Nei corsi per cercare lavoro online applico alcuni principi base del marketing e del digital marketing: del resto ognuno di noi deve trovare un posizionamento e proporsi sul mercato. Dopo aver spiegato come usare gli insegnamenti di Carnegie quando si scrive una lettera o mail di presentazione e quelli di Maxwell Sackheim per vendere sé stessi, passiamo a come ci si presenta. Per esempio scrivendo il riepilogo del proprio profilo LinkedIn, solitamente tasto dolente di chi deve sistemare il profilo.

Secondo Simon Sinek, autore del libro “Partire dal perché”, i grandi leader e le grandi aziende non impostano la loro comunicazione su che cosa fanno o come lo fanno. Partono dal perché. L’esempio tipico è quello di Apple (ma potrei citare anche Harley-Davidson): l’azienda di Cupertino lancia messaggi che partono dal perché, da uno scopo, da una causa o da un ideale che non ha nulla a che fare con quello che Apple fa. Quello che fa non è più la ragione d’acquisto, viene piuttosto utilizzato come prova tangibile di dedizione a una causa. In parole povere: Apple non è vista come un’azienda che fa computer, quindi se produce un lettore MP3, un aggeggio da attaccare alla TV o un orologio, poco cambia. Se invece Dell, azienda di computer, produce un lettore MP3, il prodotto è un flop. Partire dal perché e non dal cosa, tra l’altro, permette di non finire nel pantano delle commodity o a scannarsi sul prezzo.

Sinek parla di cerchio magico, con al centro il perché e, più esterni, come e cosa: ricalca la sezione del cervello umano, dove al centro c’è il sistema limbico e solo alla periferia c’è la neocorteccia, responsabile del pensiero razionale e analitico del linguaggio. Tradotto: la comunicazione deve essere di tipo emotivo, non razionale.

Che cosa c’entra tutto questo con il Riepilogo di LinkedIn, quei 2.000 caratteri che stanno prima delle posizioni lavorative? Se dico che cosa faccio o ho fatto in passato, sto solo elencando una serie di esperienze e skill. Se invece dico perché ho deciso di intraprendere quella carriera, perché mi alzo tutte le mattine (la risposta non è “guadagnare”: quello è un risultato), la comunicazione diventa molto più efficace. Del resto Herb Kelleher (fondatore di Southwest Airlines) disse:

“Non si assume qualcuno per le sue competenze, lo si assume per le sue attitudini. Le competenze si possono sempre insegnare”.

Sinek, per spiegare in modo semplice il concetto, racconta la storia di due scalpellini. Chiedete al primo: “Ti piace il tuo lavoro?”. Lui risponde:

“Non mi ricordo neanche più da quanto tempo sto costruendo questo muro. Il lavoro è monotono. Lavoro tutto il giorno sotto un sole cocente. Le pietre sono pesanti e sollevarle ogni giorno può essere massacrante. Non so nemmeno se vivrò fino a vedere questo progetto completato. Ma è un lavoro. Mi permette di campare”.

Poi invece fate la stessa domanda a un secondo scalpellino, e questo risponde:

“Amo il mio lavoro. Sto costruendo una cattedrale. Certo, non mi ricordo neanche più da quanto tempo sto costruendo questo muro e a volte il lavoro è monotono. Lavoro tutto il giorno sotto un sole cocente. Le pietre sono pesanti e sollevarle ogni giorno può essere massacrante. Non so nemmeno se vivrò fino a vedere questo progetto completato. Ma sto costruendo una cattedrale”.

I due fanno lo stesso lavoro. Ma uno dei due ha uno scopo. Ha un perché.

Sulla scia di queste considerazioni ho riscritto il mio Riepilogo di LinkedIn. Prima parlavo di quello che facevo, con particolare enfasi sui social media, sui blog, sugli eBook. A pensarci bene tutti strumenti che non si usavano in passato e potrebbero non esserci in futuro. Ora invece il mio Riepilogo suona così:

“Ho da sempre una smodata passione per comunicazione e cultura digitali. Cerco di portare l’entusiasmo per la tecnologia in tutto quello che faccio: creo contenuti (il mio vero “core business”) per siti, blog, libri ed eBook, social media, corsi per professionisti e lavoratori, convegni, strategie di content marketing o consulenze aziendali. Queste passioni mi hanno travolto quando ancora ero uno sbarbato (da allora però ho sempre portato la barba). A 16 anni ho iniziato…”

Se fatichi a trovare il tuo perché, prova a usare il metodo dei cinque perché di Sakichi Toyoda.
Se invece cerchi una mano per sistemare il tuo profilo LinkedIn (o il Riepilogo), scrivimi!

