ll principio 80/20, ideato dall’economista Vilfredo Pareto, è illuminante: in pratica la regola è che l’80% dei risultati dipende dal 20% dei fattori (a volte si parla di 60/40 o addirittura di 90/10). È una regola universale, valida nei campi più disparati. Per spiegarlo in parole povere durante i miei corsi faccio questi esempi:
– usi il 20% dei tuoi vestiti l’80% delle volte;
– usi il 20% delle app installate sullo smartphone l’80% del tempo;
– il 20% dei tuoi clienti generano l’80% del fatturato.
Corollario a quest’ultima affermazione: se hai 30 clienti avrai la tentazione di trattare tutti allo stesso modo; eppure quasi certamente il 20% del business viene da uno solo di essi.
In questo articolo racconto come applicare questo principio al content marketing.

Una struttura ricorsiva

Ho recentemente letto il libro di Perry Marshall, “Il principio 80/20 per vendite e marketing”, che dà un ulteriore contributo alla discussione sul principio di Pareto. Marshall ha fatto una scoperta fondamentale: il principio 80/20 ha una natura frattale, si può applicare all’infinito. Se il 20% dei tuoi sforzi produce lo 80% dei risultati, all’interno di quel 20% ci sarà un altro 20% che produce l’80% dell’80% iniziale. In pratica: concentrati sul 4% del tuo investimento, economico e di tempo, per produrre il 64% dei risultati totali.

Puoi acquistare il libro su Amazon:

Il principio di Pareto applicato al content marketing

Il content marketing, detto anche inbound marketing, è il contrario dell’outbound marketing (telemarketing a freddo, invio di newsletter e DEM a contatti non profilati) e prevede la creazione e condivisione di contenuti editoriali (articoli, eBook, infografiche ecc.) al fine di acquisire clienti. Lo strumento principale per fare content marketing, per mia esperienza, è il blog.

Come si applica il principio di Pareto al blog? Il 20 delle keyword scelte per costruirci attorno gli articoli genererà l’80% del traffico. Come si scelgono quindi le keyword giuste, quelle vincenti? Personalmente uso diversi strumenti per l’individuazione delle parole chiave (ma il 20% di questi li uso nell’80% dei casi!) e non intendo necessariamente Google Adwords. Uno dei miei strumenti preferiti è Ubersuggest. Nel prossimo paragrafo vedrai come funziona.

Come funziona Ubersuggest?

Ubersuggest è uno strumento SEO, ideale quindi per l’ottimizzazione di articoli e siti affinché piacciano a Google (passami l’espressione). Più precisamente è definito un Google Suggest Scraper perché permette di elencare e organizzare tutti i consigli di Google presi dai suggerimenti di ricerca. In pratica individua le query che gli utenti hanno inserito in merito a una ricerca, quindi soprattutto le chiavi secondarie. Usarlo è assai semplice: nella schermata principale basta inserire keyword e lingua, poi premere “Look up”.

Come lo uso io? Se voglio scrivere un articolo su LinkedIn, scopro che molti cercano “Riepilogo LinkedIn”, e ancora più in dettaglio cercano “Riepilogo LinkedIn un esempio”. E infatti ho creato un articolo con quel titolo che mi sta dando molte soddisfazioni.


Perché puoi usare Ubersuggest per applicare il principio di Pareto alla ricerca delle keyword? Perché lo strumento restituisce anche i volumi delle ricerche, anzi puoi proprio ordinare le keyword per volumi. Devi concentrarti solo sulle parole chiave che genereranno più traffico: trova quel 20% di parole chiave che contano davvero.

 

La quindicesima puntata del podcast “Genitorialità e tecnologia” è dedicata all’intervista con il professor Marco Gui (nella foto sopra), ricercatore presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Bicocca. Ho intervistato Marco perché si occupa di sociologia dei media ed è un grande esperto di uso consapevole della tecnologia in famiglia. Tra l’altro è l’autore di uno dei libri più interessanti che ho letto sul tema: “A dieta di media. Comunicazione e qualità della vita”.

