Sai che l’età minima per usare Whatsapp è 16 anni?

Mi capita spesso di fare serate con i genitori sui pericoli della Rete e workshop con i ragazzi sull’uso consapevole della tecnologia: in entrambi casi, quando si parla di WhatsApp e di età minima per poterlo usare, c’è molta confusione.

L’età minima sugli altri social network

L’età minima per usare i social network è 13 anni.

Non si tratta di un’età legale che abbia senso in Italia: è imposta dalle aziende americane che erogano i servizi. Fino a qualche tempo fa, però, c’era una discrepanza tra i vari Facebook e Instagram da una parte (13 anni) e WhatsApp dall’altra (16 anni), nonostante siano tutti parte della grande famiglia di Zuckerberg (vedi notizia). Perché WhatsApp non è un social? Tutt’altro: nei gruppi si fa tutto quello che si può fare in qualsiasi social come condividere, commentare, discutere in gruppo e così via. Il motivo era un altro: Whats App richiedeva l’uso di una SIM, che in Italia non può essere intestata a un minore di 15 anni (dai 12 anni se accompagnati da un genitore, vedi per esempio modulo Tim).

L’età minima sul sito di WhatsApp

Dopo un lungo periodo in cui anche per WhatsApp l’età minima era di 13 anni, mi sono accorto che le cose erano cambiate ancora. Mi sono collegato al sito di WhatsApp e ho spulciato nella pagina delle informazioni legali, che trovi qui: www.whatsapp.com/legal/?l=it.

Vi si legge, testualmente:

Requisiti di età. Per usare WhatsApp, è necessario avere almeno 16 anni.

Quindi siamo tornati a 16 anni, con il consenso dei genitori.

In effetti questa è la schermata dove occorre confermare di avere quell’età:

Come far rispettare l’età minima?

Il rispetto della regola è affidato alla buona fede dei ragazzi, che potrebbero mentire (come hanno fatto finora). Oppure tutto è demandato – ripeto – al controllo dei genitori: l’applicazione fa infatti riferimento alla “raccolta del consenso da parte dei genitori” nel caso in cui non si abbia l’età minima per accettare i termini di servizio. In che senso? «Potrebbe fare riferimento all’età minima per stipulare un contratto, che in Italia sono 18 anni, ma mi sembra di difficile applicazione», spiega l’avvocato esperto di digitale Fulvio Sarzana al Corriere della Sera. Possibile che si riferisca alla variazione delle condizioni che sottoporrà agli utenti già registrati, fra i quali ci sono anche under 13, oltre che under 16, chiedendo l’età. Anche in questo caso Sarzana è però scettico: «Non rispetterebbero quanto richiesto, mi sembra una forzatura».

Si può usare WhatApp sotto i 16 anni?

L’età minima per usare WhatApp, come appena visto, è 16 anni. Quindi un ragazzo delle scuole medie (secondaria di primo grado) deve rinunciare allo strumento e perdersi la chat di classe e i gruppi di amici pieni di meme ed emoji?

Non è pensabile, anche perché, stando ai dati  di Telefono Azzurro/Doxa del 2017, tre preadolescenti su quattro (esattamente il 73% degli under 13) comunica abitualmente su WhatsApp.

Quindi? Chi ha fra i 13 e i 15 anni sarà obbligato a esibire il consenso dei genitori per condividere sul social informazioni sensibili e ricevere messaggi pubblicitari personalizzati. Come si fa? Indicando un contatto sul social o un indirizzo email.

Uno spezzone del corso “Navigazione familiare”

Parlo spesso, nei miei corsi, dell’età minima per i usare social e sistemi di messaggistica. Questa è una delle registrazioni di quel momento:

La mia intervista per la radio M2O sul tema dell’età minima per WhatsApp e social

Mi è capitato di affrontare il tema dell’età minima per usare i social e i sistemi di messaggistica anche durante interviste. Questa è l’intervista che mi hanno fatto per la radio M2O:

Il mio podcast

Vuoi approfondire i temi della genitorialità e tecnologia? Ascolta gratuitamente le puntate del mio podcast: troverai idee, pillole, spunti e tante interviste a esperti del settore. Puoi ascoltare tutte le puntate qui:

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Grazie all’“Internet delle cose”, forno e frigo potranno comunicare tra loro. Per sparlare della lavatrice.

Chiamata IoT, Internet of Things, Internet delle Cose o come ti pare, la notizia è che tu, essere umano connesso alla Rete, sarai in minoranza. La gran parte degli oggetti che ci circonda, o che ci stanno addosso, saranno collegati a Internet e tra loro. D’accordo, un vecchio white paper di Cisco aveva toppato: diceva che 50 miliardi di oggetti più o meno intelligenti sarebbero stati connessi già dal 2015. Eppure il trend è chiaro, e lo racconta benissimo un bel libro che ho letto di recente: “Come usare al meglio l’Internet della Cose” (Tecniche Nuove), scritto da Martina Casani – esperta di marketing B2B, cloud, sharing economy e ovviamente IoT – e Marcello Majonchi – esperto IoT di Microsoft.
Il libro è ben scritto, approfondito ma soprattutto riporta un sacco di esempi interessanti. Ne ho scelti 10, per dimostrare che, numeri a parte, l’IoT è già una realtà consolidata.

1. La coda delle mucche è IoT

Moocall è un gadget irlandese che avvisa gli allevatori quando le mucche iniziano il travaglio. Si aggancia alla coda della mucca.

2. La macchina del caffè connessa

Grazie alla piattaforma Plat.One di Abo.Data e alla Cloud Azure di Microsoft si è sviluppata una soluzione che permette di monitorare le macchine del caffè a uso professionale con una serie di vantaggi sotto il profilo della qualità, della manutenzione predittiva e dell’accesso a nuove informazioni di marketing. A questo proposito, è possibile monitorare, a livello mondiale e in tempo reale, il consumo di determinati prodotti in determinate aree geografiche o in determinati orari.

