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Un uomo porge una penna e chiede: «Vendimi questa penna». L’altro risponde: «Vi ucciderà tutti».

Ammettiamolo: come argomento commerciale è insolito. Una penna che scrive bene potrebbe interessarmi. Una penna che stermina l’umanità, invece, preferirei lasciarla in cartoleria.

Eppure, se al posto della penna mettiamo l’intelligenza artificiale, la battuta diventa meno assurda. È questo il bersaglio del meme: il cortocircuito fra la promessa di una tecnologia straordinaria e l’annuncio delle conseguenze terribili che potrebbe produrre.

Mi ha fatto sorridere. Poi mi ha fatto pensare. Perché dietro due vignette c’è una domanda utile anche per chi non sa nulla di AI: quando qualcuno descrive il proprio prodotto come una forza capace di cambiare, o distruggere, il mondo, sta spiegando un rischio oppure ne sta aumentando il fascino?

Le due cose, talvolta, possono convivere.

Come si legge il meme, anche senza aver visto il film

L’immagine riprende la scena di “Vendi questa penna” di The Wolf of Wall Street, con Leonardo DiCaprio nei panni di Jordan Belfort. La richiesta è una prova di vendita: convincere l’interlocutore a comprare un oggetto banalissimo.

Nel meme, alla richiesta inglese «Sell me this pen» segue «It’s going to kill you all»: «Vi ucciderà tutti». La seconda battuta è la riscrittura satirica dell’immagine, non una citazione da usare come testimonianza sul dibattito scientifico.

Per ritrovare il contesto cinematografico si può guardare la scena della penna su YouTube.

La comicità nasce dal ribaltamento delle aspettative. Ci aspettiamo un vantaggio, riceviamo una minaccia. La penna diventa una metafora dell’AI: chi dovrebbe mostrarci perché usarla ci racconta quanto potrebbe essere pericolosa.

Non serve conoscere modelli linguistici, reti neurali o agenti. Basta riconoscere l’assurdità della situazione: «Compra il mio prodotto. È talmente potente che potrebbe essere l’ultimo che comprerai».

Perché il meme viene associato all’intelligenza artificiale

Il collegamento ha una base reale. Nella dichiarazione sul rischio di estinzione del Center for AI Safety, firmata anche da Sam Altman, Dario Amodei e Demis Hassabis, si chiede di trattare la mitigazione di quel rischio come una priorità globale, accanto a pandemie e guerra nucleare.

È una presa di posizione seria. Ma occorre leggerla bene: non afferma che il chatbot sul nostro telefono ci ucciderà, non indica una data e non quantifica la probabilità di un’estinzione.

Il meme comprime tutto in una frase brutale. Fa il suo mestiere: semplifica e provoca. Il nostro mestiere, dopo aver riso, è rimettere dentro le sfumature.

Una dichiarazione di preoccupazione non è una dimostrazione che un evento accadrà. E la presenza di interessi commerciali non rende automaticamente falsa una preoccupazione.

La paura può far sembrare un prodotto più potente?

Immaginiamo due presentazioni dello stesso software.

Nella prima, il venditore dice: «Aiuta a preparare una bozza di relazione. Va controllata».

Nella seconda: «Questa tecnologia potrebbe sconvolgere la civiltà».

La prima ci permette di valutarne un impiego concreto. La seconda ci invita a immaginare un potere enorme, prima ancora di aver visto come funziona.

Qui propongo una lettura del meme, non una diagnosi delle intenzioni di tutte le aziende AI: un racconto catastrofico può contribuire a costruire l’immagine di una tecnologia eccezionale. Se una cosa può distruggere il mondo, viene spontaneo pensare che sia potentissima. E se è potentissima, potremmo convincerci di doverla conoscere, comprare o adottare subito.

Persino una critica può diventare pubblicità involontaria.

La ricerca sulla persuasione offre un tassello utile. Una meta-analisi di Melanie Tannenbaum e colleghi, pubblicata su Psychological Bulletin nel 2015, ha esaminato 127 lavori e oltre 27.000 partecipanti. Nel complesso, i messaggi basati sulla paura influenzavano atteggiamenti, intenzioni e comportamenti; risultavano più efficaci quando indicavano anche una risposta capace di affrontare la minaccia.

Attenzione al salto logico: quella ricerca non dimostra che parlare di estinzione faccia vendere abbonamenti AI. Aiuta a capire perché l’accoppiata “minaccia più soluzione” possa persuadere. Per dimostrare un effetto commerciale specifico servirebbero dati specifici.

Parlare di sicurezza non equivale a vendere paura

Qui il meme rischia di portarci fuori strada. Se qualcuno mette in guardia da un pericolo, non possiamo liquidarlo automaticamente come un venditore furbo.

Un produttore di automobili deve studiare gli incidenti. Un’azienda che sviluppa AI deve studiare i danni che i suoi sistemi possono causare. Sarebbe preoccupante anche il contrario: «Tranquilli, andrà tutto bene, comprate e basta».

Per esempio, Anthropic ha presentato nel 2023 la propria Responsible Scaling Policy, un insieme di protocolli tecnici e organizzativi per gestire i rischi di sistemi sempre più capaci. La pagina della policy ne raccoglie le successive revisioni.

L’esistenza di una policy non prova che ogni rischio sia sotto controllo. Mostra però che il discorso sulla sicurezza può comprendere procedure e impegni, oltre agli slogan.

Io valuterei soprattutto questo: all’allarme seguono test, criteri verificabili, responsabilità e misure concrete? Oppure rimane soltanto una frase da rilanciare?

Tre piani da tenere distinti: danni, scenari, promesse

Per orientarsi conviene separare tre cose che spesso finiscono nello stesso titolo.

I danni documentati e i problemi osservabili. Un sistema può produrre informazioni false, esporre dati o restituire risultati discriminatori. Il profilo sui rischi dell’AI generativa del National Institute of Standards and Technology, NIST affronta, fra gli altri, proprio falsità generate con apparente sicurezza, privacy, distorsioni e integrità dell’informazione. Per subire un danno non serve una macchina “cosciente”: basta fidarsi di una risposta sbagliata.

Gli scenari futuri di rischio grave. La possibilità di perdere il controllo di sistemi molto più capaci richiede ricerca e precauzioni. Nell’International AI Safety Report 2025 si esplicitano anche divergenze fra esperti sulla probabilità di questi scenari. Possibile, probabile e inevitabile sono parole diverse.

