Ho conosciuto Diego Francesco Paternò (esperto di social, Google partner e fondatore dell’agenzia bolognese Bewable) grazie a un articolo che scrisse qualche tempo fa. Parlava di come un neolaureato può usare proficuamente LinkedIn pur non avendo uno storico lavorativo. In questa intervista approfondiamo il tema con tre domande.

 

  1. Come fanno, secondo te, i neolaureati ad apparire autorevoli su LinkedIn per farsi notare dai selezionatori?

 

I neolaureati, e i nuovi utenti in generale, devono avere in primis un profilo completo, con foto adeguata e senza titoli altisonanti, se non li posseggono veramente. Da neolaureati non avranno un profilo ricco di contenuti ma ciò non toglie che possano compilare il riepilogo, le loro esperienze rilevanti, il percorso accademico, eventuali certificazioni e progetti. Oltre al semplice aggiornamento di stato, la partecipazione all’interno di gruppi di settore è il secondo passo da seguire per entrare in un nuovo settore, per farsi conoscere e approfondire le tematiche. Possono partecipare con condivisioni di contenuti esterni, con materiale proprio, con commenti.

 

  1. Quali sono le dritte che puoi dare a uno studente che si affaccia nel mondo del lavoro per costruire un profilo convincente?

 

Create un profilo completo e spendete del tempo per curarne i contenuti. Scegliete la foto con cura perché sarà la prima cosa che vedranno di voi. Sfruttate anche l’immagine di copertina. Curate il sommario e i contenuti media, sicuramente nel percorso accademico avrete prodotto del materiale utile. Un profilo convincente lo si apprezza anche quando ci si presenta agli altri, quindi quando si invia una richiesta è sempre bene personalizzare il messaggio e, perché no, aggiungere una motivazione.

 

  1. Quali contenuti dovrebbe postare, tra aggiornamenti di stato e articoli, il ragazzo o la ragazza?

 

Gli aggiornamenti sicuramente, non necessariamente tutti i giorni: devono essere contenuti di qualità e inerenti al proprio percorso e ai propri interessi professionali. I contenuti condivisi negli aggiornamenti di stato, quando sono rilevanti, possono essere condivisi nei gruppi più inerenti al contesto del contenuto.

Ha senso scrivere gli articoli quando si è padroni di una materia, quando si è esperti in uno specifico settore, e quando si prevede di farlo con una certa regolarità (una volta al mese, bisettimanalmente ecc). Se la propria tesi è corposa, si può pensare di scrivere articoli inerenti al materiale già prodotto.

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La prima volta che ho sentito parlare di netiquette, crasi delle parole inglesi e francesi “net” ed “etiquette”, avevo appena comprato il mio primo modem a 56K e, per dire, pagavo un canone per la posta elettronica del provider del mio Paese. Erano gli anni Novanta. Oltre a “netiquette”, tra l’altro, girava anche una sorta di traduzione italiana di quel gioco di parole, vale a dire “Galareteo”: il galateo della Rete. Le regole di comportamento in Rete sono valide oggi più che mai, dato che ormai gli strumenti di comunicazione sono utilizzati dalla gran parte della popolazione, anche da chi non ha molta dimestichezza con LOL e ROTFL, blastare e niubbo (per un glossario di questi termini, fai clic qui).
In questo post ho raccolto dieci regole di buon vicinato digitale, un decalogo di bon ton online.

1. NON URLARE! Scrivere in maiuscolo sul Web equivale a urlare ma soprattutto un uso smodato del caps lock, “uniformando la grandezza delle lettere, ostacolerebbe la lettura, specie in presenza di lunghi blocchi di testo” (vedi articolo “QUESTO ARTICOLO STA URLANDO” su Rivista Studio). Nel 2009 una donna neozelandese fu licenziata dalla sua azienda poiché troppo propensa all’invio massivo di mail “aggressive” scritte in caps lock, che il giudice di una corte dell’emisfero australe reputò colpevoli della diffusione di discordia sul suo luogo di lavoro.
C’è chi si batte per il caps off.

2. Scrivere correttamente. In Rete siamo quello che scriviamo e, al di là della paura dei cosiddetti “grammar nazi” (i giustizieri della grammatica), infarcire i nostri post o messaggi di “un’altro”, “pò” e “qual’è” non contribuisce alla propria popolarità online. Ecco un elenco degli strafalcioni più diffusi in Rete secondo TPI News.

3. La comunicazione mediata dal computer, come spiegavo nella mia tesi di quasi venti anni fa, si basa quasi esclusivamente sulla parte verbale, escludendo le altrettanto importanti comunicazioni non verbali (gesti ed espressioni) e paraverbali (il tono della voce). Per questo servono espedienti per evitare fraintendimenti, per esempio in caso di frasi ironiche, come un tempo le emoticon (puntini, trattini e altri simboli che formavano le faccine) e ora le emoji.

4. Non pubblicare informazioni personali e dati sensibili di altri utenti. Oltre a essere una questione di privacy, si tratta anche del tradimento della fiducia di quell’utente. Lo stesso vale per messaggi privati che mai, per alcun motivo, possono essere resi pubblici senza il consenso del mittente.

5. Non spammare. Si tratta di un neologismo che deriva dalla parola Spam, marchio di carne in scatola che anni fa fu protagonista di questo sketch dei Monthy Python (sotto un fotogramma). Da allora la parola indica la pubblicità non voluta online, prima in mail o ora ovunque (per esempio nei commenti di una pagina Facebook o in YouTube). Nel mondo delle chat spammare vuole dire “inviare messaggi inutili, privi di contenuto o fuori tema, creando disturbo” (Garzanti).

6. Chiedere il permesso prima di taggare. Bisogna necessariamente avere il consenso del protagonista di una foto prima di pubblicarla (nel caso di minori il consenso deve essere quello dei genitori) ma lo stesso vale anche per l’aggiunta di un tag, in pratica associando un volto a un nome e a un profilo social.

7. Usare un linguaggio appropriato. Molte persone pensano di stare sui social come se fossero al bar, con conseguenze anche devastanti. Oltre a evitare parolacce o peggio, sarebbe il caso di evitare anche insulti per questioni legali: si rischiano denunce per ingiuria (per il codice civile “lo commette chi offende l’onore o il decoro di una persona presente”) o per diffamazione (“lo commette chi offende l’altrui reputazione in assenza della persona offesa e sempre che siano presenti almeno due persone”). Ci sarebbe anche la calunnia: “Incolpare di un reato un innocente”.

8. No alle discriminazioni. Sempre i famosi leoni da tastiera si stanno lasciando andare a rigurgiti di razzismo e discriminazione davvero fastidiosi. Per esempio, a seguito di questo meme evidentemente ironico, tantissimi utenti hanno risposto con post razzisti.