Il problema

Come si evince dall’intervista, breve (una decina di minuti in tutto) ma intensa, il tema del libro è la sovrabbondanza comunicativa permanente. In particolare Gui sostiene che l’obesità e la sovrabbondanza comunicativa colpiscano le fasce con meno risorse socio-culturali, quindi toccano chi ha meno strumenti per difendersi. Data l’analogia tra cibo e tecnologia, si parla quindi di dieta mediale.

Nel corso della puntata Gui ha precisato che le vere dipendenze (IAD, Smartphone addiction e dipendenza dai videogiochi) sono rare, ma sempre più spesso si verifica un sovra-consumo, un uso disfunzionale della Rete, che si associa a diversi problemi: di tipo relazionale, di rendimento nello studio o sul lavoro, di qualità del sonno o della capacità di godersi in modo rilassante momenti di svago.

I rimedi

Quali i rimedi? Gui suggerisce, soprattutto ai genitori, di avere un strategia nell’uso dei media, in modo da usare consapevolmente tutti gli schermi che ci circondano ma soprattutto per essere un esempio per i ragazzi. Prima di tutto occorre analizzare l’uso che si fa della tecnologia. Per questo possono essere utili strumenti come RescueTime.

L’intervista

Per ascoltare la puntata del podcast fai clic su Play qui:

Ascolta “#15 A dieta di media in famiglia: l’intervista a Marco Gui” su Spreaker.

Per contattare Marco puoi visitare la sua pagina sul sito dell’Università Bicocca, scrivergli a marco.gui@unimib.it oppure visitare il sito del suo progetto sul benessere digitale.

Se vuoi invece riascoltare tutte le puntate del podcast “Genitorialità e tecnologia”, fai clic qui:

Ascolta gratis il podcast "Genitorialità e tecnologia"

Dal mese di luglio 2018 è iniziata la mia collaborazione giornalistica con il noto sito per genitori Mumadvisor. Invece dei “soliti” articoli, ho proposto di lanciare un videoblog: “Genitori tech“. Mi sono messo davanti alla telecamera e, grazie alle riprese e al montaggio dell’amico Renzo Zonin, ho realizzato la prima puntata del videoblog, dedicata a tutto quello che i genitori si sono sempre chiesti su questi benedetti nativi digitali.

Puoi guardare il filmato, caricato da Mumadvisor su Youtube e sulla pagina Facebook, direttamente qui. Buona visione!

Se vuoi farmi delle domande o proporre dei temi per il videoblog, scrivimi:

Scrivimi

Quali giochi fare insieme in famiglia? Ho intervistato Paolo Paglianti, giornalista specializzato in videogame e ora parte del mondo dei videogiochi (lavora per Slitherine), per il mio podcast “Genitorialità e tecnologia“. Partendo dal fenomeno Fornite e della dipendenza da videogame (riascolta qui le puntate), Paolo ha dato una serie di indicazioni per videogiocare con i bimbi: alcuni titoli per console e per smartphone.
Di seguito trovi i link per approfondire o scaricarli!

Su console:
Unravel 2 (Xbox One,PS4 PC)

Questa la recensione su Mamamò del gioco.

Never Alone (PC, PS4, Xbox One, iPad)

Paolo ha suggerito anche una serie di giochi da fare con lo smartphone. Sotto alle immagini trovi i link per scaricarli sia per Android che per iOS.

Monument Valley

Si tratta di un puzzle game che si ispira all’artista Escher!

iOS

Android

Skyforce Reloades

È uno sparatutto spaziale.

iOS

Android

Lara Croft Go

Questo è stato il gioco dell’anno 2015 per iPhone, e si ispira chiaramente a Tomb Raider.

iOS
Android

Homo Machina

Questo gioco rende omaggio alle opere del dottor Fritz Kahn, il pioniere delle infografiche!

iOS e Android, questo il sito ufficiale.

Ascolta il mio podcast "Genitorialità e tecnologia"

Fortnite è il fenomeno videoludico del momento: milioni di ragazzi nel mondo e decine di migliaia di preadolescenti e adolescenti in Italia stanno giocando a questo multiplayer online gratuito.

