Ho un appuntamento in centro Milano con un cliente, ma ho dieci minuti da attendere. E davanti a me c’è una libreria. È più forte di me, sono un orso davanti al miele. Entro in trance, gironzolo senza un obiettivo, noto un paio di testi che sì, boh, forse, poi mi capita tra le mani un libro di Tim Marshall, giornalista esperto di politica internazionale, dal titolo “Le 10 mappe che spiegano il mondo”. La geografia non è mai stata il mio forte, ma ho studi di politica internazionale alle spalle. Lo compro, lo apro, lo divoro in qualche ora.

Perché mai, direte voi, uno che si occupa di comunicazione e tecnologia dovrebbe leggere, e invitare tutti a farlo, un testo sulla geopolitica? Bella domanda, provo a rispondere dando non un solo motivo, ma due.

1. Bisogna studiare, sempre. E sempre di più. La leggenda narra che lo straricco investitore Warren Buffett (che vi stia simpatico o meno, poco importa), in risposta alla classica domanda sul segreto del suo successo, rispose semplicemente: leggere. Pare lui legga 500 pagine al giorno. Tutti i grandi leader, tutti i grandi manager sono, spesso, avidi lettori.
Ma leggere solo quello che riguarda il tuo settore non è una buona strategia: avere curiosità per il mondo – e nel caso della geopolica è proprio il mondo il soggetto – è un ottimo modo per allargare i propri orizzonti e, non è da escludere, avere anche spunti, grazie a un po’ di pensiero laterale, utili nella propria professione. Inutile ribadire che lo è a maggior ragione per chi, come me, fa il formatore e lo scrittore.

2. Sono un libero professionista e il mio metodo di vendita si chiama networking (in realtà anche la formazione è un ottimo strumento di vendita, proprio perché porta ad ampliare la mia rete). Ci sono delle regole per essere un buon networker: tra queste anche l’essere un abile conversatore (oltre a un abile ascoltatore). Sto cercando di diventarlo. E ho capito che non bisogna parlare di se stessi (Dale Carnegie si rivolterebbe nella tomba) né del proprio business. Bisogna saper conversare di tutto. Anche del derby, di Sanremo, di Belen? Beh, meglio tirar fuori al momento giusto una frase arguta sul perché la Corea del Nord lancia i missili sul Giappone, perché la Cina investe in Africa o in Centro America, perché il surriscaldamento globale sta aprendo nuove dispute (economiche e politiche) al Polo Nord o perché tanti, tra cui Napoleone e Hitler, hanno provato a invadere la Russia da Occidente e nessuno ci è mai riuscito. Tutto questo, e molto altro, è molto ben spiegato nel libro di Marshall.

Insomma, la materia è fondamentale per capire come “gira il mondo” e il suo studio può portare benefici concreti. Il libro, poi, merita. Se vuoi acquistarlo, fai clic sul link Amazon qui sotto:

Oggi, 4 settembre, è un giorno per me speciale. No, niente compleanno (è a ottobre!), né celebrazione di eventi epocali (a meno che si consideri tale la nascita del presentatore Amadeus; meglio forse il giorno di fondazione di Google, nel 1998): metto online la nuova versione, più professionale, di questo sito Web.

La storia di questo sito è presto detta. Nel mio profilo LinkedIn racconto:

“Dopo la tesi sulle relazioni online, ho iniziato a scrivere di tecnologia per una diffusissima rivista informatica (Computer Idea) e a lavorare per una multinazionale del settore editoria: VNU Business Pubblications. Lavoro, questo, che mi ha permesso di diventare giornalista professionista. Peccato che, dopo alcuni anni, avevo una professione ma non più un lavoro: scrivere di tecnologia sulla carta era un mestiere destinato all’estinzione. 

Dovevo reinventarmi. Sebbene nel frattempo quello tecnologico fosse diventato un settore main-stream, avevo un problema di “personal branding”: quasi nessuno mi conosceva al di fuori della settore delle riviste informatiche. Allora ho iniziato a scrivere libri ed eBook per diversi editori (Hoepli, Fag, Informant) e ho ideato la collana “Fai da tech” di Ledizioni.”

Eccetera, eccetera.