3. Il copri-materasso intelligente

Prodotto di una start-up italiana, Eight è il coprimaterasso “intelligente” che analizza i dati del nostro sonno (temperatura, frequenza respiratoria, battito cardiaco…) e ci rimanda via app i consigli su come dormire meglio.

4. La valigia connessa

Bluesmart è la prima valigia intelligente del mondo: si pesa da sola, conosce la propria posizione, ricarica smartphone e tablet e si sblocca con un’app.

5. Il caschetto che previene gli incidenti sul lavoro

Nel settore ingegneristico, l’azienda O’Rourke ha adottato caschetti intelligenti che controllano la temperatora e la frequenza cardiaca dei portatori così come la temperatura e esterna e l’umidità.

6. Il sofà intelligente

Lift-Bit è un sistema di arredo modulare e riconfigurabile con il movimento delle mani e via app. Sfrutta Internet delle cose per consentire agli sgabelli esagonali imbottiti, che si alzano e si abbassano a comando digitale, di assumere varie forme. Lift-Bit può avere la funzione di poltrona, sedia, divano, chaise longue o letto.

7. Il lampione smart

La startup rumena Flashnet ha sviluppato un sistema che permette di gestire in modo più efficiente l’illuminazione pubblica. Attraverso un modulo connesso a una rete wireless e montato su un lampione, per esempio, il sistema permette di accendere e spegnere la luce o regolarne l’intensità da remoto. Il dispositivo può anche memorizzare una pianificazione automatizzata per l’illuminazione, in modo che non ci siano malfunzionamenti se si interrompe il collegamento wireless.

8. Giacche da sci interattive

Sui capi DKB vi è un sensore che garantisce l’autenticità e dà ai consumatori, tramite app, anche le istruzioni per l’uso e la manutenzione. Tutto questo consente anche di aprire un canale di comunicazione e marketing diretto.

9. Smart wine

Wenda è un dispositivo elettronico che può essere inserito sia sul collo della bottiglia di vino per un monitoraggio uno-a-uno, che posizionato all’interno del pallet, così da controllare una spedizione intera. Ma soprattutto il dispositivo comunica le caratteristiche del vino.

10. Maiali col tag

L’Azienda Agricola Ca’ Lumaco è specializzata nell’allevamento dei suini che vivono allo stato brado, nel bosco, in uno spazio di circa 18 ettari, cibandosi di ghiande e castagne e altri prodotti provenienti da agricolture biologiche. La soluzione tecnologica adottata consente di tracciare i suini all’interno dell’azienda grazie a un tag RFID auricolare, dove è memorizzato un codice che identifica univocamente l’animale. Dall’altro, grazie a un sistema di videocamere installate in sala parto, il sistema si integra a un sistema di videosorveglianza che consente un controllo da remoto dei capi nei vari box. Su un display sinottico l’operatore può verificare in tempo reale la situazione dei capi nel macello, le presenze in sala parto e le altre immagini provenienti dalle videocamere, con un notevole risparmio di tempo e un significativo aumento dell’efficienza generale.

Nel libro di Casani e Majonchi, M&Ms, trovi moltissimi altri esempi, insieme ad analisi, studi, scenario attuale e future o ogni altra implicazione dell’IoT. Puoi acquistare il libro su Amazon:

Il marketing, come qualsiasi disciplina umana, ha delle regole. Discutibili, “deperibili”, forzate se volete, ma delle regole ci sono. Prendete per esempio le 22 immutabili leggi del marketing di Al Ries e Jack Trout: è vero che si tratta di un testo con le rughe, ma alcune verità possono essere riconosciute ancora come attuali. La mia sfida, qui, è quella di applicare alcune di quelle leggi (cinque o sei su 22) alla ricerca del lavoro, come se il prodotto o servizio da piazzare sul mercato fossi tu.

  1. La legge della leadership e della categoria

Questa legge è per molti spiazzante: è preferibile essere i primi e non i migliori. Eppure molti continuano a puntare sulla qualità del prodotto, sul confronto con i competitor, sul benchmarking e non sul posizionamento – parola per me chiave. Per dire: chi si ricorda il nome del secondo aviatore che ha fatto la traversata dell’Atlantico?

Come tradurre questo in campo lavorativo? Se non puoi essere il primo di una categoria, inventatene una nuova in cui diventarlo. Nel 1934 Joseph Lamberth pubblicò il primo libro sul cake design e creò un metodo, che si chiama “metodo Lamberth”.

  1. La legge della focalizzazione 

L’essenza del marketing è restringere la focalizzazione: non puoi rappresentare una cosa specifica se insegui tutto. C’è un vecchio modo di dire inglese che recita: “Jack of all trades and master of none”, che si può tradurre con “esperto di tutto, maestro di niente”. Sempre più persone invece perdono la focalizzazione e disperdono le energie su più fronti, tanto che la studiosa canadese Emilie Wapnick ha coniato il termine “multipotenziale” proprio per indicare una persona con molti interessi e occupazioni creative. È una persona che posta di fronte alla domanda: “Che cosa vuoi fare da grande?”, prova disagio. È una persona che si appassiona per un periodo a una determinata attività, illudendosi per un momento di aver trovato la propria vocazione, fin quando la parabola si consuma e la noia sopraggiunge. Puoi guardare la conferenza Ted di Emilie e questo indirizzo: bit.ly/Wapnick.

  1. Legge del sacrificio

Questa legge si lega alla precedente: bisogna rinunciare a qualcosa per ottenere qualcosa. Il mondo del lavoro, così come quello degli affari, è popolato da grandi generalisti altamente diversificati e piccoli specialisti estremamente focalizzati. Il generalista di solito è debole, la nicchia spesso vince. Parliamo anche di mercato: chi l’ha detto che devi risultare interessante per tutti? Coca-cola stravinceva e allora Pepsi si è concentrata sui giovani: si parlava infatti di Pepsi generation.

