Inizia martedì 10 marzo 2020 la mia collaborazione con Fastweb Digital Academy con un corso inedito di social-neuro-marketing, ovvero il neuromarketing applicato alla creazione di contenuti social. Fastweb lo presenta così.

Neuromarketing per contenuti Digitali – ONLINE

Il neuromarketing è una branca della neuroeconomia, lo studio del funzionamento della mente umana in relazione ai processi decisionali nella soluzione di compiti economici. Nuovi studi scientifici hanno evidenziato come le persone prendono decisioni, spesso condizionate da impulsi emotivi e, soprattutto, da errori di valutazione. Il corso esplora questi studi e propone tecniche finalizzate a costruire una comunicazione persuasiva ed efficace, sempre etica.

La giornata prevede moltissimi esempi e momenti pratici, per esempio per creare contenuti che parlino a entrambi i cervelli grazie al metodo O.P.E.R.A. (ideato dal docente).

Organizzazione corso
ONLINE, martedì 10/03
Orario: dalle 9:00 alle 13:00
Competenze acquisite
  • Riconoscere bias ed euristiche
  • Costruire contenuti che convertono
Requisiti per candidarsi

Uso base del PC e dei social network.
Conoscenza base dell’inglese.
Laptop e connessione internet a disposizione.

Attestati rilasciati
Badge di partecipazione o profitto

Programma

  • Introduzione al neuromarketing
  • Le tecniche della persuasione
  • Bias ed euristiche
  • Creare contenuti per i due cervelli: il metodo O.P.E.R.A. + esercitazione
  • Panoramica sugli strumenti per il neuromarketing

>> Link per iscriversi <<

Testimonianze

Domenica 1 marzo la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema dipendenza dallo smartphone. Puoi riascoltare l’intervista qui

Qui un approfondimento sul tema:

Questa intervista è stata pubblicata sul sito di Vertus il 28 febbraio 2020.

COLLABORAZIONE, ENGAGEMENT, UNITÀ D’INTENTI: ECCO PERCHÉ CURARE LA COMUNICAZIONE INTERNA

Comunicazione “corporate” e di prodotto, social media marketing, ufficio stampa, relazioni pubbliche e istituzionali, adv off e online: su questi elementi la maggior parte delle aziende sa di dover investire risorse per raggiungere clienti e stakeholder, per posizionarsi sul mercato, per rendere noto il proprio brand.

La stessa attenzione, però, non sempre viene dedicata alla comunicazione interna, fattore che, in realtà, incide significativamente sulla vita aziendale, sui rapporti tra management e dipendenti e, con un importante riflesso verso l’esterno, sull’immagine del brand che i dipendenti comunicano fuori dall’ufficio e sui loro profili social.

La comunicazione interna non coincide, però, con la trasmissione top-down, pur frequente e dettagliata, di disposizioni organizzative.

Come si può definire, quindi, la comunicazione interna?

Lo abbiamo chiesto a Gianluigi Bonanomi, formatore aziendale e consulente di comunicazione digitale, autore di diversi saggi e manuali su Internet, computer, smartphone e social media, direttore della collana “Fai da tech” di Ledizioni.

La comunicazione interna genera senso di appartenenza

Bonanomi parte da un’importante premessa sull’inevitabilità della comunicazione: “Le aziende, come gli umani, non possono non comunicare. Se non comunicano verso l’esterno e verso l’interno, stanno comunque comunicando qualcosa, e non è certo qualcosa di positivo”.
Anche non comunicare è un atto di comunicazione, che non gioca a favore dell’immagine aziendale.

Le aziende sono generalmente impegnate nel comunicare all’esterno. Perché dovrebbero occuparsi anche della comunicazione interna?

“La comunicazione interna è davvero importantissima per almeno un paio di motivi: per l’employer retention, ovvero la creazione di un senso di appartenenza nei propri dipendenti, e anche per fare il cosiddetto employer branding: attrarre nuovi talenti. Anche se quest’ultima comunicazione è rivolta all’esterno, la accomuno alla precedente”.