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Da qualche anno, grazie all’esplosione del Web 2.0, si parla di personal branding o self branding. Eppure il concetto di “fare pubblicità a sé stessi” è ormai consolidato da alcuni decenni! Prova ne sia il libretto “Come fare pubblicità a sé stessi”, appunto, di Maxwell Sackheim, datato addirittura 1978.

Sackheim, guru americano della pubblicità, ha espresso in questo piccolo volume (91 pagine, edito da Lupetti) cinque principi cardine del vendere sé stessi (detto così sembra che siamo tutti delle escort, ma rende l’idea). Eccoli:

1) Conoscere la propria “merce”. Dobbiamo analizzarci come se fossimo un prodotto per conoscere punti di forza e di debolezza, come in un’ideale SWOT. Quando tengo i corsi per cercare lavoro online spesso chiedo ai corsisti: “Che cosa hai fatto nella tua vita?” e “Cosa vorresti fare?”; la risposta è spesso un laconico “Un po’ tutto” se non un terrificante “non saprei”. Sackheim dice anche un’altra cosa sacrosanta: bisogna piacersi, altrimenti come possiamo venderci? Tutto parte dall’autostima: per questo, a volte, ad alcune persone che cercano lavoro consiglio di fare sport.

2) Attirare positivamente l’attenzione. Il ragionamento più convincente del mondo non può nulla se non trova nessuno ad ascoltarlo. Sackheim parla di vestiti, modo di parlare; qui bisogna raddrizzare il tiro, entrare nell’era del Web: quindi io ci metterei l’uso strategico del personal blogging e dei social media.

3) Mantenere vivo l’interesse. Solo con argomenti interessanti potremmo tener viva l’attenzione del possibile “compratore”. Direi qui che possiamo benissimo parlare di storytelling. Se, come dice Christopher Vogler, tutte le storie del mondo sono una storia sola – quella del viaggio dell’eroe – perché non possiamo usare questo principio per elevarci a eroi della nostra storia? Per esempio, come tutti gli eroi, abbiamo anche affrontato – e superato! – momenti di difficoltà: perché tacere del fallimento dell’azienda e del periodo di disoccupazione, se raccontato bene?

4) Bisogna saper essere convincenti. Chi ascolta deve crede a ciò che diciamo. Non basta quindi dire tante cose, bisogna anche essere autorevoli. Per questo, aggiungo io, occorre studiare, studiare, studiare per diventare autorevoli nel proprio settore. Solo dopo aver letto, bisogna anche scrivere (un libro o un eBook? Perché no: in Italia nessuno legge ma tutti voglio scrivere, forse perché è appunto uno dei pochi modi per dimostrarsi autorevoli).

5) Call to action. In verità Sackheim parla di “indurre all’azione”, ma io l’ho tradotto in linguaggio Web. Tutta l’opera di comunicazione e pubblicità non serve a nulla se il destinatario non compie un’azione. Così come tutto il traffico che possiamo generare su un sito Web, magari portandoci gente dai social, non serve a nulla se poi le persone non comprano dall’e-commerce, non si iscrivono a una newsletter, non lasciano i propri dati per essere contattati. Allo stesso modo tutto quello che facciamo deve “creare un’atmosfera propizia per indurre all’azione, ossia per raggiungere un accordo”, dice Sackheim.

Se facciamo tutte queste cose, conclude l’autore, saremo in quel 15% di persone che spicca dalla massa perché non fa parte né del 70% che appartiene alla media generale o, peggio, a quell’altro 15% sotto la media.

Riassumo tutto in questo video:

Se vuoi contattarmi per un corso, personale o aziendale, sul personal branding, compila questo modulo online.

Se invece vuoi acquistare il libro di Sackheim, fai clic qui:

