Ho già avuto modo di raccontare in un altro articolo di come sia rimasto colpito dal discorso di Simon Sinek sul partire dal perché, la motivazione per la quale si fa il proprio lavoro. Il problema è che spesso non è così facile, né immediato, trovare il proprio perché da inserire nel profilo LinkedIn (in particolare nel riepilogo), visto che tutti si focalizzano su che cosa (es: scrivo) e come (es: blog).
Serve un metodo, e vi propongo quello ideato da Sakichi Toyoda (nella foto sotto) per la Toyota Motor Corporation: i cinque perché (5 whys).

Elemento critico della formazione al problem solving, questo metodo consiste nel chiedersi cinque volte il perché di una determinata situazione o problema, un po’ come fanno i bambini, fino ad arrivare alle cause profonde (root causes) del difetto.
Ecco un esempio applicato sul caso Toyota e preso da Wikipedia:

L’auto non parte, (il problema)

Perché – La batteria è scarica (primo perché)

Perché – L’alternatore non sta funzionando (secondo perché)

Perché – La cinghia dell’alternatore si è rotta (terzo perché)

Perché – La cinghia dell’alternatore non è mai stata sostituita, sebbene l’auto avesse percorso molti chilometri (quarto perché)

Perché – Non è stata effettuata la manutenzione programmata (quinto perché, la radice del problema).

Ci si potrebbe continuare a chiedere ancora altri perché.
Questo metodo può essere applicato a se stessi, al proprio lavoro. Perché facciamo il nostro mestiere? Chiaramente la risposta non sarà “stipendio”, altrimenti avremo sbagliato qualcosa: quello è il risultato che vogliamo ottenere, non la motivazione.
Faccio un esperimento di auto-analisi con questo metodo.

Le motivazioni per le quali faccio il mio mestiere: il formatore

Perché fare il formatore è una continuazione, con altri mezzi, di quello che ho sempre fatto: scrivere

Perché mi piace divulgare e aiutare le persone a migliorarsi

Perché per divulgare bisogna prima studiare, leggere (che è anche il mio hobby)

Perché amo la cultura, i libri (per me un’ossessione)

Perché i libri mi danno sicurezza, so che posso trovare non quello che so, ma quello che ancora non so

Non so se l’esperimento sia riuscito, credo di essere arrivato abbastanza in profondità, voi che cosa ne pensate? Volete propormi il vostro esperimento di root causes analysis?

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LinkedIn è un social network, un social media, uno strumento per cercare un lavoro oppure lavoratori, e tante altre cose insieme. Qualsiasi sia l’uso che se ne fa, resta sempre un punto fermo: al centro di LinkedIn ci sono le persone. Con i loro nomi e i job title, le presentazioni e le competenze, le esperienze e gli interessi e i loro errori. Di questo, dei sette vizi capitali di LinkedIn, voglio parlare qui. Badate bene, un’avvertenza doverosa: non vogliono ergermi a giudice che censura le umane debolezze: molti di questi errori li ho commessi, e li commetto, anche io ogni giorno.

I vizi sono un elenco di inclinazioni dell’anima umana, spesso detti anche peccati capitali. Questi vizi, contrapposti alle virtù, sono chiamati “capitali” perché gravi: in effetti, nel caso di LinkedIn, inficiano l’uso che facciamo dello strumento. Eccoli tutti e sette.