In realtà uno dei primi strumenti di personal branding che misi in campo, oltre cinque anni fa, fu l’ecomicissimo sito Web. 25 euro per dominio e hosting all’anno, zero euro per piattaforma WordPress, zero euro per il vecchio tema WordPress, zero euro per i contenuti. Tutto olio di gomito, e la raccolta di gran parte di lavoro pubblicistico svolto in quasi venti anni di carriera.

Insomma, un lavoro casereccio che comunque mi ha dato delle belle soddisfazioni: decine di migliaia di visitatori l’anno. Alcuni in target (dal modulo contatti mi sono arrivate e arrivano tante offerte di collaborazione o contatti interessanti: richieste di interviste, proposte di partnership, ecc.) altri meno. Mi diverto, inoltre, ogni anno, a raccogliere le peggiori ricerche che hanno portato i visitatori sul mio sito: le più incredibili sono “strumento per aspirare il cerume” e “Sabrina Salerno”. Di fronte a quest’ultima ricerca resto di sasso. Ma come si fa a confonderci? Da un lato c’è un sex symbol, anche se non più di primo pelo. Dall’altra c’è Sabrina Salerno.

Insomma, dopo oltre cinque anni di onorato servizio, la vecchia, casereccia versione del sito è andata in pensione (almeno lei, noi ce lo sogniamo). Questa versione del mio sito personale è completamente rinnovata, un bel refresh che devo all’impegno e alla professionalità degli amici di Gruppo Orange.

Fatemi sapere che cosa ne pensate del restyle e buona navigazione sul nuovo sito!

Chi mi conosce sa che ho una vera e propria ossessione per i libri: ho dovuto comprare una casa più grande per farceli stare tutti. Ma come, mi dicono in tanti, parli tanto di eBook e poi hai mezza Foresta Amazzonica in casa? Già. Questa introduzione per dire che, per fortuna, passione e lavoro a volte si possono conciliare: da due anni seguo la comunicazione digital di due importanti festival letterari della bergamasca.

Il primo è Fiato ai libri. Ecco come l’Eco di Bergamo ha presentato la nuova edizione a fine agosto: “Si apre giovedì 7 settembre, e si concluderà giovedì 21 ottobre la XII edizione di «Fiato ai libri», Festival di Teatrolettura, o lettura teatrale, organizzato dal Sistema Bibliotecario Seriate Laghi. Venticinque appuntamenti in totale, selezionati dal direttore artistico Giorgio Personelli, distribuiti in 22 Comuni della provincia; di essi 6 targati «junior», dedicati cioè ai più piccoli”. Per questo festival gestisco, in particolare, la pagina Facebook e il profilo Instagram.

Il secondo festival è Presente Prossimo. In questo caso il festival partirà a ottobre e vedrà tantissimi autori di fama nazionale e internazionale alternarsi sui palchi della provincia bergamasca fino alla primavera del 2018.

Molti di voi atterrano su questo sito per la mia attività di giornalista informatico o per le mie pubblicazioni. I libri, già: bello – ma non bellissimo – il mondo dell’editoria. Premi e cotillons, visibilità e personal branding a go-go. Fatturato? Zero. Ma come – vi chiederete – con tutti i libri che hai scritto, non hai guadagnato nulla? Tra parentesi: ma siete della Guardia di Finanza?

Nisba, ragazzi: le briciole. Se raccogliessi tutti i soldi che ho macinato, in questi anni, scrivendo libri ed eBook, potrei investirli in un pacchetto della classiche, perché quelle al formaggio stufano. Per dire.

Insomma, tengo famiglia, devo lavorare. (Sì, fare il giornalista era meglio che lavorare; e mangiavo gratis alle conferenze stampa.) Quindi ho deciso di trasformare una mia caratteristica, qualcuno direbbe un difetto – sono un chiacchierone! – in un mestiere.

Scherzi a parte: sono un formatore.

Mi occupo di formazione da anni, prevalentemente sui temi della comunicazione e del digitale: corsi su LinkedIn, sui social, la comunicazione aziendale, la scrittura efficace, il blogging e via dicendo. In passato ho anche fondato una società di formazione sui temi della tecnologia e genitorialità: ClasseWeb.

