Questo articolo è stato pubblicato su Agendadigitale con il titolo “Ma come parlano i “nativi digitali”: prove di dialogo tecnologico“.

I temi della privacy, sicurezza, social network, fake news e pericoli della rete in generale condensati in trentatré botta e risposta con i ragazzi delle scuole italiane. Da strimmare al cognome di Google, quante scoperte

Da anni giro le scuole di mezza Italia per incontri sull’uso consapevole della tecnologia e non solo. Spesso si parla di privacy, sicurezza, social network, fake news e pericoli in generale. Da un paio d’anni ho deciso di appuntare i dialoghi e le domande più strani, per realizzare una specie di “io speriamo che me la cavo 2.0”. Ecco trenta reperti.

Privacy

Prima media, workshop sulla privacy. Devono scrivere le regole. Eccone alcune, con i miei commenti:

  • “Non parlare mai con nessuno” (ottimo per misantropi)
  • “Non comprare droga e armi su siti insicuri” (meglio farlo su Groupon, così oltretutto risparmi)
  • “Non blastare” (questo era un parente di Mentana pentito)
  • “Non usare password insicure come quella di mia madre, che è 123456” (un compagno ha provato subito a entrare nella Gmail della madre)

Fake news

Workshop in una scuola media (secondaria di primo grado, pardon), parliamo di accesso alle informazioni e fake news.

Un ragazzo dice:  “Ho letto che l’ossigeno è una droga: ti fa vedere una realtà alternativa, che non esiste. Se potessimo smettere di respirare, vedremmo la realtà com’è davvero”.

– Sembra una bufala messa in circolo dalla lobby dell’anidride carbonica.

– Dice sul serio?

– No, ma è più credibile il terrapiattismo.

Il test CAPTCHA

Seconda media, faccio fare un esercizio al PC.

Un dodicenne alza la mano:

– Prof, Google mi chiede se sono un robot. Che cosa devo fare?

– Niente: se non hai superato il test CAPTCHA, sei un robot.

– Davvero?

Analfabetismo funzionale

Parlo di fake news e analfabetismo funzionale, a un certo punto dico che il linguista Tullio De Mauro è scomparso.

Uno alza la mano: – In che senso scomparso?

Rispondo: – Eh, è un eufemismo per dire che è morto!

Lui: – E hanno fatto sparire il cadavere?

Dati personali

– Ragazzi, state attenti alle condivisioni di informazioni personali, anche con i vostri amici.

Un ragazzo: – Ma io non ho amici!

– Beh, non hai problemi di privacy.

Il cane di Chiara Ferragni

Seconda superiore:

– Forse non sapete che il cane di Chiara Ferragni ha 300mila follower su Instagram…

In coro: – MATILDA FERRAGNI!

Bufale napoletane

– Qualcuno sa perché le fake news si chiamano bufale?

Un ragazzo: – Le avranno inventate i napoletani.

I terrapiattisti

– Prof, a proposito dei terrapiattisti, lei sa dove ci si iscrive?

Pedofilia

Corso sul benessere digitale in una scuola superiore. Mostro una slide sull’uso di Snapchat. Un ragazzo alza la mano e chiede: – Se gli utenti sono soprattutto minorenni, quei pochi anziani sono tutti pedofili?

La matrice di Eisenhower

Corso in una prima superiore sul benessere digitale. Esercizio sulla matrice di Eisenhower. Una ragazza ha scritto:

Importante e urgente: non ingrassare

Importante ma non urgente: Games of thrones

Urgente ma non importante: tagliare le unghie

Non urgente e non importante: leggere le Stories di Chiara Ferragni

Google+

Workshop in una classe prima media su social e privacy:

– Che piattaforme social usate?

Ne elenchiamo parecchi, uno alza la mano: “Google+”.

Era talmente inutile che nessuno si è accorto che l’hanno chiuso.

Uso consapevole dei social

Prima media, workshop sull’uso consapevole dei social.

Uno dice:

– A mio padre escono donne nude da tutte le parti…

– E non hanno freddo?

