https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/05/mi_generation_corso_business_communication.jpg400700Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-05-10 19:46:002018-05-29 15:46:28Corso di Business Communication: 80 ore per imparare la comunicazione digitale d’impresa
L’imbarazzo da raccomandazione è quasi una sensazione dimenticata. Le relazioni però contano eccome, più del ‘superato’ curriculum e della freddissima lettera di presentazione. Fare rete ha un enorme potenziale per il proprio percorso professionale, metterci la faccia e le competenze, rispettando sempre il valore della meritocrazia. Ad incentivare le nuove modalità nella ricerca di occupazione: app, piattaforme e social media. I protagonisti del web 4.0 dettano le regole del gioco anche per trovare lavoro.
L’IMPORTANZA DELLA PROPRIA RETE
Abbandonare eticamente la pessima abitudine di sfruttare le conoscenze in modo cinico per trovare lavoro ma allo stesso tempo coltivare la propria rete in maniera professionale: sembrerebbe un’impresa difficile per gli italiani non ricorrere alle raccomandazioni e dedicarsi invece al networking. È quanto è emerso dai dati Istat nell’ambito di un’indagine del 2017 sul mercato del lavoro, targettizzata sulla fascia di età compresa fa i 15 e i 34 anni. Un giovane su cinque ha trovato impiego facendo richiesta diretta al datore di lavoro e solo il 6% tramite agenzie e centri per l’impiego.
Gianluigi Bonanomi, esperto di web, social media e coautore del libro Job War, edito da Ledizioni, si è dedicato proprio alle diverse strategie di ricerca del lavoro per i Millennials e over 40, rivelando cambiamenti importanti:
“Quello che ho riscontrato nella mia esperienza di analista nel mondo del lavoro e formatore è che alcuni strumenti considerati ancora prioritari come il curriculum e la lettera di accompagnamento sono sempre meno efficaci mentre funziona sempre benissimo sfruttare le conoscenze. In negativo si parla di raccomandazione. Proviamo però a considerare questa abitudine in un’ottica non necessariamente negativa. Tutti noi apparteniamo ad una rete, ad un network, costituito da legami forti e deboli: i primi con i familiari, i secondi con amici, colleghi, conoscenti. Secondo gli esperti di recruitment la maggiorparte delle opportunità non emerge più dai legami forti ma da quelli deboli e se per trovare lavoro si considerano anche le proprio conoscenze dirette e indirette non c’è nulla di cui scandalizzarsi”.
Bonanomi, sottolinea l’importanza di essere costanti nella propria attività del networking:
“In quest’ottica il networking non va visto in modo negativo anzi è un’attività che chiunque dovrebbe portare avanti nel corso della sua giornata non solo chi è a caccia di un’occupazione ma anche chi sta cercando collaboratori, investitori, partner. E se perdendo il lavoro vorreste far fruttare il vostro network non potete certo cominciare il giorno stesso: essere sul mercato vuol dire costruire e tenere i contatti con le persone che potrebbero esservi utili al momento giusto”.
LA PAUSA PRANZO: MOMENTO IDEALE PER IL NETWORKING
Dagli Stati Uniti arriva un nuovo trend per fare networking: la pausa pranzo, come un caffé o altre occasioni conviviali. Si tratta di pozioni di tempo in cui risulta efficace cambiare compagnia e non stare mai da soli. Bonanomi consiglia:
“Non sottovalutare nessun tipo di incontro o conoscenza. Cercate di essere sempre aperti a nuove conoscenze e siate generosi nel dare informazioni prima di pretenderle: vi tornerà indietro dal vostro network”.
I SOCIAL: AUMENTANO LA PROPRIA CREDIBILITÀ PROFESSIONALE
Con l’aiuto dei social è tutto più immediato, sopratutto per quelli specializzati come Linkedin, spiega Bonanomi:
“Nel momento in cui scrivete la vostra candidatura online sottolineando l’esperienza o i successi che avete maturato in un settore, segnalare la testimonianza che il precedente datore di lavoro vi ha lasciato su Linkedin darà alle vostre parole un valore maggiore. E se le segnalazioni saranno più di una tanto meglio. Il meccanismo è lo stesso di Tripadvisor: quando scegliete un hotel o un ristorante non vi interessa quello che dice la struttura ma la recensione dei vostri pari, quella che in gergo si chiama la “peer revew”.
