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Da qualche anno, grazie all’esplosione del Web 2.0, si parla di personal branding o self branding. Eppure il concetto di “fare pubblicità a sé stessi” è ormai consolidato da alcuni decenni! Prova ne sia il libretto “Come fare pubblicità a sé stessi”, appunto, di Maxwell Sackheim, datato addirittura 1978.

Sackheim, guru americano della pubblicità, ha espresso in questo piccolo volume (91 pagine, edito da Lupetti) cinque principi cardine del vendere sé stessi (detto così sembra che siamo tutti delle escort, ma rende l’idea). Eccoli:

1) Conoscere la propria “merce”. Dobbiamo analizzarci come se fossimo un prodotto per conoscere punti di forza e di debolezza, come in un’ideale SWOT. Quando tengo i corsi per cercare lavoro online spesso chiedo ai corsisti: “Che cosa hai fatto nella tua vita?” e “Cosa vorresti fare?”; la risposta è spesso un laconico “Un po’ tutto” se non un terrificante “non saprei”. Sackheim dice anche un’altra cosa sacrosanta: bisogna piacersi, altrimenti come possiamo venderci? Tutto parte dall’autostima: per questo, a volte, ad alcune persone che cercano lavoro consiglio di fare sport.

2) Attirare positivamente l’attenzione. Il ragionamento più convincente del mondo non può nulla se non trova nessuno ad ascoltarlo. Sackheim parla di vestiti, modo di parlare; qui bisogna raddrizzare il tiro, entrare nell’era del Web: quindi io ci metterei l’uso strategico del personal blogging e dei social media.

3) Mantenere vivo l’interesse. Solo con argomenti interessanti potremmo tener viva l’attenzione del possibile “compratore”. Direi qui che possiamo benissimo parlare di storytelling. Se, come dice Christopher Vogler, tutte le storie del mondo sono una storia sola – quella del viaggio dell’eroe – perché non possiamo usare questo principio per elevarci a eroi della nostra storia? Per esempio, come tutti gli eroi, abbiamo anche affrontato – e superato! – momenti di difficoltà: perché tacere del fallimento dell’azienda e del periodo di disoccupazione, se raccontato bene?

4) Bisogna saper essere convincenti. Chi ascolta deve crede a ciò che diciamo. Non basta quindi dire tante cose, bisogna anche essere autorevoli. Per questo, aggiungo io, occorre studiare, studiare, studiare per diventare autorevoli nel proprio settore. Solo dopo aver letto, bisogna anche scrivere (un libro o un eBook? Perché no: in Italia nessuno legge ma tutti voglio scrivere, forse perché è appunto uno dei pochi modi per dimostrarsi autorevoli).

5) Call to action. In verità Sackheim parla di “indurre all’azione”, ma io l’ho tradotto in linguaggio Web. Tutta l’opera di comunicazione e pubblicità non serve a nulla se il destinatario non compie un’azione. Così come tutto il traffico che possiamo generare su un sito Web, magari portandoci gente dai social, non serve a nulla se poi le persone non comprano dall’e-commerce, non si iscrivono a una newsletter, non lasciano i propri dati per essere contattati. Allo stesso modo tutto quello che facciamo deve “creare un’atmosfera propizia per indurre all’azione, ossia per raggiungere un accordo”, dice Sackheim.

Se facciamo tutte queste cose, conclude l’autore, saremo in quel 15% di persone che spicca dalla massa perché non fa parte né del 70% che appartiene alla media generale o, peggio, a quell’altro 15% sotto la media.

Riassumo tutto in questo video:

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Il tema “nativi digitali e tecnologia” mi è molto caro, per lavoro e in quanto genitore (seppure le mie bimbe siano piccole). Anche se, apro e chiudo parentesi, sulla questione “nativi digitali”, sulle competenze dei ragazzi che non sanno nemmeno cosa sia una mail, ci sarebbe da discutere. Ragazzi, preadolescenti e adolescenti, vivono lo smartphone come una protesi, e i problemi sono all’ordine del giorno. Anche se spesso mi chiamano nelle scuole per “alfabetizzare” e prevenire, a volte invece la frittata è già stata fatta. Episodi di sexting, adescamento, cyberbullismo, dipendenza da pornografia online si stanno diffondendo anche nelle secondarie di primo grado: le medie, per intenderci. Sì, a undici anni hanno tutti lo smartphone e sì, a quell’età sono tutti su (almeno) un social o usano un sistema di messaggistica (per me WhatsApp è un social). Anche se, a dirla tutta, non potrebbero usare quegli strumenti: quanti di voi sapevano che l’età minima per l’uso dei social è 13 anni ma di WhatsApp 16?