Poi, un giorno, ho incontrato Mirko Damasco: il presidente di Salvagente Italia. Inizialmente abbiamo fatto dei corsi insieme (I pericoli della Rete, Cercare lavoro online). Poi abbiamo deciso di lanciare un nuovo progetto, una nuova azienda con tutti i crismi: Four Srl. Ma che, sei matto? In-Italia-una-azienda-una-Srl, oddio le tasse, le piaghe d’Egitto, le cavallette! Beh, sì, diamine! Quelli sono problemi, ma non bisogna trasformarli in alibi (avete mai visto Julio Velasco parlare della cultura degli alibi? Ve lo consiglio, trovate il video qui).

Ma torniamo a Four. Prima di tutto il nome: è vero, siamo quattro formatori, ma il nome è un gioco di parole: FO-UR, FOrmazione URgenze. La società ha, come anticipavo, due anime: la mia, quella dei corsi sulla comunicazione e sul digitale per le aziende, ma soprattutto quella della componente di Salvagente (anche le altre socie, Sabrina e Silvia, vengono da lì), che si concentra sui corsi sulla sicurezza, primo soccorso, uso del defibrillatore. Qui lo spiega Mirko:

Per informazioni sulla mia nuova azienda e sui nostri corsi, scrivi a gianluigi.bonanomi@four.srl.

Qualche anno fa rimasi impressionato dalla vicenda di Oscar Giannino. Alle elezioni politiche del 2013 il giornalista dandy (lo incontrai a un evento giornalistico e mi colpirono, per fortuna solo metaforicamente, delle scarpe con borchie) si presentò alla guida del movimento “Fare per fermare il declino”. A pochi giorni dal voto, però, il suo compagno di partito, l’economista Luigi Zingales, denunciò dei falsi nel suo curriculum. Tra gli studi di Giannino spiccava un master alla Booth University di Chicago, quella dove insegna Zingales. Ma il professore scoprì che alla Booth University Giannino non ha mai messo piede. Anzi, Oscar non era nemmeno laureato.

La carriera politica di Giannino finì lì. Iniziò, in compenso, una sorta di processo pubblico, i mass media si avventarono sul suo cadavere politico; ma è in Rete, sui social, che iniziò il massacro popolare. Riporto, per decenza, uno dei commenti simpatici:

Una vera gogna, come sempre più spesso accade online. Sono tantissimi i casi di persone messe in croce sul Web, senza alcun processo ma con conseguenze ben peggiori.

Recentemente mi sono imbattuto in un libro proprio su questo tema. Si tratta de “I giustizieri della Rete” di Jon Ronson. L’autore britannico, in un testo scritto molto bene e che consiglio, parla del lato oscuro di Twitter e Facebook; dalla quarta di copertina:

“Spesso [i social] alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso”.

Tra i casi citati c’è quello, notissimo, di Justine Sacco.


Per questo tweet di cattivo gusto (tradotto: “Sto andando in Africa, spero di non prendermi l’AIDS. Scherzavo: sono bianca!”) ha perso il lavoro. E la faccia.
La vicenda: nel dicembre 2013 Justine aveva preso un aereo per raggiungere Città del Capo, in Sudafrica, per visitare la sua famiglia. Prima di imbarcarsi aveva creato quel tweet. Nonostante i suoi pochi follower, il messaggio fu ritwittato (condiviso) da un giornalista e divenne virale, al suo arrivo in Sudafrica le crollò il mondo addosso. Come si legge su IlPost.it:

“Sacco fu presa in giro e insultata per giorni. A causa di quel tweet perse il suo lavoro da capo delle pubbliche relazioni della IAC, una grande società con sede a New York che possiede più di una trentina di società web molto conosciute tra cui Vimeo, Match.com, Daily Beast e Ask.com”.

La beffa: anche un professionista della comunicazione online è rimasta schiacciata dalla comunicazione online.

Il libro parla di tante storie del genere, tutte centrate su vergogna, reputazione e facile giustizialismo. Per esempio si racconta la storia di Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è inventato, in un libro, una citazione di Bob Dylan; scherzetto che gli ha fatto saltare la carriera.

Tra gli altri c’è anche un predicatore finito in una lista di frequentatori di prostitute, ma anche il caso clamoroso di Max Mosley. Nel 2008 l’ex capo della Formula 1 venne coinvolto in un clamoroso scandalo sessuale scatenato dal quotidiano inglese News of the World. Il giornale pubblicò alcuni fotogrammi tratti da un video nel quale Mosley prendeva parte ad un’orgia di tipo sadomasochistico con alcune prostitute in uniformi naziste ed in divise che ricalcano quelle che indossavano gli internati nei lager. La notizia è che Mosley pare essere l’unico, tra i protagonisti del libro, ad aver superato la gogna mediatica online in modo (quasi) indolore.

