questo modo è possibile capire chi si è avvinato al nostro profilo e quale sezione è stata apprezzata maggiormente. Chiaramente, i grafici possono essere personalizzati a piacimento per avere una profilazione ancor più dettagliata. Molto apprezzati sono i dati demografici dei visitatori che permettono a noi di capire la località di provenienza, la mansione svolta, l’anzianità lavorativa, il settore e la dimensione dell’azienda per cui lavorano (la cosa strana è che non è disponibile il nome dei contatti che seguono la pagina!). In questo modo possiamo capire se il nostro profilo è arrivato alle persone giuste, a quale settore appartiene il nostro pubblico e in quale area geografica è più efficace e così via. Se abbiniamo queste informazioni a un altro strumento prezioso come LinkedIn Pulse possiamo scrivere contenuti originali e condividerli in modo ancor più efficace.

 Follower

Un’altra sezione importante degli Analytics riguarda i Follower che seguono la propria pagina aziendale. È possibile controllare i follower in un periodo specifico e capire quando sono stati guadagnati o persi. In questo modo possiamo capire se c’è una correlazione stretta tra l’aumento o la loro diminuzione in corrispondenza con la pubblicazione di post specifici e così via. Soprattutto, è possibile analizzare le variazioni nei follower organici e in quelli ottenuti tramite inserzioni sponsorizzate. Si tratta di una differenza importante perché, come in altri social network, è possibile “comprare” i follower anche in LinkedIn. Come nella sezione dei visitatori, anche in quella dei follower è possibile studiare la provenienza dei contatti, a quale categoria professionale appartengono e altro ancora. Interessante anche la sezione dedicata alle cosiddette “aziende da monitorare”: vengono mostrate pagine con profili simili alla nostra e gli algoritmi di LinkedIn le propongono sulla base dei follower e degli aggiornamenti che proponiamo.

Aggiornamenti

Un’altra categoria importante è quella relativa agli “Updates”, gli Aggiornamenti: qui è possibile trovare una serie di informazioni relative ai dati organici e a quelli sponsorizzati. Serve soprattutto per capire quanti utenti hanno visto, commentato o condiviso i post e quale livello di interesse e interazione hanno generato. Abbiamo a disposizione informazioni relative al numero complessivo e al tipo di visualizzazioni, ai commenti ricevuti, alle condivisioni e alle interazioni social e molto altro. I grafici, chiaramente, possono essere filtrati per affinare ulteriormente la nostra strategia social: è importante ricordare che esiste una precisa correlazione tra il numero di follower e il tasso di engagement.

Come interpretare i dati forniti da LinkedIn Analytics

In generale, uno strumento come Analytics può aiutarci a capire se la strategia che abbiamo adottato funziona, attraverso l’analisi dei big data. Grazie alle informazioni che abbiamo ricavato possiamo scoprire in quale momento della giornata è consigliabile pubblicare i post, in quale orari e giorni della settimana i nostri aggiornamenti riscuotono maggior successo così via. E soprattutto sono fondamentali se dobbiamo investire in qualche campagna di marketing a pagamento. Con Analytics, infatti, possiamo analizzare le prestazioni di tutti i contenuti e fare un confronto tra quelli sponsorizzati e organici. Studiando le reazioni dei follower e le loro tendenze e osservando l’andamento delle impression di ciascun aggiornamento, possiamo scoprire se i contenuti che proponiamo sono di qualità e se vengono apprezzati da LinkedIn. Per esempio, se notiamo un calo nel numero complessivo di impression la spiegazione è piuttosto semplice: gli algoritmi della piattaforma classificano i nostri contenuti non di qualità e limitano la loro condivisione. È importante confrontare i dati relativi ai propri follower con quelli dei visitatori: per esempio, se notiamo una certa discrepanza da un punto di vista demografico tra le due categorie è probabile che non ci sia la giusta correlazione tra quello che condividiamo e quello che appare nel nostro profilo. Per migliorare la situazione possiamo utilizzare dei tool specifici: Socialbakers e Talkwalker sono programmi che possono aiutare e non poco.

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7 tips per il social selling con LinkedIn: il mio webinar per la Milano Digital Week 2021

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La Milano Digital Week è uno dei più importanti eventi sul digitale in Italia. Lo scorso 16 marzo è stato pubblicato il mio webinar on demand dal titolo “7 tips per il social selling con LinkedIn“, realizzato in collaborazione con la Fastweb Digital Academy.

Il webinar è stato visto centinaia di volte!

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LinkedIn SEO: le 10 keyword da inserire nel profilo LinkedIn

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Un social network come LinkedIn ha come “mission” mettere in contatto i professionisti del mondo di lavoro. Con una base che supera ormai i 700 milioni di iscritti sparsi per l’intero globo tra abbonamenti, pubblicità mirate e recruiting a pagamento trovare il profilo ideale per un’azienda non è così facile come si potrebbe pensare. Per diventare un candidato appetibile, ma anche per intercettare le ricerche di potenziali cliente, insomma per sfruttare le immense potenzialità messe a disposizione da LinkedIn, la prima cosa che dobbiamo fare a livello di SEO (Search Engine Optimization) è valorizzare il profilo aggiungendo nuovi contenuti per attrarre interesse e visite.

LinkedIn ha un proprio motore di ricerca

Partendo dal presupposto che LinkedIn integra un vero e proprio motore di ricerca, per aumentare la visibilità del proprio profilo è importante completarlo con informazioni dettagliate e sfruttare tutti i possibili collegamenti. Un’altra strategia vincente è quella di utilizzare di parole chiave all’interno della pagina del proprio profilo: è consigliabile inserire un certo numero di keyword (al massimo 5 per non venire etichettati come spam) che abbiano attinenza con la propria professione o azienda.

Gli stessi recruiter su LinkedIn utilizzano keyword per individuare i candidati ideali: per essere selezionati tra milioni di persone è necessario trovare le parole chiave giuste. Inserire keyword a caso o in quantità industriale non è una buona strategia: dobbiamo centellinarne e usarle sapientemente.

La pagina del proprio profilo va valorizzata

La pagina del nostro profilo di LinkedIn è il nostro biglietto da visita: dall’intestazione fino alla sezione dedicata alle cosiddette “Skill”, tutto va curato con grande attenzione. È fondamentale creare una headline che possa attirare l’attenzione dei nostri potenziali clienti e recruiter: il campo più importante da curare è quello relativo al cosiddetto “Riepilogo” (ora “Informazioni”), con dettagli relativi alla propria professione. È importante usare un linguaggio colloquiale, chiaro e semplice ed evitare di confondere il sommario con il proprio CV. Chi legge il nostro profilo deve riuscire a comprendere velocemente che cosa possiamo fare per lui: per questo, basta scrivere un breve testo sotto il nome e cognome del nostro profilo.

Usiamo le keyword per far capire cosa siamo in grado di fare

Per spiegare cosa facciamo e come lo facciamo dobbiamo utilizzare le keyword, soprattutto nella descrizione delle esperienze di lavoro attuali e precedenti e così via. Anche la nostra formazione ha una certa rilevanza in LinkedIn: dal titolo di studi fino alle competenze più tecniche e specifiche è meglio non tralasciare nulla. In generale, più conferme si ricevono dai propri contatti e maggiore sarà la nostra visibilità e la possibilità di essere indicizzati. Anche le cosiddette capacità sociali e le esperienze di volontariato hanno una certa incidenza nella piattaforma e vanno messe in risalto. Gran parte del lavoro nella creazione di un profilo risiede nel decidere quali sono le parole chiave più utili per la nostra professione. Può essere una buona idea inserire delle keyword nelle cosiddette skill per aumentare il traffico e il numero delle connessioni. Possiamo anche decidere di associare il nostro profilo a una specifica keyword, semplicemente modificando l’URL dell’account nella sezione “Modifica Profilo”. Per farlo, basta aggiungere al proprio nome e cognome una keyword distintiva.

Le parole chiavi sono fondamentali per essere trovati su LinkedIn

Le keyword sono la “chiave” per essere trovati nelle ricerche su LinkedIn (e non solo). Una giusta selezione e un buon posizionamento sono fondamentali per avere un efficace SEO. Per trovare quelle giuste possiamo seguire queste semplici regole. Secondo gli stessi sviluppatori di LinkedIn “I membri con 5 o più competenze elencate vengono contattati (attraverso i messaggi) fino a 33 volte di più da reclutatori e da altri membri di LinkedIn e ricevono fino a 17 volte più visualizzazioni del profilo”. É consigliatissimo inserire delle keyword seguendo questi semplici consigli. Vediamo quali.

1 Usare il proprio nome e cognome

Se il nostro curriculum o biglietto da visita è per “Marco Rossi” ma il nostro profilo LinkedIn recita “Mr. Rossi” (o viceversa), è difficile per un reclutatore o un datore di lavoro stabilire il collegamento tra i due. Non avere un profilo LinkedIn può essere negativo per la maggior parte dei professionisti, quindi l’utilizzo di nomi diversi può limitare le nostre opportunità.

2 La posizione geografica

Un altro aspetto da prendere in considerazione nella preparazione delle keyword è la posizione geografica. In base alle statistiche fornite da LinkedIn, più del 30% dei reclutatori utilizza la ricerca avanzata per trovare la posizione di un possibile candidato. È consigliabile non inserire una location generica: non avere una posizione precisa può essere controproducente nelle ricerche e non c’è la necessità di inserire il proprio indirizzo o il CAP. Bastano la città o la regione di appartenenza.

3 Il grado di conoscenza delle lingue straniere

Se parliamo più di una lingua è bene indicare il livello di conoscenza: da “madrelingua” a “base” o “elementare” e se sappiamo leggere, scrivere e/o parlare più lingue. Per dimostrare la nostra abilità e competenza è consigliabile creare un profilo LinkedIn in diverse lingue: il social network stesso lo permette e lo incoraggia, ed è un ottimo modo per avere accesso a dei lavori che richiedono persone che sappiano parlare e scrivere in più di una lingua.

4 Il livello di istruzione

La laurea, il diploma e in generale il tipo di scuola frequentata possono essere rilevanti per trovare un nuovo lavoro o una sistemazione migliore. Se la laurea è recente è importante inserire anche la specializzazione, così come i Master ottenuti o i corsi frequentati. È fondamentale inserire una keyword di questo tipo.

5 Il titolo professionale (o job title)

La posizione lavorativa che desideriamo o che ricerchiamo solitamente si nasconde dietro un insieme di parole chiave. È importante specificare il settore del nostro lavoro attuale e quello a cui puntiamo: scegliamo con cura il termine da utilizzare per descrivere la nostra mansione/posizione. Se abbiamo un impiego è consigliabile includere il nome del nostro attuale datore di lavoro (a meno che stiamo effettuando una ricerca riservata). Le precedenti posizioni lavorative possono essere sfruttate come parole chiave perché possono indicare una certa esperienza e conoscenza. Ancora una volta, è consigliabile sfruttare la terminologia utilizzata dai precedenti datori di lavoro e che sia attuale in modo da valorizzare il proprio percorso.

