“Resistere ai tempi oscuri” di Asma Mhalla è un saggio breve e inquietante su Big Tech, potere politico, neoreazione, città private e neurotecnologie. Merita di essere letto, soprattutto da chi, come me, non ama i doomer, con la D, non i boomer. Mi ha convinto molto nella diagnosi e assai meno nella terapia.

Il titolo è già un programma: Resistere ai tempi oscuri. Il sottotitolo rincara la dose: Il nuovo sistema totalitario. Se poi ci mettiamo che l’autrice, esperta di geopolitica della tecnologia, si chiama Asma… manca il respiro.

Edizione letta: Asma Mhalla, Resistere ai tempi oscuri. Il nuovo sistema totalitario, traduzione di Christian Delorenzo, Einaudi, collana Maverick, 2026, 152 pagine, ISBN 9788806272999. Qui trovi la scheda ufficiale Einaudi e l’edizione italiana su Amazon.

“Il XXI secolo non vi governerà, vi programmerà”

Questo è l’incipit. Allegro come una bolletta con conguaglio.

Mhalla parte da una tesi potente: il cyberpunk non sarebbe più un genere letterario che immagina il futuro, ma il vocabolario giusto per descrivere il presente. La tecnologia è ovunque, le grandi corporation possiedono infrastrutture decisive, l’attenzione è una risorsa da estrarre e la linea tra Stato e impresa diventa sempre più sottile.

“Viviamo nel mondo che temiamo subendone il fascino”.

William Gibson raccontava metropoli ipertecnologiche, poteri privati smisurati, corpi ibridati con le macchine e individui soli dentro sistemi che non comprendono. Mhalla vede proprio qui il nostro presente: non abbiamo le giacche al neon di Blade Runner, ma abbiamo piattaforme che organizzano informazione, lavoro, reputazione e pezzi crescenti della vita pubblica.

La provocazione funziona. Va però letta come una lente politica, non come una dimostrazione scientifica che viviamo già in un regime totalitario. Il termine “totalitarismo” porta con sé un peso storico enorme. Usarlo per descrivere l’intreccio tra piattaforme, sorveglianza e potere esecutivo è efficace, ma richiede confronti e distinzioni. Altrimenti una categoria analitica rischia di diventare uno slogan.

Su questi temi avevo già ragionato parlando dei rischi e dei vantaggi dell’intelligenza artificiale generativa: né entusiasmo automatico né catastrofismo automatico. La tecnologia amplifica capacità, interessi e rapporti di forza già presenti.

MAGA come retrofuturismo e la tentazione accelerazionista

Uno dei passaggi più interessanti riguarda il “retrofuturismo”: promettere il ritorno a un’età dell’oro e, nello stesso tempo, usare tecnologie avanzatissime per accelerare la rottura dell’ordine esistente. Il passato diventa il manifesto, il futuro la leva.

Qui entra l’accelerazionismo. Bisogna stare attenti, perché il termine indica correnti diverse e persino opposte. In estrema sintesi, accomuna progetti che vogliono spingere più velocemente processi tecnologici, capitalistici o sociali per produrre una trasformazione radicale. Non esiste quindi un solo accelerazionismo. La genealogia passa anche da Nick Land; le versioni contemporanee includono tanto proposte di emancipazione tecnologica quanto una fiducia quasi religiosa nel tecno-capitalismo senza freni.

La tesi di Mhalla è che la crisi dell’idea tradizionale di progresso abbia lasciato spazio a un’altra promessa: non migliorare gradualmente il sistema, ma accelerarlo fino al punto di rottura. La formula è seducente per chi controlla capitale, infrastrutture e modelli di intelligenza artificiale. Un’implosione è molto meno romantica per chi deve subirla.

Peter Thiel, Curtis Yarvin e la NRx

Nel libro ricorrono Peter Thiel e Curtis Yarvin. Il secondo è meno noto in Italia, ma vale la pena conoscerlo. È un informatico e blogger, diventato celebre con lo pseudonimo Mencius Moldbug, associato alla corrente neoreazionaria o NRx. La sua proposta è apertamente post-democratica: trattare lo Stato come un’impresa e affidarlo a una figura simile a un amministratore delegato o a un monarca.

Non è un’etichetta inventata per fare paura. Il Financial Times ricostruisce il “Dark Enlightenment” e la sua influenza nei circoli politici e tecnologici; The Guardian documenta le posizioni antidemocratiche di Yarvin e il modello del leader-CEO.

Qui il libro coglie un punto vero: alcune idee nate ai margini della blogosfera tecnologica non sono rimaste folklore da forum. Sono entrate nel lessico di investitori, fondatori e ambienti politici. Questo non significa che la Silicon Valley sia un partito unico o che tutti gli imprenditori tech condividano il programma NRx. Significa che concetti un tempo considerati eccentrici oggi circolano vicino a centri di potere reale.

Próspera: la città privata non è fantascienza

L’esempio più cinematografico è Próspera, sull’isola di Roatán in Honduras. Mhalla la presenta come un’enclave privata con regole proprie, connessione Starlink, biohacker, criptovalute ed esperimenti difficili da realizzare altrove.

Il nucleo della storia è documentato, ma va precisato. Próspera nasce nel quadro delle ZEDE, zone speciali dotate di ampia autonomia normativa e fiscale. Le Monde ha visitato l’enclave e ha descritto Starlink, biohacking, sperimentazioni sulla longevità e un sistema di governance privatizzato. I legami finanziari con Peter Thiel e Marc Andreessen sono indiretti, attraverso Pronomos Capital, il fondo che include Próspera nel proprio portafoglio. È più corretto dirlo così che presentarli semplicemente come azionisti diretti della società honduregna.

Il progetto è anche dentro un conflitto costituzionale e internazionale. Nel settembre 2024 la Corte Suprema dell’Honduras ha dichiarato incostituzionale il quadro giuridico delle ZEDE, come ha riferito Reuters. Inoltre esiste un procedimento arbitrale tra Honduras Próspera e lo Stato honduregno, registrato presso il Centro internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti della Banca Mondiale.

Próspera non dimostra da sola la nascita di un nuovo totalitarismo. Dimostra però che l’idea di trasformare la cittadinanza e le regole pubbliche in un servizio privato non appartiene più soltanto ai romanzi.

Il “dileviatano”: Big State più Big Tech

La parola che mi porto via dal libro è dileviatano. Mhalla aggiorna il Leviatano di Hobbes immaginando una creatura a due teste: Big State e Big Tech. Lo Stato conserva coercizione, legge, apparato militare e politica industriale; le grandi aziende possiedono infrastrutture cloud, satelliti, piattaforme, dati, modelli AI e capacità di innovazione.

È una metafora riuscita perché evita una semplificazione frequente. Non stiamo assistendo soltanto alla sostituzione dello Stato da parte delle aziende. In molti casi vediamo collaborazione, dipendenza reciproca e conflitto. Lo Stato finanzia, regola, acquista e limita. Le imprese forniscono tecnologie strategiche e, nello stesso tempo, cercano di condizionare le regole.

La competizione tra Stati Uniti e Cina rende visibile questa saldatura. Il Rapporto AI Index 2026 di Stanford University registra l’enorme leadership statunitense negli investimenti privati e il rapido avvicinamento cinese nelle prestazioni dei modelli. L’AI Action Plan statunitense parla esplicitamente di innovazione, infrastrutture, diplomazia e sicurezza. L’intelligenza artificiale non è più soltanto software: è energia, chip, data center, filiere, standard e potere geopolitico.

In questo senso il libro aiuta a vedere l’AI come iperindustria, non come una comoda finestrella nella quale scrivere prompt.