Quali competenze occorrono?
“Sempre più un comunicatore d’impresa deve allenare soft e hard skill. In pratica deve avere competenze comunicative spiccate, condite da creatività e capacità di comunicare in modo coinvolgente (digital storytelling), ma anche padroneggiare i nuovi strumenti della comunicazione digitale: non solo mail e web, ma sempre più social e analytics. Relazioni da una parte e dati dall’altra”.

Come si delinea una strategia di comunicazione interna?
“Bisogna anzitutto definire gli obiettivi della propria comunicazione, che possono andare dall’intrattenimento alla formazione, dal recruiting alla social responsibility. E solo di conseguenza si crea un piano editoriale, infine declinato come calendario editoriale (cosa pubblicare e quando)”.

Quanto può incidere la trasformazione digitale nei processi di comunicazione interna?
“Il digitale sta rivoluzionando ogni aspetto della comunicazione, e siamo solo all’inizio. Già ora buona parte del recruiting lo fanno gli algoritmi, grazie per esempio ai sistemi ATS (applicant tracking system).
A breve l’intelligenza artificiale si occuperà di tutta la comunicazione (gli algoritmi già scrivono post e interi libri), come sta per avvenire nel digital marketing finalizzato alla lead generation (la marketing automation permette all’umano di lasciar fare tutto a una macchina)”.

Gli strumenti e il ruolo del management

Quali sono quindi gli strumenti per favorire la partecipazione e l’interazione dei dipendenti?
“Per la mia esperienza gli strumenti più efficaci, con gradi diversi di coinvolgimento, sono quattro:

  • newsletter interna (a volte realizzata con contenuti forniti dai dipendenti stessi);
  • portale Intranet (mi è capitato più volte di fare progetti di brand journalism a scopo interno, per esempio web radio o podcast);
  • social network interno (in alcuni casi anche con app come Slack, ma anche Facebook si è mosso con Workplace; altre aziende, come Vodafone, hanno social proprietari);
  • social network (alcune aziende, per esempio, usano due canali Instagram, uno per il social media marketing, l’altro per la comunicazione finalizzata alle risorse umane)”.

Come coinvolgere i manager?
“I dirigenti dovrebbero anzitutto credere nei progetti di comunicazione interna, e devo dire che incontro sempre più spesso manager disposti a mettersi in gioco e, soprattutto, a investire. In una nota multinazionale bresciana il direttore HR mi ha chiesto un importante percorso per la formazione di un gruppo di una ventina di brand ambassador interni, puntando su temi quali la reputazione digitale e la creazione dei contenuti”.

Il ruolo del settore risorse umane?
“In queste dinamiche l’HR è fondamentale, perché interviene soprattutto nella fase di formazione: servono percorsi ad hoc per aiutare le persone, soprattutto i non più giovanissimi, ad acquisire le competenze per usare gli strumenti della comunicazione digitale”.

Quali gli errori più tipici?
“Gli errori che spesso si commettono nella comunicazione interna sono quattro:

  • non monitorare chi e cosa comunica;
  • non misurare la comunicazione (con gli strumenti di sentiment analysis si può mirare praticamente a qualsiasi cosa, anche all’impatto emotivo delle parole scelte in un post di Facebook);
  • non avere una strategia di comunicazione (per tutto quello che ci siamo detti prima);
  • non formare le persone all’uso del digitale (molti dipendenti, con la loro comunicazione sguaiata, possono danneggiare anche l’azienda, non solo sé stessi, inconsapevolmente)”.

Sabato 22 febbraio la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema del vamping. Puoi riascoltare l’intervista qui:

Per approfondire il tema del vamping fai clic qui:

Villaggio Tecnologico è un portale dedicato alla tecnologia e un nuovo format televisivo dedicato alle news tecnologiche, in onda su Lombardia TV (canali DTT 99 e 599 per la Lombardia, 219 per il Piemonte, 665 per la Liguria, 888 per Emilia Romagna e Lazio, e in streaming su www.lombardiatv.com).

