La sindrome da pagina bianca può cogliere anche il Web writing. Ecco quindi 10 modelli di titoli (e di articoli) che possono risolvere molte situazioni di stallo creativo. Si va dalle classiche liste a titoli più sfidanti.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2020/02/Web_writing_10_modelli_titoli_articoli.png9071616Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2020-02-09 08:39:372020-02-09 08:39:37Web writing: 10 modelli di titoli (e di articoli)
In occasione del #SaferInternetDay, ovvero la Giornata mondiale per la sicurezza in rete che la Commissione europea ha istituito e promosso ormai da diversi anni, martedì 11 febbraio sarò ospite di Kiwanis International per una tavola rotonda in streaming sul tema del #cyberbullismo, nella “Sala Funi” dell’Ubi Banca di Bergamo.
L’evento potrà essere seguito in diretta streaming dagli studenti delle scuole di tutta Italia a partire dalle 10,30 sul profilo Facebook www.facebook.com/TavolaRotondainStreaming.
Il comunicato stampa
L’evento “Aziende, Istituzioni e Scuola in Streaming: Tavola Rotonda per parlare di cyberbullismo” si svolgerà a Bergamo presso la Sala Funi, prestigiosa sede di UBI – Banca di Bergamo e di Talent Garden, dalle ore 10,00 – ingresso di Viale Roma 2.
La “Tavola Rotonda” vedrà la partecipazione di illustri ospiti del mondo imprenditoriale, istituzionale e, ovviamente, saranno presenti alcune scolaresche per poterci confrontare, portando esperienze dirette a più livelli, sul corretto utilizzo dei mezzi web.
Sono state invitate il Ministro dell’Innovazione Tecnologica e della Digitalizzazione Paola Pisano e l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Dott.ssa Filomena Albano, abbiamo chiesto il patrocinio dell’iniziativa anche al Ministero ed all’Autorità Garante ed alla Regione Lombardia e siamo in trepidante attesa della concessione per poterli correttamente pubblicizzare.
L’evento sarà in streaming nelle scuole di tutta Italia che i Club sapranno coinvolgere.
Data la rilevanza nazionale dell’evento, siamo invitati a partecipare tutti con il massimo entusiasmo in modo da testimoniare anche in questa giornata di Service quanto Kiwanis sappia essere accanto alle giovani generazioni, aiutandoli a crescere in una comunità migliore!
Kiwaniani facciamoci sentire! diamo la possibilità a tutti i ragazzi delle scuole che conosciamo e che sono in aree territoriali per noi facilmente raggiungibili di prendere parte a questa importante iniziativa di sensibilizzazione.
Avere dei ragazzi in grado di proteggersi dai pericoli della rete vuol dire poter utilizzare Internet come strumento potente con enormi opportunità di apprendimento, miglioramento delle competenze e acquisizione di nuove abilità e conoscenze.
Aumentiamo la consapevolezza dei ragazzi ed aiutiamoli con azioni concrete.
Cliccando inoltre nella parte del profilo “commenti”, si potrà interagire con i relatori della tavola rotonda che saranno: Giacomo Angeloni, assessore all’Innovazione del Comune di Bergamo; Loriano Lotti, chair cyberbullismo Kiwanis – Distretto Italia/San Marino, socio del Kiwanis Club Follonica e responsabile Cyberbullismo di tutti i club Kiwanis presenti sul territorio nazionale; Alberto Trussardi, imprenditore digitale e partner fondatore di Talent Garden, luogo dove i professionisti del digitale e della tecnologia lavorano, imparano e si connettono; Gianluigi Bonanomi, docente presso la Business School del “Sole 24 ore” che promuove la formazione sui temi di economia, finanza e management; Biagio Stasi, past commercial director digital del gruppo ‘Il Sole 24 ore’; Luigi Caputo, founder di Sport Digital House – Agenzia specializzata nel digital marketing sportivo; Francesco Velluzzi de ‘La Gazzetta dello Sport’; Alberto Brivio, membro del cda di “Bergamo Sviluppo”.
Che cos’è Kiwanis International?