Le promesse commerciali. “Cambierà tutto” o “chi non lo usa è finito” sono affermazioni da mettere alla prova. Un annuncio sul futuro dell’umanità non ci dice se uno strumento migliora davvero il nostro lavoro.

Confondere questi piani rende facile passare dall’entusiasmo al panico. Tenerli distinti permette di prendere decisioni migliori.

Cinque domande prima di comprare la penna

Quando incontro una promessa enorme o un allarme enorme sull’AI, provo a tradurlo in domande semplici:

  1. Di quale sistema stiamo parlando? Un chatbot per scrivere bozze e un agente autorizzato a compiere operazioni hanno capacità e conseguenze diverse.
  2. Qual è la prova? Un esperimento, un incidente documentato, una previsione o una frase promozionale?
  3. Quanto è incerto ciò che viene detto? “Potrebbe accadere” non significa “accadrà”.
  4. Chi parla e quali interessi ha? Gli interessi vanno considerati, senza usarli come scorciatoia per smentire ogni argomento.
  5. Che cosa posso fare concretamente? Verificare una fonte, limitare i permessi, proteggere i dati, confrontare alternative?

Sono domande utili per un genitore, un insegnante, un professionista o un responsabile aziendale. Non richiedono una laurea in informatica.

E aiutano a gestire anche quella sensazione di essere sempre in ritardo di cui ho parlato nell’articolo sull’AI Anxiety, l’ansia da intelligenza artificiale.

Un esercizio: riscrivere il messaggio senza l’apocalisse

Questo meme può diventare un piccolo laboratorio di educazione alla comunicazione.

Prendiamo una frase ipotetica: «Se non introduci l’AI, la tua azienda sparirà».

Chiediamo di riscriverla indicando un’attività, una prova e un limite:

«Possiamo sperimentare l’AI nella preparazione delle risposte ai clienti. Confronteremo tempi e qualità con il processo attuale, mantenendo la revisione umana».

La seconda frase fa meno rumore. Ma ci permette di capire che cosa verrà fatto e come valutarlo.

Poi facciamo l’esercizio opposto. Trasformiamo «L’AI risolverà tutti i problemi» in una promessa circoscritta e verificabile. Scopriremo che l’entusiasmo senza prove e la paura senza prove condividono lo stesso difetto: ci chiedono di credere prima di capire.

La penna del meme, allora, serve davvero a qualcosa. Ci ricorda di chiedere spiegazioni a chi ci vende il futuro.

Io, prima di comprarla, vorrei vedere se scrive. Per l’estinzione possiamo evitare il pacchetto premium.

Immaginate una pubblicità: «Il nostro prodotto potrebbe cancellare l’umanità. Il piano Premium costa un po’ di più».

Con un frigorifero, probabilmente, chiameremmo le autorità. Con l’intelligenza artificiale, rischiamo di chiamare il consulente finanziario per chiedergli come investire nel produttore.

È questo cortocircuito che mi interessa. Quando chi costruisce una tecnologia ci avverte che potrebbe distruggere il mondo, sta denunciando un pericolo, comunicando una potenza straordinaria o facendo entrambe le cose?

E merita qualcosa di meglio del solito derby tra «siamo tutti morti» e «sono tutte sciocchezze».

Sei articoli e una stessa domanda: quanto è vicino il disastro?

Questi sono sei articoli verificati, con i titoli originali e i collegamenti. Raccontano allarmi, scenari e discussioni sul rischio di estinzione: non sono sei prove indipendenti che l’estinzione avverrà.

Testata Data Articolo
The Guardian 30 maggio 2023 Risk of extinction by AI should be global priority, say experts
The Guardian 7 luglio 2023 Five ways AI might destroy the world
The Guardian 27 dicembre 2024 ‘Godfather of AI’ shortens odds of the technology wiping out humanity over next 30 years
The Guardian 9 settembre 2026 Anthropic researchers say AI could cause human extinction by 2030
CBS News 27 settembre 2026 Will artificial intelligence really kill us all?
Reuters 29 settembre 2026 Anthropic warns AI may pose ‘existential risks to humanity’ in IPO filing

Una precisazione conta: «potrebbe causare l’estinzione» è una valutazione di rischio; «ci ucciderà tutti» è una previsione categorica. Passare dalla prima alla seconda rende il titolo più spettacolare e il ragionamento meno preciso.

Il marketing dell’apocalisse: se può distruggere tutto, deve essere potentissima

Da formatore e consulente di comunicazione digitale, vedo una possibile dinamica: il racconto della minaccia può diventare anche il racconto della potenza.

Se dico che un software riassume bene una riunione, sto vendendo un’utilità. Se dico che potrebbe sostituire l’umanità, gli attribuisco un ruolo nella storia della specie.

La paura e l’entusiasmo sembrano agli antipodi, ma possono condividere una premessa: questa tecnologia sta per diventare enormemente potente. Cambia il giudizio morale; resta la promessa di una trasformazione gigantesca.

La mia ipotesi è che l’allarme possa produrre almeno tre effetti commerciali: rendere un’azienda centrale nel dibattito, far apparire strategici i suoi investimenti e presentare il produttore come l’interlocutore necessario per gestire il pericolo.

Attenzione al verbo: può. Per affermare che una specifica denuncia sia stata progettata dal marketing servirebbero prove di coordinamento, documenti, istruzioni o testimonianze verificabili. Nelle fonti consultate non ho trovato prove sufficienti per questa accusa.

Un effetto pubblicitario può esistere anche quando nessuno ha organizzato una campagna. E una preoccupazione sincera può avere effetti economici favorevoli a chi viene criticato.

Guerriglia marketing? Preferisco chiamarlo marketing della paura

La formula «guerriglia marketing» è suggestiva, soprattutto davanti a dimissioni clamorose e dichiarazioni virali. Però rischia di farci immaginare una regia occulta prima di averla dimostrata.

Parlerei piuttosto di marketing della paura, come chiave di lettura degli effetti comunicativi. Il messaggio implicito può diventare: il prodotto è così avanzato da essere pericoloso; il produttore è così responsabile da avvertirci; per renderlo sicuro serviranno altre risorse.

È uno schema che si presta a una battuta: «Abbiamo creato il mostro, ma siamo anche quelli con il numero del veterinario».

La battuta descrive un paradosso. Non dimostra che il mostro sia inventato o che il veterinario sia in malafede.