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Nel 2013 il Gruppo di Ricerca sui Nuovi Media del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, coordinata da Marco Gui, con la collaborazione di OssCom, mise a punto l’Indagine sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde. Si tratta di una ricerca svolta su un campione di 2.327 studenti delle seconde superiori in Lombardia, e analizzava le dotazioni tecnologiche, l’uso dei nuovi media e le competenze digitali degli studenti. Puoi leggere l’intera indagine qui:

Il 5 marzo 2010 lo spagnolo Costeja González, nella foto, si rivolse al garante della privacy spagnolo per presentare un reclamo contro La Vanguardia Ediciones, che pubblica un quotidiano di larga diffusione, nonché contro Google Spain. Il reclamo era fondato sul fatto che, cercando il nome di González in Google, si ottenevano link verso due articoli del quotidiano che parlavano del pignoramento della sua casa, 16 anni prima. González non voleva che comparissero più i suoi dati, visto che la questione era risolta da anni. Il tribunale stabilì che il quotidiano aveva agito correttamente mentre il motore di ricerca doveva accontentare González. L’intero testo della sentenza è disponibile in PDF qui:

Una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea (C-131/12 del 13 maggio 2014), a seguito di questa vicenda, ha disposto che in alcuni casi si può chiedere ai motori di ricerca di rimuovere dei risultati, se sussistono rilevanti motivi legati alla privacy. Google non ha potuto esimersi dal rispettare la legge: dopo due settimane dalla sentenza aprì la possibilità ai cittadini europei di poter inviare, con un modulo su Internet (questo il link), la richiesta di rimuovere link inadeguati a loro riferiti. Tuttavia Big G specifica a chiare lettere:

A fronte di una tale richiesta, effettueremo un bilanciamento tra il diritto alla privacy della persona e il diritto di rendere accessibili le informazioni e l’interesse pubblico a trovarle. Nel valutare la richiesta considereremo se i risultati includono informazioni obsolete sul richiedente e se le informazioni sono di interesse pubblico. Ad esempio, potremmo decidere di non rimuovere determinate informazioni che riguardano frodi finanziarie, negligenza professionale, condanne penali o la condotta pubblica di persone che ricoprono incarichi nell’amministrazione pubblica.

Per la cronaca: nei primi cinque mesi Google esaminò più di mezzo milione di siti.

Ho rilasciato questa intervista al blog NonSoloWork il 28 maggio 2017.

Ho conosciuto Gianluigi Bonanomi a un corso per blogger: parlava della scrittura online, di come rendere i testi efficaci e di come scrivere titoli, come dice lui, “che spaccano”. Abbiamo parlato, abbiamo scoperto di avere un sacco di cose in comune, per esempio la “mission” di aiutare le aziende a comunicare meglio, poi ho scoperto che è un giornalista. Un giornalista hi-tech, ma pur sempre un giornalista.
Qualcosa non quadrava: in una logica consolidata i giornalisti stanno in redazione, non in azienda. Ho deciso quindi di indagare, gli ho fatto qualche domanda per capire meglio di che cosa stiamo parlando.

Gianluigi, so che sei un giornalista ma lavori anche come consulente aziendale. Come si conciliano le due cose?

Ciao Paola, anzitutto ti ringrazio per avermi ospitato sul tuo blog. La domanda è assai complessa, perché riguarda la crisi di un settore, quello del giornalismo cartaceo, che pare non conoscere fine. Non mi dilungo su questo tema, ma i numeri sono impietosi: i nove maggiori gruppi editoriali italiani hanno perso un terzo del fatturato e otto freelance su 10 ricavano meno di 10.000 euro lordi all’anno per il loro lavoro. Perché? Ecco la risposta: dieci anni fa c’erano 40.000 edicole, ora sono meno di 30.000, una su quattro è saltata, le altre potrebbero fare la fine delle cabine telefoniche. Lo sapevi che esistono già algoritmi e robot che scrivono articoli al posto degli umani, per ora in tema di analisi finanziaria e sport?

Quindi i giornalisti come si pagano il mutuo?