  1. Superbia: radicata convinzione della propria superiorità, che si traduce in disprezzo verso gli altri e delle regole di LinkedIn. Ebbene sì, seppur non scritte, anche nella Rete vigono delle regole di buona creanza, spesso chiamate Galareteo o netiquette. Per dirne una banale: non si chiede il collegamento “a freddo” a una persona, bisogna sempre presentarsi e circostanziare la richiesta.
  2. Avarizia: non solo cupidigia, ma anche un costante senso di insoddisfazione per ciò che si ha già e bisogno sfrenato di ottenere sempre di più. In questo caso il desiderio sfrenato potrebbe essere quello di far crescere a dismisura la propria rete di contatti, non considerando che è la qualità e non la misura del network a fare la differenza. Anzi, un network pieno di “rumore”, un nutrito gruppo di sconosciuti fuori target potrebbe anche essere un problema: che cosa accade se un collegamento noto vi chiede notizia di un altro che non conoscete? In un attimo viene squalificato l’intero vostro network.
  3. Lussuria: non solo irrefrenabile desiderio del piacere sessuale fine a sé stesso, ma anche l’eccessivo attaccamento ai beni terreni. In questo caso si parla dell’abitudine di spiare costantemente i profili altrui allo scopo di creare sempre nuove relazioni finalizzate al guadagno, senza una strategia di relazione che dovrebbe essere la base dell’uso di questo social. Ma si parla anche del desiderio di chiudere accordi e contratti senza rispettare le regole dei social: no alle trattative a freddo, sì al social selling fatto con tutti i crismi.
  4. Invidia: tristezza per il bene altrui percepito come male proprio. In tedesco esiste una parola che definisce il piacere per le sfortune altrui: schadenfreude. I social portano spesso a una sorta di disturbo narcisistico, per cui si pensa che tutto il mondo ruoti intorno a sé e al proprio profilo: siccome pensiamo che gli altri non facciano altro che guardarci e (speriamo) ammirarci, dobbiamo sempre presentarci al meglio, anche edulcorando la realtà.
  5. Gola: ingordigia, perdita totale del senso della misura. In LinkedIn si ha quando, abbagliati dall’euforia social, si eccede in varie direzioni: troppi aggiornamenti di stato o troppi messaggi in privato.
  6. Ira: eccessivo senso di giustizia, che degenera in giustizia personale, nonché in desiderio di vendicare violentemente un torto subito. Se sui social non bisognerebbe mai cedere al flame, al litigio per futili o importanti motivi, a maggior ragione non bisognerebbe farlo su un social dove si punta tutta sulla professionalità. Ci vuole sempre moderazione nei commenti: siccome un moderato non c’è, ognuno deve moderarsi da sé.
  7. Accidia: inerzia nel vivere, pigrizia, indolenza, infingardaggine, svogliatezza, abulia. C’è un libro, che circola negli Usa da anni, che si chiama “Share or die” (tradotto anche in italiano). Non bisogna essere sui social, ma essere social. Ed essere social vuol dire condividere: contenuti, contributi, idee. Come disse George Bernard Shaw: se tu hai una mela e io ho una male e ce le scambiamo, entrambi abbiamo ancora una mela a testa. Ma se io ho una idea e tu un’altra e ce le scambiamo, alla fine ne abbiamo due a testa. Questa è l’essenza di ogni social media, inteso come mezzo di comunicazione e non solo come network di persone. LinkedIn è sia un social media che un social network: in quanto mezzo di comunicazione, dobbiamo sfruttarlo per inviare e ricevere dei messaggi. Puntiamo forte sui contenuti!

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Google rappresenta lo stato dell’arte della ricerca online, non a caso ha sbaragliato la concorrenza. Ma da qui a dire che le ricerche siano perfette, ce ne corre. Anzi, possiamo chiaramente affermare che il meccanismo di ricerca è tutt’altro che “smart”, come si dice di questi tempi. Per interrogare l’oracolo Google dobbiamo usare parole chiave e codici ben precisi e i risultati non sono sempre pertinenti. Un grosso passo avanti può avvenire con i motori di ricerca semantici, vale a dire strumenti da interrogare con linguaggio naturale e che restituiscano risultati “ragionati”. Qualcuno prova ingenuamente a usare un linguaggio naturale con Google, scrivendo frasi articolate, ricche di punteggiatura e avverbi e altro, sostanzialmente perdendo tempo.

Il cosiddetto “Web semantico” (si parla di Web 3.0[1]) rappresenta il tentativo di aggiungere significato al Web, rendendo i contenuti comprensibili anche alle macchine, che devono quindi non solo contare le occorrenze, ma comprendere i significati, i contesti. Ragionare come (dovremmo fare) noi. Come? Grazie ai metadati: dati, come etichette, che descrivono altri dati. Un esempio in tal senso è Graph Search, il motore di ricerca di Facebook che permetterà un’interazione colloquiale: potremo chiedere di mostrare le “foto scattate dai miei amici a New York” per ottenere esattamente ciò che vogliamo, e che attualmente non potrebbe darci Google, perché non sa (ancora) quali sono i nostri amici.

Google, in realtà, è già più avanti di quanto pensiamo. Nel 2012 ha introdotto Knowledge Graph[2] (grafo della conoscenza), un sistema per associare parole e oggetti in modo da ottenere una ricerca più completa e coerente. In concreto, accanto ai risultati tradizionali della parte centrale della pagina di Google, sulla destra appaiono informazioni pertinenti all’oggetto della ricerca: a Leonardo Da Vinci sono associate anche le sue opere, altri artisti, il luogo di nascita e di morte e così via.