Sono ormai anni che tengo corsi sul cercare lavoro online, e sempre più spesso mi sento rivolgere la fatidica domanda: “Perché mando centinaia di curriculum e non mi risponde mai nessuno?” Sono anni che do sempre la stessa, spiazzante risposta: “Mi stupirei se qualcuno ti rispondesse…” Non è una provocazione. È solo che quasi tutte le persone che cercano lavoro fanno lo stesso banale errore: mandano a tutti lo stesso CV (senza nemmeno usare un curriculum vitae modello originale) e con la medesima lettera di accompagnamento, ormai diventata una mail. Ripeto: mandano gli stessi documenti a tutti, che si tratti del pizzicagnolo sotto casa, dell’Esselunga o della Apple. “Quindi mi stai dicendo che se personalizzo CV e messaggio poi mi prendono?”, questa è la seconda domanda che mi rivolgono. Non proprio, sto solo dicendo che quello è un primo passo. A seconda dell’azienda e del settore (a patto di conoscerli: non avete idea di quanta gente ho visto andare ai colloqui e non sapere nemmeno di che cosa si occupasse l’azienda) occorre mettere in evidenza alcune esperienze e qualità. Questa è la base, ma non basta. Il grosso problema è una mancanza di consapevolezza di quelli che sono i meccanismi della comunicazione umana. Mi spiego meglio, partendo da lontano. Nel 1936 Daniel Carnegie (nella foto sotto) scrisse il libro “Come trattare gli altri e farseli amici”.

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Un testo fondamentale (l’ho inserito nella lista dei libri che mi hanno cambiato la vita), un libro che farei leggere in tutte le scuole, un volume che i venditori più accorti tengono sul comodino. Che cosa dice questo libro che ha ormai 80 anni? Lo reinterpreto con parole mie, ne prendo quello che mi serve; il libro ruota intorno a due verità inconfutabili: le persone pensano prevalentemente a sé stesse e vogliono sentirsi importanti. Se vuoi farti benvolere da qualcuno, quindi, devi parlare di lui, non di te. Esempio banale: devi ricordarti a memoria il suo nome. Questo, declinato in ottica commerciale, suona come: non parlare di quanto la tua azienda è bella, importante, ricca e così via, parla dei problemi dei clienti e di come puoi risolverli. Che cosa c’entra tutto questo con la ricerca di lavoro e con un curriculum? C’entra, eccome. Chi riceverà la tua candidatura ha un problema: c’è un posto vacante nella sua azienda e occorre trovare una persona capace, se possibile anche in fretta. Il responsabile della selezione, già immerso nei suoi problemi personali (non gli importerà nulla dei tuoi problemi personali, ne ha già abbastanza dei suoi), ha quasi certamente un capo o un intero reparto che fanno pressione affinché risolva quel problema, trovi la persona giusta. È per questo che quando si manda un CV non bisogna concentrarsi su sé stessi (ho fatto questo, ho fatto quello), ma su quel problema e su quel destinatario (a proposito: come si chiama il destinatario? Bisogna sempre scoprire il nome del responsabile della selezione, per esempio usando LinkedIn). Perché stai mandando il curriculum? Semplice: perché hai trovato l’inserzione online e, date le tue esperienze e le tue qualità, saresti la persona giusta per quel posto. Occorre dirlo, fare in modo che la mail di accompagnamento porti all’apertura del CV per un approfondimento. La morale di tutta questa storia? È inutile mandare centinaia di curriculum tutti uguali, è come sparare alla cieca sperando di colpire l’obiettivo grazie a un colpo di fortuna. Meglio una decina di CV, ma tutti mirati, personalizzati. Solo così si ha la possibilità che il CV risulti realmente efficace.

Tre videocorsi gratuiti sulla ricerca del lavoro

Vuoi cambiare lavoro o conosci qualcuno che lo sta cercando? Mandagli questo link: ci sono tre miei videocorsi GRATUITI per cercare lavoro online.

Il tema “nativi digitali e tecnologia” mi è molto caro, per lavoro e in quanto genitore (seppure le mie bimbe siano piccole). Anche se, apro e chiudo parentesi, sulla questione “nativi digitali”, sulle competenze dei ragazzi che non sanno nemmeno cosa sia una mail, ci sarebbe da discutere. Ragazzi, preadolescenti e adolescenti, vivono lo smartphone come una protesi, e i problemi sono all’ordine del giorno. Anche se spesso mi chiamano nelle scuole per “alfabetizzare” e prevenire, a volte invece la frittata è già stata fatta. Episodi di sexting, adescamento, cyberbullismo, dipendenza da pornografia online si stanno diffondendo anche nelle secondarie di primo grado: le medie, per intenderci. Sì, a undici anni hanno tutti lo smartphone e sì, a quell’età sono tutti su (almeno) un social o usano un sistema di messaggistica (per me WhatsApp è un social). Anche se, a dirla tutta, non potrebbero usare quegli strumenti: quanti di voi sapevano che l’età minima per l’uso dei social è 13 anni ma di WhatsApp 16?