Qui sta il punto. Quando faccio formazione per i colleghi giornalisti, che comunque continuano ad aver bisogno dei “crediti formativi”, spingo verso il “brand journalism”: fare i giornalisti in azienda.

Intendi fare il giornalista che scrive la storia dell’azienda o del fondatore?

Non proprio. Parlo di adattarsi a lavorare a braccetto col reparto marketing per scrivere contenuti utili, ma utili sul serio. Tutte le aziende hanno un disperato bisogno di comunicare (anche “non comunicare” è un modo di comunicare!). Qualcuno può storcere il naso, chiamarle “markette 2.0” o più elegantemente publiredazionali. Tu l’hai chiamato “pagarsi il mutuo”.

Ma in concreto che cosa può fare il giornalista in azienda?

Raccontare l’azienda, quindi fare branding (anche sui social), oppure fare quello che vogliono tutte le aziende del mondo: trovare clienti! La lead generation, di questi tempi, punta sempre meno sulle tecniche outbound, le cosiddette chiamate a freddo, e sempre più sull’inbound marketing, il content marketing: è il cliente che va dall’azienda, perché ha trovato online qualcosa, per esempio un articolo o un eBook, che gli interessa, che gli ha risolto un problema.

Ma queste cose non sono competenza dell’ufficio marketing e comunicazione?

Certo, ma il reparto marketing e comunicazione scriverebbe un articolo, un eBook o farebbe un’intervista come un giornalista? Credo che l’esperienza del giornalista nel “cavare il sangue dalle rape”, dimostrando che ogni azienda può essere un editore, ma soprattutto l’approccio di strategia dei contenuti, con il cosiddetto piano editoriale, siano dei plus che nessun’altra figura professionale può dare.

Qual è il primo consiglio che vuoi dare per un giornalista che vuole fare questo salto e diventare un brand journalist?

Quello di seguire uno dei miei corsi! Scherzi a parte, il segreto è sfruttare il network creato durante gli anni della professione. Per esempio proporsi alle agenzie di PR per supportarle nella creazione di contenuti per i loro clienti. In pratica il giornalista deve essere un camaleonte: oggi blogger, domani social media manager, dopodomani un uomo del marketing e così via. Sembrano mestieri diversi, in realtà al centro c’è sempre il contenuto.
In ogni caso bisogna studiare, esplorare, imparare nuovi modi di comunicare, nuovi strumenti. Non è possibile che un giornalista non sappia fare un tweet, usare un hashtag su Instagram o ignorare l’esistenza dei Pulse su LinkedIn. Un giornalista del nuovo millennio deve avere tra le skill i social, la SEO e il content marketing, come minimo. Se vuole pagarsi il mutuo, come dici tu, non deve più rincorrere editori che pagano tre euro a pezzo. Quello non è più un lavoro, ma un hobby. Fare il brand journalist è un lavoro.

Per chiedermi informazioni sui corsi di brand journalism, scrivimi!

 

La rivista Surgelati Magazine mi ha intervistato in merito all’uso dei social media nel settore Food. L’intervista è stata pubblicata sul numero 1 del 2017, che puoi consultare a questo link. Ecco le due pagine dell’intervista (che poi continua nelle pagine successive con contributi altrui):

 

“Qualche anno fa stavo cercando lavoro. Notavo che la maggior parte delle aziende, soprattutto quelle più grandi, pubblicavano gli annunci nel loro sito, tipicamente in una pagina chiamata ‘Lavora con noi’. Era scomodo tenere traccia di tutte quelle opportunità sparse per il Web e siccome iniziavo ad appassionarmi di digital marketing e blogging, decisi di aprire io un blog che le raccogliesse. Oggi si è sviluppato diventando un blog di interviste, recensioni, guide pratiche e raccolte di consigli e risorse per lavoro, carriera, business e startup con un milione di utenti unici all’anno”.

Inizia così la storia che mi racconta il ventinovenne Simone Barbone, mente e mano che stanno dietro al popolare www.lavoraconnoi-italia.it.

Iniziamo dal “C’era una volta”: Simone, come è iniziata questa avventura?

“Anni fa, nel 2011 iniziavo a lavorare nel marketing e ad appassionarmi del canale digitale, allora in via di sviluppo. Ci fu un periodo in cui cercavo delle aziende per cui candidarmi. All’epoca non si usava LinkedIn, né c’erano molti portali di lavoro. Per trovare le offerte di lavoro delle aziende più grandi e famose, l’unica cosa da fare era cercare le posizioni aperte sui siti delle aziende con il solo ausilio di Google. Si perdeva molto tempo a cercarle tutte, quindi decisi di creare un sito – meglio: un blog – per trattare questo argomento, a partire dalla mia esperienza”.