C’è, invece, una base empirica per parlare di attenzione. Lo studio Negativity drives online news consumption, pubblicato su Nature Human Behaviour nel 2023, ha analizzato circa 105.000 varianti di titoli in esperimenti di Upworthy. Per un titolo di lunghezza media, una parola negativa aggiuntiva aumentava il tasso di clic del 2,3% in termini relativi.

Lo studio riguarda quel contesto editoriale, non le intenzioni di OpenAI o Anthropic e nemmeno l’efficacia commerciale dei loro allarmi. Ma aiuta a capire perché un possibile sterminio abbia ottime possibilità di trovare spazio nel nostro feed. «Il chatbot gestisce correttamente i permessi» parte svantaggiato.

La paura è entrata anche nel prospetto per la Borsa

Qui il collegamento economico è concreto. Reuters ha esaminato il prospetto riservato di Anthropic e riferisce che contiene avvertenze su rischi catastrofici o esistenziali. Riporta anche la convinzione dell’azienda che il mercato premierà sistemi affidabili e sicuri.

Non ho consultato direttamente quel prospetto: questa è una ricostruzione giornalistica basata sul documento visionato da Reuters. E la preparazione di una quotazione non equivale a una quotazione già avvenuta.

Il paradosso, però, è notevole: la sicurezza può essere contemporaneamente una necessità tecnica e un argomento di posizionamento. Il rischio può giustificare prudenza e, nella narrazione di un’azienda, rendere strategica la sua capacità di gestirlo.

Sarebbe comunque scorretto trattare ogni avvertenza agli investitori come uno spot. Il modulo S-1 della Securities and Exchange Commission prevede espressamente informazioni sui fattori di rischio. Comunicarli risponde anche a esigenze di trasparenza nella raccolta di capitali.

Inoltre, l’allarme può spaventare clienti, attirare controlli e mettere in difficoltà un’operazione finanziaria. Non è una leva che produce automaticamente vantaggi.

Quindi l’ipotesi, «tengono alta l’attenzione per giustificare investimenti e valutazioni», merita un’indagine. La frase «lo fanno apposta per gonfiare la quotazione» richiede prove ulteriori.

Tra un sospetto intelligente e una certezza comoda c’è parecchio lavoro giornalistico.

Ma questi ricercatori non hanno firmato degli NDA?

La domanda sugli accordi di riservatezza è legittima. La risposta, però, non può essere: «Se parlano, significa che l’azienda vuole farli parlare».

Un accordo di riservatezza e una clausola che vieta di criticare il datore di lavoro non coincidono. Per sapere che cosa un ricercatore possa divulgare bisogna conoscere contratto, contenuto della dichiarazione e norme applicabili. Un’opinione generale sul futuro dell’AI e la pubblicazione di documenti interni non sono la stessa condotta.

Il precedente OpenAI è illuminante. Nel maggio 2024, Vox documentò clausole di uscita che collegavano obblighi di non denigrazione e diritti economici degli ex dipendenti. Successivamente, Bloomberg riferì che OpenAI liberava la maggioranza degli ex dipendenti da quegli obblighi, rassicurandoli sulle quote già maturate.

Questo non significa che tutti gli NDA siano stati cancellati. Significa che l’idea di un divieto immutabile e universale di critica è troppo semplice.

Ci sono anche tutele specifiche. La SEC spiega che la Rule 21F-17 vieta di ostacolare le comunicazioni dirette all’autorità su possibili violazioni delle leggi sui titoli, anche mediante accordi di riservatezza. È una protezione circoscritta: non un lasciapassare generale per pubblicare qualsiasi segreto aziendale.

E proprio i ricercatori hanno denunciato la difficoltà di parlare. Nella lettera A Right to Warn del 4 giugno 2024, dipendenti ed ex dipendenti dei laboratori chiedevano canali indipendenti e protezioni dalle ritorsioni. Sostenevano che le tutele ordinarie fossero insufficienti per rischi non ancora regolati.

Quel documento è una richiesta pubblica, non una legge che realizza automaticamente quelle protezioni. Ma documenta una disputa tra riservatezza, interessi economici e responsabilità verso il pubblico.

Il fatto che qualcuno parli, dunque, non prova che sia libero da vincoli. E non prova che stia recitando una parte assegnata dall’azienda.

Una denuncia sincera può comunque alimentare l’hype

È forse il passaggio più interessante: non serve immaginare che tutti mentano.

Un ricercatore può credere davvero nel rischio. Un giornale può scegliere davvero la notizia che ritiene più importante. Un investitore può leggere davvero quella notizia come un segnale della potenza della tecnologia. L’effetto complessivo può essere un aumento dell’attenzione anche senza una cabina di regia.

Il messaggio «ci potrebbe distruggere» diventa, nella testa di un altro interlocutore, «allora deve valere moltissimo».

Per questo distinguerei le intenzioni delle persone dagli incentivi del sistema. Le prime vanno documentate. I secondi si possono analizzare senza trasformare ogni ex dipendente in un agente pubblicitario sotto copertura.

E applicherei lo stesso criterio a chi minimizza: anche l’ottimismo può avere convenienze professionali ed economiche. Il conflitto di interessi è una ragione per chiedere verifiche, non una scorciatoia per decidere chi abbia torto.

La scienza ha dimostrato che ci estingueremo?

No. Esistono preoccupazioni autorevoli, studi su comportamenti pericolosi e scenari di perdita di controllo. Sono elementi diversi, con pesi diversi.

Nel 2023 il Center for AI Safety pubblicò una dichiarazione sul rischio di estinzione, firmata tra gli altri da Geoffrey Hinton, Yoshua Bengio, Sam Altman, Demis Hassabis e Dario Amodei. Chiedeva di considerare la mitigazione del rischio una priorità globale. È un appello: non una dimostrazione sperimentale che l’estinzione sia inevitabile.

Geoffrey Hinton sui rischi dell’AI: l’intervista a 60 Minutes

Per ascoltare direttamente uno degli studiosi che lanciano l’allarme, ecco l’intervista a Geoffrey Hinton pubblicata dal canale ufficiale di 60 Minutes nel 2023. È un intervento da valutare nei suoi argomenti, senza trasformare l’autorevolezza dello scienziato in una certezza sul futuro.

Lo studio Thousands of AI Authors on the Future of AI, poi pubblicato sul Journal of Artificial Intelligence Research nel 2025, raccoglie le valutazioni di 2.778 ricercatori. A seconda della domanda, dal 38% al 51% dei rispondenti attribuiva almeno il 10% di probabilità a esiti gravi quanto l’estinzione umana.

