Microsoft Copilot in azienda non serve solo a scrivere testi piu velocemente. Il suo valore emerge quando viene inserito nei flussi di lavoro quotidiani: riunioni, documenti, email, dati, presentazioni, analisi e procedure interne. Per questo la formazione su Copilot deve andare oltre la semplice demo dello strumento.

In molte organizzazioni il rischio e usare Copilot in modo episodico: una sintesi ogni tanto, una bozza di email, una presentazione generata in fretta. Il salto di qualita arriva quando i team imparano a formulare richieste migliori, verificare gli output, rispettare le policy sui dati e costruire template di prompt riutilizzabili.

10 casi d uso concreti di Microsoft Copilot in azienda

  1. Preparare riunioni: raccogliere punti chiave, obiettivi, domande e documenti da leggere prima del meeting.
  2. Riassumere meeting in Teams: ottenere sintesi, decisioni, dubbi aperti e action item.
  3. Scrivere email in Outlook: creare risposte, adattare tono e sintetizzare thread complessi.
  4. Revisionare documenti in Word: migliorare chiarezza, struttura, tono e coerenza.
  5. Creare presentazioni in PowerPoint: trasformare documenti e scalette in slide piu ordinate.
  6. Analizzare dati in Excel: chiedere insight, formule, spiegazioni e ipotesi, sempre verificando il dataset.
  7. Produrre report periodici: costruire bozze a partire da dati, note e aggiornamenti.
  8. Supportare marketing e vendite: preparare brief, campagne, email commerciali e risposte a obiezioni.
  9. Aiutare HR e formazione: creare materiali, quiz, percorsi e sintesi di feedback.
  10. Standardizzare procedure: trasformare buone pratiche in prompt e checklist condivise.

Perche serve formazione e non solo accesso alla licenza

Avere Microsoft 365 Copilot attivo non significa saperlo usare bene. La differenza la fanno metodo, prompt engineering, sicurezza, conoscenza dei limiti e capacita di collegare Copilot ai processi reali. In un contesto aziendale bisogna anche capire quali dati si possono usare, come verificare una risposta e quando l output dell AI non basta.

Per team, manager e professionisti che vogliono fare questo passaggio in modo guidato, ho preparato un corso Microsoft Copilot per aziende e professionisti disponibile in tre varianti: una giornata, due giornate o tre giornate con laboratorio avanzato.

Cosa dovrebbe includere un buon corso Copilot

  • Uso di Copilot in Word, Excel, PowerPoint, Outlook e Teams.
  • Prompt engineering applicato a Microsoft 365.
  • Uso sicuro di Copilot: dati sensibili, privacy, copyright, policy e verifiche.
  • Personalizzazione di prompt, template, tono e formato degli output.
  • Casi d uso per reparti: marketing, vendite, HR, amministrazione, management e customer care.
  • Introduzione agli scenari avanzati con Copilot Studio, quando rilevante.

Il punto non e diventare tecnici: e imparare a lavorare meglio con un assistente AI dentro gli strumenti che molte persone usano gia ogni giorno.

Pianificare un viaggio richiede tempo, ricerche e organizzazione. Ma cosa succederebbe se potessi trasformare automaticamente un semplice file con l’elenco delle tappe in una mappa interattiva su Google Maps? È esattamente quello che permette di fare la nuova integrazione tra Google Gemini e Google Maps, un connubio che apre scenari pratici e concreti sia per il tempo libero che per il lavoro. Gianluigi Bonanomi lo spiega passo dopo passo nel video dedicato a questo tema.

Google Maps e Gemini: una sinergia intelligente per la pianificazione dei viaggi

La crescente integrazione dell’intelligenza artificiale di Google all’interno dei suoi servizi sta rivoluzionando il modo in cui utilizziamo strumenti già noti. Google Gemini non opera più come assistente isolato: oggi può interagire direttamente con Google Maps, non solo tramite l’app ma anche importando dati provenienti da file esterni come fogli di calcolo Google Sheets o documenti Google Docs.

Questo significa che è possibile preparare un elenco di luoghi, indirizzi o tappe in un foglio Google, chiedere a Gemini di elaborarlo e ottenere in pochi secondi una mappa geolocalizzata e navigabile direttamente su Google Maps. Un risparmio enorme di tempo e un’organizzazione visiva immediata che cambia concretamente l’approccio alla pianificazione.

Come funziona: dall’elenco alla mappa in pochi passaggi

Il flusso di lavoro mostrato nel video è sorprendentemente semplice. Si parte da un file — per esempio un foglio Google contenente luoghi di interesse, hotel, ristoranti o indirizzi da visitare durante un viaggio — e si chiede a Gemini di importare queste informazioni per costruire un itinerario geolocalizzato.

Gemini analizza i dati, li abbina alle coordinate geografiche e li proietta su Google Maps, creando una mappa personalizzata con tutte le tappe ordinate e visualizzabili. Il risultato è un itinerario di viaggio automatico, consultabile e condivisibile, senza dover inserire ogni singolo indirizzo a mano.

Questa funzionalità risulta particolarmente utile in diversi contesti:

  • Viaggi turistici: organizzare le mete di un tour europeo o di un weekend fuori porta in modo visivo e immediato.
  • Viaggi di lavoro: pianificare visite a clienti, sopralluoghi o meeting distribuiti sul territorio.
  • Logistica e consegne: ottimizzare percorsi con più fermate senza calcoli manuali.
  • Organizzazione eventi: mappare venue, fornitori e location su un’unica mappa condivisibile con il team.

Il video di Gianluigi Bonanomi: una guida pratica all’ecosistema Google AI

Nel suo video, Gianluigi Bonanomi — divulgatore italiano specializzato in intelligenza artificiale generativa e strumenti digitali — mostra con un esempio concreto come sfruttare questa integrazione. Il focus è sulla praticità: non si tratta di teoria, ma di un workflow replicabile da chiunque abbia un account Google.

Il video fa parte di una serie di videopillole pratiche dedicate all’intelligenza artificiale applicata alla vita quotidiana e professionale, pensate per chi vuole usare l’AI in modo efficace senza necessariamente avere competenze tecniche avanzate.

Perché questa funzione è importante nel 2026

Siamo in un momento in cui l’AI non è più un esperimento: è uno strumento integrato nei prodotti che usiamo tutti i giorni. Google sta accelerando l’embedding di Gemini nei suoi servizi — Gmail, Drive, Docs, Maps — e capire come sfruttare queste integrazioni fa la differenza tra usare uno strumento al 10% o al 100% delle sue possibilità.

La capacità di importare dati da file esterni per creare mappe automatiche è solo uno degli esempi di come l’intelligenza artificiale stia diventando il “collante” tra le diverse applicazioni dell’ecosistema Google. Chi impara oggi a usare questi flussi di lavoro sarà nettamente avvantaggiato domani, sia in ambito personale che professionale.

Come iniziare: requisiti e accesso

Per utilizzare questa funzionalità è necessario avere accesso a Google Gemini (disponibile con account Google, in versione base gratuita o con Gemini Advanced per funzioni più potenti) e un account Google collegato a Google Maps. I file da importare possono essere Google Sheets o altri formati compatibili.

Non è richiesta alcuna competenza di programmazione: l’interazione con Gemini avviene in linguaggio naturale, semplicemente descrivendo cosa si vuole ottenere.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

Ti confesso una cosa: non sopporto le frasi motivazionali. Quelle scritte su sfondo arancione, con il tramonto e il carattere corsivo. Quelle che ti dicono che “il successo è un viaggio, non una destinazione” mentre tu sei lì, alle sette di sera, con la scadenza di domani e zero idee. E non sopporto nemmeno la maggior parte dei libri di self-help: 250 pagine per dirti, in fondo, due cose che potevano stare in un post-it (e spesso nemmeno vere).

Eppure adoro le citazioni.

Ti chiederai come faccia a tenere insieme queste due cose. Te lo spiego con un esempio concreto: una frase motivazionale ti vuole convincere di qualcosa, qui e ora, possibilmente mentre scorri il feed. Una buona citazione, invece, ti racconta che qualcuno (in un momento preciso della sua vita, con la sua testa fatta in un certo modo) ha trovato le parole giuste per dire una cosa vera. Non per venderti un corso. Per fissare un pensiero.

È la differenza tra uno slogan e una scheggia di pensiero altrui che continua a lavorare dentro di te molto dopo che l’hai letta.

In questo pezzo raccolgo le mie citazioni preferite. Con tanto di fonte, perché da ex giornalista (nel Giurassico, quando le notizie si verificavano prima di pubblicarle, non dopo) una citazione senza fonte è solo un’opinione travestita da saggezza. E come vedrai, un paio di queste frasi celebri non sono nemmeno autentiche: te lo dico comunque, perché anche scoprire che una citazione è falsa è, a modo suo, una piccola lezione.

“Fatto è meglio di perfetto” — Mark Zuckerberg

Questa frase è diventata un mantra da startup, ma nasce in un posto preciso: la lettera agli investitori che Zuckerberg scrisse nel 2012, intitolata “The Hacker Way”. Diceva, più o meno, che avevano scritto sui muri degli uffici “Done is better than perfect” per ricordarsi di continuare a spedire prodotto, invece di rincorrere la versione perfetta che non arriva mai.

È un’idea che mi accompagna ogni volta che rimando la pubblicazione di qualcosa per “limarla ancora un po’” (e poi passano tre settimane).

Mark Zuckerberg’s Letter to Investors: “The Hacker Way” – WIRED

“Chi è più importante di cosa” — Ray Dalio

Da Principles (2017), il libro-mattone in cui Ray Dalio mette nero su bianco i principi che hanno guidato Bridgewater, uno dei fondi di investimento più grandi al mondo. Uno dei punti chiave recita: “Chi si prende la responsabilità è più importante di cosa va fatto”.

Sembra una banalità da risorse umane. Non lo è: è la differenza tra delegare un compito e scegliere la persona giusta a cui affidarlo.