I BIGLIETTI DA VISITA SEMPRE CON TE IN OGNI OCCASIONE
Mai uscire senza biglietti da visita: è importantissimo per il personal branding. Il suggerimento di Bonanomi:
“Usate anche i contesi informali perché potrebbe essere presente qualcuno in grado di cambiare la vostra vita professionale. Quando ci sono incontri di settore o aperitivi di networking di professionisti cercateli e siate presenti. Portatevi un biglietto da visita e parlate con chi avete di fianco. Ricordatevi che quando incontrate una persona state incontrando anche tutta la sua rete.
LA LETTERA DI PRESENTAZIONE: SÌ MA FATTA DI CONCRETEZZA
Quando si chiede una lettera di presentazione al datore di lavoro, detta anche referenza, deve essere ricca di dettagli concreti, altrimenti è quasi inutile. Le segnalazioni sono sempre utili, è più sono meglio è, da parte di collaboratori colleghi e conoscenti, non solo da parte del datore di lavoro. Spiega Bonanomi:
“Il meccanismo di persuasione funziona così: il nuovo, potenziale datore di lavoro si potrebbe immedesimare nel precedente, sotto un duplice aspetto, notando che il lavoratore o collaboratore è stato talmente bravo che il suo capo ha scelto di sostenerlo mettendoci la faccia, oppure pensando che se ha risolto così brillantemente i problemi in quella azienda, potrebbe rivelarsi prezioso in un contesto simile”.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/05/networking.jpg474800Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-05-03 10:14:482018-05-03 10:14:48“Come il networking ci ha liberato dalle raccomandazioni”: le mie considerazioni su Ildigitale.it
Al pari di “sexting”, crasi delle parole “sex” e “texting” (in pratica inviare messaggi con contenuti di natura sessuale) – di cui ho parlato qui – anche “sextortion” è l’unione di due parole inglesi: “sex” e “extortion”. Si parla quindi ricatto sessuale. In pratica chi è venuto in possesso di contenuti intimi, minaccia di renderli pubblici a meno che la vittima non paghi. Una vera estorsione, un ricatto. Il fenomeno, noto negli Usa dal 2009, ha anche un portale di riferimento: www.sextortion.org.
Secondo te perché ogni settimana una ragazzina francese, ogni volta diversa, mi chiede il collegamento su Facebook? A parte il fatto che posso scommettere che la ragazzina francese, in realtà, non è una ragazza e non è nemmeno francese. In quanto italiano di mezza età sono la vittima perfetta per un eventuale ricatto.
Adolescenti vittime di sextortion
In realtà, oltre agli uomini, le vittime preferite sono sempre più gli adolescenti: il 70% delle vittime di sextortion, in gran parte ragazze. Da una parte bramano relazioni, dall’altra sono più fragili, soprattutto dal punto di vista emotivo. Le vittime sprofondano nella vergogna e faticano a chiedere aiuto agli adulti. Il problema non è solo psicologico, ma anche tecnologico. Si può correre ai ripari, proteggere i nostri figli.
La perdita di controllo dei contenuti digitali
Come spesso spiego nelle conferenze che tengo sui pericoli della Rete, i contenuti digitali hanno delle caratteristiche che non devi mai dimenticare: secondo la ricercatrice statunitense Dana Boyd sono la persistenza, la replicabilità, la scalabilità e la ricercabilità. In parole povere, vuol dire che quando pubblichi una foto, ne perdi il controllo ma soprattutto, oltre a circolare senza controllo, potrà essere trovata anche in futuro. Anche se la foto non l’hai resa pubblica tu, potrebbe farlo qualcun altro (e non necessariamente un hacker). Va spiegato ai ragazzi, a patto che tu genitore faccia da guida e sia coerente: evita il più possibile, quindi, lo sharenting.
Come difendersi dal sextortion
Kaspersky Lab dà altri consigli di natura tecnica. Primo, naviga in maniera sicura. Per esempio dovresti utilizzare password efficaci e attivare la verifica in due passaggi per proteggere social, programmi di messaggistica ed e-mail. Aggiorna sempre i software di sicurezza. Ricorda anche che le suite di sicurezza proteggono la Webcam da accessi non autorizzati. Stai all’erta e informati sulle nuove minacce. Ma soprattutto parla con i tuoi figli delle truffe e dei cybercriminali. Può essere difficile parlare di sesso e sextortion ai ragazzi, ma devono sapere. Cerca di scoprire anche come la loro scuola gestisce questioni come la sicurezza informatica: forse sono in grado di fornire materiale utile per discutere l’argomento a casa.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/04/sextortion.jpg16802560Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-04-30 12:53:282025-12-12 17:51:21Sextortion: che cos’è e come proteggere i nostri ragazzi
Il 26 aprile 2018 sono stato intervistato da Radio Panda, in occasione dell’uscita del “Prontuario per genitori di nativi digitali“. È stata un’occasione per parlare di genitorialità e tecnologia, e dei pericoli della Rete in generale.