Il Kiwanis International è un noto club service e organizzazione mondiale di volontari, presente in 82 paesi ed aree geografiche con oltre 16.000 club e 600.000 soci che ha come scopo quello di tutelare i bambini, sin dal 2015, ha voluto accendere i riflettori sul cyberbullismo e i reati informatici. Un fenomeno preoccupante e molto diffuso tra le nuove generazioni e sul quale, insieme al prezioso e qualificato supporto della Polizia Postale, sono stati promossi incontri nelle scuole per essere al fianco dei ragazzi, delle loro famiglie e delle istituzioni scolastiche, al fine di prevenire il fenomeno, affrontando e superando una delle cause del disagio giovanile.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2020/02/kiwanis_tavola_rotonda_cyberbullismo.jpg6301702Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2020-02-09 08:17:522020-02-09 20:43:05Martedì 11/2 la tavola rotonda sul cyberbullismo con Kiwanis
Villaggio Tecnologico è un portale dedicato alla tecnologia e un nuovo format televisivo dedicato alle news tecnologiche, in onda su Lombardia TV (canali DTT 99 e 599 per la Lombardia, 219 per il Piemonte, 665 per la Liguria, 888 per Emilia Romagna e Lazio, e in streaming su www.lombardiatv.com).
Sin dalla prima puntata tengo una rubrica sulla comunicazione digitale. In questo episodio parlo di social e dipendenza:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2020/01/villaggio_tecnologico_gianluigi_bonanomi_trovare_lavoro_linkedin.png6481150Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2020-02-08 16:58:292020-02-08 16:59:07Villaggio tecnologico, puntata 3: perché i social creano dipendenza?
[Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 6 febbraio 2020]
Il Social Selling Index (SSI) misura l’efficacia a stabilire il tuo brand professionale, trovare le persone giuste, interagire con informazioni rilevanti e costruire relazioni. Ecco quattro operazioni da mettere in campo subito per migliorarne i parametri
LinkedIn è il social network ideale per fare social selling. Peccato che molti fraintendano: pensano che fare social selling significhi vendere con i social. Sbagliato: al limite quello sarebbe “social commerce”. Che cos’è davvero il social selling lo dice LinkedIn, grazie al social selling index.
Che cos’è il social selling index?
“Il Social Selling Index (SSI) misura l’efficacia a stabilire il tuo brand professionale, trovare le persone giuste, interagire con informazioni rilevanti e costruire relazioni”: parola di LinkedIn.
L’indice SSI – brillante esempio di gamification – viene calcolato automaticamente (e quotidianamente) da LinkedIn stesso. Il problema è che questo valore, espresso in centesimi, non si trova tra le opzioni del social, né della app: per scoprirlo occorre fare clic su questo link (e bisogna essere “loggati” al proprio profilo LinkedIn): social selling index.
Che cosa calcola il social selling index?
Il valore, espresso in centesimi, del social selling index prende in considerazione quattro parametri:
Creare il brand professionale
Trovare le persone giuste
Interagire con informazioni rilevanti
Costruire relazioni
LinkedIn mostra anche il social selling index medio della tua rete e del tuo settore.
Tutto molto interessante, ma in pratica? Ecco quattro operazioni che puoi mettere in campo subito per migliorare questi quattro parametri, e quindi il tuo social selling.
Creare il brand professionale
Per lavorare sul proprio personal branding su LinkedIn, a mio avviso, occorre metodo. Per questo, e scusa il gioco di parole, ne ho creato uno: il metodo LinkedIn10C:
Detto in poche parole, le prime quattro C servono per definire la tua mission. Dopo aver posto attenzione sul chi sei, e qui è fondamentale una buona foto, ci si concentra su questa formula:
Cosa fai + per chi lo fai + come lo fai
Per esempio, nel mio caso, “aiuto aziende e professionisti a migliorare il proprio posizionamento su LinkedIn grazie a workshop che sfruttano il metodo originale LinkedIn10C”. In questo caso c’è il cosa faccio (workshop), il target (aziende e professionisti, in alcuni casi sono più specifico) e l’elemento differenziante (il metodo LinkedIn10C). Completano il metodo la C delle chiavi di ricerca (ossia un’ottimizzazione SEO del profilo) e le C che danno sostanza e autorevolezza al profilo: dalle skill alle conferme (segnalazioni), dai casi di successo (i Progetti) a numeri e fatti che danno concretezza. L’ultima C riguarda i contenuti, ma ne parlo dopo.
Azione 1: completa il tuo profilo LinkedIn in ogni sua parte
Trovare le persone giuste
LinkedIn è un social media, perché può essere usato come strumento di comunicazione, ma è soprattutto un social network: strumento per costruire relazioni, connessioni, opportunità a partire dai legami sociali. La seconda voce del social selling index indica proprio questo: la capacità di cercare le persone giuste e di entrare in collegamento con loro. Sono fattori di ranking il numero di collegamenti e la percentuale di accettazione delle richieste: se mandi 100 inviti e non ti risponde nessuno, LinkedIn ti penalizza.
Azione 2: amplia la tua rete LinkedIn con collegamenti in target.