Fatta questa lunga introduzione, vengo al punto: era tempo che cercavo il libro “definitivo” sul tema “educazione sessuale nell’era di Internet”. Finalmente l’ho trovato, e lo consiglio davvero, di cuore, a tutti: si chiama “Tutto troppo presto” (De Agostini) ed è stato scritto da Alberto Pellai, terapeuta dell’età evolutiva (suggerisco anche di seguire il suo blog www.tuttotroppopresto.it). È un libro molto interessante, chiarissimo, pieno di casi di studio; si trovano persino delle tracce di conversazioni da fare con i propri figli sul tema, magari dopo aver visto uno dei film o dei video suggeriti alla fine di ogni capitolo. Un testo anche molto pratico, quindi.

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I temi trattati sono diversi e tutti caldissimi. Ma quello che più mi interessa in questa sede è il sexting. Di che cosa parliamo, che cos’è il sexting? La definizione è grosso modo questa: nata dalla crasi delle parole inglesi sex e texting, la parola indica “l’atto di condividere messaggi, foto o video a contenuto social più o meno esplicito, prodotti attraverso cellulare, computer, tablet, palmari e scambiati via chat, social network e programmi di messaggistica istantanea”. Di solito il meccanismo è questo: lui e lei si mettono insieme. A tredici/quattordici anni sembrano vivere la storia della vita, che dura… un mese. Lui chiede a lei delle foto osé. Lei decide di mandarle perché si fida e perché, in alcuni casi (come fa notare Pellai), si tratta di un surrogato del sesso, a volta una palestra per misurarsi con l’immagine del proprio corpo sessuato. Lei lascia lui, e lui si vendica inviando le immagini ad amici, alla classe (se i video sono a sfondo sessuale, si parla di “revenge porn”). Oppure lui condivide le immagini con gli amici per vantarsi. A lei crolla il mondo, con conseguenza psicologiche e sociali devastanti; in alcuni casi si è arrivati al tentativo di suicidio.

Detto cos’è il sexting, come prevenirlo? La ricetta di Pellai è sempre la stessa per tutti questi fenomeni: bisogna parlare con i ragazzi. Nel caso specifico bisogna fargli capire che il sexting è un autogol (l’immagine che lascia lo smartphone è persa, non se ne avrà mai più il controllo), rovinerà la reputazione anche per il futuro e, cosa che sottovalutano tutti i ragazzi, può avere conseguenze penali. Proprio così: possedere immagini a sfondo sessuale di minorenni può esporre al rischio di un procedimento penale, secondo la legge contro gli abusi sui minori e la pedopornografia. Se le immagini vengono distribuire all’insaputa del soggetto ritratto o ripreso, il reato si aggrava: non si parla più solo di detenzione, ma anche di distribuzione.

Insomma, Pellai suggerisce di parlare apertamente con i ragazzi di sexting, del perché i giovani lo fanno: anche solo attirare l’attenzione, mettersi in mostra, manifestare interesse per – o fiducia in – qualcuno. Ma soprattutto occorre spiegare bene come comportarsi se ci si trova in una situazione del genere: occorre sempre confessarlo a un adulto, genitore o insegnate, qualcuno di cui ci si fidi.

Prima ho accennato al fatto che Pellai suggerisce di vedere con i ragazzi dei film o video, e di parlarne con loro. In merito al sexting indica questo filmato, Exposed, distribuito gratuitamente su YouTube (in inglese ma con i sottotitoli in italiano):

Questo articolo è stato di ispirazione per una puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia”, che puoi ascoltare direttamente qui:
Ascolta “1×03 Sexting: 10 cose che devi sapere” su Spreaker.

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Scrivimi

Grazie a ClasseWeb, la mia società di formazione che si occupa prevalentemente dei temi della genitorialità in relazione alla tecnologia, mi capita spesso di andare a parlare nelle scuole, di tenere workshop per genitori e figli. E spesso i papà e le mamme mi chiedono se esiste un buon libro che parli di bambini e tecnologia. Eccolo: si chiama “I nuovi bambini” (è del 2014), l’autore è Paolo Ferri (autore della prefazione del nostro “Navigazione familiare”).

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Paolo Ferri, docente di tecnologie didattiche e teoria e tecnica dei nuovi media presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Milano Bicocca, ha scritto un testo su “come educare i figli all’uso della tecnologia, senza diffidenze e paure”, come recita il sottotitolo del testo edito da Bur. Proprio perché è un docente e tratta questi temi per lavoro, Ferri ha un approccio scientifico, né da apocalittico (come diversi genitori che incontro) né da integrato, o meglio tecno-entusiasta (come spesso sono io). Però è anche un papà, e racconta la sua esperienza diretta di padre di un nativo digitale, di un membro della cosiddetta “generazione app”.