La scrittura era lo sbocco naturale per te, visto che hai fatto studi classici. Tra parentesi: ho scoperto che hai dato alle stampe pure un romanzo thriller con lo pseduonimo Sim Taster (http://ilcacciatorediscoop.it). Torniamo a noi: che cosa si trova, in pratica, su “Lavora con noi Italia”?

“L’idea è stata subito quella di unire i contenuti del blog a un portale, una directory che raccogliesse una serie di risorse utili a chi cerca lavoro, in Italia e all’estero. Ho iniziato creando delle schede aziendali con link alle varie pagine ‘Posizioni aperte’, ‘Invia CV’, ‘Candidatura spontanea’ ma soprattutto ‘Lavora con noi’, ovviamente. Ho indicizzato tutte queste risorse, le ho categorizzate in base al settore in tal modo che, chi era interessato a una azienda, scoprisse automaticamente anche le altre aziende correlate in base al settore di appartenenza”.

Qual è il tuo target?

“Tutti quelli che cercano lavoro, ma non solo. Inizialmente c’erano solo news e risorse per potenziali candidati: per esempio si trovano 1300 link a portali per chi vuole lavorare all’estero oppure la guida ‘Job Solver’ con dritte e modelli di documenti per chi cerca lavoro. Poi ho iniziato a scrivere post su argomenti correlati, intervistare recruiter, head hunter, imprenditori, startupper o lavoratori italiani all’estero. Tutto ciò che riguarda non solo il mondo del lavoro dipendente, ma anche quello dei freelance, dell’impresa, delle startup. Ormai il lavoro non è più solamente quello tradizionale.”

Con gli anni l’interesse verso Lavora con noi Italia è aumentato. Oltre al milione di utenti unici all’anno, nel frattempo si sono aggiunti i social e ora si contano 13.000 membri del gruppo LinkedIn, 8.000 fan della pagina Facebook, 4.000 follower su Twitter e circa 10.000 iscritti alla newsletter. Oggi il blog di Lavora Con Noi Italia è solo uno dei progetti di Simone, che lavora come consulente per PMI e liberi professionisti, promuovendosi dal suo sito Web www.simonebarbone.net.

Chiedo a Simone di chiudere con tre dritte per chi cerca lavoro.

“Prima di tutto puntare forte su LinkedIn: contatti di alcune aziende mi dicono che ormai molti responsabili HR stanno spostando tutta l’attività di ricerca e selezione lì. Anche lato candidato è comodo: si ha un’unica presenza online, senza dover aggiornare i vari CV caricati sui siti di ricerca ogni volta.
Secondo: non sottovalutare la potenza della Rete, ci sono risorse fantastiche. Prendete, per esempio, Glassdoor (www.glassdoor.com, ndr): è un sito che raccoglie le informazioni sui salari in base a qualifica, ruolo e nazione ma soprattutto le domande tipiche che i recruiter fanno ai propri candidati in base al ruolo; così si può andare a un colloquio sapendo quando si vale sul mercato…”.

E la terza dritta?

“La terza è in realtà la prima. Non si può iniziare un percorso di ricerca del lavoro senza prima sapere che cosa si vuole. Per questo si può usare la Rete per capire se la propria passione si può trasformare un lavoro, e come si muovono quelli bravi. Ma soprattutto bisogna avere una presenza online coerente, che faccia capire al potenziale datore di lavoro perché sei diverso e perché dovrebbe scegliere proprio te”.

In una parola: posizionamento.

 


Approfondirò i temi della ricerca del lavoro online ai tempi dei social network in un convegno che mi vedrà salire sul palco del Salone del libro di Torino, venerdì 19 maggio alle ore 18, con David Buonaventura (ideatore del metodo Colloquio Diretto e con l’esperto di inbound marketing Andrea Cannizzaro.
L’evento “Il marketing di se stessi: il binomio personal branding e social media”, aperto a tutti, si terrà al padiglione 1, stand Regione Piemonte – Agenzia Piemonte Lavoro, sala IOLAVORO. Vi aspetto!