  1. La legge della sincerità

Se ammetti una qualità negativa, il cliente potenziale ne riconoscerà una positiva. Ammettere un problema va contro la natura umana e aziendale. Uno dei modi più efficaci per entrare nella testa del cliente potenziale è invece ammettere un fatto negativo e trasformarlo in qualcosa di positivo. Avis, per esempio, era la numero due nel mercato del noleggio auto. L’ha ammesso e ha trasformato questo handicap in un punto di forza: è vero, siamo in numeri due ma proprio per questo ci metteremo ancora più impegno.

 

  1. La legge dell’imprevedibilità.

Non è possibile prevedere il futuro, ma occorre farsi un’idea di quali saranno le tendenze del mercato, in modo da trarre profitto dal cambiamento. Altro errore è pensare che il futuro sarà una replica del presente. La soluzione per gestire l’imprevedibilità? La flessibilità e la formazione continua: lavori che oggi paiono ormai consolidata, come il social media manager e il brand reputation manager, dieci anni fa non esistevano e, chissà, fra dieci anni non esisteranno più.

EXTRA La legge del fallimento. Il fallimento va messo in conto, va accettato. E, all’americana, va visto come un’opportunità.

Puoi acquistare il libro di Al Ries e Jack Trout qui:

Mi occupo di scrittura, e Web writing in particolare, da diversi anni e ho letto sull’argomento tantissimi libri. Ma uno, in particolare, mi ha lasciato secco: “La scrittura ipnotica” di Joe Vitale. L’avevo adocchiato tanto tempo fa, ma l’avevo sempre snobbato per colpa di quell’“ipnotica” nel titolo: aggettivo che mi attirava ma, al tempo stesso, mi faceva pensare a Giucas Casella.


Insomma, temevo fosse un libro-fuffa, come ne ho letti tanti, invece si è rivelato uno dei migliori sul tema.
Tra le tante tematiche trattate – per esempio il metodo di lavoro o alcuni trucchi per indurre nel lettore uno stato di trance (nulla di illegale, anche Agatha Christie usava la scrittura ipnotica) – una delle più rilevanti è, a mio avviso, quella dei titoli. È il titolo che fa decidere al lettore se leggere un pezzo o un post, o al contrario scappare a gambe levate (dovremmo calcolare una specie di “headline bounce rate”, la percentuale di rimbalzo del lettore per nulla incuriosito da un titolo). Pensate al clic-bait, l’uso di titoli sensazionalistici per fare traffico su un sito, oppure al fatto che la maggior parte della gente che condivide un articolo sui social si limita a leggerne solo il titolo (vedi l’esperimento di Science Post che pubblicò un titolo accattivante e un testo fatto del riempitivo loren ipsum: http://www.ilpost.it/2016/06/21/6-persone-su-10-condivideranno-questo-articolo-senza-leggerlo).

Joe Vitale propone diversi titoli vincenti, senza dover necessariamente ricorrere alla tanto abusate liste. Ne ho scelti 10, alla faccia delle liste.

  1. Ai lettori importa solo di sé stessi, non di voi che scrivete. Quindi se un titolo promette un beneficio (credibile) diventa interessante. Esempio: Liberi dal mal di schiena in 20 minuti.
  2. Puntare sul gratis. Acquistare è faticoso, perché il compratore si mette in gioco. Se il prezzo non è più un problema, non proverà il classico rimorso dell’acquirente. Esempio: Un report gratuito spiega come pagare meno tasse.
  3. Porre una domanda intrigante (una domanda aperta, non deve risolversi con un perentorio sì o no), che faccia leva sull’innata curiosità del lettore. Esempio: Commetti anche tu questi errori?
  4. Creare un titolo istruttivo, gli “how to” o “come fare” funzionano sempre (ve lo dice uno che ha scritto per 10 anni le guide “Passo a passo” della rivista Computer Idea). Esempio: Come abituare i vostri figli ad ascoltare.
  5. Sfidare i lettori. Esempio: Quanto siete intelligenti? Rispondete a questo quiz e lo saprete.
  6. Usare la parola “perché”. Un titolo come “Le nostre barche non affondano mai” è scialbo, mentre “Perché le nostre barche non affondano mai” è più intrigante.
  7. Usare nel titolo le parole “io” e “me”. Sebbene nella gran parte dei casi il titolo debba essere “lettore-centrico”, in alcune circostanze metterci la faccia, si fa per dire, può risultare molto efficace. Esempio: “Hanno riso quando mi sono seduto al pianoforte, ma quando ho iniziato a suonare…”
  8. Usare la parola “rivoluzionario”. Ci sono delle parole che accendono qualcosa nella mente del lettore. Esempio: “Il metodo rivoluzionario per sconfiggere la calvizie”.
  9. Usare la domanda “chi altro?” È dare per scontato che la soluzione proposta sia già stata collaudata. Esempio: “Chi altro è riuscito a pagare meno tasse con questo metodo?”
  10. Enfatizzare il beneficio. Questa categoria è la logica evoluzione della numero 1, solo che in questo caso si calca ancora di più la mano sul risultato, sul “guadagno” per il lettore. Esempio: “Smettila di dormire da cane, dormi da re”.

Tengo corsi di Web writing, dove parlo anche dei titoli. Per informazioni sui corsi o per organizzare un corso personalizzato presso la tua azienda/associazione/biblioteca, scrivimi.