Interagire con informazioni rilevanti
Qui c’è la decima C, forse la più importante, del metodo LinkedIn10C. Occorre pubblicare, post e articoli: generare interesse perché è così che si generano opportunità sui social. Da questo punto di vista è importante avere una strategia, anche i singoli – non solo le aziende – dovrebbero avere un piano editoriale e pubblicare regolarmente.
Azione 3: pubblica post e articoli con regolarità
Costruire relazioni
Cercare le persone giuste non basta. Che senso ha avere una rete da 10.000 contatti se non conosci e non interagisci con nessuno? Devi fare rete e generare interesse: visualizzazioni del profilo e giorni di attività costituiscono fattori di ranking importanti.
Azione 4: trasforma i contatti in relazioni.
Come chiosa dell’ultima voce vorrei anche lanciare un messaggio chiaro: il vero networking, a mio parere, non si fa su LinkedIn. Questo è solo un (ottimo) acceleratore, ma serve altro. Serve che i contatti virtuali diventino legami reali, serve incontrarsi di persona, trovarsi per un pranzo o un caffè, vedersi agli eventi (non a casa LinkedIn ultimamente ha lanciato la possibilità di creare, gestire e promuovere gli eventi). Segnalo la nascita del network LunchIn, utile per incontrare di persona gli iscritti a LinkedIn nella propria zona.
Per informazioni sui miei corsi sull’uso strategico di LinkedIn, scrivimi!
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2019/02/agenda_digitale_logo.jpg400400Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2020-02-06 19:43:262020-02-06 19:45:23LinkedIn: quattro azioni per migliorare subito il tuo social selling [articolo per Agenda Digitale]
Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 23 gennaio 2020
LinkedIn: come funziona e come sfruttarlo al meglio
In questa guida viene spiegato cos’è Linkedin e come funziona il social network, come creare un profilo impeccabile e come ottimizzarlo, anche a livello aziendale, come fare personal branding e social selling.
“LinkedIn non serve a niente”: questa è la frase che mi sento rivolgere spesso all’inizio dei corsi sull’uso strategico di LinkedIn.
Questione di punti di vista, o meglio è la solita storia della volpe e dell’uva: siccome non so usarlo, non funziona. Spesso si apre il profilo, si constata che non è semplice e divertente come Facebook e Instagram, si pensa che serva solo a cercarsi un lavoro (evidentemente confondendolo con Monster o InfoJobs) e quindi lo si abbandona, lasciandolo andare alla deriva.
In questo caso non solo LinkedInnon serve (confermo), ma diventa dannoso: pessimo biglietto da visita da mostrare a chi – datori di lavoro, colleghi, clienti e partner – visita un profilo incompleto, se non fuorviante (molte persone mostrano come ultima posizione lavorativa ancora quella precedente!). In questo articolo proverò a spiegare come aprire e impostare correttamente il profilo e come usarlo proficuamente.
Il modello di business di LinkedIn
Aprire un profilo LinkedIn è semplice e soprattutto gratuito. Ma ogni volta che qualcosa è gratis, il prodotto sei tu: il modello di business di LinkedIn è sia il freemium (alcune funzionalità sono a pagamento: vedi l’account Premium Career per trovare lavoro) sia l’uso dei tuoi dati per alimentare studi di settore e un database a disposizione di chi usa profili Premium e advertising.
Per esempio LinkedIn ha fatto una bella pensata: ha trasformato i dati di oltre 12 milioni di italiani (e oltre 650 milioni di utenti nel mondo) in un enorme database per chi cerca clienti, grazie al Sales Navigator.
Come creare un account LinkedIn
Basta collegarsi a linkedin.com e procedere con “Iscriviti ora”. Oltre alle solite informazioni “burocratiche”, LinkedIn chiede di indicare le proprie posizioni lavorative attuale e precedenti, perché è da lì che si inizia a costruire la tua rete: LinkedIn è infatti soprattutto un social network (strumento per costruire relazioni, per fare networking) ma anche un social media (piattaforma per la pubblicazione e diffusione di contenuti, ma anche per la lettura grazie al feed che si trova nella sezione Home).
Una dritta indispensabile: non dare in pasto a LinkedIn la tua rubrica dei contatti (per esempio da Gmail), perché userà gli indirizzi di chi non è nel social per invitarlo a nome tuo.
Come creare il proprio profilo LinkedIn con il metodo LinkedIn10C
Il compito più importante, quando si apre un account, è il completamento del proprio profilo. Per farlo in modo completo ho messo a punto un sistema che ho battezzato metodo LinkedIn10C:
La prima C (Chi sei) sta a indicare che devi farti riconoscere e quindi puntare soprattutto su una foto profilo ben fatta: primo piano (il volto deve occupare ben più della metà del fotogramma), sfondo omogeneo (per non distrarre) e che sfoggia un bel sorriso (per i neuroni specchio).