6 Aziende famose e clienti prestigiosi

Se abbiamo lavorato per aziende prestigiose e piuttosto note nel nostro settore/campo, è importante includere i nomi di quelle società, anche se è trascorso parecchio tempo dalla nostra assunzione. Può essere utile anche menzionare alcuni clienti che hanno usufruito dei nostri servizi, così come se siamo stati coinvolti in progetti importanti (una breve descrizione con tanto di parole chiavi è consigliabile).

7 Non dimentichiamo il volontariato

Se abbiamo fatto del volontariato – o lo facciamo tuttora – è importante includere anche l’associazione/organizzazione per cui abbiamo lavorato, soprattutto se siamo in un periodo particolare della nostra carriera lavorativa (magari in aspettativa). Il tipo di mansione svolta e il nome dell’organizzazione possono essere delle valide parole chiavi da aggiungere.

8 Le competenze specifiche possono fare la differenza

Se un reclutatore sta cercando un candidato con una certa esperienza/abilità in un determinato settore, il nostro nome verrà visualizzato nei risultati di ricerca se abbiamo inserito nel nostro profilo (o nel CV) il termine giusto. È importante pensare come un reclutatore quando inseriamo una keyword e per farlo dobbiamo porci domande del tipo “Quali abilità e strumenti sono richiesti per questo lavoro?” e così via. È importante aggiungere qualifiche, certificazioni e competenze specifiche nell’utilizzo di un determinato software o di un hardware se pensiamo possano essere utili per trovare un determinato lavoro. La specializzazione nel settore hi-tech è particolarmente apprezzata, quindi mettiamo in evidenza le nostre competenze/qualità.

9 Premi e brevetti

Se abbiamo ottenuto dei premi o riconoscimenti particolari dal nostro attuale/precedente datore di lavoro o da un prestigioso cliente o abbiamo brevettato qualcosa, possiamo aggiungere questi termini ai nostri social network usando il nome completo, una descrizione e il numero di brevetto. È importante ricordare che LinkedIn ha una sezione specifica per i brevetti.

10 Pubblicazioni e acronimi vari

Se abbiamo scritto libri o pubblicato articoli particolarmente rilevanti per il lavoro o la professione che desideriamo è consigliabile menzionarli nel nostro profilo attraverso delle keyword. Per farlo possiamo usare anche degli acronimi: quelli in inglese possono fare la differenza.

Ricapitolando, per aumentare la visibilità del nostro profilo LinkedIn possiamo usare delle keyword, poche ma ben studiate. Per scegliere quelle “giuste” ed essere trovati dai recruiter basta seguire questo breve decalogo. E i risultati sono garantiti.

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Negoziazione su LinkedIn: il metodo delle 7P di Gianluigi Bonanomi

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Ultimamente mi è capitato di leggere il testo “Fanatical prospecting” di Jeb Blount. Si tratta di un testo molto interessante, soprattutto per chi, come me, lavora prevalentemente sull’inbound marketing. La visione di Blount è più quella del venditore tradizionale, di chi brucia un sacco di gasolio ogni anno ma soprattutto passa un sacco di tempo al telefono per fare prospecting, una “cold call” dietro l’altra. Nel testo si afferma che un venditore deve bilanciare le attività di outbound (le telefonate appunto) con quelle inbound (social selling). È anche vero che il testo è stato scritto molto prima della pandemia del 2020-21, ora le cose sono radicalmente cambiate (probabilmente per sempre).

In ogni caso ho trovato molto interessante la parte sul social selling e, in particolare, sull’uso di LinkedIn per fare prospecting. Ho studiato con attenzione i suggerimenti di Blount: dopo un po’ di rielaborazione, mi hanno ispirato il metodo delle 7P utile per la negoziazione su LinkedIn. Quando si usa? Prima si fa prospecting e targeting, si individuano i prospect giusti (con la ricerca avanzata di LinkedIn e, a pagamento, con il Sales Navigator) e poi li si contatta, per esempio inviando una InMail. Il metodo serve per costruire il messaggio.

La differenza tra il metodo ABCD e il metodo delle 7P

Il metodo ABCD non fa parte della fase di negoziazione, ma serve per chiedere correttamente il contatto su LinkedIn a una persona che non si conosce. Vi sono degli elementi che ritroverai nel metodo delle 7P, ma sono due strumenti diversi da usare in situazioni diverse: uno al primo approccio per far entrare qualcuno nella propria rete, l’altro per una proposta commerciale. Soprattutto la nota di contestualizzazione della richiesta di collegamento permette di creare messaggi da 300 caratteri mentre le InMail permettono di scrivere 1900 battute e aggiungere anche un allegato.

Il metodo delle 7P

Il metodo delle 7P è un percorso in 7 step, ognuno dei quali permette di costruire una parte di un messaggio di vendita da inviare via LinkedIn (oppure altrove, per esempio via e-mail). Ecco le 7P:

Ora analizzerò le 7P, una a una.

1P – la presentazione

Quando si invia una InMail a una persona che non ci conosce occorre salutare (citando il nome del destinatario) e poi presentarsi, giocare a carte scoperte: si scrive nome e cognome, ruolo e azienda, eventualmente raccontando in pochi caratteri di che cosa si occupa l’azienda.

Salve Mario,
sono Gianluigi, fondatore di Link&Lead, startup che si occupa di incentivare la comunicazione su LinkedIn dei dipendenti grazie a meccanismi di gamification, formazione e LinkedIn coaching.

2P – i punti in comune

In questo divertente spot di Wilkinson di qualche anno fa, si dimostra l’importanza di presentarsi al meglio, evidenziando elementi comuni rispetto al target:

Evidenziare dei punti in comune crea familiarità, permette di non contrapporsi, di non essere sui due lati della barricata:

Ho visto dal suo profilo e dai contenuti che pubblica su LinkedIn che entrambi siamo appassionati di comunicazione digitale.

3P – partire dal perché

Come ci ha insegnato Simon Sinek quando la comunicazione parte dal “perché” risulta più efficace. Ma basti invece un esperimento di Ellen Langer (psicologa di Harvard) citato da Robert Cialdini nel suo “Le armi della persuasione” per inquadrare il tema:

Un principio del comportamento umano noto a tutti dice che, se chiediamo a qualcuno di farci un favore, l’otterremo più facilmente se forniamo una qualche ragione: alla gente piace avere delle ragioni per quello che fa. La Langer ha dimostrato sperimentalmente questo fatto per nulla sorprendente, chiedendo un piccolo favore alle persone in coda alla fotocopiatrice di una biblioteca:

<<Scusi, ho cinque pagine. Posso usare la fotocopiatrice, perché ho una gran fretta?>>

L’efficacia di questa richiesta-con-spiegazione è stata quasi totale: il 95% degli interpellati l’ha lasciata passare avanti nella fila. Si confronti questa percentuale di successi con i risultati ottenuti con la semplice richiesta:

<<Scusi, ho cinque pagine. Posso usare la fotocopiatrice?>>

In questa situazione acconsentiva solo il60%. A prima vista sembra che la differenza decisiva fra le due formule sia l’informazione aggiuntiva contenuta nelle parole “perché ho una gran fretta”. Ma una terza formula ha dimostrato che le cose non stanno esattamente così. A quanto pare a far differenza non era la serie intera di parole di senso compiuto, ma solo la prima, “perché”. Invece di fornire una vera ragione per giustificare la richiesta, la terza formula si limitava a usare il “perché” senza aggiungere nulla di nuovo:

<<Scusi, ho cinque pagine. Posso usare la fotocopiatrice, perché devo fare delle copie?>>

Il risultato fu che ancora una volta quasi tutti (il 93%) acconsentirono, anche se non c’era nessuna informazione nuova che spiegasse la loro condiscendenza. Come il “cip-cip” dei pulcini mette in moto la risposta automatica della mamma tacchina, anche se proviene da una puzzola impagliata, così la parola “perché” faceva scattare una risposta automatica di acquiescenza da parte dei soggetti della Langer, anche se dopo il “perché” non seguiva nessuna ragione particolarmente decisiva.’

Insomma, occorre inserire nel proprio messaggio il motivo alla base del contatto:

La contatto perché mi piacerebbe confrontarmi con lei sul tema della gamification applicata alla comunicazione dei dipendenti.

4P – individuare il problema

Individuare il problema (o pain), parlandone in modo empatico e soprattutto usando le parole del target, risulta fondamentale per coinvolgerlo e interessarlo. Come si individua il problema di chi sta dall’altra parte? Nel marketing si usa lo strumento “buyer persona”, che possiamo tradurre liberamente come profili di cliente: vanno correttamente identificate per poter fare una comunicazione efficace per ognuno. Per identificare le Buyer Personas può essere utile fare delle vere e proprie schede, così da meglio comprenderli e meglio immedesimarsi nelle loro necessità. Per esempio si può usare questa scheda:

In questa scheda, oltre ai dati anagrafici o meglio socio-demografici (non più sufficienti), mi piace molto la parte di destra, in particolare i “pain point” oltre ai desideri, aspettative e le leve d’acquisto. Faccio un esempio di quel che intendo. Se propongo a una responsabile marketing di una impresa di medie dimensioni un progetto di consulenza sul content marketing, che superi le lacune della comunicazione com’è impostata e che permetta all’azienda di ottenere più risultati. Lei mi bloccherà, perché uno dei suoi obiettivi è quello di fare bella figura con i superiori. Per questo proporrei lei come titolare del progetto, e io come consulente. Lei deve fare bella figura con i capi, non io.

Un utile strumento per capire quali sono le leve motivazionali da usare nel B2B c’è questa bella infografica che rappresenta la piramide di Maslow adattata a questo mondo business. È detta anche “piramide del valore” ed è stata realizzata da Bain & Company nel 2018:

Nella mia comunicazione uso questo paragrafo che fa leva sul pain:

Dopo anni di formazione e consulenza su LinkedIn, condividevo con HR e Marketing manager la frustrazione per la mancata partecipazione dei dipendenti alla comunicazione dell’azienda. Ho individuato i tre motivi per i quali i dipendenti non partecipano:

  1. non sono / non si sentono preparati
  2. non sono seguiti
  3. non ci guadagnano nulla

La mancata partecipazione dei dipendenti, a detta di LinkedIn, è un problema. L’audience dei contatti dei dipendenti è 10 volte superiore a quella dell’azienda. Oltretutto ogni sei condivisioni si porta a casa un follower per la pagina LinkedIn aziendale, senza ricorrere alle costose campagne di advertising di LinkedIn, spesso un bagno di sangue.

Come vedi nella frase vi sono espressioni emozionali (frustrazione, bagno di sangue) perché, contrariamente a quanto si possa pensare, anche nella comunicazione B2B (sempre che ci possa ancora distinguere tra B2C e B2B…) la parte emozionale è preponderante. Ne parlo abbondantemente, di solito, nel mio corso sul neuromarketing per la creazione di contenuti social.

5P – i benefici del prodotto o servizio

Dopo aver evidenziato e sclerotizzato il problema, come insegnato dallo schema P-A-S (problema-agitazione-soluzione) arriva il momento della soluzione. Sempre per essere coerenti con l’assunto visto in precedenza, ovvero che la comunicazione emozionale debba essere preponderante, qui non si parla delle caratteristiche del prodotto: non ne avremmo lo spazio. Si parla dei benefici del prodotto: un vecchio assunto del marketing recita: “non si parla della pomata, ma del prurito“.