L’intervista è finita all’interno del mio Podcast “Genitorialità e tecnologia”:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/04/63ce93c95354a9b635f2cade73ab3099.jpg600600Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-04-29 17:31:482025-12-12 17:51:21Introduzione ai temi della genitorialità e tecnologia: l’intervista a Radio Panda
A seguito della serata su “Web e social: i pericoli della Rete” del 27 aprile 2018 a Paderno D’Adda, è uscito su Merateonline questo articolo a firma di Sergio Perego.
Paderno: ‘Prontuario per i genitori di nativi digitali’. Una serata sui pericoli della rete
“Web e social; i pericoli della rete”, ovvero come parlare di smarphone e internet, senza demonizzarli, cercando invece di spiegare come è possibile cercare di controllarne l’abuso, soprattutto tra i minori. Mettendone comunque in evidenza le grandi potenzialità. Una serata molto coinvolgente, con la quale Gianluigi Bonanomi, autore con Fiorenzo Pilla di “Prontuario per genitori di nativi digitali” (Ledizioni editore) ha tenuto incollate alle poltrone di Cascina Maria una quarantina di persone. Molte le facce incontrate per la prima volta alle proposte culturali che l’amministrazione comunale (qui Marinella Corno e Claudio Stella) organizza con cadenza settimanale. Gianluigi Bonanomi e Claudio Stella
Giornalista hi-tech, Bonanomi ha lavorato per una dozzina d’anni nel settore dell’editoria informatica. Ha scritto saggi e manuali. Adesso si dedica alla formazione e alla consulenza aziendale. Interviene, con frequenza sempre maggiore, anche nelle scuole. Approccio diretto e coinvolgente, Bonanomi ha esordito subito con una sorta di provocazione, che in realtà tale non era. “Nell’uso dei social – ha detto – i problemi non sono dei figli, ma dei genitori. Sono mondi che fanno fatica a parlarsi. Per superare l’ostacolo, si può cerca di costruire una sorta di patto che stabilisca regole, inderogabili. Se questo avviene le conseguenze saranno inevitabili”. Un passaggio che, durante le quasi due ore di incontro, Bonanomi ha ripetuto in più occasioni. In particolare quando ha citato l’uso di smartphone tra bambini o adolescenti.
“Vorrei sfatare cinque falsi miti – ha continuato il dottor Bonanomi, stigmatizzando poi i motivi per i quali li ritiene falsi. Eccoli: 1) la rete è la fonte di tutti i mali. “E’necessario educare all’uso, la rete e lo smartphone sono uno strumento” 2) I ragazzi non comunicano. “Approccio sbagliato, lo fanno in modo diverso, per noi difficile da capire”. 3) I social sono una perdita di tempo. “Nel mondo li usano 2,2 miliardi di persone, 34 milioni di italiani. Sbagliano tutti? I social sono un bisogno. Se togliete fame e sete, tutti gli altri sono soddisfatti dai social”. 4) In rete non ci sono regole. “Non è vero, ce ne sono di più”. 5) la tecnologia ruberà lavoro. “Nei prossimi anni, quelli che adesso sono i nostri bambini troveranno lavoro grazie alla tecnologia”.
Impossibile raccontare qui due ore di affabulazione coinvolgente (di Bonanomi) e domande altrettanto interessanti dal pubblico. Si è parlato infatti anche di cyberbullismo, di capitale delle aziende social “Su internet il prodotto sei tu”, di dipendenza, del disagio di chi, praticando i social, vive chi non è connesso. Sono alcune delle 100 domande, e risposte, raccontate nel libro presentato da Bonanomi. Che a metà della serata ha detto: “Sapete quale è la parola più usata al mondo: questa” ha spiegato, passando all’immagine della faccina che piange per le troppe risate. Sull’utilità dell’incontro come quello proposto a Cascina Maria (e verrà replicato il 17 maggio all’auditorium di Merate) quelle poche parole valgono più di molti discorsi.