9. Rispettare il copyright. Se una foto trovata online non indica alcuna nota sul diritto d’autore, NON si può prendere e ripubblicare. Piuttosto occorre cercare foto gratis (si può usare, tra gli altri, il motore di ricerca LibreStock) o distribuite in Creative Commons (dove si trovano anche video, musica e altro distribuiti con la filosofia del copyleft).

10. Leggere prima di commentare. Nell’articolo “You’re not going to read this”, The Verge dimostrava che non c’è correlazione tra condivisioni e lettura di un articolo.

Il giornale italiano Udine Today ha fatto di più, creando un articolo con un evidente errore nel titolo (La prima squola di social network e friulana) e un testo che spiegava l’esperimento: (“Questo non è un articolo. Abbiamo scritto un titolo generico, a caso, in cui abbiamo inserito – volutamente – due errori ortografici da penna rossa. La nostra iniziativa vuole essere solamente un’indagine, quasi un gioco, per scoprire quante persone commentano di getto – sui social – gli articoli senza accedere al contenuto. Spesso sono presi dalla rabbia, dalla foga, dalla noia, da manie di superiorità o da altre mille motivazioni e trovano la necessità di commentare a priori, fermandosi solamente alle prime informazioni che trovano”). Il risultato? Sotto la condivisione sulla pagina Facebook sono arrivati gli insulti di chi si è fermato solo al titolo, senza approfondire.

L’intervista sul galareteo su Rete 55

Il 31 luglio 2020 nella trasmissione “Vivere Bene” su Rete 55 è andato in onda questo speciale su “Galareteo: le regole di comportamento in Rete”:

Per organizzare un workshop sulla netiquette nella tua scuola, scrivimi.

Se scrivi per il Web sai che, cambiando mezzo di comunicazione rispetto alla carta, devi rispettare regole e consuetudini diverse. Ci sono diversi manuali che svelano questi trucchi – forse ne hai già letto qualcuno – ma uno su tutti è davvero imprescindibile: “Scrivere per il Web. Diventare un Web copyrighter e catturare l’attenzione dei clienti” di Michael Miller, autore di oltre 100 libri.

Scrivere per il Web vuol dire tante cose: significa creare testi per siti Web, articoli online, blog, social media, email, pubblicità e comunicati stampa.

Le differenze tra scrittura online e offline

Nella prima parte del libro Miller spiega nel dettaglio quali sono le differenze tra scrittura online e offline: la lettura online è più lenta, dispersiva, scomoda, interattiva e i lettori – che in realtà non si considerano tali, bensì utenti o visitatori – cercano una gratificazione immediata ma soprattutto vogliono, così come vogliono i motori di ricerca, contenuti di qualità: esclusivi, utili e autorevoli.

Da questa premessa Miller cava delle regole. La prima, fuori da questa lista perché è un comandamento imprescindibile è la seguente: il vero focus è sul destinatario, mai su chi scrive.

Le regole fondamentali della scrittura online

Detto questo, ecco le sette regole fondamentali che si apprendono leggendo il manuale pubblicato in Italia da Hoepli.

  1. Scrivere semplice. Se è vero che la scrittura non è un fine ma un mezzo, deve venire incontro alle esigenze del pubblico, devi scrivere poco e con frasi brevi (massimo 12 parole), usa la forma attiva ed elimina le negazioni, usa parole corte e facili da comprendere. No al linguaggio settoriale, via le sigle incomprensibili (oppure spiegale la prima volta che le citi).
  2. Dividi il testo in paragrafi. Gli utenti non vogliono trovarsi di fronte a un muro di testo, per questo devi dividere il testo in paragrafi distinti, da quattro o cinque righe al massimo, con sottotitoli dedicati. Questo piace tanto anche a Google.
  3. Comunica i vantaggi, non le caratteristiche. Un bravo venditore di aspirapolveri porta a porta non ti parla del motore o degli accessori del prodotto, ma ti pulisce quel tappeto sporco da tempo. Al lettore non interessa altro che il suo tornaconto personale: risolvi un suo problema, ne sarà felice!
  4. Usa istruzioni passo a passo. Le persone amano imparare qualcosa, vuol dire che il pezzo che hanno letto è stato utile e possono mettere subito in pratica quello che hanno imparato.
  5. Usa gli elenchi. Gli elenchi mettono ordine in un argomento, danno “scientificità” a quel che scrivi e, soprattutto, sono facili da leggere.
  6. Usa lo schema della piramide rovesciata. Se è vero che i lettori online cercano una gratificazione immediata, dai nelle prime cinque righe tutto quello che cercano (conosci le 5W del giornalismo?), poi al limite approfondiranno nella parte restante del testo. Si parla di “above the fold”, come se stessimo parlando di un giornale: gli utenti odiano gli scroll.
  7. Usa un tono non troppo formale. La gran parte dei testi sul Web non sono la pagina “Chi siamo” dell’azienda, bensì articoli, blog, testi per i social e così via. Scrivi in prima persona, dai del tu al lettore. Usa un tono colloquiale, ma senza esagerare.

Queste sette regole (in realtà Miller non parla di sette regole, è una mia licenza da recensore creativo…), unite a un pizzico di storytelling, sono una bomba: prova e mandami un messaggio per raccontarmi com’è andata.

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Ho conosciuto Matteo Massironi, formatore e coach, su LinkedIn. Cercavo “soft skill” con il motore di ricerca interno, e uno dei primi profili a colpirmi è stato il suo. Questo dovrebbe dirla lunga sul posizionamento, sull’uso delle keyword di ricerca e sull’avere un buon profilo… Nel suo caso, più del fatto che fosse un formatore esperto di sicurezza sul lavoro, mi hanno colpito i contenuti del sito Web Sicurezza Comportamentale. Matteo ha anche un sito personale.

Ho contattato Matteo a abbiamo fatto una piacevole, soprattutto spiazzante conversazione sul tema delle competenze personali. Ho attaccato io: nella prima parte della propria carriera tutti sono spinti a puntare sulle hard skill, solo successivamente si accorgono di quanto sia più importante investire sulla crescita personale. Vedi il seguente grafico:

Quando gli ho chiesto che cosa ne pensasse, mi ha risposto così:

Per me è stato l’esatto contrario: sono partito dalle soft skill, sono uno psicologo. Anzi, tutto è iniziato a 12 anni…

Precoce…

Già, mio padre, medico, me ne parlava. Mi parlava in particolare di un libro.

Libro? Per me la parola magica. Spara il titolo!

“Le vostre zone erronee. Guida all’indipendenza dello spirito” di Wayne W. Dyer.

Come può un libro del genere influenzare un dodicenne?