Ho chiesto a un grande esperto come Paolo Paglianti, giornalista specializzato in videogame e ora parte del mondo dei videogiochi (lavora per Slitherine), di spiegarci questo gioco, anzi questo fenomeno. Durante la chiacchierata ha dato anche diversi spunti di approfondimento interessanti, ecco i link:

– Fortnite, incassi mensile di maggio top storico
– Fortnite spacca i record su twitch
– Video Fortnite dei record: 6 milioni di view, 600K in diretta (sono un giocatore pro e un rapper):

Aggiungo un altro link: quello degli articoli di Paolo per Mamamò.

Ascolta qui, in anteprima, la puntata del podcast Genitorialità e tecnologia su Fortnite:

Puoi ascoltare la puntata direttamente su Spreaker:

Ascolta “#13 Che cos’è Fortnite? Intervista a Paolo Paglianti” su Spreaker.

La dipedendenza da videogiochi

La settimana successiva Paolo è stato protagonista anche di un’altra puntata del podcast. Gli ho chiesto di parlarci di un tema fortemente dibattuto (e controverso): quello della dipendenza da videogiochi. Ascolta qui la puntata:

Durante la chiacchierata, ricca soprattutto di consigli, Paolo ha dato altri diversi spunti di approfondimento interessanti. Eccoli.

L’ntervista del dottore che ha creato il caso Fortnite:

Questo invece è l’articolo del Mirror da cui si prende spunto.

Nella seconda parte della puntata, Paolo ha parlato di alcuni giochi, per console e per smarthone, da usare in famiglia. Trovi tutti i titoli, e i link per scaricarli, in questo articolo:

Puoi ascoltare anche questa puntata direttamente su Spreaker:

Ascolta “#14 La dipendenza dai videogiochi: intervista a Paolo Paglianti” su Spreaker.

Ascolta gli altri episodi di "Genitorialità e tecnologia"

Il tema delle fake news mi è particolarmente caro. Non solo perché è un’emergenza, soprattutto per un giornalista, ma anche per altri due motivi. Il primo è che, con tre colleghi di Ledizioni, ho firmato il testo “Manuale per difendersi dalla post verità” con tanto di cover trumpiana. Il secondo è che spesso tengo workshop nelle classi su questo tema.

Capirai quindi che quando ho visto sulla bacheca Facebook di una persona che stimo, Maria Cecilia Averame di Quintadicopertina (l’avevo intervista per la prima volta sei anni fa: qui il link), un testo dal titolo “Riconoscere le fake news in classe. Percorsi per una comunicazione consapevole in rete”, la prima cosa che ho pensato è stato: devo leggerlo! La seconda: devo intervistare Maria Cecilia per il mio podcast Genitorialità e tecnologia. E così è stato.

Lo scorso 22 giugno ho fatto una chiacchierata con Maria Cecilia. Si è presentata, ha parlato del suo lavoro e del suo blog, quindi del libro pubblicato da Pearson nella collana “Insegnare nel XXI secolo” (fai clic sulla cover per acquistarlo su Amazon):

Nella sinossi del libro si legge:

Nel Piano Nazionale Scuola digitale l’azione #14 si propone di indagare il rapporto fra competenze digitali necessarie per esercitare la propria cittadinanza, ed educazione ai media impartita nelle scuole. Lo studente, a partire dal termine del primo ciclo di scuola superiore, deve acquisire “buone competenze digitali, usare con consapevolezza le tecnologie della comunicazione per ricercare ed analizzare dati e informazioni, per distinguere informazioni attendibili da quelle che necessitano di approfondimento, di controllo e di verifica e per interagire con soggetti diversi nel mondo”. Ma a questa naturalezza dell’approccio tecnologico spesso non segue una competenza nell’uso e nel discernimento di come questo flusso di dati arriva ai ragazzi. Quali sono le fonti che generano informazione? Come è possibile giudicare l’autorevolezza di questo o quel canale non ufficiale? Quali tecniche sono utilizzate in rete, consciamente o meno, per affermare la superiorità delle proprie idee a danno di quelle degli altri?