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/04/Paderno_Nativi_Digitali_Gianluigi_Bonanomi.jpg405628Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-04-29 17:21:012018-04-29 17:21:01“Il problema non sono i nativi digitali, ma i genitori”: articolo su Merateonline
Per approfondire il tema dei nativi digitali, mentre stavo scrivendo la mia parte del Prontuario per genitori di nativi digitali, ho consultato diversi testi. Uno, in particolare, m’è parso illuminante: “Nativi digitali. Crescere e apprendere nel mondo dei nuovi media” di Giuseppe Riva, docente di psicologia e tecnologia della comunicazione nell’Università Cattolica di Milano.
Grazie al testo ho imparato dieci cose sui nativi digitali, te le riporto tutte qui.
Partiamo dall’origine dell’espressione “nativo digitale”. Si deve Marc Prensky, risale addirittura al 2001. Il termine fu utilizzato la prima volta nell’articolo “Digital Natives, Digital Immigrants”, dove Prensky identificava coloro che fin dalla nascita vivono a contatto con i mezzi di comunicazione digitali e le diverse tecnologie emerse negli ultimi anni, come social network, blog, tablet, smartphone e computer. Prensky attribuisce l’appellativo “nativi digitali” ai ragazzi nati dopo il 1985, gli altri sono “immigranti digitali”.
Detto chi sono, vediamo quali sono le caratteristiche dei “nativi digitali”. Nativo digitale non è qualcuno che è in grado fin dalla nascita di usare le nuove tecnologie, ma chi le sa usare intuitivamente, senza sforzo. Quindi non si tratta, secondo Riva, di una questione generazionale, bensì di capacità: è possibile essere nativi digitali anche a 50 anni, come si può non esserlo a 20! Lo si diventa dedicando alle tecnologie una significativa quantità di tempo. Quanto? Secondo Palfrey e Gasser entro i 15 anni i nostri figli dedicheranno alle tecnologie tra le 1.200 le 1.500 ore all’anno; 5 anni più tardi, 20 anni, avranno accumulato 10.000 ore: lo stesso tempo che serve a un musicista per diventare un professionista.
I nuovi media influiscono sullo sviluppo dei nativi digitali? Gli esperti non sono concordi. Secondo Paolo Ferri – autore della prefazione del mio Prontuario – bambini e studenti di oggi apprendono e gestiscono informazioni e comunicazione in modo sostanzialmente diverso da noi. A detta di Pier Cesare Rivoltella, invece, non ci sono evidenze scientifiche in tal senso. La posizione di Riva è intermedia: basta guardarsi attorno per accorgersi che non tutti gli adolescenti e i giovani adulti sono in grado di usare le tecnologie in maniera intuitiva. Il costo della tecnologia e la disponibilità di una connessione veloce a Internet sono ancora barriere insuperabili per molti potenziali nativi digitali. Allo stesso tempo, nel momento in cui un adolescente, attraverso l’uso massiccio dei media digitali, diventa capace di usare la tecnologia intuitivamente, i suoi processi cognitivi e sociali cambiano.
I nuovi media modificano la capacità di riconoscere e sperimentare le emozioni. Del resto l’interazione mediata sostituisce la fisicità del corpo con quella del medium, impedendo di attivare i meccanismi di simulazione corporea che ci permettono di comprendere l’altro. La mancanza di fisicità dell’altro priva il soggetto di un importante punto di riferimento nel processo di apprendimento e comprensione delle emozioni proprie e altrui, favorendo l’analfabetismo emotivo. Proprio l’analfabetismo emotivo è alla base di alcuni problemi che caratterizzano le nuove generazioni, tra gli altri il cyberbullismo.
I nativi digitali sono detti anche “generazione touch”. Tutto dipende dalle interfacce, e finora ne abbiamo viste sostanzialmente quattro: testuale (mail e SMS), Web (browser), Web 2.0 (blog e social con la comparsa degli “spattattori”) e infine l’attuale, touch (smartphone e app).