Ecco come proseguo nella mia comunicazione:

Per rispondere a tutti i tre problemi (impreparazione, mancanza di motivazione e di incentivi dei dipendenti) ho deciso di creare una piattaforma di gamification (una gara con punti, classifica giornaliera e generale e premi!), formazione online (con portale dedicato) e LinkedIn coaching per trasformare i dipendenti, collaboratori e reti vendita in brand ambassador, entusiasti portavoce dell’azienda su LinkedIn e generatori di contatti e lead. La piattaforma, con algoritmo proprietario, si chiama appunto Link&Lead.

6P – portare le prove

I destinatari sanno che voglio vendere qualcosa. Non per questo saranno necessariamente prevenuti, se li ho agganciati correttamente con la P del problema. Ma restano scettici, come tutti gli acquirenti. Del resto acquistare è un processo delicato, perché acquistando si rischia denaro ma anche qualcosa di molto più prezioso: la propria rispettabilità e l’autostima. Per questo l’onore della prova è tutta sulle spalle del venditore, che deve dimostrare incontrovertibilmente che quel che vende sia la soluzione giusta. Può farlo con due tipi di prove: riprova sociale (per tornare a Cialdini) e numeri/risultati. Per questo è sempre bene predisporre una pagina, sul proprio sito, con un caso di successo che riporti dati e testimonianze. Nel caso di Link&Lead abbiamo predisposto un caso di successo sulla prima sperimentazione :
Case study: AGM SpA di Brescia. Riporto le informazioni di quella pagina, e quel caso di studio, nel mio messaggio:

Le prime sperimentazioni della piattaforma e del metodo hanno portato risultati che sono andati per oltre le nostre aspettative: in media i dipendenti di un’azienda bresciana (che ha fatto partecipare 15 persone) hanno migliorato la propria comunicazione su LinkedIn del 300%, alcuni del 700%. I follower della pagina sono passati da poco più di 100 a oltre 200 in un mese. Può ascoltare le testimonianze entusiastiche dei partecipanti a questo link: https://linkandlead.it/agm-case-study.

7P – programmare un approfondimento

Il messaggio dovrebbe chiudersi con una proposta precisa di incontro, anche virtuale, di approfondimento. Non bisogna genericamente dire: in caso di interesse, non esiti a contattarmi. Meglio chiedere esplicitamente un incontro (spesso le persone non ottengono ciò che vogliono perché non chiedono, dice Blount) e, pragmaticamente, proporre date e orari per l’incontro:

Che cosa ne dice se ci troviamo in videocall mercoledì alle 17 oppure giovedì alle 14? Se gli slot sono già occupati, mi propone lei data e orario? Buon lavoro.

La sintesi del messaggio

Tutti i testi che ho scritto sopra sono un po’ troppo lunghi. Una InMail consente di inserire, come detto, “solo” 1.900 caratteri. Ecco quindi la sintesi del mio messaggio:

Salve Mario,

sono Gianluigi, fondatore di Link&Lead, startup che si occupa di incentivare la comunicazione su LinkedIn dei dipendenti. Ho visto dal suo profilo e dai contenuti che pubblica su LinkedIn che entrambi siamo appassionati di comunicazione digitale. La contatto perché mi piacerebbe confrontarmi con lei sul tema della gamification applicata alla comunicazione dei dipendenti.

Dopo anni di formazione e consulenza su LinkedIn, condividevo con HR e Marketing manager la frustrazione per la mancata partecipazione dei dipendenti su LinkedIn. Ho individuato i tre motivi per i quali i dipendenti non partecipano:

– non sono / non si sentono preparati

– non sono seguiti

– non ci guadagnano nulla

La mancata partecipazione dei dipendenti è un problema: i contatti dei dipendenti sono 10 volte superiori ai follower dell’azienda e ogni 6 condivisioni si porta a casa 1 follower (gratis) per la pagina aziendale.

Per rispondere a tutti i tre problemi (impreparazione, mancanza di motivazione e di incentivi) ho deciso di creare una piattaforma di gamification (punti, classifica giornaliera e generale e premi!), formazione online e LinkedIn coaching per trasformare i dipendenti, collaboratori e reti vendita in brand ambassador, entusiasti portavoce dell’azienda su LinkedIn, e social seller.

Le prime sperimentazioni di Link&Lead hanno portato risultati oltre le aspettative: in media i dipendenti di un’azienda bresciana hanno migliorato la propria comunicazione su LinkedIn del 300%, alcuni del 700%. I follower della pagina sono passati da poco più di 100 a oltre 200 in un mese. Può ascoltare le testimonianze entusiastiche dei partecipanti a questo link: https://linkandlead.it/agm-case-study.

Che cosa ne dice se ci troviamo in videocall mercoledì alle 17 oppure giovedì alle 14? Se gli slot sono già occupati, mi propone lei data e orario? Buon lavoro.

Gianluigi

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Le referenze di LinkedIn: cosa sono, come chiederle e come usarle in maniera efficace

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Una delle sezioni più importanti di LinkedIn è quella delle referenze: un conto è vantare competenze, un altro è avere qualcuno che le conferma. Chi legge un profilo di uno sconosciuto non ha modo di verificare se quanto dice è vero o è frutto della fantasia (non sono pochi, del resto, quelli che si “vendono” certificando di possedere conoscenze inesistenti), e le referenze da parte di clienti e colleghi sono un ottimo modo di mostrare a un potenziale datore di lavoro che non si sta dando aria alla bocca: c’è qualcuno che ci ha messo la faccia, raccomandando un persona, “certificandone” in qualche maniera le capacità. Un conto è dire di aver lavorato a un progetto importante per una grande azienda, un altro è affiancare questa informazione a un commento di un capoprogetto o un dirigente che conferma non solo che abbiamo realmente svolto quella funzione, ma che lo abbiamo fatto bene. Questo vale ancora di più per i clienti. Poco conta che si vendano servizi, prodotti o consulenza: un commento di un cliente soddisfatto avrà un impatto importante sull’attività, molto più di un CV strepitoso.

Queste competenze, però, non arrivano in automatico: bisogna coinvolgere i clienti e i colleghi, richiederle attivamente, ovviamente usando il tatto necessario. In questo articolo, ti suggerirò alcune tattiche per sfruttare al meglio questa funzione di LinkedIn.

Cosa sono le referenze di LinkedIn?

Nel mondo anglosassone, e non solo, la lettera di raccomandazione è molto diffusa: viene stilata dai professori universitari (nel caso soprattutto di progetti di ricerca) o da precedenti datori di lavoro, che confermano le nostre capacità, raccomandandoci ad altri imprenditori. In Italia questo approccio è meno diffuso culturalmente, ma sta prendendo sempre più piede nel mondo digitale, spinto proprio dalle funzioni di LinkedIn. Possiamo considerare una referenza come l’equivalente di una recensione a 5 stelle di Amazon: è a tutti gli effetti la manifestazione di apprezzamento di un cliente per i prodotti o servizi che abbiamo offerto. Il social le definisce in questa maniera (anche se in questa pagina sostituisce il termine “referenza” con “raccomandazione”, forse a causa di una traduzione automatica):

Una raccomandazione è un encomio scritto da a utente LinkedIn per riconoscere il tuo lavoro.

È possibile richiedere consigli dalle connessioni di primo grado con cui si lavora o con cui si è lavorato.

Se una connessione scrive un suggerimento, si riceverà una notifica tramite un messaggio dal mittente in LinkedIn. È possibile accettare, respingere o chiedere la revisione della raccomandazione.

Una volta accettato un suggerimento dalla connessione, questa sarà visibile alla rete per impostazione predefinita. Puoi nascondere una raccomandazione che hai accettato.

È inoltre possibile riconoscere il lavoro delle connessioni scrivendo loro una raccomandazione. Se si riceve una richiesta di raccomandazione, è possibile rifiutare la richiesta e non è necessario rispondere. Tuttavia, se si scrive una raccomandazione e si cambia idea in un secondo momento, è possibile modificare una raccomandazione fornita o eliminare una raccomandazione. Non c’è limite al numero di raccomandazioni che puoi richiedere o dare.

La strategia migliore è quella di non limitarsi a chiedere, ma anche di essere attivi, raccomandando i propri clienti e colleghi: è più probabile che qualcuno confermi le nostre capacità se siamo i primi a fare questo gesto, confermando le sue.

Come scrivere una referenza su LinkedIn

Scrivere una referenza su LinkedIn è estremamente semplice: basta andare sul profilo di un contatto di primo grado (non sarà possibile scriverle per quelli al di fuori di questa cerchia), cliccare su Altro e dal menu a tendina che si aprirà selezionare Scrivi una referenza.

Alla schermata successiva bisogna aggiungere la relazione (cliente, collega, sottoposto, manager…) e la posizione lavorativa di chi vogliamo “raccomandare”. Cliccando su avanti si potrà poi scrivere la referenza vera e propria. Non c’è bisogno di muri di testo infinito, anzi: meglio essere concisi ed estremamente diretti, come in questo caso

Come chiedere una referenza

Scrivere raccomandazioni per clienti o colleghi è un modo per attirare la loro attenzione e stimolare, in maniera poco invasiva, una reazione uguale da parte di questi. Quando si pubblica una referenza, il contatto “raccomandato” riceverà una notifica, e sarà stimolato a fare lo stesso. Certo, non possiamo raccomandare tutti solo per ottenere qualcosa in cambio, senza contare che in molti casi, soprattutto nel caso di clienti, non è applicabile, e rischierebbero di essere solo parole al vento: adulare qualcuno per ottenere qualcosa in cambio non porterà vantaggi a nessuno dei due, e per questo motivo è consigliabile raccomandare solo persone di cui possiamo certificare la competenza, in uno specifico ambito. Una referenza, del resto, è più di un like, e deve far emergere l’unicità e la capacità di quella persona. Lo stesso vale nel senso opposto: chiediamo ai clienti e colleghi solo referenze dimostrabili. Inutile chiedere cose del tipo “Per favore, puoi scrivere che sono bravissimo a fare siti web?” se non gli abbiamo sviluppato il sito. Può sembrare ovvio, ma ci sono anche personaggi che cercando di potenziare con questi trucchetti il proprio profilo. Ma i risultati, come facilmente intuibile, non solo i migliori.

Fatta questa premessa, veniamo al punto: come si chiede una referenza su LinkedIn? Esattamente come visto in precedenza per realizzarle: si va sul profilo della persona cui vogliamo fare la richiesta, si clicca su Altro e si seleziona Chiedi una referenza. La procedura è identica a quella vista in precedenza e bisognerà indicare la relazione e la posizione. Al passaggio successivo, invece, si dovrà comporre un messaggio per richiedere al contatto di supportarci realizzando una referenza per noi.
I più timidi potranno sentirsi invadenti, è comprensibile, ma non c’è nulla di cui vergognarsi: è una prassi normale e molto adottata. Soprattutto, non stiamo parlando di una sorta di marchetta, ma di un’opportunità di networking. Ovviamente, chiediamolo solo se abbiamo la certezza di aver fatto un lavoro che è stato apprezzato: se durante la collaborazione sono emersi problemi insormontabili o pesanti divergenze, difficilmente (e comprensibilmente) otterremo una referenza. Meglio insomma concentrare gli sforzi sui lavori, le collaborazioni e le consulenze che hanno portato i risultati migliori.