– Ahahahah, ma perché ci sono quelle foto nelle sue pubblicità?

[Qui ho taciuto la verità sul retargeting e, soprattutto, sulle abitudini del padre.]

– OK, ora spiego a tutti cos’è lo spam.

Il duro lavoro del giornalista

Terzo media, mi si avvicina un tredicenne:

– Che cosa devo fare per diventare un giornalista?

– Niente! Così ti abitui alla disoccupazione.

Netiquette

Workshop sui social in una terza media, parliamo di netiquette: faccio scrivere delle regole. Uno scrive: “Se bestemmi online, sostituisce la parola DIO con tre asterischi”.

A proposito di Influencer

Uno mi chiede: “Prof, se ho 35 follower su YouTube, posso essere definito un influencer?”

Fidanzate e dark web

Sicurezza online, un ragazzo alza la mano:

– Un mio conoscente ha comprato delle fidanzate su dark web.

Secondo me non erano proprio fidanzate, ma non lo dico.

Facebook e gli Iron Maiden

Scuole medie, ho davanti un centinaio di undicenni. Chiedo quanti usano WhatsApp: tutti. Quanti Instagram: oltre la metà. Quanti Facebook: nessuno. Perché? chiedo.

Alza la mano una ragazzina:

– Prof, Facebook è vecchio, l’hanno creato tantissimi anni fa e con noi non c’entra niente.

Indossa una felpa degli Iron Maiden.

Copyright o copyleft?

Scuole medie, alla mia domanda su che cos’è il copyright, uno mi ha risposto: “Copiare con la mano destra”.

Privacy 2

Seconda media:

– Qualcuno di voi ha avuto problemi relativi alla privacy?

– Io!

– Che cosa ti è successo?

– Una volta un signore mi ha fatto un sacco di foto al parco.

– Lo conoscevi?

– No, ma adesso so chi è perché l’hanno arrestato.

Voce del verbo strimmare

– Prof, ma lei strimma?

– No, ma se non la pianti strillo.

Intendeva chiedermi se faccio lo streaming, credo delle partite ai videogiochi (si dice “streammare su Twitch”, per esempio).

Il concetto di reato

– Prof, ma se io ho un telefono non tanto bello, tipo l’iPhone 5S, e trovo per terra un Huawei P10, posso tenerlo? Cioè, è giusto o è un reato?

Lo sfondo del desktop

– Prof, ma lei è su Internet!

– Davvero?

– Sì, guardi!

[Mi mostra il mio sito sul suo PC.]

– Porca miseria, hai fatto bene ad avvisarmi.

– Si figuri, ora posso mettere la sua foto come sfondo del desktop?

Il motore di ricerca

Chiedo in una prima media:

– Che cosa si intende per “motore di ricerca”?

– È un motore.

– Un motore per fare cosa?

– Per cercare.

– E che cosa cerca questo motore?

– Se stesso.

Il cognome di Google

Qual è la differenza tra Google e Google Chrome?

– Chrome è il cognome.

– Il cognome di chi?

– Di Google!

Hacker e consenso

Lezione in una scuola media. Chiedo di definire le regole per l’uso della Rete, dei social, delle app di messaggistica. Un ragazzo dice: – Bisogna dare il consenso agli hacker.

Dipendenza dalla rete

Corso sul benessere digitale alle superiori. Una cinquantina di ragazzi hanno fatto un test sulla dipendenza dalla Rete. Uno ha chiesto se il test poteva farlo online e non con carta e penna. Gli ho detto che poteva anche non farlo, il test.

I criteri di Aranzulla

– Cercate i criteri per smascherare i fake.

Uno alza la mano: – Prof, in base ai criteri di Aranzulla io sono un fake. È vero?

Il VAR

Prima media, lezione sulla privacy online. Spiego che cos’è un’informativa.

Un ragazzo alza la mano. Prima che gli conceda la parola, fa il gesto del VAR: – Non ho capito bene e volevo la moviola.

Al ladro!