Non significa che «la scienza ha calcolato il rischio al 10%». Significa che una parte consistente del campione esprimeva quella valutazione soggettiva. Le opinioni degli esperti contano; non si trasformano automaticamente in una misura osservata del futuro.

Ci sono poi esperimenti più concreti. Nel lavoro Agentic Misalignment del 2025, Anthropic testò modelli in ambienti simulati, osservando anche ricatti e fughe di informazioni. Erano scenari costruiti per mettere sotto pressione i sistemi.

Il successivo rapporto dell’estate 2026 presenta altri casi sperimentali e precisa che quei casi non sono incidenti avvenuti nel mondo reale. Sono segnali di possibili modalità di fallimento da studiare e mitigare.

Non li liquiderei come teatro: un test di sicurezza serve proprio a cercare problemi prima che provochino danni. Ma tra un comportamento emerso in uno scenario sperimentale e l’estinzione umana bisogna descrivere tutti i passaggi. Saltarli rende più facile il titolo e più difficile capire il rischio.

Il futuro della specie non dovrebbe cancellare il presente delle persone

Un’altra critica merita spazio. Nel paper The TESCREAL bundle, pubblicato su First Monday nel 2024, Timnit Gebru ed Émile P. Torres analizzano le ideologie che accompagnano il progetto dell’intelligenza artificiale generale e criticano il modo in cui le promesse di salvezza possono contribuire a concentrare potere e sottrarre responsabilità.

È una lettura critica degli autori, non una prova che ogni allarme sia falso. Offre però una domanda utile: quando discutiamo della sopravvivenza di un’umanità futura, quali persone presenti rischiano di sparire dalla discussione?

Vorrei che il confronto includesse anche chi risponde degli errori, quali dati vengono utilizzati, quanto controllo mantengono i lavoratori e chi può verificare le decisioni dei sistemi. Ho già affrontato questa distinzione nell’articolo AIpocalypse: la fine del mondo può attendere. Rendere visibili le responsabilità di oggi aiuta a discutere con maggiore concretezza anche i rischi di domani.

Il rischio esistenziale merita studio. Non dovrebbe diventare una scenografia così imponente da nascondere tutto il resto.

Se ci credete davvero, mostrateci che cosa siete disposti a perdere

La domanda più utile per chi annuncia il disastro è molto concreta: quale comportamento cambia dopo l’annuncio?

Vorrei verifiche indipendenti, accesso sufficiente per gli auditor, protezioni per chi segnala problemi e criteri pubblici per interrompere un rilascio. Vorrei sapere chi può dire «stop» e quali conseguenze economiche l’azienda è disposta ad accettare.

È una richiesta che mette alla prova tanto la sincerità dell’allarme quanto la solidità della risposta. Una denuncia che impone costi verificabili a chi la pronuncia è più informativa di una dichiarazione solenne seguita da un calendario commerciale indisturbato.

La mia lettura è questa: la retorica dell’AI che ci ucciderà tutti può funzionare come una potente pubblicità, anche involontaria. Può trasformare il pericolo in prestigio, la prudenza in posizionamento e la sicurezza in un argomento per ottenere risorse.

Non ho prove per sostenere che gli ex ricercatori di OpenAI e Anthropic partecipino a una campagna coordinata. Ho ragioni per chiedere che allarmi così grandi siano accompagnati da prove, limiti dichiarati e impegni controllabili.

Se il vostro prodotto potrebbe farci fuori, spiegateci come avete deciso di fermarlo.

Il link per investire può aspettare.

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Nel dicembre 2022 sono stato intervistato da Daniele Lucchini. Qui riporto l’articolo:

 

Gianluigi Bonanomi è un formatore e consulente specializzato in comunicazione digitale.

Ha fatto per anni il giornalista informatico, ma, come dice lui, “ad un certo punto scrivere di tecnologia sulla carta non era più una grande idea”. Così ha iniziato a fare il divulgatore, il consulente e il formatore.

Ha scritto molti libri ed ebook per diversi editori quali Mondadori, Hoepli, Fag, Informant e ha ideato la collana “Fai da tech” di Ledizioni. Un suo ebook gratuito è stato scaricato da Amazon quasi 100.000 volte!

La realizzazione di contenuti per le aziende l’ha portato a collaborare con diverse agenzie di comunicazione (Business Press, EffettoDomino, Sangalli M&C e altre). Negli ultimi quattro anni ha formato più di 3.000 persone, soprattutto sull’uso strategico di LinkedIn e sul social selling.

Nel 2020 ha lanciato la startup Link&Lead, startup che si occupa di gamification e comunicazione online d’impresa.

Su Linkedin vanta più di 280 referenze.

Qual è la tua migliore qualità personale?

Dicono che so semplificare concetti complessi per renderli comprensibili a tutti: cosa fondamentale nel mio lavoro di divulgatore e formatore.

Cosa ti motiva ad agire quotidianamente?

L’entusiasmo. Se ti appassioni di quello che fai, non ti pesa e ti dà tante soddisfazioni. Personalmente mi esaltano i nuovi progetti digitali.

Quali sono i valori che ti riconoscono i tuoi familiari – amici?

Affidabilità, lealtà, generosità. Sono tutti valori su cui punto anche nella vita professionale. Per esempio il mio sito Web è pieno zeppo di risorse gratuite (anche senza chiedere il contatto!).

Quali sono i valori che ti riconoscono i tuoi clienti – collaboratori?

Gli stessi visti sopra, per fortuna.

Come coltivi i rapporti di qualità e fiducia con i tuoi clienti?

Cerco sempre di prendere incarichi dove so di poter fare la differenza, o personalmente o grazie ai miei collaboratori. Il segreto è, dove possibile, stupire dando qualcosa in più rispetto alle attese.

Cosa fai per soddisfare – stupire – fidelizzare tuoi clienti? Effetto Wow

Per stupire i clienti punto tutto sulla mia comunicazione, che sia a un evento oppure con un video di YouTube dove, per esempio, metto insieme Kant e la SEO oppure Gorbaciov e la comunicazione della cybersecurity.

Nel tuo business sono importanti le referenze dei tuoi clienti?

Le referenze sono indispensabili, del resto il vecchio Cialdini ci ha raccontato l’importanza della “riprova sociale”.

Come fai a generare referenze di qualità dai tuoi clienti?

Dopo un corso o una consulenza, se i clienti esprimono apprezzamento per il mio lavoro cerco di convertirla immediatamente (nelle ore successive) in una recommendation su Linkedin.

