Come leggere gli Analytics di LinkedIn [articolo per “Big data 4 innovation”]

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Questo articolo è stato pubblicato sul portale “Big data 4 innovation” del gruppo Digital 360 nel marzo 2021

Analisi dei dati: come leggere gli Analytics di LinkedIn

Nel più popolare social network “professionale”, farsi notare è il requisito essenziale per aumentare la propria visibilità: per verificare l’efficacia della strategia adottata si possono utilizzare diversi strumenti di “analytics”. Vediamo quali sono e come interpretare i dati messi a disposizione.

LinkedIn è molto di più di una semplice piattaforma per trovare lavoro o un social network per restare in contatto con i propri clienti. Ed è molto di più di un curriculum vitae online, anche se molti utenti hanno la tendenza a trattare il proprio profilo LinkedIn come un semplice elenco di competenze da mostrare a potenziali clienti o nuovi datori di lavoro. La piattaforma offre una versatilità unica e, se usata nel giusto modo, può trasformarsi in un potente strumento di digital marketing in grado di dare un boost alla propria carriera o azienda: i LinkedIn Analytics.

In LinkedIn, infatti, è importante avere una strategia ben definita e capire quali contenuti e strumenti possono fare la differenza. Avere un profilo aggiornato e ottimizzato permette di creare quelle relazioni tra contatti che hanno decretato il successo di questo speciale social network. Farsi notare è il requisito essenziale per aumentare la propria visibilità: per verificare l’efficacia della strategia adottata possiamo utilizzare diversi strumenti di analisi dei big data. Vediamo quali sono e come interpretare i dati che abbiamo a disposizione.

Come interpretare le informazioni fornite da LinkedIn Analytics

Uno degli strumenti più importanti da padroneggiare (anche uno dei più sottovalutati) in LinkedIn sono i cosiddetti “Analytics”, una serie di statistiche in tempo reale che permettono di capire se la strategia che abbiamo sviluppato funziona e se risultati che ci siamo prefissati sono stati raggiunti. Per misurare l’efficacia della nostra attività su Linkedin la prima cosa da fare è cambiare l’impostazione della lingua scelta e usare il nostro profilo in inglese. Cambiare lingua è un’operazione piuttosto semplice: è necessario cliccare sulla foto del proprio profilo per aprire un menu dove è possibile effettuare la modifica. Bisogna selezionare “English” e poi tornare alla pagina del proprio profilo. Cliccando sulla barra laterale a destra avremo finalmente accesso alle preziose statistiche. Nella pagina aziendale/istituzionale, infatti, troveremo un’apposita sezione Analytics con cui possiamo possibile filtrare i dati in base a tre macro-gruppi: Visitors, Updates, Followers. La piattaforma mostra di default le statistiche relative agli ultimi 30 giorni: è possibile avere dei grafici dettagliati fino a un periodo di un anno, se necessario. Dalle interazioni, alla percentuale di interesse fino all’engagement rate (il tasso di coinvolgimento generato da un contenuto o da un’attività) c’è tutto il necessario per monitorare l’efficacia della strategia social adottata da noi o dalla nostra azienda. Le statistiche disponibili sono relative a tutti i membri iscritti alla piattaforma, indipendentemente che abbiano effettuato l’accesso da un normale browser su PC o dall’app LinkedIn e iOS su un dispositivo mobile. È importante ricordare che il cosiddetto “traffico senza autentificazione” del profilo non viene conteggiato.

LinkedIn Analytics è strutturato in tre categorie principali

L’interfaccia proposta da LinkedIn è semplice e funzionale (non è al livello della più celebrata Google Analytics) e permette all’utente in poco tempo di scoprire se alcuni “insight” hanno avuto successo e, soprattutto, capire perché certi contenuti funzionano di più e così via. Per quanto riguarda il profilo, abbiamo a disposizione le statistiche di chi ha visto il nostro o quelle relative alla nostra azienda, oltre a uno speciale rank. Gli Analytics permettono all’utente di avere sotto controllo le statistiche relative ai post da un punto di vista quantitativo, di studiarne l’efficacia rispetto ai collegamenti e alla media dei contatti. Con il semplice rank, infatti, possiamo scoprire in quale percentuale un profilo personale/aziendale sia presente nel proprio network e la relativa posizione in un’ipotetica classifica virtuale, oltre a studiarne l’andamento in un periodo specifico o precedente. Per valutare la nostra attività è necessario analizzare le informazioni riguardanti il numero di visite al nostro profilo in una settimana specifica (con tanto di variazioni rispetto a quella precedente), il numero di condivisioni/post/aggiornamenti che abbiamo fatto, i nuovi collegamenti ottenuti, il numero dei commenti generati e così via. Incrociando questi preziosi dati possiamo correggere o migliorare la nostra strategia.

Visitatori

La piattaforma offre una serie di informazioni e statistiche sugli utenti che visitano la propria pagina aziendale presente in LinkedIn: basta cliccare nella sezione Visitatori (Visitors). I dati disponibili sono relativi alle visualizzazioni ottenute per pagina o al numero di utenti unici: in questo modo è possibile capire chi si è avvinato al nostro profilo e quale sezione è stata apprezzata maggiormente. Chiaramente, i grafici possono essere personalizzati a piacimento per avere una profilazione ancor più dettagliata. Molto apprezzati sono i dati demografici dei visitatori che permettono a noi di capire la località di provenienza, la mansione svolta, l’anzianità lavorativa, il settore e la dimensione dell’azienda per cui lavorano (la cosa strana è che non è disponibile il nome dei contatti che seguono la pagina!). In questo modo possiamo capire se il nostro profilo è arrivato alle persone giuste, a quale settore appartiene il nostro pubblico e in quale area geografica è più efficace e così via. Se abbiniamo queste informazioni a un altro strumento prezioso come LinkedIn Pulse possiamo scrivere contenuti originali e condividerli in modo ancor più efficace.

 Follower

Un’altra sezione importante degli Analytics riguarda i Follower che seguono la propria pagina aziendale. È possibile controllare i follower in un periodo specifico e capire quando sono stati guadagnati o persi. In questo modo possiamo capire se c’è una correlazione stretta tra l’aumento o la loro diminuzione in corrispondenza con la pubblicazione di post specifici e così via. Soprattutto, è possibile analizzare le variazioni nei follower organici e in quelli ottenuti tramite inserzioni sponsorizzate. Si tratta di una differenza importante perché, come in altri social network, è possibile “comprare” i follower anche in LinkedIn. Come nella sezione dei visitatori, anche in quella dei follower è possibile studiare la provenienza dei contatti, a quale categoria professionale appartengono e altro ancora. Interessante anche la sezione dedicata alle cosiddette “aziende da monitorare”: vengono mostrate pagine con profili simili alla nostra e gli algoritmi di LinkedIn le propongono sulla base dei follower e degli aggiornamenti che proponiamo.

Aggiornamenti

Un’altra categoria importante è quella relativa agli “Updates”, gli Aggiornamenti: qui è possibile trovare una serie di informazioni relative ai dati organici e a quelli sponsorizzati. Serve soprattutto per capire quanti utenti hanno visto, commentato o condiviso i post e quale livello di interesse e interazione hanno generato. Abbiamo a disposizione informazioni relative al numero complessivo e al tipo di visualizzazioni, ai commenti ricevuti, alle condivisioni e alle interazioni social e molto altro. I grafici, chiaramente, possono essere filtrati per affinare ulteriormente la nostra strategia social: è importante ricordare che esiste una precisa correlazione tra il numero di follower e il tasso di engagement.

Come interpretare i dati forniti da LinkedIn Analytics

In generale, uno strumento come Analytics può aiutarci a capire se la strategia che abbiamo adottato funziona, attraverso l’analisi dei big data. Grazie alle informazioni che abbiamo ricavato possiamo scoprire in quale momento della giornata è consigliabile pubblicare i post, in quale orari e giorni della settimana i nostri aggiornamenti riscuotono maggior successo così via. E soprattutto sono fondamentali se dobbiamo investire in qualche campagna di marketing a pagamento. Con Analytics, infatti, possiamo analizzare le prestazioni di tutti i contenuti e fare un confronto tra quelli sponsorizzati e organici. Studiando le reazioni dei follower e le loro tendenze e osservando l’andamento delle impression di ciascun aggiornamento, possiamo scoprire se i contenuti che proponiamo sono di qualità e se vengono apprezzati da LinkedIn. Per esempio, se notiamo un calo nel numero complessivo di impression la spiegazione è piuttosto semplice: gli algoritmi della piattaforma classificano i nostri contenuti non di qualità e limitano la loro condivisione. È importante confrontare i dati relativi ai propri follower con quelli dei visitatori: per esempio, se notiamo una certa discrepanza da un punto di vista demografico tra le due categorie è probabile che non ci sia la giusta correlazione tra quello che condividiamo e quello che appare nel nostro profilo. Per migliorare la situazione possiamo utilizzare dei tool specifici: Socialbakers e Talkwalker sono programmi che possono aiutare e non poco.

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Che cos’è la disintermediazione digitale? [Articolo per Agenda Digitale]

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Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale nel marzo 2021.

La disintermediazione digitale in tutte le sue forme: opportunità e lati negativi

La disintermediazione è un processo che si applica un po’ a tutto, dall’informazione politica alla comunicazione aziendale, e rimane un’opportunità straordinaria per i cittadini, che si tratti del loro rapporto con la PA o della possibilità di fruire di contenuti digitali. Non mancano, ovviamente, i rischi. Il punto

Nell’era denominata del “capitalismo digitale”, non sorprende scoprire come le piattaforme ribattezzate “Over-The-Top” (Amazon, Facebook, Google in primis) siano riuscite in poco tempo a creare un nuovo ordine economico che è riuscito stravolgere le normali logiche del mercato e i meccanismi del business tradizionale.

Le multinazionali OTT, infatti, forniscono attraverso internet servizi che permettono al consumatore stesso di raggiungere – in tempo reale – il produttore: questo fenomeno viene chiamato “disintermediazione”.

La disintermediazione è un processo che si applica un po’ a tutto, e non è limitato all’ambito economico/lavorativo/commerciale. Dall’e-commerce – quando acquistiamo un bene da un venditore/produttore, per esempio, grazie alla Rete possiamo raggiungere direttamente il consumatore finale, senza alcun passaggio intermedio – fino all’home banking, quando effettuiamo un bonifico o paghiamo un bollettino direttamente dal divano di casa.

Il suo utilizzo è stato esteso anche ai mezzi di comunicazione: la disintermediazione applicata ai social media ha dato origine a una rivoluzione vera e propria del linguaggio, persino a un capovolgimento nella percezione della gerarchia sociale.

Dal 1967 a oggi: com’è cambiato il concetto di disintermediazione

Il termine “disintermediazione” viene coniato nel 1983 dall’imprenditore statunitense Paul Hawken nel libro “The Next Economy”. Lo stesso Hawken divenuto negli ultimi anni un fiero sostenitore del “capitalismo naturale” afferma che il termine disintermediazione venne utilizzato per la prima volta nel 1967, per indicare l’eliminazione dell’intermediazione bancaria tra soggetti erogatori di prestiti e quelli interessati ad acquisirli. In pratica, la disintermediazione non era altro che l’insieme dei processi attraverso i quali i consumatori potevano gestire direttamente i propri investimenti finanziari. Hawken aveva previsto quasi quarant’anni fa che le nuove tecnologie avrebbero consentito agli utenti di svolgere autonomamente tutta una serie di attività che di solito richiedevano figure di mediazione, soprattutto nella distribuzione e vendita di beni e servizi.

