Supremacy di Parmy Olson: la mia recensione

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Avatar di Gianluigi Bonanomi con il libro Supremacy di Parmy Olson, edizione italiana Garzanti

Supremacy di Parmy Olson è una buona porta d’ingresso nella guerra dell’intelligenza artificiale, ma chi segue già il settore dovrà attraversare parecchie storie note. La mia recensione parte da qui: un libro che mi ha irritato per la retorica, divertito per i retroscena e lasciato alcuni pezzi utili per ricostruire il puzzle del potere nell’AI.

Appena ho iniziato a leggere Supremacy, della giornalista tech britannica Parmy Olson, ho pensato che aggiungesse poco al dibattito in corso. OpenAI contro Google. Sam Altman contro Demis Hassabis. L’umanità da salvare, possibilmente prima che la salvi il concorrente.

Poi, andando avanti, ho trovato ragioni per continuare. Non tutte riguardano la tecnologia. Alcune riguardano l’inesauribile capacità dei suoi protagonisti di prendersi tremendamente sul serio.

Supremacy di Parmy Olson: di che cosa parla

Il libro ricostruisce la corsa di OpenAI e DeepMind e la rivalità fra due dei loro cofondatori: Sam Altman e Demis Hassabis. Lo presento così perché nessuno dei due ha costruito la propria azienda da solo, anche se la narrazione dei grandi innovatori tende a far sparire il resto della squadra.

L’edizione italiana è Supremacy. L’AI, ChatGPT e la sfida che cambierà il mondo, pubblicata da Garzanti: 336 pagine, ISBN 9788811017592. L’originale è del 2024, anno in cui ha vinto il Financial Times and Schroders Business Book of the Year Award. Un riconoscimento importante, che naturalmente non obbliga a innamorarsene.

Altman e Hassabis: due biografie, una sola ossessione

Da una parte c’è Altman: il ragazzo gay nell’America provinciale e conservatrice degli anni Novanta, poi lo startupper scafato e controverso. Dall’altra parte dell’oceano c’è Hassabis: scacchista, sviluppatore di videogiochi, cofondatore di DeepMind, poi acquisita da Google.

Olson racconta anche che Musk avrebbe definito Hassabis «l’Hitler dell’AI». L’episodio è riportato nella recensione del Times come aneddoto del libro: va letto con questa attribuzione, non come una dichiarazione pubblica registrata. Il bue che dà del cornuto all’asino, versione Silicon Valley. Diciamo che la sobrietà non sembra il requisito d’ingresso.

La contrapposizione funziona. Il rischio, per me, è che la storia collettiva dell’intelligenza artificiale finisca per assomigliare a un duello fra protagonisti da serie televisiva. Dietro ci sono ricercatori, infrastrutture, investitori e decisioni aziendali. Tutta roba meno fotogenica di un fondatore tormentato.

Un libro del 2024 letto nell’epoca di GPT-6 Astra

Leggere oggi un libro del 2024 sull’AI produce un certo straniamento. Mentre sfogli le pagine, fuori è già arrivata un’altra generazione di modelli. L’annuncio ufficiale di GPT-6 Astra, per esempio, insiste sulle capacità di usare computer e browser e svolgere attività professionali complesse.

Questo rende alcuni passaggi inevitabilmente datati. Attenzione, però: l’arrivo di un modello più capace non equivale, da solo, alla dimostrazione che l’AGI sia stata raggiunta. Per valutare un’affermazione del genere bisogna chiarire quali capacità si stanno misurando, in quali condizioni e con quali limiti. Un risultato su un benchmark non descrive automaticamente ogni forma di intelligenza umana.

La mia prima reazione è stata: “È già invecchiato”. Ripensandoci, la critica va precisata. Un’inchiesta sulle origini di questa competizione non deve fare il lavoro di una newsletter quotidiana. Può perdere freschezza tecnologica e conservare valore nel raccontare chi ha preso certe decisioni e perché.

Salvare l’umanità, rendere il mondo migliore e altre formule che mi stancano

Resta un problema di gusto personale: trovo questo tipo di racconto spesso troppo retorico. Salvare l’umanità. Rendere il mondo un posto migliore. Il genio incompreso. Lo startupper folle. La mitologia del garage. La tentazione di scappare su Marte quando sulla Terra l’AI si metterà di traverso.

È un immaginario che mi satura in fretta. Anche quando l’autrice lo racconta per mostrarne le contraddizioni, continuo a sentire il rumore di fondo di una presentazione agli investitori.

Lo storytelling, in alcuni punti, mi sembra costruito per ottenere una reazione precisa. L’Altman sdraiato sul pavimento per l’ansia mi ha fatto pensare all’incipit di Open di Andre Agassi. Un’associazione da lettore, sia chiaro, non un’accusa di plagio. Quello, per me, resta un capolavoro.

E poi ci sono i riferimenti alla religione, che personalmente trovo irritanti. Qui devo riconoscere una cosa a Olson: il registro messianico non è soltanto una sua scelta narrativa. Nell’intervista a Tech Policy Press spiega di averlo incontrato parlando con persone dell’ambiente. Raccontare quella fede serve anche a metterla sotto esame. Posso trovare pertinente l’analisi e, nello stesso tempo, averne abbastanza dell’ennesima promessa di salvezza.