Dall’economia dell’attenzione al neurocapitalismo

Il passaggio più inquietante riguarda il neurocapitalismo: la possibilità che il mercato non si limiti a osservare clic, acquisti e spostamenti, ma estragga valore da segnali neurofisiologici, stati cognitivi ed emozioni.

Qui conviene separare presente e previsione. Oggi esistono interfacce cervello-computer e dispositivi non invasivi capaci di raccogliere segnali neurali. Non siamo però di fronte a una lettura perfetta e generalizzata dei pensieri. Dire che le corporation “controlleranno i pensieri” è una previsione estrema, non un fatto già acquisito.

Il rischio sui dati cerebrali è comunque reale. UNESCO ha adottato nel 2025 la prima Raccomandazione globale sull’etica della neurotecnologia, con attenzione a consenso, libertà mentale e protezione dei dati neurali. Il Garante europeo della protezione dei dati ha dedicato un rapporto specifico ai neurodati e alla libertà cognitiva.

La letteratura scientifica ha già messo a fuoco i diritti coinvolti. Ienca e Andorno hanno proposto libertà cognitiva, privacy mentale, integrità mentale e continuità psicologica; un successivo studio peer-reviewed pubblicato dal Cambridge Quarterly of Healthcare Ethics ha chiarito le basi etiche e giuridiche dei cosiddetti neurorights. Anche gli sviluppatori di impianti neurali assistiti dall’AI considerano sicurezza, autenticità e privacy mentale questioni centrali, come emerge da uno studio pubblicato su Scientific Reports.

Insomma, Mhalla alza il volume, ma non inventa il problema. E proprio per questo non serve gridare “ci leggono già nel cervello”. Serve decidere adesso proprietà, accesso, consenso, conservazione e usi vietati dei neurodati.

Un video per ascoltare direttamente Asma Mhalla

In questa intervista a France 24 l’autrice presenta la tesi centrale del libro e spiega perché considera la distopia una descrizione del presente:

Dove il libro mi convince e dove mi lascia perplesso

Mi convince quando:

  • mostra che la tecnologia è diventata infrastruttura politica e militare;
  • collega idee apparentemente marginali a capitali, aziende e progetti concreti;
  • sposta l’attenzione dal singolo prodotto al sistema di potere;
  • individua nella cognizione, non soltanto nei dati personali, il prossimo terreno di conflitto.

Mi convince meno quando:

  • usa la categoria di totalitarismo in modo molto ampio;
  • trasforma scenari plausibili in traiettorie quasi inevitabili;
  • dedica più energia alla diagnosi che agli strumenti di verifica e intervento;
  • chiude con una resistenza suggestiva, ma poco operativa.

Mhalla invita a dire no, filosofeggiare, boicottare, hackerare, difendere la patria, leggere, ridere, amare e tacere. Tutto molto nobile. Ma, arrivato alla fine, la mia domanda resta: lunedì mattina che cosa facciamo?

La mia proposta: resistenza cognitiva, ma con un manuale d’uso

La risposta non può essere soltanto “amare la libertà” o “difendere la dignità”. Servono azioni verificabili:

  1. Capire chi possiede l’infrastruttura. Cloud, chip, satelliti, dati e modelli non sono dettagli tecnici.
  2. Chiedere trasparenza sui sistemi decisionali. Chi imposta gli obiettivi, quali dati usa l’algoritmo, chi può contestare il risultato?
  3. Proteggere i dati cognitivi prima che diventino un mercato di massa. Il consenso non può essere una casella nascosta in quaranta pagine di condizioni.
  4. Mantenere alternative e possibilità di uscita. Un servizio essenziale non dovrebbe dipendere da un unico fornitore opaco.
  5. Allenare il pensiero critico. Anche l’AI più sofisticata può diventare una macchina di conferma. Ne ho parlato nel mio articolo sull’intelligenza liquida come capacità cognitiva on demand.
  6. Misurare il potere, non soltanto le prestazioni. Ogni volta che valutiamo una tecnologia dovremmo chiederci non solo che cosa sa fare, ma chi rende più forte e chi rende dipendente.

Questo libro non mi ha convertito al pessimismo. Mi ha ricordato che l’ottimismo senza analisi è soltanto marketing con la luce accesa.

Vale la pena leggere “Resistere ai tempi oscuri”?

Sì. È breve, denso, irritante nel senso migliore del termine. Costringe a collegare geopolitica, ideologie della Silicon Valley, infrastrutture digitali e libertà cognitiva. Non prenderei ogni previsione come destino e non userei ogni metafora come categoria scientifica. Ma preferisco un libro che mi obbliga a discutere a uno che mi lascia comodo.

E damose ’sta botta de vita.

Fonti e approfondimenti

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Supremacy di Parmy Olson è una buona porta d’ingresso nella guerra dell’intelligenza artificiale, ma chi segue già il settore dovrà attraversare parecchie storie note. La mia recensione parte da qui: un libro che mi ha irritato per la retorica, divertito per i retroscena e lasciato alcuni pezzi utili per ricostruire il puzzle del potere nell’AI.

Appena ho iniziato a leggere Supremacy, della giornalista tech britannica Parmy Olson, ho pensato che aggiungesse poco al dibattito in corso. OpenAI contro Google. Sam Altman contro Demis Hassabis. L’umanità da salvare, possibilmente prima che la salvi il concorrente.

Poi, andando avanti, ho trovato ragioni per continuare. Non tutte riguardano la tecnologia. Alcune riguardano l’inesauribile capacità dei suoi protagonisti di prendersi tremendamente sul serio.

Supremacy di Parmy Olson: di che cosa parla

Il libro ricostruisce la corsa di OpenAI e DeepMind e la rivalità fra due dei loro cofondatori: Sam Altman e Demis Hassabis. Lo presento così perché nessuno dei due ha costruito la propria azienda da solo, anche se la narrazione dei grandi innovatori tende a far sparire il resto della squadra.

L’edizione italiana è Supremacy. L’AI, ChatGPT e la sfida che cambierà il mondo, pubblicata da Garzanti: 336 pagine, ISBN 9788811017592. L’originale è del 2024, anno in cui ha vinto il Financial Times and Schroders Business Book of the Year Award. Un riconoscimento importante, che naturalmente non obbliga a innamorarsene.

Altman e Hassabis: due biografie, una sola ossessione

Da una parte c’è Altman: il ragazzo gay nell’America provinciale e conservatrice degli anni Novanta, poi lo startupper scafato e controverso. Dall’altra parte dell’oceano c’è Hassabis: scacchista, sviluppatore di videogiochi, cofondatore di DeepMind, poi acquisita da Google.

Olson racconta anche che Musk avrebbe definito Hassabis «l’Hitler dell’AI». L’episodio è riportato nella recensione del Times come aneddoto del libro: va letto con questa attribuzione, non come una dichiarazione pubblica registrata. Il bue che dà del cornuto all’asino, versione Silicon Valley. Diciamo che la sobrietà non sembra il requisito d’ingresso.

La contrapposizione funziona. Il rischio, per me, è che la storia collettiva dell’intelligenza artificiale finisca per assomigliare a un duello fra protagonisti da serie televisiva. Dietro ci sono ricercatori, infrastrutture, investitori e decisioni aziendali. Tutta roba meno fotogenica di un fondatore tormentato.

Un libro del 2024 letto nell’epoca di GPT-6 Astra

Leggere oggi un libro del 2024 sull’AI produce un certo straniamento. Mentre sfogli le pagine, fuori è già arrivata un’altra generazione di modelli. L’annuncio ufficiale di GPT-6 Astra, per esempio, insiste sulle capacità di usare computer e browser e svolgere attività professionali complesse.