Il termine disintermediazione ha acquisito un nuovo significato con l’avvento del web 2.0. Con Amazon, per esempio, acquirenti e venditori entrano in contatto senza la necessità di alcun intermediario; con Apple, iPhone e iPad vengono venduti direttamente ai consumatori senza passare attraverso le catene di vendita tradizionali. Il successo delle varie Amazon, Google, eBay e di tutte le altre multinazionali ha portato alla creazione del fenomeno della disintermediazione commerciale e ha letteralmente trasformato il campo dei consumi, mettendo così in crisi lo storico rapporto di collaborazione tra produttori e rivenditori. La disintermediazione è stata applicata con successo anche ad altri settori: da Spotify fino a Uber, la rivoluzione sembra essere solo all’inizio.

Con la disintermediazione è cambiato il modo di scambiare le informazioni tra azienda e consumatore: il web permette a qualsiasi impresa di raggiungere il cliente in modo diretto senza dover conto dei canali distributivi o di quelli di approvvigionamento.

La disintermediazione della comunicazione in politica e nei rapporti con la PA

Il segnale di questo cambiamento è arrivato paradossalmente dall’ingessato mondo della politica: ormai è diventato normale per un qualunque esponente di qualsiasi partito italiano o straniero utilizzare i social network come Facebook, Twitter, Instagram e tutti gli altri per comunicare direttamente con i propri sostenitori/elettori.

Si è passati, insomma, dai classici volantini e manifesti ai canali social, alla propaganda di tipo digitale. Postare un contenuto su Twitter o Facebook, per esempio, permette al politico di turno di informare gli elettori su qualsiasi tipo di iniziativa. La Rete, poi, aumenta la possibilità di influenzare la percezione della realtà con una serie di problematiche connesse che vanno comprese e gestiste.

È cambiata anche la relazione – spesso problematica – tra cittadino e pubblica amministrazione e istituzioni, un rapporto finalmente a portata di smartphone. Per agevolare l’utilizzazione dei servizi offerti ai cittadini, l’eccessiva formalità e l’autoreferenzialità tipiche della burocrazia italiana sono state sacrificate in nome della trasparenza e dell’efficienza: con una semplice email o accedendo a un sito della pubblica amministrazione possiamo richiedere documenti, prenotare servizi e altro ancora.

L’impatto della disintermediazione sulla nostra vita lavorativa e personale

Il mondo cambia e per restare al passo con i tempi è importante adeguarsi a questi cambiamenti continui. Aggiornare il proprio modo di lavorare e, soprattutto, di comunicare è il primo passo da compiere. Come abbiamo visto, la disintermediazione commerciale ha rivoluzionato – e lo sta facendo tuttora – la nostra vita lavorativa e non, adesso è il turno di quella digitale che sta trasformando velocemente il modo di relazionarci con gli altri introducendo nuove figure. Chi si occupa di marketing negli ultimi anni si è dovuto interfacciare con interlocutori del tutto nuovi, come influencer e blogger. Anche la comunicazione aziendale, da sempre strumento strategico e indispensabile per il successo di un’impresa, si è dovuta adeguare al cambiamento piuttosto velocemente e alle esigenze del mercato. L’immagine di un’azienda è vincolata alla comunicazione e per elaborare una buona strategia di marketing servono tempo e denaro.

L’importanza di una buona comunicazione aziendale

Creare una buona comunicazione aziendale è fondamentale per sopravvivere in questo mercato globale, ed è soprattutto un investimento che può regalare ricchi dividendi nel lungo periodo, non solo a livello economico ma in termini di stabilità, affidabilità e visibilità. Avere una comunicazione aziendale deficitaria o scarsamente rilevante è il primo passo verso il fallimento e l’anonimato. Quasi tutte le aziende hanno sviluppato in modo più o meno adeguato una sezione media che contempla non solo i classici siti e blog ma anche tutte le piattaforme di comunicazione come Facebook, Twitter, Instagram, LinkedIn e qualsiasi altro social network che possano creare quelle interazioni ed emozioni che accompagnano le normali conversazioni relative a un brand, un prodotto o un servizio. Grazie alla disintermediazione digitale le “public relation” sono mutate: i PR non si interfacciano più con i giornalisti e gli altri esperti del settore, ora lo fanno direttamente con i consumatori. In una società frenetica come quella attuale, il tempo da perdere nella preparazione dei classici comunicati stampa non è più concepibile: per avere informazioni dettagliate su un certo prodotto basta andare sul sito dell’azienda o sulla pagina ufficiale di un social network per recuperare tutto quello che serve.

Come la disintermediazione digitale ha stravolto la comunicazione aziendale

Ormai comunicati, profili, video e foto sono facilmente reperibili nella sezione media di una qualsiasi azienda e, soprattutto, sono a disposizione di tutti, non più solo di giornalisti o di professionisti del settore. È stato stravolto anche in questo settore il modo di comunicare delle aziende e il rapporto con i consumatori: sono saltati tutti i passaggi intermedi. Anche le conferenze stampa sono state rivoluzionate dalla disintermediazione digitale: ormai vengono organizzate in streaming, con un monitoraggio in tempo reale molto più efficace. E la pandemia provocata dal Covid-19 ha accelerato ancor di più questo processo: sono cambiate le pubbliche relazioni, i rapporti con la stampa e tutta l’attività di promozione che solitamente si faceva. Ora non ci sono più liste di giornalisti da compilare, locali da prenotare e date da concordare: chi partecipa a un evento deve semplicemente compilare una semplice registrazione online e così via.

Come cambia la comunicazione aziendale con la disintermediazione digitale

Oltre ad aver rivisitato i rapporti con i media, la disintermediazione digitale ha avuto un forte impatto nelle stesse aziende, soprattutto nel campo della comunicazione interna. La disintermediazione digitale ha abbattuto filtri e barriere di ogni tipo tra tutti i dipendenti di un’azienda, dal CEO fino all’ultimo arrivato: una modernizzazione da ascrivere ai social network, ai webinar (seminari web) e ai dispositivi mobile.

Il lato negativo della disintermediazione digitale

La disintermediazione digitale ha anche qualche lato negativo: essere senza filtri o figure intermedie può essere problematico in certi contesti sociali. Politici, scienziati, giornalisti, istituzioni, per esempio, vengono giudicati in base ai contenuti postati sui social network direttamente dai cittadini, spesso con giudizi non proprio lusinghieri in grado di metterne in discussione l’autorevolezza e la credibilità. Il giudizio sociale spesso si trasforma in “gogna sociale” e la verità percepita diventa la “verità assoluta”, solo perché un certo contenuto viene condiviso da moltitudine di altri individui.

Nonostante qualche pericolo, la disintermediazione in tutte le sue forme rimane un’opportunità straordinaria e una risorsa fondamentale: dobbiamo semplicemente sfruttarla nel modo giusto e consapevolmente.

Una provazione: Martin Lutero e la disintermediazione

Guarda questo video della serie “cultura digitale“:

Le reazioni al pezzo sui social

7 tips per il social selling con LinkedIn: il mio webinar per la Milano Digital Week 2021

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La Milano Digital Week è uno dei più importanti eventi sul digitale in Italia. Lo scorso 16 marzo è stato pubblicato il mio webinar on demand dal titolo “7 tips per il social selling con LinkedIn“, realizzato in collaborazione con la Fastweb Digital Academy.

Il webinar è stato visto centinaia di volte!

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LinkedIn SEO: le 10 keyword da inserire nel profilo LinkedIn

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Un social network come LinkedIn ha come “mission” mettere in contatto i professionisti del mondo di lavoro. Con una base che supera ormai i 700 milioni di iscritti sparsi per l’intero globo tra abbonamenti, pubblicità mirate e recruiting a pagamento trovare il profilo ideale per un’azienda non è così facile come si potrebbe pensare. Per diventare un candidato appetibile, ma anche per intercettare le ricerche di potenziali cliente, insomma per sfruttare le immense potenzialità messe a disposizione da LinkedIn, la prima cosa che dobbiamo fare a livello di SEO (Search Engine Optimization) è valorizzare il profilo aggiungendo nuovi contenuti per attrarre interesse e visite.

LinkedIn ha un proprio motore di ricerca

Partendo dal presupposto che LinkedIn integra un vero e proprio motore di ricerca, per aumentare la visibilità del proprio profilo è importante completarlo con informazioni dettagliate e sfruttare tutti i possibili collegamenti. Un’altra strategia vincente è quella di utilizzare di parole chiave all’interno della pagina del proprio profilo: è consigliabile inserire un certo numero di keyword (al massimo 5 per non venire etichettati come spam) che abbiano attinenza con la propria professione o azienda.

Gli stessi recruiter su LinkedIn utilizzano keyword per individuare i candidati ideali: per essere selezionati tra milioni di persone è necessario trovare le parole chiave giuste. Inserire keyword a caso o in quantità industriale non è una buona strategia: dobbiamo centellinarne e usarle sapientemente.

La pagina del proprio profilo va valorizzata

La pagina del nostro profilo di LinkedIn è il nostro biglietto da visita: dall’intestazione fino alla sezione dedicata alle cosiddette “Skill”, tutto va curato con grande attenzione. È fondamentale creare una headline che possa attirare l’attenzione dei nostri potenziali clienti e recruiter: il campo più importante da curare è quello relativo al cosiddetto “Riepilogo” (ora “Informazioni”), con dettagli relativi alla propria professione. È importante usare un linguaggio colloquiale, chiaro e semplice ed evitare di confondere il sommario con il proprio CV. Chi legge il nostro profilo deve riuscire a comprendere velocemente che cosa possiamo fare per lui: per questo, basta scrivere un breve testo sotto il nome e cognome del nostro profilo.

Usiamo le keyword per far capire cosa siamo in grado di fare

Per spiegare cosa facciamo e come lo facciamo dobbiamo utilizzare le keyword, soprattutto nella descrizione delle esperienze di lavoro attuali e precedenti e così via. Anche la nostra formazione ha una certa rilevanza in LinkedIn: dal titolo di studi fino alle competenze più tecniche e specifiche è meglio non tralasciare nulla. In generale, più conferme si ricevono dai propri contatti e maggiore sarà la nostra visibilità e la possibilità di essere indicizzati. Anche le cosiddette capacità sociali e le esperienze di volontariato hanno una certa incidenza nella piattaforma e vanno messe in risalto. Gran parte del lavoro nella creazione di un profilo risiede nel decidere quali sono le parole chiave più utili per la nostra professione. Può essere una buona idea inserire delle keyword nelle cosiddette skill per aumentare il traffico e il numero delle connessioni. Possiamo anche decidere di associare il nostro profilo a una specifica keyword, semplicemente modificando l’URL dell’account nella sezione “Modifica Profilo”. Per farlo, basta aggiungere al proprio nome e cognome una keyword distintiva.

Le parole chiavi sono fondamentali per essere trovati su LinkedIn

Le keyword sono la “chiave” per essere trovati nelle ricerche su LinkedIn (e non solo). Una giusta selezione e un buon posizionamento sono fondamentali per avere un efficace SEO. Per trovare quelle giuste possiamo seguire queste semplici regole. Secondo gli stessi sviluppatori di LinkedIn “I membri con 5 o più competenze elencate vengono contattati (attraverso i messaggi) fino a 33 volte di più da reclutatori e da altri membri di LinkedIn e ricevono fino a 17 volte più visualizzazioni del profilo”. É consigliatissimo inserire delle keyword seguendo questi semplici consigli. Vediamo quali.