Workshop su sicurezza e privacy. Spiego che alcuni ladri scoprono su Facebook quali case svaligiare.

Un ragazzo alza la mano:

– Anche mio padre!

– Tuo padre svaligia gli appartamenti?

– No, volevo dire che anche mio padre lo dice.

La password

Workshop su privacy e sicurezza online. Discorso password, un ragazzo alza la mano:

– Posso usare come parola-chiave la mia data di nascita?

– No.

– Allora devo cambiarla.

– Domani mattina di’ ai tuoi di accompagnarti all’anagrafe.

Cosa non fare online

Domanda in una prima media: che cosa non fareste mai online?

Ragazzino: “Il mio papà mi ha detto di non fare il pedofilo”.

L’anti-influencer

– Parliamo degli influencer

Uno, triste, alza la mano e dice:

– Io sono l’anti-influencer, prof!

– Che cosa vuol dire?

– Ho un solo follower.

– Beh, almeno uno ti segue.

– Già. Ma sono io: è il mio account fake.

Cialtronaggine e scetticismo

– Prof, Ma chi ci dice che lei non sia un cialtrone?

Forse ho esagerato nell’insistere sullo scetticismo.

Lo scorso 29 novembre sono stato invitato al convegno “Stati generali della scuola digitale” per fare il moderato del panel sull’intelligenza artificiale.

In occasione dell’evento è stata presentata un’interessante ricerca condotta dall’università Bocconi e dall’università di Padova insieme all’associazione ImparaDigitale: condotta su 1499 studenti dai 6 ai 16 anni, 848 genitori, 80 consigli di classe, 134 insegnanti ha prodotto la bellezza di oltre 600 mila risposte. Il risultato? Di digitale ce n’è fin troppo nella vita dei bambini e dei ragazzi, quindi la scuola deve concentrarsi su altro…

Queste le parole del curatore della ricerca Francesco Sacco al Corriere della sera: «È la prima volta che vengono incrociate le risposte dei figli con quelle dei genitori, e che si ha la percezione netta di come madri e padri non siano abbastanza consapevoli dell’uso che i figli fanno dei mezzi tecnologici».

Persino sull’età a cui i ragazzi hanno avuto accesso a un cellulare le risposte divergono: il 30% dei figli dice di averlo ricevuto tra i 6 e gli 8 anni, contro il 19% dei genitori; lo 0,5% dei ragazzi dice di averlo avuto prima dei 3 anni, cosa che ammette solo lo 0,2% dei genitori. Sul tempo di utilizzo si tende al ribasso: le 3 ore dichiarate in media a settimana non tornano con il resto delle risposte. Alle primarie tutti dicono di non portare il telefonino in classe, ma gli insegnanti testimoniano di averlo visto: a scuola il 23% lo usa di nascosto, per lo più per copiare.

Domenica 24 novembre ho tenuto un incontro di Navigazione familiare presso l’auditorium della sede milanese di Fastweb alla presenza di molte famiglie: una settantina di genitori (dipendenti di Fastweb e non) e figli. L’incontro era il terzo di un ciclo organizzato con l’Università Bicocca di Milano a tema “Benessere digitale”.

Questa la presentazione dell’evento:

Incontro di navigazione familiare – 24 novembre 2019 dalle ore 10 alle 12 (dedicato a genitori e figli insieme)

La tecnologia è spesso motivo di scontro in famiglia. Questo workshop va nella direzione opposta: genitori e figli devono ragionare insieme e confrontarsi sui temi della privacy, reputazione, sicurezza, pericoli della dipendenza e altro, ma soprattutto devono stilare insieme delle regole di uso consapevole della tecnologia in famiglia. Anche usando la tecnologia stessa (uno smartphone è sufficiente) e le vecchie carta e penna!

Durante l’incontro genitori e figli si eserciteranno insieme in alcuni esercizi (scritti) sulla privacy e sulle regole di uso consapevole della tecnologia con l’ausilio di smartphone o tablet.

L’incontro è pensato per genitori e figli (dagli 8 anni ai 14 anni).

