Nel libro 101 eBook gratis (oltre questo), dopo aver segnalato decine di testi contemporanei, mi sono divertito a riscrivere le trame di 18 classici, italiani e stranieri, in stile Twitter. Di seguito trovate i nomi dei libri, le tweet-trame e il motivo per cui vale la pena fare il download. Oltre al link per scaricare gli eBook (in italiano) aggratis!

Buona #lettura.

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LA DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri

Tweetrama: Un libro che è un #inferno. Ma anche un #purgatorio e un #paradiso.

Da scaricare perché: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. E quindi uscimmo a riveder le stelle: 5 su 5!

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L’ODISSEA di Omero

Tweetrama: @Odisseo sta via un po’. Poi torna. #noalpitour

Da scaricare perché: Altrimenti si citano sirene, Circe, ciclopi e altro a vanvera.

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DECAMERON di Giovanni Boccaccio

Tweetrama: 10 tizi e lo #storytelling

Da scaricare perché: Boccaccesco.

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I PROMESSI SPOSI di Alessandro Manzoni

Tweetrama: @Renzo e @Lucia dovrebbero sposarsi? Ma #bravi.

Da scaricare perché: Non potete esservelo goduto a scuola, dai.

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LA LOCANDIERA di Carlo Goldoni

Tweetrama: @Mirandolina #gattamorta.

Da scaricare perché: Idea: provate, una volta, ad andare a teatro coll’eReader.

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ROMEO E GIULIETTA di William Shakespeare

Tweetrama: @Capuletti-@Montecchi 1-1. #tragedia

Da scaricare perché: “L’archetipo dell’amore perfetto avversato dalla società”. (Non è mia, ma di Wikipedia)

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CUORE di Edmondo De Amicis

Tweetrama: #amorpatrio #rispetto #sacrificio #eroismo #carità #pietà #obbedienza #disgrazie

Da scaricare perché: Molti di noi sono cresciuti con l’altro Cuore, quello di Michele Serra. Non è proprio la stessa cosa.

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UNO, NESSUNO E CENTOMILA di Luigi Pirandello

Tweetrama: Cosa intendi per #storto? #crisididentità

Da scaricare perché: Per dirne una: Kurosawa, per Rashômon, si ispira a questo capolavoro.

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I MALAVOGLIA di Giovanni Verga

Tweetrama: Famiglia di #pescatori dal destino ineluttabile. #realismo #siciliabedda

Da scaricare perché: Io, da ragazzo, tifavo per il giovane ‘Ntoni. Ora? Dovrei rileggerlo.

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LE AVVENTURE DI ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE di Lewis Carroll

Tweetrama: @Alice in #trip

Da scaricare perché: Il romanzo è, letteralmente, una partita a scacchi. C’è gente che l’ha rigiocata davvero.

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LE AVVENTURE DI PINOCCHIO di Carlo Collodi

Tweetrama: @Pinocchio #burattino #piantagrane. @gatto @volpe @fatina @mangiafuoco

Da scaricare perché: Quantomeno per capire tutte le barzellette della fatina che implora Pinocchio di dire le bugie…

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IL RITRATTO DI DORIAN GREY di Oscar Wilde

Tweetrama: Non invecchia @Dorian, ma il #quadro

Da scaricare perché: Pieno di citazioni che si sentono in giro ogni 2×3.

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I TRE MOSCHETTIERI di Alexandre Dumas

Tweetrama: Romanzo di #K e #spada

Da scaricare perché: Altrimenti ci vediamo, domattina, dietro al convento dei Carmelitani scalzi.

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MOBY DICK di Herman Melville

Tweetrama: #Balena #monomania di @Achab

Da scaricare perché: “Roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile” (cit).

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GUERRA E PACE di Lev Tolstoj

Tweetrama: #Aristocratici #russi alle prese con l’invasione di @Napoleone

Da scaricare perché: È più di un libro. (Spesso sono due tomi)

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DELITTO E CASTIGO di Fedor Dostoevskij

Tweetrama: Accoppare la #vecchia? [SÌ] [NO]

Da scaricare perché: Ti scava dentro, soprattutto dopo.

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L’ISOLA DEL TESORO di Robert Louis Stevenson

Tweetrama: #mappadeltesoro #filibustieri #avventura

Da scaricare perché: Se non l’avete letto da piccoli, si può sempre recuperare. Se l’avete letto da piccoli, va riletto.

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I FIORI DEL MALE di Charler Baudelaire

Tweetrama: #poesia #spleen

Da scaricare perché: Se non amate la poesia, per ravvedervi.

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In occasione di un’intervista rilasciata a Donna Moderna (che potete leggere sotto), ho raccolto alcune app iOS e Android, gratuite, per realizzare video e foto dei gatti.

Eccole.

SnapCat (Android, iOS – gratis) à Questa app, il cui nome è una chiara parodia dell’app di messaggistica Snapchat, usa degli stratagemmi per indurre il gatto a giocare con il telefonino e a farsi un selfie! Un’alternativa, che funziona allo stesso modo, è Cat Selfie (Android e iOS – gratis). Qualcuno osa usare il neologismo “autosgatto”…

Magisto (Android, iOS – gratis nella versione base con diverse limitazioni) à App che permette di creare mini video, partendo da un video più lungo o da spezzoni o più foto, con tanto di colonna sonora. Suggerisco la canzone “44 gatti”…

Animoto (Android, iOS – gratis) à App molto conosciuta, sempre per montare video. Anche in questo caso si possono unire spezzoni e foto, e aggiungere una colonna sonora. Speriamo che in questo caso la canzone scelta non sia “Il gatto puzzolone”…

Cinefy (solo iPhone – gratis) à Permette di applicare ai video ben 100 effetti. Sempre per applicare gli effetti, ma questa volta da fantascienza, consigliamo FXGuru (Android, iOS – gratis). Avremmo voluto stupirvi con gli effetti speciali… e ci siamo riusciti!

 

 

5SecondsApp (Android, iPhone – gratis) à App che permette di creare facilmente delle GIF animate e di postarle sui social. Permette anche di applicare dei filtri, come avviene su Instagram con le foto, aggiungere del testo e adesivi. Fate in fretta a usarla: la moda delle GIF, così come ha invaso Facebook all’improvviso, altrettanto velocemente potrebbe eclissarsi.

Vine (Android, iOS – gratis) à Vine è una popolare app a costo zero, firmata da Twitter, e che permette di girare e condividere, rendendo “social”, video di sei secondi. I video vengono riprodotti in loop, come delle GIF animate. Ha un innegabile pregio: almeno i video sono brevi…

VidTrim (Android – gratis) à Un programma gratuito che dota lo smartphone delle funzioni di base di videoediting. Permette di tagliare le parti non volute all’inizio e alla fine, dividere i video in due, catturare singoli fotogrammi, convertire l’audio in un file MP3. Il miagolio come suoneria: che ideona!

Brickshots – Lego mosaic app (Andorid, iOS – gratis) à Il ritratto del tuo gatto si trasforma in una costruzione con i mattoncini Lego! Considerando tutti i mattoncini che i gatti hanno tentato di ingurgitare, mi pare il giusto karma.

Ed ecco l’articolo di Donna Moderna uscito sul numero 14 del 29 marzo 2016:

Donna_Moderna_App_Video_Foto_Gianluigi_Bonanomi

EmailOK_Maurizio_Giantin

La posta elettronica è parte integrante delle nostre vite. Noi, al contrario dei nativi digitali, non potremmo immaginare un mondo senza mittenti e destinatari, copie nascoste e CCN, risposte e inoltri, link e allegati.

Nonostante questa (presunta) familiarità con il mezzo, sempre più spesso ci troviamo a scrivere di fretta e male, leggere ancor più velocemente e fraintendere. Questo avviene perché stiamo parlando di uno strumento usato con la logica della comunicazione verbale, quando invece si tratta di comunicazione scritta. Come tale, senza tutti quegli elementi – come tono di voce ed espressione facciale – che permettono di distinguere, per esempio, una frase seria da una ironica. A volte si può porre rimedio con alcuni trucchi: formattazione ed emoticon su tutti; spesso non basta e ci vuole una massiccia dose di buon senso. Bisogna saper trattare con gli altri, anche quando si scrive.

Per questo ha senso mettere insieme, come fa Giantin, una serie di problemi (lui li chiama e-problems) e di soluzioni legati alla posta elettronica. In questo Em@il.ok, edito da Ledizioni, si trovano tante indicazioni pratiche, un po’ di psicologia, una marea di esempi.

Per citarne qualcuno:

– Per scrivere in modo chiaro e comprensibile occorre: essere sintetici, utilizzare la punteggiatura, mettere il motivo all’inizio, adottare un linguaggio semplice, mettere un solo argomento per email, organizzare il testo in modo che sia più facilmente leggibile ed efficace.

– Mettete sempre in firma i riferimenti (nome, telefono, indirizzo e altre informazioni utili) poiché: personalizzano la comunicazione scritta, che per sua natura tende a uniformare e creare distacco; rassicurano maggiormente le persone; trasmettono più serietà, professionalità e senso di responsabilità; facilitano il contatto in caso di dubbi e chiarimenti facendo risparmiare tempo.

– Un messaggio inviato a un’unica persona è un messaggio più efficace perché mirato, adatto al destinatario e alla situazione specifica.

– Evitate termini che generano diffidenza o, peggio, repulsione, come superlativi e modi di dire inflazionati del tipo “Imperdibile”, “Messaggio importante”, “Solo per lei”, “Leggere attentamente”, “Offerta da non perdere”.

– Togliete di mezzo le solite frasi come “Rimaniamo a sua totale disposizione, e cogliamo l’occasione per porgerle i nostri più distinti saluti” e congedatevi dimostrando disponibilità, con la stessa educazione, ma con parole vostre: “Se ha bisogno di altre informazioni mi contatti pure. Con cordialità”

– Le persone fanno un qualcosa soprattutto quando hanno una convenienza personale. Tenetelo presente quando volete ottenere una risposta. […] “Rimango in attesa di un suo gentile riscontro” non funziona. Se si vuole avere maggiore successo, serve aggiungere qualcosa in più: “Rimango in attesa di un suo gentile riscontro in modo da farle avere il materiale in breve tempo”.

– Riscrivere l’oggetto o fare una nuova email quando si cambia argomento.

Potete acquistare questo testo su Amazon:

L’Eco di Bergamo, prestigioso quotidiano orobico, mi ha intervistato in merito alla questione “Facebook e privacy”, citando “Non mi piace“. L’autore dell’articolo è Bruno Silini.


Social network – La grande guerra della privacy

Sicurezza. Gli Stati chiedono accesso ai messaggi privati, Facebook e Apple si rifiutano di fornire i dati

Se il filosofo Eraclito vivesse ai nostri giorni, al suo motto «tutto scorre» forse aggiungerebbe «nei social». Nelle maglie di Facebook, Whatsapp, Twitter, Instagram (solo per citare i più popolari) c’è molto di noi, nel bene e nel male.
È incontestabile una contaminazione di noi stessi nei social, tantoché che se si volesse saperne di più sulla nostra privacy essi costituirebbero, per eventuali inquirenti, una ricca miniera di informazioni. Qualche giorno fa il responsabile di Facebook Brasile, Diego Dzodan, è stato arrestato in seguito alle ripetute richieste della giustizia affinché la sua società rendesse disponibili informazioni riguardanti scambi di messaggi via Whatsapp tra trafficanti di droga. Un giudice federale di Los Angeles ha ingiunto ad Apple di fornire assistenza tecnica per ricavare informazioni utili dall’iPhone di uno dei due attentatori della sparatoria di San Bernardino.
Vicende che sollevano in maniera radicale il problema della privacy digitale. Si sa che un bisturi può salvare una vita, ma può  anche essere l’arma di un delitto. Dipende dall’uso che ne facciamo. Così è anche per Facebook. Si rivela un ottimo alleato per tenersi in contatto con gli amici, per condividere interessi, per aggiornarsi oppure per pubblicizzare attività e organizzazioni.
Tutte cose buone che la web revolution ha permesso. Ma, se non opportunamente compreso, il social network può diventare un mezzo di autolesionismo della nostra identità e del nostro benessere, una piattaforma per veicolare truffe o anche un modo per attuare progetti criminali. È necessaria una maggiore consapevolezza. In questa prospettiva «Non mi piace. Il contromanuale di Facebook: 101 cose da non fare sul social network di Zuckerberg » può essere una guida opportuna per scrollarsi di dosso le insidie di questo angolo affollato della rete. A scriverlo è Gianluigi Bonanomi, giornalista e docente lecchese, fondatore di ClasseWeb, direttore della collana eBook «Fai da tech» e assidua presenza in Bergamasca in fatto di nuovi media, clouding e gestione on line della reputazione.
Sulla cronaca di questi giorni Bonanomi ha le idee chiare: «Zuckerberg non è un filantropo e Facebook ci invita a usare la sua piattaforma (gratuitamente) per farci i fatti altrui solo perché, ogni volta che ci colleghiamo a qualcuno o qualcosa, diamo informazioni commerciali preziosissime. Questo però non giustifica il fatto che la multinazionale possa infischiarsene delle legislazioni nazionali. A mio parere quei dati andavano forniti alle autorità ».
«Intendiamoci: io amo Facebook» continua Bonanomi. «Tuttavia buon senso e prudenza dovrebbero sempre accompagnarci nella gestione di un profilo. Poiché i primi a fare le spese di un uso sconsiderato siamo noi. Troviamo ogni sorta di manuali che spiegano come usare Facebook. Questo libro fa esattamente il contrario, elencando le cose da non fare assolutamente: falsa modestia, post furbetti per catturare i “like”, sovraesporre i figli con centinaia di immagini, tsunami di spam e continui lamenti… ». E ancora: creare una pagina per un animale domestico, un profilo «di coppia», lasciare aperta la bacheca alla possibilità che ognuno possa scrivere qualunque cosa. Adesso c’è la moda dei selfie, ma non tutti sono adeguati. Si vedono cose che lasciano perplessi: ragazze in bagno con labbra a canotto, pronostici di una partita di calcio scritti sul décolleté e foto di sé oppure dell’ex senza veli: «Una sorta di vendetta per aver tagliato una relazione. È un fenomeno diffuso tra i ragazzi e colpisce nel 90% dei casi le donne. Non c’è da scherzare: il 47% delle vittime di gesti del genere ha avuto pensieri suicidi e quasi la metà ha subito episodi di stalking on line».
Una fotografia (ogni anno vengono pubblicate in Facebook centinaia di miliardi di immagini) può segnare un  destino:
«Se siamo alla ricerca di un lavoro, una foto sbagliata può mandare in fumo un colloquio. L’88% dei responsabili del personale usa i social network per indagare sui candidati prima di fissare un appuntamento; nel 55% dei casi vengono scartati a priori per i
contenuti trovati in rete. Quindi è meglio evitare di pubblicare foto di noi con un sorriso ebete e un boccale di birra in mano. Lo stesso vale per altri contenuti sconvenienti su politica e religione o che mostrano atteggiamenti aggressivi. Parafrasando Benjamin Franklin possiamo dire che ci vogliono molti sforzi per costruirsi una buona reputazione on line, ma basta una foto su
Facebook per distruggerla».
Una pratica decisamente da evitare è aggiungere troppi amici: «Accumularli come se fossero punti dell’Esselunga non ha molto senso, se pensiamo che lo scienziato Dunbar fissò a 150 il limite delle persone con cui un individuo è in grado di mantenere relazioni sociali stabili».
Per ultimo, se una persona «amica» vi infastidisce non fatevi scrupoli ad eliminarla dalla vostra cerchia. Meglio un amico in meno che una maggiore dose di stress da sopportare.

Mi occupo di formazione e ho letto diversi saggi e manuali sull’argomento. Per esempio, per dirne uno, mi è piaciuto molto “Presentation zen” di Garr Reynolds. Ultimamente ho letto anche “L’arte di presentare”, pubblicato da Edizioni Fag.
Scritto da un designer di presentazioni (Michele Gotuzzo) e da un’esperta di esperienza d’uso dei sistemi digitali (Francesca Tassistro), il libro è una miniera di suggerimenti utilissimi per la realizzazione di presentazioni efficaci: dalla progettazione al design, dallo storytelling al parlare in pubblico, dalla comunicazione visiva ai talk show.
Proprio così: talk show!
Per gli autori una presentazione è uno show, con le sue regole e i suoi tempi, con le trovate ad effetto e le uscite memorabili. Più volte, nel corso del libro, tra le tante case history (tipo Steve Jobs che presenta il primo iPhone o il baby-prodigio Dalton Sherman), ne viene citata una in particolare. Quella che, appunto, viene definita la “migliore presentazione del mondo”.

Si tratta di una TED conference (TED Global 2008) tenuta dalla neuroanatomista Jill Bolte Taylor dal titolo “Il mio ictus ideale” (dove racconta della sua malattia in modo molto coinvolgente). La potete vedere, in versione integrale e sottotitolata in italiano, a questo indirizzo. E qui:

Anche secondo voi è la migliore di tutte? Quali sono le vostre preferite?

Potete acquistare “L’arte di presentare” su Amazon:

Potete acquistare anche “Presentation Zen” su Amazon:

Il libro “Io digitale” (Ledizioni) è un piccolo e prezioso volume che dà tante di quelle informazioni e spunti di riflessione che lo leggi in due ore, ma poi ci pensi per giorni. Perché fa riflettere su talmente tanti aspetti della vita online che non sai più come raccapezzarti.

Dopo averlo letto inizi a rimuginare sulle informazioni che lasci, o non lasci, su social e Web; su come gli algoritmi, per esempio quello che sta alla base di Google, condizionino la tua vita; su come la ricerca di un lavoro possa essere compromessa da quello che hai fatto online; su come Internet e i social network possano rovinare o comunque condizionare la vita di una persona, anzi di un bambino, adolescente, giovane, uomo.

Il libro parla di identità digitale, intesa come “impronta personale” – quella con cui volente o nolente ciascuno si trova a fare i conti nel contesto digitale, anche in modo molto approfondito. Si arriva a trattare di deep Web, diritto all’oblio digitale, testamento digitale, vetrinizzazione sociale, digital reputation e personal branding. Lo si fa in modo competente ma soprattutto con punti di vista diversi, perché diversi sono i background dei tre autori.

Per acquistarlo su Amazon:

Nel percorso di studi che mi ha portato alla messa a punto del corso sul personal branding, mi sono imbattuto in diversi libri: alcuni utili, altri pieni di fuffa (e la fuffa, in campo personal branding, è sopra la media). Uno, però, sebbene a rischio “americanata” (con la storia trita e ritrita dei fallimenti e del successo) e un po’ datato (2012), mi sento di consigliarlo: si chiama “Teniamoci in contatto. La vita come impresa” di Reid Hoffman e Ben Casnocha (edito da Egea).

Prima di tutto vale la pena leggere quello che scrive Hoffman per il suo curriculum: tra le altre cose ha fondato LinkedIn (scusate se è poco…). Secondo, perché il concetto di base del libro – vivere la propria carriera come una start-up – fornisce un punto di vista interessante. Anche i singoli spunti lo sono. Per esempio, quando parla delle tre tessere del puzzle che segnano la direzione verso il successo, dice che

“La direzione migliore prevede che tu insegua ispirazioni meritorie, sfruttando i tuoi asset, mentre navighi attraverso la realtà del mercato. Il tutto finalizzato ad avere un vantaggio competitivo”.

Frase pomposa che nasconde però dei concetti chiave. Per iniziare, quali sono i propri asset? Si distingue tra soft – sapere, relazioni, reputazione, personal branding – e hard – contanti, azioni, beni materiali. Per aspirazioni e valori si intendono i desideri, le idee, la visione del futuro: sono importanti perché se fai quello che ti piace sei un passo avanti a chi bada solo alla grana. Terza componente, la realtà del mercato: pare lapalissiano dirlo, ma i prodotti vendono se li vuole il pubblico (va bene essere sognatori, ma ci voglio i piedi piantati per terra!).

Altra perla che si trova nel libro: pianifica ma sii flessibile. La pianificazione, raccomandano Hoffman e Casnocha, deve essere di tipo ABZ. Devi avere un piano A, quello principale, e uno B (simile) in caso di fallimento del primo. Ma devi sempre avere anche un piano Z, che non c’entra (quasi) nulla con i primi due, come soluzione di riserva. Ci sono sempre “punti di flesso” (per dirla con Andy Grove, fondatore di Intel) che mandano all’aria i tuoi piani (come un negozio di generi vari che vede aprire nel proprio quartiere un superstore). Nel mio caso, per esempio, ho smesso di fare il giornalista professionista perché è saltata la mia azienda storica (VNU Business Publications), anzi un intero mercato (editoria informatica cartacea bla bla). Meno male che avevo, da tempo, un piano B (social media specialist e formatore). Ma mi tengo ben stretto anche il piano Z (la start-up ClasseWeb).

Chiaramente dal fondatore di LinkedIn ci si aspetta che punti forte sullerelazioni professionali, sulla rete: del resto che ha tradotto “The start-up of you”, il titolo originale, in “Teniamoci in contatto” (anche se l’effetto è quello di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” tradotto come “Se mi lasci ti cancello”) voleva sottolineare proprio questo. Il libro tratta abbondantemente delnetworking, distinguendo i “buoni” (costruttori di relazioni) dai “cattivi” (gli approfittatori). I buoni sono empatici, pensano prima di tutto a che cosa possono dare (aggiungo io: del resto siamo nella sharing economy). Quelli bravi si divertono a fare networking, sanno coltivare il gruppo degli alleati professionali ma anche i cosiddetti “legami deboli” (deboli ma che spesso servono per trovare lavoro); sempre considerando che, secondo il numero di Dunbar, si riesce a mantenere contemporaneamente rapporti con 150 persone. Alleati e legami deboli sono collegamenti di primo grado: i bravi networker sanno gestire anche quelli di secondo e terzo grado, sanno farsi presentare da collegamenti di primo grado per raggiungerli. Tutto questo tenendo sempre ben presente che i network migliori non sono quelli con più collegamenti; sono quellicoesi e variegati. E che si coltivano costantemente (la butto lì: bisogna fare anche un lavoro di “intelligence”).

Insomma, non si tratta di uno dei soliti libri motivazionali all’americana (roba tipo “leader di te stesso” o simili), anche se ovviamente si fa un gran parlare di Silicon Valley e a un certo punto spunta il quaterback. Ci sono diverse idee e molti spunti pratici: per esempio in fondo a ogni capitolo ci sono indicazioni su cosa fare nei prossimi giorni (tipo: “Nelle prossime 24 ore rileggi la tua agenda degli ultimi sei mesi e identifica le cinque persone con cui hai passato più tempo – sei contento dell’influenza che esercitano su di te?”). Certo, ci sono anche suggerimenti controversi (tipo: “Stabilisci una giornata sì, di’ sì tutto il giorno e osserva la serendipity che scaturisce”…), ma tutto sommato a me paiono 19,90 euro ben spesi.

Qui gli autori parlano del libro:

Qui, invece, potete comprare il libro, anche in formato Kindle:

Dopo essermi occupato per diverso tempo di Social Media B2C, da qualche tempo mi occupo prevalentemente di Social Media B2B. Che differenza c’è? “Social Media Business To Consumer” vuol dire gestire pagine che parlano direttamente al cliente finale (la pagina Facebook di un ristorante, il profilo Twitter di un hotel, il canale YouTube di un professionista) mentre il “Social Media Business To Business” si occupa di profili che si rivolgono ad altre aziende o professionisti. Lo scenario cambia completamente: cambiano i temi, cambiano i toni, cambiano gli scopi. Se un tempo si parlava solo di Social Media B2C, ora invece l’uso dei social per fare, per esempio, lead generation (in soldoni: trovare nuovi clienti) sta letteralmente esplodendo.

Questo testo, scritto da due guru del settore (Bodnar, per esempio, lavora presso HubSpot: quelli, per intenderci, che hanno inventato l’espressione “inbound marketing“), parte con un concetto molto forte: i social media sono più adatti al B2B che al B2C. Boom! I motivi sono diversi, ne cito un paio. Primo perché il target è noto e profilato e, secondo, perché i contenuti sono molti e di qualità. Partendo da questo presupposto gli autori mostrano quali sono gli strumenti per fare lead generation (non solo social, ma anche il Web con le landing page) e quali le best practice. Molte le dritte, alcune davvero preziose: per esempio come fare reach building, come si calcola il ROI (ritorno dell’investimento) dei social media e quali caratteristiche devono avere eBook e Webinar per diventare veri contenuti “conversori”.

 

Per acquistare il libro su Amazon, fai clic qui:

L’arte dei social media – Guy Kawasaki

Spesso mi chiedono (e mi chiedo) che lavoro faccio. Quando facevo il giornalista, era facile da spiegare. Ora che mi occupo di social media per una nuova social media agency (EffettoDomino) non è facile far capire a chi non si occupa di social network professionalmente che… no, non basta buttare qualche bella foto su Facebook o twittare con l’hashtag giusto. Fare il social media manager, come spiega questo libro di Guy Kawasaki (Hoepli), vuol dire avere una strategia, programmare, usare i tool giusti, seguire le fonti migliori, creare contenuti interessanti e, perché no, potenzialmente virali.
Guy usa gli stessi strumenti che usiamo anche noi di EffettoDomino tutti i giorni: da Hootsuite a Buffer e IFTTT (strumenti di automazione), da Social Mention a Social Bro (strumenti di monitoring), da SlideShare (per condividere le presentazioni) a Canva (tool per la creazione di immagini con template, azienda dove lavora Guy), da Storify (tool per fare curation), da Likealyzer (per analizzare pagine Facebook di cui non si è amministratore) a fino agli spreadsheet condivisi su Google Doc per i calendari editoriali e altro.
Nel libro, di livello base e quindi utile per chi social media manager professionista non è, si trovano dritte di ogni sorta: dalle liste di Twitter alle comunità di Google+, dal numero ideale di post da pubblicare in un giorno a come monitorare i commenti (e rispondervi senza fare danni), da come integrare social media e blogging a come si crea una mailing list con MailChimp, dalle dritte su come aumentare il numero di follower a come rendere social ogni tipo di evento (e mandarlo in streaming).

Per comprendere il tono del libro, abbiamo selezionato alcune citazioni interessanti:

“La mia teoria è molto semplice: se sui social non rompi le scatole agli altri, vuol dire che non li usi nel modo giusto.”

“Non c’è nulla da fare: sui social media è la sintesi ad avere la meglio sulla prolissità.”

“Ti consigliamo di aggiungere sempre due o tre hashtag ai post. Se ne usi di più, passerai per l’#idiota che vuole #sfruttareilsistema per i propri interessi.”

“Se condividi contenuti per la sola gioia di aiutare gli altri, rimarrai sorpreso dalla quantità di bontà e reciprocità che riceverai.”

“È un dato di fatto che pagare per promuovere i post su Pinterest, Facebook e Twitter funziona. È infatti un modo per garantirsi che i propri post siano letti da un maggior numero di lettori. Facebook, in particolare, è sempre più una piattaforma ‘pay to play’.”

“Ricorda: ABC (Always Be Curious) e sperimenta tu stesso per scoprire cosa funziona meglio per le tue esigenze.”

“A nostro giudizio, la SEO (Ottimizzazione per motori di ricerca) è in buona parte una grande sciocchezza, se si parla di social […] Non ascoltare questi presunti maghi della SEO e pensa solo a creare, curare e condividere grandi contenuti. È la cosiddetta SMO: Social Media Optimization.”

“Giacché gli altri ti osservano, sforzati di conservare un tono positivo e gradevole nelle tue risposte, anche di fronte a commenti banali, irritanti o provocatori.” (Alla Gianni Morandi, aggiungo io…: vedi Rispondere agli insulti come farebbe Gianni Morandi)

“Segui le regole della boxe amatoriale e combatti tre soli round. La campanella d’inizio incontro è la pubblicazione del primo post. Round 1: il commentatore manifesta la sua opinione. Round 2: tu rispondi. Round 3: il commentatore esprime un giudizio sulla risposta. Fine del match”.

“La gran parte delle aziende non usa i social media per aumentare la visibilità e il valore degli eventi. Al contrario, si dedicano solo alle promozioni prima dell’evento mirate ad attrarre visitatori, e durante l’evento non fanno pressoché nulla per sfruttare le grandi potenzialità offerte dai social media.”

“Suggerire agli altri cosa condividere non è solo sintomo di insipienza: ne è il manifesto.”

Chiudo con… “La definizione di ‘guru dei social media’ è davvero un ossimoro perché nessuno sa davvero come funziona questo mondo.”

Insomma, un libro interessante che gli addetti ai lavori possono usare per un (piacevole) ripasso.

 

PS: Post pubblicato anche sul blog ufficiale di EffettoDomino a questo indirizzo.

Per acquistare questo libro su Amazon:

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