Sin dalla prima puntata tengo una rubrica sulla comunicazione digitale. In questo episodio parlo dei software ATS: software che usano i recruiter per “filtrare” (leggi: scartare) i curriculum che non rispondono a certi criteri.

Qui invece potete vedere l’intera terza puntata:

Al tempo del Web tutto è misurabile: quelli bravi parlano di “data driven”. Anche il giornalismo, nell’era dei big data e delle infografiche, cavalca l’onda: si vede sempre più spesso online l’etichetta “data journalism”.

Che cos’è il data journalism?

Qualcuno lo definisce “giornalismo di precisione”. Secondo il sito dedicato www.datajournalism.it il data journalism è

“il racconto del mondo che ci circonda con l’aiuto dei numeri”

… ma anche di grafici, tabelle, fogli di calcolo, database, mappe, timeline e altro ancora. In pratica si parla anche di “information design” e di informazione supportata da matematica, statistica e scienze sociali.

Un esempio di data journalism

Uno storico (e bellissimo) esempio di data journalism è quello del New York Times: i giornalisti americani analizzarono le reazioni dei lettori in relazione alla morte di Osama Bin Laden. Ne risultò un grafico interattivo: spostando il mouse nelle diverse aree erano visualizzati i messaggi inviati dai lettori, reazioni emotive e opinioni.

Data journalism: le fonti di Google

Da qualche parte questi dati dovremo pur prenderli: per questo ci viene in aiuto, come spesso capita, Big G.: Google. In questo articolo presento tre strumenti gratis, molto interessanti.

Public data Explorer

Google Public Data Explorer, lanciato dal 2010, è presentato da Google così:

“È uno strumento che facilita l’esplorazione, la visualizzazione e la comunicazione di grossi set di dati di pubblico interesse. A mano a mano che l’animazione dei grafici e delle mappe cambia nel corso del tempo, i cambiamenti nel mondo diventano più facili da comprendere. Non è necessario essere esperti di statistica per navigare tra le diverse visualizzazioni, effettuare i confronti desiderati e condividere i risultati”

Quali dati vi si trovano? Le fonti sono ISTAT, EUROSTAT, Banca Mondiali e altri. Lo strumento permette di includere i grafici nel proprio sito, con aggiornamenti in tempo reale.

Sito Web: https://www.google.com/publicdata/directory

Ngram Viewer

Google Ngram Viewer permette di interrogare un database di più di cinque milioni di libri (presenti in Google Libri) e ottenere un grafico che dimostri quante volte è stato utilizzato un termine dal 1800 ai giorni nostri. Nel caso sopra si vedono le citazioni di Napoleone e Cleopatra, ma si possono usare anche altre keyword come, per esempio, “supermercato” e “intelligenza artificiale”.

Sito Web: https://books.google.com/ngrams

Think with Google

Think with Google è una raccolta di dati relative a un settore specifico: quello del marketing. Si trovano informazioni sui trend, tecnologie, mercati e strumenti (per dirne uno, conosci Market Finder? Serve per trovare nuovi mercati per la tua attività). Un esempio di apporfondimento? “Tre cambiamenti comportamentali e culturali osservati su YouTube nell’ultimo anno”.

Sito Web: www.thinkwithgoogle.com

P.S.: va da sé che i migliori strumenti gratuiti di data journalism offerti da Google restano Dataset Search e Google Trends!

Il workshop sul giornalismo

Nell’era delle fake news e della disinformazione divenuta emergenza democratica, tornare a ragionare di fonti e notizie ha senso se fatto in modo pratico.

Gli obiettivi del corso:

  • Capire come funziona una redazione
  • Selezionare le fonti
  • Validare le fonti
  • Trovare una notizia
  • Scrivere un titolo efficace (evitando il clic-bait)
  • Scrivere un articolo efficace (5W)
  • Come fare un’intervista
  • Diventare dei Mo.Jo. (mobile journalist)
  • Assemblare un giornale/magazine/sito/podcast

Il corso, rivolto a scuole e aziende, è pensato per permettere ai partecipanti di familiarizzare con il mondo dell’informazione, vedendo come funziona dall’interno. Il laboratorio prevede lavori di gruppo con PC e smartphone, ma può essere organizzato anche senza aula informatica.