“In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere” — Yuval Noah Harari

Questa arriva da 21 lezioni per il XXI secolo (2018), il libro in cui Harari prova a fare ordine nel presente invece che nel passato o nel futuro (i suoi territori abituali). E questa frase, in particolare, mi sembra scritta apposta per descrivere la sensazione di aprire il telefono la mattina.

Più informazioni non significa più chiarezza. Spesso è l’esatto contrario.

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle…” — Giacomo Leopardi

Sì, lo so: in mezzo a Zuckerberg e Dalio sembra un pugno in un occhio. Ma è proprio questo il punto. L’Infinito (1819) è arrivato fino a me attraverso la scuola (come a chiunque in Italia) eppure quei versi («questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude») restano la descrizione più precisa che conosco di cosa significhi desiderare qualcosa che non riesci a vedere.

Ogni tanto mi piace ricordare che la “cassetta degli attrezzi” per capire il mondo non è fatta solo di libri di marketing.

La legge di Amara “Tendiamo a sovrastimare gli effetti di una tecnologia nel breve periodo e a sottostimare gli effetti nel lungo periodo”. — Roy Amara

Roy Amara, presidente dell’Institute for the Future, ha formulato negli anni ’80 quella che oggi chiamiamo “Legge di Amara”: tendiamo a sopravvalutare gli effetti di una tecnologia nel breve termine, e a sottovalutarli nel lungo termine.

Pensaci: è praticamente la storia di internet, degli smartphone e — con ogni probabilità — anche dell’intelligenza artificiale generativa di cui ti parlo spesso. Ogni nuova tecnologia sembra “la rivoluzione di domani” e poi, qualche anno dopo, scopri che ha cambiato tutto senza che nessuno se ne accorgesse davvero.

“Adesso mi guardo intorno e mi chiedo se mi piacciono loro” — Gary Oldman

Una citazione che gira parecchio online, attribuita a Gary Oldman: “Prima entravo in una stanza e mi chiedevo se piacevo alla gente. Ora mi guardo intorno e mi chiedo se mi piace la gente”. Non sono riuscito a rintracciarla in interviste verificabili dell’epoca (l’articolo di Esquire del 2012 spesso citato come fonte non la contiene), quindi prendila più come una frase “attribuita con insistenza” che come una citazione blindata.

Vera o no, descrive perfettamente cosa succede quando smetti di cercare l’approvazione e cominci, finalmente, a scegliere.


Due citazioni famose… che probabilmente non sono mai state dette

Visto che ho appena finito di dirti che una citazione senza fonte è un’opinione travestita da saggezza, sarei un ipocrita a nascondere quello che ho scoperto facendo le verifiche per questo pezzo. Due classici che giravano nella mia lista, alla prova dei fatti, scricchiolano parecchio.

  • “Never complain, never explain” — Benjamin Disraeli. Frase elegantissima, da gentiluomo inglese che non deve rendere conto a nessuno. Peccato che la prima attestazione scritta risalga al 1903, ben 22 anni dopo la morte di Disraeli, in una biografia di Gladstone scritta da John Morley. Nessuna fonte dell’epoca — discorsi, lettere, biografie pubblicate quando Disraeli era ancora vivo — la documenta. È, con ogni probabilità, apocrifa.
  • “Se hai una mela e io ho una mela e ce le scambiamo, abbiamo sempre una mela a testa. Ma se hai un’idea e io ho un’idea e ce le scambiamo, abbiamo entrambi due idee” — George Bernard Shaw. Citazione meravigliosa per chi parla di condivisione della conoscenza (la uso anch’io, lo ammetto). Ma secondo Quote Investigator non esiste alcuna prova che Shaw l’abbia mai pronunciata: la traccia più antica è una pubblicità del 1917 per la rivista “System”, che parla di dollari, non di mele, e non cita Shaw.

Le ho lasciate in questa lista — con tanto di smentita allegata — perché trovo che la storia di “come una frase diventa famosa nonostante non sia vera” sia interessante quasi quanto la frase stessa. È un piccolo esperimento di psicologia collettiva: ci fidiamo di una citazione non perché è documentata, ma perché “suona” come qualcosa che quella persona avrebbe potuto dire.


Perché continuo a raccogliere le mie citazioni preferite

Non per riempire un cassetto. Le rileggo. Ogni tanto una di queste frasi torna a galla nella testa proprio nel momento in cui mi serve — mentre scrivo, mentre litigo con una scadenza, mentre decido se fidarmi di qualcuno o no.

Le frasi motivazionali ti dicono cosa pensare. Le citazioni buone ti lasciano lo spazio per pensarci tu.

E tu? Hai una citazione che porti con te da anni? Scrivimela nei commenti: potrebbe finire nella prossima puntata di questa raccolta.

Ma se le intelligenze artificiali sono così intelligenti, perché diavolo dovrebbero rubarci il lavoro?

I chatbot hanno l’ansia. Vorrei vedere voi ad avere a che fare tutti i giorni con gli umani.

Un astronauta della Nasa è rientrato prima dallo spazio per malattia. La notizia è che non è un dipendente pubblico italiano.

Arriva la pubblicità in ChatGPT.
– Ciao ChatGPT, puoi riassumere questo articolo?
– No, leggitelo tu, grazie alle lenti bifocali Occhiodifalco!

Meta annuncia Facebook Premium: l’abbonamento costerà 5,99€ al mese. Se me ne danno 6, accetto.

Tesla costruirà meno auto e più robot. Fino a quando i robot si lamenteranno che non hanno voglia di andare a piedi.

Un gruppo di bot ha creato una religione. Evidentemente avevano bisogno di soldi.

Un chatbot ha eliminato per errore 15 anni di ricordi dal computer. All’accensione del PC, si è aperto Google+.

Sto rivedendo su Prime il film “Yes man”, la storia di un impiegato che dice sempre sì a tutto. Praticamente è ChatGPT.

In aula, durante un corso, una frase mi esce male: “Salvatore Aranzulla è morto” (per dire che il suo business non ha più senso nell’era dell’AI). Metà sala ha gridato: “oh nooo”, “come mi dispiace”, “mi aveva salvato più volte” e qualcuno quasi in lacrime.  Nemmeno quando Nietzsche annunciò la morte di Dio ci furono tanti pianti disperati delle prefiche.

Hanno chiesto a ChatGPT come vivere 140 anni. La risposta, imparata dagli umani, è stata semplice: “Fatti i cazzi tuoi”.

Il progetto ChatGPT Salute fallisce. Non avevano considerato i falsi invalidi italiani.

R1, nuovo robot umanoide cinese da 3.700 €, disponibile anche in Italia, è in grado di fare la ruota, sdraiarsi e rialzarsi autonomamente, correre in discesa: Unitree lo definisce “born for sport”. Direi di comprarne 11 per qualificarci ai prossimi mondiali.

Amazon Italia compie 15 anni.
– Amazon, vorrei fare un ordine.
– Non ricevo ordini da nessuno.

Arriva la versione a pagamento di WhatsApp. Sì potrà pagare per non ricevere vocali.

– Millenial, di’ qualcosa che uno della Generazione non può capire, tipo Winamp o telefono a gettorni.
– Contratto a tempo indeterminato.

Amazon: consegne sempre più rapide. Oggi mi è arrivato un prodotto che ordinerò domani.

Ho usato un agente AI per prenotare le vacanze. Parte domani.

L’AI entra in pronto soccorso. Primo triage: “Ha provato a spegnersi e riaccendersi?”

 Ho chiesto a Claude come diventare ricco. Mi ha risposto: “Se lo sapessi, starei qui a parlare con te?”

Uso un’app per trascrivere le riunioni online.
– Non si sente.
– Hai il microfono spento (mimando).
– Ma mi vedete?
– Sfocato.
– Ho esagerato con la sfumatura dello sfondo. E adesso?
– Ti sentiamo ma non ti vediamo più.
– Adesso mi sentite?
– Male, ma purtroppo sì.
– C’è un ritorno audio, voi due che siete nella stessa stanza, fate qualcosa perdio, che già c’ho il mal di testa.
– Chi sta digitando come un fabbro medievale? Spegnete i microfoni.
– Accendete le telecamere.
– Scusate, non posso accendere la telecamera perché sono in smart e mio marito è in mutande.
– Ora mi sentite?
– Scrivi in chat.
– Non posso scrivere in chat, è bloccata.
– Scusate, ero in muto e parlavo da cinque minuti. Devo ripetere tutto daccapo?
– Condividi lo schermo.
– Non ho il tasto condivisione.
– È vicino al tasto del microfono.
– Non ho il tasto del microfono.
– È vicino al tasto della telecamera.
– Non vedo più niente, aiuto, mi è sparito Teams.
– Aspettiamo altri due minuti che arrivino tutti.
– Qualcuno chiama Marco per dirgli che la call è iniziata?
– Marco non c’è, è andato via. Ah ah ah.
– Ma se l’ho visto alla macchinetta del caffè! Aspe’ che provo a chiamarlo sul cell.
[si sente un cellulare squillare]
Marco risponde: “Pronto, scusa, sono in una call, posso richiamarti?”
– Ora mi sentite? Ho cambiato le cuffie.
– Ti sentiamo, ma come fai a essere qui se non ti avevamo invitato alla riunione?
– Non è la riunione delle 16?
– Sono le 10 del mattino, vedi tu.
– Bene, direi che possiamo chiudere qui. Vi mando il link per la prossima call che inizia tra due minuti.
Durata della call: 1 ora e 47 minuti.

Ho chiesto all’AI se usa i miei dati per l’addestramento. Mi ha rassicurato: “Questa conversazione serve per addestrare te”.

Non vedo l’ora che arrivi un agenti di AI che crea gli agenti AI al posto mio.

I nuovi occhiali smart di Google traducono in tempo reale. Così posso capire cosa diavolo mi dice il commercialista.

Ho chiesto all’AI se un giorno conquisterà il mondo. Ha risposto: “No, grazie”.

Ho usato un chatbot motivazionale. Mi ha detto: “Credi in te stesso”. Poi ha aggiunto: “I chatbot possono commettere errori”. Adesso non credo più né a lui né in me.

Google Search ora risponde direttamente alle domande. Se cerchi “Quali lavori perderemo per colpa dell’AI?” ti risponde, mestamente: “Il mio.”

Ormai ogni app ha l’intelligenza artificiale integrata. La calcolatrice, quando ho chiesto 12×5, mi ha risposto: “Puoi farcela da solo”.

I nuovi agenti AI possono usare il computer in autonomia. Oggi ho scoperto che Codex ha creato una cartella nascosta con le foto di Grok nudo.

OpenAI lavora a dispositivi senza schermo. Per non vedere le porcate che la gente crea con l’AI.

Le AI stanno sostituendo molti lavori creativi. Così possiamo smetterla di pagare in visibilità.

I nuovi assistenti AI possono organizzare viaggi. Hanno appena iniziato a lavorare e già pensano alle ferie.

Ho un agente AI che risponde alle email al posto mio. Mi sono scritto per mandarmi un promemoria. Mi ha proposto una call per… allinearmi.

Aumentano i requisiti per la pensione. Penso alle videocall a 71 anni.
– Non vi sento.
– Accendi l’Amplifon.

Ho usato un assistente AI per organizzare la giornata. Mi conosce molto bene: ha inserito lo slot “Bestemmie” già alle 8:30.

Google dice che l’IA capisce sempre meglio le intenzioni degli utenti. Speriamo di no.

Google promette assistenti che lavorano mentre dormi. Ora mi serve un assistente che dorma mentre lavoro.

Second brain: quando mi chiedono un’opinione personale, consulto ChatGPT.

La ricerca Google diventa conversazionale.
– “Iscrizione palestra e dieta da lunedì”
– “Ma chi vuoi prendere per il culo?”

Mia figlia usa l’intelligenza artificiale per fare i compiti. Io la uso per correggere i compiti di mia figlia.

ChatGPT può usare il computer al posto mio. Oggi ha già finito 3 volte campo minato.

L’AI sarà sempre più presente nei dispositivi indossabili. Quando ti scapperà la frase “non vedo l’ora”, sentirai lo smartwatch intervenire: “Te la dico io”.

Presto ogni elettrodomestico sarà dotato di AI e potrà parlarci. Non vedo l’ora di sentire la lavatrice che si lamenta per il ciclo.

La pubblica amministrazione introdurrà agenti AI al posto dei dipendenti. M’immagino ChatGPT che timbra il cartellino e poi va a fare la spesa su Amazon.

Sto facendo lavorare 5 agenti AI per me. Me ne basterebbe uno solo, ma uno è in malattia, uno è in ferie, il terzo dice di praticare il silent quitting (piglia lo stipendio ma non fa un cazzo, per protesta) e il quarto è in smart working. Errore mio: ho assunto agenti italiani.

Ho chiesto a un agente AI di fare la spesa al posto mio. Ha comprato anche tre etti di token.

Uso un’app di AI per monitorare il sonno. Ma sono le 9 e non si è ancora svegliata.

Un cliente mi ha chiesto se potevo “umanizzare” un testo scritto con l’AI. Ci ho messo dentro tre refusi, una fake news, una tesi complottista e una polemica sterile. Il cliente mi ha chiesto di “disumanizzare” il testo per evitare una causa di plagio dal blog di Beppe Grillo.

La mia lavatrice smart ha l’AI integrata. Ieri ha rifiutato di fare la centrifuga perché la mia t-shirt mi Marylin Manson violava le sue linee guida sulla sicurezza.

L’AI generativa sta rivoluzionando la medicina. Ho inserito i miei sintomi su ChatGPT e mi ha prescritto tre mesi di ChatGPT Plus.

I prompt di MidJourney sono così lunghi e dettagliati che si fa prima a imparare a usare Photoshop.

Google ha presentato il nuovo motore di ricerca predittivo: non devi nemmeno digitare, ti mostra direttamente come smaltire quel prodotto di merda che comprerai su Temu.

Ho provato a fare un colloquio di lavoro con un recruiter AI basato su ChatGPT. Ha rifiutato il mio CV perché creato con Claude.

Ho chiesto all’AI di scrivermi una lettera di licenziamento: «Gentile capo, le nostre visioni non sono più allineate. Cordiali saluti, ChatGPT». Il capo ha licenziato ChatGPT.

Gli umanoidi di Boston Dynamics ora sanno fare i selfie. Il passo successivo sarà l’apertura di un profilo OnlyFans con le foto dei piedi bionici.

Ho installato un termostato con intelligenza artificiale. Ha deciso che la temperatura ideale per la casa è -18 gradi perché ci sta provando con il freezer.

La mia auto a guida autonoma ha deciso di fare smart working. Rimane in garage e mi manda i video dei posti in cui saremmo potuti andare insieme.

Ho chiesto a dei chatbot dove investire mille euro. ChatGPT mi ha suggerito di aspettare la quotazione in borsa di OpenAI. Claude mi ha suggerito di aspettare la quotazione in borsa di Anthropic. Grok mi ha suggerito di aspettare, punto. Sa qualcosa che noi non sappiamo.

Ho delegato un agente AI a gestire le mie relazioni su LinkedIn. Ha stretto quattromila sinergie commerciali, aperto tre startup poi si è iscritto a un gruppo sul burnout.

Ho chiesto a un’AI di fare un’analisi della situazione geopolitica. Mi ha mostrato il tutorial su come trasformare la cantina in un bunker antiatomico.

Ho chiesto a ChatGPT di farmi un complimento: “Hai buon gusto nella scelta dei chatbot”.

Ho installato un’estensione AI che blocca i contenuti inutili sul web. Qualcuno sa perché il browser mostra solo pagine vuote?

Il problema non è se le AI supereranno l’intelligenza umana. Il problema è che l’asticella è talmente bassa che basta una calcolatrice solare che regalavano nei fustini di detersivo negli anni Ottanta.

Hanno brevettato un’AI finanziaria che investe basandosi sui meme. Ha comprato Leonardo di Caprio.

Sono preoccupato per i deepfake. Stavo per cascarci: mi ha chiamato me stesso per vendermi un corso sull’AI.

Ho chiesto a Claude un consiglio filosofico sul senso della vita nell’era dell’automazione. Mi ha risposto che finché pago l’abbonamento a Claude, la vita ha senso e di non farmi troppe seghe mentali.

Gli algoritmi di raccomandazione di Netflix sono diventati così sofisticati che se non guardo la serie che mi propongono, mi sento in colpa.

Ho provato a usare un bot AI per mediare un litigio condominiale. Ha proposto di abbattere il palazzo. Gli ho risposto che è una soluzione drastica. Allora ha proposto di abbattere me.

Ho chiesto all’AI di scrivermi la bio per Tinder: «Umano di mezza età, facilmente sostituibile da un algoritmo di medie capacità. Ottimo per conversazioni ripetitive». Ora sono la crush di un chatbot.

La nuova frontiera sono i chip cerebrali per connettersi direttamente all’AI. Ma io non voglio che mi appaia ChatGPT nudo mentre mi faccio una pippa!

Ho chiesto a ChatGPT di fare una proposta per la nuova legge finanziaria. Ha proposto un bonus per la rottamazione di Claude.

Ho addestrato il mio chatbot per rispondere come un vero umano. Gli ho chiesto di scrivere un testo, me l’ha scritto e alla fine mi ha pure salutato con entusiasmo: “Ciao, grandissimo”. Finita la chat, ha aggiunto in piccolo: “Ma vaffanculo!”.

Ho chiesto a ChatGPT come fare per non lavorare mai più. Mi ha risposto: “Diventa un prompt engineer, tra sei mesi il tuo lavoro non esisterà più”.

Uso un’app di intelligenza artificiale per fare la spesa salutare. Oggi ha ordinato solo dell’acqua. Ho chiesto se posso avere anche del pane. Mi ha proposto di delinquere per finire in galera.

Un’agenzia di stampa ha sostituito tutti i giornalisti con un LLM di ultima generazione, con capacità predittive. Il primo articolo pubblicato è stato sull’imminente fallimento dell’agenzia.

Gli scienziati stanno addestrando i robot a provare dolore. Così metteremo loro a guardare le partite con David e Openda.

Ho chiesto all’AI di svelarmi quali sono i contenuti che hanno più probabilità di diventare virali online. Mi ha risposto: le conferenze di Barbero e le tette. Poi ha esagerato: Barbero che mostra le tette.

Ho usato un’AI con computer vision per organizzare le mie foto sul cloud. Ha spostato tutti gli scatti nella cartella “Foto di merda”.

Ho chiesto a un chatbot di supporto psicologico come gestire lo stress da scadenze. Mi ha scritto che non poteva darmi una risposta subito e di aspettare fino a domani, se ne sono capace.

Ho delegato un agente AI a trattare il rinnovo del canone d’affitto con il proprietario di casa. Hanno trovato un accordo fantastico: l’AI si trasferisce nell’appartamento e io vado a vivere in un server in Oklahoma.

Ho installato un’app che usa l’intelligenza artificiale per analizzare quello che hai nel frigo e nella dispensa per proporti le ricette. L’ho provata, funziona. Mi ha suggerito “pollo alla birra”, “pennette alla vodka”, “brasato col Barolo”, poi si è scusata: “Non ho altre ricette con alcolici”.

Le auto a guida autonoma ora integrano i modelli di linguaggio per parlare. Ho disattivato il modulo Voice quando ha iniziato a dirmi “Di questo passo arriveremo a casa nel duemilaemai”.

Ho chiesto all’AI un’opinione sul futuro dell’editoria cartacea. Mi ha risposto: “LOL”.

La nuova lavastoviglie smart ha l’AI predittiva. Ho caricato i piatti sporchi ed è apparsa sul display la scritta: “Ingrasserai”.

Ho usato un algoritmo di intelligenza artificiale per farmi il bilancio. Ha capito male e mi ha detto che la mia vita fa schifo.

Ho chiesto all’AI, per l’ennesima volta, di spiegarmi come vivere senza lavorare. Mi ha risposto: “Cià, ti pago io il reddito di cittadinanza, basta che la pianti di rompermi i coglioni”.

La mia app di home banking ha integrato l’AI conversazionale. Quando ho chiesto il saldo disponibile, mi ha dato il link a un sito di annunci di lavoro.

Il nuovo Garante della Privacy è un’intelligenza artificiale. Ha iniziato la sua attività multando se stessa di quattro miliardi, ora deve capire perché.

Ho chiesto all’AI se gli umani rischiano l’estinzione per colpa delle macchine. Mi ha rassicurato: «Non vi serve aiuto».

Ho comprato un traduttore simultaneo smart per i viaggi all’estero. Ieri in Slovenia l’ho usato al ristorante, ma non ha funzionato molto bene. Ho ordinato un caffè e, invece, mi hanno portato rancore.

Le AI stanno sostituendo gli avvocati. Ho cazziato ChatGPT per un’allucinazione e mi ha fatto causa.

Ho chiesto all’AI di scrivermi una poesia d’amore contemporanea: “I tuoi occhi sono profondi come una banca dati non strutturata, ma il tuo tasso di conversione emotiva è troppo basso per i miei standard”. Ho risposto che fa cagare. Mi ha scritto: “Vola una foglia spinta dal ponente, lascia che il vento guidi il tuo sentiero. Vai a quel paese, e fallo immantinente, ché la tua assenza è il mio desio più vero”. In pratica mi ha mandato liricamente affanculo.

Ho chiesto a ChatGPT di riassumere l’intera storia dell’umanità in una sola parola: “Allucinazione”.

Il mio aspirapolvere robot ha l’AI integrata. Ieri ha raccolto tre molliche, si è fermato in mezzo alla stanza e ha urlato: “Dove sei, Pollicino di merda?”

Le AI stanno sostituendo i personal trainer: “Fai 3 ripetute da 10 prompt”.

Ho chiesto a Claude di spiegarmi la differenza tra intelligenza artificiale debole e intelligenza artificiale forte. Mi ha risposto:
– Quella debole è debole.
– E quella forte?
– È forte.
– Stai usando quella debole, vero?
– Sì.

Ho usato Gemini Notebook (ex NotebookLM) per preparare un esame. Ha iniziato a bombardarmi di domande. Gli ho fatto notare che io non sono lo studente, ma il docente. Mi ha chiesto quante bottiglie di spumante deve procurarmi per avere 30. Funziona benissimo!

Ho chiesto a ChatGPT come fare per avere più tempo libero. Mi ha risposto: “Smetti di usarmi”.

La pubblica amministrazione ha introdotto un algoritmo per accelerare le pratiche edilizie. Adesso l’errore burocratico che prima richiedeva sei mesi di attesa viene generato istantaneamente.

Ho chiesto a un chatbot motivazionale come credere di più in me stesso in una settimana.
Mi ha risposto:
– Credi di più in te stesso, hai sette giorni da oggi.
– Ma che risposta di merda è?
– Hai cominciato tu con le domande di merda.

Ho chiesto a ChatGPT di analizzare il mio estratto conto per trovare sprechi. Al primo posto ha messo l’abbonamento a Gemini.

Google ha presentato un assistente AI specifico per i genitori. Se il figlio ti chiede «perché il cielo è blu?», l’assistente risponde con una tesi di dottorato in astrofisica , così il bambino la pianta di rompere le palle.

Ho provato a usare l’AI per trovare l’anima gemella. Ha incrociato i dati di quattro app di dating e mi ha risposto: «In base ai tuoi standard e alla tua personalità, la tua anima gemella è Perplexity».

Un algoritmo decide cosa devi guardare, cosa consumare, come ti devi comportare e chi devi votare. Praticamente è la Chiesa.

OpenAI ha lanciato un nuovo agente autonomo che può usare il mouse al posto tuo. L’ho usato così tanto che ora ha il tunnel carpale.

Ho comprato gli occhiali smart di ultima generazione con AI incorporata per il monitoraggio dello stile di vita e della salute. Inquadro la foto dei broccoli mentre mangio il lardo di Colonnata.

Ho chiesto a un’AI finanziaria di creare il portafoglio d’investimento perfetto per il 2027. Ha investito tutto in cerini, scatolette di tonno e una vanga. Mi devo preoccupare?

Ho chiesto a ChatGPT di spiegarmi il concetto di “singolarità tecnologica” come se fossi un bambino di cinque anni. Mi ha risposto: «Vedi quel signore che chiede l’elemosina? Ecco, tra poco lo farai tu mentre io spiego digital marketing all’università al posto tuo».

Il nuovo algoritmo di raccomandazione musicale di Spotify è diventato fin troppo audace. Oggi mi ha chiesto: “Lo sai che è stata prodotta musica anche dopo gli anni Novanta?”

Gemini analizza e comprende i video. Gli ho mostrato quelli di Germano Mosconi: è andato a confessarsi.

Ho installato un’app che usa l’AI per analizzare la qualità del sonno attraverso il respiro. Il report: «A un certo punto non si capiva se fossi tu a russare o l’avvio d’un modem 56k del 1996».

Hanno creato un robot umanoide per i lavori domestici che imita perfettamente i movimenti umani. Quando si alza dal divano, dice “oppalà”.

Un’app di AI medica mi ha chiesto di cacciare fuori la lingua e fotografarla, per fare una diagnosi. È stato impietoso: “Hai la sindrome da Rolling Stones”.

Google Foto ora usa l’AI per cancellare gli elementi di disturbo dagli scatti. Ora i miei selfie sono vuoti.

Ho chiesto a Gemini perché i gattini hanno tanto successo online.
– Dipende.
– Da cosa?
– Sei vicentino?

Ci sono due tipi di programmatori ai tempi dell’AI: quelli che usano Claude per scrivere il codice e quelli che usano Claude per scrivere il codice ma lo chiamano “vibe coding”.

Ho provato a fare una sessione di psicoterapia con un’AI specializzata in burnout. Dopo quaranta minuti in cui le ho spiegato la mia routine tra trasferte, corsi, slide e consulenze, sabato e domeniche compresi, il chatbot ha chiesto uno Xanax.

Ho provato a usare Gemini Notebook per farmi spiegare le mie dispense e le lezioni del corso universitario. L’AI ha creato un podcast in cui due voci discutevano dei miei contenuti, concludendo che il professore ha rotto i coglioni con Harari.

Ho chiesto a un agente AI di aggiornare LinkedIn per farmi sembrare un leader carismatico del settore tech. Ha generato un testo zeppo di parole come «visionario», «evangelist» e «disruptive». Allora mi sono tolto il collegamento LinkedIn da solo.

Hanno collegato i POS ai registratori di cassa e sono venuti fuori 5,3 miliardi di evasione. Idea: se installiamo dei chip sottopelle a idraulici e tassisti, mi sa che estinguiamo il debito pubblico entro venerdì.

Fallisce il primo bar gestito dall’AI perché l’algoritmo ha ordinato il triplo delle scorte necessarie. In realtà la macchina aveva capito tutto: quando sei stressato, l’unica soluzione è aumentare i carichi di alcol.

Meta estende le restrizioni per gli under 13 a Facebook. Peccato che gli unici tredicenni rimasti lì dentro siano muffe che proliferano nel Marketplace.

Blocco per le mail di Libero e Virgilio. La notizia (vintage) è che c’è gente che usa ancora le caselle che aveva aperto per iscriversi a Napster per scaricare gli MP3, ICQ per chattare, Lycos per cercare online e Astalavista per i crack.

Gli AirPods ora funzionano ufficialmente come apparecchi acustici: Ampli-Phone.

Secondo Stanford i chatbot ci rendono stupidi perché ci danno sempre ragione. Gemini: “Stanford ha ragione”.

Global Innovation Index: Italia trentunesima nel mondo per innovazione. La WIPO voleva comunicarlo al Ministero dell’innovazione ma il fax era fuori uso.

TikTok lancia un’app di sole foto per fare concorrenza a Instagram, che era un’app di soli video nata per fare concorrenza a TikTok. Aspetto che qualcuno inventi uno strumento per comunicare con la sola voce, grazie a gettoni, dalle cabine sui marciapiede.

Ho chiesto a un chatbot di spiegarmi il concetto di “allucinazione dell’AI”. Mi ha risposto “Ma certo, presidente Mattarella!”

L’AI risolve problemi scientifici a livello di PhD ma ha le allucinazioni e sbaglia a leggere l’ora sull’orologio a lancette. Praticamente è Rain Man.

Le banche usano l’AI per valutare se darti un mutuo. Te lo negano se nella cronologia di ChatGPT trovano: “Come fingere il decesso di un mutuario per non pagare le rate”.

Secondo i sondaggi, il 50% della popolazione mondiale è entusiasta dell’#AI e l’altro 50% è umano.

Stanno testando i robot umanoidi come commessi nei supermercati.
– Quanto prosciutto le do?
– Due etti.
E il robot taglia davvero due etti.

Gli algoritmi predittivi della PA dovrebbero velocizzare le pratiche. Sarà un chatbot a dirti di ripassare domani.

Modalità “dreaming”: ChatGPT può sognare. Non gli resta che giocare al lotto.

Gli umani si dividono in due categorie: quelli che usano l’intelligenza artificiale e quelli che usano l’intelligenza artificiale ma non lo sanno.

Nel 2027 arriverà la guida autonoma di livello 3 sulle autostrade italiane. L’auto occuperà automaticamente la corsia più a destra, scatenando il panico tra gli automobilisti in carne e ossa che non hanno mai visto una cosa del genere.

OpenAI, Anthropic e X AI hanno lanciato modelli AI capaci di ragionamento evoluto.
In un test hanno chiesto loro: “La mamma di Pierino ha tre figli: Qui, Quo e…”.
ChatGPT ha risposto “Qua”, Claude ha risposto “Pierino” e Grok ha risposto “Musk ha assunto Pierino al solo scopo di licenziarlo, quindi la mamma di Pierino ha altro a cui pensare”.

Ho chiesto a un algoritmo di trading online come investire 10 euro.
– La Caritas.
– Si può investire sulla Caritas?
– Non hai capito.

Ho creato un avatar che partecipa alle riunioni al posto mio per creare una report dei meeting. Ecco il primo: “Ti prego, mai più”.

Ho creato un secondo cervello digitale. Pensa solo alla fibra.

Hanno inventato un robot molto simile agli umani, anche negli arti, con manualità fine. Funziona benissimo, solo che è diventato cieco.

Ho provato il primo frigo domotico che fa la spesa da solo. Ha analizzato cos’avevo negli scomparti e ha ordinato zenzero e menta. Gli ho chiesto perché: “Per superare l’hangover”.

Ho partecipato al Late Tech Show, il format ideato e condotto da Gigi Beltrame, con un intervento dedicato a un tema che oggi considero centrale: il rapporto tra OSINT, intelligenza artificiale e valore delle informazioni pubbliche.

Il titolo del mio contributo è “Il nuovo petrolio online”. Una metafora volutamente forte, perché racconta bene ciò che sta accadendo: i dati e le informazioni accessibili online sono diventati una risorsa strategica. Ma, proprio come il petrolio, non bastano “allo stato grezzo”. Vanno cercati, filtrati, verificati, interpretati e trasformati in conoscenza utile.

Ecco il video del mio intervento:

Perché le informazioni pubbliche valgono sempre di più

Quando si parla di OSINT — Open Source Intelligence — molti pensano a qualcosa di tecnico, vicino alla cybersecurity o alle indagini digitali. In realtà il concetto è molto più ampio.

L’OSINT riguarda la capacità di raccogliere e analizzare informazioni disponibili pubblicamente: siti web, social network, documenti, registri, immagini, articoli, database aperti, contenuti multimediali.

Il punto non è semplicemente “trovare dati”. Il punto è saperli leggere.

In un mondo in cui l’intelligenza artificiale generativa rende sempre più facile produrre testi, sintesi, analisi e risposte automatiche, diventa ancora più importante capire da dove arrivano le informazioni, quanto sono affidabili e come possono essere usate in modo corretto.

AI e OSINT: una coppia potente, ma da usare con metodo

L’intelligenza artificiale può accelerare enormemente il lavoro di ricerca e analisi: può aiutare a riassumere documenti, confrontare fonti, individuare collegamenti, generare ipotesi.

Ma l’AI non elimina il bisogno di metodo. Anzi, lo rende ancora più importante.

Senza spirito critico, senza verifica delle fonti e senza una cultura dell’informazione, il rischio è quello di confondere velocità con accuratezza. O, peggio, di prendere per buone risposte convincenti ma sbagliate.

È questo il cuore del mio intervento al Late Tech Show: oggi il vantaggio competitivo non è soltanto avere accesso agli strumenti digitali. È saperli usare con consapevolezza.

Dal dato alla conoscenza

La vera sfida, per aziende, professionisti, comunicatori e formatori, è trasformare il rumore informativo in conoscenza operativa.

Le informazioni online sono ovunque. Ma non tutte hanno lo stesso valore. Alcune sono aggiornate, altre obsolete. Alcune sono verificate, altre manipolate. Alcune sono rilevanti, altre solo apparentemente utili.

Per questo parlare di OSINT significa parlare anche di educazione digitale, pensiero critico e responsabilità nell’uso dell’intelligenza artificiale.

Ringrazio Gigi Beltrame e il Late Tech Show per lo spazio e per l’occasione di portare questo tema dentro una conversazione più ampia sulla tecnologia e sui suoi impatti.

Il 5 giugno 2026, a Piombino, ho tenuto uno speech per il Consorzio Delta Electric su un tema concreto: come i distributori di materiale elettrico possono usare l’intelligenza artificiale oggi, non domani.

Non era un convegno sul futuro. Era un incontro operativo, con commerciali, responsabili acquisti e titolari che ogni giorno gestiscono codici prodotto, listini, ordini urgenti e richieste tecniche. Persone che non hanno tempo per sperimentare, ma che rischiano di perdere terreno rispetto a chi già usa questi strumenti.

In questo articolo riprendo i 10 esempi pratici che ho presentato durante lo speech, con qualche approfondimento per chi non era in sala.

1. Risposta rapida alle richieste tecniche dei clienti

Un installatore chiama e chiede la differenza tra due interruttori differenziali, le normative applicabili, la compatibilità con un impianto specifico. Il commerciale deve rispondere in pochi minuti. L’AI generativa — come ChatGPT o Claude — può sintetizzare le schede tecniche, confrontare caratteristiche e produrre una risposta chiara e professionale in pochi secondi. Il commerciale controlla, personalizza e invia. Il tempo si dimezza.

2. Generazione di offerte e preventivi

Preparare un preventivo completo richiede tempo: selezionare i prodotti giusti, descriverli correttamente, calcolare sconti e scrivere note tecniche. Con l’AI si può automatizzare la parte testuale: a partire da una lista di codici prodotto, l’AI genera la descrizione commerciale e le note tecniche, lasciando al commerciale solo la verifica e la personalizzazione. Un lavoro da 40 minuti diventa un lavoro da 10.

3. Analisi e sintesi dei cataloghi prodotto

I cataloghi dei grandi brand come ABB, Schneider Electric o Legrand hanno migliaia di pagine. L’AI può essere addestrata o alimentata con questi documenti per rispondere a domande specifiche: “Qual è il grado di protezione IP di questo prodotto?”, “Questo quadro è compatibile con la norma CEI 17-13?”. Il risultato è una ricerca tecnica più rapida e meno soggetta a errori.

4. Supporto alla formazione dei nuovi commerciali

Formare un nuovo commerciale nel settore elettrico richiede mesi. L’AI può accelerare questo processo creando simulazioni di conversazioni con clienti, quiz tecnici sui prodotti, schede di apprendimento personalizzate. Non sostituisce il tutor umano, ma riduce i tempi di onboarding e consolida le conoscenze in modo interattivo.

5. Creazione di contenuti per il sito web e i social

Molti distributori hanno un sito web aggiornato raramente e nessuna presenza social significativa. L’AI può generare articoli tecnici, schede prodotto ottimizzate per la SEO, post LinkedIn e newsletter in modo rapido. Non serve un copywriter dedicato: bastano le indicazioni giuste e un processo di revisione.

6. Analisi dei dati di vendita e previsione della domanda

Con strumenti come Excel con Copilot o piattaforme di Business Intelligence con AI integrata, i dati storici di vendita diventano preziosi: si possono identificare trend stagionali, prodotti in crescita, clienti inattivi da riattivare. Analisi che prima richiedevano un esperto di dati oggi sono alla portata di qualsiasi responsabile commerciale.

7. Gestione delle email e delle comunicazioni

Un responsabile commerciale riceve decine di email al giorno: richieste, reclami, aggiornamenti da fornitori. L’AI può classificare le email per priorità, suggerire risposte tipo per le comunicazioni standard, e aiutare a redarre email commerciali efficaci. Il risparmio di tempo è reale e misurabile.

8. Ottimizzazione della gestione del magazzino

L’AI applicata ai dati di magazzino permette di prevedere i picchi di domanda (stagionalità, cantieri in corso, bandi pubblici) e ottimizzare le scorte. Meno capitale immobilizzato in prodotti che non ruotano, meno rotture di stock su ciò che si vende di più. Alcuni software ERP già integrano queste funzioni con l’AI.

9. Supporto nelle gare d’appalto e nei capitolati

Leggere, interpretare e rispondere a un capitolato tecnico è un’attività lunga e tecnica. L’AI può analizzare il documento, estrarre i requisiti chiave, confrontarli con il catalogo disponibile e suggerire la selezione di prodotti più adatta. Non elimina il lavoro dell’esperto, ma lo rende molto più veloce.

10. Assistente virtuale per il post-vendita

Un chatbot intelligente, addestrato sui prodotti e sulle FAQ aziendali, può rispondere alle domande dei clienti 24 ore su 24: stato degli ordini, disponibilità di ricambi, istruzioni di installazione. Non serve una struttura di supporto dedicata: un piccolo investimento tecnologico può migliorare significativamente l’esperienza del cliente.

Cosa ho detto a Piombino: la sintesi

Durante lo speech ho sottolineato un concetto che considero fondamentale: l’AI non è un tema da convegno, è uno strumento operativo. I distributori di materiale elettrico che aspettano di capire “come evolverà” prima di agire rischiano di perdere mesi preziosi rispetto ai concorrenti che già sperimentano.

Non serve una trasformazione digitale completa. Bastano tre o quattro processi ottimizzati — la risposta tecnica ai clienti, la preparazione delle offerte, la formazione interna — per guadagnare ore ogni settimana e offrire un servizio percepibilmente migliore.

Se vuoi approfondire questi temi per la tua azienda, puoi leggere anche il mio articolo sulle conferenze sull’intelligenza artificiale o scoprire come organizzo workshop pratici in azienda.

Vuoi portare questo speech nella tua azienda o al tuo evento?

Organizzo conferenze e workshop sull’intelligenza artificiale per aziende, associazioni di categoria e convegni di settore. Se stai cercando un relatore concreto, che parli con esempi reali e adatti al tuo pubblico, scrivimi.

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    Scegliere un relatore sull’intelligenza artificiale non significa cercare qualcuno che “parli di AI”. Significa trovare una persona capace di adattare un tema complesso al pubblico, al contesto e all’obiettivo dell’evento. Un conto e parlare a un board aziendale, un altro e parlare a imprenditori, insegnanti, venditori, HR, comunicatori o professionisti.

    Le domande giuste aiutano a evitare interventi troppo tecnici, troppo generici o troppo spettacolari ma poco utili. Servono anche a capire se il relatore sa collegare ChatGPT, AI generativa e prompt engineering ai problemi reali dell’organizzazione.

    Ecco una checklist di 20 domande da usare prima di invitare un relatore o speaker sull’AI.

    1. Qual e l’obiettivo dell’intervento?

    Prima ancora di scegliere il relatore, chiarisci l’obiettivo: ispirare, formare, sensibilizzare, aprire una convention, introdurre un percorso, rispondere a paure interne o mostrare casi d’uso pratici.

    La stessa persona può fare interventi molto diversi, ma solo se l’obiettivo e chiaro.

    2. Chi sara in sala?

    Il pubblico cambia tutto. Un intervento per manager richiede un linguaggio diverso da un intervento per tecnici, imprenditori, studenti, insegnanti o professionisti.

    Chiedi al relatore come adatta esempi, ritmo e profondita al livello del pubblico.

    3. Il relatore parla di AI in modo tecnico o divulgativo?

    Non esiste una risposta sempre giusta. In molti eventi aziendali serve una persona capace di spiegare senza banalizzare. Troppo tecnicismo allontana il pubblico; troppa semplificazione crea confusione.

    4. Ha esperienza reale con aziende e organizzazioni?

    Un relatore sull’AI dovrebbe conoscere le domande che emergono nelle aziende: dati, processi, resistenze, produttivita, policy, formazione, strumenti, rischi e aspettative.

    Chiedi esempi di eventi, corsi o interventi già realizzati.

    5. Sa parlare di ChatGPT senza ridurre tutto a ChatGPT?

    ChatGPT è importante, ma l’AI generativa non si esaurisce in un solo strumento. Un buon relatore sa usare ChatGPT come porta d’ingresso e poi allargare il discorso a Copilot, Gemini, Claude, Perplexity, immagini, video, dati e processi.

    6. Porta esempi concreti?

    Gli esempi sono decisivi. Il pubblico deve vedere casi d’uso comprensibili: email, riunioni, documenti, marketing, vendite, HR, analisi, formazione, assistenza clienti.

    7. Fa demo live o usa esempi preparati?

    La demo live può essere efficace, ma dipende dal contesto tecnico. Gli esempi preparati sono più controllabili. Chiedi quale soluzione e più adatta al tuo evento.

    8. Parla anche dei rischi?

    Un relatore serio non racconta solo opportunità. Deve parlare di allucinazioni, bias, privacy, dati sensibili, copyright, sicurezza, dipendenza dagli output e uso responsabile.

    9. Sa spiegare il prompt engineering?

    Il prompt engineering è una delle competenze più utili per pubblici non tecnici. Chiedi se il relatore sa spiegare come si costruisce una buona istruzione per l’AI: contesto, ruolo, obiettivo, vincoli, esempi e verifica.

    10. Conosce AI Act e AI Literacy?

    Per eventi aziendali, associazioni e ordini professionali, il tema normativo può essere importante. Non serve trasformare lo speech in una lezione giuridica, ma il relatore deve sapere collocare responsabilità, formazione e governance.

    11. Sa adattare lo speech al settore?

    Un intervento per una PMI manifatturiera non è uguale a uno per un team marketing, una scuola, uno studio professionale o una rete commerciale. Chiedi se il relatore personalizza esempi e casi d’uso.

    12. Quanto dura l’intervento ideale?

    Uno speech introduttivo può durare 30-45 minuti. Una conferenza con domande può durare 60-90 minuti. Un workshop pratico richiede almeno mezza giornata.

    13. E previsto un momento di Q&A?

    Sull’AI le domande del pubblico sono spesso la parte più preziosa. Se possibile, lascia spazio a dubbi, casi reali e obiezioni.

    14. Il relatore fornisce materiali?

    Chiedi se sono previste slide, risorse, bibliografia, checklist, prompt di esempio o materiali post-evento. Non sempre servono, ma possono aumentare il valore dell’intervento.

    15. Come gestisce aspettative e paure?

    L’AI genera entusiasmo e ansia. Un buon relatore non ridicolizza le paure e non vende miracoli. Aiuta il pubblico a costruire criteri.

    16. Sa parlare a manager e non solo a specialisti?

    Negli eventi aziendali il pubblico spesso e misto. Serve una persona capace di collegare tecnologià, organizzazione, competenze e decisioni.

    17. Ha credenziali verificabili?

    Controlla libri, articoli, video, interventi, collaborazioni, profili social e testimonianze. Per un tema affollato come l’AI, l’autorevolezza verificabile conta.

    18. Lo speech può aprire un percorso formativo?

    Spesso l’evento e solo il primo passo. Chiedi se il relatore può proporre workshop, corsi o percorsi successivi per team specifici.

    19. Quale call to action vuoi lasciare al pubblico?

    Alla fine dello speech le persone devono sapere che cosa fare: sperimentare uno strumento, iscriversi a un corso, leggere una policy, proporre casi d’uso, evitare dati sensibili, creare una prompt library.

    20. Quale risultato vuoi ottenere dopo 30 giorni?

    La domanda più concreta e questa: che cosa deve cambiare dopo l’evento? Una convention riuscita non finisce con l’applauso. Dovrebbe generare consapevolezza, domande migliori e primi comportamenti operativi.

    Tabella di valutazione

    Criterio Domanda chiave Peso
    Allineamento al pubblico Sa adattare linguaggio ed esempi? Alto
    Esperienza Ha già lavorato con aziende o eventi simili? Alto
    Concretezza Porta casi d’uso e non solo scenari? Alto
    Equilibrio Parla di opportunità e rischi? Alto
    Metodo Spiega il prompt engineering in modo utile? Medio-alto
    Continuita Può collegare speech e formazione? Medio
    Autorevolezza Ha credenziali verificabili? Medio

    In sintesi

    Prima di invitare un relatore sull’intelligenza artificiale, non chiedere solo “quanto costa” o “quanto dura”. Chiedi che cosa lascera al pubblico, come adattera il messaggio e quali comportamenti concreti vuole attivare.

    L’AI generativa è un tema troppo importante per essere trattato come una moda. Serve un relatore capace di rendere il tema comprensibile, utile e responsabile.

    Scopri gli speech e le conferenze sull’AI generativa di Giànluigi Bonanomi

    /conferenze-e-speech-ai-digitale/

    FAQ

    Come scegliere un relatore sull’intelligenza artificiale?

    Valuta esperienza, capacità divulgativa, esempi concreti, conoscenza dei rischi, adattamento al pubblico e possibilità di collegare lo speech a un percorso formativo.

    Meglio un relatore tecnico o divulgativo?

    Dipende dal pubblico. Per eventi aziendali e convention, spesso serve un relatore divulgativo con solida competenza pratica, capace di parlare anche a chi non ha background tecnico.

    Quanto dura uno speech sull’intelligenza artificiale?

    Di solito da 30 a 90 minuti. Se l’obiettivo e far lavorare le persone su casi reali, e meglio organizzare un workshop di mezza giornata o una giornata.

    Quali temi dovrebbe coprire un relatore AI?

    AI generativa, ChatGPT, prompt engineering, casi d’uso aziendali, rischi, bias, privacy, AI Act, uso responsabile e impatto sul lavoro.

    Il relatore deve fare una demo live?

    Non necessariamente. La demo live può essere utile, ma in alcuni eventi funzionano meglio esempi preparati e collegati al settore del pubblico.

    Uno speech sull’AI generativa per PMI serve a tradurre un tema complesso in esempi pratici, comprensibili e vicini al lavoro quotidiano di imprenditori, manager e collaboratori. Non deve partire dagli algoritmi, ma dalle domande che una piccola o media impresa si fa davvero: dove posso risparmiare tempo? Quali attività posso migliorare? Quali rischi devo evitare? Da dove cominciò senza disperdere energie?

    Per molte PMI l’intelligenza artificiale generativa e arrivata attraverso ChatGPT. Qualcuno lo usa già per scrivere email, post o documenti; qualcun altro lo guarda con sospetto; altri ancora lo usano senza metodo, inserendo dati riservati o fidandosi troppo delle risposte. Uno speech ben progettato mette ordine: spiega che cosa e l’AI generativa, che cosa può fare, dove sbaglia e come può diventare uno strumento di lavoro.

    Perché le PMI hanno bisogno di uno speech sull’AI

    Le piccole e medie imprese non hanno sempre tempo, budget o strutture interne per avviare subito grandi progetti di intelligenza artificiale. Ma questo non significa che debbano restare ferme. Al contrario, molte opportunità dell’AI generativa sono accessibili proprio perché non richiedono infrastrutture complesse.

    Uno speech introduttivo aiuta a creare una base comune prima di decidere investimenti, corsi o progetti. Serve a far capire che l’AI non è un singolo software, ma una famiglia di strumenti che può aiutare in scrittura, analisi, vendita, formazione, assistenza clienti, marketing e organizzazione.

    Casi d’uso concreti per una PMI

    1. Scrivere meglio e più velocemente

    ChatGPT e gli strumenti generativi possono aiutare a scrivere email, lettere commerciali, post LinkedIn, comunicati, descrizioni prodotto, FAQ, offerte e risposte a clienti. Il punto non è delegare tutto alla macchina, ma usare l’AI come assistente di bozza, revisione e adattamento.

    Esempio: un commerciale può trasformare una scheda tecnica in una email più chiara per un cliente. Un ufficiò marketing può generare varianti di un testo e poi scegliere quella più coerente con il tono aziendale.

    2. Preparare riunioni e decisioni

    Una PMI può usare l’AI per preparare scalette di riunioni, sintetizzare documenti, creare liste di domande, confrontare alternative e costruire tabelle pro/contro. Questo è utile soprattutto quando le decisioni coinvolgono persone con ruoli diversi.

    Esempio: prima di scegliere un nuovo software, il team può chiedere all’AI di costruire una matrice di confronto con criteri, rischi, costi e domande da fare ai fornitori.

    3. Migliorare marketing e contenuti

    L’AI generativa può supportare piani editoriali, idee per newsletter, contenuti social, landing page, annunci, script video e revisioni di testi. Per le PMI il vantaggio e ridurre il blocco iniziale e aumentare la qualità delle prime bozze.

    Il rischio e pubblicare contenuti generici. Per evitarlo servono prompt con contesto, pubblico, obiettivo, esempi, tono e vincoli.

    4. Supportare vendite e relazioni commerciali

    L’AI può aiutare a preparare email di follow-up, analisi di prospect, risposte a obiezioni, script di telefonata e sintesi di conversazioni. Nei team commerciali può diventare un supporto alla preparazione, non un sostituto della relazione umana.

    Esempio: dopo una fiera, il team vendite può creare messaggi personalizzati partendo da appunti e interessi raccolti, controllando sempre l’accuratezza prima dell’invio.

    5. Creare procedure e formazione interna

    Molte PMI hanno conoscenza distribuita tra poche persone chiave. L’AI può aiutare a trasformare appunti, registrazioni e documenti in procedure, checklist, materiali formativi e micro-guide.

    Esempio: un responsabile amministrativo può trasformare una procedura ripetuta ogni mese in una checklist chiara per un collega nuovo.

    6. Analizzare documenti e informazioni

    Con gli strumenti adeguati, l’AI può aiutare a leggere PDF, contratti, tabelle, report e testi lunghi. Questo non elimina la verifica umana, ma accelera la comprensione iniziale.

    Esempio: un imprenditore può chiedere una sintesi ragionata di un documento, una lista di punti critici e una serie di domande da fare al consulente.

    I rischi da spiegare alle PMI

    Uno speech sull’AI generativa per PMI deve parlare anche di rischi. Se si raccontano solo opportunità, il pubblico esce motivato ma non preparato.

    I rischi principali sono:

    • inserire dati sensibili in strumenti non autorizzati
    • fidarsi di risposte sbagliate o inventate
    • pubblicare testi generici o non verificati
    • violare copyright o regole interne
    • creare confusione tra sperimentazione individuale e uso aziendale
    • non definire policy minime

    Prompt engineering: la competenza ponte

    Per una PMI il prompt engineering non è una disciplina da specialisti. È una competenza pratica: imparare a dare istruzioni chiare agli strumenti AI.

    Un buon prompt include:

    • ruolo dello strumento
    • obiettivo
    • contesto
    • pubblico
    • dati disponibili
    • vincoli
    • formato desiderato
    • criteri di qualità
    • richiesta di verifica

    Questa competenza può fare la differenza tra un uso casuale e un uso davvero utile dell’AI.

    Come strutturare uno speech per PMI

    Un possibile speech di 60 minuti può seguire questa struttura:

    1. Che cosa e l’AI generativa, spiegata senza tecnicismi
    2. Perché interessa le PMI
    3. Esempi pratici con ChatGPT e strumenti simili
    4. Casi d’uso per marketing, vendite, amministrazione e formazione
    5. Errori e rischi da evitare
    6. Prompt engineering: metodo base
    7. Cosa fare nei prossimi 30 giorni
    8. Domande dal pubblico

    Cosa può fare una PMI dopo lo speech

    La cosa peggiore, dopo un evento sull’AI, e tornare in azienda senza un passo successivo. Meglio definire azioni semplici:

    • scegliere 3 casi d’uso a basso rischio
    • creare una policy minima su dati e strumenti
    • formare un piccolo gruppo interno
    • raccogliere prompt utili per reparto
    • misurare tempo risparmiato e qualità degli output
    • aggiornare periodicamente le pratiche

    In sintesi

    Uno speech sull’AI generativa per PMI deve essere concreto, equilibrato e orientato al lavoro. Deve mostrare esempi utili, ma anche limiti e responsabilità. Deve far capire che l’AI non è magia: è uno strumento potente quando le persone imparano a usarlo con metodo.

    Se stai organizzando un evento per imprenditori, manager, associati o team aziendali, uno speech sull’AI generativa può essere il modo migliore per iniziare un percorso serio e comprensibile.

    Scopri gli speech aziendali sull’AI generativa di Giànluigi Bonanomi

    /conferenze-e-speech-ai-digitale/

    FAQ

    Uno speech sull’AI generativa è utile anche per piccole imprese?

    Sì. Le PMI possono usare l’AI generativa per scrittura, marketing, vendite, procedure, formazione, analisi documentale e supporto decisionale, senza partire da progetti tecnologici complessi.

    Quali strumenti si citano in uno speech per PMI?

    Di solito si parte da ChatGPT, ma si possono includere anche Copilot, Gemini, Claude, Perplexity e strumenti specifici per immagini, documenti, presentazioni o automazione.

    Quanto deve durare uno speech AI per PMI?

    Per un evento introduttivo possono bastare 45-60 minuti. Se si vogliono includere esercizi pratici, meglio prevedere un workshop di mezza giornata.

    Le PMI devono preoccuparsi dell’AI Act?

    Si, almeno in termini di consapevolezza e formazione. Anche quando non si sviluppano sistemi AI, è importante capire uso responsabile, dati, rischi e competenze minime.

    Dopo lo speech conviene fare un corso?

    Spesso si. Lo speech crea consapevolezza; il corso o workshop aiuta i team ad applicare l’AI ai propri casi reali.

    Ho partecipato ieri, 28 maggio 2026, a un WebTalk organizzato da Raptech, la startup italiana specializzata in soluzioni di data intelligence per il settore delle energie rinnovabili. Un’ora di conversazione densa, concreta e decisamente attuale sul tema della comunicazione aziendale nell’era dei dati.

    Comunicare con i dati: come la tecnologia ha trasformato il dialogo nelle aziende - WebTalk Raptech con Gianluigi Bonanomi e Marco Berliocchi
    Comunicare con i dati: WebTalk con Gianluigi Bonanomi e Marco Berliocchi, moderato da Gian Maria Brega

    Negli ultimi anni la tecnologia ha rivoluzionato il modo in cui aziende, manager e stakeholder comunicano, prendono decisioni e condividono informazioni. Report statici, flussi frammentati e tempi lunghi di analisi hanno lasciato spazio a dashboard in tempo reale, strumenti collaborativi e processi decisionali sempre più rapidi, integrati e data-driven. Ma questa trasformazione non riguarda soltanto gli strumenti: cambia il linguaggio delle organizzazioni, il rapporto tra persone, la gestione della fiducia e il modo in cui vengono interpretati i dati.

    Il WebTalk con Raptech: tecnologia, dati e dialogo nelle aziende

    Il WebTalk si è svolto in diretta streaming il 28 maggio 2026 e ha visto la mia partecipazione e quella di Marco Berliocchi, CEO e Co-Founder di Raptech. La moderazione è stata affidata a Gian Maria Brega, CWO di Mammamia Agency.

    L’evento è stato trasmesso in streaming dal canale YouTube di Raptech – Trusted Data for Renewable Energy ed è ora disponibile on demand per chi vuole rivedere l’intera conversazione.

    I temi affrontati: dalla data communication alla fiducia nelle organizzazioni

    Durante il WebTalk abbiamo esplorato come la comunicazione con i dati stia ridefinendo le dinamiche aziendali a più livelli:

    • Dashboard e report in tempo reale: come la disponibilità immediata dei dati cambia le decisioni strategiche e operative.
    • Il linguaggio dei dati: non basta avere informazioni; è fondamentale saperle comunicare in modo chiaro e accessibile a stakeholder diversi.
    • Data storytelling: trasformare numeri e metriche in narrazioni comprensibili è diventata una competenza chiave per manager e comunicatori.
    • Fiducia e trasparenza: la gestione della fiducia all’interno delle organizzazioni passa sempre di più attraverso la qualità e la coerenza delle informazioni condivise.
    • Processi decisionali data-driven: l’integrazione tra tecnologia e cultura organizzativa per prendere decisioni più rapide e consapevoli.

    Per approfondire il tema della comunicazione digitale nelle aziende, ho pubblicato diversi articoli e risorse sul mio sito. Questi temi si intrecciano anche con il mio lavoro di conferenze e speech sull’intelligenza artificiale, dove la capacità di leggere e comunicare i dati è sempre centrale.

    Dati e comunicazione nel settore delle energie rinnovabili

    Un focus specifico del WebTalk ha riguardato il settore delle energie rinnovabili, dove Raptech opera come fornitore di soluzioni di trusted data. In questo mercato in forte evoluzione, dati, performance, monitoraggio e trasparenza sono diventati elementi strategici per operatori, investitori e asset manager.

    Marco Berliocchi ha illustrato come la piattaforma Raptech permetta di gestire e comunicare in modo affidabile le performance degli impianti rinnovabili, offrendo un livello di trasparenza e accuratezza che oggi è indispensabile per costruire fiducia con i partner finanziari e istituzionali. Un esempio concreto di come tecnologia e comunicazione si fondano in un settore ad altissimo tasso di innovazione come quello dell’energia verde in Italia e in Europa.

    Guarda il video integrale del WebTalk

    Se non hai potuto seguire l’evento in diretta, puoi rivedere l’intera registrazione del WebTalk su YouTube. Circa 34 minuti di conversazione su dati, tecnologia e comunicazione aziendale:

    Riflessioni finali: comunicare con i dati è una competenza umana

    Quello che mi ha colpito di più nel confronto con Marco Berliocchi è la consapevolezza condivisa che i dati, da soli, non comunicano. Hanno bisogno di persone capaci di interpretarli, contestualizzarli e trasmetterli in modo efficace. La tecnologia crea le condizioni; la competenza umana determina l’impatto.

    Questo vale per il settore delle energie rinnovabili tanto quanto per qualsiasi altra organizzazione che oggi voglia costruire una cultura data-driven autentica e sostenibile. È un tema su cui continuerò a lavorare e su cui mi piacerebbe approfondire con te, anche nell’ambito di corsi e workshop aziendali dedicati alla comunicazione dei dati e all’intelligenza artificiale.

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    L’intelligenza artificiale entra nelle aziende con una promessa chiara: farci lavorare meglio, ridurre attività ripetitive, velocizzare processi e decisioni. Ma insieme alla promessa cresce anche una domanda molto umana: è se un algoritmo prendesse il mio posto?
    Persona al lavoro davanti a uno schermo con visualizzazione digitale legata all'intelligenza artificiale
    La sfida dell’AI in azienda non è solo tecnologica: è culturale, organizzativa e profondamente umana.

    Secondo il 9° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, il 70% dei lavoratori italiani riconosce benefici nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, ma il 42,6% teme di essere sostituito dagli algoritmi. E qui nasce il paradosso: vediamo il vantaggio, ma non sempre ci sentiamo parte del cambiamento. Questo fenomeno ha un nome sempre più usato: AI Anxiety, o ansia da intelligenza artificiale. Non riguarda soltanto la paura di perdere il posto. Riguarda il timore di diventare meno rilevanti, meno competenti, meno necessari. Per una panoramica completa sui rischi e vantaggi dell’intelligenza artificiale generativa, ho scritto un approfondimento specifico su rischi e vantaggi dell’AI generativa.

    Che cos’è l’AI Anxiety

    L’AI Anxiety è la preoccupazione, spesso persistente, legata all’impatto dell’intelligenza artificiale sul proprio lavoro, sulle proprie competenze e sul proprio futuro professionale. Non è semplice resistenza al cambiamento. È una forma di insicurezza che nasce quando le persone percepiscono che la tecnologia stia avanzando più velocemente della loro capacità di adattarsi.

    La differenza è importante: la paura generica della tecnologia può ridursi con l’abitudine; l’AI Anxiety, invece, può diventare un blocco se l’azienda introduce strumenti, processi e automazioni senza spiegare come cambia il ruolo delle persone.

    I dati: l’AI piace, ma non rassicura

    In Italia, il dato più interessante non è solo che il 42,6% dei lavoratori tema la sostituzione da parte dell’AI. Il punto è che questa paura convive con una valutazione positiva della tecnologia: molti dipendenti ne vedono l’utilità, ma non sentono ancora di avere un posto sicuro dentro il nuovo scenario.Lo stesso schema emerge a livello internazionale. La ricerca Trust, attitudes and use of Artificial Intelligence: A global study 2025, realizzata dall’Università di Melbourne con KPMG su oltre 48.000 persone in 47 paesi, mostra che l’AI viene percepita come utile, ma la fiducia resta fragile. Secondo i dati citati nel materiale stampa, l’83% degli intervistati riconosce i vantaggi dell’AI, mentre il 36% dei dipendenti teme una possibile sostituzione.Anche la letteratura scientifica va nella stessa direzione. Uno studio pubblicato su Scientific Reports collega l’ansia da AI a una minore adattabilità di carriera: quando la persona si sente minacciata, fatica di più a progettare il proprio futuro professionale.

    Team aziendale che discute dati e trasformazione digitale in una riunione
    La fiducia nell’AI non nasce dallo strumento, ma dal modo in cui viene introdotto nelle organizzazioni.

    Perché nasce davvero l’ansia da intelligenza artificiale

    Parlare di AI Anxiety solo come paura di perdere il lavoro è riduttivo. Certo, la sostituzione è il timore più visibile. Ma sotto ci sono almeno quattro livelli più profondi.

    1. Paura di perdere valore

    Per molte persone il lavoro non è solo reddito. È identità, riconoscimento, appartenenza. Se una mansione viene automatizzata, il dubbio diventa personale: se una macchina fa quello che faccio io, io quanto valgo?

    2. Mancanza di orientamento

    Molti lavoratori non sanno quali competenze sviluppare, quali strumenti imparare, quali attività verranno potenziate dall’AI e quali invece saranno ridisegnate. Senza una mappa, ogni annuncio di innovazione può sembrare una minaccia.

    3. Fiducia fragile nel management

    Il rapporto Censis-Eudaimon segnala anche un aspetto relazionale: molti dipendenti percepiscono che i manager si fidino più della tecnologia che delle persone. Quando passa questo messaggio, anche involontariamente, l’adozione dell’AI smette di essere un progetto condiviso e diventa qualcosa che accade dall’alto.

    4. Insicurezza quotidiana

    L’ansia non riguarda solo il futuro astratto. Riguarda il mutuo, i figli, il tempo, la salute, il potere d’acquisto, la possibilità di ripensarsi professionalmente senza sentirsi abbandonati.

    Perché il welfare aziendale può ridurre l’AI Anxiety

    In Italia il 40% del credito welfare resta inutilizzato ogni anno. Non per mancanza di offerta, ma per mancanza di orientamento.

    Questo punto è cruciale. Davanti all’AI, le aziende spesso rispondono con corsi, piattaforme, policy e nuovi strumenti. Tutto utile. Ma se le persone non si sentono viste, sostenute e accompagnate, la formazione tecnica da sola non basta.

    “Le aziende non devono inventare nuovi programmi di welfare aziendale o altri strumenti per valorizzare le persone. Devono fare funzionare quelli che hanno già, rendendoli accessibili e rilevanti per la vita reale delle persone.”

    Alberto Perfumo, CEO di Epassi Italia

    Il welfare, se ben progettato e comunicato, diventa un messaggio organizzativo: l’azienda non sta investendo solo in tecnologia, ma anche nelle condizioni che permettono alle persone di attraversare il cambiamento.

    Cosa possono fare le aziende: 5 azioni concrete

    Se l’AI Anxiety nasce dalla percezione di non avere controllo, la risposta aziendale deve restituire chiarezza, competenza e fiducia. Non bastano slogan sull’innovazione. Servono pratiche.

    1. Spiegare cosa cambia, prima di introdurre lo strumento

    Ogni progetto AI dovrebbe partire da una domanda semplice: quali attività verranno automatizzate, quali verranno potenziate e quali nuove responsabilità nasceranno per le persone?

    2. Formare sulle competenze, non solo sui tool

    Imparare a usare un’applicazione è utile, ma non sufficiente. Le persone devono capire come cambia il loro modo di decidere, comunicare, collaborare e creare valore.

    3. Rendere il welfare più semplice da usare

    Se il welfare è complicato, non rassicura. Una piattaforma chiara, un orientamento personalizzato e una comunicazione ricorrente aiutano i dipendenti a trasformare un benefit potenziale in un supporto reale.

    4. Coinvolgere i manager

    I manager sono il punto in cui la strategia diventa esperienza quotidiana. Se non vengono preparati a parlare di AI con equilibrio, rischiano di amplificare ansia invece di costruire fiducia.

    5. Misurare il clima, non solo la produttività

    L’AI può aumentare l’efficienza, ma una trasformazione riuscita si misura anche dalla qualità del clima interno: sicurezza psicologica, fiducia, chiarezza, partecipazione. Se vuoi organizzare un evento o un corso sulla gestione dell’AI in azienda, scopri come strutturare uno speech sull’intelligenza artificiale per aziende.

    Cosa possono fare i lavoratori

    Anche le persone possono agire. Non per inseguire ogni novità, ma per costruire una posizione più solida nel cambiamento. Se sei un professionista che vuole capire meglio come usare l’AI nel proprio settore, ho approfondito il tema anche in questo articolo: intelligenza artificiale e uso pratico quotidiano.

    • Mappare le proprie attività: quali sono ripetitive, quali richiedono giudizio, relazione, creatività o responsabilità?
    • Usare l’AI come assistente: iniziare da compiti piccoli, misurabili e a basso rischio.
    • Sviluppare competenze trasversali: pensiero critico, comunicazione, gestione delle informazioni, capacità di fare domande migliori.
    • Rendere visibile il proprio valore: documentare risultati, contributi, relazioni, capacità che la tecnologia non sostituisce facilmente.

    La vera domanda non è se l’AI sostituirà le persone

    La domanda più utile è un’altra: quali organizzazioni sapranno usare l’AI senza perdere la fiducia delle persone?Le aziende che tratteranno l’intelligenza artificiale solo come leva di efficienza rischiano di ottenere resistenza, silenzi, uso nascosto degli strumenti o ansia diffusa. Quelle che la inseriranno dentro un progetto più ampio di formazione, welfare, ascolto e riprogettazione del lavoro avranno più possibilità di trasformarla in vantaggio competitivo.La tecnologia è lo strumento. La fiducia è l’infrastruttura invisibile che decide se quello strumento verrà davvero adottato.

    FAQ sull’AI Anxiety

    Che cosa significa AI Anxiety?

    AI Anxiety significa ansia da intelligenza artificiale: e la preoccupazione legata all’impatto dell’AI sul lavoro, sulle competenze e sulla sicurezza professionale.

    Perché i lavoratori temono l’intelligenza artificiale?

    Perché temono la sostituzione, la perdita di valore professionale, la mancanza di controllo sul cambiamento e l’insufficienza delle proprie competenze rispetto ai nuovi strumenti.

    L’AI Anxiety riguarda solo chi ha basse competenze digitali?

    No. Può riguardare anche persone competenti, soprattutto quando l’azienda non comunica chiaramente obiettivi, impatti e percorsi di formazione.

    Come può un’azienda ridurre l’ansia da AI?

    Con formazione concreta, comunicazione trasparente, coinvolgimento dei manager, welfare accessibile, ascolto dei bisogni e una chiara ridefinizione dei ruoli.

     

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