Le regole d’uso della tecnologia in famiglia

Durante l’incontro le coppie di genitore e figlio/a sono stati invitati a stilare le regole d’uso della tecnologia in famiglia, con particolare focus sulla privacy. Al termine dell’esercizio i partecipanti hanno letto le loro regole e la platea ha eletto il decalogo della mattinata. Questo:

I presenti si sono affrettati, prima di rincasare, a fotografare le regole da portare a casa:

L’evento sui social

Mentre si svolgeva l’evento nell’auditorium di Fastweb, se ne parlava anche online:

Seguii il primo corso sul Web writing nel secolo scorso, esattamente nel 1999 (lo ricordo ancora: erano i giorni del massacro di Columbine). Da allora sono cambiate tante cose, non ultimo l’esplosione del social. Eppure molte altre idee, apprese allora, sono tuttora valide. Lo dimostra il contenuto di questo breve articolo: sono andato a ripescare alcune frasi che avevo letto nel 2005. Quasi 15 anni fa – mentre nasceva YouTube, per intenderci – il guru della comunicazione digitale Seth Godin distribuì sul suo blog l’eBook gratuito “Who’s there”, tra l’altro ancora disponibile sul suo blog a questo indirizzo. In quel piccolo libro trovai una dozzina di concetti che ancora oggi sono alla base del blogging.

Una dozzina di verità sui blog, su chi scrive e su chi legge

Tutte le volte che leggo un libro di Seth Godin devo rimettere mano alle mie slide, ma soprattutto mi segno a parte delle citazioni che non si sa mai, col mio mestiere. Vorrei proportene alcune, a mio avviso molto interessanti.

  1. The amount of noise we’re living with is exploding.

In effetti c’aveva visto giusto: non a caso poi si è parlato di “overload informativo”.

  1. No one cares about you. Almost no one even knows you exist.

Questa citazione me la rigioco ovunque, anche nei corsi LinkedIn. A che pro? Per dire a chiunque, aziende comprese, che occorre smetterla di essere autoreferenziali. Bisogna parlare del lettore, del suo mondo, non di se stessi.

  1. Bloggers are selfless, blog readers are selfish. We are merciless in deleting a blog from our reader if the blogger posts too often about stuff that’s not relevant to us.

Stesso discorso di prima, ma espresso in modo più ficcante: se chi scrive si concentra su sé e chi legge fa altrettanto, si parla di due rette parallele. Che non s’incontrano nemmeno all’infinito!

  1. In a world where there’s a lot of clutter and where everything is good enough, most of the time we just pick the stuff that’s close or cheap or familiar. But when it’s something we care about, we go to enormous lengths to find the very best.

Anche questo tema del “buono quanto basta”, del fatto che Wikipedia e gli MP3 e i film piratati ci hanno abituato a non cercare più l’eccellenza, questo non vale quando il lettore è davvero interessato e motivato: in quel caso la qualità paga.

  1. The blogger is investing time and energy in order to get her ideas out there.

Dare valore: è alla base di tutta la comunicazione digitale.

  1. Use images and tone and design and interface to make your point. Teach people gradually.

Non di sole parole vive un blogger, anzi.

  1. The stuff you’re putting on your marketing site or in your blog or even in your brochures or in your business letters is too long.

Scrivi meno e meglio: là fuori pochi sono disposti a concederti tanto tempo: questo vale soprattutto ora, nell’era del mordi e fuggi.

  1. Figure out which category before you put finger to keyboard!

Qui si trova l’importanza dell’analisi del target, fino ad arrivare – aggiungo io, col senno di poi – alla costruzione delle buyer personas dei lettori.

  1. It’s not who you are, it’s what you say.

 Non importa che tu scriva per il blog di una multinazionale, sulle pagine di un importante sito di informazione o sul tuo blog personale appena nato: è quello che scrivi che conta.