“Riconoscere le fake news in classe” è quindi un testo pratico. Questo l’indice:

Capitolo 1 La conversazione in rete
Capitolo 2 Cultura e creatività in rete
Capitolo 3 Pillole di web marketing
Capitolo 4 Psicologia e comportamento umano
Capitolo 5 Informarsi in rete
Capitolo 6 L’arte di costruire ragionamenti validi

Maria Cecilia mi ha spiegato, come puoi sentire nel podcast, che l’idea del libro parte da una considerazione: navighiamo in Rete per motivi utilitaristici e di svago. Queste sono cose fondamentali da spiegare agli insegnanti e ai genitori.

Bisogna spiegare anche che il Web va ben usato e la questione dell’informazione, e quindi il lato oscuro delle fake news, è cruciale: nel decalogo anti-bufale voluto per la scuola nel 2017 dall’ex Presidente della Camera Boldrini e dall’ex Ministro dell’Istruzione Fedeli vi era anche una voce sulle fonti. Una semplice indicazione che però, come fa notare Maria Cecilia, apre un mondo (per approfondimenti leggi anche i criteri e le domande guida per valutare l’affidabilità dell’informazione presente in una risorsa Web del professor Roberto Trinchero).

Il libro di Maria Cecilia dà una serie di strumenti pratici: tabelle di valutazione delle fonti e in generale materiali di aggiornamento e link (vedi ParoleOstili, Valigia Blu, Generazioni Connesse e schede di lavoro) per genitori e insegnanti.

Dopo tutta questa introduzione, ecco la puntata 12 del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” con Maria Cecilia Averame. Buon ascolto:

Ascolta il mio podcast "Genitorialità e tecnologia"

Mai mi sarei aspettato di scrivere un articolo come questo: un elenco di utili indicazioni sul mio lavoro, sul Web writing, pescate dalla biografia di uno scrittore horror che non risulta tra i miei preferiti. Eppure il libro di Stephen King “On writing”, una biografia camuffata da manuale di scrittura e viceversa, mi ha regalato alcuni spunti davvero interessanti.

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Nel libro ho trovato questa frase:

Giurate solennemente e all’istante che non utilizzerete mai “emolumento” al posto di “mancia” o “John si fermò a defecare” invece di “John si fermò a cagare”

Al limite, scrive King, se non vuoi essere volgare, usa il verbo “liberarsi”. L’indicazione è perfetta, tant’è che l’avevo ritrovata anche in un libro di Severgnini (“L’italiano. Lezioni semiserie”: illuminante, tra gli altri, l’indicazione di sterminare tutti i “che”) e in mille altri manuali di scrittura.

Se puoi usare una parola corta al posto di una lunga, non esitare. In generale, sottolinea King, la regola fondamentale del vocabolario consiste nell’usare la prima parola che ti viene in mente, se è adatta ed efficace.

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Sempre a proposito di scrittura efficace, King intima di eliminare la forma verbale passiva. Anche qui ritrovo un’indicazione sacrosanta. Secondo l’autore di IT forse gli scrittori timidi sono attratti da questi verbi proprio come gli amanti pavidi sono conquistati da partner indolenti. Perché correre rischi? Meglio non ficcarsi nei guai. Probabilmente Gli scrittori insicuri sono anche convinti che la forma passiva conferisca loro un’aurea di autorevolezza, magari addirittura di grandiosità. Forse non hanno torto, a patto di ritenere grandiosi pure i libretti di istruzioni e i documenti legali.
Non solo la forma passiva, ma anche l’avverbio non è tuo amico. Gli avverbi sono quelle parole che modificano verbi, aggettivi o altri avverbi e di solito terminano in “…mente”. Li usa l’autore che teme di non esprimersi chiaramente, di non comunicare adeguatamente: vedi come è pesante quest’ultima frase?

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Bisogna riflettere sul paragrafo, l’unità di testo formata da uno o più periodi. King propone un esperimento. Prendi un romanzo a casa, aprilo a metà. Studia la composizione della pagina, le caratteristiche tipografiche, i margini e concentrati sugli spazi bianchi. Vero che sei già in grado di stabilire, senza leggere, se il volume sarà facile o difficile? Se un libro ha paragrafi brevi, dialoghi corti e molti spazi vuoi è di facile fruizione. La stessa cosa dovrebbe accadere online, dove i paragrafi devono essere di quattro o cinque righe al massimo.

