Nella settima puntata del Late Tech Show ho parlato di storytelling da una prospettiva insolita: quella giornalistica, anzi sportiva. Ho mostrato come la decisione di Cristiano Ronaldo di venire a giocare in Italia, dettata da motivazioni economiche, sia stata venduta ai tifosi in modo ben diverso:

Puoi rivedere l’intera puntata 7 del Late Tech Show qui:

Nel corso “Big data e comunicazione aziendale: come costruire un piano editoriale data-driven” illustro parecchi strumenti che permettono di ascoltare il Web, tradurre dati e trend in potenziali contenuti. Uno dei più interessanti è Google Trends: permette di conoscere la frequenza di ricerca sui motori di ricerca del Web di una determinata parola o frase. Prima di mostrarti i sette trend che raccontano la pandemia da Coronavirus e il lockdown, voglio raccontarti 10 cose su Google Trends.

10 cose da sapere su Google Trends

  1. I dati si basano su richieste di ricerca effettive fatte a Google.
  2. Il campione è reso anonimo: nessuno viene identificato personalmente, i dati sono aggregati.
  3. Non vi si trovano valori assoluti, ma l’interesse per un determinato argomento.
  4. Si possono fare ricerche anche per zone specifiche.
  5. Le ricerche sono per giorno o in tempo reale.
  6. Si possono esplorare anche le tendenze del mercato in Ricerca Google, Google Immagini, Google News, Google Shopping e Ricerca di YouTube.
  7. Si possono confrontare termini di ricerca e argomenti nelle varie lingue e località e in intervalli di tempo diversi.
  8. Si possono fare ricerche anche per categoria: del resto per “maschera” si può intendere un’attrezzatura medica protettiva o un prodotto di bellezza.
  9. Si possono esplorare i termini più ricercati e quelli in aumento, oltre alle ricerche correlate.
  10. Infine un trucchetto di ricerca: mettendo una frase tra virgolette si cerca la frase esatta.

7 trend che raccontano la pandemia

Ho usato Google Trends per capire che cosa succede agli italiani durante il lockdown per la pandemia da Coronavirus. Ovviamente le ricerche del virus sono esplore da febbraio 2020:

Ecco quanto ho rilevato seguendo altri trend.

1. Oltre alla crisi sanitaria, è esplosa quella economica. Ecco il picco di ricerche sulla sospensione del mutuo sulla casa:

2. Chiusi in casa, gli italiani hanno scoperto l’e-commerce. Partendo da due beni di prima necessità…

3. Anche i dispositivi di protezione sono al centro dei nostri pensieri, anche su Google.

4. Lo smart working, in realtà dovremmo chiamare più propriamente “remote working”, ci ha fatto scoprire le videoconferenze. Al boom di Zoom e Meet si accompagna la scoperta di moltissime altre applicazioni. Una delle più interessanti è Jitsi, free e open source.

5. Non potendo andare al cinema, è esploso Netflix (ora 150 milioni di abbonati).

6. Anche il calcio non è più una priorità per gli italiani, che si sono riscoperti panificatori.

7. Ma il trend che più di tutti rappresenta il lockdown è la ricerca di attività “vicine” come supermercati, ristoranti, distributori GPL vicini alla propria abitazione (trend invece in crescita fin0 alla fine dello scorso anno).

L’intervista per Radio Capital

Sabato 2 maggio 2020 la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema dei trend delle ricerche Google al tempo del Coronavirus. Puoi riascoltare l’intervista qui:

Scrivimi!

Chiedimi informazioni sul corso sui big data e il piano editoriale

Sabato 25 aprile 2020 la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema delle truffe online. Puoi riascoltare l’intervista qui:

Ecco le dritte che ho dato durante l’intervista.