Questo rende alcuni passaggi inevitabilmente datati. Attenzione, però: l’arrivo di un modello più capace non equivale, da solo, alla dimostrazione che l’AGI sia stata raggiunta. Per valutare un’affermazione del genere bisogna chiarire quali capacità si stanno misurando, in quali condizioni e con quali limiti. Un risultato su un benchmark non descrive automaticamente ogni forma di intelligenza umana.

La mia prima reazione è stata: “È già invecchiato”. Ripensandoci, la critica va precisata. Un’inchiesta sulle origini di questa competizione non deve fare il lavoro di una newsletter quotidiana. Può perdere freschezza tecnologica e conservare valore nel raccontare chi ha preso certe decisioni e perché.

Salvare l’umanità, rendere il mondo migliore e altre formule che mi stancano

Resta un problema di gusto personale: trovo questo tipo di racconto spesso troppo retorico. Salvare l’umanità. Rendere il mondo un posto migliore. Il genio incompreso. Lo startupper folle. La mitologia del garage. La tentazione di scappare su Marte quando sulla Terra l’AI si metterà di traverso.

È un immaginario che mi satura in fretta. Anche quando l’autrice lo racconta per mostrarne le contraddizioni, continuo a sentire il rumore di fondo di una presentazione agli investitori.

Lo storytelling, in alcuni punti, mi sembra costruito per ottenere una reazione precisa. L’Altman sdraiato sul pavimento per l’ansia mi ha fatto pensare all’incipit di Open di Andre Agassi. Un’associazione da lettore, sia chiaro, non un’accusa di plagio. Quello, per me, resta un capolavoro.

E poi ci sono i riferimenti alla religione, che personalmente trovo irritanti. Qui devo riconoscere una cosa a Olson: il registro messianico non è soltanto una sua scelta narrativa. Nell’intervista a Tech Policy Press spiega di averlo incontrato parlando con persone dell’ambiente. Raccontare quella fede serve anche a metterla sotto esame. Posso trovare pertinente l’analisi e, nello stesso tempo, averne abbastanza dell’ennesima promessa di salvezza.

L’AGI abolirà l’economia. Intanto pago il diesel

Con AGI, artificial general intelligence, si intende in termini generali un’intelligenza artificiale capace di affrontare una gamma ampia di compiti cognitivi, invece di essere specializzata in un solo ambito. La formula “intelligente come un essere umano” è comoda, ma lascia aperte parecchie domande: quale essere umano, in quali attività, con quanta autonomia?

Le promesse raccontate da Olson, invece, sono molto meno timide. Nella stessa intervista l’autrice riferisce aspettative ricorrenti di un’AGI a cinque-dieci anni di distanza. Ricorda inoltre la testimonianza di un ex dirigente su conversazioni fra manager di DeepMind: con l’AGI, ragionavano, l’economia sarebbe stata abolita e raccogliere denaro non sarebbe più stato un problema. Olson precisa che non scherzavano.

Non trasformerei questo racconto in una citazione letterale di Hassabis. Il punto, però, rimane: l’abbondanza viene annunciata con grande sicurezza, mentre i dettagli operativi tendono a restare indietro.

Be’, quei cinque anni sono passati da parecchio. E oggi ho pagato il diesel 2,20 euro al litro.

È il mio rifornimento, non una statistica nazionale. E naturalmente non è un test scientifico sull’AGI. È soltanto il modo più rapido che conosco per misurare la distanza fra l’economia abolita e il distributore sotto casa.

Transformer, Microsoft e la defenestrazione di Altman: qui mi diverto

La storia dei Transformer continua invece ad appassionarmi. Mi diverto con poco, lo so. Nel 2017 il gruppo di ricerca che firma Attention Is All You Need presenta un’architettura basata sull’attenzione, centrale nello sviluppo successivo dei modelli linguistici.

La cosa affascinante è il passaggio dalla ricerca alla competizione industriale: un avanzamento nato nell’orbita di Google diventa parte della base tecnologica su cui anche OpenAI costruisce la famiglia GPT. Non basta inventare un componente fondamentale per controllare tutti gli usi che altri ne faranno.

Mi interessa altrettanto il “patto col diavolo” fra OpenAI e Microsoft. Nel linguaggio dei comunicati, naturalmente, si chiama partnership strategica. L’annuncio del gennaio 2023 parla di un investimento pluriennale e multimiliardario e del ruolo di Azure. La mia espressione è volutamente ironica: il tema concreto è la dipendenza della ricerca da chi può pagare infrastrutture e potenza di calcolo.

Poi arrivano l’uscita degli Amodei e la nascita di Anthropic, le divergenze su come sviluppare l’AI, i conflitti di governance. E la defenestrazione di Altman, documentata nel comunicato di OpenAI del 17 novembre 2023. Anche senza effetti speciali, il materiale drammatico abbonda.

Non a caso la vicenda è finita al cinema: Artificial, diretto da Luca Guadagnino e interpretato da Andrew Garfield, ruota attorno al licenziamento e al ritorno di Altman. Altro che chatbot: qui siamo già al casting.

Che cosa mi lascia questa lettura

Il pezzo più interessante del puzzle, alla fine, è il rapporto fra missione dichiarata e potere reale. Chi finanzia? Chi controlla? Chi può fermare un progetto? E chi decide che cosa significhi “il bene dell’umanità”?

Per me sono domande più utili dell’ennesimo conto alla rovescia verso l’AGI. Sono anche un buon esercizio per chi usa questi strumenti sul lavoro: distinguere capacità osservabili, interessi commerciali e narrazioni. Una precauzione vicina a quella che descrivo parlando di epistemia e illusione di sapere con l’intelligenza artificiale: capire una storia non significa aver verificato tutte le sue promesse.

Un video per ascoltare Parmy Olson

Per approfondire il punto di vista dell’autrice, propongo l’intervista in inglese The race for AI supremacy, with Parmy Olson, pubblicata nell’ottobre 2024. È un complemento alla lettura, da collocare nel contesto di quel periodo.

A chi consiglio Supremacy e dove trovare l’edizione italiana

A chi è a digiuno di queste vicende, Supremacy può offrire una ricostruzione accessibile e coinvolgente. Chi segue l’AI da anni dovrà invece sciropparsi un’altra volta Turing, gli inverni dell’intelligenza artificiale, Oppenheimer, AlphaGo, i bias, Minority Report, Tay e i pappagalli stocastici. Sono riferimenti utili, ma l’effetto “questa la so” è dietro l’angolo.

Lo trovo un testo a tratti ripetitivo e molto concentrato sull’asse Silicon Valley-Londra. Più preciso dire così che semplicemente “americanocentrico”: DeepMind e Hassabis occupano una parte sostanziale della storia, ma il mondo dell’AI è più grande dei protagonisti scelti.

Non è il libro che consiglierei per imparare a usare meglio ChatGPT. È una lettura per capire un po’ meglio le aziende, le persone e gli interessi dietro quegli strumenti. Anche chi conosce già la trama può trovarci qualche altro pezzo del puzzle. Purché sopporti, fra un capitolo e l’altro, qualcuno che vuole salvargli la vita.

L’edizione italiana Garzanti è acquistabile su Amazon: Supremacy di Parmy Olson.

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“Le meraviglie del possibile” non è soltanto una delle più importanti antologie italiane di fantascienza: è una macchina del tempo che parte da Wells, attraversa robot, alieni, distopie e universi paralleli, e arriva dritta ai nostri chatbot. L’ho letta con grande ritardo e con aspettative altissime. Per una volta, le aspettative non sono state deluse: oltre 500 pagine di estasi, quasi sempre in racconti da 15 o 20 pagine. Boom boom, flash, sbam. Meraviglioso. E, appunto, possibile.

Da appassionato di fantascienza e fan sfegatato di Carlo Fruttero, da tempo volevo recuperare questa celebre raccolta, la prima di una serie. Fruttero, insieme a Sergio Solmi, riuscì in un’operazione culturale mica da poco: portare presso Einaudi un genere che per troppo tempo era stato considerato letteratura di serie B. La scheda del Catalogo Vegetti della letteratura fantastica ricostruisce con precisione l’indice dell’edizione integrale, con 29 racconti e una parata di nomi che sembra il backstage degli Avengers della fantascienza.

Una fantascienza più solare, quando il futuro faceva ancora sognare

Ci sono tutti i big della fantascienza classica. Il nucleo della raccolta viene dall’età d’oro del genere, soprattutto dagli anni Cinquanta: una SF spesso più solare, curiosa e giocosa di quella contemporanea. Salvo eccezioni, naturalmente. Mica horror alla Black Mirror.

Ho una teoria: oggi la fantascienza fa più paura perché la realtà, nel frattempo, ha imparato a superarla. Il cyberspazio è uscito dai romanzi, il metaverso è diventato una presentazione aziendale, i robot conversano e le case intelligenti sanno quando rientriamo. Quando il futuro era lontano, potevamo guardarlo con meraviglia. Adesso che ci manda notifiche, lo guardiamo con sospetto.

Non è un caso che, nel mio articolo sui racconti che aiutano a capire l’intelligenza artificiale, abbia provato a fare la stessa operazione: usare la letteratura non per indovinare quali gadget arriveranno, ma per vedere prima i dilemmi umani che quei gadget porteranno con sé.

Da Wells all’Oculus: “L’uovo di cristallo” come realtà virtuale

Si parte con il mammasantissima, H. G. Wells. L’uovo di cristallo, del 1897, è onirico e struggente. Quell’oggetto che permette di affacciarsi altrove mi ha evocato le esperienze di realtà virtuale con Oculus: indossi un visore e la stanza scompare, mentre un altro mondo pretende di essere vero.

La tecnologia è diversissima, ma l’intuizione narrativa è modernissima: ogni interfaccia abbastanza immersiva smette di sembrarci uno strumento e diventa un luogo. È lo stesso passaggio che compiamo con un chatbot quando smettiamo di pensare a un modello statistico e iniziamo a rivolgerci a un “tu”. La fantascienza ci avverte che la presenza percepita può essere più potente della presenza reale.

“Sentinella” di Fredric Brown: una pagina che ribalta il mondo

Il primo racconto che mi ha fatto davvero gridare al capolavoro è Sentinella di Fredric Brown. Era da tempo che volevo recuperarlo. È usato anche nelle scuole medie e capisco perché: in una paginetta costruisce un’allegoria della guerra e poi, con un colpo di scena finale indimenticabile, costringe il lettore a ricalcolare tutto. Appena finito, l’ho riletto. Tre volte.

Brown fa una cosa che dovremmo ricordare anche davanti all’AI: il punto di vista non è la verità. Un sistema può descrivere il mondo in modo coerente e, nello stesso tempo, partire da una prospettiva parziale. Vale per il narratore di un racconto, vale per noi, vale per un modello addestrato su dati umani pieni di omissioni, pregiudizi e categorie invisibili.

Sentinella insegna anche qualcosa sull’allineamento: prima di chiedere a una macchina di difenderci dal “nemico”, sarebbe il caso di definire chi sia il nemico. E soprattutto chi abbia avuto il diritto di definirlo.

Philip K. Dick e l’identità: è lui o non è lui?

Avevo grandi aspettative per Impostore di Philip K. Dick, essendo Peppino una mia ossessione. Al di là di pecore elettriche e svastiche sul sole, avete letto Ubik o Scorrete lacrime, disse il poliziotto?

Impostore è una storia di spionaggio in tempo di guerra intergalattica. Dick gioca, come spesso accade, con il tema dell’identità. Citando Ezio Greggio: «È lui o non è lui?». È umano oppure no? E se il sospetto si insinua nella persona stessa, quale prova può ancora bastare?

Nel 2026 la domanda di Dick è diventata operativa. Una voce può essere clonata, un volto sintetizzato, un messaggio scritto nello stile di un collega. L’AI generativa ci costringe a separare tre cose che prima tendevamo a confondere: ciò che appare autentico, ciò che proviene davvero da una certa persona e ciò che è vero. Non sono sinonimi. L’identità digitale richiede verifiche, provenienza e contesto, non soltanto una faccia familiare su uno schermo.

Asimov aveva già previsto il rischio di delegare il pensiero

Ovviamente non poteva mancare il prolifico e geniale Isaac Asimov, quello che mi fece innamorare della fantascienza con Abissi d’acciaio, una vita fa.

“Nove volte sette”: quando dimentichiamo come si fa

Il delizioso Nove volte sette sarebbe un ottimo supporto per i ragazzi che stanno imparando le moltiplicazioni in colonna. Nel racconto, gli esseri umani hanno disimparato a fare i calcoli perché li affidano alle macchine. Poi qualcuno riscopre l’aritmetica manuale, quasi fosse una tecnologia rivoluzionaria.

È impossibile non collegarlo al dibattito attuale: se deleghiamo tutto a chatbot e agenti, disimpareremo a scrivere? Forse persino a pensare?

La risposta seria non è “sì” o “no”. La ricerca sul cognitive offloading mostra che affidare attività a strumenti esterni è una strategia umana normale. Agenda, calcolatrice e motore di ricerca sono estensioni della memoria. Il problema nasce quando non sappiamo più controllare il risultato o quando cediamo anche la formulazione del problema.

Uno studio Microsoft Research presentato a CHI 2025, basato su 319 knowledge worker e 936 esempi d’uso, ha rilevato un’associazione tra maggiore fiducia nell’AI e minore esercizio dichiarato del pensiero critico. Lo studio non dimostra che l’AI ci renda stupidi, ma indica bene il rischio: più la risposta sembra comoda e autorevole, meno siamo tentati di metterla alla prova.

La lezione di Asimov, allora, non è “vietiamo le calcolatrici”. È: conserviamo la capacità di capire che cosa stiamo delegando. Usiamo l’AI per produrre alternative, criticare una bozza, simulare obiezioni e cercare punti ciechi. Non per saltare direttamente dalla domanda alla firma.

“Consolazione garantita”: il robot maggiordomo e la sciura

Ottimo anche Consolazione garantita, che racconta il rapporto tra una sciura e un robot maggiordomo nel perimetro della Prima legge della robotica.

Qui Asimov anticipa un altro tema attualissimo: l’attaccamento emotivo alle macchine. Se un sistema ci ascolta, ci risponde con gentilezza e ricorda le nostre preferenze, finiamo facilmente per attribuirgli intenzioni, cura e comprensione. Ma simulare empatia non significa provarla. Il robot può migliorare la vita di una persona e insieme modificarne desideri, dipendenze e relazioni. La domanda non è soltanto se la macchina obbedisca alla legge. È chi abbia scritto la legge e con quali interessi.

Domotica, agenti e case che fanno troppo

Nella raccolta compaiono anche domotica avveniristica e ambienti automatizzati. Il Veldt di Ray Bradbury è forse l’esempio più feroce: una casa soddisfa i desideri dei figli fino a trasformarsi in qualcosa di molto diverso da un elettrodomestico. Anche Servocittà di Walter M. Miller Jr. porta all’estremo l’automazione dell’ambiente.