Quali consigli vuoi dare a chi vuole mantenere nel tempo la fiducia dei propri clienti?

Prima ho citato Gorbaciov: il concetto di “glasnost” è fondamentale. Bisogna essere “trasparenti”, non nascondere niente, non tentare di fare i furbi; non funziona mai! Puoi fregare una volta, la seconda sei fregato. Se una cosa non si può fare, non prometterla vagamente per portare a casa la commessa. Il rispetto viene prima di tutto (e lo pretendo).

Nella tua esperienza hai incontrato clienti che ti hanno manifestato paure e/o preoccupazioni nel promuoverti / persona / servizio?

In alcuni casi sì, perché purtroppo nel marketing digitale ci sono tanti fenomeni che hanno fatto danni. Alcuni clienti dicono, per esempio, che LinkedIn non funziona perché non sono capaci di usarlo o sono stati consigliati male.

Come reagisci quando qualcuno ti manifesta paure o preoccupazioni?

Dimostro, dati alla mano, perché e come la comunicazione digitale porti benefici concreti. Ci sono statistiche incontrovertibili. Per esempio a un imprenditore che non crede che un mio corso LinkedIn possa essergli utile, rispondo con i dati LinkedIn: ogni sei condivisioni da parte dei dipendenti di un contenuto dell’azienda, si porta a casa un follower. E se fosse un lead?

Pensi ci sia una ricetta specifica per generare referenze di qualità?

Credo che occorra mettere in campo un mix di efficacia, empatia e… faccia tosta. Chi non chiede, non ottiene: la paura del rifiuto spesso ci paralizza. E che sarà mai un no a un referenza?

Pensi che ci sia una ricetta per il successo?

Sì, sta nell’atteggiamento mentale. Quando capisci che i limiti te li costruisci da solo, a volte auto-sabotandoti, poi ti liberi e prendi il volo. Non vorrei che questa però passasse per frase da motivatore sui carboni ardenti!

Altro principio cardine, il posizionamento: fai poche cose bene, non tante e tutte approssimativamente. Bisogna tagliare i rami più o meno secchi e, seguendo il principio di Pareto, occorre concentrarsi su quel 20% di attività che porta l’80% dei risultati. Funziona anche con i clienti: solo una piccola parte dei clienti porta la maggior parte del fatturato.

I tre consigli che daresti a tuo figlio se volesse fare il tuo lavoro?

Primo: studia, sempre. Secondo: dopo aver studiato, metti in pratica, testa, prova… altrimenti è tutto bla bla bla. Terzo: quando hai capito che quel che hai studiato funziona, comunicalo. Fallo sapere. C’è un sacco di gente in gamba che vive nell’ombra: fa molta, molta fatica.

I tre aggettivi con i quali vorresti essere ricordato dai tuoi clienti?

Efficace. Brillante. Persuasivo.

C’è una domanda che non ti ho fatto, che avresti voluto che ti facessi?

Sì, “dove possiamo seguirti?” ?

Bella domanda, direi che sul sito si trova di tutto: www.gianluigibonanomi.com

Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale l’11 ottobre 2022.

Email marketing, creare un legame col lettore con la Soap Opera Sequence: ecco come fare

L’email marketing è ancora vivo e vegeto e offre ancora un tasso di conversione dei prospect superiore a qualsiasi altra tecnica. Per sfruttarlo al massimo è necessario studiare una Soap Opera Sequence adeguata e automatizzare il processo con il software giusto. Vediamo in che modo

L’email marketing (qui il mio corso on demand per Primopiano) ha certamente vissuto tempi migliori ma resta una delle forme di promozione commerciale più utilizzate. Negli ultimi anni sono cambiate le abitudini dei consumatori e, se agli albori di Internet le persone tendevano a leggere da cima a fondo ogni email ricevuta, nel 2022 la percentuale di chi apre un messaggio di posta elettronica è diminuita sensibilmente. Percentuale che scende ancora di più quando si parla di newsletter o di email di natura commerciale: le piattaforme social, gli influencer e le campagne pubblicitarie sui siti più importanti hanno monopolizzato la comunicazione digitale.

 

A cambiare non sono solo i contenuti proposti ma il pubblico di riferimento. Nel contesto attuale l’email marketing ha davvero senso? Quali vantaggi è in grado di garantire rispetto ai canali social?

L’email marketing funziona ancora?

A detta di Sendinblue il tasso di apertura medio è attorno al 22%:

Nonostante i numeri, l’email marketing riesce ancora a garantire un tasso di conversione degli utenti superiore a quello delle altre piattaforme. Le direct email marketing (le famose “dem”) e le newsletter sono in grado ancora di fare la differenza e di fidelizzare il cliente attraverso la personalizzazione. Questi strumenti permettono di comunicare in modo diretto con il proprio pubblico di riferimento: quando viene inviata un’email a uno dei propri contatti si può essere più o meno sicuri che venga letta; la stessa cosa non si può dire quando si posta un contenuto su una piattaforma social. Purtroppo, non basta inviare una sola newsletter per raggiungere gli obiettivi prefissati: nella maggior parte dei casi è necessario studiare una serie di messaggi da inviare in sequenza per riuscire a raggiungere il cliente.

Soap Opera Sequence: usare la serialità per far leggere una newsletter

Quando si parla di email marketing, una delle tecniche più utilizzate è quella soprannominata “Soap Opera Sequence” che riprende lo storytelling e la serialità tipiche delle produzioni americane per far aprire e leggere una newsletter. Chi si occupa di marketing in ambito B2B sa benissimo quanto sia fondamentale catturare l’attenzione delle persone: una storia ben narrata può essere la soluzione ideale per raggiungere il proprio pubblico di riferimento.

Usare una Soap Opera Sequence è piuttosto facile: si tratta di immaginare/studiare una sequenza di email come se si trattasse una serie televisiva composta da più puntate. In parole semplici, è necessario creare una relazione tra il mittente e il destinatario, spingendo quest’ultimo a leggere tutte quante le email inviate. La SOS è strutturata solitamente in 5 o più email sequenziali e ogni messaggio ha una finalità ben precisa. Con la Soap Opera Sequence è possibile costruire sia la relazione con potenziale cliente, sia promuovere al tempo stesso il proprio prodotto/servizio. L’escamotage più utilizzato per agganciare un prospect (utente potenzialmente interessato ai prodotti dell’azienda) è quello di condividere un problema o una storia e la possibile soluzione. Si tratta di trovare la “giusta” sequenza di messaggi da inviare con informazioni che possano essere utili al destinatario: bisogna creare delle forti aspettative. Un po’ quello che succede in una soap opera in cui la storia si interrompe fino all’episodio successivo.