La struttura del testo è importante quanto il contenuto. Il lettore online, che spesso non si considera tale (ma un utente), non legge tutto il testo: lo scandaglia alla ricerca di quello che gli interessa. Guidalo con i titoli dei paragrafi e con le parole chiave in neretto.

Vuoi controllare la leggibilità del tuo testo? Usa questo strumento gratuito online.

Come vedi il paragrafo precedente ha leggibilità media: potrei fare di meglio! 🙂

Se i paragrafi devono essere brevi, le frasi devono essere leggibili. Anch’esse, quindi, brevi: non devono superare le 20 parole, come suggeriva il compianto Tullio De Mauro. Ancora De Mauro diceva che bisogna scrivere come si mangia. Gli fa eco King: il linguaggio non deve sempre presentarsi in giacca e cravatta. L’obiettivo non è la correttezza grammaticale, ma mettere a proprio agio il pubblico e raccontargli una storia, facendogli però dimenticare che la sta leggendo, quando possibile.

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A proposito di storytelling, si è sempre detto: “Show, don’t tell”: mostra, non raccontare. King spiega che non poteva scrivere che l’infermiera di Misery soffriva di disturbo bipolare e che avevi sbalzi d’umore. Se fosse toccato spiegare che quel giorno aveva un’aria felice, o fosse prossima al suicidio, avrebbe fatto cilecca. Invece ha mostrato una donna taciturna, con i capelli sporchi e che si strafogava di dolciumi: ha così lasciato al lettore la conclusione che la donna era in fase depressiva.

Si può fare una cosa del genere online, magari scrivendo un blog? Diamine, sì! Mi è capitato di leggere la storia in prima persona di un possessore di partita IVA che va dal benzinaio e scopre, con suo grande sconcerto, che le schede carburanti non funzionano più. Un ottimo espediente, quello dello storytelling, per raccontare qualcosa di noioso in modo accattivante.

Se vuoi seguire un mio corso di Web writing, scrivimi!

 

Questo articolo è stato pubblicato su Mamamò, a questo indirizzo.

In un recente articolo sul perché i ragazzi amano tanto i social, in cui sottolineavo il fatto che partecipare, confrontarsi con gli altri online e ricevere dei feedback positivi sia un loro bisogno, parlavo anche di selfie, come strumento per definire la propria identità e accrescere l’autostima. L’occasione per approfondire questo tema viene dalla lettura del libro Selfie. Narcisismo e identità di Giuseppe Riva.

Il libro di Riva, breve ma intenso, dà molti spunti. Ecco le quattro cose che un genitore deve sapere sui selfie.

Selfie: iniziamo dal nome

Selfie è il diminutivo di self-portrait, autoritratto, autoscatto tipicamente fatto con uno smartphone o una Webcam e condiviso sui social. Pare che il termine si sia diffuso a inizio secolo, come hashtag, sulla piattaforma di condivisione di foto Flickr. L’esplosione si è avuta nel 2010 quando si diffusero i primi smartphone con fotocamera anteriore. Fino a diventare, nel 2013, la parola dell’anno dell’Oxford Dictionary. C’è anche una pagina dedicata sul sito dell’Accademia della Crusca, dove  si scopre che ormai è ufficiale l’uso al maschile e che esistono anche delle varianti: Delphie è il selfie mentre si guida, Welfie in palestra, Belfie del “lato b”.

La storia del termine o della tecnologia contano poco. Quello che conta è la data, 3 marzo 2014: durante la notte degli Oscar Ellen Degeneres scatta il selfie più condiviso della storia. Nello scatto si vedono diverse star come Meryl Streep, Jared Leto, Julia Roberts, Brad Pitt, Angelina Jolie, Kevin Spacey e altri. Era una trovata pubblicitaria di Samsung ma in quel momento il selfie è diventato un comportamento socialmente desiderabile: se lo fanno anche i personaggi famosi… Seguiranno altri selfie VIP come quelli del papa o di Totti durante un derby.