Con la generazione touch nasce il baby nativo digitale: si può accedere ai nuovi media senza avere competenze linguistiche. Anche bambini molto piccoli, con poco più di un anno di vita, sono in grado di interagire efficacemente con dispositivi touch: il 39% dei bimbi dai 2 ai 4 anni utilizza abitualmente tablet e smartphone per giocare o vedere i video (si parte generalmente dai filmati su Youtube). Al punto che togliere il dispositivo touch al bambino può generare pianti e discussioni. Per evitare problemi, è necessario fissare subito delle regole per l’utilizzo e, all’inizio, sperimentare l’uso condiviso di questi strumenti.
Occorre, tra le regole, stabilire dei limiti di tempo per l’uso dei dispositivi. Impostare un limite temporale consente al bambino di visualizzare in anticipo il momento del distacco, riducendo l’impatto emotivo. I bambini piccoli però non hanno il senso del tempo: all’inizio, quindi, è utile usare una sveglia che indichi chiaramente, e indipendentemente dall’intervento del genitore, la fine.
Quanto tempo? Sotto i due anni le tecnologie touch possono contribuire allo sviluppo cognitivo se usate con moderazione: massimo 15 minuti. Il tempo può aumentare con il crescere dell’età: mezz’ora fino a quattro anni, 45 minuti fino ai sei anni. In ogni caso, non è consigliato il possesso di una console o un tablet personale prima dei sei anni. In ogni caso è sempre necessario un controllo molto rigoroso su orari e contenuti.
A proposito di affiancamento e uso condiviso, gli esperti parlano di scaffolding. In psicologia e pedagogia questo termine indica l’aiuto dato da una persona a un’altra per svolgere un compito. Il termine deriva dalla parola inglese scaffold: impalcatura.
L’affiancamento ha senso anche perché molte app hanno obiettivi da raggiungere che possono non essere immediatamente evidenti a un bimbo di due o tre anni. La presenza del genitore garantisce la possibilità di comprendere che cosa va fatto, riducendo l’eventuale frustrazione di un bambino alle prese con interazioni troppo complesse o poco chiare.
L’identità di ciascuno è il risultato dell’interazione tra identità personale e identità sociale. Sempre più quest’ultima viene definita online. I nativi digitali raccontano le proprie esperienze e sentimenti non solo nelle pagine di un diario privato, ma anche in Rete. Se all’inizio le narrazioni avevano un carattere descrittivo, progressivamente gli utenti le hanno usate creativamente per definire la propria identità sociale. Questo comporta tre paradossi.
Primo paradosso: se i nativi digitali possono usare efficacemente i media digitali per modificare la propria identità sociale, è anche vero che l’intervento esterno può modificare più facilmente il modo in cui gli altri membri della rete ne percepiscono l’identità. In pratica, nonostante tutti i nostri sforzi, non sappiamo se qualche amico, consapevolmente o meno, può modificare la nostra immagine. Per esempio questo può avvenire in maniera diretta, con un commento sulla bacheca, o in modo indiretto, con i tag.
Secondo paradosso: se i nativi digitali possono scegliere come e quali caratteristiche sottolineare della propria identità sociale attraverso i media, è anche vero che, seguendo le tracce lasciate della diverse identità digitali (per esempio su diversi canali social), è più facile per gli altri ricostruire l’identità reale.
Terzo paradosso: se i social media, non distinguendo tra legami forti e deboli, consentono ai nativi digitali di gestire con sforzo limitato i legami deboli, facilitando l’allargamento della rete sociale, allo stesso tempo la mancanza di differenza può farli comportare con i legami deboli allo stesso modo che con i legami forti. Il sociologo Macpherson, al termine di una ricerca negli Usa, ha rilevato che, nonostante il numero di amici dei social sia spesso misurato in centinaia, i “veri” amici siano solo 2,08 (nel 1985 erano 2,94). Se consideriamo amici veri quelli che hanno una nostra foto nella loro bacheca, il conto sale a 6,6.
I nativi digitali non considerano la privacy un valore. La maggior parte dei nativi digitali, ben il 57%, considera la privacy non un diritto ma una minaccia alla libera conoscenza e sono disposti a divulgare dati personali senza problemi.
Il Comune di Sesto San Giovanni ha organizzato, per il giorno 16 aprile 2018 alle ore 21, presso la sala conferenze del Grand Hotel Barone de Sassj, una conferenza gratuita sui “Pericoli della rete”: cyberbullimo, privacy, sicurezza, dipendenza, rischi legali e altro ancora, per un utilizzo consapevole delle nuove tecnologie. La risposta del pubblico è stata eccezionale: per una sala da 60 posti avevamo 100 iscritti.