Un progetto interessante è quello di Wolfram Alpha, definito dal creatore – lo scienziato e matematico britannico Stephen Wolfram – come un “motore computazionale di conoscenza”: interpreta le parole chiave inserite dall’utente e propone direttamente una risposta, invece che offrire una lista di collegamenti ad altri siti come fa Google. L’era dell’intelligenza artificiale, di macchine che superino il mitico test di Turing[3], si sta avvicinando[4].

Questo paragrafo è tratto da “Il guru di Google”. Puoi acquistarlo su Amazon:

[1] Rudy Bandiera, Rischi e opportunità del Web 3.0 e delle tecnologie che lo compongono, Dario Flaccovio Editore

[2] www.google.com/insidesearch/features/search/knowledge.html

[3] Alan M. Turing, Computing machinery and intelligence, in Mind (1950)

[4] In realtà, nell’era dell’Internet of things, esistono già esempi di macchine, intese proprio come automobili, che funzionano senza l’intervento umano. Proprio Google ha lanciato il progetto di una “self driving car”: http://googleitalia.blogspot.it/2014/05/basta-premere-avvio-il-progetto-di-un.html

Byung-Chul Han, fino a un mese fa, non sapevo nemmeno chi fosse. Poi qualcuno mi ha suggerito di leggere il testo “Nello sciame. Visioni del digitale” di questo pensatore coreano di lingua tedesca e per caso ho letto un articolo online che parlava di lui; da lì al carrello di Amazon il passo è stato breve.


Letto in un batter d’occhio, il libretto “Nello sciame” mi ha stuzzicato parecchio. Nel testo, seppur breve (un centinaio di pagine con font a prova di orbo) ci sono tanti spunti. Ne ho voluti fissare 10 in ordine rigorosamente sparso, a mo’ di appunti.

  1. Ci inebriamo del medium digitale, senza essere in grado di valutare le conseguenze di simile ebbrezza. Questa cecità e il simultaneo stordimento rappresentano la crisi dei nostri giorni.
  2. Abbiamo bisogno di rispetto, pudore e distanza; invece la comunicazione digitale riduce le distanze. Sia fisiche che mentali. Han parla addirittura di esibizione pornografica della intimità: i social sono spazi di esibizione del privato.
  3. L’anonimato in Rete, il suo uso impulsivo, la mancanza di rispetto e di distanza portano al fenomeno degli shitstorm (montagna di letame, escrementi).
  4. La comunicazione ora è simmetrica: online si legge ma si può anche scrivere, produrre informazioni (si parla di prosumer). Questo nuoce al potere, che solitamente usa l’informazione in un’unica direzione. Politicamente parlando, tutti vogliono essere presenti ma non rappresentati.
  5. Avere troppe informazioni non significa prendere decisioni migliori, anzi. Al posto del big brother, avremo il big data.
  6. La massa online non ha massa fisica. È uno sciame digitale, non è una folla: non ha un’anima, non c’è un “noi”, ma è un insieme composto da individui isolati, da hikikomori (in giapponese coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale). I media elettronici, come la radio, radunano gli uomini mentre i media digitali li isolano.
  7. Viviamo un periodo di crisi letteraria e comunicativa. Assistiamo a un profluvio di pubblicazioni, ma viviamo un’era di stallo spirituale. Perché questo frastuono comunicativo disturba il nostro spirito. Il medium dello spirito è il silenzio.
  8. Lo smartphone, che promette libertà ma costringe a comunicare, è uno strumento per interloquire con sé, non con l’altro.
  9. La parola “digitale” deriva da dito, che conta. Invece la storia, le nostre storie, non sono fate per essere contate, ma raccontate. Il diario di Facebook, il flusso di tweet non sono racconti, né biografie: non c’è nulla di narrativo. Nel digitale si contano i like, gli amici, la simpatia: è la contabilità delle relazioni.
  10. Sta per iniziare l’era dei fantasmi digitali. Per esempio grazie all’Internet of Things gli oggetti potranno connettersi senza il nostro aiuto e comunicheranno tra loro: è un mondo spettrale, quello che aspetta.

Per acquistare “Nello sciame” da Amazon, fai clic qui:

LinkedIn può rivelarsi un problema per chi cerca lavoro sotto gli occhi dell’attuale datore di lavoro. Ho chiesto delucidazioni sul tema a David Buonaventura, ideatore di “Colloquio Diretto” e coautore, con me, di “Job War“, metodo innovativo per la ricerca del lavoro nonché testo in uscita nelle prossime settimane per Ledizioni.