Narcisismo, malattia dei nostri anni

Ivan Cotroneo ha scritto:

“Se negli ultimi 30 anni la malattia da curare era la depressione, per i prossimi sarà il narcisismo”.

Siamo tutti narcisisti?

Riva riprende il mito di Narciso per fare delle precisazioni. Nel mito il protagonista non cerca la propria immagine ma la subisce, invece il selfie è sempre un atto intenzionale, con il preciso scopo di condividere. Per Riva chi fa un selfie non è necessariamente un narcisista (ma certamente un narcisista si fa molti selfie).

Ma allora perché scattiamo i selfie? È una questione di definizione dell’identità. La nostra soggettività ha due facce: IO, come mi vedo da dentro (sé personale), e ME, come mi vedo e come mi vedono da fuori (sé sociale). Per chi sta ancora definendo la propria identità, come i preadolescenti, lo smartphone e i social permettono di entrare in contatto con il proprio ME. Definiscono la propria identità, anche nel confronto con gli altri. In questo contesto, i selfie stanno diventando uno degli strumenti più utilizzati dai ragazzi per definire ciò che sono e che vorrebbero diventare. Allo stesso tempo i social permettono di verificare la posizione degli altri e confrontarla con la propria per decidere chi si è e chi si vuole essere.

I tre paradossi dei selfie

Utili per definire la propria identità, i selfie però si portano appresso tre paradossi.

  • Primo paradosso: se i selfie sono un modo efficace per mostrarsi e raccontarsi agli altri, allo stesso tempo non sono in grado di rappresentarci in maniera completa. Anzi assumono vita propria, continuando a raccontarci nello stesso modo anche quando siamo cambiati (quella foto sbagliata alla festa ci può perseguitare).
  • Secondo paradosso: se attraverso i selfie possiamo modificare fugacemente la nostra identità sociale, è però vero che i nostri selfie possono anche essere utilizzati da altri per modificarla anche se non lo vogliamo (vedi l’uso ricattatorio del sexting).
  • Terzo paradosso: se attraverso i selfie possiamo scegliere quali caratteristiche sottolineare della nostra identità sociale all’interno delle diverse reti che frequentiamo, tutti i frammenti possono essere rimessi insieme per individuare la nostra vera identità (vedi i ragazzi che passano la prima selezione del personale per un buon CV o un preciso profilo LinkedIn ma poi vengono scartati per le foto che condividono su Facebook e Instagram).

I numeri dei selfie degli adolescenti

Veniamo infine ai numeri: Riva cita diverse ricerche sul tema selfie. In particolare mi ha colpito una ricerca dell’Osservatorio sulle tendenze e comportamenti degli adolescenti su 7000 ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Ci dà un’esatta dimensione del fenomeno selfie.

I ragazzi si scattano una media fra i 3 e gli 8 selfie al giorno, con punte di 100!

Il 31% degli adolescenti si fa i selfie per ricordo, l’11% per noia e l’8,5% per ridere. Il 15,5% condivide tutti i selfie sui social e WhatsApp, soprattutto le ragazze. Un adolescente su 10 fa selfie pericolosi in cui mette potenzialmente a repentaglio la propria vita, soprattutto i maschi (purtroppo esiste anche il fenomeno del killfie: il selfie letale).

Un’altra ricerca su 150 giovani, proprio di Riva per l’Università Cattolica e la fondazione IBSA, approfondisce il tema della relazione tra tratti della personalità e selfie. Ci sono i ragazzi estroversi e quelli coscienziosi. I primi usano i selfie per mostrarsi (fino ad arrivare all’oggettivazione del proprio corpo, usato come strumento per piacere), in particolare le donne sono molto sensibili ai commenti che i selfie scatenano sui social. Chi è coscienzioso usa i selfie in maniera più strategica per trasmettere una specifica immagine di sé, ed è meno interessato ai commenti degli altri, positivi o negativi che siano.

Ascolta la puntata del mio podcast “Genitorialità e tecnologia” sui selfie

Ascolta “1×10 I selfie: 4 cose che i genitori devono sapere” su Spreaker.