La seconda C (Cosa fai) è la headline (o job titile), quei 120 caratteri che accompagneranno la tua foto. Qui l’ideale è spiegare il più chiaramente possibile che cosa si può fare per gli altri: non deve essere una frase criptica (che cosa fa in concreto un “account junior” nessuno lo sa. Nel dettaglio bisognerebbe esplicitare quali problemi si risolvono per gli altri.
La terza C (per chi) rappresenta il target. Chi viene a visitare il tuo profilo deve capire immediatamente se puoi essergli utile, altrimenti andrà (giustamente) altrove. La seconda e la terza C vanno a braccetto, per esempio “Aiuto le PMI lombarde a trovare nuovi mercati in Russia” contiene il cosa e il per chi.
La quarta C (come) serve per mettere in evidenza gli elementi differenzianti rispetto alla concorrenza. Se non ti differenzi dai competitor, diventi una commodity. Invece deve essere chiaro perché chi visita il profilo dovrebbe sceglierti.
Nel brand positioning, termine relativo alla brand reputation e brand awareness, si parla anche di ingredient branding: un prodotto o servizio, o una caratteristica, che ti rendono unico (come la suola che respira di un noto marchio di scarpe italiano).
Altro esempio:
La seconda fase
Le prime 4C contribuiscono a esplicitare la tua mission. Poi si passa a un’altra fase.
La quinta C (chiavi di ricerca) consento di fare l’ottimizzazione SEO (search engine optimization) del tuo profilo. Fare in modo che chi cerca competenze, prodotti, professionisti, ti trovi. Quindi occorre ragionare sulle keyword da inserire in tutto il profilo.
La sesta C (competenze) è composta sia da hard skill (competenze verticali e tecniche: per esempio “tabelle pivot in Excel”) che soft skill (competenze trasversali: “problem solving”). In LinkedIn c’è una sezione Competenze che può contenere fino a 50 skill, che gli altri possono confermare. Da qualche mese è anche possibile certificare alcune competenze (soprattutto quelle informatiche) grazie a test messi a punto da LinkedIn stesso.
La settima C (conferme) serve per sfruttare la “social proof”, la riprova sociale: occorre raccogliere testimonianze (segnalazioni) di altri professionisti che hanno lavorato con te e che possono certificare le tue competenze e l’efficacia del tuo lavoro.
Anche l’ottava C (casi di successo) è utile per darti autorevolezza ma soprattutto per raccontare che cosa fai in pratica, come hai risolto problemi e con quali risultati.
La nona C (concretezza) l’ho pensata per far sì che il profilo non sia pieno solo di chiacchiere e obbligare a pensare in modo concreto a numeri: risultati ottenuti e numeri wow. Dire “Sono un bravo venditore” non ha senso (anzi, è irritante), mentre scrivere “Ho contribuito a far aumentare il fatturato della mia azienda del 20%” è molto più interessante.
La decima C (condivisione) serve per concentrarsi sul fatto, come detto, che LinkedIn sia anche un social media. Occorre creare e condividere contenuti, foss’anche solo di “content curation” (riproposizione di contenuti altrui). Per chi invece vuole spingere particolarmente il proprio personal branding deve creare contenuti propri sotto forma di post (meglio se con contributi visuali a corredo) o meglio ancora come Pulse, come vedrai oltre.
In LinkedIn, come in Facebook, c’è la possibilità di creare un profilo personale e un profilo aziendale. Posto che chi vuole aprire un profilo aziendale deve necessariamente avere un profilo personale (che faccia da amministratore della pagina) ecco quali sono le maggiori differenze tra i due profili.
Il profilo personale può essere gestito solo da una persona, la pagina da più amministratori.
Le relazioni con il profilo sono dirette (umano a umano), quelle della pagina da uno a molti.
Il profilo personale può avere collegamenti, la pagina può avere solo follower.
Il profilo personale può pubblicare post e articoli (Pulse), la pagina solo post.
Il profilo personale ha poche statistiche, la pagina ha molti insight.
Il profilo personale non può creare campagne di sponsorizzazione, la pagina sì.
Il profilo personale può collegarsi a collaboratori, nel caso della pagina dipendenti e collaboratori possono linkare il profilo e mostrarlo sul profilo.
Il profilo personale non può aprire pagine vetrina (per singoli prodotti o servizi), la pagina sì.
Il profilo personale serve soprattutto per fare personal branding, la pagina per fare marketing.
Nel caso dei liberi professionisti c’è la possibilità di aprire sia il profilo personale che la pagina aziendale: in tal modo si sfruttano i benefici di entrambi.