David, sia in Colloquio Diretto che in Job War parli di “Curriculum Vitae Diretto”: hai pensato a qualcosa del genere anche per LinkedIn?

I quattro principali motivi per cui una persona decide di usare LinkedIn sono:
– vendere qualcosa;
– offrire lavoro;
– comunicare;
– cercare lavoro.
A meno che tu non sia un venditore o un recruiter o un divulgatore, aprendo e tenendo aggiornato il profilo stai implicitamente comunicando al tuo datore di lavoro che non ti trovi bene in azienda. Stai cercando di cambiare, probabilmente per andare in qualche azienda concorrente.
Da quel momento nessuno ti affiderà più un incarico importante e di responsabilità. Aumenti di stipendio o miglioramenti professionali? Neanche a parlarne. Sei aziendalmente morto.
Quando prepari la tua immagine pubblica, metti in conto che potrebbe essere osservata anche dalle stesse persone che ti permettono di portare il pasto in tavola. Meglio quindi adottare particolari forme di comunicazione che non facciano capire che stai cercando un nuovo lavoro.
Il camuffamento è quindi necessario. Per farlo devi impostare messaggi che vengono interpretati in maniera diversa dall’attuale e il futuro datore di lavoro.

Visto che sei un fautore del contatto diretto con chi ti dovrà valutare e assumere, giudichi comunque LinkedIn uno strumento utile per chi cerca lavoro?

Lo strumento “LinkedIn” assume diversi significati e utilità a seconda gli elementi che lo costituiscono.
1.     Profilo
È il moderno sostituto del vecchio CV. Ha numerosi pregi in più ma anche il difetto congenito del suo antenato: facilita l’idea che basti presentarlo per attirare l’interesse del datore di lavoro. Vana speranza.
Io lo considero il secondo step della comunicazione. Serve solo per approfondire la conoscenza. Prima è necessaria una comunicazione persuasiva e personalizzata per portare quello specifico interlocutore a volerti conoscere. Quello è il momento di presentare il tuo ricco e dettagliato profilo LinkedIn.
2.     Networking
L’ambiente social di LinkedIn è straordinario e vale la pena di usarlo. Anche qui però senza illudersi che basti un collegamento per creare una relazione che ti porterà un giorno ad ottenere un nuovo lavoro.
La persona con cui vuoi creare una relazione professionale tramite LinkedIn, deve avere un motivo per aiutarti se e quando ne avrai bisogno. Dipende tutto da quello che gli comunicherai dopo aver ricevuto la connessione.
3.     Condivisione
Condividere articoli e commenti può fornirti quella visibilità che può aiutarti molto. Anche qui dipende sempre da cosa comunichi e come lo fai.
Io uso LinkedIn estensivamente. Pubblico almeno due articoli alla settimana con messaggi che possono essere compresi sia dai clienti che i potenziali datori di lavoro. I risultati si vedono.

Quali sono le dritte che puoi dare a chi vuole usare LinkedIn per trovarsi un lavoro?

Per arrivare a un buon livello di utilizzo, è necessario studiare o affidarsi alla guida di persone esperte. L’improvvisazione non basta. Ricordati che sei in “pubblico” e la Rete non dimentica…

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L’online non deve mai essere visto come alternativa all’offline, perché Internet non è cosa separata rispetto alla “vita reale”. Sono due dimensioni che si compenetrano, o meglio: si completano. Per questo vogliamo presentarvi una risorsa che parte dal Web e finisce sulla carta: si tratta di Happy Onlife, un gioco (gratuito) che può essere scaricato da un sito Web ma poi deve essere stampato per diventare un gioco da tavolo (sullo stile del “gioco dell’oca”), dopo un accurato lavoro di sforbiciamento.

Il gioco, per genitori e figli dagli otto anni in su (ma anche – perché no – insegnanti e studenti), ha anche un altro legame con il Web: illustra le potenzialità di Internet e, al tempo stesso, mette in guardia dai pericoli della Rete. Questo grazie a domande sui media digitali, dall’uso di Internet a quello di social network e giochi online; si tratta di quiz studiati per stimolare la discussione e il confronto tra adulti e ragazzi.

Happy Onlife è stato presentato in occasione del Safer Interet Day 2015 dal Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione Europea.

Happy Onlife, come accennato, promuove le regole per una navigazione sicura e un corretto utilizzo di Internet. Ma come si usa? Quali sono le regole del gioco?