1 Usare il proprio nome e cognome

Se il nostro curriculum o biglietto da visita è per “Marco Rossi” ma il nostro profilo LinkedIn recita “Mr. Rossi” (o viceversa), è difficile per un reclutatore o un datore di lavoro stabilire il collegamento tra i due. Non avere un profilo LinkedIn può essere negativo per la maggior parte dei professionisti, quindi l’utilizzo di nomi diversi può limitare le nostre opportunità.

2 La posizione geografica

Un altro aspetto da prendere in considerazione nella preparazione delle keyword è la posizione geografica. In base alle statistiche fornite da LinkedIn, più del 30% dei reclutatori utilizza la ricerca avanzata per trovare la posizione di un possibile candidato. È consigliabile non inserire una location generica: non avere una posizione precisa può essere controproducente nelle ricerche e non c’è la necessità di inserire il proprio indirizzo o il CAP. Bastano la città o la regione di appartenenza.

3 Il grado di conoscenza delle lingue straniere

Se parliamo più di una lingua è bene indicare il livello di conoscenza: da “madrelingua” a “base” o “elementare” e se sappiamo leggere, scrivere e/o parlare più lingue. Per dimostrare la nostra abilità e competenza è consigliabile creare un profilo LinkedIn in diverse lingue: il social network stesso lo permette e lo incoraggia, ed è un ottimo modo per avere accesso a dei lavori che richiedono persone che sappiano parlare e scrivere in più di una lingua.

4 Il livello di istruzione

La laurea, il diploma e in generale il tipo di scuola frequentata possono essere rilevanti per trovare un nuovo lavoro o una sistemazione migliore. Se la laurea è recente è importante inserire anche la specializzazione, così come i Master ottenuti o i corsi frequentati. È fondamentale inserire una keyword di questo tipo.

5 Il titolo professionale (o job title)

La posizione lavorativa che desideriamo o che ricerchiamo solitamente si nasconde dietro un insieme di parole chiave. È importante specificare il settore del nostro lavoro attuale e quello a cui puntiamo: scegliamo con cura il termine da utilizzare per descrivere la nostra mansione/posizione. Se abbiamo un impiego è consigliabile includere il nome del nostro attuale datore di lavoro (a meno che stiamo effettuando una ricerca riservata). Le precedenti posizioni lavorative possono essere sfruttate come parole chiave perché possono indicare una certa esperienza e conoscenza. Ancora una volta, è consigliabile sfruttare la terminologia utilizzata dai precedenti datori di lavoro e che sia attuale in modo da valorizzare il proprio percorso.

6 Aziende famose e clienti prestigiosi

Se abbiamo lavorato per aziende prestigiose e piuttosto note nel nostro settore/campo, è importante includere i nomi di quelle società, anche se è trascorso parecchio tempo dalla nostra assunzione. Può essere utile anche menzionare alcuni clienti che hanno usufruito dei nostri servizi, così come se siamo stati coinvolti in progetti importanti (una breve descrizione con tanto di parole chiavi è consigliabile).

7 Non dimentichiamo il volontariato

Se abbiamo fatto del volontariato – o lo facciamo tuttora – è importante includere anche l’associazione/organizzazione per cui abbiamo lavorato, soprattutto se siamo in un periodo particolare della nostra carriera lavorativa (magari in aspettativa). Il tipo di mansione svolta e il nome dell’organizzazione possono essere delle valide parole chiavi da aggiungere.

8 Le competenze specifiche possono fare la differenza

Se un reclutatore sta cercando un candidato con una certa esperienza/abilità in un determinato settore, il nostro nome verrà visualizzato nei risultati di ricerca se abbiamo inserito nel nostro profilo (o nel CV) il termine giusto. È importante pensare come un reclutatore quando inseriamo una keyword e per farlo dobbiamo porci domande del tipo “Quali abilità e strumenti sono richiesti per questo lavoro?” e così via. È importante aggiungere qualifiche, certificazioni e competenze specifiche nell’utilizzo di un determinato software o di un hardware se pensiamo possano essere utili per trovare un determinato lavoro. La specializzazione nel settore hi-tech è particolarmente apprezzata, quindi mettiamo in evidenza le nostre competenze/qualità.

9 Premi e brevetti

Se abbiamo ottenuto dei premi o riconoscimenti particolari dal nostro attuale/precedente datore di lavoro o da un prestigioso cliente o abbiamo brevettato qualcosa, possiamo aggiungere questi termini ai nostri social network usando il nome completo, una descrizione e il numero di brevetto. È importante ricordare che LinkedIn ha una sezione specifica per i brevetti.

10 Pubblicazioni e acronimi vari

Se abbiamo scritto libri o pubblicato articoli particolarmente rilevanti per il lavoro o la professione che desideriamo è consigliabile menzionarli nel nostro profilo attraverso delle keyword. Per farlo possiamo usare anche degli acronimi: quelli in inglese possono fare la differenza.

Ricapitolando, per aumentare la visibilità del nostro profilo LinkedIn possiamo usare delle keyword, poche ma ben studiate. Per scegliere quelle “giuste” ed essere trovati dai recruiter basta seguire questo breve decalogo. E i risultati sono garantiti.

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Negoziazione su LinkedIn: il metodo delle 7P di Gianluigi Bonanomi

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Ultimamente mi è capitato di leggere il testo “Fanatical prospecting” di Jeb Blount. Si tratta di un testo molto interessante, soprattutto per chi, come me, lavora prevalentemente sull’inbound marketing. La visione di Blount è più quella del venditore tradizionale, di chi brucia un sacco di gasolio ogni anno ma soprattutto passa un sacco di tempo al telefono per fare prospecting, una “cold call” dietro l’altra. Nel testo si afferma che un venditore deve bilanciare le attività di outbound (le telefonate appunto) con quelle inbound (social selling). È anche vero che il testo è stato scritto molto prima della pandemia del 2020-21, ora le cose sono radicalmente cambiate (probabilmente per sempre).

In ogni caso ho trovato molto interessante la parte sul social selling e, in particolare, sull’uso di LinkedIn per fare prospecting. Ho studiato con attenzione i suggerimenti di Blount: dopo un po’ di rielaborazione, mi hanno ispirato il metodo delle 7P utile per la negoziazione su LinkedIn. Quando si usa? Prima si fa prospecting e targeting, si individuano i prospect giusti (con la ricerca avanzata di LinkedIn e, a pagamento, con il Sales Navigator) e poi li si contatta, per esempio inviando una InMail. Il metodo serve per costruire il messaggio.

La differenza tra il metodo ABCD e il metodo delle 7P

Il metodo ABCD non fa parte della fase di negoziazione, ma serve per chiedere correttamente il contatto su LinkedIn a una persona che non si conosce. Vi sono degli elementi che ritroverai nel metodo delle 7P, ma sono due strumenti diversi da usare in situazioni diverse: uno al primo approccio per far entrare qualcuno nella propria rete, l’altro per una proposta commerciale. Soprattutto la nota di contestualizzazione della richiesta di collegamento permette di creare messaggi da 300 caratteri mentre le InMail permettono di scrivere 1900 battute e aggiungere anche un allegato.

Il metodo delle 7P

Il metodo delle 7P è un percorso in 7 step, ognuno dei quali permette di costruire una parte di un messaggio di vendita da inviare via LinkedIn (oppure altrove, per esempio via e-mail). Ecco le 7P:

Ora analizzerò le 7P, una a una.

1P – la presentazione

Quando si invia una InMail a una persona che non ci conosce occorre salutare (citando il nome del destinatario) e poi presentarsi, giocare a carte scoperte: si scrive nome e cognome, ruolo e azienda, eventualmente raccontando in pochi caratteri di che cosa si occupa l’azienda.

Salve Mario,
sono Gianluigi, fondatore di Link&Lead, startup che si occupa di incentivare la comunicazione su LinkedIn dei dipendenti grazie a meccanismi di gamification, formazione e LinkedIn coaching.

2P – i punti in comune

In questo divertente spot di Wilkinson di qualche anno fa, si dimostra l’importanza di presentarsi al meglio, evidenziando elementi comuni rispetto al target:

Evidenziare dei punti in comune crea familiarità, permette di non contrapporsi, di non essere sui due lati della barricata:

Ho visto dal suo profilo e dai contenuti che pubblica su LinkedIn che entrambi siamo appassionati di comunicazione digitale.

3P – partire dal perché

Come ci ha insegnato Simon Sinek quando la comunicazione parte dal “perché” risulta più efficace. Ma basti invece un esperimento di Ellen Langer (psicologa di Harvard) citato da Robert Cialdini nel suo “Le armi della persuasione” per inquadrare il tema:

Un principio del comportamento umano noto a tutti dice che, se chiediamo a qualcuno di farci un favore, l’otterremo più facilmente se forniamo una qualche ragione: alla gente piace avere delle ragioni per quello che fa. La Langer ha dimostrato sperimentalmente questo fatto per nulla sorprendente, chiedendo un piccolo favore alle persone in coda alla fotocopiatrice di una biblioteca:

<<Scusi, ho cinque pagine. Posso usare la fotocopiatrice, perché ho una gran fretta?>>

L’efficacia di questa richiesta-con-spiegazione è stata quasi totale: il 95% degli interpellati l’ha lasciata passare avanti nella fila. Si confronti questa percentuale di successi con i risultati ottenuti con la semplice richiesta:

<<Scusi, ho cinque pagine. Posso usare la fotocopiatrice?>>

In questa situazione acconsentiva solo il60%. A prima vista sembra che la differenza decisiva fra le due formule sia l’informazione aggiuntiva contenuta nelle parole “perché ho una gran fretta”. Ma una terza formula ha dimostrato che le cose non stanno esattamente così. A quanto pare a far differenza non era la serie intera di parole di senso compiuto, ma solo la prima, “perché”. Invece di fornire una vera ragione per giustificare la richiesta, la terza formula si limitava a usare il “perché” senza aggiungere nulla di nuovo:

<<Scusi, ho cinque pagine. Posso usare la fotocopiatrice, perché devo fare delle copie?>>

Il risultato fu che ancora una volta quasi tutti (il 93%) acconsentirono, anche se non c’era nessuna informazione nuova che spiegasse la loro condiscendenza. Come il “cip-cip” dei pulcini mette in moto la risposta automatica della mamma tacchina, anche se proviene da una puzzola impagliata, così la parola “perché” faceva scattare una risposta automatica di acquiescenza da parte dei soggetti della Langer, anche se dopo il “perché” non seguiva nessuna ragione particolarmente decisiva.’

Insomma, occorre inserire nel proprio messaggio il motivo alla base del contatto:

La contatto perché mi piacerebbe confrontarmi con lei sul tema della gamification applicata alla comunicazione dei dipendenti.

4P – individuare il problema

Individuare il problema (o pain), parlandone in modo empatico e soprattutto usando le parole del target, risulta fondamentale per coinvolgerlo e interessarlo. Come si individua il problema di chi sta dall’altra parte? Nel marketing si usa lo strumento “buyer persona”, che possiamo tradurre liberamente come profili di cliente: vanno correttamente identificate per poter fare una comunicazione efficace per ognuno. Per identificare le Buyer Personas può essere utile fare delle vere e proprie schede, così da meglio comprenderli e meglio immedesimarsi nelle loro necessità. Per esempio si può usare questa scheda:

In questa scheda, oltre ai dati anagrafici o meglio socio-demografici (non più sufficienti), mi piace molto la parte di destra, in particolare i “pain point” oltre ai desideri, aspettative e le leve d’acquisto. Faccio un esempio di quel che intendo. Se propongo a una responsabile marketing di una impresa di medie dimensioni un progetto di consulenza sul content marketing, che superi le lacune della comunicazione com’è impostata e che permetta all’azienda di ottenere più risultati. Lei mi bloccherà, perché uno dei suoi obiettivi è quello di fare bella figura con i superiori. Per questo proporrei lei come titolare del progetto, e io come consulente. Lei deve fare bella figura con i capi, non io.

Un utile strumento per capire quali sono le leve motivazionali da usare nel B2B c’è questa bella infografica che rappresenta la piramide di Maslow adattata a questo mondo business. È detta anche “piramide del valore” ed è stata realizzata da Bain & Company nel 2018:

Nella mia comunicazione uso questo paragrafo che fa leva sul pain:

Dopo anni di formazione e consulenza su LinkedIn, condividevo con HR e Marketing manager la frustrazione per la mancata partecipazione dei dipendenti alla comunicazione dell’azienda. Ho individuato i tre motivi per i quali i dipendenti non partecipano:

  1. non sono / non si sentono preparati
  2. non sono seguiti
  3. non ci guadagnano nulla

La mancata partecipazione dei dipendenti, a detta di LinkedIn, è un problema. L’audience dei contatti dei dipendenti è 10 volte superiore a quella dell’azienda. Oltretutto ogni sei condivisioni si porta a casa un follower per la pagina LinkedIn aziendale, senza ricorrere alle costose campagne di advertising di LinkedIn, spesso un bagno di sangue.

Come vedi nella frase vi sono espressioni emozionali (frustrazione, bagno di sangue) perché, contrariamente a quanto si possa pensare, anche nella comunicazione B2B (sempre che ci possa ancora distinguere tra B2C e B2B…) la parte emozionale è preponderante. Ne parlo abbondantemente, di solito, nel mio corso sul neuromarketing per la creazione di contenuti social.

5P – i benefici del prodotto o servizio

Dopo aver evidenziato e sclerotizzato il problema, come insegnato dallo schema P-A-S (problema-agitazione-soluzione) arriva il momento della soluzione. Sempre per essere coerenti con l’assunto visto in precedenza, ovvero che la comunicazione emozionale debba essere preponderante, qui non si parla delle caratteristiche del prodotto: non ne avremmo lo spazio. Si parla dei benefici del prodotto: un vecchio assunto del marketing recita: “non si parla della pomata, ma del prurito“.

Ecco come proseguo nella mia comunicazione:

Per rispondere a tutti i tre problemi (impreparazione, mancanza di motivazione e di incentivi dei dipendenti) ho deciso di creare una piattaforma di gamification (una gara con punti, classifica giornaliera e generale e premi!), formazione online (con portale dedicato) e LinkedIn coaching per trasformare i dipendenti, collaboratori e reti vendita in brand ambassador, entusiasti portavoce dell’azienda su LinkedIn e generatori di contatti e lead. La piattaforma, con algoritmo proprietario, si chiama appunto Link&Lead.

6P – portare le prove

I destinatari sanno che voglio vendere qualcosa. Non per questo saranno necessariamente prevenuti, se li ho agganciati correttamente con la P del problema. Ma restano scettici, come tutti gli acquirenti. Del resto acquistare è un processo delicato, perché acquistando si rischia denaro ma anche qualcosa di molto più prezioso: la propria rispettabilità e l’autostima. Per questo l’onore della prova è tutta sulle spalle del venditore, che deve dimostrare incontrovertibilmente che quel che vende sia la soluzione giusta. Può farlo con due tipi di prove: riprova sociale (per tornare a Cialdini) e numeri/risultati. Per questo è sempre bene predisporre una pagina, sul proprio sito, con un caso di successo che riporti dati e testimonianze. Nel caso di Link&Lead abbiamo predisposto un caso di successo sulla prima sperimentazione :
Case study: AGM SpA di Brescia. Riporto le informazioni di quella pagina, e quel caso di studio, nel mio messaggio:

Le prime sperimentazioni della piattaforma e del metodo hanno portato risultati che sono andati per oltre le nostre aspettative: in media i dipendenti di un’azienda bresciana (che ha fatto partecipare 15 persone) hanno migliorato la propria comunicazione su LinkedIn del 300%, alcuni del 700%. I follower della pagina sono passati da poco più di 100 a oltre 200 in un mese. Può ascoltare le testimonianze entusiastiche dei partecipanti a questo link: https://linkandlead.it/agm-case-study.

7P – programmare un approfondimento

Il messaggio dovrebbe chiudersi con una proposta precisa di incontro, anche virtuale, di approfondimento. Non bisogna genericamente dire: in caso di interesse, non esiti a contattarmi. Meglio chiedere esplicitamente un incontro (spesso le persone non ottengono ciò che vogliono perché non chiedono, dice Blount) e, pragmaticamente, proporre date e orari per l’incontro:

Che cosa ne dice se ci troviamo in videocall mercoledì alle 17 oppure giovedì alle 14? Se gli slot sono già occupati, mi propone lei data e orario? Buon lavoro.

La sintesi del messaggio

Tutti i testi che ho scritto sopra sono un po’ troppo lunghi. Una InMail consente di inserire, come detto, “solo” 1.900 caratteri. Ecco quindi la sintesi del mio messaggio:

Salve Mario,

sono Gianluigi, fondatore di Link&Lead, startup che si occupa di incentivare la comunicazione su LinkedIn dei dipendenti. Ho visto dal suo profilo e dai contenuti che pubblica su LinkedIn che entrambi siamo appassionati di comunicazione digitale. La contatto perché mi piacerebbe confrontarmi con lei sul tema della gamification applicata alla comunicazione dei dipendenti.

Dopo anni di formazione e consulenza su LinkedIn, condividevo con HR e Marketing manager la frustrazione per la mancata partecipazione dei dipendenti su LinkedIn. Ho individuato i tre motivi per i quali i dipendenti non partecipano:

– non sono / non si sentono preparati

– non sono seguiti

– non ci guadagnano nulla

La mancata partecipazione dei dipendenti è un problema: i contatti dei dipendenti sono 10 volte superiori ai follower dell’azienda e ogni 6 condivisioni si porta a casa 1 follower (gratis) per la pagina aziendale.

Per rispondere a tutti i tre problemi (impreparazione, mancanza di motivazione e di incentivi) ho deciso di creare una piattaforma di gamification (punti, classifica giornaliera e generale e premi!), formazione online e LinkedIn coaching per trasformare i dipendenti, collaboratori e reti vendita in brand ambassador, entusiasti portavoce dell’azienda su LinkedIn, e social seller.

Le prime sperimentazioni di Link&Lead hanno portato risultati oltre le aspettative: in media i dipendenti di un’azienda bresciana hanno migliorato la propria comunicazione su LinkedIn del 300%, alcuni del 700%. I follower della pagina sono passati da poco più di 100 a oltre 200 in un mese. Può ascoltare le testimonianze entusiastiche dei partecipanti a questo link: https://linkandlead.it/agm-case-study.

Che cosa ne dice se ci troviamo in videocall mercoledì alle 17 oppure giovedì alle 14? Se gli slot sono già occupati, mi propone lei data e orario? Buon lavoro.

Gianluigi

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Consigli SEO per aumentare la visibilità dei video su YouTube

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Nell’ultimi decennio Youtube ha mutato pelle, strizzando l’occhio sempre di più all’ecommerce. La piattaforma di Google è il secondo sito più visitato al mondo (indovina qual è il primo…) e il secondo motore di ricerca più usato (indovina qual è il primo…) e ha immense potenzialità non solo a livello di marketing. Infatti, Big G sta puntando a inserire a una sezione ad hoc per vendere i prodotti che ammiri nei video: basteranno un paio di clic per acquistare quello che desideri senza dover passare per altre piattaforme (vedi Amazon). Per ora il colosso di Mountain View si è limitato a monitorare i dati ottenuti chiedendo ai produttori di video di taggare i prodotti inseriti nei video. Il piano (neanche troppo nascosto) di Google è quello di creare una sorta di vetrina digitale/catalogo di prodotti in modo che gli utenti possano passare direttamente dai filmati all’acquisto degli articoli contenuti. L’azienda sta lavorando per integrare al meglio la piattaforma Shopify che dovrebbe permettere di vendere i prodotti direttamente tramite video, trasformando la piattaforma in una sorta di enorme catalogo. Pensata per il merchandising dei creator di contenuti, questa funziona per ora è stata provata su un numero limitato di canali video.

YouTube all’inseguimento di Twitch

YouTube non è altro che un gigantesco motore di ricerca: l’approccio richiesto è quello che si usa per i tradizionali search engine. Anche i video richiedono la stessa ottimizzazione che si utilizza per le normali pagine web. Durante la pandemia il formato video ha resistito all’attacco delle piattaforme di live streaming come Twitch, le preferite dalla cosiddetta Generazione Z. Di proprietà del colosso Amazon dal lontano 2014, la piattaforma è stata utilizzata negli ultimi anni soprattutto per lo streaming videoludico: milioni di videogiocatori si filmano in tempo reale mentre giocano e condividono le proprie partite con altre persone che guardano e interagiscono. Dai videogiochi Twitch si è via via aperto ad altri settori dell’intrattenimento, strizzando l’occhio al cinema, sport e musica e persino alla moda con sfilate di brand prestigiosi trasmesse live sulla piattaforma. L’intrattenimento per gli utenti su Twitch è gratuito, mentre chi trasmette in streaming può monetizzare le proprie dirette chiedendo agli spettatori di abbonarsi al proprio canale, promuovendo le cosiddette donazioni spontanee o sponsorizzando determinati prodotti. Le potenzialità di Twitch sono notevoli da un punto di vista commerciale ed è lì che YouTube e la stessa Google stanno puntando.

La parola d’ordine è ottimizzazione

Per monetizzare e aumentare il traffico web vale sempre la stessa regola: “ottimizzazione”. Ottimizzare i propri video significa salire più in alto nel famoso “PageRank” proposto da sua maestà Google. Sfruttando la SEO (Search Engine Optimization) puoi migliorare la visibilità e la posizione del sito Web nei risultati organici/puri (quelli non a pagamento) dei motori di ricerca, e per farlo è necessario seguire una serie di accorgimenti/tecniche. Oltre a ottimizzare la struttura del sito (vedi codice HTML), a migliorare i testi e i link presenti sul sito (specialmente i “backlink”) è necessario prestare molta attenzione nell’inserimento delle “parole chiave”. L’ottimizzazione dei video in YouTube funziona allo stesso modo: bisogna cercare le keyword ideali per il nostro settore e quelle che gli utenti tendono a utilizzare durante la ricerca di un prodotto o di un servizio simile al nostro. Per fortuna ci sono dei programmi che possiamo utilizzare per trovare le parole giuste: uno di questi è Google Keyword Planner.

Google Trends è un valido aiuto

Un’altra tecnica che puoi usare per trovare la “parola magica” è quella di analizzare i cosiddetti trend nel settore che più interessa. È consigliabile dare un’occhiata ai video più popolari e simili al tuo per trovare le informazioni che cerchi: le parole chiave e le “frasi target” che gli utenti digitano sul motore di ricerca di YouTube. La piattaforma di Google offre anche all’utente una funzione di completamento automatico per trovare le frasi giuste per il tuo target.

Un altro strumento che possiamo sfruttare per migliorare e rendere più efficiente la nostra lista di parole chiavi è quello di analizzare i trend del momento: con Google Trends si possono ricavare informazioni sugli interessi degli utenti che fanno ricerche analizzando le keyword più popolari e combinando una serie di dati. Basato su Google, il tool permette di conoscere la frequenza di ricerca sui principali search engine del Web di una determinata parola o frase: le informazioni sono disponibili per area geografica o nazione e per lingua e i risultati (le “tendenze” del momento) sono accompagnati da un grafico che ne sintetizza l’andamento (ricerca o visualizzazione). Google Trends si dimostra particolarmente utile quando occorre analizzare un elenco di parole chiave, soprattutto se bisogna scegliere quella giusta. Quando fai una semplice ricerca sul motore di Mountain View, tra i risultati spesso vengono forniti dei link a video di YouTube. La ricerca organica, ossia quei risultati che non derivano da una transazione economica, è un altro modo per individuare le parole chiavi: presta molta attenzione a quello che Google propone. Ottimizzando le keyword puoi migliorare le performance dei video sul motore di ricerca e le visualizzazioni.

Google Search per migliorare le ricerche organiche

Google Search Console è un servizio che permette di monitorare il proprio sito nei risultati proposti dal motore di ricerca di Montain View: questo strumento permette di comprendere e migliorare il modo in cui gli algoritmi di Google “vedono” il tuo sito. Per migliorare le performance puoi usare una serie di programmi chiamati Rank Tracker che permettono di scovare i video nelle ricerche organiche e trovare le keyword che permetteranno di scalare le classifiche del celebre algoritmo PageRank. Con un Rank Tracker devi semplicemente impostare YouTube come motore di ricerca preferito per avere accesso a una serie di classifiche e risultati attraverso il classico SERP (“Search Engine Results Pages”, le pagine dei risultati del motore di ricerca). Sono a disposizione più di una ventina di metodi di ricerca per trovare le parole chiave e scoprire quelle che permettono di macinare più visualizzazioni.

Il Machine Learnig è ovunque, anche su YouTube!

Il machine learning viene definito come un “sottoinsieme” dell’Intelligenza Artificiale che si occupa di creare sistemi che apprendono o migliorano le performance in base ai dati che utilizzano. Gli algoritmi sono il cuore pulsante del machine learning che ormai è utilizzato ovunque e per qualsiasi cosa. L’apprendimento automatico è utilizzato da Google già da parecchio tempo: grazie al machine learning, per esempio, YouTube può identificare gli oggetti presenti in un video e calcolarne la rilevanza in una possibile query di ricerca. Non puoi affidarti solo a questa tecnica per creare dei video virali: puoi ricorrere – come sempre – ai soliti vecchi e affidabili metadati.

I vecchi metadati funzionano sempre

Quando carichi un video su YouTube è importante ottimizzare i metadati sin da subito e trovare il titolo “giusto” per catturare l’attenzione degli spettatori. Una titolazione “acchiappa visualizzazioni” deve seguire due regole fondamentali: contenere le parole chiave utili a fare indicizzare il video e riassumerne l’argomento contenuto. Per avere qualche spunto è consigliabile dare un’occhiata ai video più popolari e a quelli della concorrenza: i titoli che funzionano bene sono quelli che totalizzano più visualizzazioni.

Devi preparare un titolo interessante che permetta agli utenti di “vedere” quello che hanno digitato: scrivere qualcosa di falso o caricarlo di un’eccessiva aspettativa non è mai una soluzione vincente. Un altro piccolo consiglio è quello di scrivere un titolo che non sia eccessivamente lungo: 50/60 caratteri sono più che sufficienti per attirare l’attenzione dei potenziali utenti. Un altro requisito essenziale è la descrizione dei video: bastano un paio di righe ben scritte (solitamente un centinaio di caratteri) per “colpire” il bersaglio, mentre non è necessario esaurire tutto lo spazio disponibile (circa un migliaio di caratteri). Ecco perché è importante posizionare nelle prime righe le parole chiave, inserire una CTA (Call To Action) per portare l’utente sul sito, oltre agli immancabili account social e così via.

Le immagini di anteprima

L’immagine di un’anteprima personalizzata può essere un’idea semplice e al tempo stesso vincente: le informazioni visuali sono percepite dalla nostra mente molto più velocemente di quelle testuali. È importante trovare l’immagine giusta per stuzzicare e attirare i potenziali utenti: il processo è simile a quello che avviene con la copertina di un libro. YouTube, per esempio, permette di scegliere tra una serie di “miniature” generate in modo automatico: non sempre quelle proposte dall’algoritmo di Big G si rivelano vincenti. È consigliabile prepararne qualcuna ad hoc. Innanzitutto, devi prestare attenzione a una serie di parametrici tecnici: le miniature, per funzionare in modo adeguato su PC e su tutti i dispositivi mobile, devono avere una risoluzione a 1280×720 pixel e nel formato 16:9. Le miniature devono essere inferiori ai 2 Mb mentre i formati supportati sono piuttosto limitati (.jpg, .gif, .bmp, o .png). È importante aggiungere del testo alla miniatura per renderla più informativa e accattivante.

Per progettare la parte grafica del canale e le miniature per il mio canale YouTube uso Canva, un programma molto versatile e ricco, capace di offrire una enorme selezione di template gratuiti (circa 250.000), immagini e tutto il necessario per personalizzare il tuo lavoro. Il programma è disponibile in versione gratuita e a pagamento tramite la sottoscrizione di un abbonamento mensile.

TubeBuddy per organizzare al meglio il nostro canale YouTube

Per aiutare gli utenti a scoprire i tuoi video, puoi usare i classici tag inserendoli direttamente nel codice sorgente. Sembra un’operazione piuttosto complicata ma non lo è, se usi lo strumento giusto. Con TubeBuddy, per esempio, puoi organizzare al meglio il tuo canale YouTube, spiando i competitor e migliorando l’efficienza dei tag.

TebeBuddy è un’estensione per browser che aggiunge una serie di funzioni utili che aiutano a risparmiare un po’ di tempo. Una delle feature più apprezzate è la possibilità di monitorare la concorrenza: TubeBuddy permette di controllare il posizionamento di un video velocemente, promuoverlo all’interno di altro, programmarne la pubblicazione, studiare i tag usati dai concorrenti, personalizzare e miniature, creare dei template per le schede finali e molto altro. Per ottimizzare il tutto è importante partire da tag specifici e lunghetti (del tipo “colorare la camera da letto di azzurro San Patrizio”) per arrivare ad altri un po’ più semplici e corti (“colorare la camera”) decisamente più efficaci. È importante poi ricordarsi di inserire anche i tag relativi ai brand o alle persone/testimonial presenti nei nostri video.

Gli immancabili hashtag arrivano anche su YouTube

Nei social network sono fondamentali e lentamente lo stanno diventando anche su YouTube. Per aumentare la visibilità dei nostri video possiamo usare i celebri hashtag (il famoso cancelletto “#”).

Servono per creare una sorta di comunità collegando video che trattano lo stesso argomento ma prodotti da persone diverse. Tutto quello che dobbiamo fare è inserirli nelle descrizioni dei video e questi verranno successivamente mostrati sopra il titolo del video stesso. Molti video vecchi non hanno gli hashtag: YouTube ha aggiunto questa funzione solo un paio di anni fa. Il mio consiglio è di aggiungerli assolutamente!

È importante ricordare che gli hashtag sono cliccabili e possono portare l’utente via dal canale per andare su quello altrui. Oltre a riproporre un hashtag in linea con il contenuto è importante non esagerare: la piattaforma di Google ha fissato il limite a 15 per un singolo video. Se il video piace, YouTube ti premierà. Per fidelizzare i tuoi utenti devi produrre dei contenuti di qualità, interagendo e coinvolgendo il potenziale pubblico. Il “tempo di visione” è la chiave del successo per scalare le classifiche di YouTube e trattenere le persone per un periodo di tempo più lungo è fondamentale per monetizzare. Per ottimizzare il tempo di visione, occorre analizzare i cosiddetti “Rapporti del Tempo di visualizzazione” che sono una fonte preziosa di informazioni e dati sul potenziale pubblico. In questo modo è possibile capire il grado di coinvolgimento degli spettatori e scoprire cosa piace e cosa no. Per promuovere un canale è importante creare delle playlist che trattano argomenti simili e che verranno riprodotti automaticamente ogni volta che qualcuno guarda un video della serie. Un altro modo efficace per coinvolgere gli spettatori è quello di inserire una domanda diretta nel video: in questo è possibile interagire con il pubblico tramite i classici commenti.

YouTube Studio e tutti i suoi strumenti

Per capire in quali aree migliorare il video, si può usare YouTube Studio (nello specifico il programma “Analytics”) che mette a disposizione una serie di strumenti per vedere quali video generano le iscrizioni e le cancellazioni al canale, l’area geografica in cui un particolare contenuto video è più popolare e altre preziose informazioni riguardanti le abitudini di visualizzazione degli spettatori e scoprire da dove proviene il traffico. È importante ricordare che avere molti “Mi piace” e un gran numero di iscrizioni permette di salire in alto nel gradimento degli algoritmi di YouTube: con molti iscritti i video possono scalare le classifiche delle visualizzazioni facilmente. È importante tenere a mente che YouTube è prima di tutto un motore di ricerca: ciò significa che molti utenti troveranno il video/canale tramite una normale ricerca oppure o il “suggerimento” di altri video.

L’importanza delle “schede” di YouTube

Uno degli strumenti più sottovalutati per chi crea contenuti dell’intero pacchetto offerto da YouTube sono le famose schede (“Card” in inglese): non sono altro che dei banner che appaiono solo per qualche istante (o per un determinato periodo di tempo da noi impostato) per proporre un canale, link, sondaggio, playlist, merchandising e crowdfunding.

Le schede hanno lo scopo di integrare i video e migliorare l’esperienza dello spettatore con informazioni specifiche e pertinenti (tramite l’aggiunta di trailer, per esempio). Un altro prezioso aiuto può arrivare dalle “schermate finali” che possono essere aggiunte negli ultimi 5-20 secondi di un video. Si possono usare per promuovere altri video, invitare gli spettatori a iscriversi e molto altro. Le opzioni per la personalizzazione della schermata finale sono molteplici: si possono applicare modelli, aggiungere nuovi elementi modificandone i tempi di visualizzazione, decidere in quali aree del video debbano essere visualizzati e così via.

Aggiungere sottotitoli e didascalie può rivelarsi utile, se consideri che più dell’80% dei video presenti su Facebook, per esempio, viene visualizzato senza volume. Può essere un’arma vincente se punti a far conoscere i video anche a chi non parla la nostra lingua o a chi ha problemi di udito.

YouTube in HD

È importante produrre i video nel formato giusto: le produzioni in HD sono molto apprezzate e ricercate, se consideri che quasi il 70% dei video in prima pagina su YouTube sono in alta definizione. Durante la pandemia la piattaforma di Big G ha fatto delle modifiche agli standard di classificazione dei video per andare incontro alle richieste dell’Unione Europea: l’Alta Definizione è passata dai classici 720p ai 1080p, mentre l’UHD è rimasta inchiodata ai 4K (2160p).