Fare personal branding su LinkedIn
Quanto finora esposto permette di creare un profilo LinkedIn efficace (contemporaneamente anche in più lingue), ma permette soprattutto di fare personal branding. In pratica, il profilo LinkedIn è contemporaneamente la propria vetrina, dove si mettono in mostra le proprie competenze (posizionamento), ma è soprattutto una sorta di “landing page”, quelle pagine di atterraggio dei prodotti e servizi online finalizzate alla vendita o alle lead generation (creare le condizioni per la vendita). Per creare un “landing page” efficace, per esempio a partire dal Riepilogo (sezione Informazioni) è possibile costruire la storia di sé non come un racconto della propria carriera ma come se fosse una “sales letter” (lettera di vendita) con questo schema:
Che cosa faccio
Per chi lo faccio
Con quali risultati?
Testimonianze
Call to action
Il profilo di John Nemo ne è un buon esempio:
Fare social selling su LinkedIn
Fare social selling non vuole dire vendere con i social: quello sarebbe “social commerce” (ci stiamo arrivando). Fare social selling vuol dire fare quattro cose e ce le spiega molto bene LinkedIn. Per prima cosa calcola il tuo social selling index. Questo è il mio:
Come è calcolato il social selling index? Espresso in centesimi, dà un punteggio oggettivo a 4 tipi di attività diverse che un utente può fare all’interno di LinkedIn:
creare il brand professionale (quanto hai completato il tuo profilo? Il metodo LinkedIn10C visto in precedenza può aiutarti);
trovare le persone giuste (il numero di collegamenti e la percentuale di accettazione delle richieste);
interagire con informazioni rilevanti (obiettivo: emergere come un esperto all’interno del proprio ambito professionale, e quindi pubblicare);
costruire relazioni (ricerca di persone, visualizzazioni del profilo, giorni di attività, ricerche avanzate, uso delle InMail e altro).
Una curiosità: alcune aziende usano il social selling index come criterio di valutazione del lavoro dei propri dipendenti, soprattutto i venditori, e per dare premi e riconoscimenti.
I contatti su LinkedIn
LinkedIn, come visto, è uno strumento fondamentale per creare le relazioni (su LinkedIn si possono vedere i collegamenti fino al terzo grado, quindi con un gioco di parole i collegamenti dei collegamenti dei collegamenti diretti). In realtà, a mio parere, è un ottimo acceleratore: fare networking davvero vuol dire incontrare le persone faccia a faccia. Per favorire questi incontri occorre gestire al meglio i contatti, quella sezione di LinkedIn dove inserire:
un indirizzo email (meglio se professionale e non quello da account gratuito come Gmail);
un indirizzo Web (del proprio sito o di quello dell’azienda);
un numero di telefono (per chi ha anche uno smartphone di lavoro);
l’indirizzo della sede;
l’account di un social (LinkedIn propone Twitter);
un contatto di messaggistica (per esempio Skype).
Come si fa crescere la propria rete di collegamenti? Per chiedere un collegamento occorre andare sul profilo della persona da invitare e, nel menu di fianco alla sua foto, scegliere la voce Collegati, con un’avvertenza: aggiungere sempre una nota per contestualizzare la richiesta, soprattutto se non conosci la persona direttamente.
Eliminare un contatto è altrettanto semplice: basta andare in Rete (www.linkedin.com/mynetwork) e scegliere la voce “Elimina collegamento” che si trova di fianco a ogni nome.
App mobile e versione desktop
Una volta impostato correttamente il profilo LinkedIn, può essere gestito sia da Web via PC sia in mobilità grazie alla app. Sebbene la maggior parte delle funzioni siano disponibili in entrambe le versioni ve ne sono altre peculiari. Per esempio durante i corsi, consiglio di lavorare sulla versione desktop, dato che è più comodo lavorare sulle impostazioni di back-end, per esempio quelle sulla privacy. Invece la app, molto comoda perché sempre a portata di smartphone e quindi di mano, è fondamentale in alcuni ambiti: penso, in particolare, agli eventi dove la funzione “Trova nelle vicinanze” consente di intercettare tutte le persone che all’evento vogliono collegarsi a vicenda su LinkedIn.
Come cercare lavoro su LinkedIn
Come visto in precedenza, LinkedIn non è lo strumento per la ricerca del lavoro per eccellenza: esistono piattaforme e applicazioni nati solo per questo. Ciò non toglie che LinkedIn sia comunque un ottimo modo per trovare offerte, candidarsi online e coltivare i contatti che permettono di generare opportunità lavorative. La sezione Lavoro consente di spulciare tra le offerte che LinkedIn propone per il proprio profilo, di cercare offerte usando keyword e località e tenere traccia delle candidature inviate. C’è un’opzione in LinkedIn che permette di far sapere ai recruiter di essere a caccia di opportunità.