Referenze su LinkedIn: a chi chiederle?

Idealmente, si dovrebbero richiedere referenze a tutti i clienti e le persone con cui si è lavorato: gli ex-capi sono le prime persone cui chiederle (soprattutto se l’obiettivo è trovare un nuovo lavoro…). Ci conoscono, hanno una conoscenza approfondita dei nostri pregi e difetti, e sono le persone più indicate per supportarci. Ma questo vale anche per i clienti (soprattutto se l’obiettivo è commerciale): vedere un profilo LinkedIn ricco di raccomandazioni effettuate dai clienti è un plus da non poco. Significa che chi ha avuto a che fare con noi, oltre ad averci pagato, è rimasto talmente soddisfatto da dichiararlo pubblicamente.

Quello da non fare assolutamente è scambiarsi referenze con colleghi e amici come se fossero figurine: fanno numero, ma non sono incisive, e non supportano nel raggiungimento degli obiettivi di business. Si rischierebbe solo di dare l’impressione di un gruppo di furbetti che ridono dandosi gran pacche sulla spalla.

Referenze su LinkedIn: qualche suggerimento

I più timidi probabilmente non si sentiranno a loro agio nel richiedere una referenza a ex datori di lavoro o attuali clienti, in parte anche perché come abbiamo detto questo approccio non è radicato nella cultura italiana, al contrario di quanto avviene all’estero, in particolare nel mondo anglosassone. Se chiedere una referenza può sembrare troppo sfacciato, si può sempre prendere l’iniziativa e scrivere una raccomandazione relativa alla persona in questione: un modo gentile per stimolare la controparte ad agire, senza chiederlo direttamente. Cialdini direbbe che si tratta di “reciprocità”.
Potrebbe capitare anche a noi di riceverne alcune non richieste: in tal caso, il consiglio è quello di non rispondere immediatamente, appena vediamo la notifica. Prendiamoci qualche giorno prima di replicare: non sembrerà uno scambio di favori, risultando più efficace.

Anatomia di una referenza perfetta

Non tutte le referenze sono uguali, e di sicuro cose del tipo “Ho lavorato benissimo con Gianluigi” non sono particolarmente efficaci: sono l’equivalente di una recensione su Amazon priva di commento, che riporta solo le stelle. Un discorso articolato funzionerà meglio, ma non è necessario scrivere muri di testo infiniti, anzi: la capacità di sintesi è importante e non è necessario usare tutti i 3.000 caratteri che si hanno a disposizione.

Una raccomandazione ben realizzata può essere composta così:

  • Una fase introduttiva, dove spieghi dove e come hai conosciuto la persona in questione
  • Spiegare perché il contatto in questione si è “meritato” una questione, sottolineando le competenze e la predisposizione
  • Quali obiettivi sono stati raggiunti? Questo è un tema fondamentale: che un professionista sia simpatico, eccentrico o empatico interessa relativamente. Quello che conta, è il valore aggiunto che ha portato: questo dovrebbe essere il focus della raccomandazione

I corsi on demand di Primopiano

Puoi seguire online, on demand, un corso sull’uso strategico di LinkedIn:

Come usare gli hashtag su LinkedIn

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Ormai abbiamo un hashtag per qualsiasi cosa. Il famoso “cancelletto” non è altro che un tag, un’etichetta, una parola chiave o un termine associato che viene utilizzato in Rete e nei social network come “aggregatore tematico” per rendere più facile agli utenti la fruizione e la ricerca dei contenuti. Il termine “hashtag” nasce dalla fusione delle parole “hash” (cancelletto) e “tag” (etichetta) e deve la sua popolarità principalmente a Twitter che l’ha utilizzato per contrassegnare le parole chiavi. Un’idea semplice e rivoluzionaria che permetteva all’utente di creare una propria rete di collegamenti semplicemente contrassegnando un messaggio con un “hashtag”. L’idea ebbe grande successo e fu riproposta anche dagli altri social network che stavano nascendo in quel periodo, Facebook e Instagram in primis.

La creazione degli hashtag

La nascita degli hashtag ha una data ben precisa: il 23 agosto 2007 il blogger e avvocato statunitense Chris Messina ha l’idea di usare il simbolo del cancelletto (“#”) per raggruppare i gruppi di conversazione nella piattaforma di microblogging creata da Jack Dorsey nel 2006 (il sopracitato Twitter), un modo efficace per inviare brevi SMS a specifici gruppi di persone. Il nome di Twitter deriva proprio da qui: i cinguettii da 140 caratteri (sono diventati 280 solo nel novembre 2017) ben si adattavano al progetto ideato da Dorsey. L’hashtag può essere creato da un utente inserendo il famoso cancelletto “#” davanti a una parola o a una (breve) frase nel messaggio che si sta scrivendo. La parola magica può essere composta da lettere, cifre e sottolineature: la ricerca di un hashtag restituisce tutti i messaggi che sono stati etichettati nello stesso modo.

Gli hashtag nei social network

Se Instagram e Twitter ne hanno fatto il proprio mantra (in Facebook hanno una valenza diversa), anche su una piattaforma professionale come LinkedIn gli hashtag sono diventati fondamentali per dare visibilità alla propria rete di contatti e alla pubblicazione di contenuti. Questa funzione è stata aggiunta solo recentemente (nel 2018 per la precisione, anche se ha preso davvero piede nel 2019) e viene utilizzata in modo diverso rispetto agli altri social network. Per esempio, usare gli hashtag più utilizzati dagli utenti per pubblicare i propri contenuti ha una valenza diversa in LinkedIn rispetto a quello che accade regolarmente in Instagram o Twitter. È importante conoscere gli hashtag, studiarne l’efficace e l’utilizzo e sapere quale e quando utilizzare quello giusto al momento giusto (e al post giusto). Ecco come.

Come usare gli hashtag su LinkedIn

I famosi aggiornamenti (sono definiti così gli hashtag nella piattaforma) possiamo usarli quando pubblichiamo un post o un articolo. Il loro inserimento è semplice e immediato, sulla falsariga di quello che accade solitamente negli altri social network. Possiamo aggiungerli, per esempio, agli articoli interni che troviamo in LinkedIn. Per farlo, andiamo sulla pagina iniziale e clicchiamo sulla voce “Scrivi un articolo”. Una volta scritto il nostro articolo non ci resta che metterlo a disposizione di tutti cliccando su “Pubblica”: si apre una finestra e alla voce “Comunica alla rete il contenuto del tuo articolo” possiamo inserire i nostri hashtag oltre a un breve testo introduttivo. È importante ricordare che una volta pubblicato il nostro pezzo non possiamo più modificare o eliminare gli hashtag inseriti. È possibile inserire un hashtag anche al “Titolo” o al “Riepilogo” del nostro profilo ma l’aggiunta non offre finora dei benefici particolari.

Una piccola guida per gli hashtag

Quando si pubblica qualcosa su LinkedIn le prime ore sono quelle più delicate: la piattaforma, infatti, tende a mostrare il contenuto prodotto solo a una piccola porzione di follower per analizzarne il tipo di reazione. Se il contenuto genera un certo interesse, l’algoritmo lo mostrerà successivamente ad altri contatti facendolo diventare virale. Quindi, la prima regola è controllare se il nostro profilo LinkedIn (anche se disponiamo di un account Business) sia pubblico. Sembra scontato ma spesso non lo è: per fugare ogni dubbio andiamo alla voce “Impostazioni del profilo pubblico” e mettiamo la spunta sulla voce “Rendi il mio profilo pubblico visibile a tutti”. In questo modo ogni hashtag che inseriremo potrà essere visualizzato da tutti i membri della piattaforma (oltre 700 milioni di utenti, 15 milioni di italiani) e non solo dalla rete dei propri contatti. Per quanto riguarda i singoli post, selezionando “Impostazioni post” e poi “Pubblico + Twitter” possiamo condividere i post hashtag anche su un’altra piattaforma social come Twitter.

Quando si usa un hashtag LinkedIn crea una sorta di landing page, grazie alla quale altri utenti possono seguire quel tema.

Un breve testo descrittivo è fondamentale

Per sfruttare al meglio gli hashtag è necessario scrivere un breve testo descrittivo. Sembra piuttosto scontato ma postare un semplice link con un’immagine o un video senza una breve descrizione può rivelarsi persino controproducente. Gli hashtag vanno inseriti direttamente all’interno oppure alla conclusione del testo e devono essere necessariamente parte integrante, non un corpo a sé stante. Gli hashtag devono comunicare in modo chiaro il nostro messaggio/obiettivo ed è importante capire se possiamo trasformare una parola chiave in un hashtag vincente. Alcuni termini, infatti, non si prestano a questo tipo di operazione ed è possibile che finiscano in un’altra categoria molto gettonata: lo spam.

Non trasformare ogni parola in un hashtag

Il mio consiglio è di non trasformare in hashtag ogni parola e di usare o crearne altri che siano funzionali al nostro obiettivo. Come negli altri social network, anche gli hashtag su LinkedIn possono includere lettere, numeri e le famose emoji. Per rendere più efficaci i nostri hashtag dobbiamo evitare l’inserimento di spazi e simboli vari all’interno del tag: niente apostrofi, virgole, punti esclamativi, interrogativi e punteggiatura varia. Le lettere maiuscole vanno utilizzate se stiamo usando un hashtag composto da più parole: in questo caso è importante raggrupparle insieme e in modo efficace. Un altro trucco è quello di usare la lingua anglosassone che si dimostra efficace soprattutto nel creare degli slogan o tormentoni vincenti (basta dare un’occhiata alle campagne presidenziali negli Stati Uniti). Se piazziamo il nostro hashtag all’interno di un testo o una frase, la punteggiatura può essere usata, mentre è raccomando usare un controllo ortografico per evitare qualsiasi errore di battitura o di ortografia che possono mettere a repentaglio l’efficacia. È importante trovare un titolo che riesca a dare una certa rilevanza agli hashtag inseriti e soprattutto evitiamo di sostituire una titolazione di un post di Linkedin con una serie di parole del tipo “#5 #motivi #per #ottimizzare #il #tuo #brand”: per gli algoritmi della piattaforma questo equivale a spam.

Quanti e quali hashtag scegliere

Un’altra buona regola è quella di circoscrivere il numero degli hashtag: anche se non c’è un vero e proprio limite da seguire, è importante limitare la voglia taggare qualsiasi cosa per aumentare la portata dei nostri post o articoli. Il limite da non superare è quello dei cinque per post: un numero superiore potrebbe essere interpretato dagli algoritmi che gestiscono la piattaforma come un possibile tentativo di spam. Vale la stessa regola che vige per Instagram o Facebook o nella maggior parte dei social network: è importante identificare il proprio pubblico in base all’argomento e al settore trattato.

I criteri per scegliere un hashtag sono tre:

  • pertinenza (al contrario di Instagram, dove spopolano il #picoftheday, su LinkedIn servono hashtag che abbiano a che fare con il contenuto del post o con il proprio lavoro)
  • rilevanza (devono essere hashtag che portano un risultato in termini di visibilità, anche se solo su una nicchia)
  • concorrenza (chi altro li usa?)