Contattami per informazioni sul workshop:

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A margine della presentazione del percorso “Digital Skill per la Comunicazione e lo Sviluppo del Business” che terrò presso la Sesvil University di Brescia, sono stato intervistato sul tema “Comunicazione digitale e social, servono davvero alle aziende?”.
Ecco l’intervista integrale pubblicata sul sito di Sesvil University.

[INTERVISTA]: COMUNICAZIONE DIGITALE E SOCIAL, SERVONO DAVVERO NELLE AZIENDE?

Non ci sono temi così attuali per le aziende come quelli della comunicazione digitale e dell’uso dei social per sviluppare il business aziendale. E’ evidente come l’era della digitalizzazione abbia trasformato le abitudini delle persone, che oggi passano oggi molto tempo sul web e sui social; per intercettare la loro attenzione le aziende devono saper “governare” l’uso dei canali di comunicazione .

Purtroppo, però, molte aziende non stanno ancora investendo le risorse giuste, tra cui quelle nella formazione, per poter usare al meglio le opportunità del web e dei social. Approfondiamo questo tema nell’intervista a Gianluigi Bonanomi, Brand Journalist, Autore, Formatore del percorso Digital Skill per la Comunicazione e lo Sviluppo del Business di Sesvil University a Brescia.

  1. Si parla molto di comunicazione digitale e di social per sviluppare il business aziendale: ma parliamo di strategie e strumenti davvero utili per le aziende e in che modo?

La comunicazione digitale, inclusa quella social, è ormai una priorità per le aziende da diversi punti di vista e per diversi reparti. Può essere utile per posizionarsi sul mercato (brand positioning), farsi pubblicità (digital advertising), acquisire nuovi clienti (lead generation e social selling), comunicare con i clienti già acquisiti (nurturing e retention), gestire la reputazione digitale (brand reputation), ricevere feedback sui prodotti e servizi e governare le critiche (monitoring e social customer care), coinvolgere dipendenti (brand advocacy) e trovare nuovi talenti (employer branding).

È chiaro che c’è modo e modo di fare comunicazione digitale. Quando è improvvisata, senza una strategia (per esempio un piano editoriale) e tattiche conseguenti, rischia di essere inefficace, a volte addirittura controproducente.

 

  1. La Comunicazione Digitale è dunque essenziale per l’azienda, se gestita in modo adeguato. Parliamo del percorso progettato con Sesvil University: cosa lo rende unico e diverso?

Il percorso proposto con Sesvil University è stato progettato per lavorare su un doppio binario: da una parte dare delle competenze personali, dall’altro delle competenze aziendali. Questo perché quando si parla di comunicazione digitale, e soprattutto di social, al centro ci sono sempre le persone.

Per esempio, se si cerca un’azienda su LinkedIn, prima si trovano le persone che vi lavorano. Se queste hanno un pessimo profilo personale, fanno danno a sé ma anche all’azienda. Quindi, per restare sul discorso LinkedIn, ci sarà una parte di ottimizzazione dei profili (con il metodo originale “LinkedIn10C”) e una parte di comunicazione corporate sulla pagina aziendale.

Per questi motivi il percorso è utile sia per chi lavora in azienda, ma anche per liberi professionisti. Direi che può risultare fondamentale anche per chi si occupa di comunicazione digitale in agenzie di P.R. o consulenti marketing.

Altra cosa che caratterizza il percorso è il lavoro su tre aspetti:

  1. strategia
  2. contenuti
  3. misurazione dei risultati

In ogni caso la comunicazione digitale oggi è diventata una skill fondamentale per qualsiasi professionista.

  1. Il primo modulo del percorso, Strategie di Comunicazione Digitale d’Impresa, si focalizza sulla scelta dei migliori canali web e sulla realizzazione di un piano editoriale efficace: ci puoi spiegare meglio a chi può servire questo modulo e come?

La strategia è fondamentale, perché lavorare solo su azioni tattiche, senza obiettivi chiari e raggiungibili, rischia di essere una perdita di tempo.

A volte titolari di impresa mi dicono: “Voglio andare su Instagram (o peggio, ultimamente, TikTok)!”. Io rispondo, provocatoriamente: “Perché?”. La contro-risposta è spesso desolante: “Perché ci sono i miei concorrenti”.

Tutto questo non ha alcun senso. Prima si parte dagli obiettivi, poi si stabiliscono quali sono i mezzi (per esempio il piano editoriale, cosa ben diversa dal calendario editoriale che ne è la realizzazione pratica), quindi i canali, per raggiungerli.

A proposito useremo la parte iniziale del percorso per raccontare il perché mettere al centro della propria strategia di comunicazione un social network è un errore.

 

  1. Il percorso prevede l’opportunità di sperimentare ciò che si apprende con esercitazioni pratiche ed anche la possibilità di approfondire i propri casi aziendali con sessioni formative extra one-to-one. Puoi darci qualche anteprima? Quanto queste modalità didattiche possono aiutare negli obiettivi della formazione?

La teoria senza pratica non ha alcun senso, figuriamoci in un corso di comunicazione digitale dove potremmo parlare per ore di algoritmi e best practice di Apple e simili senza che i partecipanti, poi, sappiano dove mettere le mani. Facciamo un esempio: esiste un metodo, chiamato C.A.R.P., per rispondere alle critiche online. Ma senza la prova pratica, l’applicazione sul campo, che senso avrebbe?

Altro esempio: che utilità avrebbe un corso sul public speaking senza dare la possibilità alle persone di preparare una propria presentazione e misurarsi con un discorso di fronte alla classe?

L’obiettivo formativo fondamentale è quello di rendere il più possibile autonomi i partecipanti al corso: devono mettersi in gioco. Dobbiamo metterci in gioco tutti.

Contatta Sesvil per Info: info@sesviluniversity.it | 0302942447

La sindrome da pagina bianca può cogliere anche il Web writing. Ecco quindi 10 modelli di titoli (e di articoli) che possono risolvere molte situazioni di stallo creativo. Si va dalle classiche liste a titoli più sfidanti.

Questi argomenti vengono trattati nel mio corso di Web & social writing.

Villaggio Tecnologico è un portale dedicato alla tecnologia e un nuovo format televisivo dedicato alle news tecnologiche, in onda su Lombardia TV (canali DTT 99 e 599 per la Lombardia, 219 per il Piemonte, 665 per la Liguria, 888 per Emilia Romagna e Lazio, e in streaming su www.lombardiatv.com).

Sin dalla prima puntata tengo una rubrica sulla comunicazione digitale. In questo episodio parlo di social e dipendenza:

Qui invece potete vedere l’intera terza puntata:

[Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 6 febbraio 2020]

Il Social Selling Index (SSI) misura l’efficacia a stabilire il tuo brand professionale, trovare le persone giuste, interagire con informazioni rilevanti e costruire relazioni. Ecco quattro operazioni da mettere in campo subito per migliorarne i parametri

LinkedIn è il social network ideale per fare social selling. Peccato che molti fraintendano: pensano che fare social selling significhi vendere con i social. Sbagliato: al limite quello sarebbe “social commerce”. Che cos’è davvero il social selling lo dice LinkedIn, grazie al social selling index.

Che cos’è il social selling index?

“Il Social Selling Index (SSI) misura l’efficacia a stabilire il tuo brand professionale, trovare le persone giuste, interagire con informazioni rilevanti e costruire relazioni”: parola di LinkedIn.

L’indice SSI – brillante esempio di gamification – viene calcolato automaticamente (e quotidianamente) da LinkedIn stesso. Il problema è che questo valore, espresso in centesimi, non si trova tra le opzioni del social, né della app: per scoprirlo occorre fare clic su questo link (e bisogna essere “loggati” al proprio profilo LinkedIn): social selling index.