Il libro, di circa 200 pagine, spiega innanzitutto come bambini e ragazzi usino un approccio alla tecnologia completamente diverso da quello di noi “immigranti digitali”, “esseri gutemberghiani”: quello per “prove ed errori” (learning by doing, si dice); non usano manuali, usano la tecnologia e basta. Anche da molto piccoli: sempre più spesso hanno in mano gli smartphone a sette, otto anni. I genitori che sono spaventati dai nativi digitali hanno la tentazione di proibire la tecnologia: sarebbe un grave errore, sostiene Ferri. Occorre invece un approccio diverso: bisogna affiancare i ragazzi mentre usano smartphone e tablet, stabilire delle regole, creare un clima di fiducia. Certo, occorre proteggerli, anche grazie alla tecnologia: vedi i sistemi di parental control. Ma in ogni caso, come scrive l’autore in uno degli utili suggerimenti che si trovano alla fine dei capitoli, “Cercate di far diventare parte del lessico familiare anche la porzione online della vita dei vostri figli e valutare insieme a loro l’estetica, la giocabilità, il contenuto e le caratteristiche, per esempio, dei videogiochi”. Ma anche dei social network, sempre più diffusi anche prima del limite consentito di 13 anni.

 

Per acquistare il libro:

A quanti di voi LinkedIn non piace? Siamo obiettivi: il social network professionale per eccellenza è obiettivamente brutto: ma usarlo male non contribuisce a rendercelo più simpatico. Molti, poi, lo considerano inutile, una perdita di tempo, addirittura un boomerang in termini di immagine, o peggio.

C’è del vero in tutto questo. LinkedIn è brutto anche perché non lo si cura, non lo si abbellisce con immagini, contributi multimediali e così via. È una perdita di tempo, perché non si sono capite le sue vere peculiarità, le potenzialità; eppure è LinkedIn stesso a dire che, se ben usato, occupa solo nove minuti al giorno:

È un boomerang perché un profilo compilato a metà o con informazioni mal scritte, se non completamente inventate, rappresenta certamente un pessimo biglietto da visita per tutti quelli – e sono sempre di più – che vi cercano prima di incontrarvi in un meeting, prima di comprare da voi, prima di assumervi…

Il mio compito è proprio questo: rendere il vostro profilo migliore. Analizzo il vostro profilo LinkedIn e lo sistemo. Parto da una semplice visita, un giretto sul vostro profilo: controllo la foto, il titolo, la presentazione, le singole posizioni lavorative.

Poi vado più a fondo, usando anche tool esterni: analizzo il posizionamento e individuo le keyword giuste affinché il profilo venga trovato e visitato: del resto un profilo LinkedIn è come un sito Web che brama le attenzioni di Google. Cerco poi di sistemare tutto quello che solitamente si trascura: personalizzazione del link detto “vanity URL”, scelta di sezioni secondarie (esempio: perché non puntare su Brevetti e Certificazioni?), visibilità del profilo (domanda: volete che tutti vedano i vostri collegamenti, anche quelli strategici?).

Gli errori più marchiani, a volte ridicoli, che ho trovato negli ultimi anni? Mi sono fatto anche delle risate, ahimé. Dalla foto di coppia, dove non si capisce se il profilo sia dell’uomo o della donna, alle immagini dove un tizio, molto ispirato, si copriva il volto con la mano. Peccato che il volto sia l’unica cosa che si deve assolutamente vedere, in un’immagine del profilo. Sarebbe come portare in Comune un’immagine per la carta d’identità, solo che nell’immagine indossiamo gli occhiali da sole o un cappello Panama che copra mezzo volto. Altro errore tipico: scegliere headline generiche; per esempio “impiegato” non è una keyword da LinkedIn: chi cercherebbe un impiegato senza specificarne mansioni e competenze? Rilevo spesso competenze mal scelte: ho visto manager che avevano come prima skill, la più confermata dai collegamenti, “Microsoft Office”… Per non parlare, poi, di intere sezioni mancanti: perché, se avete scritto dei libri o articoli importanti, non c’è la sezione “Pubblicazioni”?

LinkedIn, per i professionisti, non è più un’opzione, ora che lo usano nove milioni di italiani. Ora che viene usato da tutti i recruiter, dagli uomini marketing (si possono creare campagne pubblicitarie sfruttando criteri di targetizzazione molto specifici) e dai venditori (Conoscete Sales Navigator?), ora che le pagine aziendali sono parte fondamentale di una strategia di content marketing.

Ora che non si può più permettersi di non esserci. Ma esserci con un profilo incompleto o pieno di lacune ed errori, credetemi, è peggio dell’anonimato.

Posso aiutarti a rendere il profilo LinkedIn efficace.

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    ransomware

    “Cresce l’allarme per il ransomware”: qualche giorno fa l’Ansa intitolava così un articolo abbastanza allarmistico. È vero che per “vendere” (o attirare l’attenzione, o i clic) bisogna metterla sulla paura, ma il problema esiste davvero, ed è serio.

    Facciamo un passo indietro. Di che cosa stiamo parlando? I ransomware sono programmi che cifrano file e richiedono un pagamento in denaro per decifrarli (ransom=riscatto). Nati in Russia, ma ormai diffusi in tutto il mondo, tipicamente si diffondono come trojan, dei malware worm che penetrano nel sistema attraverso, per esempio, un file scaricato o una vulnerabilità nel servizio di rete per eseguire un payload, che cripterà i file personali sull’hard disk.

     

    Il caso Reventon

    Reventon

    Un caso storico, che ho raccontato nell’eBook “Stop al panico!”, è quello di Reventon, detto anche “trojan della polizia”. Questa truffa, sventata nel febbraio del 2013, consisteva nello spaventare gli utenti con finti messaggi (anche vocali) della Polizia, o dell’FBI, dove si diceva che il computer era stato bloccato a causa di operazioni illegali.

    In Spagna la Polizia aveva raccolto numerose denunce da parte di vittime che avevano subito la truffa e spesso pagato per riscattare il dispositivo. La banda internazionale aveva installato in Spagna anche una succursale che si occupava della monetizzazione della truffa tramite pagamenti paysafecard e smart voucher Ukash. Dopo aver scambiato i voucher in denaro reale, questi individui inviavano gli introiti alla sede principale dell’organizzazione in Russia. La polizia stima che il singolo gruppo di criminali abbia portato avanti una attività di riciclaggio da oltre un milione di euro in un solo anno.

    Come è stata debellata la truffa? Attività di ricerca delle minacce svolte in tempo reale e su ampia scala hanno reso possibile la mappatura dei processi e dell’infrastruttura di rete, identificando il reindirizzamento del traffico criminale e i server di comando e controllo.

     

    Come prevenire?

    Esistono dei sistemi per prevenire problemi del genere? Quando si parla di infezioni su larga scala, la prevenzione più efficace, dicono gli esperti, parte sempre dalla “awareness” dell’utente: un utente consapevole e attento ai problemi di sicurezza, infatti, è l’ultimo livello di protezione (a volte il più importante) in una infrastruttura di sicurezza; questo vale anche per i ransomware che, nati per attaccare i dati dell’utente, rappresentano ora un pericolo concreto anche per i dati aziendali.

    Massimo Turchetto

    Massimo Turchetto, CEO & Founder di SGBox

    Abbiamo chiesto a Massimo Turchetto, CEO & Founder di SGBox, di darci delle dritte: “Il caso peggiore a cui ci si potrebbe trovare davanti è quello in cui i diversi livelli di protezione non sono stati in grado di bloccare il vettore di infezione, solitamente e-mail o connessione a siti Web esterni, e in cui l’utente abbia involontariamente dato inizio all’infezione”. Quindi che fare? “Il comportamento del ransomware può essere riconoscibile mediante l’analisi dei log provenienti sia dal computer che sta subendo l’attacco, sia dal server le cui share sono connesse a esso. Ogni cifratura corrisponde alla scrittura di un file e non esistono pause tra una cifratura e la successiva, in quanto le modifiche ai file provengono sempre dallo stesso utente. Nel momento in cui il virus cifra, i log riveleranno un numero insolitamente alto di write su file per un singolo utente. In questo caso l’infezione è iniziata ed è possibile riconoscere il problema e intervenire”.

    Tecnicamente parlando, per ottenere una configurazione adatta a riconoscere questo tipo di situazione è necessario attivare sui server le politiche di auditing su file e directory, abilitando in particolare il logging sugli eventi di scrittura e limitando l’audit alle directory con dati condivisi agli utenti.

    Una volta ottenute le informazioni necessarie è possibile creare regole (o trigger) che avvisano del pericolo, per esempio fissando una soglia massima di eventi di scrittura per lo stesso utente in un dato intervallo di tempo. Prima di implementare questa strategia è necessario però studiare con attenzione i dati storici per evitare di incorrere in falsi positivi, stabilendo una soglia ragionevole di scritture per utente.