Fatta questa lunga introduzione, vengo al punto: era tempo che cercavo il libro “definitivo” sul tema “educazione sessuale nell’era di Internet”. Finalmente l’ho trovato, e lo consiglio davvero, di cuore, a tutti: si chiama “Tutto troppo presto” (De Agostini) ed è stato scritto da Alberto Pellai, terapeuta dell’età evolutiva (suggerisco anche di seguire il suo blog www.tuttotroppopresto.it). È un libro molto interessante, chiarissimo, pieno di casi di studio; si trovano persino delle tracce di conversazioni da fare con i propri figli sul tema, magari dopo aver visto uno dei film o dei video suggeriti alla fine di ogni capitolo. Un testo anche molto pratico, quindi.

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I temi trattati sono diversi e tutti caldissimi. Ma quello che più mi interessa in questa sede è il sexting. Di che cosa parliamo, che cos’è il sexting? La definizione è grosso modo questa: nata dalla crasi delle parole inglesi sex e texting, la parola indica “l’atto di condividere messaggi, foto o video a contenuto social più o meno esplicito, prodotti attraverso cellulare, computer, tablet, palmari e scambiati via chat, social network e programmi di messaggistica istantanea”. Di solito il meccanismo è questo: lui e lei si mettono insieme. A tredici/quattordici anni sembrano vivere la storia della vita, che dura… un mese. Lui chiede a lei delle foto osé. Lei decide di mandarle perché si fida e perché, in alcuni casi (come fa notare Pellai), si tratta di un surrogato del sesso, a volta una palestra per misurarsi con l’immagine del proprio corpo sessuato. Lei lascia lui, e lui si vendica inviando le immagini ad amici, alla classe (se i video sono a sfondo sessuale, si parla di “revenge porn”). Oppure lui condivide le immagini con gli amici per vantarsi. A lei crolla il mondo, con conseguenza psicologiche e sociali devastanti; in alcuni casi si è arrivati al tentativo di suicidio.

Detto cos’è il sexting, come prevenirlo? La ricetta di Pellai è sempre la stessa per tutti questi fenomeni: bisogna parlare con i ragazzi. Nel caso specifico bisogna fargli capire che il sexting è un autogol (l’immagine che lascia lo smartphone è persa, non se ne avrà mai più il controllo), rovinerà la reputazione anche per il futuro e, cosa che sottovalutano tutti i ragazzi, può avere conseguenze penali. Proprio così: possedere immagini a sfondo sessuale di minorenni può esporre al rischio di un procedimento penale, secondo la legge contro gli abusi sui minori e la pedopornografia. Se le immagini vengono distribuire all’insaputa del soggetto ritratto o ripreso, il reato si aggrava: non si parla più solo di detenzione, ma anche di distribuzione.

Insomma, Pellai suggerisce di parlare apertamente con i ragazzi di sexting, del perché i giovani lo fanno: anche solo attirare l’attenzione, mettersi in mostra, manifestare interesse per – o fiducia in – qualcuno. Ma soprattutto occorre spiegare bene come comportarsi se ci si trova in una situazione del genere: occorre sempre confessarlo a un adulto, genitore o insegnate, qualcuno di cui ci si fidi.

Prima ho accennato al fatto che Pellai suggerisce di vedere con i ragazzi dei film o video, e di parlarne con loro. In merito al sexting indica questo filmato, Exposed, distribuito gratuitamente su YouTube (in inglese ma con i sottotitoli in italiano):

Questo articolo è stato di ispirazione per una puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia”, che puoi ascoltare direttamente qui:
Ascolta “1×03 Sexting: 10 cose che devi sapere” su Spreaker.