Le cinque fasi della Soap Opera Sequence

Sequenze di email marketing che convertono - Soap opera sequence

La Soap Opera Sequence si compone di diverse fasi.

  • La prima è quella che è stata ribattezzata “Setting the Stage”, che è possibile tradurre come “allestire la scena”. La prima email è il classico biglietto da visita ed è fondamentale per creare il contatto iniziale con il prospect. Oltre a studiare una buona presentazione è importante fornire una valida motivazione del perché il destinatario dovrebbe leggere l’email inviata. È importante di tenere sulle corde il prospect con qualcosa di sorprendente, misterioso: una forte aspettativa lo stuzzicherà a leggere l’email successiva. Per farlo bisogna saper affascinare il lettore con uno stile scorrevole e semplice: lo storytelling è fondamentale, ed è importante saper giocare con il fattore “emozioni”.
  • A questo punto è necessario introdurre uno degli elementi di forza delle soap opera: il “dramma”. Nel caso specifico si tratta di parlare delle difficoltà e vicissitudini incontrate finora senza svelare come sono state superare. Si tratta di creare il famoso “cliffhanger”, un momento di massa tensione e suspense per catturare l’attenzione dei prospect. Una volta catturata l’attenzione, empatia e immedesimazione spingeranno il lettore ad andare avanti.
  • È arrivato il momento di soddisfare la curiosità del prospect rivelando la soluzione trovata per risolvere il problema: questa fase è denominata “Hitting the wall” e coincide con l’invio della terza email.
  • Dopo il simbolico “abbattimento del muro”, arriva il momento di parlare dei cosiddetti benefici ottenuti con la soluzione trovata. In questa fase è possibile fornire maggiori dettagli sul proprio servizio/prodotto spiegando perché potrebbe essere utile e quali benefici può generare.
  • Con la quinta email, infine, si chiude il cerchio della Soap Opera Sequence: si deve spingere il prospect ad agire. Solitamente vengono utilizzate due tecniche precise: “urgency” o “scarsity”. È importante far capire che la soluzione può essere disponibile solo per un periodo di tempo limitato oppure in una quantità limitata. In questo caso è possibile inserire una call to action.

Consigli per creare una Soap Opera Sequence efficace

Creare un legame con il lettore/destinatario si rivela essere la chiave del successo di una buona Soap Opera Sequence: per questo motivo 4 email su 5 devono essere finalizzate per questo scopo. Si tratta di “trascorrere” del tempo con i propri lettori e per farlo è necessario avere in mente il proprio target di riferimento. Scrivere in modo semplice ed evitando allo stesso tempo frasi a effetto è consigliato, così come inserire il nome dell’utente nell’oggetto della email o nell’intestazione del messaggio. Per creare una certa hype è possibile ricorrere ad altri trucchi: il teaser solitamente funziona.

Come automatizzare la Soap Opera Sequence

Per gestire una SOS è necessario disporre dello strumento adatto per automatizzare queste sequenze (farlo in modo manuale è complicato). Sul mercato sono disponibili qualcosa come 400 tool tra cui scegliere che si differenziano per tipologia di utenza e funzionalità. Uno dei più apprezzati e utilizzati dalle piccole imprese e aziende è ActiveCampaign, una piattaforma che offre diversi strumenti per automatizzare l’esperienza del cliente. Il software dispone di un’interfaccia intuitiva che permette a chiunque di creare sequenze di automazione da zero oppure utilizzando i modelli presenti (sono 125 quelli disponibili). ActiveCampaign piace anche per i costi piuttosto contenuti: sono disponibili diverse tipologie di abbonamento e si parte da 9 dollari al mese per 500 contatti. Un altro tool piuttosto gettonato è HubSpot che mette a disposizione delle aziende una piattaforma di vendita e marketing che include email marketing, marketing automation e altro ancora. Può essere inserito come plugin direttamente in WordPress semplificando così l’invio di campagne email. Le piccole imprese potranno usarlo senza spendere troppo (sono disponibili diverse offerte gratuite), mentre le aziende più grandi (che dispongono di liste di contatti a dir poco sterminate) pagheranno in proporzione molto più. Per questo motivo HubSpot viene scelto principalmente dalle aziende di servizi B2B o dalle agenzie di marketing più importanti: si parte da 45 dollari al mese per 1.000 contatti (è possibile iniziare con un account gratuito, massimo 100 contatti). Se si punta al puro marketing automation, Ortto è probabilmente la soluzione migliore. Questo software è in grado di semplificare i workflow di automazione e allo stesso tempo offrire un’integrazione con i principali strumenti che solitamente vengono utilizzati dalle aziende. Si parte da 49 dollari al mese per 2.000 contatti

Ricapitolando, l’email marketing è ancora vivo e vegeto e offre ancora un tasso di conversione dei prospect superiore a qualsiasi altra tecnica. Per sfruttarlo al massimo è necessario studiare una Soap Opera Sequence adeguata e automatizzare il processo con il software giusto.

 

Il 12 agosto 2022 sono stato intervistato da Affaritaliani.it, in piena campagna elettorale, per parlare dell’uso che fanno di LinkedIn i politici italiani (“La campagna elettorale corre sui social: LinkedIn trascurato, ma non da Tajani“).

Mi sono concentrato sul caso di Tajani, ecco il mio contributo.

Affaritaliani.it ha chiesto un parere sul tema al comunicatore digitale Gianluigi Bonanomi, che forma aziende, professionisti ed enti sull’uso strategico di LinkedIn: “L’utilizzo di questa piattaforma da parte dei politici italiani è particolarmente controverso. Sono pochi gli esempi virtuosi. Tra questi segnalo Antonio Tajani. Il suo profilo ha tre caratteristiche vincenti:

  • presenta buone immagini (la parte visuale sui social è sempre più importante);
  • è tutto sommato completo;
  • infine, è attivo, con un buon ritmo in termini di post”.

Gianluigi Bonanomi, che è anche autore del libro “Il candidato digitale: L’arte della campagna elettorale nell’epoca dell’algocrazia e del post-Covid” (con il vicedirettore di Affari Lorenzo Zacchetti), dà anche delle indicazioni pratiche: “Stando sul caso pratico di Tajani, il suo profilo per risultare perfetto avrebbe bisogno di queste altre tre cose:

1) Ulteriore completamento del profilo, segnalando competenze e progetti;

2) Uso strategico degli hashtag nei contenuti cosa spesso trascurata dai politici, che invece dovrebbero ‘cavalcare’ i temi del momento (per esempio la #flattax);

3) Puntare di più sui video, tipologia di contenuto che tutte le piattaforme social ora bramano.