Partiamo dal cosa, poi ci occuperemo del come. Una volta collegati all’indirizzo Web http://europa.eu/!vN68qQ, concentriamoci sulla parte destra della pagina, dove dobbiamo scaricare il PDF “Happy Onlife board game – Italian version”, file del peso di 7 Mb. Dobbiamo stamparlo e dotarci di forbici per preparare il gioco: tabellone, domande, carte sfida (“Resta connesso!”, “Ferma il bullo!”, “In guardia!”, “Gioca sicuro!” e “Anti-virus!”) e tutto il resto che troviamo stampato nel documento.

Veniamo ora alle regole. Come nel gioco dell’oca tradizionale, si può partecipare da un minimo di due a un massimo di sei giocatori (o sei squadre da due o tre giocatori). Occorre dotarsi di un dado e sei pedine colorate.

Lo scopo è quello di arrivare per primo alla casella Finish rispondendo correttamente alle varie domande delle carte Sfida. Si gioca a turno: il giocatore più giovane inizia il gioco lanciando il dado e fa avanzare la pedina. Il giocatore poi passa il dado al vicino posto alla sua sinistra, che procederà nello stesso modo. Se il giocatore si ferma su una delle caselle contrassegnate da un simbolo delle carte Sfida, il giocatore posto alla sua destra legge la domanda Sfida e lo sfidante tenta di rispondere. Se sbaglia, va sulla casella STOP a fianco della casella Sfida. Ricomincerà a giocare da questa casella al prossimo turno. Una volta risposto, la carta viene riposta in fondo al mazzo corrispondente.

Tra gli imprevisti più curiosi segnaliamo la casella virus: indica che si è vittima di un attacco virus informatico; in questo caso il giocatore si salva se si era dotato di una carta antivirus, che è possibile conquistare nel corso del gioco.

Mirko Saini è uno dei maggiori esperti di LinkedIn in Italia. Tra le altre cose ha fondato Webcentrica, ideato Linkedin Cafè e il metodo LINKEDIN PLUS⁺. Gli ho fatto una breve intervista dopo aver visto un suo post sullo spam: approfondiva il tema del download dei contatti da LinkedIn e di quello che gli utenti possono farci. Molti li usano come database per l’invio di newsletter o DEM.

Che cosa c’è di male in questa pratica?

Scaricare il file contatti Linkedin ed inserirlo in qualche database per inviare comunicazioni via email, non è fare marketing, è fare spam, oltre che essere illegale in Italia.

Nemmeno se si avverte il destinatario?

Se per avvertimento si intende scrivere come incipit a tali email “Ti scrivo visto che siamo in contatto su LinkedIn” non mette a posto le cose, fa sembrare ancor più in torto. Oppure, avvertire di questa pratica, inserendo un testo sul proprio profilo o tra la policy del Gruppo LinkedIn che si amministra, non mette a posto le cose, rimane spam, rimane illegale.

Perché allora Linkedin permette di farlo?

Per due motivi. Primo, perché quel file è possibile utilizzarlo per esempio, per la profilazione dell’adv in LinkedIn (cosa ben diversa dallo spam via email); secondo, perché in altri stati è assolutamente legale e visto come normale e consueto da chi riceve quel tipo di email.

E usare quei contatti per creare un pubblico Facebook?

Si, direi che è un buon utilizzo. Ma in questo caso non vado a toccare nulla che rientri nella sfera del personale (privato).

Puoi darci delle dritte su come gestire correttamente il database di contatti creato con LinkedIn?

Altre a quelli già citati, (Facebook ads, LinkedIn ads), personalmente utilizzo e aggiorno quel file per programmare il lavoro. Ad ogni contatto associo un tag. Questo mi permette di fare analisi, ricavare  statistiche e comprendere se realmente sto attirando, con i miei contenuti, le persone in target come da programma.

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Ho conosciuto Silvia Pettinicchio Krebs tramite LinkedIn. Mi aveva colpito il suo profilo ricco di spunti: scorrendolo si scopre, tra le altre cose, che è la fondatrice di The Garage Marketing e docente di marketing e “International Strategic Management” alla European School of Economics. Ora le chiedo di raccontarci la relazione tra LinkedIn e il marketing.

Molte aziende sono spaventate da LinkedIn: pensano sia solo uno strumento che usano i dipendenti per trovarsi un altro lavoro. Non ne comprendono le potenzialità, se non per trovare nuovi talenti. Secondo te si può fare marketing e content marketing efficacemente con LinkedIn?