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Che cosa calcola il social selling index?

Il valore, espresso in centesimi, del social selling index prende in considerazione quattro parametri:

  • Creare il brand professionale
  • Trovare le persone giuste
  • Interagire con informazioni rilevanti
  • Costruire relazioni

LinkedIn mostra anche il social selling index medio della tua rete e del tuo settore.

Tutto molto interessante, ma in pratica? Ecco quattro operazioni che puoi mettere in campo subito per migliorare questi quattro parametri, e quindi il tuo social selling.

Creare il brand professionale

Per lavorare sul proprio personal branding su LinkedIn, a mio avviso, occorre metodo. Per questo, e scusa il gioco di parole, ne ho creato uno: il metodo LinkedIn10C:

https://www.gianluigibonanomi.com/wp-content/uploads/2019/02/metodo_linkedin10c_gianluigi_bonanomi-1030x581.jpg

Detto in poche parole, le prime quattro C servono per definire la tua mission. Dopo aver posto attenzione sul chi sei, e qui è fondamentale una buona foto, ci si concentra su questa formula:

Cosa fai + per chi lo fai + come lo fai

Per esempio, nel mio caso, “aiuto aziende e professionisti a migliorare il proprio posizionamento su LinkedIn grazie a workshop che sfruttano il metodo originale LinkedIn10C”. In questo caso c’è il cosa faccio (workshop), il target (aziende e professionisti, in alcuni casi sono più specifico) e l’elemento differenziante (il metodo LinkedIn10C). Completano il metodo la C delle chiavi di ricerca (ossia un’ottimizzazione SEO del profilo) e le C che danno sostanza e autorevolezza al profilo: dalle skill alle conferme (segnalazioni), dai casi di successo (i Progetti) a numeri e fatti che danno concretezza. L’ultima C riguarda i contenuti, ma ne parlo dopo.

Azione 1: completa il tuo profilo LinkedIn in ogni sua parte

Trovare le persone giuste

LinkedIn è un social media, perché può essere usato come strumento di comunicazione, ma è soprattutto un social network: strumento per costruire relazioni, connessioni, opportunità a partire dai legami sociali. La seconda voce del social selling index indica proprio questo: la capacità di cercare le persone giuste e di entrare in collegamento con loro. Sono fattori di ranking il numero di collegamenti e la percentuale di accettazione delle richieste: se mandi 100 inviti e non ti risponde nessuno, LinkedIn ti penalizza.

Azione 2: amplia la tua rete LinkedIn con collegamenti in target.

Interagire con informazioni rilevanti

Qui c’è la decima C, forse la più importante, del metodo LinkedIn10C. Occorre pubblicare, post e articoli: generare interesse perché è così che si generano opportunità sui social. Da questo punto di vista è importante avere una strategia, anche i singoli – non solo le aziende – dovrebbero avere un piano editoriale e pubblicare regolarmente.

Azione 3: pubblica post e articoli con regolarità

Costruire relazioni

Cercare le persone giuste non basta. Che senso ha avere una rete da 10.000 contatti se non conosci e non interagisci con nessuno? Devi fare rete e generare interesse: visualizzazioni del profilo e giorni di attività costituiscono fattori di ranking importanti.

Azione 4: trasforma i contatti in relazioni.

Come chiosa dell’ultima voce vorrei anche lanciare un messaggio chiaro: il vero networking, a mio parere, non si fa su LinkedIn. Questo è solo un (ottimo) acceleratore, ma serve altro. Serve che i contatti virtuali diventino legami reali, serve incontrarsi di persona, trovarsi per un pranzo o un caffè, vedersi agli eventi (non a casa LinkedIn ultimamente ha lanciato la possibilità di creare, gestire e promuovere gli eventi). Segnalo la nascita del network LunchIn, utile per incontrare di persona gli iscritti a LinkedIn nella propria zona.

Per informazioni sui miei corsi sull’uso strategico di LinkedIn, scrivimi!