L’evento è stato raccontato da diversi organi di informazione. Antonio Giovanditti di Sesto Daily News ha scritto:
Ieri sera presso il Grand Hotel Barone di Sassj si è tenuto l’incontro “I PERICOLI DELLA RETE“.
La sala conferenze alle 21 era piena in ogni ordine di posto per assistere al viaggio nel mondo della rete, tra opportunità e insidie, tra aneddoti divertenti e storie ai limiti dell’assurdo. Gianluigi Bonanomi (scrittore e giornalista, consulente social media ed esperto di internet) ha esposto in maniera chiara ed esaustiva (malgrado il tempo a disposizione fosse limitato alle due ore), utilizzando un linguaggio comprensibile (tralasciando tecnicismi alla moda e parole troppo english-oriented) e creando una bella interazione con i presenti.
Parlare dei pericoli della rete non è semplice perchè evidentemente (vista l’ampiezza della tematica e la sua continua evoluzione) necessiterebbe molto più tempo per essere affrontato in ogni sua singola sfumatura ma è stato molto interessante sentir parlare di nuovi mezzi di comunicazione, del modo in cui i ragazzi comunicano, dei cambiamenti legati al linguaggio.
Suggestivo e stimolante è stato l’uso di piccoli esercizi e piccoli “sondaggi” da parte di Gianluigi Bonanomi che ha testato i presenti riguardo il grado di conoscenza della rete. L’itinerario concettuale dell’incontro ha toccato molti punti cardine tra cui: i social visti come un bisogno (alla stregua del bisogno d’affetto o dell’autostima), il parental control, la dipendenza da internet, la FOMO (Fear of missing out : paura di essere tagliati fuori) che è un fenomeno che preoccupa i ragazzi), la pubblicazione (e la condivisione) di contenuti audio/video/foto sui social, bufale e fake news.
Le parole di Gianluigi Bonanomi hanno fatto riflettere quando ha virato il discorso sulla stretta attualità: Facebook e lo scandalo Cambridge Analitics, la triste realtà del cyberbullismo per approdare, a termine delle due ore di incontro, ai risvolti giuridici che devono essere conosciuti per poterli evitare.
A fine serata resta in testa una frase pronunciata dall’ottimo Gianluigi Bonanomi: “I ragazzi non devono percepirci come dei dinosauri che non sanno di cosa parlano”. Con questa frase si vuol riassumere il significato di una serata come quella di ieri dove è emersa l’importanza della conoscenza della rete da parte dei genitori che non devono alzare muri ideologici con i figli ma concordare con loro delle regole per l’utilizzo dei dispositivi in maniera avveduta e raggiungere una convivenza che possa sviluppare una mutua crescita.
Questo invece il resoconto di Stefano Nasrawi de Lo Specchio di Sesto San Giovanni:
Lunedì 16 aprile presso la sala conferenze dell’Hotel Barone di Sassj di Sesto San Giovanni, si è tenuto un incontro formativo in materia di tecnologia ed i pericoli che possono derivarne da un uso improprio. Grazie a Gianluigi Bonanomi, docente, formatore, giornalista e consulente aziendale in materia di nuove tecnologie ed utilizzo dei social media, sono stati affrontati e spiegati, ad un pubblico molto eterogeneo ma composto per lo più da genitori, bisognosi di comprendere il linguaggio e gli strumenti utilizzati dai propri figli, tematiche inerenti i pericoli che si possono celare dietro l’utilizzo di uno smartphone o di un qualsiasi dispositivo.
La tecnologia di per sé non andrebbe demonizzata, ma compresa e condivisa, in particolar modo con le fasce di età più deboli ma al tempo stesso più a loro agio con tutti gli strumenti oggi disponibili.
Gianluigi Bonanomi
Dopo una breve introduzione sui social media oggi esistenti ed i linguaggi più comuni e utilizzati tra gli adolescenti, il docente, si è soffermato e ha voluto far riflettere la platea, in particolare, sui contenuti che oggi circolano, vengono pubblicati e condivisi dai ragazzi. Facebook, ad esempio, con oltre 2 mld di utenti al mondo è uno strumento incredibile di comunicazione, ma al tempo stesso, rientra tra i bisogni sociali insiti nell’uomo. Avere una rete sociale fa parte della nostra persona, seppur, oggi, è cambiato totalmente il modo di intessere queste relazioni.