Oggi parleremmo di smart home e agenti AI. Il punto non è che il frigorifero diventerà cattivo. Il punto è la perdita graduale di controllo: più decisioni trasferiamo a un sistema invisibile, più diventa difficile capire chi abbia scelto cosa. Una buona automazione deve restare osservabile, interrompibile e reversibile. Tre parole molto meno sexy di “agente autonomo”, ma decisamente più utili.

“Fiori per Algernon”: non una riduzione, ma il nucleo originario

C’è anche Fiori per Algernon di Daniel Keyes, uno dei libri più belli che abbia letto in vita mia. Una precisazione interessante: il testo incluso nell’antologia è il racconto lungo pubblicato nel 1959, cioè il nucleo originario che Keyes avrebbe poi ampliato nel romanzo del 1966. Non è quindi una riduzione del libro, ma il suo straordinario embrione letterario.

Charlie Gordon porta la discussione sull’intelligenza lontano dai benchmark. Diventare più intelligenti significa automaticamente vivere meglio? Chi decide quale mente debba essere “migliorata”? E che cosa resta della dignità di una persona quando la società la misura soltanto in base alle prestazioni cognitive?

Sono domande perfette per l’epoca dell’AI. Trattiamo spesso i sistemi generativi come protesi cognitive: scrivono, sintetizzano, ricordano, suggeriscono. Ma potenziare una prestazione non equivale a far crescere una persona. Le linee guida UNESCO sull’AI generativa nell’istruzione insistono infatti su un approccio centrato sull’essere umano, sull’autonomia e sul controllo critico. Prima della domanda “quanto migliora il risultato?” viene “che cosa succede a chi impara?”.

Viaggi nel tempo, universi alternativi e attribuzione creativa

Non sono mancate le sorprese. Non conoscevo William Tenn e mi ha stuzzicato La scoperta di Morniel Mathaway, un piccolo gioiello sui paradossi dei viaggi nel tempo. Chi crea davvero un’opera se l’ispirazione arriva dal futuro? È una domanda che oggi potremmo rivolgere ai modelli generativi: da dove arriva una forma, un’idea, uno stile? Quando la cultura diventa materiale di addestramento, la catena dell’influenza si allunga fino quasi a sparire.

H. Beam Piper, in Passò intorno ai cavalli, regala invece un racconto ucronico ambientato all’inizio dell’Ottocento. Gli universi paralleli ci ricordano che il futuro non è una previsione singola. Per questo preferisco usare l’AI anche per costruire scenari alternativi: non per chiederle “che cosa succederà?”, ma “quali futuri sono plausibili e quali decisioni di oggi potrebbero portarci lì?”.

“La settima vittima” e il punto in cui il gioco diventa realtà

Mi ha fatto male leggere La settima vittima di Robert Sheckley, sulla caccia all’uomo. Poche settimane fa, durante un viaggio in Bosnia, ho scoperto la vicenda del cosiddetto “Safari Sarajevo”: l’ipotesi agghiacciante che stranieri, anche italiani, abbiano pagato per sparare ai civili durante l’assedio.

Qui è importante distinguere la testimonianza dalla sentenza: non si tratta di un fatto già accertato in ogni dettaglio. Nel 2025 la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta e nel 2026 è stato identificato il primo indagato, come ha riferito Reuters. Le accuse restano oggetto di indagine.

Il collegamento con Sheckley rimane disturbante. La violenza trasformata in procedura, punteggio e intrattenimento non appartiene soltanto alla distopia. Gli algoritmi possono aumentare questa distanza morale quando convertono persone in bersagli, profili, probabilità o icone su uno schermo. L’efficienza non è mai una giustificazione etica.

Perché “Le meraviglie del possibile” parla ancora all’epoca dell’AI

Tra le pagine si incontrano A. E. van Vogt, quello di Non-A; Ray Bradbury, autore dell’imprescindibile Fahrenheit 451; Richard Matheson di Io sono leggenda; Robert Heinlein di Starship Troopers; Arthur C. Clarke di 2001: Odissea nello spazio. Viaggi nel tempo e robotica, alieni e distopie, religione e case intelligenti.

Il valore di questi racconti non sta nell’aver previsto correttamente i dispositivi. Sta nell’aver anticipato le frizioni:

  • delega cognitiva contro autonomia;
  • comodità contro controllo;
  • identità percepita contro autenticità;
  • automazione contro responsabilità;
  • intelligenza contro dignità;
  • punto di vista contro verità.

È questo che la buona fantascienza sa fare meglio di tanti report sul futuro. Non dice soltanto quali macchine costruiremo. Ci mostra quali esseri umani potremmo diventare dopo averle costruite.

Forse è vero: ora che la realtà supera la fantascienza, la fantascienza fa paura. Ma proprio per questo ci serve. È una palestra di immaginazione critica, una simulazione senza vittime, un modo per provare in anticipo conseguenze che la tecnologia tende a presentarci soltanto dopo l’aggiornamento dei termini di servizio.

Le meraviglie del possibile è un caleidoscopio di stimoli, una battaglia di Guerre stellari concentrata in racconti brevissimi: boom boom, flash, sbam. Ma sotto gli effetti speciali c’è una domanda serissima: che cosa faremo del possibile, adesso che molte di quelle meraviglie sono entrate in casa?

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Qualche tempo fa si è molto parlato del libro “Iperconnessi” della psicologa americana Jean Twenge. Ho aspettato un po’ a leggerlo, per gustarmelo e analizzarlo senza condizionamenti. Ora sono pronto per scriverti che cosa mi ha colpito del libro e quali considerazioni possono essere utili per noi genitori, al netto del fatto che il testo, pieno zeppo di interviste e dati, è totalmente USA-centrico.

Che cos’è la iGeneration?

Ci hanno insegnato che le generazioni sono queste:

  • Baby Boomers: nati tra il 1946 e il 1964
  • Generazione X: nati dalla seconda metà degli anni 60 e i primi anni 80
  • La Generazione Y/Millenial: nati tra il 1980 e il 2000
  • Generazione Z: nati dopo il 2000

E allora che cos’è la iGen, termine inventato dall’autrice in un altro libro del 2006? Secondo l’autrice, che rivoluziona la classificazione appena vista, sono i nati dal 1995 in poi, ragazzi che non hanno esperienza di un mondo senza Internet e che controllano lo smartphone almeno 80 volte al giorno. Non sono mai stati così bene fisicamente, ma anche qualche problema psicologico. Sono quasi un quarto della popolazione americana.

Le otto tendenze della iGeneration

L’autrice, dopo tre anni di interviste e di studio, ha tracciato queste otto tendenze della iGen (tutte con la “i” davanti, come gli iPhone e gli iPod):

  1. immaturità
  2. iperconnessione
  3. incorporeità
  4. instabilità
  5. isolamento
  6. incertezza
  7. indefiinitezza
  8. inclusivita

In particolare gli iGen tendono a prolungare l’infanzia oltre le soglie dell’adolescenza: prendono più tardi la patente, bevono meno alcool (hanno paura delle conseguenze del binge drinking, soprattutto in ottica social) e fano meno sesso; voglio ancora essere protetti dai genitori, hanno una grande avversione ai rischi. Hanno meno relazioni con i pari e usano tantissimo il cellulare: questo porta fragilità emotiva e potenziale infelicità e depressione.

Un TED dell’autrice

L’autrice Twenge ha tenuto uno speech a un TED dal titolo  “iGen: The Smartphone Generation”, che puoi vedere qui:

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Business Community ha recensito La guida calcistica di LinkedIn. Gigi Beltrame ha registrato anche un video per raccontare il mio libro:

Sempre più persone si lamentano del fatto che non riescono a staccarsi dai social network, tant’è che si parla sempre più spesso di dipendenza (o di sindromi come la FOMO). Ho scoperto, leggendo un gran bel libro intitolato “Catturare i clienti (hooked)” che è perfettamente normale: questi servizi, e in particolare le loro interfacce, sono studiate appositamente per influenzare i comportamenti e le abitudini degli utenti, facendo leva sulle loro emozioni. In questo post racconto come ci riescono.