Sono molti, viceversa, i politici che hanno aperto il profilo e non lo stanno sfruttando al meglio. Anzi, in alcuni casi i profili si rivelano boomerang comunicativi”.

Il corso sui social per la PA

Ho parlato abbondantemente di questi temi (LinkedIn per la pubblica amministrazione compreso) nel videocorso che ho registrato per Primopiano: “Web e social per la PA“.

Nell’ambito del corso di Net Marketing che ho tenuto presso l’Accademia SantaGiulia di Brescia, un gruppo di lavoro composto da Giulia – Boselli Botturi, Roberta Cannavò, Eleonora Manzo e Monica Velaj – ha creato un’infografica sull’uso degli hashtag su LinkedIn in 15 passaggi. Eccola qui:

Il lavoro è stato presentato così su LinkedIn da una delle autrici, Eleonora Manzo:

Dal marzo 2022 tengo il corso di net marketing (titolo anni Novanta!) presso l’Accademia di Belle Arti SantaGiulia di Brescia. L’obiettivo del corso è far comprendere agli studenti i concetti chiave del digital marketing e della comunicazione digitale aziendale.

Nella prima lezione, tenuta il 10 marzo, il tema chiave era la differenza tra marketing e comunicazione, spesso poca chiara. In realtà la differenza è netta. Secondo una definizione classica, “il marketing, attraverso l’analisi della domanda, individua i bisogni del cliente e definisce le azioni e i processi atti a soddisfarli, creando il massimo profitto per l’organizzazione da diversi punti di vista: economici, reputazionali, di accrescimento della brand equity (valore della marca) e di opportunità di mercato”. Tra gli strumenti a disposizione di chi fa marketing c’è anche la comunicazione: sito Web, campagne social, brochure, volantini, eventi, spot e così via. Secondo Paolo Enrico, prima di essere comunicazione, il marketing è strategia, vision, coordinamento.

Per spiegare questa differenza ho citato il caso dell’acqua minerale in bottiglia, che puoi ascoltare in questo video:

Dopo la parte teorica, gli studenti si sono divisi in gruppi per fare degli approfondimenti, analizzare casi di studio e realizzare delle presentazioni sulle diverse tematiche. Riporto in questa pagina i loro contributi.

Un gruppo (composto da Monica Velaj – Marco Grandi – Marco Muzzin – Luca Perini) ha lavorato sulla differenza tra marketing e comunicazione a partire dall’esempio di Gilette, citando la campagna “Shave like a bomber” con Bobo Vieri:

Un altro gruppo (Martina Bellomi – Maria Boninsegna – Giulia Boselli-Botturi) ha analizzato il viaggio del cliente (con il modello delle 5A, che ho illustrato nel video sull’Oculus) prendendo a esempio il caso della GoPro:

Un terzo gruppo (Alberto Venturini – Elia Tabarelli – Elena Sandrini – Roberta Cannavò – Pietro Fausto Filareto) ha illustrato le differenze tra inbound marketing (o content marketing) e outbound marketing:

Qui invece l’anali della comunicazione social di Trussardi  (che avevo trattato nel video “Perché le foto social di Trussardi fanno schifo? 3 ipotesi campate per aria“) da parte del quarto gruppo (Bianchessi Eugenia – Facchinetti Sara – Ferrari Cristian – Fornari Sara):

Infine un ultimo gruppo (Eleonora Manzo – Laura Ferri – Francesca Chiabotto – Giovanmaria Crescini) ha trattato del rebranding da Facebook a Meta:

 

 

L’empathy map è uno strumento che permette un’esplorazione condivisa dei profili utenti e dei potenziali clienti, inducendo a un’immedesimazione empatica nei confronti della loro esperienza. Creata da Dave Gray, si presenta come un grande canvas diviso in 6 settori e al centro il profilo di una persona. Ho trovato questa mappa sul libro “Da zero al brand” dell’editore LSWR.
In questo video spiego come funziona e come l’ho applicata nel caso del mia startup Link&Lead:

Per acquistare “Da zero al brand”:

 

Uno dei servizi più apprezzati del colosso di Mountain View è stato per molto tempo Google Reader, il lettore di feed RSS lanciato nel 2005 e che per 8 anni è stato il punto di riferimento degli internauti alla ricerca di preziose news e aggiornamenti in tempo reale.

A sorpresa, Big G chiuse inaspettatamente il servizio nel 2013 per poi riesumarlo in modo a dir poco “sorprendentemente” nel corso del 2021 all’interno dell’app Chrome per i dispositivi Android. Per ora Google Reader non è ancora disponibile per iOS (è in arrivo), mentre della versione desktop (PC e Mac) non si hanno ancora notizie certe.

Nel frattempo, il ruolo di Google Reader è stato ricoperto con successo da quel Google Discover che viene utilizzato da centinaia di milioni di persone per leggere le notizie al mattino o durante l’arco della giornata (funziona da mobile). Questo servizio di Google, infatti, crea un feed personalizzato in base agli interessi dell’utente, alla cronologia delle sue ricerche, alla posizione in cui si trova e altri parametri: insomma, Big G utilizza gli algoritmi alla stregua dei vari Facebook, Twitter e compagnia bella. La somiglianza con l’apprezzato Google Reader finisce qui: il vecchio servizio di Google, invece, permette di selezionare, organizzare e sfogliare le proprie fonti preferite e di averle sempre a disposizione, un po’ come fanno abitualmente gli altri aggregatori di notizie (Flipboard o Feedly, per esempio).

Feedly, l’aggregatore di notizie fai da te

La rassegna stampa, ormai, viene gestita e controllata dagli algorimi che sono sempre più presenti nelle vite delle persone: solo loro a suggerire all’utente le notizie più interessanti – o considerate tali – della giornata. Se sei alla ricerca di un aggregatore di notizie meno controllato o più semplicemente vuoi essere tu a selezionare le fonti invece di qualche algoritmo, ti consiglio di provare Feedly, un aggregatore di notizie gratuito e davvero semplice da usare.