In tutta questa tecnologia, un adolescente si inserisce in modo prepotente e, se non seguito, il rischio che possano essere banalmente condivisi contenuti non appropriati è molto elevato. E’ bene quindi considerare che la tecnologia rappresenta uno status symbol e, aspetti come ad esempio la reputazione digitale o i dati (personali o sensibili) che noi condividiamo in rete, rischiano di essere molto dannosi per il nostro futuro.
In questo scenario, un genitore dovrebbe essere consapevole dei rischi (soprattutto penali) in cui potrebbe incorrere. Per queste ragioni il Dott. Bonanomi, ha suggerito di stilare regole condivise tra genitori e figli e si utilizzare strumenti di controllo delle attività dei propri figli sui dispositivi connessi alla rete. L’importanza di seguire un adolescente, carico delle sue insicurezze, in un mondo a volte illusorio, è quindi fondamentale e richiede molto impegno, ma permette di evitare situazioni di pericolo derivanti dall’uso della rete.
Queste invece le slide che ho usato durante l’intervento:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/04/Gianluigi_Bonanomi_Pericoli_Rete_Sesto_San_Giovanni2.jpg10801920Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-04-17 18:53:122025-12-12 17:51:21Serata sui pericoli della Rete a Sesto San Giovanni: articoli e slide
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/04/1_84_n20_MiMOMS_Pagina_01.png1063768Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-04-17 18:06:282018-04-17 18:12:23Figli e social network: la mia intervista per MilanoMoms
Qualche anno fa Nicholas Carr ha pubblicato un articolo (vedi foto) in cui si chiedeva se Google ci stesse rendendo stupidi seguito da un libro, sempre a firma di Carr. Il testo si intitola in modo provocatorio: “Internet ci rende stupidi?”. Era il 2011 e la tesi del libro spiazzò tutti:
“Nell’arco di pochi anni saremo tutti superficiali, incapaci di concentrarci per più di qualche minuto o di distinguere una informazione importante da quelle irrilevanti”.
In pratica l’uso di Internet e degli altri strumenti di comunicazione che teniamo in tasca sta modificando i neuroni del nostro cervello, sempre pronti ad adattarsi a nuove situazioni. La massa di informazioni in arrivo attraverso il Web, il telefono, le email sta cambiando non solo il modo con il quale ci informiamo, ma anche quello in cui pensiamo e reagiamo.
“Gli stimoli che riceviamo ormai senza interruzione provocano il rilascio di dopamina nel cervello, esattamente come fanno il cibo e il sesso: la dopamina crea dipendenza, e la sua assenza provoca una sensazione di vuoto e di noia. Sarà forse per questo che molte persone non riescono a tenere a bada quella voce inconscia che continua a ripetere di controllare le email o gli SMS, anche mentre si sta parlando con altri o si sta partecipando a una riunione. Quando ci svegliamo al mattino, le prime attenzioni vanno alle informazioni arrivate nella notte sul telefonino e solo una crisi di astinenza può spiegare le inutili telefonate che si fanno appena si scende da un aereo”.
Questo, a detta di Carr, ci porta a diventare pensatori superficiali, sempre più incapaci di concentrarci, di leggere un testo lungo o di connettere le informazioni che riceviamo. Per Spitzer, addirittura, si parla di “demenza digitale”.
Un paio di anni dopo, tuttavia, Howard Rheingold ha pubblicato “Perché la Rete ci rende intelligenti”, in risposta al testo di Carr. Sebbene anche Rheingold metta in luce tutte le problematiche legate alla nostra vita “always on”, sottolinea allo stesso tempo come con attenzione, partecipazione e condivisione possiamo rendere non solo migliore la nostra vita, ma anche quella degli altri. Ci vuole un uso corretto e accorto di questi strumenti: senza patente non si guida, bisogna imparare a usare in modo consapevole anche la Rete. Ci sono delle regole per essere “net smart”: la prima è quella dell’attenzione, che si può disciplinare e controllare. Esempi di usi virtuosi a livello celebrale sono anche i brain training.
Al solito, per dirla con Umberto Eco, ci saranno sempre gli apocalittici – chi pensa a Internet come a una sciagura, psicologicamente e socialmente – e gli integrati – chi pensa che la Rete sia la panacea di ogni male. Come sempre c’è una via di mezzo.
Questa domanda è una delle 100 del Prontuario per genitori di nativi digitali, che puoi acquistare su Amazon:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/04/Man-Stupid-Dumb-Face-Young.jpg7971200Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-04-15 11:32:382018-05-23 16:05:52Internet ci rende stupidi o migliora le nostre capacità celebrali?
Lo scorso 10 aprile 2018 ho partecipato a un convegno sul tecnostress in Bicocca con un intervento dal titolo “Soluzioni tecniche, cognitive e culturali per ridurre il tecnostress in azienda” (vedi qui sotto slide e commento).
Quali erano quelle soluzioni?
Le soluzioni per ridurre il tecnostress, e per andare verso un benessere digitale in azienda, sono di quattro tipi. Ipotizzando una matrice a quattro quadranti, da una parte dividiamo le soluzioni in individuali e collettive, dall’altra parte in tecniche e psicologiche o culturali. L’incrocio di queste voci dà origine, appunto, a quattro tipi di soluzioni. Nelle prossime righe riporterò un esempio per quadrante.
Soluzioni personali di tipo tecnico
Per combattere il tecnostress e focalizzarsi sul lavoro è possibile sfruttare la tecnica del pomodoro: ideata da Francesco Cirillo negli anni Ottanta, deve il suo nome a quel famoso timer a forma di pomodoro un tempo usato in cucina. Grazie al timer ci si concentra sul lavoro per 25 minuti, per poi fare cinque minuti di pausa. Ogni quattro cicli si fa una pausa più lunga, un quarto d’ora o mezz’ora. Esistono diverse app per questo metodo, ma basta il cronometro dello smartphone.
Allo stesso modo si possono usare filtri alle chiamate o la modalità aereo.
Soluzioni personali di tipo culturale
Fatevi un regalo: compratevi “Nudge. La spinta gentile” del premio Nobel dell’economia Thaler. Parla del nudging, il pungalamento: “rinforzi positivi e suggerimenti o aiuti indiretti possono influenzare i motivi e gli incentivi che fanno parte del processo di decisione di gruppi e individui”. Un esempio che si trova nel libro: invertendo le voci di menù di una mensa scolastica, i ragazzi mangiano più verdura.
Che cosa c’entra con il tecnostress? Provate a impostare il display del vostro telefono sulla scala di grigi. Vi passerà la voglia di usarlo, non più condizionati da stimoli visivi e dal design “diabolico” di sistema operativo e app.
Per approfondire il tema suggerisco di leggere l’articolo di State of Mind “Digital Detox: nudging e uso consapevole dello smartphone”.
Soluzioni collettive di tipo tecnico
Oltre alla tecnologia “imposta” dal datore di lavoro, ogni lavoratore porta in ufficio anche la propria. Il fenomeno è talmente rilevante da meritarsi un acronimo: BYOD (bring your own device). Mi capita spesso di visitare aziende dove ogni lavoratore usa strumenti personali, e app personali, per lavorare: WhatApp per inviare documenti, Gmail per ricevere preventivi e così via.
Una soluzione potrebbe essere quella di adottare piattaforme come Slack o Trello: strumenti unificati, dedicati ai gruppi di lavoro, per gestire posta, chat, flussi di lavoro, documenti condivisi e altro ancora. Strumenti indispensabili se vogliamo iniziare a parlare seriamente di smart working.
Soluzioni collettive di tipo culturale
Dal 2017 in Francia è scattato il “diritto di disconnessione”: una norma che obbliga le aziende con più di 50 dipendenti a negoziare con i lavoratori il diritto a non rispondere a mail e telefonate al di fuori degli orari di lavoro (vedi articolo su La Stampa).
Quando faccio consulenza nelle aziende per la comunicazione digitale, faccio fare due policy: una esterna, per regolare le interazioni dei clienti sui canali social dell’azienda, e una interna, per regolamentare l’uso degli strumenti di comunicazione digitale da parte dei dipendenti. Si potrebbe integrare la policy interna con una serie di norme che regolino l’uso degli strumenti digitali: non solo le mail, ma anche le chat, le conference call, i Web meeting e altro ancora.
Se vuoi organizzare un convegno sul tema o un corso sul benessere digitale e la gestione del tecnostress nella tua azienda, contattami:
https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/04/tecnostress_azienda.jpg166304Gianluigi Bonanomihttps://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2018/10/bonanomi_logo_156.pngGianluigi Bonanomi2018-04-12 11:32:432025-12-12 17:51:21Tecnostress in azienda: quali soluzioni?