Beh, ho visto che effetto aveva fatto su mio padre: prima si arrabbiava spesso, poi è diventata la persona più calma del mondo. In pratica non esistevano figuracce o problemi, solo soluzioni e opportunità.

Interessante…

Beh, ma visto che ti piacciono i libri, vuoi sapere quale mi ha cambiato veramente la vita ai tempi dell’università?

Ho già il carrello di Amazon caldo…

“The game. La bibbia dell’artista del rimorchio” di Neil Strauss.

Scusa un attimo: ho capito bene? Un libro per Dongiovanni?

Esatto. Me lo fece un leggere un amico e mi cambiò letteralmente la vita, e non solo in tema rapporti col gentil sesso.

Ah. Ma che cosa c’entra con le soft skill?

Beh, le tecniche per migliorare le proprie relazioni interpersonali – con un pizzico anche di PNL, la programmazione neuro linguistica (non ne sono un fan, ma è la prima volta che ne sentii parlare) – sono soft skill. Da impacciato, e non solo con le ragazze, divenni sicuro di me. Capii che la comunicazione deve essere rivolta più sull’altro che sul sé.

Questo lo dice anche Dale Carnegie…

Esatto! In “Come trattare gli altri e farseli amici” è palese che le soft skill possano essere anche allenate.

Come si traduce tutto questo il ambito lavorativo (ti ricordo che questa è un’intervista su LinkedIn e non sull’amore…)?

Io applico le tecniche apprese in quei libri ogni giorno, anche sul lavoro. Per esempio Carnegie parla di rinforzo positivo: bisogna incoraggiare i comportamenti positivi e migliorare le relazioni con gli altri, tipo i collaboratori, grazie ai complimenti. Ma soprattutto ho imparato una cosa fondamentale.

Quale?

Quando parli non impari, quando ascolti impari.

Torno sempre alla base: come si traduce tutto questo in LinkedIn?

Per me la cosa più importante è puntare su queste soft skill. Però tendo a non esplicitarle: preferisco che siano gli altri a sottolinearle, per questo credo molto nelle segnalazioni. Si dice sempre che online non devi cercare clienti, ma dei fan; io penso invece che devi cercare degli amici: voglio lavorare con chi mi piace. Del resto ce lo insegna il principio di Pareto dell’80-20: il 20% clienti porta l’80% dei problemi.

Cerco di tradurre questa insolita e piacevole intervista in due indicazioni operative fondamentali: costruire una rete proficua e puntare sulle soft skill. Non solo per rimorchiare.

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Forse non avete mai sentito la parola “sharenting”, che al pari di sexting è la crasi di due parole inglesi di senso comune: share, condividere, e parenting, genitorialità. In pratica, come da definizione del Collins, si tratta dell’abitudine di condividere online foto e notizie dei figli da parte dei genitori.
Questo fenomeno ha assunto proporzioni preoccupanti: “Secondo uno studio dell’associazione inglese Parent Zone, pubblicato nel 2015, ogni anno un bambino appare in media in 195 istantanee pubblicate sul Web dal genitore; al compimento dei 5 anni il bimbo sarà stato protagonista di circa 1.000 scatti. Un altro studio pubblicato nel 2010 da AVG indicava che circa il 92% dei bambini americani di due anni è presente online. Alcuni appaiono nel Web prima ancora di nascere, vista la moda di postare le immagini ecografiche, mese dopo mese, come scatti d’autore” (Sole24Ore).
Altri dati sulla diffusione del fenomeno: un’indagine condotta nel 2013 dal sito di photo-sharing Posterista su 2.367 persone rivelò come i due terzi dei nuovi nati finiscono sui social nel giro di un’ora dalla nascita (la media è 57,9 minuti). Nel 77% dei casi finiscono su Facebook, il resto su Instagram e Flickr. Nel 62% dei casi sono i genitori stessi a postarne la foto, nel 22% altri membri della famiglia, nel 16% dei casi gli amici.

Perché condividiamo le foto dei nostri piccoli?

Sul sito Adolescenza.it si cita una ricerca (Schoppe-Sullivan et al., 2016) che ha coinvolto un gruppo di 127 donne. I risultati rivelano la tendenza delle neomamme a postare con regolarità foto e video dei propri figli sui social. Quali le vere motivazioni? “L’uso di Facebook e la condivisione di post con foto o video dei propri bambini si sono dimostrati più frequenti nelle donne che avvertivano maggiormente la pressione sociale e l’esigenza di dover mostrare un’immagine positiva di sé come mamme. Alla base di tale comportamento sembrano esserci insicurezza e perfezionismo che si manifestano nella ricerca di approvazione attraverso i ‘mi piace’ e i commenti positivi degli altri: maggiore è il numero di like e approvazioni online, più ci si sente sicure di sé come madri”. In pratica lo stesso motivo che spinge tutti a sovraesporsi, per esempio con i selfie: la ricerca di una dose di autostima.
C’è chi, come il blog Cosadamamme.it, difende il diritto di pubblicare le foto dei piccoli online, adducendo queste motivazioni: condivisione degli scatti con amici e parenti lontani, non importa se rubano le foto dei figli, i pedofili esistono anche offline, le immagini dei bambini sono sempre circolate liberamente (per esempio nei film), prendiamo continuamente decisioni in vece dei nostri figli e così via.

Il pericolo pedopornografia

Il Garante della privacy Antonello Soro, durante la relazione annuale al Parlamento del 2016, fece rilevare che i numeri di ricerche su Internet riguardo la pedopornografia era in netta crescita. Solo in quell’anno sono state quasi due milioni le immagini censite: il doppio rispetto all’anno precedente. Secondo il Garante la fonte involontaria di questo “mercato nero” sono i genitori che pubblicano foto dei loro bambini. Evidenza rivelata anche dalla ricerca dell’Australia’s Children’s eSafety: metà delle fotografie trovate negli archivi dei pedofili sono quelle che le mamme e i papà condividono sui social network.

Altri due (grossi) rischi

Non solo il rischio pedopornografia, tra le conseguenze possibili del sharenting. Come riporta l’Huffington Post, Stacey Steinberg, docente di legge al Levin College of Law (Florida) e direttrice del Centro per i bambini e la famiglia, spiega quali possono essere gli altri rischi: mettere il nome del figlio con associata la data di nascita li espone al rischio di furto di identità e pubblicare i loro spostamenti a quello relativo alla sicurezza. Secondo Steinberg, per concludere, non bisogna condividere su Internet nulla che non mostreremmo in pubblico.

La catena di Sant’Antonio

Nel 2016 una catena di Sant’Antonio travolse Facebook, facendo leva sull’orgoglio materno: «Sfida delle mamme. Sono stata nominata da XXX per postare tre foto che mi rendano felice di essere mamma. Scelgo alcune donne che ritengo siano grandi madri. Se sei una madre che ho scelto, copia questo testo, inserisci le tue foto e scegli le grandi madri». Si chiamava “Mum Challenge” e chiedeva alle donne di dimostrare, con tre scatti, la bellezza e la gioia di essere genitore, dopo essere taggate da un’amica o una conoscente.
In Italia la catena divenne virale, tanto da mettere in allarme la polizia postale che, sul suo profilo Facebook «Una vita da social», consigliò di fare attenzione: «Mamme. Tornate in voi. Se i vostri figli sono la cosa più cara al mondo, non divulgate le loro foto in Internet. O quantomeno, abbiate un minimo di rispetto per il loro diritto di scegliere, quando saranno maggiorenni, quale parte della propria vita privata condividere». La polizia ricordò inoltre che nel 2015 hanno ricevuto 485 denunce e hanno effettuato 67 arresti per reati legati alla pedopornografia. Nello stesso anno 13.283 siti internet sono stati monitorati e quasi duemila sono stati inseriti nella black list.

Implicazioni legali

Come riporta il sito ZeusNews, secondo The Local in Austria e Deutsche Welle una ragazza austriaca di 18 anni ha avviato una causa legale contro i propri genitori perché pubblicano su Facebook le sue foto intime e imbarazzanti di quando era bambina e rifiutano di rimuoverle. Si tratta di oltre 500 foto, condivise con i 700 amici dei genitori a partire dal 2009, quando la ragazza aveva undici anni: “Non conoscono né limiti né pudore. A loro non importava se ero seduta sul gabinetto o nuda nel lettino: ogni momento veniva fotografato e reso pubblico”, dice la ragazza, che ha fatto ricorso alla legge perché è “stanca di non essere presa sul serio dai propri genitori, che hanno ignorato sia le sue richieste verbali sia quelle fatte tramite il social network. Secondo quanto riportato da The Local, le foto includono cambi di pannolino e sedute sul vasino”.
Torniamo in Italia. Vale la pena citare un caso trattato dal Tribunale civile di Foggia: un padre separato aveva chiesto l’affido esclusivo della figlia minorenne perché riteneva la madre impossibilitata a occuparsi della piccola a causa della sua eccessiva dipendenza dai social network. In particolare il padre era contrario alla pubblicazioni delle foto di sua figlia sui social (soprattutto su Facebook) e ne chiedeva l’immediata rimozione. Il Tribunale di Foggia ha accolto la sua richiesta in relazione alla cancellazione delle foto della figlia minorenne dalle pagine Facebook dell’ex moglie, così argomentando in sentenza: “Attualmente non esiste una regolamentazione specifica sulla pubblicazione dei dati personali riferiti ai minori, né un divieto per i genitori per la suddetta pubblicazione che pertanto va ritenuta lecita. Ma ciò non vuol dire che il genitore può fare un uso smodato e indiscriminato delle immagini che ritraggono i loro figli. Il consenso alle esposizioni delle loro immagini deve essere espresso da entrambi i genitori esercenti la responsabilità fino al compimento del sedicesimo compleanno del minore medesimo. Ed è necessario l’accordo dei genitori per la pubblicazione online delle foto dei figli perché trattasi di una decisione che non ha carattere ordinario, ma straordinario” (Stato Quotidiano). Quindi il genitore che unilateralmente decide di pubblicare le foto del figlio (o della figlia) online, senza preventivamente acquisire il consenso dell’altro genitore, viola perciò le norme sull’esercizio della responsabilità genitoriale (vedi, oltre, la sentenza del tribunale di Mantova al riguardo). A maggior ragione se i genitori sono separati.
Vale la pena ricordare che, minori o meno, il nostro ordinamento vieta ogni pubblicazione di immagini o video altrui, in mancanza di preventivo consenso della persona ritratta.

Perché le foto delle mie due figlie non solo online?

Per concludere cito quello che racconto a ogni incontro sull’uso consapevole della tecnologia che faccio per i genitori di mezza Italia (vedi per esempio il corso sulla navigazione familiare). Le foto delle mie due bambine non si trovano online. Al di là delle questioni legali, i motivi sono sostanzialmente due. Primo: una volta che le foto sono pubblicate (ma anche inviate in privato su WhatsApp, sono perse; non ho più alcuna possibilità di controllarne la diffusione. Nell’era digitale i contenuti pubblicati hanno sostanzialmente quattro caratteristiche: i file che inviamo online rimangono potenzialmente per sempre (persistenti), sono copiabili senza limitazioni (replicabili), possono raggiungere un pubblico ampissimo (scalabili) e sono sempre trovabili grazie a parole chiave associate a foto e video (ricercabili).
Secondo: le mie bimbe sono persone, un domani avranno diritto a gestire la propria presenza online come meglio credono, senza essere associate alle foto che ho diffuso io. I nostri figli ci chiedono coerenza; come posso dire alle mie figlie di non sovraesposti e postare continuamente selfie se fino al giorno prima ho pubblicato io le sue immagini?

Il podcast

Ho parlato di questo tema in una puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia“. Puoi ascoltarla direttamente qui:

Ascolta “1×06 Sharenting: genitori che condividono troppo” su Spreaker.

Se sei interessato a organizzare una serata o un workshop sull’uso consapevole della Rete per genitori e figli, scrivimi:

Scrivimi per organizzare una serata

L’Italia è proverbialmente il Paese dei poeti, dei santi e dei navigatori. Da smartphone. Il Belpaese è infatti al primo posto in Europa per diffusione di telefoni cellulari, e questo si sapeva. La notizia è che gli utenti con in mano un telefono intelligente sono sempre più giovani: anche se i pediatri sostengono che bisognerebbe limitarne l’uso e non regalarlo prima dei 10 anni di età, secondo i dati Censit il primo cellulare si ha già a sette anni. Cosa ancora più sconcertante, il 51% dei ragazzi di 10 anni è online, anche sui social, senza che nessuno controlli. Il fatto che i bambini siano online in età sempre più precoce è confermato anche dalla più autorevole fonte europea sul tema, la ricerca EU Kids Online: negli ultimi anni si è assistito a un boom delle connessioni a Internet anche per i bambini sotto gli 8 anni. La maggioranza dei piccoli tra i 6 e gli 8 anni ha accesso alla Rete. E questo ormai dal “lontano” 2007. Peccato che tutti i social, WhatsApp compreso, non possano essere usati prima dei 13 anni e che questa informazione sia ignorata dalla gran parte delle mamme e dei papa (vedi articolo sull’età minima WhatsApp qui).