Incontro spesso aziende piccole e grandi che non sono molto a proprio agio quando si parla di social media. In alcuni casi vietano completamente ai propri dipendenti di utilizzarli durante l’orario di lavoro, temendo che possano perdere tempo a chattare e distrarsi dalle attività lavorative. Altre aprono qualche spiraglio, permettendo di accedervi ma imponendo di utilizzarli solo per veicolare contenuti istituzionali e pre-approvati dall’ufficio marketing.  Sono ancora poche, secondo la mia esperienza, le aziende che comprendono appieno il potenziale dei social network e in particolare LinkedIn per lo sviluppo del proprio business. La maggior parte non comprende che LinkedIn, utilizzato al meglio per quello che è, cioè la più grande rete professionale al mondo, permette di ottenere ottimi risultati in uno degli ambiti centrali per ogni professionista, ovvero creare e coltivare relazioni.

Per questo serve l’account a pagamento?

Anche senza un account prime, LinkedIn permette di entrare in contatto con persone che potrebbero essere interessate alla tua figura professionale, oltre che al tuo prodotto o servizio, aprire un canale di comunicazione, uno scambio di opinioni, consigli, suggerimenti che permetta di “conoscersi” e familiarizzare con i propri interlocutori.

Come contattare le persone?

La modalità affinché questo avvenga non è l’invio di un messaggio diretto, che molto spesso vedo usare da utenti un po’ sprovveduti come canale di vendita push. Solo perché hai accettato l’invito a entrare nel loro network, pensano di riuscire a vendere qualsiasi cosa. Il messaggio InMail di LinkedIn non è molto diverso da un messaggio email tradizionale. Ha però una differenza importante: chi lo riceve, se non ti conosce, può vedere chi sei, che cosa fai e come la pensi, attraverso l’osservazione delle tue attività sul social (cosa pubblichi, cosa condividi, cosa commenti ecc.).

Quindi qual è il modo migliore per creare una relazione con chi non ti conosce ancora?

Non è certo l’invio a freddo di messaggi in mail di vendita, ma la partecipazione a conversazioni di interesse per il nostro target, il pubblicare contenuto sotto forma di articolo o di post con una certa frequenza (c’è chi pubblica quotidianamente, chi più volte al giorno, chi su base settimanale). Il contenuto da pubblicare o da condividere deve essere sempre di interesse per il nostro target e mostrare la nostra area di competenza.

Questa è la base per creare una immagine digitale di sé che possa essere un riferimento sul mercato in cui ci muoviamo come professionisti o in cui si muove la nostra azienda.

Sembrerà scontato ma voglio ricordarlo lo stesso: L’immagine che dobbiamo dare è di persone corrette, dotate di etica professionale e personale, competenti ma anche avvicinabili. Pensateci: sono così le persone con cui vorremmo fare business, no?

Sei fautrice di una comunicazione etica e corretta… Ci sono temi che proprio non dovremmo trattare?

La social etiquette (o netiquette) prevede che i commenti e le battute di tipo politico, razziali, sessisti, così come chi si prefigurata come un hater, non siano ben visti e vengano segregati o peggio ancora banned (bloccati). E questo accade su LinkedIn più che sugli altri social.

Che cosa postare?

Consiglio di postare contenuti che sviscerano problemi ma trovano anche soluzioni. Oppure consigli e mini consulenze nei propri ambiti di competenza, siano esse tecniche, manageriali, scientifiche. Evitare di parlare male di un collega, un datore di lavoro, un cliente o fornitore a meno che vogliate seriamente danneggiare questa persona o azienda. Anche se, come ho detto prima, chi danneggia pubblicamente, anche se a ragion veduta, non è mai visto bene dalla community.

Questo dovrebbe essere il modo di utilizzare LinkedIn. Dal proprio profilo personale ma sempre pensando che si rappresenta una azienda. Anche quando si fa un commento leggero. E forse è per questo che le aziende hanno paura dei social. Perché non si fidano dei propri dipendenti. Ma questa è un’altra storia.

Quali obiettivi può porsi un’azienda che vuole usare LinkedIn a scopo di marketing? Solo visibilità o anche altro?

È uno strumento veramente versatile, offre parecchie delle attività che abbiamo imparato a conoscere nel marketing tradizionale: l’advertising, il direct marketing, l’e-mail marketing. Nello specifico è possibile fare ricerca, ascoltare e osservare, identificare, contattare, fare engagement e rimanere visibili.