    Conclude Turchetto: “Un’informazione importante che si può ottenere dall’analisi dei log consiste nel conoscere quanti accessi di modifica o creazione un singolo utente ha effettuato ad esempio in 60 secondi. Questa informazione ci aiuta ad individuare la workstation che sta effettuando l’attacco così da avere la possibilità di procedere con l’immediato shutdown. Questo ci permette però di individuare anche l’utente che ha dato inizio all’attacco e di risalire al suo indirizzo di posta elettronica. Mediante l’indirizzo è possibile verificare quali sono gli indirizzi esterni da cui ha ricevuto il possibile virus o, analizzando la sua navigazione, quali siti abbia visitato. Scoperte queste informazioni, infine, è possibile risalire a tutti gli altri utenti che abbiano ricevuto mail dagli stessi mittenti o abbiano visitato gli stessi siti e prevenire eventuali nuove infezioni”.

    Le attività di analisi del comportamento di un singolo evento, quale la modifica di file, possono innescare contromisure e nuove analisi che, anche se non permettono di prevenire l’infezione perché si tratta di dati storici, seppure vecchi di un secondo, forniscono strumenti per contenerla e, probabilmente per limitare il danno che questo genere di malware può generare.

    Mi occupo di eBook da diverso tempo e con diversi ruoli. Li scrivo, li leggo (e recensisco) e li uso come strumento di lavoro in ambito consulenziale: li considero uno strumento chiave di quasi ogni strategia di content marketing.

    Per questo ho realizzato una presentazione per spiegare come gli eBook possano essere funzionali al raggiungimento di due obiettivi di marketing:

    – brand awareness, per far conoscere un’azienda o un prodotto (per questo il titolo gratuito deve circolare il più possibile, su tutte le piattaforme digitali e in ogni formato – per esempio ePub e Mobi – e non solo sul sito del committente in formato PDF);

    – lead generation, per generare contatti (tipicamente grazie a un form che i visitatori devono compilare su una landing page per avere accesso al libro gratuito).

    Nella presentazione che segue ho inserito tutte le fasi necessarie di un progetto di content marketing così concepito: dalla progettazione alla stesura dei contenuti, dalla conversione alla distribuzione, dal monitoraggio alla reportistica.

    Si parla di un filone in fortissima crescita: tanto che, a mio avviso, si può parlare in modo specifico di “eBook marketing”.

    Volete vedere qualche esempio? Ve ne do due: uno per un business consumer, scritto per una nota multinazionale, e uno realizzato per un’azienda B2B:

    • l’eBook “Fotografare con lo smartphone” scritto per LG Italia (che potete scaricare gratuitamente a questo indirizzo)
    • l’eBook “RFID: che cos’è e a che cosa serve?” scritto per Censit (che potete scaricare gratuitamente a questo indirizzo)

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      Tempo fa lessi il libro “Neuro Web Design” di Susan M. Weinschenk e ne rimasi affascinato: spiegava come usare alcune teorie psicologiche, per non dire “tare” umane, per far funzionare i siti Web, per aumentare i risultati, per vendere di più.
      Il libro “Design diabolico” di Chris Nodder fa la stessa cosa, ma in modo sistematico e più completo. Usa il pretesto dei peccati capitali (superbia, invidia, lussuria, gola, accidia, ira e avarizia) per mostrare come i più celebri studi di psicologia sociale o sociologia possano aiutare ogni Web master.
      Qualche esempio? Si può usare la “dissonanza cognitiva” (fumo anche se so che mi fa male, allora mi giustifico perché anche il mio medico fuma) per vendere, o meglio per annullare i conflitti con i prodotti, sfruttando recensioni positive altrui (approvazione sociale), testimonial, promesse di vantaggi e così via. Oppure si può usare la gamification (come nella patente a punti) e il rinforzo parziale per fidelizzare (ogni tanto qualche ricompensa), le linee del desiderio per mettere in evidenza quel che si vuole e nascondere quel che non conviene, la pigrizia per far passare delle opzioni di default, l’avversione alla perdita per spingere un’offerta (come fa Groupon), la reciprocità per farsi dare dei dati a fronte di un dono (eBook gratis per la lead generation), la tecnica della porta in faccia per far sì che dopo un rifiuto ci sia un’adesione, l’esclusività per vendere un abbonamento Premium (come fa LinkedIn), l’ancoraggio per far scegliere l’opzione da piazzare e tanto altro ancora.
      Quasi trecento pagine ricche di ricerche e trucchi. Il rischio è quello di diventare manipolatori? No, il rischio è maggiore per chi non lo legge: per conoscere gli utenti Web bisogna entrare nella loro testa.