Promozione tramite i social

Dopo avere ottimizzato il video, per ottenere visualizzazioni extra e monetizzare occorre fare un po’ di promozione. I social network sono il luogo ideale per far conoscere i contenuti: se hai un buon seguito di follower (tu o la tua azienda) puoi sfruttare i soliti Twitter, Instagram e Facebook; se hai un blog o un sito, come nel mio caso, basta copiare il link sulla pagina, o embeddare il video, per metterlo a disposizione degli utenti. Per esempio, i link contenenti dei video vengono inoltrati sei volte più spesso di quelli con foto.

Per monitorare la visibilità dei contenuti puoi utilizzare una serie di strumenti come Awario, Mention o Brandwatch. I social network hanno molta influenza sull’algoritmo di YouTube e sul cosiddetto ranking. Grazie a questi tool puoi ottenere una serie di importanti informazioni sui video, analizzare la presenza sui social e l’efficacia delle strategie di promozione. Puoi raccogliere anche dati sulla concorrenza e sulle strategie da loro adottate. Con un programma come Awario, per esempio, basta inserire l’URL del video per studiarne l’efficacia tramite i social media e gestire i “Mi Piace” e i commenti e tutti gli altri aspetti di YouTube.

Non trascurare i blog

Un’altra strategia di promozione che sembra funzionare molto è quello di sfruttare i blog. Mettere dei video nei post funziona, soprattutto se metti i contenuti in quei blog dedicati alle Q&A (Question and Answer). Mettere un video in Quora, per esempio, può essere una buona idea, soprattutto se lo posizioni alla fine di una risposta.

Non c’è solo la community di Quora per promuovere i contenuti: puoi cercare forum o altri blog in cui sono richieste risposte agli argomenti che tratti. E non dimenticare le “vecchie” newsletter: basta un semplice link per aggiungere un video su come utilizzare il prodotto o sul perché sia migliore di quello dei concorrenti e così via.

L’importanza del SEO in YouTube

Il formato video è quello che funziona meglio: quando fai una normale ricerca su Google (o su qualsiasi altro search engine) sei più propenso a cliccare su un risultato che include un video anziché su uno senza. Gli utenti sono maggiormente attratti dai video e preferiscono guardare e ascoltare anziché leggere. I video sono in costante evoluzione (nei prossimi anni la comunicazione online con i video supererà l’80%) e le aziende li utilizzano sempre di più per promuovere i propri prodotti o servizi. Se vuoi che i video funzionino devi seguire una serie di regole e utilizzare i giusti strumenti.

Le referenze di LinkedIn: cosa sono, come chiederle e come usarle in maniera efficace

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Una delle sezioni più importanti di LinkedIn è quella delle referenze: un conto è vantare competenze, un altro è avere qualcuno che le conferma. Chi legge un profilo di uno sconosciuto non ha modo di verificare se quanto dice è vero o è frutto della fantasia (non sono pochi, del resto, quelli che si “vendono” certificando di possedere conoscenze inesistenti), e le referenze da parte di clienti e colleghi sono un ottimo modo di mostrare a un potenziale datore di lavoro che non si sta dando aria alla bocca: c’è qualcuno che ci ha messo la faccia, raccomandando un persona, “certificandone” in qualche maniera le capacità. Un conto è dire di aver lavorato a un progetto importante per una grande azienda, un altro è affiancare questa informazione a un commento di un capoprogetto o un dirigente che conferma non solo che abbiamo realmente svolto quella funzione, ma che lo abbiamo fatto bene. Questo vale ancora di più per i clienti. Poco conta che si vendano servizi, prodotti o consulenza: un commento di un cliente soddisfatto avrà un impatto importante sull’attività, molto più di un CV strepitoso.

Queste competenze, però, non arrivano in automatico: bisogna coinvolgere i clienti e i colleghi, richiederle attivamente, ovviamente usando il tatto necessario. In questo articolo, ti suggerirò alcune tattiche per sfruttare al meglio questa funzione di LinkedIn.

Cosa sono le referenze di LinkedIn?

Nel mondo anglosassone, e non solo, la lettera di raccomandazione è molto diffusa: viene stilata dai professori universitari (nel caso soprattutto di progetti di ricerca) o da precedenti datori di lavoro, che confermano le nostre capacità, raccomandandoci ad altri imprenditori. In Italia questo approccio è meno diffuso culturalmente, ma sta prendendo sempre più piede nel mondo digitale, spinto proprio dalle funzioni di LinkedIn. Possiamo considerare una referenza come l’equivalente di una recensione a 5 stelle di Amazon: è a tutti gli effetti la manifestazione di apprezzamento di un cliente per i prodotti o servizi che abbiamo offerto. Il social le definisce in questa maniera (anche se in questa pagina sostituisce il termine “referenza” con “raccomandazione”, forse a causa di una traduzione automatica):

Una raccomandazione è un encomio scritto da a utente LinkedIn per riconoscere il tuo lavoro.

È possibile richiedere consigli dalle connessioni di primo grado con cui si lavora o con cui si è lavorato.

Se una connessione scrive un suggerimento, si riceverà una notifica tramite un messaggio dal mittente in LinkedIn. È possibile accettare, respingere o chiedere la revisione della raccomandazione.

Una volta accettato un suggerimento dalla connessione, questa sarà visibile alla rete per impostazione predefinita. Puoi nascondere una raccomandazione che hai accettato.

È inoltre possibile riconoscere il lavoro delle connessioni scrivendo loro una raccomandazione. Se si riceve una richiesta di raccomandazione, è possibile rifiutare la richiesta e non è necessario rispondere. Tuttavia, se si scrive una raccomandazione e si cambia idea in un secondo momento, è possibile modificare una raccomandazione fornita o eliminare una raccomandazione. Non c’è limite al numero di raccomandazioni che puoi richiedere o dare.

La strategia migliore è quella di non limitarsi a chiedere, ma anche di essere attivi, raccomandando i propri clienti e colleghi: è più probabile che qualcuno confermi le nostre capacità se siamo i primi a fare questo gesto, confermando le sue.

Come scrivere una referenza su LinkedIn

Scrivere una referenza su LinkedIn è estremamente semplice: basta andare sul profilo di un contatto di primo grado (non sarà possibile scriverle per quelli al di fuori di questa cerchia), cliccare su Altro e dal menu a tendina che si aprirà selezionare Scrivi una referenza.

Alla schermata successiva bisogna aggiungere la relazione (cliente, collega, sottoposto, manager…) e la posizione lavorativa di chi vogliamo “raccomandare”. Cliccando su avanti si potrà poi scrivere la referenza vera e propria. Non c’è bisogno di muri di testo infinito, anzi: meglio essere concisi ed estremamente diretti, come in questo caso

Come chiedere una referenza

Scrivere raccomandazioni per clienti o colleghi è un modo per attirare la loro attenzione e stimolare, in maniera poco invasiva, una reazione uguale da parte di questi. Quando si pubblica una referenza, il contatto “raccomandato” riceverà una notifica, e sarà stimolato a fare lo stesso. Certo, non possiamo raccomandare tutti solo per ottenere qualcosa in cambio, senza contare che in molti casi, soprattutto nel caso di clienti, non è applicabile, e rischierebbero di essere solo parole al vento: adulare qualcuno per ottenere qualcosa in cambio non porterà vantaggi a nessuno dei due, e per questo motivo è consigliabile raccomandare solo persone di cui possiamo certificare la competenza, in uno specifico ambito. Una referenza, del resto, è più di un like, e deve far emergere l’unicità e la capacità di quella persona. Lo stesso vale nel senso opposto: chiediamo ai clienti e colleghi solo referenze dimostrabili. Inutile chiedere cose del tipo “Per favore, puoi scrivere che sono bravissimo a fare siti web?” se non gli abbiamo sviluppato il sito. Può sembrare ovvio, ma ci sono anche personaggi che cercando di potenziare con questi trucchetti il proprio profilo. Ma i risultati, come facilmente intuibile, non solo i migliori.

Fatta questa premessa, veniamo al punto: come si chiede una referenza su LinkedIn? Esattamente come visto in precedenza per realizzarle: si va sul profilo della persona cui vogliamo fare la richiesta, si clicca su Altro e si seleziona Chiedi una referenza. La procedura è identica a quella vista in precedenza e bisognerà indicare la relazione e la posizione. Al passaggio successivo, invece, si dovrà comporre un messaggio per richiedere al contatto di supportarci realizzando una referenza per noi.
I più timidi potranno sentirsi invadenti, è comprensibile, ma non c’è nulla di cui vergognarsi: è una prassi normale e molto adottata. Soprattutto, non stiamo parlando di una sorta di marchetta, ma di un’opportunità di networking. Ovviamente, chiediamolo solo se abbiamo la certezza di aver fatto un lavoro che è stato apprezzato: se durante la collaborazione sono emersi problemi insormontabili o pesanti divergenze, difficilmente (e comprensibilmente) otterremo una referenza. Meglio insomma concentrare gli sforzi sui lavori, le collaborazioni e le consulenze che hanno portato i risultati migliori.

Referenze su LinkedIn: a chi chiederle?

Idealmente, si dovrebbero richiedere referenze a tutti i clienti e le persone con cui si è lavorato: gli ex-capi sono le prime persone cui chiederle (soprattutto se l’obiettivo è trovare un nuovo lavoro…). Ci conoscono, hanno una conoscenza approfondita dei nostri pregi e difetti, e sono le persone più indicate per supportarci. Ma questo vale anche per i clienti (soprattutto se l’obiettivo è commerciale): vedere un profilo LinkedIn ricco di raccomandazioni effettuate dai clienti è un plus da non poco. Significa che chi ha avuto a che fare con noi, oltre ad averci pagato, è rimasto talmente soddisfatto da dichiararlo pubblicamente.

Quello da non fare assolutamente è scambiarsi referenze con colleghi e amici come se fossero figurine: fanno numero, ma non sono incisive, e non supportano nel raggiungimento degli obiettivi di business. Si rischierebbe solo di dare l’impressione di un gruppo di furbetti che ridono dandosi gran pacche sulla spalla.

Referenze su LinkedIn: qualche suggerimento

I più timidi probabilmente non si sentiranno a loro agio nel richiedere una referenza a ex datori di lavoro o attuali clienti, in parte anche perché come abbiamo detto questo approccio non è radicato nella cultura italiana, al contrario di quanto avviene all’estero, in particolare nel mondo anglosassone. Se chiedere una referenza può sembrare troppo sfacciato, si può sempre prendere l’iniziativa e scrivere una raccomandazione relativa alla persona in questione: un modo gentile per stimolare la controparte ad agire, senza chiederlo direttamente. Cialdini direbbe che si tratta di “reciprocità”.
Potrebbe capitare anche a noi di riceverne alcune non richieste: in tal caso, il consiglio è quello di non rispondere immediatamente, appena vediamo la notifica. Prendiamoci qualche giorno prima di replicare: non sembrerà uno scambio di favori, risultando più efficace.

Anatomia di una referenza perfetta

Non tutte le referenze sono uguali, e di sicuro cose del tipo “Ho lavorato benissimo con Gianluigi” non sono particolarmente efficaci: sono l’equivalente di una recensione su Amazon priva di commento, che riporta solo le stelle. Un discorso articolato funzionerà meglio, ma non è necessario scrivere muri di testo infiniti, anzi: la capacità di sintesi è importante e non è necessario usare tutti i 3.000 caratteri che si hanno a disposizione.

Una raccomandazione ben realizzata può essere composta così:

  • Una fase introduttiva, dove spieghi dove e come hai conosciuto la persona in questione
  • Spiegare perché il contatto in questione si è “meritato” una questione, sottolineando le competenze e la predisposizione
  • Quali obiettivi sono stati raggiunti? Questo è un tema fondamentale: che un professionista sia simpatico, eccentrico o empatico interessa relativamente. Quello che conta, è il valore aggiunto che ha portato: questo dovrebbe essere il focus della raccomandazione

I corsi on demand di Primopiano

Puoi seguire online, on demand, un corso sull’uso strategico di LinkedIn:

L’arte di scrivere l’oggetto di una mail: l’intervista a Carlo Brena

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Carlo Brena si occupa, dagli anni Novanta, di comunicazione nel mondo dello sport e dell’outdoor per aziende del calibro di Garmin, Trek, Selle Italia, Santini, Compex ed enti del turismo montano come Carinzia, Arabba, Asiago e Livigno grazie alla sua azienda LDL COMeta:

“Siamo un ufficio stampa e spediamo una media di 15/20 comunicati stampa alla settimana”.

Visto quando siano sommersi i giornalisti di comunicazioni del genere (personalmente non faccio più il giornalista da quasi dieci anni e me ne arrivano una ventina al giorno), qual è la vostra strategia per attirare l’attenzione del destinatario?

“La mia strategia parte da una domanda: come catturare l’attenzione di un giornalista che riceve una mail al minuto e nessuna di queste vagamente… sexy?

Tutto si gioca tra MITTENTE – OGGETTO – TITOLO – SOMMARIETTO

Questa è il nostro standard (nato dalla mia esperienza di giornalista che riceveva e riceve decine di comunicati, dove spesso non si capisce chi scrive, di che materia, dove come e quando…). Alla fine ne abbiamo fatto uno stile, che ci è stato riconosciuto come un valore”.

In pratica qual è il trucco?

“Per ogni cliente modifico il mittente scrivendo il nome del BRAND seguito da (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta). Così il destinatario sa chi gli sta scrivendo (sono sempre io che scrivo ma parlo per conto di un altro). Nell’oggetto metto da subito il tema seguito da due punti”.

Qualche esempio?

“Eccone alcuni.

GARMIN (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
VACANZE: ecco il nuovo Camper 1090, il navigatore con lo schermo extra-large per la massima comodità e facilità di utilizzo durante la vacanza itinerante

GARMIN (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
MONITORAGGIO SATELLITARE: Garmin acquisisce le attività di GEOS Worldwide Ltd per offrire agli utenti inReach un servizio di soccorso ulteriormente potenziato

SELLE ITALIA (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
CICLISMO: Fabian Cancellara nuovo ambassador Selle Italia per una partnership che si estende alle iniziative della Locomotiva di Berna

ENDU (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
CICLISMO INDOOR: l’ultimo appuntamento del 2020 è alla PEDALITALY Trebbio Virtual Race, la gara on-line del 30 dicembre

Panasonic Air Conditioning (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
AIR CONDITIONING: la linea di unità di condensazione CO2 di Panasonic si arricchisce del nuovo modello da 7,5 kW

ENDU (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
CICLISMO INDOOR: il versante bresciano del Passo del Tonale teatro della sfida di Pedalitaly Xmas Pack 2020

GARMIN (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
SPORT: presentati i sei progetti sportivi vincitori dei Garmin Beat Yesterday Awards che vedranno la luce nel 2021

COMPEX (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
FITNESS: Ion e Molecule, le due novità smart per l’automassaggio firmate Compex

SANTINI (Press office by LDL COMeta)
TRIATHLON: per l’estate 2021 i body super aerodinamici firmati Santini

Se poi è un periodo speciale (Natale, Pasqua, festa della donna…) metto il tema seguito dai due punti:

CLIMBING TECHNOLOGY (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
NATALE: ai regali per chi ama arrampicare ci pensa CLIMBING TECHNOLOGY”.

Questo per i comunicati stampa, esistono altre tipologia di mail che inviate?

“Sì, se la mail è un invito, lo scrivo subito, così chi lo riceve capisce che si tratta di un evento o qualcosa del genere:

GARMIN (ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
INVITO – GARMIN: Beat Yesterday 2020, i sogni si possono realizzare – martedì 15 dicembre 2020, Milano

GARMIN (ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
SAVE THE DATE – GARMIN: Beat Yesterday 2020, i sogni si possono realizzare – martedì 15 dicembre 2020, Milano”
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Quindi il trucco è che l’oggetto deve contenere delle informazioni chiare che attirino la curiosità…

“Già, e non è proprio così semplice. Se il destinatario supera questi due punti (MITTENTE e OGGETTO), arriva a leggere il TITOLO che deve contenere altre informazioni aggiuntive rispetto a quelle presenti nell’oggetto. E anche qui non sempre ci si riesce…”

Quanto deve essere lungo l’oggetto?

“Il titolo deve possibilmente essere lungo non più di due righe, in stampatello, bold, carattere 24/26… Poi dipende dallo stile grafico che vuole il cliente. Poi c’è il SOMMARIETTO che in 4/8 righe sintetizza il testo del comunicato”.

Un ultimo segreto?

“Segreti? Un bel dizionario dei sinonimi e un uso moderato di terminologia inglese.”

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Analizzare un titolo scientificamente con Headline Analyzer

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Fare un titolo efficace per un articolo da diffondere online non è banale, dal momento che bisogna tenere conto di due aspetti. Uno è relativo ai contenuti, alla capacità del titolo stesso di interessare il pubblico, mentre il secondo aspetto è prettamente tecnico: il numero di parole, l’equilibrio dei termini emozionali, comuni e delle Power Word, il sentiment e via dicendo.
Se dal punto di vista dello stile c’è poco da fare e bisogna essere creativi, sotto il profilo tecnico non mancano strumenti che analizzano la headline, il titolo, e restituiscono un punteggio che tiene conto dei tanti parametri che permettono di valorizzare al meglio il contenuto che si vuole promuovere. Uno degli strumenti più potenti è Headline Analyzer, che è gratuito (ma bisognerà cedere la propria e-mail) e funziona molto bene. Purtroppo, non supporta l’italiano, ma alcune delle ottimizzazioni che suggerisce non necessitano della comprensione della nostra lingua.

Headline Analyzer: un servizio gratuito che aiuta a valutare i titoli e suggerisce come renderli efficaci

Utilizzare Headline Analyzer è tanto semplice quanto fare una ricerca su Google. Basta andare all’indirizzo https://coschedule.com/headline-analyzer e inserire il titolo che si desidera venga valutato.

Il servizio è gratuito ma come ben noto a chi lavora nel settore del marketing… “quando qualcosa è gratis il prodotto sei tu”. Non a caso alla prima analisi verrà richiesto di inserire alcuni dati: nome e cognome, e-mail, azienda e sito aziendale. Non si tratta di una registrazione, non verranno richiesti login e password, quindi non è necessario mettere dati corrispondenti al vero.

Una volta date in pasto le informazioni, Headline Analyzer mostrerà un punteggio, generico, oltre a una serie di consigli su come poterlo migliorare. Il punteggio è molto basso? Non c’è bisogno di preoccuparsi: come già detto, viene riconosciuta solo la lingua inglese quindi alcuni parametri saranno a zero, non valutati, abbassando quindi lo score complessivo. Scrollando in basso, sarà possibile analizzare una a una le varie sezioni.

Word Balance

La prima sezione, Word Balance, sarà quella più disastrosa, se lo si usa per analizzare titoli in italiano. Un fatto scontato, dato che come anticipato non è in grado di comprendere altre lingue al di fuori dell’inglese. Vale però la pena di soffermarsi qualche minuto per capire come andrebbero scelte le parole per rendere un titolo il più efficace possibile. Secondo una serie di analisi condotte sui titoli che hanno generato più clic ed engagement, un titolo ideale3 dovrebbe avere un corretto bilanciamento fra parole comuni (Common), quelle che si suppone tutti conoscano e che costituiscono le base di una frase, parole poco comuni (Uncommon), quelle usate meno frequentemente nel parlato e nei testi, parole emozionali (Emotional), cioè aggettivi o termini che generano empatia con il lettore (come “emozionante”, “utile”, “intrigante”) e Power Words, cioè quei lemmi considerati più “potenti” sotto il profilo del marketing, in grado di attirare l’attenzione del lettore e spingerlo al clic. Esempio di Power Word possono essere “unico”, “sorprendente”, “un’affare”, “sconto” e, ovviamente, la più potente di tutte nel caso di prodotti i servizi: “gratis”.

Secondo gli autori di Headline Analyzer, un titolo efficace è così strutturato:

  • parole comuni: 20/30%
  • parole poco comuni: 10/20%
  • parole emozionali: 10/15%
  • Power Word: almeno una

Headline Type

Se scriviamo in italiano anche questo campo sarà poco utile, dal momento che qualunque cosa indicheremo verrà valutata come Generic, cioè un titolo generico. Quello che è importante sapere quando si realizza un titolo è che i titoli più efficaci sono rappresentati da domande (Es: “Come miglioro il mio profilo LinkedIn?”), liste (“I 10 profili più apprezzati su LinkedIn”) o tutorial (“Come migliorare il posizionamento nella SERP di Google”).

Sentiment

Anche in questo caso, non potendo interpretare l’italiano, il Sentiment verrà indicato come neutrale, indipendentemente da cosa abbiamo scritto. Per ottenere un maggiore engagement, però, un titolo dovrebbe esprimere qualche emozione, non necessariamente positiva. Sicuramente i messaggi rinforzanti piacciono alle persone, ma non meno di quelli “negativi”, non certo intesi come insulti, però: “Il regista XXX ha toppato: il suo ultimo block buster è inguardabile!” esprime un concetto negativo, ma attirerà le persone. Importante, poi, che l’articolo argomenti la critica: a parlare male, sono bravi tutti. Per fare critica, è necessaria competenza del settore.

Skimmability

Una voce che potremmo tradurre in italiano (terribile) con “scremabilità”. Il concetto da comprendere è semplice: le persone tendono a focalizzarsi sulle prime tre parole e le ultime tre di un titolo. Ecco che, idealmente, dovremmo sintetizzare il concetto in modo che sia comprensibile anche per chi “salta” la parte centrale. Non è necessario impazzire a cesellare frasi che funzionino, ma tenere conto di questo parametro quando si scrive una headline può aiutare a migliorare la leggibilità.

L’estensione per browser di Headline Analyzer

Headline Analyzer include anche ulteriori voci, che però non vengono visualizzate. Per accedere, sarà necessario installare il plugin per il browser cliccando sul pulsante. Si verrà riportati alla pagina del Chrome Web Store del plugin e cliccando su Aggiungi estensione verrà integrato col browser. Non è sufficiente installarlo, però, ma sarà necessario creare un account. Abbiamo già indicato in precedenza i dati, quindi dovremmo solo aggiungere una password.

L’estensione del browser eviterà di dover accedere al sito di Headline Analyzer per verificare la bontà di un titolo e ottenere punteggio e suggerimenti: basta un clic sull’icona dell’estensione per aprire una tab dove inserire il testo. Verranno date alcune indicazioni generiche e lo score, ma per avere un rapporto completo bisognerà digitare cliccare su Get Full Analysis, molto dettagliata, con tanto di grafici, suggerimenti e addirittura l’accesso a un dizionario dei sinonimi e contrari pensato proprio in ottica SEO. Come al solito, sempre in inglese.
Purtroppo, le analisi dettagliate non sono gratuite: dopo le prime tre, sarà necessario abbonarsi per avere ulteriori analisi, non proprio economiche. Parliamo di 10 dollari al mese per 5 analisi, 29 dollari mensili per 20 analisi e 49 dollari per 60 analisi. Certo, non sarà necessaria l’analisi approfondita di tutti i tanti parametri se non per quei pochi articoli al mese sul quale si vuole concentrare una campagna di comunicazione, o una pubblicità. Per i rimanenti, le informazioni date dall’analisi gratuita sono più che sufficienti, soprattutto se non si scrive per un pubblico che parla inglese.