Ho iniziato a leggere quasi per caso il libro di Kyosaki “Padre ricco, padre povero”: forse qualcuno l’aveva consigliato online e, per me, dal consiglio convincente al carrello di Amazon il passo è breve (sono una vittima del Neuro Web Marketing, ma almeno ne sono consapevole). Sfoglio le prime pagine del testo e trovo questa frase:

“La casa è un bene passivo e se è la casa il tuo più grande investimento, sei nei guai”

Che colpo! Ma come? Un investimento così importante, costato così tanti sacrifici, viene considerato un problema? Leggo con sempre maggior avidità il libro, che tra l’altro è scritto molto bene. Non si tratta di un manuale o saggio tradizionale, ma della storia dello “svezzamento finanziario” di un ragazzino delle Hawaii. Da una parte ha un padre naturale che, pur ricoprendo un buon ruolo nel mondo accademico e prendendo un buono stipendio, non ha mai un soldo e non risparmia nulla. Dall’altra parte c’è il padre di un suo amico, un imprenditore che gli insegna alcuni concetti elementari di finanza personale. Concetti che – incredibile a dirsi – nessuno insegna. Nessuno me li ha mai insegnati, dannazione!

Volete degli esempi? Beh, dice Kiyosaki, tutti siamo protagonisti della corsa del topo; io preferisco la metafora del criceto nella ruota: studiamo per il posto fisso, lavoriamo per avere uno stipendio sempre più alto e, a ogni aumento, ci sommergiamo di nuove spese. Continuiamo ad accumulare passività: come il mutuo, le rate della macchina e del divano, gli abbonamenti a questo e quello. Mentre dovremmo pensare, il prima possibile, a puntare (anche) sulle attività, per avere delle rendite: per esempio investimenti immobiliari, titoli, fondi, royalties e così via (tutto quello che non richiede un intervento diretto, un lavoro).

Sono due prospettive completamente diverse. Scrive l’autore: “Da ragazzino il mio padre istruito mi esortava a trovare un lavoro sicuro. Il mio papà ricco invece mi spronava a trattare e comprare nell’ambito e nei settori che più amavo”. Non tutti sono speculatori o sufficientemente audaci da buttarsi in investimenti di rischio; è anche vero che il libro non invita necessariamente a diventare spietati immobiliaristi. Una cosa è certa: avere coscienza di come vanno le cose – avere una cultura finanziaria – dovrebbe essere un obbligo per tutti. È per questo che, per la prima volta su questo sito, recensisco – e suggerisco caldamente – la lettura di un libro che con l’hi-tech non c’entra nulla… [fino a un certo punto, pensandoci bene: sapete che esistono app di personal finance che permettono di risparmiare e investire con un tap da smartphone?]

 

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Spesso la parte più importante della bufala on-line, dopo il titolo (il 70% degli utenti di Facebook legge solo il titolo di quello che condivide), è la fotografia. Peccato che a volte sia falsa, ritoccata o rubata. Ecco una serie di strumenti per scoprirlo.

Quando una foto non ci convince, la prima cosa da fare è cercarla su Google. Trovare un’immagine partendo da una ricerca testuale è un gioco da ragazzi. Più difficile fare il contrario. Google permette di scoprire, foto alla mano, da dove viene. Basta “uploadare” (caricare online) l’immagine, o segnalarne l’URL se l’abbiamo trovata online, su http://images.google.com (o www.google.it/imghp), usando il comando “Ricerca tramite immagine”, rappresentato dall’icona di una macchina fotografica. Dopo il caricamento, Google restituisce l’elenco delle immagini trovate, anche con risoluzione e dimensione diverse. Segnala anche le immagini simili.

È possibile automatizzare questa operazione utilizzando delle estensioni del browser. Nel caso di Chrome, il browser di Google, possiamo usare “Search by Image (by Google)”, che troviamo su Chrome Store. Per Firefox è disponibile il componente aggiuntivo “Google Search by Image”.

Esempi d’uso della ricerca inversa di Google

Per fare un esempio, sarebbe bastata una ricerca inversa per dimostrare che la seguente foto, associata alle rivolte catalane, in realtà era stata ritoccata, con l’aggiunta della bandiera:

Altro caso del 2021: sui social circola l’immagine di una BMW sommersa dall’acqua durante le inondazioni in Germania: si nota, sul lunotto posteriore, la scritta “Fuck you Greta”.

Non sembra vero di poter farsi beffa di un negazionista del surriscaldamento globale. Peccato che, anche in questo caso, bastasse una ricerca inversa per imbattersi in un tweet che dimostrava la manipolazione:

Anche Il Post ha dedicato un articolo a questo caso: La foto dell’auto tedesca con l’adesivo “Fuck You Greta” è falsa.

Lo strumento della ricerca inversa, tra parentesi, è utilissimo anche per scoprire se la ragazza francese tanto carina che ci sta chiedendo l’amicizia su Facebook è quello che dice di essere. Basta verificare da dove viene la foto usata per il profilo: quasi certo un sito di vendita di foto in stock o, peggio, da un sito di escort on-line.

L’ex presidente del consiglio Conte avrebbe dovuto usare questo strumento…:

Le alterative RevEye e TinEye

RevEye, plug-in di Google Chrome, fa la stessa cosa, con la differenza che consente cercare anche nei database di TinEye (motore di immagini che tra l’altro permette la ricerca inversa), Yandex, Baidu e Bing.

Lo strumento per professionisti: Fotoforensics

Un strumento utile ma complesso, perché dedicato ai professionisti, è Fotoforensics: restituisce informazioni sul file quali Digest (le caratteristiche tecniche della foto, per esempio dimensione e informazioni sui colori RGB), ELA (analisi del livello di errore: se l’immagine non è omogenea è a rischio manomissione), JPEG % (qualità dell’immagine) e Metadata (la carta d’identità di un file: nelle immagini ritoccate i file sono riscritti). Per vedere un esempio d’uso di questo tool, aprite l’immagine che si trova a questo indirizzo: http://imgur.com/gallery/eibEB; viene evidenziato chiaramente che una foto di Obama è stata alterata.

Il controllo dei metadata

Sempre a proposito di controllo dei metadata, detto che spesso è sufficiente spulciare tra le proprietà del file con un colpo di tasto destro in Windows, suggeriamo l’utilizzo dello strumento Jeffrey’s Exif Viewer: anche in questo caso possiamo scoprire tutta una serie di dati tecnici relativi allo scatto, come l’ora, la qualità, le impostazioni della macchina fotografica, la marca e altro ancora. In particolare, rispetto agli altri strumenti della stessa categoria, Jeffrey’s Exif Viewer si contraddistingue per essere in grado di mostrarci i dati EXIF per praticamente tutti i formati di file; l’immagine da passare ai raggi X può essere caricata dal PC oppure possiamo semplicemente indicarne l’URL, se è già on-line. È inoltre possibile usare un bookmarklet, una specie di scorciatoia da mettere nei preferiti del browser, in modo da avere questo strumento sempre a portata di clic.

A caccia di fake con l’iPhone

Se la foto è stata scattata con un iPhone, per accedere ai metadati delle immagini possiamo scaricare una app chiamata Photo Investigator (Investigatore Foto nella versione italiana), che può essere scaricata gratuitamente da App Store. L’app permette di accedere a tutti i metadati disponibili: ora, luogo, fotocamera usata, ma non solo: nella versione a pagamento consente anche di rimuovere o modificare i dati GPS della foto, didascalia e marca temporale (Esiste anche un blog che spiega il funzionamento di Foto Investigator: www.photoinvestigator.co); rivela anche se una foto è stata modificata e con quale app. Esiste anche una app simile per le foto scattate con Android: si chiama Photo Exif Editor.

Un approfondimento: come sconfiggere le fake news con la tecnologia?

NOTA: Questo testo fa parte del libro Manuale per difendersi dalla post-verità, scritto a otto mani con Pilla, Dolce e Giacomello ed edito da Ledizioni. Il volume, inserito nella mia collana “Fai da tech“, parla di bufale online. In particolare ho curato la parte su come riconoscere le news false su Internet e sui social e un’intervista a Ermes Maiolica (che potete leggere qui). Per acquistare l’eBook, fate clic sul link qui sotto:

“Volkswagen.Italia regala 800.000 auto per San Valentino”: peccato per quel punto tra Volkswagen e Italia. “Umberto Eco voterà sì al referendum costituzionale”: peccato che l’intellettuale, buonanima, non sia più tra noi dal febbraio 2016 mentre il referendum si è tenuto dieci mesi dopo. Sono solo alcuni degli exploit di Ermes Maiolica (sotto, nella foto), ormai unanimemente considerato il bufalaro numero uno in Italia (ma lui si definisce “l’ultimo dei situazionisti”). Trentatreenne, operaio di Terni, lo abbiamo contattato per fargli tre semplici domande.

Ermes, perché crei le bufale online?

“Innanzi tutto non è molto importante il perché, ma il come. Il perché potrei anche inventarmelo, invece il come è oggettivo. Solo capendo il come si potranno prendere provvedimenti, cosa che invece non capiscono Pitruzzella e Grillo, che puntano su un organo di controllo o una sorta di giuria popolare per smascherare le bufale.

Ultimamente si registra un’isteria di massa sulla parola ‘post-verità’, soprattutto da parte delle istituzioni. Perché non si capacitano del fatto che le informazioni non siano più gestite da TV, giornali o siti ufficiali, ma da testate goliardiche e siti fantasma. Mi spiego meglio: una bufala che funziona non ha bisogno di canali ufficiali di divulgazione. Anzi, funziona meglio se viene dal basso. Basta un profilo Facebook, anche con pochi amici. Nel giro di qualche ora una bufala è in grado di diventare la notizia più letta del Paese. Giustamente il Potere si sente minacciato da tutto questo; chi detiene l’informazione controlla le masse: questo si traduce in potere”.

Come hai iniziato?

“Ho iniziato per gioco. Il mio hobby è quello di fare stampe su magliette, così mi consigliarono di iscrivermi a Facebook (questa la pagina Facebook di ErmeX T-Shirt, ndr). Ci ho messo poco a capire che Facebook è un luogo di sfogo e narcisismo, così ho iniziato a prendere in giro la gente (in gergo ‘trollare’, ndr) nei gruppi, postando false citazioni dei politici. Tutti ci cascavano! Ricevevo migliaia di commenti indignati e questo mi faceva ridere. Il massimo era quando le citazioni fasulle finivano nei siti ‘seri’ di controinformazione, divenendo presto virali. Da lì ho iniziato a farmi delle domande, cercando di capire il meccanismo, e lo sto perfezionando. Ora la cosa è letteralmente esplosa…”

Qui parliamo non tanto di come si creano, ma di come disinnescare le bufale: tu come ti difendi da quelle altrui?

“Nella maggior parte dei casi le bufale sono talmente banali che basta davvero poco: l’analisi del link del provenienza spesso dice tutto. La cosa più importante, ci tengo a dirlo, è non interagire: non commentare, non condividere. La bufala non nasce con l’idea dell’autore, ma con la propagazione.”

Questa intervista è stata realizzata per il libro “Manuale per difendersi dalla post-verità“. Il libro – che ho scritto a otto mani con Pilla, Dolce e Giacomello – è inserito nella mia collana “Fai da tech” ed è disponibile sia in formato cartaceo che in eBook. Potete acquistarlo su Amazon:

All’università feci un esame di scienza della politica (per alcuni un ossimoro…), dove scoprii l’acqua calda: i politici vedono gli elettori come clienti, il prodotto che vendono dovrebbe essere il loro programma ma in realtà vendono sé stessi, l’elettorato è un insieme di numeri distribuiti su una curva gaussiana e così via.
Tutte queste cose le ho ritrovate nel libro “Presidente da vendere”: si tratta di un’intervista di Domenico Pasquariello a Jacques Séguéla, vera e propria leggenda della comunicazione politica: basti pensare che, come ampiamente testimoniato nel testo, su venti campagne presidenziali ne ha vinte 19.

Da buon pubblicitario, quando Séguéla parla, spara claim. Ho deciso di appuntare tutte le chicche trovate nel testo e le ripropongo, in rigoroso ordine sparso, qui di seguito.

L’uomo politico è una marca.

Non esistono buone interviste, solo buoni intervistatori.

Il denaro non ha idee. Ma solo le idee producono denaro.

Il XIX è stato il secolo dei mercanti. Il XX di industriali e banchieri. Questo è per creativi e visionari, e si parla di “Rivoluzione infostriale”.

Il consumo è un sistema di vasi comunicanti. Una delle branche è il desiderio, l’altra la fiducia.

La coscienza politica è la prima coscienza dell’uomo.

Elezione è seduzione.

Nessuno vince un’elezione. È l’avversario che la perde.

Giornalista una volta, giornalista per sempre.

La vita è un percorso predeterminato, che si decide tra infanzia e adolescenza.

Esiste un punto mediano di comunicazione: al di là degli intellettualismi, tutti hanno le stesse reazioni di fronte alla vita e alla morte.

L’istinto è animale, l’intuito è umano.

Bisogna pensare per immagini, non più parole. Le parole devono essere al servizio dell’immagine.

Occorre liberare il consumatore dal senso di colpa: la pubblicità ha trasformato l’atto di acquisto in atto culturale.

La moda diventa propria moda a seconda delle marche che uno sceglie. La combinazione dei marchi acquistati è personale ed esprime la propria creatività.

Che cosa differenzia un oggetto da un uomo? La parola

La comunicazione è ormai indissociabile dall’esercizio del potere.

“Calunniate, calunniate, qualcosa resterà” (cit. Francis Bacon)

 La società della comunicazione è diventata la società di conversazione. Non si parla più di società di massa ma di persone. Quindi la comunicazione diventa personale. Ogni cittadino è un medium: basta dargliene i mezzi.

“Prossimità” è la nuova parola d’ordine.

Il terzo millennio sarà femminile. Uomo dà morte, guerra. Donna dà la vita, parto.

Ogni atto di consumo è sessuale. Vi è il piacere nell’acquisto. Senso di potere e soddisfazione. La stessa cosa vale per il voto.

La debolezza della sinistra, prima di essere degli uomini e delle idee, è la debolezza della comunicazione.

La vecchiaia è il culto dell’egoismo.

Postpubblicità: Nike rinuncia allo slogan Just do it e lascia solo il simbolo.

Non più martellamento con uno slogan, ma vibrazione. Energia di auto-trasmissione (passaparola).

L’Idea lascia alla storia lo scettro della persuasione: ora vale solo lo Storytelling.

Ma ogni internauta può deformare il messaggio, perché è di fatto comproprietario del messaggio. Ognuno da destinatario diventa emittente.

La comunicazione è sorprendere. Chiedo a un banchiere che cos’è la neve quando si scioglie? Lui risponde: diventa acqua. Per me la neve che si scoglie diventa primavera.

La buona pubblicità è quella che tocca la pancia, non la testa.

Nell’era dell’immagine non avere il look del proprio elettorato è una tara insormontabile.

Solo la sostanza conta, ma è la forma quello che passa.

Il Titanic l’hanno costruito dei professionisti, l’arca di Noè dei dilettanti.

Ogni elezione è una drammatizzazione.

Si vota per il futuro, non per il passato. Nell’urna non esiste gratitudine. Per questo il cambiamento è l’arma fatale di ogni lotta politica.

Il voto è sociologico, non politico. Si sceglie col cuore e non con la ragione.

Sono sempre gli indecisi a decidere un’elezione.

Si vota per lo straordinario, non per l’ordinario. Una campagna è uno spettacolo.

Si vota per un vincitore, non per un perdente.

Non bisogna essere il candidato che si vede di più. Ma quello che si vede meglio.

Si vota per un valore. Non per un’immagine.

 

 

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[Articolo pubblicato sulla rivista e sul sito di Giovani Genitori]

L’Italia è al primo posto in Europa per diffusione di telefoni cellulari e i bambini lo usano in età precocissima. I pediatri dicono che bisogna limitarne l’uso e non regalarlo prima dei 10 anni di età, ma da quel momento tutto pare permesso, al punto che è raro trovare undicenni o dodicenni senza smartphone. Sul cellulare la prima app che scaricano è Instagram (snobbano Facebook per non incrociare noi genitori e i nonni o gli insegnanti),anche se l’età minima d’uso sarebbe di 13 anni. E immediatamente dopo arriva WhatsApp, dove l’età minima sarebbe di 16 anni (lo sapevate?). Nelle scuole elementari molti bambini di 9, 10 anni hanno già in tasca questi strumenti potentissimi. È un bene o un male? Esiste una età minima per dotare i ragazzi di un telefonino?

Belle domande

Il fatto che i bambini siano online in età sempre più precoce è un dato di fatto. Lo dicono i dati: la più autorevole fonte europea sul tema, la ricerca EU Kids Online (www.lse.ac.uk/media@lse/research/EUKidsOnline), dimostra che negli ultimi anni ci sia stato un boom delle connessioni a Internet anche per i bambini sotto gli 8 anni. La maggioranza dei piccoli tra i 6 e gli 8 anni ha accesso alla rete. E questo ormai dal “lontano” 2007. Chiunque tra noi adulti ha sperimentato la miglior confidenza che i “nativi digitali” hanno nell’uso delle interfacce touch di smartphone e tablet. Il problema è che spesso mancano di competenze. Per esempio, non sanno cosa sia la netiquette, vale a dire non conoscono le regole minime di buon comportamento nelle interazioni in rete.

Come si connettono?

A detta di uno dei maggiori esperti italiani del tema, Paolo Ferri: “I nativi considerano le tecnologie digitali come elemento naturale del loro ambiente di vita. Fin da piccoli si relazionano con la tecnologia attraverso il gioco e, a volte, per prove ed errori costruiscono da soli i propri giochi senza consultare nessun manuale e senza nemmeno saper leggere, personalizzando la tecnologia secondo le proprie esigenze, come fanno con i Lego”. I nativi usano per lo più dispositivi touch e considerano i notebook scomodi e ingombranti. Del resto anche in alcune scuole si usano già i tablet ed esistono decine di migliaia di app rivolte direttamente alla prima infanzia. Non siamo ai livelli della Norvegia, dove la metà dei bambini tra i 3 e i 4 anni usa un tablet e il 25% uno smartphone, ma la percentuale di nativi schermodotati sta aumentando notevolmente anche da noi.

Valutiamo la maturità

Non abbiamo ancora risposto alla domanda se esista o meno un momento giusto per dotare i bambini di uno smartphone. Perché una risposta non c’è. Un altro grande esperto del tema bambini e tecnologia, Alberto Pellai (nella foto), sottolinea che “non esistono linee guida di pediatri o psicologi in questo senso; il momento più indicato è quello dell’inizio della scuola superiore: da quell’età i ragazzi e le ragazze sono capaci di essere autonomi nell’utilizzo e hanno anche sviluppato la capacità di proteggersi da una certa impulsività che potrebbe danneggiarli”.

Che “digital parent” sei?

L’età giusta, possiamo ragionevolmente dire, dipende dalla sensibilità dei genitori e dalla maturità dei figli. La ricercatrice Alexandra Samuel ha individuato tre categorie di approccio al digital parenting: ci sono i “digital enablers”, che pongono pochissime restrizioni su come i bambini usano i dispositivi; ci sono i “digital limiters” che cercano in modo attivo di limitare l’uso dei dispositivi da parte dei bambini; ci sono i “digital mentors”, che tentano attivamente di partecipare all’utilizzo dei dispositivi assieme ai figli.

Proibire a prescindere non è mai stata una strategia vincente, quindi il trucco sta nell’uso condiviso dello strumento. Alberto Pellai mette in guardia dai pericoli dell’uso di queste tecnologie (li conosciamo: contenuti inappropriati, bullismo, sexting e via dicendo) sottolineando l’importanza del ruolo del genitore come educatore, anche se papà e mamma non sono particolarmente ferrati in tema tecnologico.

Supervisione e buon esempio

Anche se non siamo dei maghi del computer, possiamo essere ottimi “digital mentors”. Il nostro compito sarà supervisionare, dare il buon esempio e soprattutto condividere l’uso degli strumenti. Possiamo chiedere come si usano le chat di WhatsApp e magari imparare alcune regole di base che i ragazzi conoscono benissimo e tanti genitori no (vietato l’off-topic, niente catene di sant’Antonio, distinguere sempre tra quel che è pubblico e quel che è privato).

Rispettiamo i loro confini: possiamo chiedere di avere accesso al loro cellulare, ma dobbiamo anche dare fiducia e non abusare dello strumento per soddisfare le nostre curiosità, mettendoli in difficoltà o in imbarazzo (avrà o no la fidanzata? Avrà dato il primo bacio?). Incoraggiamoli a diventare adulti che sanno come comportarsi online, in modo sano e responsabile. In ogni caso, sottolinea Pellai, la strategia migliore è sempre la stessa: parlare, parlare, parlare.

I servizi di protezione

Fiducia, quindi. Ma i rischi ci sono, e sono concreti: quindi è bene lasciare libertà ai propri figli ma in un ambiente protetto. Si possono usare, anche sui telefonini come sui pc, delle funzioni di parental control, per consentire l’accesso a contenuti e modi di utilizzo appropriati. Le funzioni di parental control consentono di scegliere le impostazioni che sono appropriate sia per un adolescente che per un bambino più piccolo. È possibile agire su differenti categorie di contenuti. Per esempio, i contenuti relativi a siti di appuntamenti, giochi d’azzardo, droghe, violenza o pornografia sono bloccati di default per i minorenni di qualunque età. È possibile anche porre dei limiti temporali all’uso degli strumenti, e anche dei “limiti temporali selettivi”: per esempio si può scegliere di consentire l’accesso a Instagram solo per un’ora al giorno e non porre alcun limite a siti utili per lo studio, come Wikipedia.

Kit per stare al sicuro

Anche se il 99% del tempo i ragazzi usano il telefonino per Internet, non sottovalutiamo il problema delle telefonate in entrata. Le chiamate di determinati numeri possono essere inserite in una blacklist e quindi bloccate in automatico, senza possibilità di lasciare un messaggio in segreteria. I genitori possono inoltre ottenere l’accesso alla lista di chiamate bloccate che sono state ricevute. Esistono anche funzioni di antifurto, che permettono di localizzare un telefono smarrito o rubato, oppure quelle app enormemente diffuse negli Stati Uniti che permettono al genitore di localizzare la posizione del figlio.

Quali sono gli strumenti che fanno tutto questo? Il primo da citare è Spazio Bimbi di Kiddoware, disponibile solo per Android (gratis), perché permette di limitare facilmente l’accesso allo smartphone o alle app, tramite PIN, creando profili personalizzabili. Altra app gratuita consigliata è Net Nanny (per iOS e Android). Molti produttori di smartphone (vedi, tra gli altri, Samsung che fornisce funzionalità come il blocco dello spegnimento del dispositivo) e quasi tutti gli operatori di telefonia includono servizi di sicurezza, che spesso gli utenti non usano semplicemente perché non sanno di averli. In altri casi esistono soluzioni ad hoc degli operatori come nel caso, per esempio, di Tim Protect (protect.tim.it): soluzione di sicurezza a tutto tondo offerta da Tim e sviluppata da F-Secure, che include, tra gli altri, anche un servizio di parental control. Vodafone, a sua volta, propone Smart Tutor, app che consente ai genitori di scegliere i numeri di dati con cui possono entrare in contatto i propri figli, selezionare insieme a loro le app più adatte, evitare che la prole abbia distrazioni nei momenti in cui deve concentrarsi, grazie alla possibilità di limitare le funzioni a una determinata fascia oraria e bloccare i contatti indesiderati.

Due libri da leggere

Se siete nella fase in cui i ragazzi cominciano a usare lo smarphone, procuratevi questi due libri: Paolo Ferri, “I nuovi bambini” (BUR, 2014) e “Tutto troppo presto” di Alberto Pellai (De Agostini, 2015). Quest’ultimo affronta anche un tema scottante e specifico: l’educazione sessuale dei ragazzi nell’era di smartphone e tablet. Dell’autore potete anche consultare il blog www.tuttotroppopresto.it.

Premetto che ho un debole per Douglas Rushkoff. Se non altro perché sono anni che, parlando di social network e profilazione degli utenti, cito la sua celebre frase:

“Se su Internet qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”.

Frase che, tra l’altro, ha ispirato il titolo di una puntata notevole di Report che potete vedere qui. Tra parentesi, di Rushkoff, avevo già segnalato il suo “Presente continuo”.

Stavolta parlo di un interessante libro un po’ datato, del 2010: “Programma o sarai programmato” (Postmedia). Si tratta di un testo molto interessante, comunque attuale, che parte da questo presupposto: è vero che computer e reti informatiche consentono a tutti di scrivere e pubblicare, ma la competenza alla base dell’era informatica riguarda in realtà la programmazione, attività di cui quasi nessuno di noi è a conoscenza. Usiamo i mezzi programmati da qualcun altro. Solo un élite è in grado di trarre vantaggio da quanto promette il nuovo mezzo.

Fatta questa premessa, il libro si presenta come un manualetto, l’insieme di “dieci istruzioni per sopravvivere all’era digitale”, come recita il sottotitolo. Eccole, queste dieci istruzioni, che ritengo molto utili pur essendo io un tecno-entusiasta, non certo un apocalittico (il rischio è che scettici e luddisti prendano questi spunti come la prova che la tecnologia ci sta solo deumanizzando e uccidendo: tesi che trovo in gran parte priva di fondamento).

  1. Evitiamo di essere sempre online. Le tecnologie digitali sono intrinsecamente opposte allo scorrere del tempo e tese verso modalità asincrone di comunicazione. I computer si basano su istruzioni, non sul tempo. Eppure ora siamo tutti always-on, sempre connessi, e pure multitasking col risultato che, invece di diventare autonomi e consapevoli, siamo esausti se non esauriti. Non a caso si comincia a parlare di “digital detox”, aggiungo io.
  2. Vivere lo spazio. Le reti digitali sono tecnologie decentrate, che penalizzano le relazioni con chi o cosa ci sta davanti. Spesso finiamo per perdere il senso del luogo e il vantaggio di giocare in casa. Si parla quindi di incontri di persona, ma non solo: per esempio di acquisti da produttori locali.
  3. Si può sempre scegliere di non scegliere. Che cosa vuol dire? Il digitale obbliga sempre a fare scelte di tipo binario, perché questi sono i limiti di uno strumento che si basa sui bit, sugli zero e sugli uno. Il mondo è un po’ più complesso di così, fatto di miliardi di sfumature: allora possiamo rifiutare le classificazioni o scegliere qualcosa che non è nel menù, se possibile.
  4. Non abbiamo mai pienamente ragione. Gli strumenti digitali semplificano eccessivamente le questioni più delicate. I nuovi media tendono a polarizzarci in campi opposti, riducendo la complessità. Mai confondere modelli digitali e realtà quotidiana.
  5. La scalabilità: un’unica misura non va bene per tutti. Su Internet tutto è scalabile: per esempio le attività imprenditoriali, se vogliono sopravvivere, devono ingrandirsi e salire a un livello di astrazione al di sopra degli altri. Online non si può più rimanere a livello del “negozietto sotto casa”. Non è detto che questo vada bene per tutti.
  6. L’identità: rimani te stesso. Relazionarsi con gli altri in maniera anonima, come spesso avviene in Rete, ci porta a perdere le ripercussioni umane di quanto diciamo e facciamo online. Senza anonimato, rimaniamo presenti e responsabili, viviamo meglio la nostra umanità anche nell’universo digitale.
  7. Il sociale: non svendere gli amici. I media digitali, nonostante molte tendenza disumanizzanti, sono caratterizzati da forti spinte sociali. A prosperare sono sempre strumenti che contribuiscono a creare legami tra le persone, anche se non erano stati inventati con quello scopo (anche la stessa rete Internet ne è un esempio). Vedi, in particolar modo, i social network.
  8. I fatti: dire la verità. L’unica opzione disponibile per chi usa gli spazi virtuali è dire la verità perché, a detta di Rushkoff, prima o poi le bufale vengono scoperte online. Tesi controversa, visti i tempi che corrono e la cosiddetta post-verità.
  9. Condividere senza rubare. Le reti sono state create per condividere risorse informatiche: ecco perché due delle caratteristiche fondamentali della tecnologia sono l’apertura e la condivisione (imparando la differenza tra condividere e rubare in un’economia del dono).
  10. L’obiettivo finale: programmare o essere programmati. Se non impariamo a programmare, rischiamo di essere programmati da qualcun altro. Basta anche solo capire che esistono codici nascosti tra le interfacce di siti e programmi. In caso contrario resteremo alla mercé dei programmatori o della tecnologia in quanto tale.

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