Nel maggio del 2018 sono stato intervistato da Arianna Storoni per il blog del TedX Bergamo (qui il link). Questo è il frutto della nostra chiacchierata.

Chi non ricorda la famosa espressione coniata da K.Popper “cattiva maestra televisione”? Era molto amata dai detrattori dell’uso del mezzo televisivo quando l’informazione era ancora e soltanto analogica.

Oggi, con le nostre vite “always online”, questa espressione assume una ritrovata valenza se rapportata alle tecnologie digitali e ai social media. Abbiamo chiesto a Gianluigi Bonanomi, giornalista specializzato in high tech e formatore, di spiegarci come utilizzare in maniera più consapevole queste tecnologie anche nei confronti dei giovani e nel rapporto genitori e figli.  

“Insegnare ad utilizzare gli strumenti digitali in maniera più consapevole è sicuramente la mia mission” 
Gianluigi Bonanomi

Abbiamo ricordato la tesi di Karl Popper che ipotizzava addirittura una sorta di patente. Secondo lei, oggi dovremmo avere tutti una patente per utilizzare gli strumenti digitali?

Sono convinto del fatto che le tecnologie digitali, e quindi anche i social media, siano degli strumenti e tutto dipende dall’uso che ne facciamo. A differenza della Tv, che nasce come mezzo per una fruizione passiva, possono essere usati bene da tutti perché in grado di soddisfare dei bisogni comuni legati alla sfera della relazione e dell’autostima. La mia esperienza mi dice che nella maggioranza dei casi il problema non è legato alla tecnologia di per sé ma è legato all’uso disfunzionale che ne facciamo. I dati indicano che il 65% dei bambini di oggi farà lavori legati alla tecnologia. Non possiamo più escluderla, proibirla o ignorarla. La tecnologia ci porterà tanti benefici.

Penso che un percorso di formazione per giovani e adulti, magari partendo proprio dal mondo scolastico, potrebbe funzionare. Un po’ come per l’uso dell’auto. Smettiamola con la demonizzazione, il digitale è parte delle nostre vite e sono ormai tecnologie mainstream, non si può far finta di niente o peggio negare il problema.

Il tema di fondo quindi è genitorialità e tecnologie. Quale è il ruolo che genitori e adulti possono recuperare?

Sul tema genitorialità e tecnologia ne ho fatto un po’ la mia missione… Il vero problema è che la maggior parte dei genitori non conosce le regole di utilizzo, e per questo si sente in difetto verso i figli, assumendo un ruolo autoritario di negazione all’uso del mezzo. Questa mancanza di competenze crea una distanza che fa perdere di vista il ruolo di educatori dei genitori.

Ruolo che in realtà non cambia e dovrebbe essere riscoperto, come una guida morale per figli altamente digitali. Non possiamo chiudere i nostri figli dentro una bolla e far finta che certe tecnologie non esistano, sarebbe utopico. Occorre insegnare loro che la vita è fatta di pericoli, e che anche per le tecnologie digitali occorre maggiore coscienza e consapevolezza nell’uso che si fa.

I 18 enni di oggi sono nati con uno schermo in mano, e talvolta il gap generazionale con i loro genitori è evidente. C’è un modus operandi o una regola da adottare nel relazionarsi con questi nativi digitali?

L’espressione “nativi digitali” di Marc Prensky risale al 2001 per identificare coloro che fin dalla nascita vivono a contatto con i mezzi di comunicazione digitali. Giuseppe Riva (docente di psicologia e tecnologia delle comunicazioni all’Università Cattolica di Milano) spiega successivamente che nativo digitale è in realtà colui che utilizza intuitivamente i mezzi e le tecnologie, senza sforzo. Non è quindi un fattore generazionale, ma piuttosto di capacità. Il 39% dei bambini dai 2 ai 3 anni utilizza gli smartphone per giocare e guardare video. Se sei un genitore è molto difficile togliere lo strumento. Quindi è necessario fissare da subito delle regole per il suo utilizzo, basate soprattutto su orari e contenuti.