  1. Actually, it doesn’t matter what you say, it matters who you are.

In apparente contraddizione alla verità numero 9, quest’altra dice qualcosa di molto interessante, una sorta di step 2: all’inizio conta quel che dici e non chi sei, poi il blog ti darà credibilità e autorevolezza.

11 The best blogs start conversations, they don’t control them.

Il Web 2.0, rispetto agli strumenti precedenti, ha trasformato chiunque da lettore a spett-attore. Adesso leggi, poi sarà qualcun altro a leggere te.

12 If you care about your personal brand and career and impact, you need a blog.

Il personal branding si costruisce con i contenuti, che portano posizionamento, riconoscibilità, autorevolezza e tanto altro ancora. Che cosa aspetti? Inizia a bloggare: è dal 2005 che Godin ce lo dice.

Da queste regole immutabili, sono partito per creare il corso di Web & social media writing con Corsi Primopiano e in partnership con la Business School del Sole 24 Ore: una giornata di idee, studi scientifici ma soprattutto applicazioni pratiche (quanto scrivere, come scrivere, quali titoli privilegiare, gli strumenti utili). Per informazioni sul corso fai clic su Web & Social Writing.

Il 17 novembre 2019 sono stato intervistato dal quotidiano online Affaritaliani.it in occasione dello sbarco su TikTok di Salvini. Ecco l’articolo.

Perché Salvini ha fatto flop su TikTok? Parola all’esperto Gianluigi Bonanomi

Il “Guru” della comunicazione spiega: “L’inizio è stato un disastro, ma la strada è quella giusta: deve ‘solo’ cambiare stile, adeguandosi al target”

L’ESORDIO DI MATTEO SALVINI SU TIKTOK SI RIVELA UN FLOP – INTERVISTA A GIANLUIGI BONANOMI, “GURU” DELLA COMUNICAZIONE IN RETE E PROFONDO CONOSCITORE DEI CANALI FREQUENTATI DAGLI ADOLESCENTI

Come funziona la strategia di Matteo Salvini sui social? Tutti parlano (a ragione) della capacità di influire sul consenso della “Bestia”, la corpulenta macchina della comunicazione approntata dal leader della Lega e messa sotto la lente di ingrandimento anche dalle ultime puntate di “Report”, a proposito del presunto utilizzo di chatbot e altri strumenti di propaganda.

La comunicazione di Salvini sembrava davvero non sbagliare mai un colpo, fino a quando “il Capitano” non si è imbattuto in Tik Tok, strumento sempre più popolare tra i giovanissimi e ancora sconosciuto a molti adulti.

Salvini ha avuto il merito di essere il primo politico a sbarcarvi, ma molto presto si è imbattuto con una serie di reazioni negative, derivanti dal fatto che per le giovani generazioni vivere in una società multietnica  sembra ormai normale e anche da alcune scelte comunicative che si sono rivelate fallimentari.

Ma perché Salvini ha fatto flop su TikTok? Per esaminare questo curioso fenomeno abbiamo chiesto il parere di Gianluigi Bonanomi, vero e proprio “guru” della Rete. Oltre a essere un formatore richiestissimo dalle aziende (ad esempio per il corretto uso di LinkedIn), tiene interessanti corsi per ragazzi e genitori sui pericoli del Web e le sue competenze cominciano a essere richieste anche in politica, dove i budget sempre più esigui destinati alle campagne elettorali rendono fondamentale usare al meglio l’uso di Internet e dei social.

Gianluigi Bonanomi, partiamo dal principio: perché Salvini è andato su TikTok?

“Sebbene TikTok, ex Musically (con cui si è fuso), sia considerato solo un passatempo per preadolescenti e adolescenti, le cose stanno radicalmente cambiando: un miliardo e mezzo di utenti stanno ingolosendo tanti, a partire dalle aziende che iniziano a stanziare budget di advertising. Finora nessun politico si era azzardato a metterci il naso. Anche perché molti, immagino, non sanno nemmeno che cosa diavolo sia TikTok. Non di certo Salvini, che con la sua Bestia ha dimostrato di aver compreso che per ottenere risultati diversi, in termini di attenzione e partecipazione, occorre fare cose diverse: non solo cartelloni pubblicitari e quarte di copertina, ma advertising sui social e meme.Per rispondere alla domanda: ovviamente Salvini puntava ai minorenni; del resto è, al momento, l’unico personaggio politico che ha delle chance per strapparli all’astensionismo. Sta preparando la strada per il futuro prossimo.”

Come giudicherebbe i primi passi di Salvini su questo social così particolare?

“Direi un disastro. Questa app, dedicata alla musica, al ballo e alla “recitazione” non è adatta ai mini-comizi live di Salvini: contenuti che invece su Facebook sono perfetti e mandano in visibilio orde di quarantenni e gattini. Tra una challenge e un balletto, i ragazzi di TikTok si sono ritrovati un video malfatto del Senatore che stringe mani ai Carabinieri e un altro video, preso da un talk show, con le solite invettive contro gli immigrati. Per non dire del terzo, dove Salvini parla di un albero umbro. Tre contenuti mai visti su TikTok e che non sono piaciuti per niente ai ragazzi. Anzi, spesso mi è capitato di vedere su TikTok contenuti anti-razzisti e sulla tolleranza, e infatti molti commenti sono stati impietosi”.

Cosa insegna questa storia a chi si occupa di politica e comunicazione?

“La morale è sempre quella: canali diversi esigono stili comunicativi e contenuti diversi, perché spesso sono diversi i target e gli obiettivi. Altrimenti che senso avrebbe distinguere tra Facebook, Twitter, LinkedIn e altro? Cerco disperatamente di farlo capire nei corsi e nelle consulenze alle aziende: se ribalti il contenuto di Facebook su Twitter, così com’è e in automatico, non solo stai sbagliando tecnicamente, perché sono canali con regole e grammatiche diverse, ma dimostri di non aver capito che prima si parte dall’analisi del target e poi si crea il contenuto. Non viceversa. Non puoi prendere i contenuti che funzionano su Facebook, dove non si trova un minorenne neanche per sbaglio, e metterlo in un social così particolare, così diverso. È vero che Salvini ha provato a semplificare il messaggio e sclerotizzarlo: il primo video, quello con i Carabinieri, aveva in sottofondo una musica trionfalistica e in sovraimpressione scritte sull’onore, ma ribadisco: una ragazzina dodicenne, che ha appena finito di vedere una sfida, challenge, di scarpette, come può prendere un contenuto del genere?Ultimo esempio: il quarto video vede Salvini che canta Vasco Rossi. Ai tredicenni pazzi per ‘Carote, carote, solo carote’ che cosa può importare una canzone di un quasi settantenne? In ogni caso la strada è giusta. Basterebbe cambiare stile”.

Federmanager Bergamo organizza un percorso di formazione gratuito sull’uso strategico di LinkedIn. Ecco date e temi:

  • GIOVEDÌ 21 NOVEMBRE, Introduzione a LinkedIn: LinkedIn è il social network per eccellenza, ormai usato in Italia da oltre 12 milioni di professionisti. Ma a che cosa serve? Se pensi che serva solo a cercarsi un lavoro, lo stai usando al 30% delle possibilità. In questo primo incontro vedrai anche come impostare correttamente lo strumento, prima di farne un uso strategico.
  • GIOVEDÌ 28 NOVEMBRE Uso strategico del profilo con il metodo LinkedIn10C (ideato dal docente)
    Il metodo LinkedIn10C è stato ideato come percorso per fare un uso strategico di LinkedIn. Si parte con il posizionamento, definendo “mission” e keyword per farsi trovare, quindi si lavora prevalentemente sull’autorevolezza. Non serve generare traffico sul profilo se poi chi arriva non si fida di te, se il profilo non “converte”.
  • GIOVEDÌ 5 DICEMBRE LinkedIn Content Strategy: che cosa e come pubblicare su LinkedIn
    Dopo aver compreso come si usa lo strumento e come impostare strategicamente il profilo, occorre usare LinkedIn anche come un “social media”: devi pubblicare. Che differenza c’è tra post e Pulse e, soprattutto, come si realizzano un piano editoriale e contenuti efficaci?
  • GIOVEDÌ 12 DICEMBRE Social Selling: overview delle potenzialità di targhetizzazione con LinkedIn Sales Navigator Social selling non vuol dire vendere online, ma creare le condizioni che porteranno, se si lavora bene di relazioni, a raggiungere i propri obiettivi. Ma molto più prosaicamente LinkedIn è anche uno strumento di scouting e targhetizzazione: vedrai che cosa è e a che cosa serve il Sales Navigator.