Strumenti per ottimizzare le headline

Headline Analyzer è uno dei tool più efficaci per ottimizzare i titoli, ma non è l’unico. Chi usa WordPress come piattaforma, per esempio, probabilmente conoscerà Yoast SEO (https://yoast.com/wordpress/plugins/seo), disponibile sia in versione gratuita sia in quella Premium, che offre più opzioni. Yoast è molto utile perché, oltre al titolo, tende ad analizzare anche altri aspetti, come l’utilizzo delle keyword in tutto il post, il sottotitolo, i tag e via dicendo. Mancano completamente le valutazioni sul sentiment e altri aspetti semantici ed emotivi, ma è molto efficace dal punto di vista più tecnico, per le lunghezze, la frequenza ideale delle parole chiave e via dicendo. Il sistema a semafori è molto comodo ma bisogna usarlo con intelligenza: impazzire per cercare di avere tutti i semafori verdi non garantirà un titolo necessariamente migliore. E alcuni suggerimenti, pur basati sulle best practices suggerite, non necessariamente renderanno un titolo più efficace. DI contro, potrebbero facilmente rendere un testo illeggibile, perfetto forse per un motore di ricerca, ma inadatto ad attrarre l’attenzione di un essere umano, che alla fine è quello che si vuole ottenere.

Un altro servizio molto simile a Headline Analyzer Tool è Capitalize My Title (https://capitalizemytitle.com). Inserito il titolo, offrirà, senza registrazione, dei punteggi relativi ala leggibilità, al SEO e anche al sentiment, accompagnati da una serie di suggerimenti. L’interfaccia è meno bella a vedersi rispetto allo strumento analizzato in precedenza ma è molto funzionale.

Rimangono gli stessi problemi con il supporto a lingue che non siano l’inglese, ma è un limite comune alla stragrande maggioranza degli strumenti disponibili. Capitalize My Title, come suggerisce anche il titolo, ha un’altra funzione, a tratti banale, ma che in alcuni casi torna molto utile. Alcune testate, infatti, tendono a non seguire le regole standard dell’italiano (o dell’inglese) per le maiuscole, ma preferiscono usare un approccio meno corretto formalmente ma più efficace online, come scrivere tutto il titolo in maiuscolo (è il caso di Dagospia, fra i giornali italiani), oppure usare tutte le iniziali maiuscole o altro. Quando si devono riscrivere numerosi titoli seguenti questi schemi, Capitalize My Title permette di risparmiare davvero molto tempo. E riduce la possibilità di refusi, che non è una cosa da disprezzare.

Altri 10 headline analyzer

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TikTok è utile per le aziende? Intervista ad Alessio Atria per Startup News

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Questo articolo è stato pubblicato su Startup News il 4 marzo 2021.

Alessio Atria è noto in Rete come “Mr.TikTok”. 31 anni, milanese, un passato nel mondo della ristorazione, ha poi trasformato la passione per marketing e digitale in un lavoro. Due anni fa ha scoperto TikTok, piattaforma social cinese ormai sulla bocca di tanti (non tutti) e ha scritto anche due libri sul tema: “Scopri i Segreti di TikTok” e “TikTok per il Tuo Business”.

Alessio, di cosa ti occupi in pratica?

Sono un consulente per la comunicazione digitale. Prima di tutto analizzo la presenza digitale del cliente sulle varie piattaforme, analizzo il mercato e i competitor su TikTok, definisco una strategia di crescita, adattando la comunicazione in base allo stile del cliente alla piattaforma. Poi lavoro sui contenuti: piano editoriale, ricerca video virali da cui prendere spunto, gestire le pubblicazioni su TikTok fino a rendere il cliente autonomo.

TikTok funziona come Instagram, dove fino a poco tempo fa la facevano da padrone sponsorizzazioni e soprattutto automazioni?

No, per me lo scopo è quello di aiutare i clienti a raggiungere gli obiettivi prefissati, in particolar modo in maniera organica, senza automazioni o sponsorizzate, sfruttando al meglio la creazione dei contenuti e la viralità “fisiologica” che in questo momento è ancora preponderante in TikTok.

A tal proposito consiglio a chi vuole buttarsi su TikTok di farlo al più presto, veicolando video, quiz, indovinelli, considerazioni ed elenchi interessanti per propria la nicchia di riferimento: oggigiorno si può arrivare a migliaia di persone (anche milioni…) senza pagare un centesimo. Questo tipo di vantaggio non durerà per molto.

Hai fondato “TikTok Hacks Italia”: cos’è?

Si tratta di un gruppo Facebook del quale sono il fondatore e moderatore: si tratta del primo e più grande gruppo in italiano (3.500 utenti attivi, ndr) in cui ho radunato chi vuole approfondire gli aspetti di TikTok, condividere esperienze e confrontarsi.

Giornalmente inseriamo gli “hacks”, ossia i metodi migliori che man mano escono su TikTok per diventare virali. Molti sono i temi che approfondiamo: come usare al meglio l’algoritmo, come veicolare il marketing, quali sono le metodologie di guadagno, come partire con un nuovo account, quali news approdano, i casi studio e come ispirarsi, moltissimi suggerimenti o tips, le strategie più performanti, conoscenze specifiche avanzate.

TikTok è ultimamente al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica per le challenge e altri fatti di “nera”, tra l’altro tutti da dimostrare.

Per i fatti accaduti da challange improbabili su TikTok, posso dirti che conoscendo alcuni grandi Content Creator di diverse nicchie all’interno della piattaforma, nessuno ha mai visto quella challange. Si pensa che arrivino da altri social e che ovviamente il nome TikTok faccia più notizia rispetto ad altri. Ad alcuni competitor dà fastidio che un’app cinese abbiamo battuto tutti i record di crescita (più di 2 miliardi di download ad aprile 2020, ndr).

Quali sono le domande che ricevi più spesso su TikTok?

Eccole:

  • non è una piattaforma solo per balletti e contenuti comici?
  • non è solo il social dei ragazzini?
  • come si comunica su questa piattaforma?
  • Posso far crescere il mio business con TikTok?

Molti imprenditori hanno questa visione sbagliata. Altro che ballettini e barzellette: i contenuti formativi, fatti da veri esperti, stanno aumentando da quasi un anno. A vista d’occhio! Perché? Perché il contenuto formativo permette di intrattenere gli utenti su Tiktok, di conseguenza l’algoritmo premia dando visibilità.

Quindi l’età media si sta alzando?

L’età media nell’ultimo periodo è aumentata notevolmente. Tralasciando i dati ufficiali (il 41% degli utenti di TikTok ha un’età compresa tra i 16 ei 24 anni, ndr), la mia esperienza dice che possiamo raggiungere un pubblico compreso tra i 13 e i 45. Non è più, da tempo, un social solo per ragazzini. Anche in Italia: su gli otto milioni di utenti, la fascia 25-34 anni ha avuto nell’ultimo anno un boom: +258%.

Torniamo al lato business e aziendale: come dovrebbe muoversi un’azienda?

Se nel marketing tradizionale il contenuto deve attirare l’attenzione del massimo numero di utenti possibile, in TikTok è l’utente stesso che in prima persona “crea” la campagna attraverso il video, un contenuto breve, immediato, con linguaggio semplice. In pratica, da procedimento passivo a cui siamo abituati, il marketing diventa attivo, che si fa in prima persona e non si subisce. Quella che abbiamo di fronte è una rivoluzione anche dal punto di vista del concetto di pubblicità. Gli utenti creano i propri video per una challenge o in risposta a una campagna, e nello stesso tempo i brand che le hanno create trasmettono la sensazione di far parte di una community più ampia.

Cambia anche il mestiere dell’influencer?

Gli Influencer sono più “reali” e liberi di sperimentare, perché gli utenti sono sicuramente più di supporto, propensi alla condivisione. Su TikTok è ormai nata e sviluppata una vera e propria community di make-up artist amatoriali, cosplayer e artisti di ogni sorta che, con rapidità e facilità, collezionando follower, condivisioni e commenti. E non solo: monetizzano abbondantemente.

In ogni caso su TikTok bisogna stare attenti, più che su altri canali, a non essere autoreferenziali. Si deve vendere senza vendere.

Parliamo di advertising su TikTok?

Quello che posso dire è che, nonostante sia ancora un po’ “acerba” rispetto al Business Manager di Facebook, TikTok for Business è molto semplice da utilizzare. Dà la possibilità di targettizzare per nazione, regione, età e interessi; puoi anche creare delle audience personalizzate. Per i costi hai un budget minimo giornaliero di almeno 20 euro per ogni gruppo di annunci e di 50 euro per ogni campagna. In molti pensano che si debba spendere per forza tutto il budget ma, in realtà, non è così: puoi decidere di mettere in pausa gli annunci quando vuoi. Quello che non consiglio è di continuare a fermare le campagne per poi farle ripartire.

Puoi dare i numeri (in senso buono)?

Di solito per la campagne sui social si pagano visualizzazioni o clic. 1000 visualizzazioni possono costare da 15 a 60 centesimi, 1000 visualizzazioni in target da 60 a 1,5 euro, massimo 2. Il costo per clic va da 80 centesimi a 1,5 euro.

In termini di conversioni?

Dipende dalla creatività, dal prodotto o servizio che offri e dalla landing page di atterraggio. Diciamo che tutti i costi dipendono comunque dal contenuto e da come “rankano” le aste. Perché anche su TikTok vi è il sistema ad aste per gli annunci: in base al contenuto, al target e all’offerta, ti permette di spendere di più o meno per una determinata sponsorizzata.

Alcuni dei risultati che hai ottenuto?

Purtroppo non possono fare nomi per privacy, ma ecco alcuni risultati. 5000 visite a un sito Web con 500  euro di TikTok Ads. All’incirca 35 conversioni in tre mesi con tre acquisti di un corso professionale dai 1.500 euro in su, con 1.500 euro di TikTok Ads. E ancora: 1,3 milioni di view su TikTok e 4.000 view su Youtube con  300 euro di boost post tramite Tiktok Ads. 500 contatti in poche ore tramite campagna di influencer marketing in organico senza Tiktok Ads.

Consigli su come creare le Ads?

Primo: non usare video riadattati, girarli in formato verticale così da occupare tutto il display e confondersi meglio con i contenuti degli utenti. I balletti non sono molto consigliati. Ci deve essere una persona che ci mette la faccia: recensioni di un prodotto o servizio, come si utilizza, che benefici porta e così via. No alle markette!

Infine, quali suggerimenti daresti a una startup che volesse sfruttare TikTok?

Secondo me occorre riadattare la comunicazione, studiare una strategia, affidare il canale a una figura o al massimo due, così che gli utenti si affezionino a loro. Creare contenuti video, suscitare interesse, curiosità e raccontare storie.

Una Startup deve utilizzare TikTok come vetrina e non come unico canale di acquisizione, ovviamente deve prima controllare se effettivamente è in target con l’audience. In base all’obiettivo, devo poi decidere se fare Adv direttamente per acquisire lead e non usare la parte organica (anche se consiglio di usare entrambe), oppure fare delle campagne di influencer marketing.