Considerare i bambini come “nativi digitali”, quindi pronti a gestire il mondo della Rete, è un errore comune. È vero che i bambini hanno molta più dimestichezza di noi adulti con dispositivi touch in mano, tanto da governare app e YouTube senza nemmeno saper leggere; ma è altrettanto vero che spesso mancano di competenze digitali, in gergo “digital literacy”. Non possiamo pretendere che un bambino di 8 anni, a cui è appena stato regalato uno smartphone per la Prima Comunione, sappia padroneggiare questi strumenti con l’approccio critico di un adulto, che cosa siano privacy e sicurezza o evitare di finire nei pasticci.

I rischi ci sono, inutile negarlo. Quasi tutti parlano del fenomeno del cyberbullismo, l’unico dei problemi che ha guadagnato lo status di problema nazionale, tanto da finire in una legge pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale nel maggio del 2017. La legge si pone l’obiettivo di contrastare questo fenomeno in tutte le sue manifestazioni (sono diverse: dagli insulti online all’esclusione da gruppi WhatsApp, dal furto di identità allo stalking via Web), di certo in termini di prevenzione ma anche di intervento risolutore. In concreto: sia la vittima di cyberbullismo, nel caso abbia compiuto almeno 14 anni, che i suoi genitori possono inoltrare al gestore del sito o del social dove si è compiuto il reato “un’istanza per l’oscuramento, la rimozione o il blocco di qualsiasi altro dato personale del minore, diffuso nella Rete Internet”. Se il destinatario della richiesta non provvede entro 48 ore, l’interessato può rivolgersi al Garante della Privacy, che interviene direttamente entro le successive 48 ore.

Anche la scuola deve fare la sua parte. In ogni istituto sarà individuato, tra i professori, un referente per le iniziative contro bullismo e cyberbullismo e il preside dovrà informare tempestivamente le famiglie dei minori coinvolti in atti di bullismo. La legge prevede inoltre che alle iniziative in ambito scolastico collaborino anche polizia postale e associazioni territoriali e, infine, che sia estesa al cyberbullismo la procedura di ammonimento prevista in materia di stalking.

Il problema è che il cyberbullismo è solo uno dei problemi che i ragazzi online potrebbero incontrare. Un altro è il sexting, crasi delle parole inglesi “sex” e “texting”: in pratica l’invio e la ricezione tramite telefonino di immagini di natura sessuale. Di solito il meccanismo è questo: lui e lei si mettono insieme. A 13 o 14 anni sembrano vivere la storia della vita, che dura… un mese. Lui le chiede delle foto osé. Lei decide di mandarle perché si fida e perché, in alcuni casi, si tratta di un surrogato del sesso, a volte una palestra per misurarsi con l’immagine del proprio corpo sessuato. Lei lascia lui; lui si vendica inviando le immagini ad amici, alla classe (se i video sono a sfondo sessuale, si parla di “revenge porn”). Oppure lui condivide le immagini con gli amici per vantarsi della “conquista”. A lei crolla il mondo, con conseguenza psicologiche e sociali devastanti; in alcuni casi si è arrivati al tentativo di suicidio. Per un approfondimento sul sexting, leggi l’articolo qui.

Un altro problema grave, ma largamente sottovalutato, è quello della privacy. I ragazzi usano smartphone e tablet senza pensare alle conseguenze delle loro condivisioni, online o su WhatsApp. Non hanno idea del fatto che quello che scrivono – una litigata per il calcio o un insulto alla professoressa in un gruppo riservato – e postano – la foto del compagno nello spogliatoio o un video demenziale – restano online per sempre. Tutte le volte che si preme il tasto Invia, il contenuto è perso, non se ne ha più il controllo. Lo sa bene Nolan O’Brien, che qualche anno fa perse il posto di lavoro (e la faccia), pubblicando su Facebook l’immagine di sé che leccava dei tacos prima di servirli ai clienti di un ristorante Taco Bell americano.

Un ottimo esercizio da fare con i ragazzi è il cosiddetto “ego-surfing”: cercare sé stessi su Google. Così facendo molti ragazzi scoprono contenuti innocui – la foto della propria squadra di pallavolo sul giornale locale – e altri, purtroppo, meno gradevoli – una condivisione su Instagram del compagno che voleva fargli uno scherzo.

Altro problema che inquieta molto i genitori è l’adescamento. Il cosiddetto “child grooming” può avvenire in diversi contesti: dai social network ai giochi online, dai forum alle app di dating. Segue generalmente cinque fasi. Prima, l’amicizia iniziale; seconda, risk-assessment: serve all’adescatore per verificare quanto la vittima sia vulnerabile, accorta o disposta a scoprirsi, puntando ad avere una relazione diretta, per esempio mediante lo scambio dei numeri di telefono e, successivamente, in via esclusiva; terza, la costruzione del rapporto di fiducia che avviene attraverso uno scambio di confidenze intime e personali; quarta l’esclusività, attraverso la quale l’adescatore punta a tagliare fuori genitori e amicizie dal rapporto privilegiato, ottenendo così il silenzio della vittima; ultima la fase della relazione sessualizzata con la richiesta di immagini, video o di incontri.

Sempre a proposito di sesso online, un altro grande tema è quello della facilità di accesso alla pornografia online. Uno studio inglese, condotto dall’Office of the Children’s Commissioner for England, della NSPCC (National Society for the Prevention of Cruelty to Children) e della Middlesex University, ha rivelato che oltre la metà (53%) dei ragazzi tra gli 11 e i 16 anni si è imbattuto nel porno online. Di questi “solo” il 19% ha cercato quei contenuti volontariamente. A questo proposito va detto che la tecnologia è anche la soluzione, non solo il problema: si possono usare, anche sui telefonini come sui PC, delle funzioni di parental control (vedi per esempio Tim Protect oppure Rete Sicura di Vodafone), per consentire l’accesso a contenuti e modi di utilizzo appropriate, sia per un adolescente che per un bambino più piccolo. È possibile agire su differenti categorie di contenuti. Per esempio, i contenuti relativi a siti di appuntamenti, giochi d’azzardo, droghe, violenza o pornografia sono bloccati di default per tutti i minorenni. È possibile anche porre dei limiti temporali all’uso degli strumenti, e anche dei “limiti temporali selettivi”: per esempio si può scegliere di consentire l’accesso a Instagram solo per un’ora al giorno e non porre alcun limite a siti utili per lo studio, come Wikipedia. Questo consente anche di porre un limite al problema della dipendenza dalla Rete, che colpisce maggiormente i ragazzi tra i 13 e i 20 anni (dati Istat).