Ne ha parlato anche il sito di informazione Bergamonews:

Il ciclo di incontri, articolato in quattro sessioni (dalle 17 alle 20), verterà invece sull’“Utilizzo strategico di LinkedIn”.
Si inizierà giovedì 21 novembre, con un’introduzione ad un corretto approccio al social network. Nei successivi tre appuntamenti si approfondiranno alcuni aspetti specifici della piattaforma: il 28 novembre è previsto un focus sul ‘Metodo Linkedin 10C’ (ideato dallo stesso relatore), oltre che sul concetto di ‘autorevolezza editoriale’; il 5 dicembre verrà affrontato il concetto della LinkedIn Content Strategy; il 12 dicembre, infine, si parlerà di Social Selling e verranno esplorate le potenzialità derivanti da un ottimale posizionamento all’interno del network.

Docente delle quattro sessioni sarà Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech oltre che formatore sui temi digital.
“Sono particolarmente soddisfatta della ‘risposta’ ricevuta dai nostri iscritti, a questa sollecitazione” commenta Bambina Colombo, Presidente di Federmanager Bergamo. “Nel giro di pochi giorni entrambi gli incontri sono andati sold out. E abbiamo associati in lista d’attesa. Segno che abbiamo individuato due nuovi filoni, al di là di quelli assicurativo, previdenziale e sanitario, che stanno loro a cuore e che, finalmente, la questione dell’aggiornamento professionale continuo viene percepita come imprescindibile oltre che indispensabile”.

“Un tema su cui una realtà come la nostra, seconda a livello lombardo e settima in ambito nazionale, deve prestare costante attenzione e su cui deve ‘spingere’ perché, solo facendo crescere i profili degli associati, la nostra categoria potrà essere sempre meglio riconosciuta quale importante elemento sociale del Paese” conclude la leader dei Dirigenti d’impresa bergamaschi.

Qui si trova il modulo di iscrizione ai seminari sull’uso strategico di LinkedIn.

Sabato 26 ottobre 2019 si è tenuto a Bologna il primo corso “Content marketing e social selling per assicutatori” (con crediti IVASS) con questo programma:

8.45 – 9.00 Registrazione dei partecipanti
9.00 – 9.30 Presentazione del relatore e degli obiettivi del corso
9.30 – 11.00 Social selling: dalla definizione di social selling a come aumentare il social selling index
11.00 – 11.30 Question Time & Coffe Break
11.30 – 13.00 Ottimizzazione del profilo in ottica social selling con il metodo LinkedIn10C
13.00 – 14.00 Pausa pranzo libera
14.00 – 16.00 Inbound marketing: come e cosa pubblicare su LinkedIn, tecniche di persuasione
(i 6 principi di Cialdini su LinkedIn)
16.00 – 16.30 Question Time & Coffee Break
16.30 – 18.30 Fare social selling con LinkedIn Sales Navigator: teoria e pratica

Per maggiori info visita il sito di Parliamo di assicurazioni.