 

LinkedIn però non è solo una bacheca…

La sua vera forza sta nel permettere alle persone di creare relazioni. E dalle relazioni nasce il “business”. Faccio un esempio concreto: l’80 % e più di tutti i clienti della mia agenzia arrivano grazie a relazioni aperte su LinkedIn. Badate bene: non ho detto che vendo i miei servizi su LinkedIn. Creo relazioni. Le vendite vengono fatte offline. Ma ci sono casi celebri di aziende, anche B2C, che hanno fatto la propria fortuna utilizzando questo social come piattaforma di vendita.

E come è possibile?

Chi usa questo social solitamente fruisce contenuti più complessi, dedica più attenzione ai contenuti che sceglie di leggere o guardare perché la qualità è tendenzialmente alta.

Dal punto di vista marketing, quali sarebbero i contenuti migliori per un piano editoriale?

Oltre al contenuto di carattere più tecnico, o a quello puramente istituzionale, consiglio sempre di raccontare delle storie seguendo gli insegnamenti dello storytelling. Ogni impresa ha almeno una storia da raccontare. La storia del fondatore, la storia dell’impegno dietro lo sviluppo di un novo prodotto. Storie delle persone che lavorano, storie di clienti che hanno beneficiato dei nostri servizi. Storie di difficoltà ma anche di vittorie.

Puoi farci qualche esempio?

Di alcune aziende che sto seguendo ho raccontato la nascita attraverso la storia del fondatore o della fondatrice: storie di sogni, passione, determinazione, difficoltà e successi. Pubblico sempre le foto delle persone, degli imprenditori ma anche dei dipendenti. È efficace anche il raccontare i grandi progetti: i cantieri, le costruzioni, i dietro le quinte. Rende l’azienda più umana, più vera. E noi tutti, alla fine, vogliamo lavorare con persone vere.

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Da quando tengo corsi su genitorialità e tecnologia ho come un radar che mi permette di intercettare i contenuti buoni che circolano online sul tema. Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un manifesto dei genitori digitali. Fermi tutti, mi sono detto: dovevo saperne di più, indagare a fondo.
Mi sono così imbattuto nel sito www.francescofacchini.it, dove ho scoperto che un collega giornalista (nonché docente IULM), anche lui genitore, aveva pubblicato dieci idee, suggestioni e regole per papà e mamme di nativi digitali. Per scoprirne di più ho contattato Francesco Facchini e gli ho fatto alcune domande.

Ciao Francesco, come è nato questo progetto?

Ho due progetti di vita: uno professionale, faccio il formatore sulla mobile content creation, e uno personale, sono un genitore single. Nella sfortuna ho avuto la fortuna di aver sposato una donna intelligente, con la quale vado molto d’accordo. Mio figlio, ora di cinque anni, sta con me una settimana ogni due: è stato un affidamento paritario e pari-tempo.
Il mio lavoro e questa avventura di papà mi hanno portato a fare delle riflessioni, a creare dei contenuti sul mio sito sull’educazione digitale. Così come non mi piaceva la letteratura sui genitori separati, anche quella su genitorialità e tecnologia mi pareva tutta improntata sul terrorismo.

A chi lo dici… Spesso mi trovo in convegni sull’uso consapevole della Rete dove gli altri relatori raccontano il mondo del Web come un far west fatto solo di bulli, prostitute, droghe e chissà cos’altro. Invece il Web è pieno zeppo di opportunità…

Certo! Tra l’altro non mi piace nemmeno la distinzione tra mondo reale e mondo virtuale: non esiste questa differenziazione, anche per quanto riguarda le regole. Quando Tamara Maggi ha ideato questa iniziativa del manifesto, mi ci sono fiondato. L’idea di un’azione sociale condivisa che aiutasse concretamente i genitori non digitali e i ragazzi cui basterà una cattiva immagine digitale per perdere lavoro e affetti mi ha subito catturato.

È arrivato il momento di scoprire questo manifesto e i dieci spunti che parlano di uso consapevole, privacy e tanto buon senso:

  1. Il Web è un bel posto se lo usi per il bene. Per questo motivo il genitore digitale attivo non si relazionerà agli altri in modo negativo, ma in modo costruttivo.
  2. Il Web ha delle sue regole di educazione e di vivere civile: il genitore digitale attivo le insegnerà senza distinzioni di qualsiasi genere.
  3. Il Web non è la baby-sitter: il genitore digitale attivo regalerà al triangolo genitore-figlio-Web quelle istruzioni per l’uso che faranno diventare il rapporto con la rete un grande viaggio di conoscenza.
  4. Il Web non è un luogo “altro”. Il genitore digitale attivo si farà ambasciatore della vita digitale come parte integrante e determinante della vita reale propria e dei propri figli.
  5. Il Web è un luogo pubblico. Il genitore digitale attivo insegnerà ad altri genitori come avere una vita digitale serena, felice e coerente con la propria immagine. Ogni diversa manifestazione è un tradimento ai propri figli
  6. Il Web è un luogo dove la privacy deve valere. Il Web ci offre molto, ma ci ruba tutto. Il genitore digitale attivo insegnerà ad altri genitori come avere un ruolo protettivo nei confronti dei dati e delle immagini dei propri figli minori.
  7. Il Web e lo smartphone non sono luoghi di divieto. Il genitore digitale attivo insegnerà ad altri genitori la coerenza e la correttezza del rapporto con i figli per quanto riguarda l’accesso a internet da telefono. Non divieti, ma dialoghi.
  8. Il Web non è il luogo del controllo: è il luogo della fiducia. Il genitore digitale attivo insegnerà ad altri genitori come fare in modo che i figli abbiano piena e corretta espressione della propria persona nei social senza mettersi in pericolo.
  9. Il genitore digitale attivo si mette a disposizione gratuitamente per incontri nelle scuole, con le istituzioni e in altri enti sociali senza distinzione. Se dovete chiedergli un progetto o un impegno continuativo, tuttavia, ricordatevi che il genitore digitale attivo ci campa con queste cose.
  10. Il genitore digitale attivo si farà cura di condividere ciò che sa delle enormi potenzialità della vita digitale a vantaggio della vita offline.

Trovate tutto a questo indirizzo.

Per altri contenuti su genitorialità e tecnologia, visita la sezione “Genitori tech” del mio sito.

Il fenomeno del vamping, vale a dire la tendenza dei ragazzi a navigare su Internet durante le ore notturne, sempre più diffusa sugli adolescenti, è ora un problema che tocca i giovanissimi, gli under 13.

Un ragazzo su due rimane sveglio di notte

Questo emerge dall’indagine su “Internet e minori in Italia” condotta da ESET. Il dato preoccupante è anche un altro: un ragazzo su due rimane connesso per diverse ore durante la notte utilizzando spesso profili social finti, eludendo completamente il controllo dei genitori e mettendo a rischio la propria sicurezza: il 35% dei preadolescenti ammette di essere caduto nella trappola del grooming, l’adescamento. Altri dati interessanti: l’utilizzo che i giovanissimi fanno di Internet è prevalentemente focalizzato sulle chat di WhatsApp (95%), i nuovi social network come Musical.ly (78%) e i giochi online come Clash Royale (65%), ben il 90% ammette di condividere sui social con sconosciuti contenuti privati ed informazioni personali.

Fenomeno vamping

Per vamping si intende l’attività notturna dei ragazzi in Rete. Si tratta di un fenomeno sottovalutato, considerati i numeri e le conseguenze. Si legge sul Report annuale Osservatorio Nazionale Adolescenza 2017

Stiamo parlando del 62% che rimane sveglio fino a tarda notte per chattare, parlare o giocare con gli amici e il fidanzato, a guardare video o serie in streaming, e un 15% che si sveglia sistematicamente, anche dopo essersi addormentato, per controllare le notifiche. Il dato è più basso negli adolescenti dagli 11 ai 13 anni, scendendo al 40%, nonostante sia sempre molto alto se si tiene in considerazione la giovane età e i danni che crea la deprivazione di sonno.

Dormire male

In realtà, dicono gli esperti, il cellulare non solo non dovrebbe essere usato di notte, ma nemmeno di sera o quantomeno non a ridosso del sonno: uno studio apparso sulla rivista Plos ONE e condotto dai ricercatori della University of California a San Francisco mostra che, come riporta La Stampa:

“L’uso di cellulari e computer è associato a una cattiva qualità del riposo e ad una riduzione nelle ore di sonno, in particolare quando l’uso avviene nelle ore serali e si prolunga fino a ridosso dell’addormentamento”

Conferma la dottoressa Maura Manca, presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza:

“Il problema è molto grave perché questi ragazzi dormono troppo poco e male, il sonno è intaccato da un punto di vista quantitativo e qualitativo e va ad interferire sulla concentrazione, sull’attenzione e quindi anche potenzialmente anche sul rendimento scolastico e sull’umore, rendendoli più irritabili ed instabili. Il sonno serve per riequilibrare e per recuperare, mentre questi ragazzi vivono all’estremo creando così un terreno troppo instabile su cui possono insorgere disagi emotivi e comportamentali”.

L’intervista per Radio Capital sul vamping

Il 22 febbraio 2020 ho parlato di vamping in radio:

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