      Lo trovi su Amazon

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      “Native advertising” può sembrare l’ennesima etichetta di un mondo, quello del marketing digitale, necessariamente in costante fermento e sempre ricco di nuove definizioni ad effetto. Invece si tratta di una vera rivoluzione: lo dimostrano i tassi di crescita a tre cifre.

      Di che cosa parliamo? In pratica si tratta di una sorta di gioco di prestigio: attirare l’attenzione del pubblico sulla pubblicità facendo in modo che non sembri pubblicità. Nulla di strano, anzi: è il trionfo della trasparenza. Gli utenti non vogliono più essere sommersi dai classici banner (il display advertising è infatti in crisi, travolto dall’indifferenza e, soprattutto, dagli Ad-blocker) ma accettano volentieri di leggere, tipicamente a fondo articolo nella pagina Web, contenuti interessanti, rilevanti, targettizzati sui loro interessi. Per questo il native advertising genera risultati importanti dal content marketing. Detto nella sostanza, anche la forma conta: gli utenti vogliono fruire di quei contenuti in modo non traumatico, non interruttivo per la navigazione, laddove sono più abituati a leggere le notizie o altri contenuti editoriali.

      Tra i player più importanti di questo mercato c’è certamente Ligatus (www.ligatus.com). L’azienda tedesca, che quest’anno festeggia gli 11 anni di vita, è parte del gruppo Gruner + Jahr ed è presente in nove paesi europei, Italia compresa (dal 2013). I numeri sono impressionanti: vanta 31 miliardi di ad impression al mese e la bellezza di oltre 1.200 siti partner (solo siti Premium, dove il traffico non umano tende a zero). Pioniere tecnologico nell’area del performance marketing, investe svariati milioni di euro all’anno in ricerca e sviluppo. Tanto che attualmente la società è il #1 Native Performance Network in Europa.

      Julien Mosse, Managing Director di Ligatus

      Ci siamo fatti spiegare chi è Ligatus da Julien Mosse, che abbiamo incontrato a Milano in occasione del NetComm Ecommerce Forum. “La proposta di Ligatus – ha dichiarato il Managing Director per il Sud Europa – si articola principalmente in una piattaforma di annunci Native. Puntiamo tutto sulla qualità: non vogliamo dare, come molti fanno, un bel pacchetto vuoto. Quello che per noi fa la differenza è l’algoritmo, il posizionamento, il lavoro consulenziale degli account manager che accompagnano i clienti nella scelta delle migliori strategie e dei contenuti adatti e, soprattutto, il fatto che ci appoggiamo a una rete premium per evitare che il messaggio dei clienti finisca sui siti sbagliati, in ottica brand-safety”. In realtà esiste anche una piattaforma Self-booking utilizzabile in autonomia da chiunque; ma anche in questo caso vi è un controllo sulla qualità dei contenuti.

      Per entrare ancor più nel dettaglio, abbiamo chiesto a Mosse che cosa si intende per Programmatic Native advertising: “Si tratta di un sistema per far comparire i contenuti giusti nel momento giusto alle persone giuste. Tecnicamente si sfruttano i dati e il processo decisionale in tempo reale, garantendo la pubblicazione sugli spazi disponibili solo dell’annuncio più pertinente per quel contesto”.

      Recentemente Ligatus ha stretto importanti partnership con AppNexus e MediaSmart per ampliare ulteriormente le proprie capacità tecnologiche e il proprio network. Anche in quest’ottica, quali sono gli obiettivi dell’azienda nel prossimo futuro, con particolare riferimento al mercato italiano, in fermento ma certamente in ritardo rispetto ad altre realtà internazionali? “Molti clienti anche qui in Italia hanno capito i vantaggi, in alcuni casi la necessità, di fare native e di continuare a investire sempre più budget con noi, perché hanno visto quali risultati può portare la nostra piattaforma. Oggi siamo in Italia il player di riferimento in questo settore, vogliamo rafforzare questa posizione e rendere i clienti sempre più felici dei risultati che riescono a generare dalla nostra piattaforma”, ha concluso Mosse visibilmente soddisfatto. Come dargli torto: gli esperti di eMarketer dicono che entro un paio d’anni il native sarà il 70% di tutto il mercato dell’advertising digital.