È importante chiedersi “Quali sono le parole chiave che caratterizzano la mia attività?” oppure “Quali keyword vengono effettivamente cercate dai miei potenziali clienti?”. Una volta identificato il proprio target è importante usare degli hashtag giusti per raggiungere la community, per far conoscere le proprie attività/capacità e i contenuti/prodotti della propria azienda e così via. Per trovare gli hashtag “vincenti” è consigliabile dare un’occhiata anche ai vari Twitter, Instagram e compagnia bella. Oltre a cercare gli hashtag su LinkedIn, ovviamente. È importante trovare un buon equilibrio tra gli hashtag più popolari e quelli più tecnici: non va bene essere troppo generici, né troppo specifici.

Un’altra strategia utilizzata per trovare l’hashtag giusto è quello di studiare quello che fanno gli altri. Possiamo aggiungere e seguire gli hashtag che sono per noi interessanti aggiungendoli tra i preferiti, sotto la voce “Le tue Community”. Possiamo creare un elenco personalizzato e monitorando ogni hashtag da noi aggiunto possiamo scoprire quelli che possono fare la differenza per il successo dei nostri post. Per farlo, clicchiamo su “Scopri di più” nella nostra lista di hashtag. È consigliabile concentrarsi su quei contenuti che sono assimilabili alla propria attività/nicchia/brand: in questo modo oltre a recuperare degli hashtag utili è importante partecipare a discussioni per ottenere una maggiore visibilità. Gli hashtag più gettonati negli ultimi anni sono (in ordine di popolarità): #innovation #management #humanresources #digitalmarketing #creativity #technology #future #futurism #markets #entrepreneurship #startups #careers #venturecapital #socialmedia #socialnetworkin #leanstartups #economy #marketing #economics #professionalwomen #branding #advertisingandmarketing.

Comprendere il significato del nostro hashtag

È importante comprendere il significato dei nostri hashtag per evitare qualsiasi tipo di problema e fraintendimento. Per scongiurare sgradite sorprese è consigliabile controllare il nostro hashtag direttamente sui motori di ricerca e analizzare i risultati che ci vengono proposti. Per non sbagliare hashtag è consigliabile utilizzare un foglio di calcolo e segnarsi quelli usati su LinkedIn o quelli più tendenza sulla piattaforma, ordinandoli per categoria e successo.

Conoscere il proprio pubblico

Quando si abbrevia qualcosa è importante conoscere perfettamente il significato degli hashtag che andremo a proporre. Se nessuno conoscesse o riconoscesse una certa sigla/acronimo potrebbe essere difficile raggiungere il nostro pubblico. È importante comprendere bene a chi dobbiamo indirizzare il nostro hashtag: gli oltre 700 milioni di membri di LinkedIn hanno un’età superiore a quella dei frequentatori di altri social network come Instagram o Snapchat, per esempio. Certi acronimi famosi e utilizzati dalla popolazione più giovane potrebbero non essere conosciuti o popolari tra quella più adulta e viceversa. È fondamentale identificare il proprio pubblico per trovare l’hashtag ideale.

In quale area geografica pubblichiamo il nostro hashtag?

Un altro aspetto che dobbiamo considerare nella pubblicazione di un hashtag è l’area geografica. Per esempio, un post o un articolo dedicato al nostro Paese merita un hashtag preciso, la stessa cosa se lo dobbiamo indirizzare in Europa o negli Stati Uniti. La stessa analisi dobbiamo farla per scegliere la lingua in cui scrivere il nostro post o articolo: il Nord America rappresenta circa il 30% di tutti gli utenti iscritti a LinkedIn, senza dimenticare il Regno Unito e tutte le ex-colonie britanniche appartenenti al Commonwealth. L’inglese in tutte le sue declinazioni è una delle lingue più parlate al mondo (i madrelingua sfiorano i 400.000 milioni) e rimane il linguaggio più importante a livello mondiale con più di 1 miliardo di persone che lo parlano come seconda o terza lingua in diverse circostanze, in particolare nel mondo degli affari, nell’ambito dei viaggi e soprattutto nel campo delle relazioni internazionali. Più di 50 paesi hanno l’inglese come lingua ufficiale ed è presente in almeno un paese di ciascun continente. Quindi, pubblicare un hashtag in inglese può essere un gran bel vantaggio. Se invece il nostro pubblico di riferimento è italiano possiamo puntare sulla creazione di hashtag nella nostra lingua: in questo caso è caldamente raccomandato evitare l’inglese.

Gli algoritmi di LinkedIn possono suggerire l’hashtag giusto

Se siamo in difficoltà nella scelta di hashtag possiamo sempre affidarci agli algoritmi di LinkedIn: la piattaforma suggerisce in modo automatico alcune parole chiavi che potrebbero essere attinenti all’argomento che stiamo trattando. Non è obbligatorio usarli: in qualche caso le soluzioni proposte possono essere estremamente utili, in altri è meglio usare la nostra testa invece dell’Intelligenza Artificiale per trovare quelli che possono mettere in risalto i nostri contenuti.

LinkedIn Analytics, uno strumento davvero prezioso

Un’altra tecnica che possiamo utilizzare e quella di analizzare i post e gli articoli più letti: per farlo possiamo usare uno strumento prezioso come LinkedIn Analytics che ci permette di ottimizzare i nostri contenuti e di ottenere dei risultati apprezzabili. Spesso, scegliere gli hashtag e i topic “giusti” per i nostri contenuti per “colpire” le persone “giuste” potrebbe però rivelarsi più difficile del previsto. Per usarli dobbiamo selezionare i LinkedIn profile analytics: avremo così accesso a moltissime informazioni riguardanti chi ha visitato il nostro profilo e quante visualizzazioni ricevono i nostri post. Facciamo clic su “Chi ha visitato il tuo profilo?” e avremo un bel grafico con l’andamento progressivo delle visite degli altri utenti al nostro profilo o alle nostre pagine negli ultimi 90 giorni e avremo accesso a numerose informazioni del tipo chi sono, dove lavorano, e altri dettagli (se le impostazioni di privacy degli utenti lo permettono). Se invece il nostro “visitatore” usa la modalità “privato” lo vedremo visualizzato solo come “membro di LinkedIn”.

Il secondo tool è quello più interessante perché ci permette di scoprire quante persone hanno interagito col nostro ultimo post. Cliccando su “Visualizzazioni del tuo post” possiamo accedere alla cronologia delle nostre attività e potremo controllare tutte le attività sui post: like (“consiglia”), commenti e condivisioni, ed alcune statistiche sulle visualizzazioni (zona geografica, categoria, qualifica e altro). Soprattutto possiamo scoprire da dove gli utenti hanno trovato i nostri contenuti (da LinkedIn, Facebook o da motori di ricerca come Google, Bing o Yahoo Search) e quali hashtag hanno funzionato bene. Analizzando i nostri post di maggiore successo troveremo determinati hashtag: il consiglio è di insistere con quelli per migliorare le nostre performance.

Valorizzare il brand creando degli eventi online

Gli eventi online spesso sono associati ad hashtag: le aziende li usano non solo per promuovere prodotti e valorizzare brand ma anche per costruire un network di contatti. Possiamo usare un hashtag di questo tipo per far conoscere noi, la nostra azienda oppure per lanciare un nuovo brand. È importante creare un hashtag specifico per ogni campagna pubblicitaria, evento o iniziativa particolare promosso dalla nostra azienda. Creare un hashtag pubblicitario che funziona richiede molta fantasia e originalità. I requisiti necessari sono sostanzialmente due: semplicità e brevità (al massimo tre o quattro parole). Da evitare categoricamente la punteggiatura, le abbreviazioni e l’ironia: LinkedIn è una piattaforma studiata per un uso professionale e si pone in modo diverso ai vari Twitter, Facebook e Instagram.

LinkedIn Elevate per sfruttare gli altri social network

È importante non abusare anche dei cosiddetti hashtag pubblicitari nel perseguire la filosofia aziendale: con lo strumento LinkedIn Elevate  che sta per essere integrato in modo gratuito in Pages (non esisterà più come app singola) possiamo creare hashtag aziendali e condividere contenuti sugli altri social network.

L’hashtag aziendale può essere aggiunto automaticamente ai post dei dipendenti che possono a loro volta taggare i contenuti a essa legati e condividerli sui rispettivi account creando così un effetto virale sui social media, aumentando così la visibilità del contenuto e raggiungendo potenzialmente milioni di altre persone.

Menzionare alle volte è meglio di usare l’hashtag

In qualche caso è più conveniente menzionare una persona o un’azienda piuttosto che utilizzare il solito hashtag. Questa funzione permette di aumentare le interazioni e le conversazioni tra i membri di LinkedIn e rende l’aggiornamento del proprio stato personale ancor più rilevante nell’ecosistema della piattaforma.

Per menzionare qualcuno in un post sulla nostra home page facciamo clic su “Avvia un post” o su “Commento” nella parte inferiore del post di qualcun altro. Inseriamo il simbolo “@” e iniziamo a digitare un nome: a questo punto apparirà un menu a tendina con un elenco di potenziali persone che è possibile menzionare. Facciamo clic sul nome della persona o delle persone che vogliamo menzionare nell’elenco e continuiamo a digitare il messaggio. La persona citata riceverà una e-mail e una notifica ogni volta che verrà menzionata. La funzione, come scritto precedentemente, è disponibile anche nei commenti: in questo caso è possibile menzionare anche un membro di LinkedIn con cui non si è collegati ma che ha commentato lo stesso aggiornamento. Per saperne di più vi consigliamo di consultare la guida ufficiale.

Strumenti per trovare gli hashtag

Con la barra di ricerca è possibile filtrare persone, gruppi o aziende che usano l’hashtag e scovare l’hashtag che può raggiungere il nostro pubblico o un segmento specifico che non abbiamo ancora esplorato.

Possiamo usare anche un servizio versatile come Hashtagify.me per scoprire quali sono gli hashtag più popolari e utilizzati: non in LinkedIn ma negli altri social network come Twitter e Istagram. Il programma mostrerà anche chi li sta usando in un determinato periodo e così via.

Se abbiamo dubbi sul significato di determinati hashtag possiamo usare un programma come Tagdef: in pochi istanti avremo la definizione di ciò che ci interessa. Oltre a scoprire il significato degli hashtag, Tagdef ci permette di analizzare le tendenze del momento a livello social network.

Servono davvero?

Non c’è dubbio che gli hashtag siano una bella aggiunta nell’ecosistema di LinkedIn: saperli sfruttare è un bel plus per promuovere le proprie attività e quella della propria azienda. Con un po’ di pratica e qualche accorgimento possiamo è possibile trovare l’hashtag vincente per far decollare la campagna pubblicitaria di un nuovo prodotto o per rilanciare un vecchio brand. Quindi, è tempo di usare il famoso cancelletto!

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Recruiting: come usare LinkedIn per trovare i migliori talenti

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Dal momento della sua nascita l’obiettivo principale di LinkedIn è quello di facilitare l’incontro fra la domanda e l’offerta di lavoro. Negli anni è cresciuto, espandendosi sino a diventare la piattaforma di riferimento per il networking in ambito business, ma che si tratti di trovare collaboratori, soci, partner, professionisti o dipendenti, il suo scopo alla fine è sempre quello: aiutare le aziende a trovare talenti, e viceversa.

Trovare la persona giusta fra gli oltre 700 milioni di iscritti non è banale, e non basta mettere un annuncio di lavoro per trovare il candidato ideale, soprattutto oggi, in un mondo dove le persone non si accontentano più: un contratto di assunzione e un buono stipendio non sono più leve sufficienti ad attrarre i migliori, che sono alla ricerca di aziende che sappiano garantire loro benefit non solo economici. Prospettive di carriera, orari flessibili, stimoli professionali contano molto più che in passato, così come l’immagine dell’azienda per cui lavorano, che dovrà esprimere valori etici. A partire dell’impegno verso l’ambiente, per arrivare ai prodotti stessi, o ai clienti. I dipendenti di Google negli hanno manifestato rumorosamente per convincere Big G a rinunciare ai contratti col Pentagono per progetti mirati a migliorare l’efficacia dei droni o altre tecnologie militare, così come hanno fatto sentire la propria voce i lavoratori di Facebook e Twitter, che chiedevano con insistenza alla dirigenza di bloccare in qualche maniera i tweet di Donald Trump nonostante fosse ancora il Presidente degli Stati Uniti, non un utente qualsiasi.

Non tutte le imprese godono della popolarità dei colossi del web o di altri settori. Proprio per questo motivo per un’azienda è importante curare non solo gli annunci di lavoro, ma anche la propria immagine: dalla pagina LinkedIn, così come dal sito e dagli altri canali usati per il business, deve emergere un’immagine chiara e coerente di cosa si fa, così come dei valori. La mission e la vision, insomma, non dovrebbero essere messe lì solo per riempire uno spazio, come spesso accade, ma riflettere effettivamente la visione e gli obiettivi a lungo termine del business.

Il primo passo: creare una pagina aziendale

Sono in tanti a postare offerte di lavoro tramite semplici post su LinkedIn ma questo, nella maggior parte dei casi, non è l’approccio più efficace. Attenzione, questo non significa che un’offerta non può essere veicolata anche in questa maniera, anche sfruttando le condivisioni dei colleghi, tutt’altro: questo è un approccio che può essere efficace e aiuta a diffondere rapidamente un’offerta, a patto che questa offerta sia codificata, presente sulla pagina LinkedIn aziendale e sul sito ufficiale dell’impresa: risulterà più credibile, ma soprattutto aiuterà i potenziali candidati a trovarla, specialmente se l’offerta è scritta tenendo a mente le basi della SEO.

Creare una pagina aziendale è semplice e gratuito, e non è tanto più complesso di aprire un profilo personale, e i concetti di base da tenere a mente sono gli stessi.

  • Immagine e copertina. La nostra azienda deve essere immediatamente riconoscibile, anche dal punto di vista visivo: quando pubblichiamo un post usando la pagina azienda, verrà accompagnato proprio da questa immagine e quindi deve essere immediatamente chiaro che si tratta di noi. L’unico modo di farlo è quello di usare il logo aziendale, fatto che semplificherà anche la vita di chi va a ricercarla: a meno di aver scelto un nome particolarmente bizzarro, ci saranno decine di aziende sparse per il mondo che ne avranno uno simile, e tutte queste verranno presentate nelle ricerche. Anche quando si vorrà taggare l’azienda digitando @ seguito dal suo nome appariranno vari suggerimenti: sarà il logo a distinguerci!

L’immagine di cover non è meno importante, e deve essere rappresentativa del settore in cui si lavora. Anche una foto della sede può funzionare, soprattutto se si tratta di un affascinante stabile immerso nel verde, o di un elegante palazzo nel centro di una metropoli: è il posto in cui i candidati dovranno spendere una buona parte del loro tempo e valorizzarlo è un plus non da poco.

  • Chi sei, cosa fai? Troppo spesso ci si imbatte in descrizioni oniriche, quasi poetiche, che però lasciano il tempo che trovano. Frasi fatte come “Azienda leader” non vogliono più dire nulla, ma sono ancora abusate, sia nei comunicati stampa da dare in pasto ai giornalisti, sia nella comunicazione sui canali digitali. Ma anche “giovane azienda dinamica” ha un po’ scocciato, diciamocelo (vedi l’articolo “Pagina Chi siamo: 7 frasi da non scrivere“). Se un’azienda è giovane è dinamica è la sua descrizione stessa a parlare, non c’è bisogno di sottolinearlo: per dimostrare di essere giovani e dinamici, bisogna come prima cosa essere diretti e schietti. Prendiamo l’esempio della pagina di FCA: “Fiat Chrysler Automobiles (FCA) progetta, sviluppa, produce e commercializza in tutto il mondo veicoli e relativi servizipost-vendita, ricambi e sistemi di produzione attraverso 102 stabilimenti produttivi, 46 centri di Ricerca e Sviluppo e concessionari e distributori in oltre 135 Paesi”. Chiaro, immediato, semplice. In 41 parole si sintetizza cosa fa FCA e si sottolinea sia la dimensione (102 stabilimenti produttivi) sia l’ambizione (46 centri di ricerca e sviluppo). Nulla vieta, dopo le prime righe, di aggiungere dettagli, raccontare storia, valori e ambizioni, né di andare nello specifico sui progetti e sulle attività, ma le prime poche righe non devono lasciare dubbi.
  • Coinvolgere i dipendenti. Il valore di un’azienda è rappresentato dalle persone che ci lavorano ed è importante che i dipendenti specifichino sul loro profilo LinkedIn di lavorare per noi. Se un’azienda vanta 15 dipendenti ma nessuno di questi ha indicato nel profilo LinkedIn di lavorarci i casi sono tendenzialmente due: o sia l’azienda sia la sua forza lavoro sono poco digitali, o la strategia aziendale di comunicazione social non funziona come dovrebbe. In entrambi i casi, è necessario intervenire, perché l’employer branding è una delle chiavi del successo (fidati: ho lanciato una startup su questo: Link&Lead): se i dipendenti sono fieri di lavorare per un’azienda, sarà più facile convincere un potenziale candidato che potrebbe essere il posto ideale anche per lui. Attenzione: molti confondono l’employer branding con un l’imporre ai lavoratori di condividere sui propri profili i contenuti aziendali. Un approccio coercitivo che non porterà ad alcun risultato, se non quello di spingere i migliori a cercarsi un datore di lavoro più intelligente e rispettoso. Non solo le condivisioni dei post aziendali, magari fatte tutte alla stessa ora dello stesso giorno (in quanto per l’appunto imposte) a decretare il successo sui social, ma l’attività individuale – e non filtrata – dei lavoratori. Vanno lasciati liberi di esprimersi, anche di non usare LinkedIn, se preferiscono. E a tal proposito, perché non offrire loro la possibilità di frequentare dei corsi su come usarlo al meglio per scopi professionali? Questa è una strategia di employer branding decisamente più efficace.

Pubblicare un annuncio di lavoro su LinkedIn

Creare un annuncio di lavoro è facile e gratuito privato: basta entrare nella sezione Lavoro del social network e cliccare su Pubblica Offerta Gratuita.

Al passaggio successivo bisogna inserire i dati di base: l’azienda che lo offre, la località (si può anche indicare lavoro a distanza) e il tipo di impiego: part time, tempo pieno, stage e via dicendo. La parte più importante è quella relativa alla qualifica, che deve essere estremamente chiara: “guru del marketing” non vuol dire nulla. Meglio usare titoli di più immediata comprensione, come “marketing manager” o “marketing specialist”. Iniziando a digitare, Linkedin offrirà dei suggerimenti sulle potenziali professioni: se quella che intendiamo usare non è indicata, forse non esiste, se non nel linguaggio un po’ settario di alcune cerchie.

Il passo successivo è quello di aggiungere una descrizione, e qui arriva la parte più complessa. Fortunatamente, il social viene in supporto offrendo un modello predefinito da cui partire a seconda del tipo di professione scelta, ma possiamo fare anche di testa nostra. L’importante è essere indicare con chiarezza le competenze necessarie, le responsabilità e le eventuali qualifiche richieste (lauree, corsi di specializzazione, anni di esperienza e via dicendo).
Chi cerca un programmatore, dovrebbe essere molto specifico sui linguaggi che il candidato deve padroneggiare, così come chi cerca un social media manager dovrebbe evitare di inserire compiti o competenze che non spettano a questa figura, come la gestione della strategia marketing dell’intera azienda, la conoscenza approfondita di SEO, di WordPress o di programmi di editing video o fotoritocco. Purtroppo, troppo spesso si vedono offerte di lavoro surreali e irrealistiche, soprattutto nell’ambito del digitale: spesso arrivano da parte di aziende che hanno intenzione di attivare strategie digitali ma, prive di esperienza, realizzano annunci che sembrano rivolti a interi team. Non di rado ci si imbatte in job description per uno assistente marketing al quale viene richiesto letteralmente TUTTO: creazione articoli per il blog, ottimizzazione SEO, gestione strategie e pubblicità, gestione community.  Diciamolo chiaramente: questo approccio forse potrà attirare qualcuno alle prime armi, ma una qualsiasi persona con un briciolo di competenza le snobberebbe senza pensarci un secondo, per il semplice fatto che è simili offerte di lavoro palesano una totale assenza di strategia digitale.

Oltre alle hard skill, è utile inserire anche una lista delle soft skill richieste, come attitudine al lavoro in gruppo o alla leadership, capacità di lavorare in maniera indipendente, attenzione al dettaglio, negoziazione, pensiero laterale, problem solving.

Importante, infine, specificare il salario, anche in maniera generica. Non è necessario indicare la RAL, che sarà probabilmente oggetto di contrattazione, ma indicare un range è una forma di rispetto verso i candidati. Se poi si offrono dei benefit (auto aziendale, ticket, smart working, dotazione di telefono e computer, possibilità di dedicare parte del tempo lavorativo a progetti personali), non ometterli dall’annuncio. Occorre inserire sempre la sede di lavoro.

Il SEO negli annunci di lavoro

Chi cerca lavoro su LinkedIn solitamente si crea alcuni avvisi relativi a una serie di ricerche, e per intercettarle è necessario ragionare bene sui termini da usare nell’annuncio. Non esiste una lista delle parole giuste, che naturalmente dipendono dal settore in cui si opera e della specificità della figura richiesta. L’importante, come anticipato qualche riga sopra, è non farsi prendere la mano inserendo senza criterio tutte quelle keyword che si pensano legate a una professione. Nel caso dei programmatori è importante specificare che tipo di linguaggi devono conoscere (Java, Javascript, Rybu on rails), ma anche gli ambiti di applicazione (automazione, intelligenza artificiale, e-commerce, programmazione robot e cobot); se si cercando agenti di vendita, non limitarsi a questo termine nella descrizione, ma aggiungere anche sales account, sales representative, key account (nel caso si sia alla ricerca di figure con più esperienza, destinate a ruoli da leader). Le parole chiave giuste sono fondamentali per intercettare le ricerche, e proprio per questo è meglio essere il più specifici possibile. Usare sinonimi, o termini inglesi ormai entrati nell’uso comune, può aiutare: developer al posto di programmatore, HR per riferirsi alle risorse umane, software engineer al poto di ingegnere del software.

A questo indirizzo è possibile trovare una serie di suggerimenti (in inglese) su come realizzare un’offerta di lavoro estremamente efficace.

Una ricerca approfondita delle parole chiave torna utile non solo per scrivere annunci efficaci, ma anche per andare a ricercare attivamente i profili. Intercettare le ricerche è sicuramente importante, ma non dovrebbe essere l’unica strategia, e andrebbe affiancata da una ricerca attiva. Alla fine, LinkedIn è uno sconfinato database di professionalità, strutturato per effettuare ricerche approfondite: perché quindi non usare i parametri definiti per l’annuncio anche per andare a cercare direttamente i profili? Alcuni di questi potrebbero non essere attivamente alla ricerca di lavoro, magari perché già occupati, ma nulla ci vieta di fare noi il primo passo e fare una proposta.
Questo ci permetterà anche di risparmiare qualche soldo sulle sponsorizzazioni dell’annuncio, che ora andremo ad analizzare.

Una volta individuato un profilo potenzialmente interessante, non resta che contattarlo, con un messaggio privato, inviando una richiesta di connessione o una InMail, che è uno dei modi più efficaci. Attenzione, però: si hanno a disposizione un numero molto limitato di InMail e usando un profilo gratuito questa modalità di contatto è utilizzabile solo con gli utenti ai quali si è già collegati. Per inviare un InMail a un profilo al di fuori della nostra cerchia, bisognerà passare a un account a pagamento.

Sponsorizzare gli annunci di lavoro su LinkedIn

Fino a ora abbiamo visto come creare un annuncio gratuito, che ovviamente non avrà la stessa diffusione e visibilità di uno a pagamento. Sponsorizzandolo, si aumenterà in maniera significativa la copertura, aumentando le possibilità di farlo arrivare alle persone “giuste”: secondo le statistiche di LinkedIn, una promozione può triplicare il numero di candidati per la posizione, rispetto a un annuncio gratis. Per attivare una sponsorizzazione, bisogna cliccare sull’icona Lavoro dell’homepage di LinkedIn e su Gestisci offerte di lavoro: selezionare poi le offerte che si desidera promuovere e cliccare sul pulsante Sponsorizza. Non rimane che stabilire il costo per clic che si desidera investire e un budget totale, esaurito il quale terminerà la campagna.

LinkedIn Recruiter: per chi fa sul serio

Quanto indicato fino a ora può essere effettuato con un profilo gratuito, ma passando ai profili premium, quelli a pagamento, si avranno a disposizione ulteriori strumenti per semplificare e rendere più efficaci le operazioni di recruiting. Da questo indirizzo è possibile iscriversi a LinkedIn Recruiter Lite.

Cliccando sul tasto Seleziona un Piano nella sezione assumere, Assumere, a destra, ci si potrà abbonare al piano Recruiter, che offre alcune funzionalità per potenziare le ricerche, fra cui:

  • 30 messaggi InMail, inviabili a chiunque (non solo ai contatti della propria rete, come nel piano lite)
  • Ricerca avanzata, con ulteriori filtri non disponibile nei piani di abbonamento free
  • Tracciamento automatico dei candidati
  • Informazioni su chi ha visitato il profilo negli ultimi 90 giorni (i dati disponibili nella versione gratuita sono più limitati)
  • Ricerca illimitata sui profili (nella versione gratuita, superata una certa soglia non sarà più possibile effettuare ricerche sino al mese successivo)
  • Suggerimenti intelligenti sul recruiting

Il servizio potrà essere testato gratuitamente per i primi 30 giorni, e poi sarà necessario pagare un abbonamento del costo di 90,73 euro mensili (se si paga in un’unica soluzione annuale: se si paga mensilmente, il prezzo è leggermente superiore).

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7 strumenti gratuiti per LinkedIn

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Negli ultimi anni LinkedIn si è trasformato da strumento per cercare il lavoro ideale in una piattaforma per trovare nuovi potenziali clienti e valorizzare il proprio brand. Con un bacino di utenza che sfiora i 700 milioni di utenti iscritti, la piattaforma creata da Reid Hoffman è diventata uno strumento B2B potente e versatile, soprattutto per svolgere le attività di marketing e vendita (social selling).

A differenza degli altri social network LinkedIn punta a un pubblico di alto profilo, costituito da aziende, influencer e naturalmente dalle agenzie di reclutamento. Stiamo parlando di una piattaforma che permette a figure come quella del “digital marketer” (un esperto di comunicazione a 360 gradi) o del “digital sales specialist” (uno specialista nel trovare nuove opportunità di business nella vendita digitale) di creare una relazione di contatti per dare slancio alle vendite e valorizzare il proprio brand connettendosi con i potenziali clienti interessati ai nostri prodotti.

Non c’è da meravigliarsi che LinkedIn sia diventata rapidamente la piattaforma di pubblicazione di contenuti B2B preferita dalle aziende e dalle multinazionali. Per sfruttare le immense potenzialità messe a disposizione da LinkedIn ho selezionato una serie di strumenti gratuiti che ci aiuteranno a ricercare talenti da inserire in azienda, trovare nuove opportunità per il nostro business e rendere ancora più appetibile il nostro profilo professionale.

La programmazione dei post con Buffer

Pubblicando contenuti su diversi social network può essere utile usare uno strumento come Buffer, un software che permette di programmare la pubblicazione di post, foto e video sui vari Twitter, Facebook, Instagram e compagnia bella. Questo tool permette di mandare contemporaneamente lo stesso messaggio su diversi social network: per creare un account è possibile usare le stesse credenziali che usiamo abitualmente per Facebook, Twitter e LinkedIn.

Si tratta di un’estensione da scaricare che si va ad aggiungere alla barra degli strumenti del browser e che permette con un semplice clic di condividere il contenuto che vogliamo pubblicare. Oltre a scaricare questo plugin, dobbiamo collegare gli account che vogliamo gestire in modo automatico. Chiaramente per ogni social network collegato, il programma chiederà i permessi per accedere alle informazioni e l’autorizzazione per poter pubblicare.

La versione gratuita di Buffer permette di creare un singolo account per ogni social network utilizzato: se vogliamo usarne di più (per esempio, 4 account di Facebook) è necessario sottoscrivere un abbonamento mensile (circa 10 euro al mese), mentre è possibile usarne contemporaneamente al massimo 12. La versione gratuita ha chiaramente dei limiti relativi al numero di canali utilizzabili e ai post pubblicabili: nello specifico si parla di 3 diversi account e 10 post al giorno gestiti da 1 singolo utente. Con la versione a pagamento (disponibile nelle versioni “small business” e “premium”) vengono aggiunte una serie di funzioni: aumentano il numero di account a disposizione e i post che si possono programmare per canale. Soprattutto si ha la possibilità di aggiungere più utenti e delegare i compiti ad altre persone.

Il vantaggio della pubblicazione automatica

Il punto di forza di Buffer è senza dubbio la pubblicazione automatica: possiamo programmare in quale orari mandare ogni giorno i nostri post attraverso la classica “Schedule”. È importante inserire la città/paese da cui parte l’input: il programma aggiornerà in modo autonomo il fuso orario corretto. Per ogni account possiamo preparare un numero diverso di post da pubblicare a orari diversi: possiamo anche condividere un contenuto di una pagina web o di un blog personalizzando il nostro post con testo, immagini e altro. Quando iniziamo ad archiviare messaggi su messaggi, il programma li gestisce in modo autonomo sulla base degli orari che gli abbiamo indicato. Un altro punto di forza di Buffer è la possibilità di analizzare i nostri post in un determinato lasso di tempo. Infatti, nella sezione “Analytics” troviamo una serie di strumenti per studiare l’andamento delle nostre condivisioni social e per sviluppare una strategia marketing adeguata. È importante ricordare che con la versione gratuita abbiamo a disposizione una parte limitata di dati e informazioni. Per avere analisi più dettagliate è necessario acquistare una delle versioni a pagamento.

Integriamo Buffer con Spidwit per creare contenuti di qualità

Per sfruttare al meglio Buffer possiamo integrare una piattaforma cloud come Spidwit che scandaglia la Rete alla ricerca di fonti web di qualità (selezionando le notizie, i video, le immagini e le citazioni più rilevanti per il nostro settore) e mettendo a disposizione decine di strumenti utili (suddivisi in tre macrocategorie) per gestire uno o più profili social. Una volta collegati i due account, quando Spidwit trova qualcosa di interessante per il nostro pubblico possiamo condividerlo senza problemi: Buffer si occupa della programmazione. In questo modo possiamo ottimizzare la ricerca delle notizie, limitando la perdita di tempo e ottimizzando l’organizzazione dei contenuti. Ad aiutarci c’è poi un assistente virtuale (un bot) che ci dare una mano a generare e pubblicare post in maniera automatica. Una volta condiviso il contenuto tramite Spidwit è possibile modificarlo dentro Buffer e così via. Questa integrazione può rivelarsi utile anche quando si desidera pubblicare da Spidwit verso Instagram.

Pubblichiamo contenuti contemporaneamente con PostPickr

Sviluppato nel nostro Paese, PostPickr è un programma sviluppato per chi deve pubblicare contenuti contemporaneamente su diversi social network e per chi necessita di una pianificazione editoriale per gestire diversi canali, rubriche e post. Il vantaggio di PostPickr è quello di poter lavorare a un contenuto senza necessariamente doverlo programmare in un preciso momento. PostPickr è strutturato in progetti, canali (Facebook, LinkedIn, Instagram, Twitter, Google my business, Youtube, Pinterest e Telegram) e rubriche.

Il tool permette di creare dei contenitori di post suddivisi per argomento che possiamo inserire nel calendario editoriale per programmare le uscite giornaliere di ogni canale. All’interno dei contenitori possiamo inserire categorie o singoli post così da avere sempre sotto controllo tutte le tue pubblicazioni. La creazione dei post è fondamentale e Postpickr offre una serie di funzioni interessanti come la ricerca delle immagini, l’editing grafico e la possibilità di utilizzare post predefiniti e altro ancora. Grazie a PostPickr possiamo migliorare l’interazione e la collaborazione tra i diversi membri del team che lavorano su un progetto comune: infatti, è possibile definire i permessi (compresa la responsabilità di pubblicazione sui vai canali) e le aree di competenze dei nostri collaboratori e altro ancora. In questo modo possiamo organizzare e ottimizzare i flussi di lavoro e snellire le varie procedure.

Aggreghiamo le nostre fonti con la funzione “smart feed”

Con la funzione “smart feed” implementata da PostPickr possiamo aggregare tutte le nostre fonti preferite (blog, feed rss, social network, applicazioni e altro) e condividerle esternamente. Grazie allo smart feed possiamo modificare e revisionare i testi delle fonti, aggiungere hashtag, menzioni e altro ancora. In questo modo possiamo aggiungere ai canali social anche rubriche tematiche. L’interfaccia utente di PostPickr è intuitiva e semplice ed è facile capire cosa funziona o non funziona. Il programma offre poi la possibilità di analizzare i dati raccolti fornendo preziose indicazioni sull’andamento dei nostri contenuti. PostPickr è semplice da usare ed è apprezzabile il fatto che nella versione gratuita si possono sfruttare gran parte delle funzionalità (si può lavorare su un singolo progetto fino a un massimo di 3 canali social). La funzione “Analytics” è disponibile sono sottoscrivendo un abbonamento: si parte dai 19 euro al mese richiesti della versione “Professional” fino ai 159 euro di quella “Agency”. Cambiano anche i numeri dei progetti disponibili, il numero dei canali social supportati (fino a un massimo di 150, compreso Instagram) e dei membri che possono collaborare tra loro (oltre i 18).