Dopo questa carrellata di rischi della Rete, resta la questione principale: come dovremmo agire noi genitori? Posto che, a detta di tutti gli esperti, proibire non è mai una strategia vincente, la ricercatrice Alexandra Samuel (www.alexandrasamuel.com) ha individuato tre categorie di approccio al “digital parenting”: ci sono i “digital enablers”, che pongono pochissime restrizioni su come i bambini usano i dispositivi; ci sono poi i “digital limiters” che cercano in modo attivo di limitare l’uso dei dispositivi da parte dei bambini; infine ci sono i “digital mentors”, che tentano attivamente di partecipare all’utilizzo dei dispositivi assieme ai figli. Quest’ultimo approccio, raccomandato per esempio da esperti come Alberto Pellai, pare essere il più funzionale, sempre rispettando i “confini” dei ragazzi.

Il nostro compito di mamme e papà sarà supervisionare, dare il buon esempio e soprattutto condividere l’uso degli strumenti. Possiamo chiedere come si usano le chat di WhatsApp, quali sono i contenuti più interessanti o sospetti visti durante la giornata e magari imparare alcune regole di base che i ragazzi conoscono e noi genitori no (vietato l’off-topic, niente catene di sant’Antonio, distinguere sempre tra quel che è pubblico e quel che è privato). Affiancare i ragazzi vuol dire entrare nel loro mondo, conoscere nuovi strumenti in voga. Per esempio: quanti di noi genitori conoscono il nuovo fenomeno social-musicale Musical.ly?

 

Questo articolo è stato pubblicato sul N. 2 del 2017 de “La Casana”, periodico della Banca Carige di Genova. 

Qui l’articolo in PDF qui:

 

Per organizzare un serata sui pericoli della Rete (qui la scheda del corso) nella tua scuola o per la tua associazione, scrivimi.

A ogni corso che tengo su LinkedIn suggerisco di leggere il libro di un mio “competitor”, si fa per dire. In realtà, a ben vedere, è un collega di casa editrice: si tratta di Ale Agostini (il libro è “Fai carriera con LinkedIn”, Hoepli). Qualche giorno fa l’ho chiamato per fargli un’intervista e lui mi ha regalato una chicca: “Sto mettendo a punto uno strumento online per la verifica della foto del profilo di LinkedIn: è l’intelligenza artificiale a sancire se va bene oppure no”. Pur non essendo ancora uno strumento definitivo, ma solo in versione Beta, ho avuto il suo permesso di presentarvelo ufficialmente.

Lo strumento, che si chiama semplicemente “Bella foto”, è liberamente accessibile all’indirizzo http://ai-sentiment.aleagostini.com. Il sottotitolo è chiaro: “Bella Foto è il tool che ti aiuta a capire che cosa comunica la tua foto utilizzando l’Intelligenza Artificiale. Carica la tua foto e scopri subito il contenuto riconosciuto, gli argomenti correlati sui social, le emozioni associate (solo per immagini di volti) e le immagini simili o uguali presenti nella Rete”.

Il funzionamento, in effetti, è assai semplice: basta caricare la propria foto profilo grazie al tasto “Carica immagine”, facendo attenzione a non uploadare file troppo grossi (massimo 2,4 Mb). Dopo aver dato in pasto la foto al sistema, non resta che lanciare la procedura con un clic su “Analizza”. I risultati sono immediati.

Nel mio caso il sistema ha beccato che sono un uomo (facile, dirai) e che ho la barba. Ma soprattutto che sto sorridendo abbastanza (potrei fare di meglio) e questa è cosa buona e giusta perché, secondo gli studi sui neuroni specchio, che si attivano quando un individuo compie un’azione e quando l’individuo osserva la stessa azione compiuta da un altro soggetto, sorridere ci rende più piacevoli e induce chi guarda a sorridere a sua volta. Per dirla con Cialdini (che tanto piace ad Ale), scateniamo l’arma della simpatia.
Il cervellone analizza anche quali sono le corrispondenze dell’immagine e se è già presente nei social o sul Web, ed eventualmente ci dice anche dove: in quale contesto, in quale pagina. Questo, tra l’altro, permette anche di scoprire se l’immagine è stata rubata.

Questo strumento, in realtà, può essere usato per analizzare qualsiasi tipo di immagine. Usando l’intelligenza artificiale è possibile controllare, in pochi istanti, che cosa comunica una brochure o una pagina stampa, verificando che non sia già usata da altri. Insomma, uno strumento per il personal branding ma anche per il marketing aziendale. Ma soprattutto uno strumento che potrebbe debellare la piaga delle foto da ombrellone o per nulla professionali su LinkedIn.

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Se per le foto esistono molti strumenti che permettono di smascherare i falsi – e ne ho parlato diffusamente nell’articolo Bufale on-line: come scoprire se una foto è falsa – per i video le cose si complicano. Eppure uno strumento online e gratuito c’è, si chiama YouTube DataViewer ed è stato messo a punto da Amnesty International, l’organizzazione internazionale che lotta contro le ingiustizie e in difesa dei diritti umani nel mondo.

DataViewer estrare tutti i dati possibili sul video, compresa la data di prima pubblicazione. Inoltre confronta le anteprime con quanto trovato in Rete: in pratica questo strumento analizza i fotogrammi generati per l’anteprima e, accanto a ognuno, mette a disposizione un link che consente di avviare la ricerca con Google Images. In pratica, quindi, il meccanismo di controllo è simile a quello che abbiamo visto per le foto.

Per controllare i metadati dei video si può usare anche un software gratuito chiamato MovieScanner: per ciascun video sono mostrate informazioni quali aspect radio, risoluzione, dimensione, formato, codec audio e video, canali audio, lingua e lingue disponibili per i sottotitoli. Ancor meglio è JPEGSnoop che, a dispetto del nome, non serve per ricavare i metadata solo delle foto, ma anche dei video.

 

NOTA: Questo testo fa parte del libro Manuale per difendersi dalla post-verità, scritto a otto mani con Pilla, Dolce e Giacomello ed edito da Ledizioni. Il volume, inserito nella mia collana “Fai da tech“, parla di bufale online. In particolare ho curato la parte su come riconoscere le news false su Internet e sui social e un’intervista a Ermes Maiolica (che potete leggere qui). Per acquistare il libro, fate clic sul link qui sotto:

Come trovo clienti con Google

Quando faccio alcuni corsi come quello sull’uso strategico dei social network o sul brand journalism, spiego anche come sfruttare la Rete a scopo commerciale, per fare l’unica cosa che vogliono tutte le aziende del mondo: trovare clienti.

Durante uno degli ultimi corsi un signore ha alzato la mano e mi ha detto: “Non sei il primo formatore che sento parlare di questi temi. Ma, scusami, sono un po’ scettico. Non hai idea di quanti consulenti e docenti ho incontrato in vita mia che insegnavano come fare soldi e poi erano senza una lira. Tu, che ci stai spiegando come trovare clienti con il Web, trovi clienti con il Web?”.

Passato il primo momento di smarrimento – il tono non era dei più concilianti – ho abbandonato per un momento le slide con la lezione e sono andato alla lavagna. Ho scritto tre cose:

– domanda consapevole specifica

– domanda consapevole generica

– domanda inconsapevole.

Poi ho detto: “Ora vi mostro, praticamente, come trovo clienti con Google io”.

Ho spiegato che ormai faccio solo il formatore, vendo corsi. Ho preso a esempio un mio corso: quello sui pericoli della Rete che organizzo per scuole, associazioni di genitori o per tutti. Chi vuole seguire un mio corso e mi conosce, per esempio perché mi ha visto a un evento pubblico, mi cercherà. E dove cercano tutti? Sui motori di ricerca, in particolare su Google (oltre il 90% degli italiani usa Google per le ricerche). Se cercano “Gianluigi Bonanomi” (ricordo che le virgolette servono per circoscrivere i risultati a quelli che contengono entrambe le parole), ecco che cosa trovano:

Chi ha questa domanda consapevole specifica in testa, finisce sul mio sito, dove può curiosare tra i miei libri e articoli, ma soprattutto vi trova i miei corsi. Tra questi anche il corso sui pericoli della Rete. Potrebbe cercare anche “Bonanomi corso pericoli rete”: ancora meglio.

Dopo questo primo scenario ideale, c’è invece un caso più frequente: quello della domanda consapevole generica. Qualcuno sta cercando un corso sui pericoli della Rete ma non sa che li faccio (anche) io. Quindi la query di ricerca sarà: “corso pericoli della Rete”.

Anche in questo caso, per fortuna, al primo posto della SERP (acronimo che sta pagina dei risultati del motore di ricerca) ci sono io, indirettamente, con un corso che tengo con l’associazione Salvagente.

Terzo scenario, il più complicato. Il cliente non sa di esserlo. La domanda c’è ma è inconsapevole. È potenziale. Che cosa significa? Che le persone stanno cercando qualcosa su Google e non sanno che il loro problema ha una soluzione. Esempio concreto, sempre riferito al mio caso: uno dei maggiori problemi dei genitori è l’uso dello smartphone da parte dei figli; per esempio si chiedono se i loro (giovani) figli possano usare o meno WhatApp. Quindi potrebbero cercare su Google la frase “età minima uso WhatsApp”.

Dopo il primo risultato, che ovviamente corrisponde al sito di WhatsApp, e un risultato di Giunti Scuola, dove la risposta riportato è oltretutto sbagliata (quantomeno non aggiornata, si legge infatti che l’età minima sarebbe di 16 anni, e non è più così da un pezzo), si trova il mio sito, un mio articolo dove parlo proprio di quel tema e dove, in coda, come “chiamata all’azione” (la cosiddetta call to action), ho piazzato l’invito a informarsi sui miei corsi inerenti i pericoli della Rete. La domanda inconsapevole può essere facilmente intercettata anche usando i social network, per esempio sponsorizzando un post in modo che venga visualizzato da chi potrebbe essere interessato un corso sui pericoli della Rete.
Ecco come uso Google per trovare clienti.

Se vuoi organizzare un corso sull’uso strategico della Rete e dei social per trovare clienti, scrivimi.

 

Sul numero di luglio 2017 di Silhoutte Donna è stata pubblicata questa mia intervista sul tema della ricerca del lavoro online (sotto l’intero testo):

Il lavoro? Cercalo on-line

La Rete è un mare magnum ricco di opportunità e di trappole per chi cerca lavoro ma per sfruttare al meglio le prime ed evitare le seconde è importante saper navigare con gli strumenti opportuni. Non serve mandare cv a pioggia in modo indiscriminato né rispondere a qualsiasi annuncio e nemmeno scrivere chilometriche lettere di presentazione. Servono invece delle strategie mirate, evitando errori e ingenuità. «Il primo errore è quello di buttarsi a caso su un qualsiasi social network, sito aziendale o di ricerca veicolando le stesse informazioni, troppe e confuse, senza tener conto del target» spiega Gianluigi Bonanomi esperto di web e social media, da anni responsabile di corsi sulla ricerca attiva del lavoro on-line e autore del libro Job war di prossima pubblicazione «In base al profilo e al ruolo professionale che ci interessa, invece, deve cambiare anche la nostra strategia».

 

L’importanza del posizionamento

«Il primo passo è comune a tutti e consiste nel presentarsi al mondo del lavoro virtuale nel modo giusto grazie a un buon posizionamento» continua Bonanomi «Si tratta di costruirsi un’immagine corretta che possa essere notata e apprezzata dai recruiter. Lo strumento Curriculum vitae veicola in modo diretto le informazioni base e può andar bene nel caso, per esempio, di un operaio non specializzato che però può anche crearsi la sua scheda caricando direttamente le informazioni su siti come Infojobs.it e Monster.it. In ambito impiegatizio e dirigenziale il cv conta molto meno: secondo le statistiche, i recruiter lo guardano per una ventina di secondi, poi l’88% di loro va subito a cercare in Rete chi siete. Per questo fra gli esercizi che propongo durante i miei workshop c’è l’ego-surfing cioè il cercare se stessi on-line perché le informazioni che troverete sono presumibilmente le stesse che troverà il datore di lavoro. Se non c’è nulla, nessun danno ma non va bene perché non siete presenti quindi non state comunicando. Se trovate qualcosa di positivo, bene: servirà a rendere il recruiter ben disposto nei vostri confronti integrando le informazioni di base del cv. Il caso peggiore è il terzo: tutte le competenze ed esperienze che elencate perderanno di appeal se incontrerete in Rete, per esempio, una vecchia foto dove vi lasciate andare in discoteca con un cocktail in mano o un commento dove insultate qualcuno in una discussione su temi caldi come sesso, religione, politica. I numeri parlano chiaro: in un caso su tre i candidati vengono scartati per questa ragione».

Ottimizzare il profilo Linkedin

L’ottimizzazione della propria presenza on-line è quindi una priorità. A partire dal profilo Linkedin, il primo che appare cercando su google e il più professionale dei social. Come apparire al meglio? «Non sottovalutate l’importanza della foto dato che è la prima cosa che viene vista e pesa sul giudizio complessivo più di quanto si creda» sottolinea l’esperto «Mostratevi in primo piano, vestiti con cura e sorridenti. Lo sfondo deve essere omogeneo il che esclude le foto del mare e delle vacanze. Il recruiter vi trova tramite i motori di ricerca quindi occhio al job title (descrizione del lavoro) e al riepilogo (paragrafo di circa 2000 battute per presentarsi): entrambi devono contenere le giuste parole chiave in relazione a settore e ruolo che si vuole occupare. Nessun recruiter cercherà “impiegato” ma si orienterà su una competenza specifica per esempio “impiegato addetto paghe”. Nel riepilogo scrivete chi siete, cosa fate e soprattutto quali problemi siete in grado di risolvere portando possibilmente i risultati ottenuti: “sono un bravo amministratore” non basta, se aggiungete “con il taglio dei costi ho fatto risparmiare alla mia azienda centomila euro” sarete più concreti e appetibili. Come nel web marketing, le referenze positive (qui si chiamano segnalazioni) da parte di ex colleghi o meglio ancora ex capi possono fare la differenza; si possono chiedere tramite un apposito comando automatico ma la netiquette poi vuole la reciprocità. Evitate noiosi elenchi e chiudete con una call to action, per esempio: chiamatemi per un colloquio».

Un mare di siti

La stragrande maggioranza delle persone manda la stessa lettera di presentazione con lo stesso cv allegato a centinaia di aziende: lo stesso testo non potrà andar bene per una piccola ditta a gestione familiare, un supermercato, una multinazionale o una no-profit. Infatti di solito nessuno risponde. «Procediamo step by step» spiega Bonanomi «Individuate l’offerta di lavoro che più vi interessa usando infojobs.it, cambiolavoro.it, lavoro.it, jobonline.it, job-net.it e via dicendo. Sono molti i siti a disposizione, a volte i più impensabili: per esempio eBay, Vivastreet, subito.it, usati di solito per la compravendite veloci e a buon prezzo, dedicano molto spazio alle offerte di lavoro. Alcuni siti pubblicano offerte originali come monster.it, lavoro.corriere.it, miojob.repubblica.it. Poi ci sono i motori di ricerca che vanno a pescare le offerte su altri siti come jobrapido.it, it.indeed.com, motorelavoro.it, careerjet.it e molti altri. Se vi volete far notare dalle aziende in una nicchia di mercato o in un settore specifico, informatevi se esistono siti specializzati così la ricerca è ancora più mirata. Volete lavorare nella comunicazione? Andate su lavoricreativi.com, primaonline.it o comunicazionelavoro.com. Nel mondo del green e dell’energia? C’è la sezione Green Job del portale Infojobs. Nel turismo? Jobintourism.it e lavoroturismo.it Nell’Information Technology? Crebs.it e jguana.it Se invece state cercando un lavoretto come babysitter, giardiniere, collaboratore domestico o tuttofare, meglio usare okget.it oppure tabbid.com».

Studiare l’offerta

«Una volta individuata l’offerta giusta, dovrete dedicare un po’ di tempo a un’operazione importante e spesso trascurata: leggere e capire davvero l’annuncio» continua l’esperto «Un esercizio che propongo nei miei corsi è prendere l’offerta, schematizzarla e sintetizzarla in punti. Solo dopo scriverete una lettera di accompagnamento che andrà nel corpo della mail con allegato il cv. Sarà un testo breve di 6-7 righe dove risponderete punto per punto alle richieste dell’offerta. Se c’è scritto che è richiesta flessibilità, voi evidenziate che siete disponibili a turni e trasferte. Se serve gente con una certa manualità, dimostrate che avete ricoperto ruoli pratici e magari nel tempo libero vi dedicate al modellismo. Quello che deve emergere dalla lettera è che avete esattamente le hard e soft skill richieste nell’annuncio. A questo punto, se arriva una proposta di colloquio, lo studio non è finito: è necessario raccogliere più informazioni possibili su quello che fa l’azienda che ve lo propone. Non basta conoscere grosso modo il settore. Cercate su google, esplorate il sito aziendale, verificate se sulla stampa locale ci sono notizie di quell’azienda, prendete informazioni sulla persona che incontrerete magari usando Linkedin come strumento di intelligence».

Occhio alle truffe

Si sa che dove c’è tanto bisogno arrivano gli sciacalli. E in Italia il bisogno di lavorare è un problema primario. Ecco perché bisogna stare molto attenti alle offerte di lavoro che riceviamo direttamente in posta elettronica o individuiamo in Rete. Come capire se e quanto sono affidabili questi annunci? «Ci sono diversi modi per capire che un annuncio di lavoro è fuffa o peggio ancora truffa» spiega Gianluigi Bonanomi «Primo, c’è un’esagerata offerta di denaro e condizioni, per esempio: lavorate part time guadagnando 2000 euro al mese da subito, non è richiesta alcuna esperienza. Secondo: l’offerta arriva in posta elettronica da un indirizzo mail sospetto o anche solo sconosciuto; tenete presente che un’azienda seria non usa mail gratuite, ha un suo dominio per cui l’indirizzo del mittente dovrebbe essere il nome del recruiter o del reparto seguito dalla chiocciola e dal nome dell’azienda. Terzo, l’annuncio è infarcito di errori. Quarto, vi chiedono di versare una certa somma per iscrivere il cv in una banca dati oppure per l’acquisto con pagamento anticipato di materiale di studio o di lavoro (inutile dire che la consegna non andrà in porto). Se vi iscrivete a una cooperativa di lavoro dovrete versare un quota ma se ve la chiedono prima di assumervi c’è qualcosa che non va. Insomma,  se dovete pagare, la cosa è sospetta. Provate, infine, a “buttare” su google il nome dell’azienda o del recruiter e vedete cosa salta fuori; nel 99% dei casi, se è una truffa, verranno subito fuori delle segnalazioni perché qualcun altro ne ha già parlato. Può essere utile seguire la pagina Facebook che si occupa di truffe on-line: “sos truffe lavoro”».

Box: sei dritte per un buon cv

  1. Usate sempre lo schema Europass: è bruttino ma abbastanza codificato quindi i selezionatori sono facilitati nella ricerca delle informazioni. Inoltre c’è la possibilità di farlo direttamente on-line sul sito europass.cedefop.europa.eu/it
  2. Fatelo breve, non più di due pagine perché le aziende usano dei software di scrematura dei cv che spesso eliminano in automatico quelli troppo lunghi
  3. Non tralasciate posizioni lavorative che ritenete irrilevanti al fine della nuova carriera. Dategli meno spazio ma non lasciate mai buchi perché il recruiter si domanderà che avete fatto negli anni in cui non c’è nulla e magari penserà male
  4. Nel cv non devono mancare le parole chiave. Se per esempio siete un esperto nel linguaggio di programmazione Java e non scrivete Java, il software di scrematura vi eliminerà e il vostro cv non verrà nemmeno aperto
  5. Quando parlate degli hobby, indicate quelli funzionali a inviare un messaggio: se per esempio avete scritto che siete bravi nella gestione dei team, il fatto che nel tempo libero alleniate una squadra di pallavolo rinforza il concetto, l’eventuale passione per la lettura no
  6. Occhio ai refusi e agli errori di grammatica e sintassi. Venite giudicati anche per come scrivete

 

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