        • Usare solo siti affidabili e certificati. Controllare che il protocollo sia sicuro (httpS).
        • Controllare i riferimenti del proprietario del sito (nome, indirizzo, partita IVA, ecc.).
        • Leggere i feedback degli altri clienti.
        • Usare carte ricaricabili o Paypal.
        • Usare la navigazione in incognito.
        • Tracciare i prezzi con uno strumento come Keepa:

Qui puoi riascoltare le altre mie interviste a Radio Capital: https://www.gianluigibonanomi.com/radiocapital/

Il viaggio dell’eroe è anche detto schema Campbell-Vogler. Chi sono questi due? Joseph Campbell è un antropologo e uno storico delle religioni ma è soprattutto l’autore di un testo fondamentale: L’eroe dai mille volti. Il testo è il risultato di anni di ricerche, e rappresenta l’analisi di moltissimi miti di tutto il mondo e di diverse epoche. La tesi è affascinante: tutti quei miti hanno strutture narrative di base comuni, una serie di eventi che permettono di raccontare la maturazione dell’eroe con riti di passaggio (ne conta ben 17!), un percorso iniziatico che prende il nome di “monomito” e si basa su archetipi strutturali inconsci.

Christopher Vogler non è uno studioso delle religioni come Campbell, bensì uno sceneggiatore che si è formato nel mondo Disney. Vogler ha strutturato il suo viaggio dell’eroe, raccontato nel libro omonimo, partendo dal lavoro di Campbell e dagli archetipi:

Il viaggio dell’eroe prevede 12 tappe:

  1. Mondo ordinario
  2. Richiamo all’avventura
  3. Rifiuto del richiamo
  4. Incontro con il mentore
  5. Varco della prima soglia
  6. Prove, nemici, alleati
  7. Avvicinamento alla caverna più profonda
  8. Prova centrale
  9. Ricompensa
  10. Via del ritorno
  11. Resurrezione
  12. Ritorno con l’elisir

Il viaggio dell’eroe nella comunicazione d’impresa

Una curiosità, ecco come il viaggio dell’eroe può essere applicato al content marketing:

Qui invece come viene usato il viaggio dell’eroe su LinkedIn:

“A 16 anni resta incinta e viene buttata fuori casa. A 30 anni fonda un’azienda che oggi fattura più di 400 milioni. Catherine Hughes nasce nel 1947 in Nebraska. I genitori sono molto poveri. Per aiutarli, a 14 anni mente sulla sua età e comincia a lavorare. A 16 anni rimane incinta e viene buttata fuori casa dalla madre. Si trasferisce così dal fidanzato. Negli anni si dà sempre da fare trovando vari lavori. Quando suo figlio un giorno si ammala, il datore di lavoro le fa capire che l’avrebbe licenziata se fosse tornata a casa. Questo è il momento in cui decide di cambiare la sua vita. Nel 1980 fonda, insieme al marito, Radio One. Dopo 1 anno il loro matrimonio finisce e con esso va a rotoli anche il business. Cathy perde la casa ma si rifiuta di lasciare andare il suo sogno: si trasferisce nella stazione radio con il figlio. Per 7 anni rischia il fallimento. Le cose cambiano solo quando introduce il format talk radio con il tema ‘l’informazione è potere’. Nel 1999 Radio One viene quotata in borsa. Nel 2001 gli ascoltatori sono 18 milioni. Nel 2020 Cathy è la Founder di un’azienda che fattura più di 400 milioni. – Entra in Career Leadhers,una community, nata da questa rubrica, di donne che desiderano crescere e aiutarsi nel mondo del lavoro”.

Basta una semplice frase, in un post sui social, per evocare l’epopea:

In questo video mostro come usare il viaggio dell’eroe in azienda, sia per il reparto HR che parla di un neoassunto, sia per per il reparto marketing che parla di customer journey:

Il corso di corporate storytelling

Il viaggio dell’eroe è solo uno degli argomenti del mio corso sul corporate digital storytelling.

Scrivimi per informazioni sul corso di corporate storytelling

Nel quinto episodio della mia rubrica su LinkedIn per Radio IT parlo dei numeri di questo social professionale e quali settori e job title tirano di più:

Ascolta “LINKEDIN | EPISODIO 5 – Tutti i numeri di LinkedIn” su Spreaker.

 

In un nuovo studio pubblicato dal Centro di ricerca Benessere Digitale dell’Università Bicocca di Milano, intitolato “L’età dello smartphone. Un’analisi dei predittori sociali dell’età di accesso al primo smartphone personale e delle sue possibili conseguenze nel tempo”, si trovano molti dati e indicazioni pratiche per i genitori che sono alle prese con la fatidica domanda: quando possiamo dare il primo smartphone?

Solitamente gli esperti – soprattutto medici, psicologi, pedagogisti, ma anche scienziati sociali nel campo della comunicazione – non sono propensi a dare una risposta netta a questo tipo di domande: lasciano che siano i genitori a rendersi conto di quando il proprio figlio, o figlia, sia in grado di gestire il device. Ma la domanda rimane, anche a tutti i miei incontri pubblici con mamme e papà. Per dare una risposta servivano i dati e finalmente, grazie alla ricerca della Bicocca, li abbiamo.

La ricerca

Il progetto “Benessere Digitale – Scuole”, co-finanziato da Università di Milano-Bicocca e Fastweb (del 2018), ha coinvolto 3600 ragazzi e ragazze delle seconde classi di 18 scuole secondarie di secondo grado delle province di Milano e Monza-Brianza. Sono stati usati dei questionari con informazioni sull’età in cui hanno ricevuto il loro primo smartphone, la percezione di uso problematico di questo strumento e il loro grado di soddisfazione generale per la propria vita, attraverso scale riconosciute a livello internazionale. È stata poi testata la loro competenza digitale.

I risultati della ricerca

I risultati della ricerca mostrano come l’età di arrivo dello smartphone vari a seconda delle diverse caratteristiche personali e socio-demografiche prese in esame.

Ecco che cosa ci dice il grafico:

  • La maggioranza degli studenti intervistati ha ricevuto il primo smartphone personale a 11 anni (28,7%) o a 12 (29,2%).
  • L’arrivo più precoce riguarda invece il 21% dei casi, che dichiara di averlo ottenuto a un’età inferiore agli 11 anni (13% a 10 anni e 8,4% a 9 anni o meno).
  • Gli studenti che hanno ottenuto lo strumento tardivamente, ovvero a 13 anni o più, rappresentano complessivamente il 20,6 % del campione.

Un paio di considerazioni sulle differenze di genere:

  • le ragazze ricevono lo smartphone un po’ più precocemente (il 9,1% delle ragazze lo ottiene, infatti, a 9 anni o meno, contro il 7,5% dei ragazzi).
  • Solo il 18% delle ragazze lo riceve da 13 anni in poi, contro il 23% dei ragazzi.

La ricerca evidenzia anche un’influenza del titolo di studio dei genitori: il 12% dei genitori in possesso di licenza media consegna lo smartphone ai propri figli a 9 anni o prima, questo avviene solo per l’8% dei genitori con istruzione secondaria di secondo grado e per il 7% di quelli con la laurea. Parliamo quindi di un “digital divide rovesciato”. Altre ricerche italiane avevano già messo in luce come nelle famiglie con meno risorse socio-culturali fossero maggiormente presenti alcune tecnologie costose come le consolle per videogiochi e gli abbonamenti alle TV a pagamento.

Le conseguenze dell’arrivo precoce dello smartphone

L’età precoce di arrivo del dispositivo è associata a risultati scolastici inferiori, oltre che all’uso eccessivo dello smartphone. Per esempio si osserva un salto nelle performance nel test di italiano tra chi riceve lo smartphone a 10 anni o meno e chi lo riceve dopo. Gli studenti che a 15/16 anni mostrano le performance migliori sono coloro che ricevono il proprio smartphone dopo gli 11 anni. La stessa cosa si rileva per i test di matematica e, paradossalmente, si rileva anche per le competenze digitali e l’uso della tecnologia per studiare.

L’arrivo precoce dello smartphone sembra essere associato sia ad una maggiore pervasività dello strumento negli anni a seguire, sia ad una maggiore esposizione al rischio di “smartphone addiction”, la dipendenza dal telefonino.

Infine non si registrano variazioni degne di nota nella soddisfazione complessiva per la propria vita al variare dell’età di arrivo dello smartphone. Emerge invece una relazione negativa tra l’età di accesso allo smartphone e la soddisfazione degli intervistati per la propria vita scolastica.

Leggi l’intero report

 

L’intervista per Radio Capital

L’articolo per giovani genitori

 

 

 

Al termine dei miei corsi di “Neuromarketing per la creazione di contenuti social” i partecipanti mi chiedono sempre come approfondire questi interessanti temi. Allora ho preparato un video per presentare, tra i tanti, quali sono i sette libri fondamentali:

I link Amazon

Ecco i link dei testi:

  1. Il codice della persuasione
  2. Design diabolico
  3. Pensieri lenti e veloci
  4. Neuromarketing in pratica
  5. Pre-suasione
  6. Don’t make me think
  7. Neuromarketing

Informazioni sul corso

Scrivimi per info sul corso di neuromarketing per la creazione di contenuti social

Sabato 18 aprile la DJ La Mario di Radio Capital mi ha intervistato sul tema dei profili fake sui social. Puoi riascoltare l’intervista qui:

Nell’intervista ho citato lo strumento Social Blade, qui puoi vedere come funziona:

Qui ritrovi l’articolo dove raccontavo la mia esperienza di acquisto di follower finti:

Qui puoi riascoltare le altre mie interviste a Radio Capital

 

L’Escape Room Digitale, definita “e-Scape”, approda in Italia: EscapeDigitale.it. Ma come si fa a scappare da un ambiente virtuale? L’ho chiesto ai fondatori, Sascha e Stefano:

“L’e-Scape digitale, in pratica, è un gioco realistico che permette di diventare un agente segreto per alcune ore o giorni. L’utente dovrà dedicare tutto il suo ingegno, astuzia e gli strumenti necessari per risolvere i casi e le missioni proposte”.

Trasformare un gioco classico come l’escape game in un gioco virtuale è stato complicato?

“Eh, un’ardua impresa: non si tratta solo di lucchetti o enigmi numerici da risolvere… Tutt’altro! Nell’e-Scape Digitale bisogna mettersi nei panni di in un agente segreto, creandosi un’identità falsa e indagando nell’ombra, usando gli strumenti digitali per non farsi scoprire”.

Quindi si deve scorrazzare in Rete?

“Sì, si deve navigare sui profili social, Google, forum e varie altre piattaforme per cercare messaggi nascosti, tracce e seguire le piste fino alla risoluzione del caso. Non solo, ci sono filmati di sicurezza, messaggi audio e testi da scrutare per scoprire dettagli che permettono di beccare o liberare i sospetti”.

Esiste qualcosa di simile, anche all’estero?

“No, è un’esperienza che non ha precedenti… a livello mondiale. Ci siamo ispirati a giochi simili, che però sono solo a sfondo crimine-investigativo e mantengono una base da gioco da tavola”.

E come vi è venuta l’idea?

“L’idea è partita nell’autunno del 2019 e il progetto è stato poi concepito, sviluppato e testato nei mesi successivi. La beta è partita nel febbraio 2020…”

Problemi di sviluppo?

“I primi risultati non sono stati buoni: i feedback indicavano che l’esperienza da agente segreto non soddisfaceva, non rispecchiava le aspettative di durata (era reputato troppo breve) e soprattutto era indicata come molto semplice, sebbene il gioco piacesse già. Pertanto nel marzo 2020 l’e-Scape Digitale è stato completamente rivisto sulla base dei feedback degli agenti. È stato allungato, reso più difficile, intricato e complesso. La storia è stata rafforzata ed ora ha un finale mozzafiato! Da allora le cose sono notevolmente migliorate.”

Ma si gioca da soli o in gruppo?

“Si può giocare da soli, in coppia, in famiglia o anche in gruppo”.

Come si fa a partecipare?

“Per partecipare serve unicamente un qualsiasi dispositivo collegato alla Rete: uno smartphone, un tablet, un PC/Mac”.

Ci sono limiti di tempo come nelle escape room tradizionali (60 minuti)?

“No, non ci sono limiti di tempo, quindi si può cominciare a giocare un giorno in coppia davanti al PC e continuarlo da solo nel bus una settimana dopo, a seguito di un’illuminazione riguardo a un indizio”.

Quanto ci vuole, in media, per finire il gioco?

“I migliori agenti, concentrati e determinati, completano l’esperienza in circa 3-4 ore”.

Che cosa vedi nel vostro futuro?

“Stiamo già pianificando tre tappe: – il secondo caso (il seguito del primo), viste le numerose richieste, – una rapida espansione nel mercato della Svizzera italiana, quello inglese e spagnolo – la personalizzazione dell’esperienza per occasioni speciali: si potrà per esempio creare un caso o delle missioni in linea con la personalità, l’esperienza e il contesto del giocatore.”

Sembra proprio quello che, nei miei corsi, chiamo “oceano blu”, qualcosa di completamente nuovo: un misto tra un gioco online, app e escape game.