Le professioni più richieste su LinkedIn
Alla fine del 2019 LinkedIn ha diffuso i dati di “LinkedIn Emerging Jobs Italia 2019”, la ricerca che mostra la classifica delle figure professionali più cercate su LinkedIn in Italia:
LinkedIn serve certamente per cercare un lavoro, ma anche per cercare lavoratori. Per questo è sufficiente sfruttare la ricerca avanzata di LinkedIn: si parte da una keyword (per esempio “Power BI”) e poi si affina la ricerca grazie ai filtri (per esempio “Luogo: Bergamo”). Il problema è che dopo un tot di ricerche questa funzionalità viene inibita perché LinkedIn propone un profilo a pagamento con ricerche illimitate. Per ovviare a questo problema si può pubblicare inserzioni di lavoro e sponsorizzarle. In ultima battura si può pagare un abbonamento a LinkedIn per l’HR (per esempio il Recruiter Lite) per trovare candidati passivi e contattarli direttamente con le InMail (i messaggi a pagamento).
LinkedIn Pulse: cos’è, come funziona e come sfruttarlo
Per sfruttare LinkedIn come social media occorre pubblicare. Non solo i post, come avviene su Facebook, ma anche dei veri articoli. I cosiddetti Pulse. Questo era il nome della start-up che creò la piattaforma di social blogging poi acquisita, e integrata, da LinkedIn. Ora il nome Pulse compare sporadicamente, LinkedIn li chiama Articoli. Qual è la differenza tra post e articoli? Ecco 6 differenze sostanziali:
I post non hanno un titolo, gli articoli sì
I post sono corti (1.300 caratteri), gli articoli lunghi (40.000 caratteri)
I post non hanno immagini di copertina, gli articoli sì
I post possono integrare immagini, video (al massimo di 10 minuti) e documenti (per esempio PDF), gli articoli anche codice di embed (per integrare pezzi di Web, come una presentazione o un tweet)
I post hanno poche statistiche, gli articoli molte
I post non sono indicizzati fuori da LinkedIn, gli articoli sì (c’è anche un URL, indirizzo Web, diretto).
Come creare un Pulse? Nelle sezione Home di LinkedIn, invece di creare un post, occorre fare clic su “Scrivi un articolo”:
Nella pagina che si apre ci si può sbizzarrire con titoli, immagini, formattazioni e altro:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2019/09/come-chiedere-segnalazioni-linkedin.jpg5901030Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2020-01-25 10:01:022020-01-25 10:01:25LinkedIn: come funziona e come sfruttarlo al meglio [Articolo per Agenda Digitale]
Vi sono elencate 15 app che usano gli adolescenti dell’inizio 2020. Da quelle un po’ più note, come ThisCrush e Twich, a quelle più oscure, come Omegle e Lipsi. Ecco il video con slide e commento:
“Personal branding” è ormai diventata una buzzword, una parola fin troppo di moda.
A mio avviso il personal branding è un mix di reputazione digitale, monitoraggio e promozione tramite i contenuti online. Questo l’ho capito lavorando sul mio personal branding da quasi dieci anni (all’inizio, quando scrivevo per Computer Idea, mi leggevano oltre 200.000 persone, ma non mi conosceva praticamente nessuno).
In questo paio di lustri, soprattutto all’inizio, ho commesso diversi errori.
Elenco qui i cinque più vistosi dal mio punto di vista.
1. Aspettare che tutto sia perfetto
Esiste una sindrome del perfezionismo. Secondo uno studio inglese della York St. John University un “perfezionismo positivo” può portare alla definizione di elevati standard. Ma c’è anche un “lato oscuro” del perfezionismo, che porta invece a esser costantemente preoccupati di sbagliare e ad avere dubbi sulle proprie prestazioni, provocando stress, depressione, disturbi alimentari fino al burnout.
Ma soprattutto – aggiungo io – ti paralizza. Mentre ti stai fossilizzando sul progetto di pubblicazione del tuo primo libro e ti trascini per mesi e mesi tra correzioni e revisioni e un’inquietante procrastinazione, i tuoi competitor ne hanno già scritti un paio.
2. Sbagliare posizionamento
Il brand positioning – strategia per collocarsi sul mercato in modo corretto – funziona anche per i professionisti, non solo per le aziende. Prevede che ci si focalizzi su una sola specializzazione e ci si differenzi dai competitor. Anch’io anni fa tenevo il piede in troppe scarpe e facevo le stesse cose di tutti gli altri: giornalista online part-time, il blogger, il social media manager, il consulente sulla comunicazione digitale, il formatore, lo speaker e altro ancora che nemmeno ricordo. Ho dovuto dare una bella sforbiciata!
3. Sbagliare la scelta dei canali
Una volta definito il tuo posizionamento, e capito soprattutto che devi partire, occorre scegliere i canali giusti di comunicazione. L’errore peggiore che puoi fare -, e che anni fa feci anche io – è quello di puntare tutto su canali non proprietari, altrui. Bello Facebook, carino Instagram, fantastico LinkedIn. Ma non è roba tua, sei ospite. L’altro giorno ho visto il profilo LinkedIn di uno che si presenta come “Esperto di Google+”: talmente esperto che non si è accorto che Google+ è morto?
4. La storia del ciabattino con le scarpe rotte
La comunicazione digitale è il tuo biglietto da visita. Giustificare canali social mezzi morti, lasciati alla deriva, dicendo che non si ha tempo per gestirli perché si preferisce lavorare su quelli dei clienti è una follia. Per carità! Questo vale non solo per chi lavora nel mondo della comunicazione: faresti riparare i graffi all’auto da un carrozziere che gira con una macchina piena di bozzi e ghirigori?
5. Non pensare alla “conversione”
Fare tanta comunicazione finalizzata solo al branding, farsi conoscere, non basta. L’obiettivo, in fin dei conti, deve essere quello di “chiudere”: convertire un lettore in un cliente è un’arte, ma soprattutto è operazione che richiede tempo, pazienza, dedizione, sudore. “No pain, no gain” dicono gli atleti. Chi si avvale dei nostri servizi si deve fidare.
Per questo costruire un rapporto con la propria comunicazione online non è cosa semplice. Ma si può, si deve fare!
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2020/01/personal-branding-errori.jpg482964Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2020-01-14 10:14:312020-01-14 10:14:49Personal branding: 5 errori che ho fatto (e che forse stai facendo anche tu)
La giornalista Tamara Ferrari del settimanale F di Cairo Editore (il primo femminile in Italia con 110.000 copie) mi ha intervistato sul tema dei trend social del 2020. L’articolo è stato pubblicato sul numero 2/2020 in edicola il 14 gennaio 2020.
Ecco l’intervista sui trend, sul benessere digitale, sulle app più usate dagli adolescenti, sull’intelligenza artificiale e la realtà aumentata:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2020/01/settimanale_F_gennaio2020_intervista_social_2020_blog_Gianluigi_Bonanomi.jpg315560Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2020-01-11 07:19:432020-01-11 07:35:32“I trend social del 2020”: la mia intervista per il settimanale F
Il mio metodo O.P.E.R.A. per la creazione dei contenuti efficaci online è stato presentato ufficialmente, per la prima volta al pubblico, durante un seminario di Bergamo Sviluppo al Point di Dalmine, in provincia di Bergamo, lo scorso 18 dicembre 2019.
Ecco il video integrale della presentazione:
Contattami per approfondire il metodo oppure organizzare un workshop pratico:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2019/12/Metodo_Opera_Gianluigi_Bonanomi_post_LinkedIn_evento_Bergamo_Sviluppo_3.jpg8641536Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2020-01-09 11:17:122025-12-12 17:51:19Il video della presentazione ufficiale del metodo O.P.E.R.A. a Dalmine (BG)
Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale l’8 gennaio 2020.
Le app amate dagli adolescenti (e che gli adulti non conoscono)
Anche se quando si parla di app di successo tra gli adolescenti si pensa ai vari Instagram e TikTok, i ragazzi sono già passati oltre, su altri luoghi virtuali. E non sempre c’è da star tranquilli. Ecco le app che vanno per la maggiore tra i giovanissimi.
Da anni tengo corsi sull’uso consapevole della tecnologia nelle scuole di mezza Italia e ultimamente mi sono imposto di raccogliere informazioni sulle app che usano gli adolescenti.
I media parlano sempre e solo di Instagram e TikTok, oltre che dello scontato WhatsApp, ma sospettavo che i ragazzi stessero già andando (anche) altrove. Un po’ come quando ho fatto uscire una puntata su Fortnite e molti ragazzi si erano già spostati su Apex Legends.
I ragazzi, adolescenti ma anche pre-adolescenti, spesso frequentano luoghi virtuali pericolosi. Tra le tante app citate dal centinaio di ragazzi monzesi che ho interpellato nelle ultime due settimane, una decina mi ha particolarmente colpito. Anche perché, lo ammetto, alcune non le avevo mai sentite nominare.
Premetto che non tutte sono app di successo al pari di Instagram, ma certo iniziano a circolare.
Eccole.
ThisCrush
Questo social network, che spesso vedo linkato nelle “bio” di Instagram (la presentazione pubblica, unico luogo di Instagram dove inserire un link cliccabile), ha la particolarità di consentire invio e ricezione di messaggi anonimi. Del resto nasce per confessare una “cotta” (crush). Anonimato e messaggi non vanno d’accordo e il pericolo cyberbullismo è alto: il Messaggero ha raccontato, qualche settimana fa, che a seguito di una serie di offese anonime apparse su ThisCrush una tredicenne si è tolta la vita gettandosi dal nono piano della sua abitazione in zona Aurelio, a due passi dal Vaticano.
Tellonym
Anche Tellonym(il nome richiamo l’anonimato ma anche la frase inglese “tell on him”), al pari di ThisCrush e sulla scia del successo di Ask.fm degli anni passati, è un social network che permette di ricevere domande in forma anonima (in gergo “tells”). Cito una delle recensioni su Play Store: “Molto bello ma potrebbero segnalare subito gli insulti pk dietro ad uno schermo c’è una persona che ci rimane male”.
Altre due alternative per ricevere domande anonime sono F3e Yolo.
Omegle
Il claim di questa app(che si pronuncia “omigol”) è inquietante, se pensiamo ai nostri figli: “talk to strangers”, parla con sconosciuti. Non serve nemmeno registrarsi per comunicare uno a uno. L’Arena racconta di una ragazza che, adescata su Omegle, è stata costretta a infliggersi dei lividi e spedire foto.
Un’alternativa è Azar, una “random chat” che ricorda la famigerata Chatroulette di qualche tempo fa.
Discord
“Free Voice and Text Chat for Gamers”: serve agli oltre 250 milioni di videogiocatori iscritti per parlare e messaggiare tra loro, tant’è che qualcuno la definisce “la Slack dei videogiocatori” (Slack è un’app di collaborazione aziendale). Come racconta La Repubblica, un anno fa Ninja, il campione di Fortnite, ha spiegato durante una diretta al rapper Drake come usare Discord durante una sessione del battle royale di Epic Games: questi influencer possono spostare milioni di gamers. Discordsi presenta come alternativa a TeamSpeak.
Twitch
Piattaforma di live streaming di proprietà di Amazon dal 2014, consente ai ragazzi di seguire sessioni di gioco (e di eSport) altrui. In gergo, permette di quindi di “streammare” le partite. Da qualche tempo Twitchha introdotto diverse funzioni che lo rendono simile a un social network: come evidenzia Libero, la possibilità di inviare messaggi privati ad altri utenti o Pulse, una sorta di timeline alla Facebook.
Definito il “social network della moda” oppure “fashion app”, 21 Buttonspermette di pubblicare i propri outfit e ispirarsi scorrendo quelli altrui. Prevede l’e-commerce: i tag sugli abiti rimandano direttamente agli acquisti. In Italia dal 2017, 21 Buttons ha fatto il boom di iscritti, attratti anche da influencer come Chiara Nasti, Alice Campello e Giulia Gaudino.
Amino
Aminoè un’app social pensata per riunire persone con gli stessi interessi su svariati argomenti, come vent’anni fa si faceva con i newsgroup. Inizialmente ospitava discussioni su anime, manga, cosplay e giochi, ora si parla di tutto: da Minecraft a Harry Potter, ma anche di problemi adolescenziali.
Funimate
Video editor con molti effetti speciali, in pratica Funimateè un’alternativa a TikTok: del resto anche questa viene definita un’app dove è possibile fare il lip-synk (muovere le labbra simulando di cantare una canzone famosa o recitare una celebre scena di un film, come in un play-back).
Altre due app usate per fare video sono Triller e Zoomerang.
Picsart
Picsartè un editor di foto, usato 60 milioni di utenti ogni mese, che consente di applicare moltissimi effetti: uno dei più popolari, ultimamente, è Sketch, perché consente di trasformare la propria immagine in un disegno. Le immagini ritoccate possono essere condivise come in qualsiasi social media.
Altra app del genere, molto apprezzata dai ragazzi (e non solo), è VSCO.
Zepeto
Zepeto, app sugli scudi un annetto fa (nel novembre 2018 è stata la più scaricata in Italia), è social network dove non interagiscono direttamente i ragazzi, ma i loro avatar (creati a partire da selfie), le cui foto spesso finiscono su Instagram. Ricorda per alcuni versi Second Life, in attesa del debutto dell’Horizon di Facebook.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2020/01/agenda-digitale-bonanomi-app-adolescenti.png529924Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2020-01-08 16:20:482020-01-08 16:21:58Le app amate dagli adolescenti (il mio articolo per Agenda digitale)