Questa è la testimonianza di Roberto Muzzi, esperto di risk management, al termine del corso:

Il 6 e 7 novembre 2019 ho partecipato al “Cloud event” di Itancia, multinazionale francese che si occupa di IT, sia in qualità di speaker che di “master of ceremony”. Ecco le slide del mio intervento, intitolato “Come il cloud ha cambiato le nostre vite digitali”:

L’almanacco del CNR (Mensile a cura dell’Ufficio Stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche), a firma Alessia Cosseddu, ha recensito la Guida calcistica di LinkedIn:

Fare goal con i social

Il social network professionale LinkedIn è un ottimo strumento per promuovere il proprio brand, per curare il networking, la comunicazione digitale e il posizionamento online, ma a molti risulta poco immediato e complicato tanto da spingerlo o abbandonarlo o, peggio, a usarlo in modo controproducente. Tuttavia rimane una piattaforma molto utilizzata che sta prendendo sempre più piede: ha compiuto sedici anni e ha undici milioni di iscritti in Italia (560 milioni nel mondo). Gianluigi Bonanomi, giornalista hi-tech e formatore, tiene da anni corsi su questo social network e, per venire incontro a chi gli chiedeva di riportare i contenuti dei suoi corsi “in forma scritta”, ha deciso di pubblicare il manuale “Guida calcistica di LinkedIn”.

Il libro è suddiviso in tre parti: allenamento, difesa e attacco. Ogni sezione è formata da una parte introduttiva, di carattere teorico o strategico, arricchita da interviste a esperti del social network professionale e della comunicazione, da approfondimenti (indicati col simbolo della lampadina) e proposte di allenamenti (col simbolo del pallone). Fornendo le indicazioni su come utilizzare al meglio questa piattaforma, sistemare il profilo e usarlo in modo strategico per raggiungere i propri obiettivi.

“Mi serviva un esercizio di pensiero laterale: un accostamento, anche azzardato, per spiegare LinkedkIn. E quale tema è più popolare, anzi nazional-popolare, nel nostro Paese, dopo la pizza? Il calcio!”, spiega l’autore. La metafora calcistica la troviamo anche nella descrizione di come viene utilizzato LinkedIn: qualcuno lo usa solo per cercarsi un lavoro (scambiandolo per Monster e INfojobs) e qualcun altro lo usa da “attaccante”, per vendere; altri per costruire uno “spirito di squadra”, fare networking; parecchi per fare “calciomercato”, trovare i candidati; infine qualcuno per “esibirsi in virtuosismi”, la pubblicazione di contenuti di valore (content marketing).

LinkedIn: ecco le 12 peggiori headline di sempre

(articolo pubblicato su Agendadigitale il 18 ottobre 2019)

La headline è la parte più importante, vista e utile del profilo LinkedIn. Se ben fatta può aiutare le persone a capire quello che puoi fare per loro. Non molti curano questa sezione del profilo, ma qualcuno esagera in senso contrario. Vediamo dodici esempi da non seguire.

Nei miei corsi sull’uso strategico di LinkedIn spiego che la headline, in pratica quel testo che accompagna il nome e che solitamente contiene il proprio “job title”, è la parte più importante, vista e utile del profilo. Se ben fatta può aiutare le persone a capire non tanto chi sei e che cosa hai fatto, ma quello che puoi fare per loro. Per esempio una headline “Junior Account Assistant” non ha molto senso, mentre “Assistente virtuale – Aiuto imprenditori e professionisti ad alleggerire il carico di lavoro” (esiste davvero) può generare opportunità di business.

Non molti curano questa sezione del profilo, ma qualcuno esagera in senso contrario. Qui ho raccolto le 12 headline peggiori che mi è capito di vedere su LinkedIn. Finora.

Quella che ha voglia di lavorare. Ma tantaaaaa!

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Quello che fa la “supercazzola”

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Il beato

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Il pensionato

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Quello che si insulta da solo

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Il mancato terrorista

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Il libero comunista

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Quello che aspetta la cassa integrazione

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Il calciatore mancato

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 E il mancato biografo…

Quello che cerca aiuto

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E quello che aiuto non lo cerca più

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Preciso che tutti i profili sono veri e online, ho evitato i fake palesi. Se hai trovato su LinkedIn qualche headline peggiore di questa, ti prego di segnalarla nei commenti. Il mio sogno è quello , un giorno, di aggiornare il mio job title con “Stupid LinkedIn headlines hunter”.