Nei corsi sulla comunicazione digitale trovo in aula persone che lavorano in aziende di tipo completamente diverso. Spesso si dividono in fazioni contrapposte: da una parte i B2B e dall’altra i B2C. Ho deciso di scrivere questo articolo per fare un po’ di chiarezza su questa distinzione (come vedremo, a volte arbitraria) ma soprattutto per raccontare che cosa cambia in termini di comunicazione.

Qual è la differenza tra B2B e B2C?

La differenza tra aziende B2B e B2C sembra scontata, ma non lo è. Quando ne parlo durante i miei corsi sulla comunicazione digitale, faccio vedere questo semplice schema:

Che cosa rappresenta? Perché ci sono quattro sigle diverse? Vediamole una a una.

B2B. È il commercio interaziendale: aziende che vendono ad altre aziende o professionisti. Il caso tipico si vede nelle filiere, il fornitore di pneumatici per chi produce automobili. Ma anche io, nel mio piccolo, facendo corsi aziendali ed emettendo fatture, rientro nella categoria B2B. Tranne quando faccio consulenze personalizzate a chi non ha una partita IVA.

B2C. È il commercio propriamente detto, aziende che vendono agli utenti finali. È il gelataio, la concessionaria d’auto, il parrucchiere, ma anche Ikea. Tipicamente non fanno fatture ma scontrini (poi c’è qualcuno che non fa nemmeno gli scontrini, ma questa è un’altra storia).

C2B. Strana sigla, mai sentita vero? Eppure esiste anche il caso dei C2B, nell’era del Web. Il consumer-to-business, nel commercio elettronico, vede i consumatori usare siti di intermediazione per proporre alle aziende un prezzo (reverse auction) che queste sono libere di accettare e rifiutare. Un altro caso tipico è quello di blog o forum dove l’autore di un contenuto offre un link che conduce a un business online per spingere un prodotto (per esempio: le affiliazioni per vendere prodotti Amazon).

C2C. Il caso consumer-to-consumer si ha quando i consumatori scambiano beni tra loro, per esempio con il mercato dell’usato oppure, online, su eBay o Facebook Marketplace. Caso tipico di disintermediazione (parola odiata da agenzie di viaggio e tassisti, tra gli altri).

Il caso Coca Cola

Il problema è che molti business che ci sembrano B2C non lo sono: per esempio Coca Cola non vende al consumatore finale direttamente (sei mai andato a comprare una lattina ad Atlanta?), ma si appoggia a una rete di intermediari (grande distribuzione, ristoranti e bar): è quindi, in realtà, un B2B; qualcuno parla più correttamente di B2B2C (così ci si avvicina pericolosamente al mondo delle seghe mentali).
Online si trovano riferimenti del genere: “As a distributor to hospitals, universities, hotels and other businesses in addition to retailers, Coca-Cola Refreshments maintains a large business-to-business distribution network designed to keep customers stocked with its refreshment products. And it lets its business-to-business customers research products and place orders on a dedicated B2B e-commerce site, MyCoke.com” (“How Coca-Cola refreshes B2B customers with live chat”, www.digitalcommerce360.com).

Il caso Facebook

A volte in aula faccio questa domanda: che cos’è Facebook, un B2B o un B2C? La risposta solitamente è istintiva, come quella dei cani di Pavlov (senza offesa): “B2C!”. Gli iscritti al più popolare social network mondiale (ormai oltre 2,5 miliardi) sono convinti di essere i clienti di Zuckerberg. Invece sono la sua merce (se un servizio è gratis, il prodotto sei tu!), la sua “carne da macello”: persone che passano ore della propria giornata a produrre dati e informazioni che poi Facebook vende ai suoi veri clienti, vale a dire le aziende che mettono mano alla carta di credito e comprano le sponsorizzazioni. Quindi Facebook è solo un B2B!

Vuoi una dimostrazione? Facebook ha preparato una serie di contenuti per i suoi veri clienti, dove usa questo linguaggio: “Storie di successo: case study come questi ci ispirano e motivano. Scopri come aziende simili alla tua stanno crescendo grazie alle soluzioni di marketing di Facebook”. (fonte Facebook).

Diverso invece il caso di LinkedIn:

  • LinkedIn è un B2C quando vende gli abbonamenti Premium a chi cerca lavoro.
  • LinkedIn è un B2B quando vende le sponsorizzazioni alle aziende che fanno marketing o recruiting.