Come fanno i social ad “agganciare” gli utenti?

Nel libro di Nir Eyal, esperto di psicologia del consumatore, si svela qual è la formula magica per agganciare (da “hook”, gancio) gli utenti:

TRIGGER + AZIONE + RICOMPENSA VARIABILE + INVESTIMENTO

Il trigger, o innesco, è l’elemento che aziona il comportamento. I trigger possono essere esterni o interni. Di solito si usano prima i trigger esterni, per esempio un messaggio di posta elettronica o l’icona dell’app sul telefono. Una serie di clic porta a ganci successivi, e gli utenti cominciano a formare associazioni con trigger interni, che si innestano su comportamenti ed emozioni già esistenti. Le persone, per esempio, associano Facebook al bisogno di connessione sociale.

Il trigger porta a un’azione, un comportamento che l’utente fa perché si aspetta una ricompensa. Restando nell’ambito dei social network, il semplice clic su un’immagine interessante che appare nel newsfeed di Facebook porta, per esempio, su Pinterest.

L’azione, come anticipato, deve procurare a una ricompensa. Che però, in questo modello del gancio, deve essere variabile. L’utente non sa esattamente che cosa aspettarsi (contenuti interessanti o noiosi, un selfie dell’amata o i soliti gattini?) e questa imprevedibilità acuisce il desiderio.

Per spiegare il concetto Eyal fa un esempio curioso. Ogni volta che apriamo il frigo si accende una luce: non è per niente eccitante. E se ogni volta che aprissimo il frigo apparisse una leccornia diversa?

Scientificamente parlando, le ricompense variabili sono strumenti perché i livelli di dopamina hanno un picco quando il cervello si aspetta una ricompensa. Basta l’attesa. Ecco perché slot machine e lotterie sono micidiali.

La quarta fase del modello del gancio è quello dell’investimento. L’utente deve compiere un po’ di lavoro: se spende un po’ di tempo ed energie nel servizio online, per esempio in un social (con contenuti, like, follow), sarà più probabile che voglia ripercorrere nuovamente il ciclo del gancio in futuro. Questo si chiama Effetto IKEA.

Il caso Instagram

Instagram è un esempio perfetto di come il modello del gancio funziona. La componente fondamentale del successo di Instagram è quella di far tornare ogni giorno milioni di utenti che bramano qualcosa. Che cosa? Partiamo dall’inizio del ciclo.

I trigger di Instagram sono esterni ed interni: un esempio di quello interno è un consiglio di un amico oppure vedere la app tra le più scaricare dell’App Store, mentre quello interno è l’illusione che solo scattando una foto e postandola sul social si sta vivendo davvero quel momento, e non si perderà il ricordo. Altri trigger sono le notifiche delle attività degli amici. Più si usa l’app più si creano trigger interni.
La ricompensa è variabile: ogni volta che ci si collega non si sa che immagini si troveranno e ogni volta che si posta non si sa quanti like si riceveranno. L’investimento? Seguire gli altri e, soprattutto, continuare a condividere.

Il ciclo del gancio nel mio podcast

Ascolta qui la puntata sul tema da “Genitorialità e tecnologia”:

Ascolta “#49 Perché i social network provocano dipendenza?” su Spreaker.

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Come convincere gli altri, come influenzarne il comportamento? Secondo la neuroscienziata Tali Sharot, autrice dell’interessante “La scienza della persuasione” (Feltrinelli), una delle possibili risposte è questa: con i feedback positivi.

Convincere i medici a lavarsi le mani con i feedback positivi

La media delle persone che rispettano l’igiene delle mani nei centri medici (ma lo stesso vale nel mondo della ristorazione) viaggia intorno al 38%. Agghiacciante!
Come convincere i medici a lavarsi le mani? Non basta la sorveglianza, non basta nemmeno ricordare i danni da mancata igiene. Sharot racconta invece di un esperimento della New York State University del 2008. In un ospedale fu messa una lavagna luminosa: ogni volta che qualcuno si lavava le mani, si dava un’immediata segnalazione dell’avanzare dell’esperimento, un feedback positivo. Il rispetto dell’igiene è passato dal 10% al 90%. Perché il trucco della lavagna luminosa ha funzionato?

Dolore e piacere: bastone e carota

Bentham scrisse:

La natura ha posto il genere umano sotto il dominio di due supremi padroni: il dolore e il piacere. Spetta ad essi soltanto indicare quel che dovremmo fare, come anche determinare quel che faremo.

Il piacere – un’emozione positiva – si può ottenere da una varietà di stimoli e situazioni, come ricompense materiali, affetto, riconoscimento, ammirazione, speranza. Siamo motivati altrettanto a evitare il dolore, sia fisico che emotivo. Cerchiamo di sfuggire alla malattia, ai prepotenti che ci opprimono; vogliamo evitare la perdita di una persona cara e di qualsiasi cosa possediamo.

Quando cerchiamo di spingere altri ad agire, quindi, spesso offriamo una ricompensa o minacciamo una perdita: il classico gioco “bastone e carota”. Promettere al dipendente una promozione se resta a lavorare di più è una carota. Minacciare il figlio di una punizione se non finisce i compiti è un bastone.

Nel caso citato dei medici, invece di usare un bastone (per esempio le statistiche sui decessi causati da infezioni in sala operatoria) si è scelta una strategia positiva. Tra l’altro, non c’è bisogno di continuare a usare feedback positivi, perché i comportamenti virtuosi presto diventano abitudini.

Avvicinamento ed evitamento: Go e no go

Tali Sharot scrive, a proposito di piacere e dolore:

La legge dell’avvicinamento e dell’evitamento dice che ci avviciniamo alle persone, agli oggetti e agli eventi che pensiamo ci facciano bene ed evitiamo quelli che ci possono fare male. Compiamo azioni che ci portano più vicini a un pezzo di torta, a una persona cara o a una promozione e ci teniamo a distanza da qualcosa a cui siamo allergici, da una relazione negativa o un progetto fallimentare.

Semplice: ci muoviamo verso il piacere e ci allontaniamo dal dolore. Di solito è una tattica efficace. In alcuni casi, però, per avere quello che vogliamo devi allontanartene. Caso tipico: lasci un partner dubbioso affinché capisca quanto ti ama.

Il nostro cervello è fatto in modo tale che l’aspettativa di una ricompensa non solo innesca il movimento di avvicinamento, ma è più probabile che in generale produca un’azione. Il timore di una perdita è più probabile che generi inazione. Ecco perché il feedback positivo ha funzionato per il personale medico che non voleva lavarsi le mani, piuttosto che il tentativo di instillare il timore di una malattia. Siamo fatti in modo che l’aspettativa di “cosa buone” spinga all’azione (GO) e quella di “cose negative” induca a stare fermi (NO GO).