Se vuoi organizzare un corso sui pericoli della Rete nella tua scuola, associazione, Comune o biblioteca, scrivimi:

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Grazie a ClasseWeb, la mia società di formazione che si occupa prevalentemente dei temi della genitorialità in relazione alla tecnologia, mi capita spesso di andare a parlare nelle scuole, di tenere workshop per genitori e figli. E spesso i papà e le mamme mi chiedono se esiste un buon libro che parli di bambini e tecnologia. Eccolo: si chiama “I nuovi bambini” (è del 2014), l’autore è Paolo Ferri (autore della prefazione del nostro “Navigazione familiare”).

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Paolo Ferri, docente di tecnologie didattiche e teoria e tecnica dei nuovi media presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Milano Bicocca, ha scritto un testo su “come educare i figli all’uso della tecnologia, senza diffidenze e paure”, come recita il sottotitolo del testo edito da Bur. Proprio perché è un docente e tratta questi temi per lavoro, Ferri ha un approccio scientifico, né da apocalittico (come diversi genitori che incontro) né da integrato, o meglio tecno-entusiasta (come spesso sono io). Però è anche un papà, e racconta la sua esperienza diretta di padre di un nativo digitale, di un membro della cosiddetta “generazione app”.

Il libro, di circa 200 pagine, spiega innanzitutto come bambini e ragazzi usino un approccio alla tecnologia completamente diverso da quello di noi “immigranti digitali”, “esseri gutemberghiani”: quello per “prove ed errori” (learning by doing, si dice); non usano manuali, usano la tecnologia e basta. Anche da molto piccoli: sempre più spesso hanno in mano gli smartphone a sette, otto anni. I genitori che sono spaventati dai nativi digitali hanno la tentazione di proibire la tecnologia: sarebbe un grave errore, sostiene Ferri. Occorre invece un approccio diverso: bisogna affiancare i ragazzi mentre usano smartphone e tablet, stabilire delle regole, creare un clima di fiducia. Certo, occorre proteggerli, anche grazie alla tecnologia: vedi i sistemi di parental control. Ma in ogni caso, come scrive l’autore in uno degli utili suggerimenti che si trovano alla fine dei capitoli, “Cercate di far diventare parte del lessico familiare anche la porzione online della vita dei vostri figli e valutare insieme a loro l’estetica, la giocabilità, il contenuto e le caratteristiche, per esempio, dei videogiochi”. Ma anche dei social network, sempre più diffusi anche prima del limite consentito di 13 anni.

 

Per acquistare il libro:

Tempo fa lessi il libro “Neuro Web Design” di Susan M. Weinschenk e ne rimasi affascinato: spiegava come usare alcune teorie psicologiche, per non dire “tare” umane, per far funzionare i siti Web, per aumentare i risultati, per vendere di più.
Il libro “Design diabolico” di Chris Nodder fa la stessa cosa, ma in modo sistematico e più completo. Usa il pretesto dei peccati capitali (superbia, invidia, lussuria, gola, accidia, ira e avarizia) per mostrare come i più celebri studi di psicologia sociale o sociologia possano aiutare ogni Web master.
Qualche esempio? Si può usare la “dissonanza cognitiva” (fumo anche se so che mi fa male, allora mi giustifico perché anche il mio medico fuma) per vendere, o meglio per annullare i conflitti con i prodotti, sfruttando recensioni positive altrui (approvazione sociale), testimonial, promesse di vantaggi e così via. Oppure si può usare la gamification (come nella patente a punti) e il rinforzo parziale per fidelizzare (ogni tanto qualche ricompensa), le linee del desiderio per mettere in evidenza quel che si vuole e nascondere quel che non conviene, la pigrizia per far passare delle opzioni di default, l’avversione alla perdita per spingere un’offerta (come fa Groupon), la reciprocità per farsi dare dei dati a fronte di un dono (eBook gratis per la lead generation), la tecnica della porta in faccia per far sì che dopo un rifiuto ci sia un’adesione, l’esclusività per vendere un abbonamento Premium (come fa LinkedIn), l’ancoraggio per far scegliere l’opzione da piazzare e tanto altro ancora.
Quasi trecento pagine ricche di ricerche e trucchi. Il rischio è quello di diventare manipolatori? No, il rischio è maggiore per chi non lo legge: per conoscere gli utenti Web bisogna entrare nella loro testa.