Automatizzare la pubblicazione dei contenuti con IFTTT

LinkedIn offre una serie di strumenti per velocizzare le nostre operazioni sulla piattaforma. Quando non bastano è possibile ricorrere a un servizio Web come “If This Then That” (abbreviato in “IFTTT”) che personalizza e automatizza alcune procedure. “Se si verifica questo, allora fai quello”: il servizio IFTTT attiva una una determinata funzione tramite l’app dedicata o il sito web come “reazione per un’azione”.

Nel caso di LinkedIn semplicemente connettendo i nostri account online (social network, blog e altro) sulla piattaforma IFTTT.  Per esempio, ogni volta che postiamo qualcosa sul nostro blog il contenuto verrà riproposto in modo automatico sulle altre piattaforme collegate. Per farlo è davvero semplice: dobbiamo semplicemente registrarci al sito di IFTTT mentre per chi non è sempre seduto davanti al monitor di un PC è possibile scaricare l’app per smartphone e tablet. Oltre a WordPress, il servizio IFTTT permette anche di connettere account come quelli di Gmail, Instagram, Twitter Facebook, Alexa o Google Assistant (e altri ancora), oltre a offrire la possibilità di collegare a Internet molteplici dispositivi di domotica. La piattaforma è strutturata in “Applet” (viene chiamata così la singola automazione creata per connettere due servizi o dispositivi cloud), “Trigger” (un evento che porta all’attivazione dell’Applet) e “Action” (la risposta all’evento quando si verifica il Trigger definito).

Per esempio, se pubblichiamo qualcosa dedicato a uno argomento particolare, tramite IFTTT potremo collegarlo a tutte le nostre piattaforme quando si verifica una determinata situazione. Il servizio è estremamente versatile e gli scenari di utilizzo sono molteplici: in LinkedIn possiamo usarlo per condividere un messaggio o una foto pubblicata su altri social network, per ricevere notifiche e, soprattutto, per mettere in comunicazione tra loro il nostro sito aziendale con tutte le nostre piattaforme. Il servizio è disponibile in formato gratuito (con un limite di 3 Applet) e a pagamento (3,99 dollari al mese con Applet illimitati) mentre è disponibile a una versione business per le aziende.

Selezioniamo con Snappr la foto del profilo di LinkedIn

In Rete il detto “un’immagine è meglio di mille parole” vale più di ogni altra cosa: la nostra mente, infatti, sembra essere attratta molto più dalle immagini che dai suoni o dalla scrittura. Avere un profilo LinkedIn con una foto professionale può fare la differenza. Per scattare una foto professionale è importante scegliere un abbigliamento che rispecchia il nostro lavoro e il nostro modo di essere. Per mettere in risalto il nostro volto è consigliabile scegliere degli sfondi chiari e possibilmente senza oggetti, prediligendo la luce naturale di una finestra a quella artificiale che illumina una stanza. Oltre a mantenere costantemente il contatto visivo con l’obiettivo della fotocamera, per scattare la foto perfetta è consigliabile accennare un sorriso.

Per scoprire se siamo riusciti a realizzare una foto professionale, che c’è di meglio di Snappr? Si tratta di un programma che si avvale di alcuni avanzati algoritmi di machine learning per determinare l’efficacia della nostra foto e capace di proporre una serie di alternative/suggerimenti. Se il nostro scatto non è adatto al nostro profilo LinkedIn, una volta registrati al sito possiamo selezionare la tipologia di foto che ci serve e quanto vogliamo spendere: Snappr ci mette in contatto un esperto del settore (solitamente un fotografo professionista) per aiutarci a realizzare lo scatto giusto.

Con StreamYard possiamo trasmettere contemporaneamente su più piattaforme

Durante la pandemia abbiamo scoperto quando è fondamentale restare in contatto con le persone e per farlo abbiamo utilizzato diversi strumenti e piattaforme. Restando in ambito professionale, usare un software per trasmettere in diretta contemporaneamente su più piattaforme (Facebook, YouTube, Twitch, Periscope e Linkedin) può essere estremamente utile: StreamYard è uno dei software che hanno riscosso più successo nell’ultimo periodo.

Si tratta di una piattaforma sviluppata per gestire le dirette streaming direttamente dal browser anche su altre piattaforme, con la possibilità di avere in video fino a 10 persone (non è richiesto un account registrato per gli ospiti). Il collegamento avviene attraverso un link (funziona sia dal browser del computer, sia da smartphone) e agli ospiti verrà semplicemente chiesto con quale nome apparire nella diretta oltre a consentire da parte di StreamYard l’utilizzo di microfono e webcam. Chi gestisce la diretta streaming ha a disposizione una serie di interessanti funzioni. Oltre a scegliere quale nome utilizzare, il “regista” potrà scegliere dove far partire la diretta, gestire l’ordine degli ospiti che appaiono in video e selezionare lo sfondo, i banner e le scritte e persino i commenti in arrivo dai social network collegati. Mentre si trasmette verso altre piattaforme con StreamYard è possibile interagire con i follower, mostrando i commenti in video e rispondendo. È disponibile anche una chat privata che permette agli ospiti e al regista di parlare tra loro. Durante il live streaming è possibile condividere una scheda del browser, una finestra di un’applicazione e altro ancora. StreamYard è davvero uno strumento interessante e il suo utilizzo è diventato imprescindibile anche in una piattaforma come LinkedIn.

PS: ricordatevi che dovete diventare dei broadcaster per trasmettere dei video live su LinkedIn (qui le istruzioni).

La versione gratuita di StreamYard è l’ideale per iniziare

Il servizio è disponibile in formato gratuito: le uniche limitazioni riguardano sfondi e loghi che non possono essere cambiati, il limite mensile delle ore di streaming a disposizione (20 ore) e la possibilità di effettuare lo streaming solo verso una piattaforma. Sottoscrivendo un abbonamento (per chi ha intenzione di fare dirette regolarmente) verranno tolte tutte le limitazioni sopra elencate.

Inoltre, è possibile trasmettere contemporaneamente verso tre piattaforme e registrare in alta qualità fino a un totale di 4 ore per ogni diretta, senza dimenticare la possibilità di caricarla successivamente. Infatti viene aggiunta la possibilità di avviare una “diretta offline” per fare delle prove o per registrare dei podcast video da caricare più avanti. Con il piano di abbonamento “Professional” (circa 49 dollari al mese) abbiamo a disposizione 8 ore di registrazione in streaming 8 e aumentato il numero delle possibili destinazioni (che diventa 8). Da notare che non è possibile far partire la diretta dallo smartphone perché l’interfaccia di regia è disponibile solo dal browser del computer. L’unica cosa da tenere a mente è che per controllare i commenti, le grafiche e gli ospiti è necessario far partire il programma da PC.

Curriculum online

Tenere sempre aggiornato il nostro profilo LinkedIn è importante: non è possibile sapere quando arriva l’occasione propizia per un cambio di lavoro o per qualche inaspettata opportunità di business. Può essere utile avere a disposizione un Curriculum Vitae aggiornato: per farlo possiamo usare uno strumento come Resumonk. Si tratta di un servizio web gratuito specializzato nella creazione di CV online.

Per farlo basta registrarsi sul sito e compilare i tutti i campi (il grado d’istruzione, le esperienze lavorative precedenti, il profilo professionale e le tue abilità particolari e così via). È possibile creare più curriculum attraverso lo stesso account (sono modificabili anche successivamente): i CV pubblicati online saranno accessibili a tutti semplicemente condividendo l’URL mentre sono scaricabili nel formato PDF. Una funzione piuttosto apprezzata di Resumonk è la possibilità di esportare in formato PDF o DOCX il CV direttamente dal nostro profilo Linkedin: il programma offre una ricca collezione di template per personalizzarlo in modo adeguato. La versione gratuita mette a disposizione cinque modelli (con il marchio Resumonk in bella vista) e la possibilità di importare il nostro profilo LinkedIn; sottoscrivendo un abbonamento premium (circa 29 dollari all’anno) avremo a disposizione una ventina di template (con font e altre opzioni grafiche, oltre all’inserimento di foto) oltre alla possibilità di scaricare il CV anche in altri formati diversi dal PDF. Quest’opzione è particolarmente utile per modificare il nostro curriculum anche offline direttamente dal PC.

Migliorare la grafica del nostro profilo LinkedIn

Per arricchire il nostro profilo LinkedIn con elementi grafici possiamo usare uno strumento online potente e versatile come Canva, disponibile anche in versione di prova per 30 giorni. Si tratta di uno strumento di progettazione grafica alternativo al solito Photoshop e che viene utilizzato regolarmente da designer e professionisti del settore. Oltre a usare un’interfaccia “drag and drop”, Canva permette di utilizzare modelli preimpostati e di modificarli a proprio piacimento, oltre a offrire un ricco database di fotografie, immagini vettoriali, grafiche e caratteri. Per usarlo dobbiamo semplicemente iscriverci al sito ufficiale.

Possiamo usare Canva per personalizzare la testata (banner) di LinkedIn, per migliorare la foto del nostro profilo o per inserire immagini, link e PDF che diano maggior risalto alle nostre esperienze professionali. Una delle funzioni più interessanti di LinkedIn è la possibilità di poter utilizzare delle slide in formato 16:9: con Canva possiamo crearle senza problemi. Con le slide possiamo realizzare contenuti di vario tipo: da lezioni a ricerche, fino ai classici report e altro ancora. Canva può essere utile anche per creare dei post grafici ricchi di contenuti tecnici che su una piattaforma come LinkedIn sono particolarmente apprezzati e raggiungono una migliore visibilità rispetto altri social network. Canva può essere utile anche realizzare le immagini di anteprima (chiamate “Pulse”) che vengono inserite negli articoli e per preparare delle dettagliate infografiche che riscuotono sempre molto successo. Il programma offre moltissimi strumenti e contenuti per poter arricchire il nostro profilo LinkedIn: la versione gratuita offre ben 250.000 modelli, un centinaio di progetti (post di social media, presentazioni, lettere e altro) e un centinaio di migliaia di foto e grafiche e ben 5 GB di spazio in cloud. Nella versione a pagamento (è richiesta la sottoscrizione di un abbonamento mensile) avremo a disposizione un numero strabiliante di contenuti: circa 420.000 modelli gratuiti, 75 milioni di foto, video, audio e grafiche e uno spazio di archiviazione di 100 GB, oltre alla possibilità di pubblicare i contenuti dei social media su 7 piattaforme. È previsto anche un abbonamento speciale per le imprese con uno spazio di archiviazione illimitato e altre funzionalità ad hoc.

Se vogliamo migliorare il nostro profilo LinkedIn e renderlo più professionale possiamo farlo con questi utili strumenti e senza spendere un euro!

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