Che differenza c’è tra comunicazione B2B e B2C?

Le differenze sono sostanzialmente tre:

  1. Target
  2. Relazione
  3. Canali di comunicazione

Prima di tutto la comunicazione nei due ambiti è diversa perché diversi sono gli interlocutori, i cosiddetti target: nel caso del B2C si tratta dell’utente finale, che spesso con conosciamo direttamente (un conto è l’utente del bar o della gelateria, un altro l’acquirente di un pacchetto di patatine); nel caso del B2B è il buyer di un’azienda che conosciamo, visto che vendere un macchinario da 50.000 euro non è esattamente come vendere un Crodino. Tra l’altro sempre più spesso gli interlocutori, in una vendita B2B, sono più d’uno. Quel che cambia, quindi, è la relazione. Per questo si usano anche canali diversi: se parliamo di social l’utente B2C posso intercettarlo su Facebook e Instagram, quello B2B su LinkedIn.

Prendiamo, per esempio, il caso non di una azienda ma di una biblioteca. Dal punto di vista della comunicazione deve lavorare sui due piani, come se fosse in due mercati, B2B e B2C. La biblioteca ha due target diversi: quello del pubblico che frequenta le sue sale e i suoi eventi da una parte e quello degli interlocutori istituzionali (Comune, enti, associazioni) dall’altra. Per questo usa canali diversi: per esempio Facebook (ma anche strumenti analogici come i vecchi volantini) per il pubblico, una newsletter per gli stakeholder. Cambiano anche i contenuti e il tone di voce, ovviamente, come vedrai nel prossimo paragrafo.

Emozionale e razionale, pomata e prurito

Se cambia l’interlocutore cambia anche il tipo di comunicazione. La comunicazione B2C è tipicamente emozionale, quella B2B razionale. Del resto nel primo caso i destinatari sono interessati prevalentemente ai benefici dei prodotti, non alle caratteristiche: nel B2C, si dice, non si parla della pomata ma del prurito. Nel B2B invece abbiamo a che fare con persone preparate che necessitano di informazioni e dettagli tecnici. Chiaramente l’ambito B2B è ampio, quindi ci possono essere dei distinguo: per esempio nel mondo della grande distribuzione le comunicazioni tra industria e retail sono diversi rispetto a quelle tra industria e industria da una parte e retail e retail dall’altra.

Pensiamo a un’agenzia di comunicazione: scrive comunicati stampa destinati ai giornalisti. I giornalisti devono prendere quei comunicati, che in pratica rappresentano la voce dalle aziende, e tradurli in un linguaggio giusto per il pubblico finale, i loro lettori. Sono due mondi diversi, non si parlano perché non si capiscono. L’azienda (e l’agenzia) vuole comunicare il prodotto, il giornalista vuole la notizia perché sa che il pubblico non digerirebbe una comunicazione commerciale. Ricapitolando: l’azienda parla del prodotto, il pubblico cerca informazioni sul problema (o bisogno).
Capita anche a me: se faccio un evento di presentazione di un libro non viene nessuno, se faccio una serata di approfondimento sul tema del libro (problemi e soluzioni) ci sono più possibilità di coinvolgimento del pubblico. È un po’ quel che dice Simon Sinek nel suo “Stat with why”: tanti comunicano chi sono, qualcuno che cosa fanno, pochi il perché. Bisogna sempre partire dal perché!

Oltre la distinzione tra B2B e B2C: H2H

Quello che emerge dalle ricerche nel campo della comunicazione indica che, attualmente, l’unità primaria della connettività sia l’individuo, non il nucleo familiare, il gruppo di parenti o di lavoro. Come afferma Giuseppe Riva nel suo libro sui social network: “Le persone si connettono come individui ad altri individui, in network person-to-person. Agiscono attraverso set multipli di legami la cui importanza e la cui frequenza di contatto varia di giorno in giorno. Questo orientamento comunicativo posiziona le persone al centro di network personali che, in forma aggregata, possono garantire loro supporto, socialità, informazione e senso di appartenenza”. Quindi, al diavolo B2B e B2C, quello che conta è la comunicazione H2H: da umano a umano. Per esempio in un social network come LinkedIn anche se cerchi un’azienda trovi una persona che la rappresenta. La distinzione tra B2B e B2C, quindi, in qualche modo cade.