Lo trovi su Amazon

Mi occupo di formazione e ho letto diversi saggi e manuali sull’argomento. Per esempio, per dirne uno, mi è piaciuto molto “Presentation zen” di Garr Reynolds. Ultimamente ho letto anche “L’arte di presentare”, pubblicato da Edizioni Fag.
Scritto da un designer di presentazioni (Michele Gotuzzo) e da un’esperta di esperienza d’uso dei sistemi digitali (Francesca Tassistro), il libro è una miniera di suggerimenti utilissimi per la realizzazione di presentazioni efficaci: dalla progettazione al design, dallo storytelling al parlare in pubblico, dalla comunicazione visiva ai talk show.
Proprio così: talk show!
Per gli autori una presentazione è uno show, con le sue regole e i suoi tempi, con le trovate ad effetto e le uscite memorabili. Più volte, nel corso del libro, tra le tante case history (tipo Steve Jobs che presenta il primo iPhone o il baby-prodigio Dalton Sherman), ne viene citata una in particolare. Quella che, appunto, viene definita la “migliore presentazione del mondo”.

Si tratta di una TED conference (TED Global 2008) tenuta dalla neuroanatomista Jill Bolte Taylor dal titolo “Il mio ictus ideale” (dove racconta della sua malattia in modo molto coinvolgente). La potete vedere, in versione integrale e sottotitolata in italiano, a questo indirizzo. E qui:

Anche secondo voi è la migliore di tutte? Quali sono le vostre preferite?

Potete acquistare “L’arte di presentare” su Amazon:

Potete acquistare anche “Presentation Zen” su Amazon:

Il libro “Io digitale” (Ledizioni) è un piccolo e prezioso volume che dà tante di quelle informazioni e spunti di riflessione che lo leggi in due ore, ma poi ci pensi per giorni. Perché fa riflettere su talmente tanti aspetti della vita online che non sai più come raccapezzarti.

Dopo averlo letto inizi a rimuginare sulle informazioni che lasci, o non lasci, su social e Web; su come gli algoritmi, per esempio quello che sta alla base di Google, condizionino la tua vita; su come la ricerca di un lavoro possa essere compromessa da quello che hai fatto online; su come Internet e i social network possano rovinare o comunque condizionare la vita di una persona, anzi di un bambino, adolescente, giovane, uomo.

Il libro parla di identità digitale, intesa come “impronta personale” – quella con cui volente o nolente ciascuno si trova a fare i conti nel contesto digitale, anche in modo molto approfondito. Si arriva a trattare di deep Web, diritto all’oblio digitale, testamento digitale, vetrinizzazione sociale, digital reputation e personal branding. Lo si fa in modo competente ma soprattutto con punti di vista diversi, perché diversi sono i background dei tre autori.

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Nel percorso di studi che mi ha portato alla messa a punto del corso sul personal branding, mi sono imbattuto in diversi libri: alcuni utili, altri pieni di fuffa (e la fuffa, in campo personal branding, è sopra la media). Uno, però, sebbene a rischio “americanata” (con la storia trita e ritrita dei fallimenti e del successo) e un po’ datato (2012), mi sento di consigliarlo: si chiama “Teniamoci in contatto. La vita come impresa” di Reid Hoffman e Ben Casnocha (edito da Egea).

Prima di tutto vale la pena leggere quello che scrive Hoffman per il suo curriculum: tra le altre cose ha fondato LinkedIn (scusate se è poco…). Secondo, perché il concetto di base del libro – vivere la propria carriera come una start-up – fornisce un punto di vista interessante. Anche i singoli spunti lo sono. Per esempio, quando parla delle tre tessere del puzzle che segnano la direzione verso il successo, dice che

“La direzione migliore prevede che tu insegua ispirazioni meritorie, sfruttando i tuoi asset, mentre navighi attraverso la realtà del mercato. Il tutto finalizzato ad avere un vantaggio competitivo”.