L’AGI abolirà l’economia. Intanto pago il diesel

Con AGI, artificial general intelligence, si intende in termini generali un’intelligenza artificiale capace di affrontare una gamma ampia di compiti cognitivi, invece di essere specializzata in un solo ambito. La formula “intelligente come un essere umano” è comoda, ma lascia aperte parecchie domande: quale essere umano, in quali attività, con quanta autonomia?

Le promesse raccontate da Olson, invece, sono molto meno timide. Nella stessa intervista l’autrice riferisce aspettative ricorrenti di un’AGI a cinque-dieci anni di distanza. Ricorda inoltre la testimonianza di un ex dirigente su conversazioni fra manager di DeepMind: con l’AGI, ragionavano, l’economia sarebbe stata abolita e raccogliere denaro non sarebbe più stato un problema. Olson precisa che non scherzavano.

Non trasformerei questo racconto in una citazione letterale di Hassabis. Il punto, però, rimane: l’abbondanza viene annunciata con grande sicurezza, mentre i dettagli operativi tendono a restare indietro.

Be’, quei cinque anni sono passati da parecchio. E oggi ho pagato il diesel 2,20 euro al litro.

È il mio rifornimento, non una statistica nazionale. E naturalmente non è un test scientifico sull’AGI. È soltanto il modo più rapido che conosco per misurare la distanza fra l’economia abolita e il distributore sotto casa.

Transformer, Microsoft e la defenestrazione di Altman: qui mi diverto

La storia dei Transformer continua invece ad appassionarmi. Mi diverto con poco, lo so. Nel 2017 il gruppo di ricerca che firma Attention Is All You Need presenta un’architettura basata sull’attenzione, centrale nello sviluppo successivo dei modelli linguistici.

La cosa affascinante è il passaggio dalla ricerca alla competizione industriale: un avanzamento nato nell’orbita di Google diventa parte della base tecnologica su cui anche OpenAI costruisce la famiglia GPT. Non basta inventare un componente fondamentale per controllare tutti gli usi che altri ne faranno.

Mi interessa altrettanto il “patto col diavolo” fra OpenAI e Microsoft. Nel linguaggio dei comunicati, naturalmente, si chiama partnership strategica. L’annuncio del gennaio 2023 parla di un investimento pluriennale e multimiliardario e del ruolo di Azure. La mia espressione è volutamente ironica: il tema concreto è la dipendenza della ricerca da chi può pagare infrastrutture e potenza di calcolo.

Poi arrivano l’uscita degli Amodei e la nascita di Anthropic, le divergenze su come sviluppare l’AI, i conflitti di governance. E la defenestrazione di Altman, documentata nel comunicato di OpenAI del 17 novembre 2023. Anche senza effetti speciali, il materiale drammatico abbonda.

Non a caso la vicenda è finita al cinema: Artificial, diretto da Luca Guadagnino e interpretato da Andrew Garfield, ruota attorno al licenziamento e al ritorno di Altman. Altro che chatbot: qui siamo già al casting.

Che cosa mi lascia questa lettura

Il pezzo più interessante del puzzle, alla fine, è il rapporto fra missione dichiarata e potere reale. Chi finanzia? Chi controlla? Chi può fermare un progetto? E chi decide che cosa significhi “il bene dell’umanità”?

Per me sono domande più utili dell’ennesimo conto alla rovescia verso l’AGI. Sono anche un buon esercizio per chi usa questi strumenti sul lavoro: distinguere capacità osservabili, interessi commerciali e narrazioni. Una precauzione vicina a quella che descrivo parlando di epistemia e illusione di sapere con l’intelligenza artificiale: capire una storia non significa aver verificato tutte le sue promesse.

Un video per ascoltare Parmy Olson

Per approfondire il punto di vista dell’autrice, propongo l’intervista in inglese The race for AI supremacy, with Parmy Olson, pubblicata nell’ottobre 2024. È un complemento alla lettura, da collocare nel contesto di quel periodo.

A chi consiglio Supremacy e dove trovare l’edizione italiana

A chi è a digiuno di queste vicende, Supremacy può offrire una ricostruzione accessibile e coinvolgente. Chi segue l’AI da anni dovrà invece sciropparsi un’altra volta Turing, gli inverni dell’intelligenza artificiale, Oppenheimer, AlphaGo, i bias, Minority Report, Tay e i pappagalli stocastici. Sono riferimenti utili, ma l’effetto “questa la so” è dietro l’angolo.

Lo trovo un testo a tratti ripetitivo e molto concentrato sull’asse Silicon Valley-Londra. Più preciso dire così che semplicemente “americanocentrico”: DeepMind e Hassabis occupano una parte sostanziale della storia, ma il mondo dell’AI è più grande dei protagonisti scelti.

Non è il libro che consiglierei per imparare a usare meglio ChatGPT. È una lettura per capire un po’ meglio le aziende, le persone e gli interessi dietro quegli strumenti. Anche chi conosce già la trama può trovarci qualche altro pezzo del puzzle. Purché sopporti, fra un capitolo e l’altro, qualcuno che vuole salvargli la vita.

L’edizione italiana Garzanti è acquistabile su Amazon: Supremacy di Parmy Olson.

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