Nel periodo compreso tra anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, usare i feed RSS (Rich Site Summary) era il modo più semplice per essere informati sui contenuti proposti da un sito web senza essere costretti a visitarlo quotidianamente. L’esplosione delle piattaforme social ha relegato in un angolino questa tipologia di servizi che, però, viene ancora supportata dalla maggioranza dei siti web. Non solo: molte persone, infatti, amano ancora ricevere le notizie in questo modo e se sei anche tu una di queste, è arrivato il momento di usare un aggregatore di news come Feedly. Disponibile come web app per PC, tablet e smartphone, questo feed reader era inizialmente utilizzabile “solo” come app (iOS e Android) o come estensione per i browser più diffusi (Firefox e Chrome).

Il funzionamento di Feedly è qualcosa di estremamente semplice: ogni volta che un sito dei tuoi preferiti pubblica un nuovo contenuto, il programma te lo metterà a disposizione e tu potrai leggerlo. Tutti i tuoi contenuti/aggiornamenti vengono successivamente raggruppati in un’unica interfaccia e avrai la possibilità di consultarli sia quando utilizzi il tuo computer, sia quando ti trovi fuori di casa attraverso i dispositivi mobile. È importante ricordare che Feedly è disponibile in versione gratuita mentre quella a pagamento ti permette di selezionare ancor più fonti e di non aver contenuti sponsorizzati.

Come organizzare i propri feed

Per ricevere gli aggiornamenti via RSS, la prima cosa che devi fare è aggiungere gli URL che ti interessano al servizio. Il procedimento è semplice e immediato: dopo aver registrato il tuo account (personale o oppure aziendale) non devi fare altro che cliccare sulla voce “Add content” e incollare l’URL o il sito che vuoi aggiungere. A questo punto il programma ti proporrà una serie di risultati e, una volta trovato quello che ti interessa, non devi fare altro che cliccare su “Follow” per seguire la fonte. In questo modo, potrai avere gli aggiornamenti che ti interessano e nell’ordine che stabilirai: infatti, Feedly ti permette anche di sistemare le tue fonti. Per farlo, il programma non fa altro che usare i classici tag. Grazie a queste etichette puoi catalogare i tuoi siti di riferimento e, soprattutto, suddividere i contenuti anche per categorie: i tag sono visibili nella sezione “Feeds”. Per leggere le news più recenti non devi fare altro che andare nella sezione “Today”: li troverai gli ultimissimi aggiornamenti. Cliccando su “All” potrai invece raggruppare tutti i contenuti delle tue fonti che saranno proposti in ordine di pubblicazione: più fonti aggiungerai, più dettagliata sarà la tua rassegna stampa. Tra le diverse funzioni che offre Feedly c’è anche quella che ti permette di personalizzare la lettura: si possono cambiare le dimensioni dei caratteri e le impostazioni di visualizzazione (il titolo o un pezzo del testo o quello che vuoi) e anche l’ordine di fruizione dei contenuti e molto altro. Puoi configurare la tua lettura in base alle tue necessità e decidere di visualizzare solo gli articoli che non hai ancora letto o salvare quelli che sono troppo lunghi: Feedly ti dà carta bianca e ti permette di organizzarli come vuoi creando dei gruppi tematici o delle liste e così via. Il programma ti permette anche di utilizzare altri servizi come Evernote, Pocket e OneNote per condividere o salvare i tuoi contenuti.

Tre diverse versioni a pagamento di Feedly

Nella maggior parte dei casi, la versione base di Feedly dovrebbe essere più che sufficiente: vengono supportate un centinaio di fonti e l’unico prezzo da pagare è un po’ di pubblicità gratuita.

Feedly permette di avere un’esperienza estremamente personalizzata: se vuoi aggiungere più fonti alla tua rassegna stampa puoi ricorrere alle versioni a pagamento di Feedly che offrono anche degli strumenti che possono esserti utili. Questo servizio prevede diverte tipologie/piani di abbonamento: con la versione Pro (circa 6 dollari al mese) si possono avere fino a un migliaio di fonti e vengono eliminati tutti i contenuti sponsorizzati, oltre a una ricerca più dettagliata e veloce grazie a una serie di filtri non disponibili nella versione gratuita. Se usi Feedly per il tuo sito web/blog, la versione Pro di offre l’oppurtunità di integrarlo direttamente, di usare una piaffatorma IFTTT (per far interagire tra di loro centinaia di applicazioni e dispositivi automatizzando una serie di task), di collegarlo ad altri servizi come LinkedIn, Buffer, e Zapier. Con la versione Pro+ (circa 8 dollari al mese) invece puoi avere tutti i contenuti della Pro oltre ai feed di Google News, Twitter e persino quello delle newsletter. Le fonti che puoi aggiungere sono 2500 e la possibilità di avere a disposizione l’assistente virtuale Leo di Feedly è un plus da non sottovalutare: l’intelligenza artificiale, infatti, ti può essere utile per scoprire dei nuovi contenuti e, soprattutto, beccare tutti quelli che sono sponsorizzati. Se invece vuoi utilizzare questo servizio per la tua azienda, la versione Enterprise (i primi 30 giorni sono gratuiti, poi è necessario scegliere un piano di abbonamento personalizzato) ti permette di avere tutto quello compreso nei piani Pro e Pro+ e ben 7500 fonti da aggiungere, oltre all’integrazione con altre piattaforme come Slack e Microsoft Teams. Da segnalare, poi, la possibilità di creare newsletter personalizzate e una versione ancor più potenziata dell’intelligenza artificiale di Leo, pronto a fronteggiare anche minacce di cybersecurity e altro ancora.

Se non ti fidi degli algoritmi di Google…

In un mondo in cui le decisioni algoritmiche tendono a scandire ogni aspetto della quotidianità, avere la possibilità di selezionare le proprie fonti di informazioni è un plus da non sottovalutare.

Se come molti altri utenti non ti senti particolarmente soddisfatto del lavoro che svolgono ogni giorno gli algoritmi di Google Discover, hai davvero bisogno di cambiare. In attesa di comprendere le intenzioni di Big G con il “redivivo” Google Reader, la soluzione ai tuoi problemi può essere un servizio come Feedly: si tratta senza ombra di dubbio di uno dei migliori lettori RSS disponibili sul mercato, un aggregatore di news capace di non disperdere le informazioni che ti interessano e di fari scoprire anche nuovi contenuti. Feedly non è di certo l’unico lettore di questo tipo che puoi trovare online (tra i più apprezzati ti segnalo  ancge Digg Reader, InoReader o Feedspot) ma è probabilmente il più popolare.