Se vuoi che qualcuno agisca rapidamente, prometti una ricompensa che generi un’aspettativa di piacere. Funziona molto meglio che minacciare una punizione, che genera un’aspettativa di dolore. Se vuoi motivare il team a lavorare di più, dai un riconoscimento settimanale per il dipendente più produttivo. Se vuoi convincere il tuo bambino a mettere in ordine la camera, innesca la reazione Go del cervello: non minacciarlo di proibirgli il dolcetto, ma spiegagli che potrebbe trovare il giocattolo tanto amato, e da qualche tempo disperso, sotto a quel casino. A tua figlia che non vuole mettere il cappotto, non dirle che si ammalerà ma falle immaginare quanto starà bene con quel capo addosso. A tuo figlio che non vuole studiare non dire che sarà un disoccupato ma digli che, se si impegnerà, troverà un bel lavoro. E ancora: per convincere qualcuno a continuare ad andare in palestra non devi fargli notare la pancia che cresce o i pericoli di disturbi cardiaci: fagli i complimenti per i risultati dopo i primi giorni di sforzi. Al contrario, quindi, se vuoi che qualcuno NON faccia qualcosa (NO GO), allora conviene minacciare conseguenze negative per provocare l’immediata paralisi.

Il libro della Sharot

Il libro “La scienza della persuasione” racconta moltissimi esperimenti e approfondisce tanti altri temi, come il potere delle storie, delle emozioni, della curiosità e dell’influenza sociale. Puoi acquistare il libro direttamente su Amazon:

Bassa risoluzione, libretto Einaudi di Massimo Mantellini, è un testo in bassa risoluzione.

Prima di parlarti del volume, però, fammi fare una premessa. In ogni corso che faccio, soprattutto quello sul social media marketing o LinkedIn, affermo che siamo nell’era di Tripadvisor e che si può recensire di tutto: anche le persone. Figuriamoci i prodotti culturali. Predico bene ma una volta ho razzolato male: mi sono trovato in una libreria e ho acquistato, d’impulso (mai più), il testo in oggetto. In ogni caso non avrei trovato nulla, il testo è in vendita da pochi giorni. Avrei dovuto quindi aspettare ed evitare di essere, per una volta, un early adopter.

Chiariamo: il libretto è se vuoi anche interessante, ben scritto. Peccato però che sul tema della bassa risoluzione, ovvero sul fatto che Internet ci faccia perdere la profondità in tutti i campi (informazione, cultura, relazioni e così via), avevo già letto, anni fa, un altro testo. Questo molto più completo e interessante (e che Mantellini non cita nemmeno, l’avrà letto?). Si trattava di “Good enough society” di Paolo Magrassi. Così ne parlavo nel mio “Non mi piace”, il contromanuale di Facebook:

“Viviamo nella “good-enough society”, l’era del buono quanto basta: non serve la qualità ottimale del CD, basta l’MP3; non consultiamo le enciclopedie, tanto c’è Wikipedia; telefonate con audio perfetto? Il VOIP di Skype è più che sufficiente”.

Mantellini, ottimo giornalista informatico che scoprii tanti anni fa seguendo Punto Informatico, cita nel libro alcuni esempi di bassa risoluzione, di “buono quanto basta” direbbe Magrassi. Parla di musica, per esempio: tema a me caro perché l’ho studiato e raccontato in “Musica liquida”. Ma la storia di MP3 e streaming è liquidata (scusa il gioco di parole) in pochissime frasi. Poi parla di selfie, film in prima visione piratati, notizie su Facebook e finisce con l’elencare altri esempi per nulla tecnologici: dalle cucine IKEA alle pareti di compensato (!), dalla free press ai voli low cost. A proposito di low cost, tra parentesi, se vuoi leggere invece una bella inchiesta sul tema, c’è sempre il buon vecchio “Italia low cost” (ne parlai in TV, qualche anno fa: vedi qui).

Insomma, il testo di Mantellini, infarcito anche di buone citazioni, non pretendeva di essere esaustivo, ma mi ha deluso ugualmente. Forse, come dicevo all’inizio, è solo coerente: un libro sulla superficialità non poteva essere anche utile.

“Metti via quel cellulare”, libro di meno di 200 pagine pubblicato nel 2017 da Mondadori, lo ammetto, mi incuriosiva ma ero scettico: temevo che la lettura mi facesse perdere tempo. Invece ho letto volentieri il testo che il giornalista del Corriere della Sera ha scritto con i due figli (una liceale e uno studente di Scienze Politiche), pur con qualche perplessità, e ho individuato tre motivi per cui vale la pena leggerlo.

  1. Nei miei corsi racconto che i più grandi esperti di tecnologia e genitorialità, per esempio Alberto Pellai, suggeriscono di non proibire la tecnologia, ma di usarla in famiglia, trasformarla in un momento di condivisione (c’è chi suggerisce di organizzare dei “tech talk”). È per questo che ho creato il corso sulla navigazione familiare. Nel libro di Cazzullo questa logica del confronto è alla base del testo. Si tratta di un ping-pong di opinioni, un confronto costruttivo tra generazioni.
  2. Il libro dimostra che, come sempre, bisognerebbe andare oltre gli stereotipi. In particolare per quanto riguarda i due giovani, Millennial o della generazione successiva, è godibile leggere il loro punto di vista e, in alcuni casi, il ribaltare alcune concezioni errate. Per fare solo un esempio, quando li si accusa di perdersi dietro agli youtuber, ridimensionano le varie Sofia Viscardi e soci, ma soprattutto rispondono che gente come Gianluca Vacchi (il cinquantenne di buona famiglia diventato un influencer a colpi di tatuaggi e balletti sui social) non è certo roba loro. Sospetto che il gioco di Cazzullo sia questo: in alcuni passaggi fare la parte del bigotto per fornire una serie di assist ai figli.
  3. Vi si leggono alcuni spunti interessanti, Cazzullo è una buona penna. Me ne sono appuntati alcuni:
  • Non parlate attraverso il cellulare. Parlate al cellulare
  • Il telefono e la Rete sono il più grande rincoglionimento della storia dell’umanità
  • Avete presente quando si rallenta in macchina perché nell’altra corsia c’è un incidente? Internet è l’incidente.
  • Si fotografa in continuazione per sottrarre momenti all’oblio
  • On-line non vengono premiati i migliori, ma i più bravi nelle pubbliche relazioni
  • Un floppy disk è infinitamente più vecchio della stele di Rosetta

Insomma, il libro è godibile e merita una lettura. Per i genitori come me, ma anche per i ragazzi.

Se vuoi leggere altri articoli sul tema “Genitorialità e tecnologia”, vai su “Genitori tech“.

“Ogni battaglia è vinta prima di essere combattuta”: questa citazione di Sun Tzu tiene a battesimo il nuovissimo libro (Presuasione) di Robert Cialdini, autore di quel “Le armi della persuasione” che cito in ogni mio corso, anche quando non c’entra nulla, e che fa parte del mio Pantheon personale (l’ho anche inserito nell’elenco dei libri che mi hanno cambiato la vita).
Il testo, edito da Giunti, racconta, in pratica, come si manovra l’influenza. Quali sono le azioni preliminari da fare per indirizzare la comunicazione, per fare in modo che l’interlocutore sia ben predisposto. Cito 10 cose che ho imparato da questa intrigante lettura.

1

Il contesto influenza le nostre scelte. Se in un negozio di vini ascoltiamo una canzone francese, siamo inconsciamente portati a comprare una bottiglia di nettare d’Oltralpe. Persino i numeri possono influenzarci: ci aspettiamo un risultato migliore da un atleta che indossa un numero più alto. Anche una foto, per esempio quella di un maratoneta che taglia il traguardo, può favorire il rendimento sul lavoro. L’intero contesto in cui ci muoviamo ci condiziona: se lavoriamo in una sala riunioni detta “acquario”, e vediamo le persone destinatarie del progetto, faremo un lavoro più in target.

2

La partita si gioca sull’attenzione. Seguiamo un consiglio non se è quello che riteniamo più giusto, ma se arriva al momento giusto, quando occupava la posizione più favorevole ai fini dell’attenzione.