Frase pomposa che nasconde però dei concetti chiave. Per iniziare, quali sono i propri asset? Si distingue tra soft – sapere, relazioni, reputazione, personal branding – e hard – contanti, azioni, beni materiali. Per aspirazioni e valori si intendono i desideri, le idee, la visione del futuro: sono importanti perché se fai quello che ti piace sei un passo avanti a chi bada solo alla grana. Terza componente, la realtà del mercato: pare lapalissiano dirlo, ma i prodotti vendono se li vuole il pubblico (va bene essere sognatori, ma ci voglio i piedi piantati per terra!).

Altra perla che si trova nel libro: pianifica ma sii flessibile. La pianificazione, raccomandano Hoffman e Casnocha, deve essere di tipo ABZ. Devi avere un piano A, quello principale, e uno B (simile) in caso di fallimento del primo. Ma devi sempre avere anche un piano Z, che non c’entra (quasi) nulla con i primi due, come soluzione di riserva. Ci sono sempre “punti di flesso” (per dirla con Andy Grove, fondatore di Intel) che mandano all’aria i tuoi piani (come un negozio di generi vari che vede aprire nel proprio quartiere un superstore). Nel mio caso, per esempio, ho smesso di fare il giornalista professionista perché è saltata la mia azienda storica (VNU Business Publications), anzi un intero mercato (editoria informatica cartacea bla bla). Meno male che avevo, da tempo, un piano B (social media specialist e formatore). Ma mi tengo ben stretto anche il piano Z (la start-up ClasseWeb).

Chiaramente dal fondatore di LinkedIn ci si aspetta che punti forte sullerelazioni professionali, sulla rete: del resto che ha tradotto “The start-up of you”, il titolo originale, in “Teniamoci in contatto” (anche se l’effetto è quello di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” tradotto come “Se mi lasci ti cancello”) voleva sottolineare proprio questo. Il libro tratta abbondantemente delnetworking, distinguendo i “buoni” (costruttori di relazioni) dai “cattivi” (gli approfittatori). I buoni sono empatici, pensano prima di tutto a che cosa possono dare (aggiungo io: del resto siamo nella sharing economy). Quelli bravi si divertono a fare networking, sanno coltivare il gruppo degli alleati professionali ma anche i cosiddetti “legami deboli” (deboli ma che spesso servono per trovare lavoro); sempre considerando che, secondo il numero di Dunbar, si riesce a mantenere contemporaneamente rapporti con 150 persone. Alleati e legami deboli sono collegamenti di primo grado: i bravi networker sanno gestire anche quelli di secondo e terzo grado, sanno farsi presentare da collegamenti di primo grado per raggiungerli. Tutto questo tenendo sempre ben presente che i network migliori non sono quelli con più collegamenti; sono quellicoesi e variegati. E che si coltivano costantemente (la butto lì: bisogna fare anche un lavoro di “intelligence”).

Insomma, non si tratta di uno dei soliti libri motivazionali all’americana (roba tipo “leader di te stesso” o simili), anche se ovviamente si fa un gran parlare di Silicon Valley e a un certo punto spunta il quaterback. Ci sono diverse idee e molti spunti pratici: per esempio in fondo a ogni capitolo ci sono indicazioni su cosa fare nei prossimi giorni (tipo: “Nelle prossime 24 ore rileggi la tua agenda degli ultimi sei mesi e identifica le cinque persone con cui hai passato più tempo – sei contento dell’influenza che esercitano su di te?”). Certo, ci sono anche suggerimenti controversi (tipo: “Stabilisci una giornata sì, di’ sì tutto il giorno e osserva la serendipity che scaturisce”…), ma tutto sommato a me paiono 19,90 euro ben spesi.

Qui gli autori parlano del libro:

Qui, invece, potete comprare il libro, anche in formato Kindle:

Dopo essermi occupato per diverso tempo di Social Media B2C, da qualche tempo mi occupo prevalentemente di Social Media B2B. Che differenza c’è? “Social Media Business To Consumer” vuol dire gestire pagine che parlano direttamente al cliente finale (la pagina Facebook di un ristorante, il profilo Twitter di un hotel, il canale YouTube di un professionista) mentre il “Social Media Business To Business” si occupa di profili che si rivolgono ad altre aziende o professionisti. Lo scenario cambia completamente: cambiano i temi, cambiano i toni, cambiano gli scopi. Se un tempo si parlava solo di Social Media B2C, ora invece l’uso dei social per fare, per esempio, lead generation (in soldoni: trovare nuovi clienti) sta letteralmente esplodendo.

Questo testo, scritto da due guru del settore (Bodnar, per esempio, lavora presso HubSpot: quelli, per intenderci, che hanno inventato l’espressione “inbound marketing“), parte con un concetto molto forte: i social media sono più adatti al B2B che al B2C. Boom! I motivi sono diversi, ne cito un paio. Primo perché il target è noto e profilato e, secondo, perché i contenuti sono molti e di qualità. Partendo da questo presupposto gli autori mostrano quali sono gli strumenti per fare lead generation (non solo social, ma anche il Web con le landing page) e quali le best practice. Molte le dritte, alcune davvero preziose: per esempio come fare reach building, come si calcola il ROI (ritorno dell’investimento) dei social media e quali caratteristiche devono avere eBook e Webinar per diventare veri contenuti “conversori”.

 

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L’arte dei social media – Guy Kawasaki

Spesso mi chiedono (e mi chiedo) che lavoro faccio. Quando facevo il giornalista, era facile da spiegare. Ora che mi occupo di social media per una nuova social media agency (EffettoDomino) non è facile far capire a chi non si occupa di social network professionalmente che… no, non basta buttare qualche bella foto su Facebook o twittare con l’hashtag giusto. Fare il social media manager, come spiega questo libro di Guy Kawasaki (Hoepli), vuol dire avere una strategia, programmare, usare i tool giusti, seguire le fonti migliori, creare contenuti interessanti e, perché no, potenzialmente virali.
Guy usa gli stessi strumenti che usiamo anche noi di EffettoDomino tutti i giorni: da Hootsuite a Buffer e IFTTT (strumenti di automazione), da Social Mention a Social Bro (strumenti di monitoring), da SlideShare (per condividere le presentazioni) a Canva (tool per la creazione di immagini con template, azienda dove lavora Guy), da Storify (tool per fare curation), da Likealyzer (per analizzare pagine Facebook di cui non si è amministratore) a fino agli spreadsheet condivisi su Google Doc per i calendari editoriali e altro.
Nel libro, di livello base e quindi utile per chi social media manager professionista non è, si trovano dritte di ogni sorta: dalle liste di Twitter alle comunità di Google+, dal numero ideale di post da pubblicare in un giorno a come monitorare i commenti (e rispondervi senza fare danni), da come integrare social media e blogging a come si crea una mailing list con MailChimp, dalle dritte su come aumentare il numero di follower a come rendere social ogni tipo di evento (e mandarlo in streaming).

Per comprendere il tono del libro, abbiamo selezionato alcune citazioni interessanti:

“La mia teoria è molto semplice: se sui social non rompi le scatole agli altri, vuol dire che non li usi nel modo giusto.”

“Non c’è nulla da fare: sui social media è la sintesi ad avere la meglio sulla prolissità.”

“Ti consigliamo di aggiungere sempre due o tre hashtag ai post. Se ne usi di più, passerai per l’#idiota che vuole #sfruttareilsistema per i propri interessi.”

“Se condividi contenuti per la sola gioia di aiutare gli altri, rimarrai sorpreso dalla quantità di bontà e reciprocità che riceverai.”

“È un dato di fatto che pagare per promuovere i post su Pinterest, Facebook e Twitter funziona. È infatti un modo per garantirsi che i propri post siano letti da un maggior numero di lettori. Facebook, in particolare, è sempre più una piattaforma ‘pay to play’.”

“Ricorda: ABC (Always Be Curious) e sperimenta tu stesso per scoprire cosa funziona meglio per le tue esigenze.”

“A nostro giudizio, la SEO (Ottimizzazione per motori di ricerca) è in buona parte una grande sciocchezza, se si parla di social […] Non ascoltare questi presunti maghi della SEO e pensa solo a creare, curare e condividere grandi contenuti. È la cosiddetta SMO: Social Media Optimization.”

“Giacché gli altri ti osservano, sforzati di conservare un tono positivo e gradevole nelle tue risposte, anche di fronte a commenti banali, irritanti o provocatori.” (Alla Gianni Morandi, aggiungo io…: vedi Rispondere agli insulti come farebbe Gianni Morandi)

“Segui le regole della boxe amatoriale e combatti tre soli round. La campanella d’inizio incontro è la pubblicazione del primo post. Round 1: il commentatore manifesta la sua opinione. Round 2: tu rispondi. Round 3: il commentatore esprime un giudizio sulla risposta. Fine del match”.

“La gran parte delle aziende non usa i social media per aumentare la visibilità e il valore degli eventi. Al contrario, si dedicano solo alle promozioni prima dell’evento mirate ad attrarre visitatori, e durante l’evento non fanno pressoché nulla per sfruttare le grandi potenzialità offerte dai social media.”

“Suggerire agli altri cosa condividere non è solo sintomo di insipienza: ne è il manifesto.”

Chiudo con… “La definizione di ‘guru dei social media’ è davvero un ossimoro perché nessuno sa davvero come funziona questo mondo.”

Insomma, un libro interessante che gli addetti ai lavori possono usare per un (piacevole) ripasso.

 

PS: Post pubblicato anche sul blog ufficiale di EffettoDomino a questo indirizzo.

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Dopo il marketing relazionale, emozionale, esperienziale, virale, conversazionale, non convenzionale e tribale… Dopo lo smarketing, il demarketing, l’unmarketing, il murketing, il buzz e il guerrilla… Si sentiva il bisogno di un’altra etichetta, serviva anche il “marketing esistenziale”?
La risposta è: (tendenzialmente) sì. Quello che fa il libro di Stefano Gnasso e Paolo Iabichino è spiegare che, morte le grandi narrazioni del Novecento, ora sono le aziende a dover creare “esperienze dotate di senso, capaci di colmare il vuoto esistenziale o quanto meno tentare di ridurlo”.
Il libro, interessante e ben scritto, spiega molto bene che cosa sta accadendo. Non sono qui certo per riassumerlo: leggetelo!
Qui vorrei prendere solo uno spunto del testo e proporvelo. Da tempo, infatti, tutte le volte che tengo un corso sui social network, quando parlo del Web 2.0 e spiego che cos’è UGC, lo “user generated content”, mi chiedo quanto potrà andare avanti questa storia. Per quanto tempo ancora le aziende potranno coinvolgere gli utenti per avere contenuti (e trucchetti per l’engagement) a costo praticamente zero? Per quanto riusciranno a coinvolgere la gente, voi-noi, facendo produrre foto, video, storie, tweet prima che loro-noi, ci si stanchi? Proprio nel libro “Existential Marketing” ho trovato materiale su cui riflettere. Vi si legge:

“Ci siamo fatti prendere la mano dal cosiddetto user-generated content. Se nell’epoca dei mass media a nessuno potevano essere negati quindici minuti di celebrità, la profezia attribuita a Warhol e risintonizzata sui giorni di YouTube fa diventare megabyte i minuti, cosicché ogni individuo può aspirare (almeno) a 15 mega di spazio nel mare magnum della Rete. Dev’essere proprio questo che hanno pensato i primi direttori marketing alle prese con Internet perché, a un certo punto, non c’era progetto digitale che non contemplasse il contributo degli user.
A questi poveri utenti è stato chiesto di mandare video, fotografie, commenti in 140 caratteri, cortometraggi e business plan per improbabili startup. Non era il talento a interessare, ma una serie di contenuti a basso costo per popolare siti Internet, pagine Facebook e canali YouTube. Finché il giochino si è rotto e anche il fenomeno dello user-generated content è evaporato come neve al sole, insieme ai fenomeni virali fini a se stessi, agli entusiasmi per il guerrilla marketing e per i flash mob prestati alla pubblicità, una contraddizione in termini, quest’ultima, che per fortuna si è ridimensionata quasi istantaneamente”.

Detto questo, ribadisco: se siete rimasti al marketing che considera il cliente un target e non un interlocutore cui raccontare storie e da coinvolgere direttamente, vi conviene leggere “Existential Marketing” (il sottotitolo spiega molto: “I consumatori comprano, gli individui scelgono”).

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