I ragazzi più grandi oggi scelgono Instagram perché per loro Facebook è vecchio, è scontato, e non vogliono apparire nello stesso canale dove sono gli adulti, i genitori, gli insegnanti. Inoltre, credono che comunicare con le parole sia uno stile vecchio, quindi preferiscono canali come Instagram per una comunicazione più fresca e visiva, e per un approccio più diretto ed emozionale.

Come influiscono sullo sviluppo dei più giovani? Si parla spesso di analfabetismo emotivo…

E’ oggettivo che molti ragazzi abbiano delle difficoltà a guardare in faccia un coetaneo o un adulto per esprimere se stessi. Lo schermo ti permette di mediare la relazione, di “addolcire” i modi. Questo succede anche in ambito lavorativo con i giovani collaboratori. Anche in questo caso, sono convinto che il grosso problema sia negli adulti. Basti pensare al triste fenomeno dell’hate speech.

Nelle comunicazioni online mancano gran parte degli elementi della comunicazione diretta uno ad uno, perché non c’è il paraverbale. I ragazzi non devono smettere di comunicare attraverso l’online perché è un’opportunità, ma devono anche tornare a guardarsi in faccia, e riscoprire il valore e l’autenticità delle relazioni interpersonali. Sempre di più online e offline sono (giustamente) mischiati.

Una parola e tanti significati: sharenting, quando è il genitore il primo a non utilizzare consapevolmente le tecnologie digitali.

Oggigiorno la maggior parte dei giovani usa i social network senza alcuna competenza tecnica, soprattutto in materia di privacy e sicurezza. Manca la così detta “digital literacy” e sta a noi insegnarla. Non avendo vissuto una realtà offline come abbiamo fatto noi, per loro è naturale condividere tutto e non si rendono conto che quelle informazioni poi non le recupereranno più ne potranno cancellarle. Paradossalmente però, sta emergendo anche il fenomeno opposto, quello di genitori che condividono in maniera eccessiva le immagini dei propri figli, fino a casi estremi e preoccupanti in cui figli ormai maggiorenni denunciano i genitori per aver violato la loro privacy pubblicando in maniera quasi ossessiva le loro foto fin da bambini. Una recente ricerca australiana ha dimostrato che la metà delle foto trovate nei database di pedofili arrivano dai genitori, ignari di dove le foto vanno a finire.

Per non arrivare a casi così estremi, occorre ricordare un principio fondamentale: i nostri figli ci chiedono coerenza. Non possiamo imporre delle regole o insegnargli come usare i vari dispositivi digitali se poi siamo noi i primi a commettere delle leggerezze e degli errori che, chissà, un giorno potrebbero costarci caro. Persino l’affetto dei nostri stessi figli. Non lasciamoci sconfortare dal fatto che non siamo preparati e non siamo nativi digitali, ma approcciamo il tutto in maniera più consapevole. Insegnare ad utilizzare gli strumenti digitali in maniera più consapevole è sicuramente la mia mission.

Ognuno di noi, nella propria vita personale e professionale, possiede un elemento che potremmo definire “magico” che spinge ad andare oltre, a costruire il proprio futuro. Quale è stato per lei questo elemento unico e magico?

Si chiama comunicazione. Intesa come la capacità di esprimere se stessi e di trasmettere e comunicare qualcosa. E quando ho visto che questo poteva avere un impatto sulle persone è stata una grande gioia. Quando riesci ad esprimere gli stessi concetti in modo più efficace e vedi che una platea ti segue in maniera ipnotica…la comunicazione, e l’uso che ne facciamo, può davvero cambiare la vita.

Fai clic qui per leggere altre mie interviste

PAVIA – Il 15 giugno 2018 ho tenuto la mia prima lezione al Campus Aquæ dell’Università di Pavia. L’ideatore del “Corso di perfezionamento in Management dello sport“, Marco Del Bianco, mi ha invitato per tenere un intervento dal titolo “Personal branding e comunicazione digitale: come usare strategicamente il profilo LinkedIn“.

In questo video presentiamo il mio intervento:

Questi alcuni scatti rubati durante la lezione:

Queste invece le slide che ho usato durante il corso (fai cli qui per scaricarle):

Se vuoi organizzare un corso sull’uso strategico di LinkedIn nella tua scuola, università o organizzazione, scrivimi: