Sabato 26 ottobre 2019 si è tenuto a Bologna il primo corso “Content marketing e social selling per assicutatori” (con crediti IVASS) con questo programma:

8.45 – 9.00 Registrazione dei partecipanti
9.00 – 9.30 Presentazione del relatore e degli obiettivi del corso
9.30 – 11.00 Social selling: dalla definizione di social selling a come aumentare il social selling index
11.00 – 11.30 Question Time & Coffe Break
11.30 – 13.00 Ottimizzazione del profilo in ottica social selling con il metodo LinkedIn10C
13.00 – 14.00 Pausa pranzo libera
14.00 – 16.00 Inbound marketing: come e cosa pubblicare su LinkedIn, tecniche di persuasione
(i 6 principi di Cialdini su LinkedIn)
16.00 – 16.30 Question Time & Coffee Break
16.30 – 18.30 Fare social selling con LinkedIn Sales Navigator: teoria e pratica

Per maggiori info visita il sito di Parliamo di assicurazioni.

Questa è la testimonianza di Roberto Muzzi, esperto di risk management, al termine del corso:

Il 6 e 7 novembre 2019 ho partecipato al “Cloud event” di Itancia, multinazionale francese che si occupa di IT, sia in qualità di speaker che di “master of ceremony”. Ecco le slide del mio intervento, intitolato “Come il cloud ha cambiato le nostre vite digitali”:

L’almanacco del CNR (Mensile a cura dell’Ufficio Stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche), a firma Alessia Cosseddu, ha recensito la Guida calcistica di LinkedIn:

Fare goal con i social

Il social network professionale LinkedIn è un ottimo strumento per promuovere il proprio brand, per curare il networking, la comunicazione digitale e il posizionamento online, ma a molti risulta poco immediato e complicato tanto da spingerlo o abbandonarlo o, peggio, a usarlo in modo controproducente. Tuttavia rimane una piattaforma molto utilizzata che sta prendendo sempre più piede: ha compiuto sedici anni e ha undici milioni di iscritti in Italia (560 milioni nel mondo). Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore, tiene da anni corsi su questo social network e, per venire incontro a chi gli chiedeva di riportare i contenuti dei suoi corsi “in forma scritta”, ha deciso di pubblicare il manuale “Guida calcistica di LinkedIn”.

Il libro è suddiviso in tre parti: allenamento, difesa e attacco. Ogni sezione è formata da una parte introduttiva, di carattere teorico o strategico, arricchita da interviste a esperti del social network professionale e della comunicazione, da approfondimenti (indicati col simbolo della lampadina) e proposte di allenamenti (col simbolo del pallone). Fornendo le indicazioni su come utilizzare al meglio questa piattaforma, sistemare il profilo e usarlo in modo strategico per raggiungere i propri obiettivi.

“Mi serviva un esercizio di pensiero laterale: un accostamento, anche azzardato, per spiegare LinkedkIn. E quale tema è più popolare, anzi nazional-popolare, nel nostro Paese, dopo la pizza? Il calcio!”, spiega l’autore. La metafora calcistica la troviamo anche nella descrizione di come viene utilizzato LinkedIn: qualcuno lo usa solo per cercarsi un lavoro (scambiandolo per Monster e INfojobs) e qualcun altro lo usa da “attaccante”, per vendere; altri per costruire uno “spirito di squadra”, fare networking; parecchi per fare “calciomercato”, trovare i candidati; infine qualcuno per “esibirsi in virtuosismi”, la pubblicazione di contenuti di valore (content marketing).

LinkedIn: ecco le 12 peggiori headline di sempre

(articolo pubblicato su Agendadigitale il 18 ottobre 2019)

La headline è la parte più importante, vista e utile del profilo LinkedIn. Se ben fatta può aiutare le persone a capire quello che puoi fare per loro. Non molti curano questa sezione del profilo, ma qualcuno esagera in senso contrario. Vediamo dodici esempi da non seguire.

Nei miei corsi sull’uso strategico di LinkedIn spiego che la headline, in pratica quel testo che accompagna il nome e che solitamente contiene il proprio “job title”, è la parte più importante, vista e utile del profilo. Se ben fatta può aiutare le persone a capire non tanto chi sei e che cosa hai fatto, ma quello che puoi fare per loro. Per esempio una headline “Junior Account Assistant” non ha molto senso, mentre “Assistente virtuale – Aiuto imprenditori e professionisti ad alleggerire il carico di lavoro” (esiste davvero) può generare opportunità di business.

Non molti curano questa sezione del profilo, ma qualcuno esagera in senso contrario. Qui ho raccolto le 12 headline peggiori che mi è capito di vedere su LinkedIn. Finora.

Quella che ha voglia di lavorare. Ma tantaaaaa!

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Quello che fa la “supercazzola”

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Il beato

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Il pensionato

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Quello che si insulta da solo

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Il mancato terrorista

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Il libero comunista

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Quello che aspetta la cassa integrazione

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Il calciatore mancato

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 E il mancato biografo…

Quello che cerca aiuto

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E quello che aiuto non lo cerca più

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Preciso che tutti i profili sono veri e online, ho evitato i fake palesi. Se hai trovato su LinkedIn qualche headline peggiore di questa, ti prego di segnalarla nei commenti. Il mio sogno è quello , un giorno, di aggiornare il mio job title con “Stupid LinkedIn headlines hunter”.

Da settembre 2019 è iniziata una nuova collaborazione: all’interno del podcast RadioIT per parlare di LinkedIn. Una pillola alla settimana per far scoprire tutte le potenzialità del social network professionale per eccellenza.

Ascolta “LINKEDIN | EPISODIO 1 – Quanto tempo devo usarlo al giorno?” su Spreaker.

In questo video parlo della bella infografica che sta alle mie spalle:

Ecco l’infografica:

Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 19 luglio 2019

L’utonto è l’anti-nerd: quella persona che usa la tecnologia suo malgrado; per ignoranza o negligenza, non solo non riesce a capirla, ma la piega (a volte fisicamente…) alle proprie esigenze. Una carrellata sulle principali tipologie e sulle dieci migliori “utontate” in circolazione

Qualche giorno fa ho scritto, su queste pagine, un articolo sull’intelligenza artificiale non troppo intelligente: “Altro che AI: ecco dieci esempi di stupidità digitale”. Molti lettori mi han scritto che si sono divertiti e che ho elencato le prove definitive della superiore intelligenza umana. Fermi un attimo: forse è il caso che leggiate anche questi dieci esempi di performance di utenti informatici, meglio noti come “utonti”.

Chi sono gli utonti?

Il termine “Utonto” è un semplice gioco di parole (a volte dispregiativo, altre affettuoso): è l’utente-tonto. Esiste un’espressione analoga anche in inglese: “luser”; anche in questo caso è il mix di “loser” (sfigato) e “user” (utente).

L’utonto è quella persona che usa la tecnologia suo malgrado; per ignoranza o negligenza, non solo non riesce a capirla, ma la piega (a volte fisicamente…) alle proprie esigenze. È l’anti-nerd, il contrario dello smanettone. Però non è un luddista: figuriamoci – risponde – è sempre stato interista/milanista! Per dirla con Flaiano, l’utonto ha poche idee, ma confuse.

Ci sono tanti tipi di utonto: uno spettacolo d’arte varia.

C’è l’utonto che fa tenerezza, perché proprio non ci arriva: è quello a cui spieghiamo, per l’ennesima volta, che per fare un doppio clic col mouse bisogna essere un po’ più scattanti, e non fare clic-pausa-clic. Quello che risponde alle e-mail di spam (il 12% degli utenti-utonti lo fa! Cosa scrive? “Thanks, size doesn’t matter”?). Che per inviare un’immagine via posta elettronica la stampa e poi la “scanna”. Che per ruotare un’immagine non occorre piegare di novanta gradi il monitor.

Poi c’è quello che fa arrabbiare, soprattutto i responsabili IT delle aziende e i centralinisti dei servizi di assistenza. Quante volte il nostro indirizzo email è stato diffuso impropriamente perché l’utente scrive a centinaia di persone mettendo tutti i destinatari nel campo “CC:” invece che in copia nascosta? E quante volte abbiamo ricevuto messaggi urlati, TUTTI IN MAIUSCOLO? Quante altre volte abbiamo fatto fatica a leggere un’email con un oggetto lunghissimo e il corpo con scritto solo “Ciao”? L’utonto non conosce la netiquette, le buone maniere informatiche (niente bon ton, è già tanto se ha il TomTom).

Ma soprattutto c’è l’utonto che fa ridere, perché le spara davvero grosse. Con tutta la buona volontà, come si fa a non sbellicarsi di fronte a qualcuno che chiede dei “DVD prescrivibili” (dal medico?), la “licenzia Windows” (per giustificato motivo?) o un “CD RON” (“Non abbiam bisogno di parole!”)? Utonto è anche quell’ex premier che diceva di cercare con Gogol (evidentemente trovava ispirazione nella drammaturgia russa: ecco perché andava sempre da Putin). È anche quello che ha paura di perdere tutte le icone perché deve sostituire il monitor, o quello che chiede gli orari di apertura di un sito di shopping online, o quello che si chiedeva come fa un floppy disk, se è quadrato, a girare. Una risata li (ci) seppellirà.

Ecco allora a voi 10 esempi di “utontate”, tratti dall’eBook Utonti.

Il porta-tazza

Partiamo con uno dei migliori classici dell’utontologia, una storia vera (?!?) di un SysOp (operatore di sistema) Novell NetWire.

Cliente: “Salve, è il supporto tecnico?”.

Tecnico: “Sì, come posso aiutarla?”.

C.: “Il porta-tazza del mio PC si è rotto e sono ancora in garanzia”.

T.: “Mi scusi, ma lei ha detto porta-tazza?”.

C.: “Si, è sul frontale del mio computer”.

T.: “Perdoni se le sembro un po’ perplesso, ma è perché lo sono. Lo ha ricevuto come parte di una promozione, in qualche fiera? Come le è arrivato questo porta-tazza? Ha qualche marchio inciso sopra?”.

C.: “È arrivato insieme al computer; non so nulla di nessuna promozione. C’è solo scritto ‘4X’ sopra”…

[fonte]

“Inviare” un fax

L’utonto non riusciva a spedire un fax con il computer. Dopo 40 minuti di chiarimenti, si scopre che aveva messo il foglio davanti al monitor e premeva il tasto INVIO.

Le etichette dei dischetti

Un tecnico di Compaq riceve una chiamata da un utonto che si lamenta del fatto che il sistema non legge i suoi file di word processing dai suoi vecchi dischetti da 5 pollici e un quarto (gli antenati dei floppy da tre e mezzo). Dopo aver appurato che non sono stati sottoposti a campi magnetici o fonti di calore, si scopre che il cliente ha messo le etichette sui dischi, poi li ha arrotolati nella macchina per scrivere per poter scrivere sulle etichette.

Insert (another) disk!

Un cliente parla con il supporto tecnico di Lotus:

– Ho inserito il primo disco. Tutto OK. Poi ho inserito il secondo, e lì sono iniziati i problemi… Ma il terzo non sono proprio riuscito a farcelo entrare!

Il computer non vedente

L’utonto chiama l’assistenza tecnica lamentandosi che il computer continua a non vedere la stampante anche dopo aver girato il monitor verso la stampante.

E.T. come Extra-televisori

Sentita in un negozio di TV:

– Avete un decoder extraterrestre?

La lettera scalata

Un’utonta dice al tecnico informatico che ha un piccolo problema con Office. Non riesce ad allineare correttamente i paragrafi di una lettera. Il tecnico chiede di mostrargli un documento, per mostrarle come si fa. L’utonta apre il file Excel con la lettera scritta nella cella A1, allargata fino a coprire l’intero monitor. Il tecnico, stupito, chiede come mai non usi Word. Lei non sa cosa sia Word: la prima volta che ha aperto un documento Office era in Excel…

T come Tiscali

M’immagino la scena. L’utonto, al telefono con il servizio clienti di Tiscali, sta appuntando l’indirizzo dove spedire la lettera. L’operatore cerca di ripetere più volte il nome della località “Sa Illetta”, ma non c’è niente da fare. Deve ricorrere allo spelling…

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[Fonte]

Il fungo

Tra le tante cose che facevo nella redazione di Computer Idea, c’era anche la gestione della posta (lo so che ve lo state chiedendo: sì, la gente scrive davvero alle riviste di informatica).

Tra le tante, ve ne voglio raccontare una. Un lettore scrive che ha uno strano problema: ogni giorno, alle sei di sera, gli cresce un fungo sul monitor.

Scusi – gli rispondo – credo di non aver capito, ci deve essere un errore di battitura. Qual è il suo problema?

Lui ripete che ogni sera appare un fungo sul monitor, in basso a destra.

Solitamente avrei cestinato la mail, come tante altre. Ma il caso mi interessava. Rispondo al lettore che non sono un micologo, di spiegarsi meglio.

Dice che, vicino all’orologio di Windows, ogni sera appare questo fungo.

Confortato dall’idea che si trattasse, con tutta probabilità, di un’icona e non di un vero e proprio fungo sulla scocca del monitor, chiedo di inviarmi uno screenshot.

Ovviamente devo spiegargli come si cattura una schermata.

Poi questa, finalmente, arriva. Il mistero è svelato: un antivirus (Avira nel caso, anche se in realtà si tratterebbe di un ombrello…), scaduta la licenza, chiedeva l’aggiornamento.

10 Can che abbaia…

In un negozio di informatica:

– Scusi, avete un Rottweiler?

Dopo diversi minuti di indagini il commesso ha capito che l’utonto intendeva “router wireless”.

[Questo  articolo è stato pubblicato su Digital4 il 17 luglio 2019]

La compilazione della matrice SWOT permette di tirare le somme sulla situazione professionale. Ecco cosa fare per comprendere il posizionamento sul mercato del lavoro e sulla propria employability

Per costruire un personal branding efficace bisogna partire da sé stessi, non da modelli prefabbricati e cuciti sulla pelle altrui: ecco perché è utile fare l’analisi SWOT della carriera. Si tratta di analizzare i propri trascorsi, i punti di forza, quelli di debolezza, il mercato. In Rete si trova un articolo dove si fa l’analisi SWOT della scelta, da parte dell’Inter, di puntare sul giovane Stramaccioni nel 2012: fra i punti di forza la preparazione tecnica e la capacità di inventare soluzioni innovative, come debolezza l’inesperienza (non aveva mai allenato in serie A), come opportunità il rinnovamento della squadra dopo gli anni turbolenti del dopo Mourinho e come minaccia una possibile crisi di rigetto dei tifosi ai primi passi falsi.

Che cos’è l’impiegabilità?

In un eBook che lessi qualche anno fa (Career Swot Analysis: ripensare il proprio futuro – Whitepaper Mida), Gian Piero Sciglio usava la matrice SWOT per fare l’analisi della carriera. Proponeva anzitutto un concetto molto interessante: quello di impiegabilità. Per spiegarlo usava una citazione di Claudio Meyer, Senior Advisor di Egon Zehnder: «Il vero problema non è avere un lavoro, ma essere appetibile sul mercato del lavoro. C’è gente che oggi lavora, ma non è impiegabile nel futuro».

Ma come si passa dall’obiettivo “impiego” a quello di “impiegabilità”? Occorre prendere in considerazione due dimensioni: quella interna, che ha a che fare con la propria storia professionale e con i propri interessi, e quella esterna, che concerne il mercato del lavoro.

Il ruolo del networking

L’aspetto più delicato è “interno” e riguarda il networking. Tante persone hanno un bel network, ma interno all’azienda per la quale lavorano. Appena però sono fuori dall’azienda, quanto vale quel network? Questo nonostante il fatto che tutti sappiano che in Italia lo strumento principale per trovare lavoro sono le conoscenze! E qui LinkedIn diventa determinante, come ho spiegato nel mio libro “Guida calcistica di LinkedIn”.

Altro tasto dolente è quello della formazione, con le skill riguardanti digital e social da una parte (si parla di “digital fluency”) e l’inglese dall’altra a fare da padroni.

La storia professionale

Sciglio parla poi di uno snodo della riflessione sul proprio posizionamento professionale, quello in cui le persone ragionano sulla propria storia:

1. individuare i principali “lavori” svolti, nella stessa azienda o in aziende diverse;

2. riassumere le principali attività, responsabilità del periodo;

3. focalizzare gli apprendimenti significativi di ciascuna fase;

4. riscoprire i momenti di maggior soddisfazione, le cose che è stato proprio bello fare;

5. pensare una metafora che sia una buona espressione di ciascun periodo.

Tutto questo per individuare il fil rouge, il filo conduttore del proprio percorso in ottica occupabilità. Ma soprattutto contribuisce a comprendere quello che qualcuno chiama USP: ciò che ti rende unico.

Il valore sul mercato del lavoro

Un altro momento di riflessione è quello in cui si ragiona sulla propria employability, impiegabilità, grazie a tre domande chiave:

1. Da cosa dipende, per settore e per famiglia professionale, il valore sul mercato del lavoro?

2. Come viene considerato, al momento, il valore sul mercato del lavoro, e perché?

3. Negli ultimi tre anni, è diminuito o aumentato, e perché?

La risposta a queste domande, non facili, può farti capire se deve suonare un campanello di allarme, se necessiti di ricollocarti, formarti o trovare il modo di renderti indispensabile per l’attuale datore di lavoro.

Le opportunità dei nuovi mercati

Finora ho parlato di dimensione interna. Per quanto riguarda la dimensione esterna, vale a dire il mercato del lavoro, le riflessioni vanno fatte settore per settore. In linea generale comunque le grandi aziende tendono a tagliare, le start-up (almeno quelle che superano il periodo neonatale) invece sono in espansione. Tanti lavori sono sacrificati sull’altare delle nuove tecnologie, ma Internet e la robotica produrranno certamente nuove opportunità.

L’analisi SWOT della carriera

Fatte queste considerazioni Sciglio propone la matrice SWOT della carriera:

La compilazione di questa matrice SWOT permette di tirare le somme sulla propria situazione professionale. Faccio un gioco: applico l’analisi SWOT al mio caso. Punto di forza interno: poliedricità nella creazione di contenuti; punto di debolezza interno: poca specializzazione; opportunità del contesto: sempre più aziende si stanno accorgendo di quanto siano fondamentali i contenuti e la formazione sulla comunicazione digitale; minacce dal contesto: alta competitività.

Com’è la tua SWOT?

Questo articolo, con annessa intervista, mi è stato dedicato da 4Graph.it il 15 luglio 2019.

DINOSAURI E PERSONAL BRANDING, DALLA STAMPA AL DIGITALE

Gianluigi Bonanomi, autore di numerosi libri dedicati alla tecnologia e al modo migliore di utilizzarla, si definisce “digitale per formazione”, e infatti i corsi di formazione che tiene ad aziende e istituzioni rappresentano una buona parte della sua giornata lavorativa.

Abbiamo assistito ad alcuni dei suoi corsi, e speriamo non ce ne vorrà se sveliamo qui quella che è una delle sue classiche frasi di presentazione: “All’inizio della mia carriera scrivevo di tecnologia su testate cartaceee. Erano i primi anni 2000, e ogni giorno che passava mi sembrava sempre più di assomigliare ai dinosauri che pascolavano tranquilli, o anche agitati è indifferente, commentando saggiamente fra loro quella luce bizzarra che vedevano muoversi nel cielo. In effetti, poco dopo il meteorite mi cadde davvero sulla testa: la casa editrice per cui lavoravo ebbe delle vicissitudini molto sgradevoli e mi ritrovai, come si dice, a spasso. Ecco, quella è stata la mia fortuna”.

Una delle doti di Gianluigi Bonanomi, come avete visto, è la capacità di affabulare, di raccontare storie ai suoi ascoltatori legandole a eventi che coinvolgono concretamente la loro vita, parlando spesso anche della sua.

Di questa dote ha fatto uno dei cardini dell’attività di formatore, o meglio della promozione di questa attività. Mettendo a frutto la sua abilità nella scrittura ha saputo coniugare editoria e digitale, realizzando una serie di libri che aiutano a comprendere meglio il mondo dei social e che, nello stesso momento, aiutano a costruire il suo “personal branding”.

“I libri e la carta non sono morti, anzi. Dopo un periodo in cui non è che stessero proprio benissimo, gli strumenti cartacei stanno vivendo una nuova stagione interessante. Io per esempio in questi anni ho pubblicato almeno una decina di libri a stampa con diversi editori, e la loro presenza sugli scaffali delle librerie ha contribuito a diffondere la mia notorietà fra i due tipi di pubblico in cui si divide la mia attività di formatore, che rappresenta ormai il mio core business. Per il pubblico business tengo corsi su linkedin, sul content marketing, su come parlare in pubblico mentre al pubblico “consumer” mi rivolgo con pubblicazioni e corsi legati agli argomenti che più impattano sulla loro vita quotidiana”.

Così accanto a titoli come “Job War”, “Vivere nella Nuvola”, “Il Guru di Google” ha pubblicato testi che sono diventati un must per le istituzioni pubbliche che prenotano con mesi di anticipo le conferenze di Gianluigi Bonanomi.

“Con la casa editrice Ledizioni ho pubblicato due volumi che sono sempre molto richiesti alla fine delle serate che tengo nelle biblioteche e nelle scuole (li trovate sul tavolo all’ingresso della sala e firmo anche le copie… voi però potete ordinarli anche online, non mi offendo). Uno si intitola “Navigazione Familiare”, l’altro “Prontuario per genitori di nativi digitali.”

Particolarmente interessante per chi si trovi a gestire figli preadolescenti e adolescenti, “Navigazione Familiare”, che propone un approccio capace di scardinare i conflitti che spesso sono innescati dalla presenza invasiva delle nuove tecnologie in famiglia con un trucco semplice: la condivisione.

“I divieti non portano a niente se non ad altri conflitti magari anche più forti. Nel mio libro e nelle mie conferenza sostengo che stabilire regole condivise fra genitori e figli, trascorrere insieme i momenti in rete parlando delle esperienze che vi si possono fare, mettere in atto strategie di sicurezza capace di difendere i più piccoli possono portare alla costruzione di un futuro migliore e più consapevole per i nativi digitali. E a meno rotture di scatole per i genitori.”

Gianluigi Bonanomi è così, professionale e sarcastico, e anche questa sua dote di pungente ironia è stata messa a frutto in due libri: “Utonti – rassegna tragicomica di utenti informatici che proprio non ce la fanno” e “Anche i nerd nel loro piccolo sghignazzano”.

“In questo libro ho raccolto alcune battute che mi sorgono spontanee quando mi trovo a interagire con la rete, con i suoi utenti, con la seriosità di certi modi di intendere il lavoro e l’impegno che spesso portano a ridicoli scivoloni sulle proverbiali bucce di banana. Ogni giorno pubblico sulla mia pagina Facebook un meme tratto da questo libro, e devo dire che sono sempre molto seguiti.”

Ne pubblichiamo alcuni nella gallery, mentre salutiamo Gianluigi Bonanomi, che ci tiene a precisare che lui dei dinosauri si preoccupa ancora: “Da qualche anno tengo ai miei colleghi giornalisti dei corsi di formazione al digitale. I corsi sono organizzati da Primopiano, ente formatore accreditato dall’Ordine dei Giornalisti per la formazione professionale della categoria. A loro parlo di branded content, di newsletter e di altre cose che ci aiutano a tenere d’occhio se per caso stanno arrivando altri meteoriti.”.

Nell’ultimo numero di Gengle Magazine ho scritto un articolo su bambini e schermi, problemi e consigli dei pediatri:

Ne riporto uno stralcio:

Ecco le indicazioni dei pediatri divise per fascia d’età.

Da zero a due anni

Uno studio recente evidenzia che il 20% dei bambini usa uno smartphone per la prima volta durante il primo anno di vita. Eppure i neonati, fino a due anni, non dovrebbero usare questi strumenti.

Da tre a cinque anni

I bambini fino a cinque anni dovrebbero usare schermi vari meno di un’ora al giorno.

Da cinque a otto anni

I bambini tra i cinque e gli otto anni dovrebbero usare i device digitali al massimo per due ore al giorno.

Mai gli schermi dovrebbero essere usati durante i pasti e un’ora prima di andare a dormire: questo vale per tutti, genitori compresi.
Chiaramente, aggiungono i medici, non bisogna parlare solo di quantità, ma anche di qualità. I bambini dovrebbero essere esposti o interagire solo con contenuti di alta qualità (e ne esistono!) ma soprattutto dovrebbero farlo in compagnia dei genitori. Mamme e papà dovrebbero scegliere app e contenuti, ma soprattutto dovrebbero essere un modello per i propri figli, dato che i piccoli sono grandi imitatori. In ogni caso gli schermi non dovrebbero mai essere usati come pacificatori o “baby sitter”.