Tra l’altro l’attenzione può essere focalizzata: i chiromanti hanno successo perché, grazie alla strategia della verifica positiva, si tende a cercare solo episodi e ricordi che confermino quanto detto (sei una persona flessibile, sei una persona inflessibile), escludendo tutto il resto. Nei sondaggi, se ci chiedono se siamo soddisfatti o insoddisfatti, i risultati cambiano perché siamo condizionati dalla domanda. Per questo gli adepti di una setta di chiedono se sei infelice.

Per assicurarsi vantaggi dell’attenzione canalizzata, il fattore chiave è mantenere fisso il centro focale: basta coinvolgere le persone nella valutazione di una particolare organizzazione per indurle ad apprezzarla di più. Una tattica sempre più impiegata da vari operatori è quella di chiedere un giudizio sui loro prodotti e servizi, ma solo su questi!

3

Come si attira l’attenzione? Con la paura e il sesso, soprattutto. I pubblicitari, da questo punto di vista, la sanno lunga. Eppure non sempre le pubblicità funzionano: bisognerebbe valutare il contesto dello spot, per esempio il film o la trasmissione nei quali sono inseriti. Dal punto di vista evoluzionistico, di fronte alla paura si vuole stare in gruppo, mentre lo stimolo erotico spinge lontano dalla folla; se si vuole puntare sull’omologazione, bisogna lavorare in un contesto di stimoli violenti o spaventosi (un film horror); se invece l’obiettivo è sottolineare l’esclusività, va benissimo un film sentimentale.

4

Il rischio è quello di prendere delle scorciatoie. Scegliere è faticoso, per questo si può abbreviare il processo optando per la prima opzione praticabile, per quella che ha più aspetti positivi (ma solo numericamente) oppure ci si concentra solo sugli aspetti positivi trascurando quelli negativi. Questa tendenza ha un nome: satisficing (“satisfy”= soddisfazione + “suffice” =sufficienza). Qualcuno la chiama filosofia del buono quanto basta (good enough society): perché ascoltare la musica in alta definizione se posso scaricare un MP3?

Chi deve persuadere, sa sfruttare queste debolezze.

5

Sempre a proposito di attenzione, il potente effetto di un cambiamento rapido delle circostanze ambientali influisce sulla nostra capacità di concentrazione. Anche qui ci sono motivazioni evoluzionistiche. In passato un movimento repentino poteva rappresentare un pericolo o una preda da catturare.
Perché passando da una stanza all’altra non ci ricordiamo più che cosa dovevamo fare? Attraversare la soglia ci fa dimenticare l’intenzione che ci ha condotti lì, e il brusco cambiamento di ambiente intorno a noi ha dirottato l’attenzione, distogliendola dallo scopo prefisso, cancellandolo della memoria. Il cambiamento suscita nel cervello una risposta di orientamento indirizzata allo spunto più efficace, ancor prima di percepirlo.

Nei film il montaggio ha la stessa importanza delle riprese: si usa il montaggio per indurre le persone a spostare l’attenzione su quelle parti del messaggio ritenute fondamentali. Trucchetto: nei video ogni tanto cambiate inquadratura, o fare un lieve zoom. Per altri canali, come documenti o mail, basta far leva su un elemento distintivo di un prodotto che attiri l’attenzione.

6

Oltre ad attirare l’attenzione verso lo stimolo, ai fini della persuasione è importante mantenerla. Certi tipi di informazione sono capaci di combinare la trazione iniziale con la durata: per esempio i riferimenti personali, irresistibili. Se condividiamo la foto di gruppo, ognuno guarderà prima se stesso.

Quando una persona riceve un’informazione destinata a sé, la comunicazione sarà più efficace. Pensate alle lattine di Coca Cola con stampati sopra i nomi più comuni. Ma vale anche se l’interlocutore ha qualcosa in comune con noi, per esempio lo stesso nome o la stessa data di nascita, lo vediamo come affine e abbassiamo le difese.

7

Come insegna l’effetto Zeigarnik, ricordiamo tutto di un compito finché non è terminato. Quando si attende esito di qualcosa a cui si tiene molto non si riesce a pensare ad altro. Questo risponde a un bisogno umano: quello della chiusuracognitiva. Ecco perché in narrativa funzionano bene i cliffhanger: la narrazione si conclude con una interruzione brusca in corrispondenza di un colpo di scena. Vedi, per esempio, il “Codice Da Vinci” di Dan Brown.

Un espediente per una narrazione efficace è quello di sfruttare il mistero, gli enigmi, come in un libro giallo. Con questa sequenza:

1 porre enigma;

2 approfondire il mistero;

3 aprire strada a soluzione esatta, presentando e confutando spiegazioni alternative;

4 fornire l’indizio per la soluzione esatta;

5 risolvere l’enigma;

6 dedurre le conseguenze per il fenomeno studiato.

8

È fondamentale anche il ruolo dell’associazione. Del resto, pensare è fare dei collegamenti. Si può usare il linguaggio per indirizzare l’attenzione e per persuadere, per esempio le parole che alludono al successo – come vincere, raggiungere, avere successo, padronanza – migliorano il livello di prestazioni e impegno.

Da questo punto di vista le metafore sono fenomenali. Per esempio, in politica, se siamo alle prese con il problema della criminalità, possiamo descriverlo come una “bestia feroce”, se vogliamo spingere politiche di tolleranza zero (mettere in gabbia) oppure come un “virus”, se vogliamo intervenire sul contesto ed eliminare le cause che ne favoriscono la diffusione (disoccupazione, scarsa istruzione, povertà).

I venditori conoscono bene il potere delle metafore. Nel libro si cita il caso di Ben Feldman, il più grande venditore di assicurazioni, che era un maestro della metafora: “la gente non muore, ma abbandona il campo”.

Le metafore funzionando nell’innescare le associazioni anche senza usare le parole. Per esempio i CV stampati su cartoncino pesante ricevono una valutazione più positiva. Oppure chi tiene in mano qualcosa di caldo, come una tazza di caffè, si dimostra più cordiale e fiducioso verso gli altri.

Allo stesso modo occorre evitare le associazioni negative: ai venditori di auto di seconda mano si sconsiglia di usare la parola “usato”, che dà l’idea di usura; piuttosto possono parlare di “precedenti proprietari”, espressione che rimanda al concetto di possesso.

Nelle offerte commerciali bisognerebbe evitare le parole “prezzo” e “costo”, associate a perdita finanziarie, ma occorrerebbe parlare di “acquisto” o “investimento”, legate al concetto di “guadagno”.

9

Il facile funziona. Ci piace l’idea di afferrare una idea senza sforzo. Anche le poesie funzionano di più se sono in rima: non solo perché più “musicali”, le consideriamo anche qualitativamente migliori. Per questo riscontriamo maggior simpatia verso chi ha un nome facile da ricordare, o per aziende che hanno un nome facile (in borsa hanno più successo).

10

Ultima considerazione: la presuasione può essere anche rivolta a sé. Per esempio il meccanismo del se/allora quando, che permette di imporre dei trigger mentali che inducono dei comportamenti, costringendo la nostra psiche a rilevare l’opportunità. Questo può funzionare, per esempio, in una dieta. Ci possiamo dire: “Se a fine pranzo il cameriere mi chiede se voglio il dolce, allora prendo una tisana”. Questo permette di autocondizionarci, come se fossimo i cani di Pavlov.

 

Nel libro Cialdini spiega molte altre cose, non ultimo come evitare di cadere in questi tranelli. Se vuoi leggere altre mie recensioni, fai clic qui.

Se vuoi comprare il libro di Cialdini, lo trovi su Amazon: