Consigli SEO per aumentare la visibilità dei video su YouTube

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Nell’ultimi decennio Youtube ha mutato pelle, strizzando l’occhio sempre di più all’ecommerce. La piattaforma di Google è il secondo sito più visitato al mondo (indovina qual è il primo…) e il secondo motore di ricerca più usato (indovina qual è il primo…) e ha immense potenzialità non solo a livello di marketing. Infatti, Big G sta puntando a inserire a una sezione ad hoc per vendere i prodotti che ammiri nei video: basteranno un paio di clic per acquistare quello che desideri senza dover passare per altre piattaforme (vedi Amazon). Per ora il colosso di Mountain View si è limitato a monitorare i dati ottenuti chiedendo ai produttori di video di taggare i prodotti inseriti nei video. Il piano (neanche troppo nascosto) di Google è quello di creare una sorta di vetrina digitale/catalogo di prodotti in modo che gli utenti possano passare direttamente dai filmati all’acquisto degli articoli contenuti. L’azienda sta lavorando per integrare al meglio la piattaforma Shopify che dovrebbe permettere di vendere i prodotti direttamente tramite video, trasformando la piattaforma in una sorta di enorme catalogo. Pensata per il merchandising dei creator di contenuti, questa funziona per ora è stata provata su un numero limitato di canali video.

YouTube all’inseguimento di Twitch

YouTube non è altro che un gigantesco motore di ricerca: l’approccio richiesto è quello che si usa per i tradizionali search engine. Anche i video richiedono la stessa ottimizzazione che si utilizza per le normali pagine web. Durante la pandemia il formato video ha resistito all’attacco delle piattaforme di live streaming come Twitch, le preferite dalla cosiddetta Generazione Z. Di proprietà del colosso Amazon dal lontano 2014, la piattaforma è stata utilizzata negli ultimi anni soprattutto per lo streaming videoludico: milioni di videogiocatori si filmano in tempo reale mentre giocano e condividono le proprie partite con altre persone che guardano e interagiscono. Dai videogiochi Twitch si è via via aperto ad altri settori dell’intrattenimento, strizzando l’occhio al cinema, sport e musica e persino alla moda con sfilate di brand prestigiosi trasmesse live sulla piattaforma. L’intrattenimento per gli utenti su Twitch è gratuito, mentre chi trasmette in streaming può monetizzare le proprie dirette chiedendo agli spettatori di abbonarsi al proprio canale, promuovendo le cosiddette donazioni spontanee o sponsorizzando determinati prodotti. Le potenzialità di Twitch sono notevoli da un punto di vista commerciale ed è lì che YouTube e la stessa Google stanno puntando.

La parola d’ordine è ottimizzazione

Per monetizzare e aumentare il traffico web vale sempre la stessa regola: “ottimizzazione”. Ottimizzare i propri video significa salire più in alto nel famoso “PageRank” proposto da sua maestà Google. Sfruttando la SEO (Search Engine Optimization) puoi migliorare la visibilità e la posizione del sito Web nei risultati organici/puri (quelli non a pagamento) dei motori di ricerca, e per farlo è necessario seguire una serie di accorgimenti/tecniche. Oltre a ottimizzare la struttura del sito (vedi codice HTML), a migliorare i testi e i link presenti sul sito (specialmente i “backlink”) è necessario prestare molta attenzione nell’inserimento delle “parole chiave”. L’ottimizzazione dei video in YouTube funziona allo stesso modo: bisogna cercare le keyword ideali per il nostro settore e quelle che gli utenti tendono a utilizzare durante la ricerca di un prodotto o di un servizio simile al nostro. Per fortuna ci sono dei programmi che possiamo utilizzare per trovare le parole giuste: uno di questi è Google Keyword Planner.

Google Trends è un valido aiuto

Un’altra tecnica che puoi usare per trovare la “parola magica” è quella di analizzare i cosiddetti trend nel settore che più interessa. È consigliabile dare un’occhiata ai video più popolari e simili al tuo per trovare le informazioni che cerchi: le parole chiave e le “frasi target” che gli utenti digitano sul motore di ricerca di YouTube. La piattaforma di Google offre anche all’utente una funzione di completamento automatico per trovare le frasi giuste per il tuo target.

Un altro strumento che possiamo sfruttare per migliorare e rendere più efficiente la nostra lista di parole chiavi è quello di analizzare i trend del momento: con Google Trends si possono ricavare informazioni sugli interessi degli utenti che fanno ricerche analizzando le keyword più popolari e combinando una serie di dati. Basato su Google, il tool permette di conoscere la frequenza di ricerca sui principali search engine del Web di una determinata parola o frase: le informazioni sono disponibili per area geografica o nazione e per lingua e i risultati (le “tendenze” del momento) sono accompagnati da un grafico che ne sintetizza l’andamento (ricerca o visualizzazione). Google Trends si dimostra particolarmente utile quando occorre analizzare un elenco di parole chiave, soprattutto se bisogna scegliere quella giusta. Quando fai una semplice ricerca sul motore di Mountain View, tra i risultati spesso vengono forniti dei link a video di YouTube. La ricerca organica, ossia quei risultati che non derivano da una transazione economica, è un altro modo per individuare le parole chiavi: presta molta attenzione a quello che Google propone. Ottimizzando le keyword puoi migliorare le performance dei video sul motore di ricerca e le visualizzazioni.

Google Search per migliorare le ricerche organiche

Google Search Console è un servizio che permette di monitorare il proprio sito nei risultati proposti dal motore di ricerca di Montain View: questo strumento permette di comprendere e migliorare il modo in cui gli algoritmi di Google “vedono” il tuo sito. Per migliorare le performance puoi usare una serie di programmi chiamati Rank Tracker che permettono di scovare i video nelle ricerche organiche e trovare le keyword che permetteranno di scalare le classifiche del celebre algoritmo PageRank. Con un Rank Tracker devi semplicemente impostare YouTube come motore di ricerca preferito per avere accesso a una serie di classifiche e risultati attraverso il classico SERP (“Search Engine Results Pages”, le pagine dei risultati del motore di ricerca). Sono a disposizione più di una ventina di metodi di ricerca per trovare le parole chiave e scoprire quelle che permettono di macinare più visualizzazioni.

Il Machine Learnig è ovunque, anche su YouTube!

Il machine learning viene definito come un “sottoinsieme” dell’Intelligenza Artificiale che si occupa di creare sistemi che apprendono o migliorano le performance in base ai dati che utilizzano. Gli algoritmi sono il cuore pulsante del machine learning che ormai è utilizzato ovunque e per qualsiasi cosa. L’apprendimento automatico è utilizzato da Google già da parecchio tempo: grazie al machine learning, per esempio, YouTube può identificare gli oggetti presenti in un video e calcolarne la rilevanza in una possibile query di ricerca. Non puoi affidarti solo a questa tecnica per creare dei video virali: puoi ricorrere – come sempre – ai soliti vecchi e affidabili metadati.

I vecchi metadati funzionano sempre

Quando carichi un video su YouTube è importante ottimizzare i metadati sin da subito e trovare il titolo “giusto” per catturare l’attenzione degli spettatori. Una titolazione “acchiappa visualizzazioni” deve seguire due regole fondamentali: contenere le parole chiave utili a fare indicizzare il video e riassumerne l’argomento contenuto. Per avere qualche spunto è consigliabile dare un’occhiata ai video più popolari e a quelli della concorrenza: i titoli che funzionano bene sono quelli che totalizzano più visualizzazioni.

Devi preparare un titolo interessante che permetta agli utenti di “vedere” quello che hanno digitato: scrivere qualcosa di falso o caricarlo di un’eccessiva aspettativa non è mai una soluzione vincente. Un altro piccolo consiglio è quello di scrivere un titolo che non sia eccessivamente lungo: 50/60 caratteri sono più che sufficienti per attirare l’attenzione dei potenziali utenti. Un altro requisito essenziale è la descrizione dei video: bastano un paio di righe ben scritte (solitamente un centinaio di caratteri) per “colpire” il bersaglio, mentre non è necessario esaurire tutto lo spazio disponibile (circa un migliaio di caratteri). Ecco perché è importante posizionare nelle prime righe le parole chiave, inserire una CTA (Call To Action) per portare l’utente sul sito, oltre agli immancabili account social e così via.

Le immagini di anteprima

L’immagine di un’anteprima personalizzata può essere un’idea semplice e al tempo stesso vincente: le informazioni visuali sono percepite dalla nostra mente molto più velocemente di quelle testuali. È importante trovare l’immagine giusta per stuzzicare e attirare i potenziali utenti: il processo è simile a quello che avviene con la copertina di un libro. YouTube, per esempio, permette di scegliere tra una serie di “miniature” generate in modo automatico: non sempre quelle proposte dall’algoritmo di Big G si rivelano vincenti. È consigliabile prepararne qualcuna ad hoc. Innanzitutto, devi prestare attenzione a una serie di parametrici tecnici: le miniature, per funzionare in modo adeguato su PC e su tutti i dispositivi mobile, devono avere una risoluzione a 1280×720 pixel e nel formato 16:9. Le miniature devono essere inferiori ai 2 Mb mentre i formati supportati sono piuttosto limitati (.jpg, .gif, .bmp, o .png). È importante aggiungere del testo alla miniatura per renderla più informativa e accattivante.

Per progettare la parte grafica del canale e le miniature per il mio canale YouTube uso Canva, un programma molto versatile e ricco, capace di offrire una enorme selezione di template gratuiti (circa 250.000), immagini e tutto il necessario per personalizzare il tuo lavoro. Il programma è disponibile in versione gratuita e a pagamento tramite la sottoscrizione di un abbonamento mensile.

TubeBuddy per organizzare al meglio il nostro canale YouTube

Per aiutare gli utenti a scoprire i tuoi video, puoi usare i classici tag inserendoli direttamente nel codice sorgente. Sembra un’operazione piuttosto complicata ma non lo è, se usi lo strumento giusto. Con TubeBuddy, per esempio, puoi organizzare al meglio il tuo canale YouTube, spiando i competitor e migliorando l’efficienza dei tag.

TebeBuddy è un’estensione per browser che aggiunge una serie di funzioni utili che aiutano a risparmiare un po’ di tempo. Una delle feature più apprezzate è la possibilità di monitorare la concorrenza: TubeBuddy permette di controllare il posizionamento di un video velocemente, promuoverlo all’interno di altro, programmarne la pubblicazione, studiare i tag usati dai concorrenti, personalizzare e miniature, creare dei template per le schede finali e molto altro. Per ottimizzare il tutto è importante partire da tag specifici e lunghetti (del tipo “colorare la camera da letto di azzurro San Patrizio”) per arrivare ad altri un po’ più semplici e corti (“colorare la camera”) decisamente più efficaci. È importante poi ricordarsi di inserire anche i tag relativi ai brand o alle persone/testimonial presenti nei nostri video.

Gli immancabili hashtag arrivano anche su YouTube

Nei social network sono fondamentali e lentamente lo stanno diventando anche su YouTube. Per aumentare la visibilità dei nostri video possiamo usare i celebri hashtag (il famoso cancelletto “#”).

Servono per creare una sorta di comunità collegando video che trattano lo stesso argomento ma prodotti da persone diverse. Tutto quello che dobbiamo fare è inserirli nelle descrizioni dei video e questi verranno successivamente mostrati sopra il titolo del video stesso. Molti video vecchi non hanno gli hashtag: YouTube ha aggiunto questa funzione solo un paio di anni fa. Il mio consiglio è di aggiungerli assolutamente!

È importante ricordare che gli hashtag sono cliccabili e possono portare l’utente via dal canale per andare su quello altrui. Oltre a riproporre un hashtag in linea con il contenuto è importante non esagerare: la piattaforma di Google ha fissato il limite a 15 per un singolo video. Se il video piace, YouTube ti premierà. Per fidelizzare i tuoi utenti devi produrre dei contenuti di qualità, interagendo e coinvolgendo il potenziale pubblico. Il “tempo di visione” è la chiave del successo per scalare le classifiche di YouTube e trattenere le persone per un periodo di tempo più lungo è fondamentale per monetizzare. Per ottimizzare il tempo di visione, occorre analizzare i cosiddetti “Rapporti del Tempo di visualizzazione” che sono una fonte preziosa di informazioni e dati sul potenziale pubblico. In questo modo è possibile capire il grado di coinvolgimento degli spettatori e scoprire cosa piace e cosa no. Per promuovere un canale è importante creare delle playlist che trattano argomenti simili e che verranno riprodotti automaticamente ogni volta che qualcuno guarda un video della serie. Un altro modo efficace per coinvolgere gli spettatori è quello di inserire una domanda diretta nel video: in questo è possibile interagire con il pubblico tramite i classici commenti.

YouTube Studio e tutti i suoi strumenti

Per capire in quali aree migliorare il video, si può usare YouTube Studio (nello specifico il programma “Analytics”) che mette a disposizione una serie di strumenti per vedere quali video generano le iscrizioni e le cancellazioni al canale, l’area geografica in cui un particolare contenuto video è più popolare e altre preziose informazioni riguardanti le abitudini di visualizzazione degli spettatori e scoprire da dove proviene il traffico. È importante ricordare che avere molti “Mi piace” e un gran numero di iscrizioni permette di salire in alto nel gradimento degli algoritmi di YouTube: con molti iscritti i video possono scalare le classifiche delle visualizzazioni facilmente. È importante tenere a mente che YouTube è prima di tutto un motore di ricerca: ciò significa che molti utenti troveranno il video/canale tramite una normale ricerca oppure o il “suggerimento” di altri video.

L’importanza delle “schede” di YouTube

Uno degli strumenti più sottovalutati per chi crea contenuti dell’intero pacchetto offerto da YouTube sono le famose schede (“Card” in inglese): non sono altro che dei banner che appaiono solo per qualche istante (o per un determinato periodo di tempo da noi impostato) per proporre un canale, link, sondaggio, playlist, merchandising e crowdfunding.

Le schede hanno lo scopo di integrare i video e migliorare l’esperienza dello spettatore con informazioni specifiche e pertinenti (tramite l’aggiunta di trailer, per esempio). Un altro prezioso aiuto può arrivare dalle “schermate finali” che possono essere aggiunte negli ultimi 5-20 secondi di un video. Si possono usare per promuovere altri video, invitare gli spettatori a iscriversi e molto altro. Le opzioni per la personalizzazione della schermata finale sono molteplici: si possono applicare modelli, aggiungere nuovi elementi modificandone i tempi di visualizzazione, decidere in quali aree del video debbano essere visualizzati e così via.

Aggiungere sottotitoli e didascalie può rivelarsi utile, se consideri che più dell’80% dei video presenti su Facebook, per esempio, viene visualizzato senza volume. Può essere un’arma vincente se punti a far conoscere i video anche a chi non parla la nostra lingua o a chi ha problemi di udito.

YouTube in HD

È importante produrre i video nel formato giusto: le produzioni in HD sono molto apprezzate e ricercate, se consideri che quasi il 70% dei video in prima pagina su YouTube sono in alta definizione. Durante la pandemia la piattaforma di Big G ha fatto delle modifiche agli standard di classificazione dei video per andare incontro alle richieste dell’Unione Europea: l’Alta Definizione è passata dai classici 720p ai 1080p, mentre l’UHD è rimasta inchiodata ai 4K (2160p).

Promozione tramite i social

Dopo avere ottimizzato il video, per ottenere visualizzazioni extra e monetizzare occorre fare un po’ di promozione. I social network sono il luogo ideale per far conoscere i contenuti: se hai un buon seguito di follower (tu o la tua azienda) puoi sfruttare i soliti Twitter, Instagram e Facebook; se hai un blog o un sito, come nel mio caso, basta copiare il link sulla pagina, o embeddare il video, per metterlo a disposizione degli utenti. Per esempio, i link contenenti dei video vengono inoltrati sei volte più spesso di quelli con foto.

Per monitorare la visibilità dei contenuti puoi utilizzare una serie di strumenti come Awario, Mention o Brandwatch. I social network hanno molta influenza sull’algoritmo di YouTube e sul cosiddetto ranking. Grazie a questi tool puoi ottenere una serie di importanti informazioni sui video, analizzare la presenza sui social e l’efficacia delle strategie di promozione. Puoi raccogliere anche dati sulla concorrenza e sulle strategie da loro adottate. Con un programma come Awario, per esempio, basta inserire l’URL del video per studiarne l’efficacia tramite i social media e gestire i “Mi Piace” e i commenti e tutti gli altri aspetti di YouTube.

Non trascurare i blog

Un’altra strategia di promozione che sembra funzionare molto è quello di sfruttare i blog. Mettere dei video nei post funziona, soprattutto se metti i contenuti in quei blog dedicati alle Q&A (Question and Answer). Mettere un video in Quora, per esempio, può essere una buona idea, soprattutto se lo posizioni alla fine di una risposta.

Non c’è solo la community di Quora per promuovere i contenuti: puoi cercare forum o altri blog in cui sono richieste risposte agli argomenti che tratti. E non dimenticare le “vecchie” newsletter: basta un semplice link per aggiungere un video su come utilizzare il prodotto o sul perché sia migliore di quello dei concorrenti e così via.

L’importanza del SEO in YouTube

Il formato video è quello che funziona meglio: quando fai una normale ricerca su Google (o su qualsiasi altro search engine) sei più propenso a cliccare su un risultato che include un video anziché su uno senza. Gli utenti sono maggiormente attratti dai video e preferiscono guardare e ascoltare anziché leggere. I video sono in costante evoluzione (nei prossimi anni la comunicazione online con i video supererà l’80%) e le aziende li utilizzano sempre di più per promuovere i propri prodotti o servizi. Se vuoi che i video funzionino devi seguire una serie di regole e utilizzare i giusti strumenti.

Le referenze di LinkedIn: cosa sono, come chiederle e come usarle in maniera efficace

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Una delle sezioni più importanti di LinkedIn è quella delle referenze: un conto è vantare competenze, un altro è avere qualcuno che le conferma. Chi legge un profilo di uno sconosciuto non ha modo di verificare se quanto dice è vero o è frutto della fantasia (non sono pochi, del resto, quelli che si “vendono” certificando di possedere conoscenze inesistenti), e le referenze da parte di clienti e colleghi sono un ottimo modo di mostrare a un potenziale datore di lavoro che non si sta dando aria alla bocca: c’è qualcuno che ci ha messo la faccia, raccomandando un persona, “certificandone” in qualche maniera le capacità. Un conto è dire di aver lavorato a un progetto importante per una grande azienda, un altro è affiancare questa informazione a un commento di un capoprogetto o un dirigente che conferma non solo che abbiamo realmente svolto quella funzione, ma che lo abbiamo fatto bene. Questo vale ancora di più per i clienti. Poco conta che si vendano servizi, prodotti o consulenza: un commento di un cliente soddisfatto avrà un impatto importante sull’attività, molto più di un CV strepitoso.

Queste competenze, però, non arrivano in automatico: bisogna coinvolgere i clienti e i colleghi, richiederle attivamente, ovviamente usando il tatto necessario. In questo articolo, ti suggerirò alcune tattiche per sfruttare al meglio questa funzione di LinkedIn.

Cosa sono le referenze di LinkedIn?

Nel mondo anglosassone, e non solo, la lettera di raccomandazione è molto diffusa: viene stilata dai professori universitari (nel caso soprattutto di progetti di ricerca) o da precedenti datori di lavoro, che confermano le nostre capacità, raccomandandoci ad altri imprenditori. In Italia questo approccio è meno diffuso culturalmente, ma sta prendendo sempre più piede nel mondo digitale, spinto proprio dalle funzioni di LinkedIn. Possiamo considerare una referenza come l’equivalente di una recensione a 5 stelle di Amazon: è a tutti gli effetti la manifestazione di apprezzamento di un cliente per i prodotti o servizi che abbiamo offerto. Il social le definisce in questa maniera (anche se in questa pagina sostituisce il termine “referenza” con “raccomandazione”, forse a causa di una traduzione automatica):

Una raccomandazione è un encomio scritto da a utente LinkedIn per riconoscere il tuo lavoro.

È possibile richiedere consigli dalle connessioni di primo grado con cui si lavora o con cui si è lavorato.

Se una connessione scrive un suggerimento, si riceverà una notifica tramite un messaggio dal mittente in LinkedIn. È possibile accettare, respingere o chiedere la revisione della raccomandazione.

Una volta accettato un suggerimento dalla connessione, questa sarà visibile alla rete per impostazione predefinita. Puoi nascondere una raccomandazione che hai accettato.

È inoltre possibile riconoscere il lavoro delle connessioni scrivendo loro una raccomandazione. Se si riceve una richiesta di raccomandazione, è possibile rifiutare la richiesta e non è necessario rispondere. Tuttavia, se si scrive una raccomandazione e si cambia idea in un secondo momento, è possibile modificare una raccomandazione fornita o eliminare una raccomandazione. Non c’è limite al numero di raccomandazioni che puoi richiedere o dare.

La strategia migliore è quella di non limitarsi a chiedere, ma anche di essere attivi, raccomandando i propri clienti e colleghi: è più probabile che qualcuno confermi le nostre capacità se siamo i primi a fare questo gesto, confermando le sue.

Come scrivere una referenza su LinkedIn

Scrivere una referenza su LinkedIn è estremamente semplice: basta andare sul profilo di un contatto di primo grado (non sarà possibile scriverle per quelli al di fuori di questa cerchia), cliccare su Altro e dal menu a tendina che si aprirà selezionare Scrivi una referenza.

Alla schermata successiva bisogna aggiungere la relazione (cliente, collega, sottoposto, manager…) e la posizione lavorativa di chi vogliamo “raccomandare”. Cliccando su avanti si potrà poi scrivere la referenza vera e propria. Non c’è bisogno di muri di testo infinito, anzi: meglio essere concisi ed estremamente diretti, come in questo caso

Come chiedere una referenza

Scrivere raccomandazioni per clienti o colleghi è un modo per attirare la loro attenzione e stimolare, in maniera poco invasiva, una reazione uguale da parte di questi. Quando si pubblica una referenza, il contatto “raccomandato” riceverà una notifica, e sarà stimolato a fare lo stesso. Certo, non possiamo raccomandare tutti solo per ottenere qualcosa in cambio, senza contare che in molti casi, soprattutto nel caso di clienti, non è applicabile, e rischierebbero di essere solo parole al vento: adulare qualcuno per ottenere qualcosa in cambio non porterà vantaggi a nessuno dei due, e per questo motivo è consigliabile raccomandare solo persone di cui possiamo certificare la competenza, in uno specifico ambito. Una referenza, del resto, è più di un like, e deve far emergere l’unicità e la capacità di quella persona. Lo stesso vale nel senso opposto: chiediamo ai clienti e colleghi solo referenze dimostrabili. Inutile chiedere cose del tipo “Per favore, puoi scrivere che sono bravissimo a fare siti web?” se non gli abbiamo sviluppato il sito. Può sembrare ovvio, ma ci sono anche personaggi che cercando di potenziare con questi trucchetti il proprio profilo. Ma i risultati, come facilmente intuibile, non solo i migliori.

Fatta questa premessa, veniamo al punto: come si chiede una referenza su LinkedIn? Esattamente come visto in precedenza per realizzarle: si va sul profilo della persona cui vogliamo fare la richiesta, si clicca su Altro e si seleziona Chiedi una referenza. La procedura è identica a quella vista in precedenza e bisognerà indicare la relazione e la posizione. Al passaggio successivo, invece, si dovrà comporre un messaggio per richiedere al contatto di supportarci realizzando una referenza per noi.
I più timidi potranno sentirsi invadenti, è comprensibile, ma non c’è nulla di cui vergognarsi: è una prassi normale e molto adottata. Soprattutto, non stiamo parlando di una sorta di marchetta, ma di un’opportunità di networking. Ovviamente, chiediamolo solo se abbiamo la certezza di aver fatto un lavoro che è stato apprezzato: se durante la collaborazione sono emersi problemi insormontabili o pesanti divergenze, difficilmente (e comprensibilmente) otterremo una referenza. Meglio insomma concentrare gli sforzi sui lavori, le collaborazioni e le consulenze che hanno portato i risultati migliori.

Referenze su LinkedIn: a chi chiederle?

Idealmente, si dovrebbero richiedere referenze a tutti i clienti e le persone con cui si è lavorato: gli ex-capi sono le prime persone cui chiederle (soprattutto se l’obiettivo è trovare un nuovo lavoro…). Ci conoscono, hanno una conoscenza approfondita dei nostri pregi e difetti, e sono le persone più indicate per supportarci. Ma questo vale anche per i clienti (soprattutto se l’obiettivo è commerciale): vedere un profilo LinkedIn ricco di raccomandazioni effettuate dai clienti è un plus da non poco. Significa che chi ha avuto a che fare con noi, oltre ad averci pagato, è rimasto talmente soddisfatto da dichiararlo pubblicamente.

Quello da non fare assolutamente è scambiarsi referenze con colleghi e amici come se fossero figurine: fanno numero, ma non sono incisive, e non supportano nel raggiungimento degli obiettivi di business. Si rischierebbe solo di dare l’impressione di un gruppo di furbetti che ridono dandosi gran pacche sulla spalla.

Referenze su LinkedIn: qualche suggerimento

I più timidi probabilmente non si sentiranno a loro agio nel richiedere una referenza a ex datori di lavoro o attuali clienti, in parte anche perché come abbiamo detto questo approccio non è radicato nella cultura italiana, al contrario di quanto avviene all’estero, in particolare nel mondo anglosassone. Se chiedere una referenza può sembrare troppo sfacciato, si può sempre prendere l’iniziativa e scrivere una raccomandazione relativa alla persona in questione: un modo gentile per stimolare la controparte ad agire, senza chiederlo direttamente. Cialdini direbbe che si tratta di “reciprocità”.
Potrebbe capitare anche a noi di riceverne alcune non richieste: in tal caso, il consiglio è quello di non rispondere immediatamente, appena vediamo la notifica. Prendiamoci qualche giorno prima di replicare: non sembrerà uno scambio di favori, risultando più efficace.

Anatomia di una referenza perfetta

Non tutte le referenze sono uguali, e di sicuro cose del tipo “Ho lavorato benissimo con Gianluigi” non sono particolarmente efficaci: sono l’equivalente di una recensione su Amazon priva di commento, che riporta solo le stelle. Un discorso articolato funzionerà meglio, ma non è necessario scrivere muri di testo infiniti, anzi: la capacità di sintesi è importante e non è necessario usare tutti i 3.000 caratteri che si hanno a disposizione.

Una raccomandazione ben realizzata può essere composta così:

  • Una fase introduttiva, dove spieghi dove e come hai conosciuto la persona in questione
  • Spiegare perché il contatto in questione si è “meritato” una questione, sottolineando le competenze e la predisposizione
  • Quali obiettivi sono stati raggiunti? Questo è un tema fondamentale: che un professionista sia simpatico, eccentrico o empatico interessa relativamente. Quello che conta, è il valore aggiunto che ha portato: questo dovrebbe essere il focus della raccomandazione

I corsi on demand di Primopiano

Puoi seguire online, on demand, un corso sull’uso strategico di LinkedIn:

L’arte di scrivere l’oggetto di una mail: l’intervista a Carlo Brena

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Carlo Brena si occupa, dagli anni Novanta, di comunicazione nel mondo dello sport e dell’outdoor per aziende del calibro di Garmin, Trek, Selle Italia, Santini, Compex ed enti del turismo montano come Carinzia, Arabba, Asiago e Livigno grazie alla sua azienda LDL COMeta:

“Siamo un ufficio stampa e spediamo una media di 15/20 comunicati stampa alla settimana”.

Visto quando siano sommersi i giornalisti di comunicazioni del genere (personalmente non faccio più il giornalista da quasi dieci anni e me ne arrivano una ventina al giorno), qual è la vostra strategia per attirare l’attenzione del destinatario?

“La mia strategia parte da una domanda: come catturare l’attenzione di un giornalista che riceve una mail al minuto e nessuna di queste vagamente… sexy?

Tutto si gioca tra MITTENTE – OGGETTO – TITOLO – SOMMARIETTO

Questa è il nostro standard (nato dalla mia esperienza di giornalista che riceveva e riceve decine di comunicati, dove spesso non si capisce chi scrive, di che materia, dove come e quando…). Alla fine ne abbiamo fatto uno stile, che ci è stato riconosciuto come un valore”.

In pratica qual è il trucco?

“Per ogni cliente modifico il mittente scrivendo il nome del BRAND seguito da (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta). Così il destinatario sa chi gli sta scrivendo (sono sempre io che scrivo ma parlo per conto di un altro). Nell’oggetto metto da subito il tema seguito da due punti”.

Qualche esempio?

“Eccone alcuni.

GARMIN (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
VACANZE: ecco il nuovo Camper 1090, il navigatore con lo schermo extra-large per la massima comodità e facilità di utilizzo durante la vacanza itinerante

GARMIN (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
MONITORAGGIO SATELLITARE: Garmin acquisisce le attività di GEOS Worldwide Ltd per offrire agli utenti inReach un servizio di soccorso ulteriormente potenziato

SELLE ITALIA (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
CICLISMO: Fabian Cancellara nuovo ambassador Selle Italia per una partnership che si estende alle iniziative della Locomotiva di Berna

ENDU (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
CICLISMO INDOOR: l’ultimo appuntamento del 2020 è alla PEDALITALY Trebbio Virtual Race, la gara on-line del 30 dicembre

Panasonic Air Conditioning (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
AIR CONDITIONING: la linea di unità di condensazione CO2 di Panasonic si arricchisce del nuovo modello da 7,5 kW

ENDU (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
CICLISMO INDOOR: il versante bresciano del Passo del Tonale teatro della sfida di Pedalitaly Xmas Pack 2020

GARMIN (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
SPORT: presentati i sei progetti sportivi vincitori dei Garmin Beat Yesterday Awards che vedranno la luce nel 2021

COMPEX (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
FITNESS: Ion e Molecule, le due novità smart per l’automassaggio firmate Compex

SANTINI (Press office by LDL COMeta)
TRIATHLON: per l’estate 2021 i body super aerodinamici firmati Santini

Se poi è un periodo speciale (Natale, Pasqua, festa della donna…) metto il tema seguito dai due punti:

CLIMBING TECHNOLOGY (Ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
NATALE: ai regali per chi ama arrampicare ci pensa CLIMBING TECHNOLOGY”.

Questo per i comunicati stampa, esistono altre tipologia di mail che inviate?

“Sì, se la mail è un invito, lo scrivo subito, così chi lo riceve capisce che si tratta di un evento o qualcosa del genere:

GARMIN (ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
INVITO – GARMIN: Beat Yesterday 2020, i sogni si possono realizzare – martedì 15 dicembre 2020, Milano

GARMIN (ufficio stampa a cura di LDL COMeta)
SAVE THE DATE – GARMIN: Beat Yesterday 2020, i sogni si possono realizzare – martedì 15 dicembre 2020, Milano”
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Quindi il trucco è che l’oggetto deve contenere delle informazioni chiare che attirino la curiosità…

“Già, e non è proprio così semplice. Se il destinatario supera questi due punti (MITTENTE e OGGETTO), arriva a leggere il TITOLO che deve contenere altre informazioni aggiuntive rispetto a quelle presenti nell’oggetto. E anche qui non sempre ci si riesce…”

Quanto deve essere lungo l’oggetto?

“Il titolo deve possibilmente essere lungo non più di due righe, in stampatello, bold, carattere 24/26… Poi dipende dallo stile grafico che vuole il cliente. Poi c’è il SOMMARIETTO che in 4/8 righe sintetizza il testo del comunicato”.

Un ultimo segreto?

“Segreti? Un bel dizionario dei sinonimi e un uso moderato di terminologia inglese.”

La mia masterclass sul Web writing

Se vuoi seguire la mia masterclass sul Web writing, collegati al sito di Primopiano!

Analizzare un titolo scientificamente con Headline Analyzer

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Fare un titolo efficace per un articolo da diffondere online non è banale, dal momento che bisogna tenere conto di due aspetti. Uno è relativo ai contenuti, alla capacità del titolo stesso di interessare il pubblico, mentre il secondo aspetto è prettamente tecnico: il numero di parole, l’equilibrio dei termini emozionali, comuni e delle Power Word, il sentiment e via dicendo.
Se dal punto di vista dello stile c’è poco da fare e bisogna essere creativi, sotto il profilo tecnico non mancano strumenti che analizzano la headline, il titolo, e restituiscono un punteggio che tiene conto dei tanti parametri che permettono di valorizzare al meglio il contenuto che si vuole promuovere. Uno degli strumenti più potenti è Headline Analyzer, che è gratuito (ma bisognerà cedere la propria e-mail) e funziona molto bene. Purtroppo, non supporta l’italiano, ma alcune delle ottimizzazioni che suggerisce non necessitano della comprensione della nostra lingua.

Headline Analyzer: un servizio gratuito che aiuta a valutare i titoli e suggerisce come renderli efficaci

Utilizzare Headline Analyzer è tanto semplice quanto fare una ricerca su Google. Basta andare all’indirizzo https://coschedule.com/headline-analyzer e inserire il titolo che si desidera venga valutato.

Il servizio è gratuito ma come ben noto a chi lavora nel settore del marketing… “quando qualcosa è gratis il prodotto sei tu”. Non a caso alla prima analisi verrà richiesto di inserire alcuni dati: nome e cognome, e-mail, azienda e sito aziendale. Non si tratta di una registrazione, non verranno richiesti login e password, quindi non è necessario mettere dati corrispondenti al vero.

Una volta date in pasto le informazioni, Headline Analyzer mostrerà un punteggio, generico, oltre a una serie di consigli su come poterlo migliorare. Il punteggio è molto basso? Non c’è bisogno di preoccuparsi: come già detto, viene riconosciuta solo la lingua inglese quindi alcuni parametri saranno a zero, non valutati, abbassando quindi lo score complessivo. Scrollando in basso, sarà possibile analizzare una a una le varie sezioni.

Word Balance

La prima sezione, Word Balance, sarà quella più disastrosa, se lo si usa per analizzare titoli in italiano. Un fatto scontato, dato che come anticipato non è in grado di comprendere altre lingue al di fuori dell’inglese. Vale però la pena di soffermarsi qualche minuto per capire come andrebbero scelte le parole per rendere un titolo il più efficace possibile. Secondo una serie di analisi condotte sui titoli che hanno generato più clic ed engagement, un titolo ideale3 dovrebbe avere un corretto bilanciamento fra parole comuni (Common), quelle che si suppone tutti conoscano e che costituiscono le base di una frase, parole poco comuni (Uncommon), quelle usate meno frequentemente nel parlato e nei testi, parole emozionali (Emotional), cioè aggettivi o termini che generano empatia con il lettore (come “emozionante”, “utile”, “intrigante”) e Power Words, cioè quei lemmi considerati più “potenti” sotto il profilo del marketing, in grado di attirare l’attenzione del lettore e spingerlo al clic. Esempio di Power Word possono essere “unico”, “sorprendente”, “un’affare”, “sconto” e, ovviamente, la più potente di tutte nel caso di prodotti i servizi: “gratis”.

Secondo gli autori di Headline Analyzer, un titolo efficace è così strutturato:

  • parole comuni: 20/30%
  • parole poco comuni: 10/20%
  • parole emozionali: 10/15%
  • Power Word: almeno una

Headline Type

Se scriviamo in italiano anche questo campo sarà poco utile, dal momento che qualunque cosa indicheremo verrà valutata come Generic, cioè un titolo generico. Quello che è importante sapere quando si realizza un titolo è che i titoli più efficaci sono rappresentati da domande (Es: “Come miglioro il mio profilo LinkedIn?”), liste (“I 10 profili più apprezzati su LinkedIn”) o tutorial (“Come migliorare il posizionamento nella SERP di Google”).

Sentiment

Anche in questo caso, non potendo interpretare l’italiano, il Sentiment verrà indicato come neutrale, indipendentemente da cosa abbiamo scritto. Per ottenere un maggiore engagement, però, un titolo dovrebbe esprimere qualche emozione, non necessariamente positiva. Sicuramente i messaggi rinforzanti piacciono alle persone, ma non meno di quelli “negativi”, non certo intesi come insulti, però: “Il regista XXX ha toppato: il suo ultimo block buster è inguardabile!” esprime un concetto negativo, ma attirerà le persone. Importante, poi, che l’articolo argomenti la critica: a parlare male, sono bravi tutti. Per fare critica, è necessaria competenza del settore.

Skimmability

Una voce che potremmo tradurre in italiano (terribile) con “scremabilità”. Il concetto da comprendere è semplice: le persone tendono a focalizzarsi sulle prime tre parole e le ultime tre di un titolo. Ecco che, idealmente, dovremmo sintetizzare il concetto in modo che sia comprensibile anche per chi “salta” la parte centrale. Non è necessario impazzire a cesellare frasi che funzionino, ma tenere conto di questo parametro quando si scrive una headline può aiutare a migliorare la leggibilità.

L’estensione per browser di Headline Analyzer

Headline Analyzer include anche ulteriori voci, che però non vengono visualizzate. Per accedere, sarà necessario installare il plugin per il browser cliccando sul pulsante. Si verrà riportati alla pagina del Chrome Web Store del plugin e cliccando su Aggiungi estensione verrà integrato col browser. Non è sufficiente installarlo, però, ma sarà necessario creare un account. Abbiamo già indicato in precedenza i dati, quindi dovremmo solo aggiungere una password.

L’estensione del browser eviterà di dover accedere al sito di Headline Analyzer per verificare la bontà di un titolo e ottenere punteggio e suggerimenti: basta un clic sull’icona dell’estensione per aprire una tab dove inserire il testo. Verranno date alcune indicazioni generiche e lo score, ma per avere un rapporto completo bisognerà digitare cliccare su Get Full Analysis, molto dettagliata, con tanto di grafici, suggerimenti e addirittura l’accesso a un dizionario dei sinonimi e contrari pensato proprio in ottica SEO. Come al solito, sempre in inglese.
Purtroppo, le analisi dettagliate non sono gratuite: dopo le prime tre, sarà necessario abbonarsi per avere ulteriori analisi, non proprio economiche. Parliamo di 10 dollari al mese per 5 analisi, 29 dollari mensili per 20 analisi e 49 dollari per 60 analisi. Certo, non sarà necessaria l’analisi approfondita di tutti i tanti parametri se non per quei pochi articoli al mese sul quale si vuole concentrare una campagna di comunicazione, o una pubblicità. Per i rimanenti, le informazioni date dall’analisi gratuita sono più che sufficienti, soprattutto se non si scrive per un pubblico che parla inglese.

Strumenti per ottimizzare le headline

Headline Analyzer è uno dei tool più efficaci per ottimizzare i titoli, ma non è l’unico. Chi usa WordPress come piattaforma, per esempio, probabilmente conoscerà Yoast SEO (https://yoast.com/wordpress/plugins/seo), disponibile sia in versione gratuita sia in quella Premium, che offre più opzioni. Yoast è molto utile perché, oltre al titolo, tende ad analizzare anche altri aspetti, come l’utilizzo delle keyword in tutto il post, il sottotitolo, i tag e via dicendo. Mancano completamente le valutazioni sul sentiment e altri aspetti semantici ed emotivi, ma è molto efficace dal punto di vista più tecnico, per le lunghezze, la frequenza ideale delle parole chiave e via dicendo. Il sistema a semafori è molto comodo ma bisogna usarlo con intelligenza: impazzire per cercare di avere tutti i semafori verdi non garantirà un titolo necessariamente migliore. E alcuni suggerimenti, pur basati sulle best practices suggerite, non necessariamente renderanno un titolo più efficace. DI contro, potrebbero facilmente rendere un testo illeggibile, perfetto forse per un motore di ricerca, ma inadatto ad attrarre l’attenzione di un essere umano, che alla fine è quello che si vuole ottenere.

Un altro servizio molto simile a Headline Analyzer Tool è Capitalize My Title (https://capitalizemytitle.com). Inserito il titolo, offrirà, senza registrazione, dei punteggi relativi ala leggibilità, al SEO e anche al sentiment, accompagnati da una serie di suggerimenti. L’interfaccia è meno bella a vedersi rispetto allo strumento analizzato in precedenza ma è molto funzionale.

Rimangono gli stessi problemi con il supporto a lingue che non siano l’inglese, ma è un limite comune alla stragrande maggioranza degli strumenti disponibili. Capitalize My Title, come suggerisce anche il titolo, ha un’altra funzione, a tratti banale, ma che in alcuni casi torna molto utile. Alcune testate, infatti, tendono a non seguire le regole standard dell’italiano (o dell’inglese) per le maiuscole, ma preferiscono usare un approccio meno corretto formalmente ma più efficace online, come scrivere tutto il titolo in maiuscolo (è il caso di Dagospia, fra i giornali italiani), oppure usare tutte le iniziali maiuscole o altro. Quando si devono riscrivere numerosi titoli seguenti questi schemi, Capitalize My Title permette di risparmiare davvero molto tempo. E riduce la possibilità di refusi, che non è una cosa da disprezzare.

Altri 10 headline analyzer

La mia masterclass sul Web writing

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TikTok è utile per le aziende? Intervista ad Alessio Atria per Startup News

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Questo articolo è stato pubblicato su Startup News il 4 marzo 2021.

Alessio Atria è noto in Rete come “Mr.TikTok”. 31 anni, milanese, un passato nel mondo della ristorazione, ha poi trasformato la passione per marketing e digitale in un lavoro. Due anni fa ha scoperto TikTok, piattaforma social cinese ormai sulla bocca di tanti (non tutti) e ha scritto anche due libri sul tema: “Scopri i Segreti di TikTok” e “TikTok per il Tuo Business”.

Alessio, di cosa ti occupi in pratica?

Sono un consulente per la comunicazione digitale. Prima di tutto analizzo la presenza digitale del cliente sulle varie piattaforme, analizzo il mercato e i competitor su TikTok, definisco una strategia di crescita, adattando la comunicazione in base allo stile del cliente alla piattaforma. Poi lavoro sui contenuti: piano editoriale, ricerca video virali da cui prendere spunto, gestire le pubblicazioni su TikTok fino a rendere il cliente autonomo.

TikTok funziona come Instagram, dove fino a poco tempo fa la facevano da padrone sponsorizzazioni e soprattutto automazioni?

No, per me lo scopo è quello di aiutare i clienti a raggiungere gli obiettivi prefissati, in particolar modo in maniera organica, senza automazioni o sponsorizzate, sfruttando al meglio la creazione dei contenuti e la viralità “fisiologica” che in questo momento è ancora preponderante in TikTok.

A tal proposito consiglio a chi vuole buttarsi su TikTok di farlo al più presto, veicolando video, quiz, indovinelli, considerazioni ed elenchi interessanti per propria la nicchia di riferimento: oggigiorno si può arrivare a migliaia di persone (anche milioni…) senza pagare un centesimo. Questo tipo di vantaggio non durerà per molto.

Hai fondato “TikTok Hacks Italia”: cos’è?

Si tratta di un gruppo Facebook del quale sono il fondatore e moderatore: si tratta del primo e più grande gruppo in italiano (3.500 utenti attivi, ndr) in cui ho radunato chi vuole approfondire gli aspetti di TikTok, condividere esperienze e confrontarsi.

Giornalmente inseriamo gli “hacks”, ossia i metodi migliori che man mano escono su TikTok per diventare virali. Molti sono i temi che approfondiamo: come usare al meglio l’algoritmo, come veicolare il marketing, quali sono le metodologie di guadagno, come partire con un nuovo account, quali news approdano, i casi studio e come ispirarsi, moltissimi suggerimenti o tips, le strategie più performanti, conoscenze specifiche avanzate.

TikTok è ultimamente al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica per le challenge e altri fatti di “nera”, tra l’altro tutti da dimostrare.

Per i fatti accaduti da challange improbabili su TikTok, posso dirti che conoscendo alcuni grandi Content Creator di diverse nicchie all’interno della piattaforma, nessuno ha mai visto quella challange. Si pensa che arrivino da altri social e che ovviamente il nome TikTok faccia più notizia rispetto ad altri. Ad alcuni competitor dà fastidio che un’app cinese abbiamo battuto tutti i record di crescita (più di 2 miliardi di download ad aprile 2020, ndr).

Quali sono le domande che ricevi più spesso su TikTok?

Eccole:

  • non è una piattaforma solo per balletti e contenuti comici?
  • non è solo il social dei ragazzini?
  • come si comunica su questa piattaforma?
  • Posso far crescere il mio business con TikTok?

Molti imprenditori hanno questa visione sbagliata. Altro che ballettini e barzellette: i contenuti formativi, fatti da veri esperti, stanno aumentando da quasi un anno. A vista d’occhio! Perché? Perché il contenuto formativo permette di intrattenere gli utenti su Tiktok, di conseguenza l’algoritmo premia dando visibilità.

Quindi l’età media si sta alzando?

L’età media nell’ultimo periodo è aumentata notevolmente. Tralasciando i dati ufficiali (il 41% degli utenti di TikTok ha un’età compresa tra i 16 ei 24 anni, ndr), la mia esperienza dice che possiamo raggiungere un pubblico compreso tra i 13 e i 45. Non è più, da tempo, un social solo per ragazzini. Anche in Italia: su gli otto milioni di utenti, la fascia 25-34 anni ha avuto nell’ultimo anno un boom: +258%.

Torniamo al lato business e aziendale: come dovrebbe muoversi un’azienda?

Se nel marketing tradizionale il contenuto deve attirare l’attenzione del massimo numero di utenti possibile, in TikTok è l’utente stesso che in prima persona “crea” la campagna attraverso il video, un contenuto breve, immediato, con linguaggio semplice. In pratica, da procedimento passivo a cui siamo abituati, il marketing diventa attivo, che si fa in prima persona e non si subisce. Quella che abbiamo di fronte è una rivoluzione anche dal punto di vista del concetto di pubblicità. Gli utenti creano i propri video per una challenge o in risposta a una campagna, e nello stesso tempo i brand che le hanno create trasmettono la sensazione di far parte di una community più ampia.

Cambia anche il mestiere dell’influencer?

Gli Influencer sono più “reali” e liberi di sperimentare, perché gli utenti sono sicuramente più di supporto, propensi alla condivisione. Su TikTok è ormai nata e sviluppata una vera e propria community di make-up artist amatoriali, cosplayer e artisti di ogni sorta che, con rapidità e facilità, collezionando follower, condivisioni e commenti. E non solo: monetizzano abbondantemente.

In ogni caso su TikTok bisogna stare attenti, più che su altri canali, a non essere autoreferenziali. Si deve vendere senza vendere.

Parliamo di advertising su TikTok?

Quello che posso dire è che, nonostante sia ancora un po’ “acerba” rispetto al Business Manager di Facebook, TikTok for Business è molto semplice da utilizzare. Dà la possibilità di targettizzare per nazione, regione, età e interessi; puoi anche creare delle audience personalizzate. Per i costi hai un budget minimo giornaliero di almeno 20 euro per ogni gruppo di annunci e di 50 euro per ogni campagna. In molti pensano che si debba spendere per forza tutto il budget ma, in realtà, non è così: puoi decidere di mettere in pausa gli annunci quando vuoi. Quello che non consiglio è di continuare a fermare le campagne per poi farle ripartire.

Puoi dare i numeri (in senso buono)?

Di solito per la campagne sui social si pagano visualizzazioni o clic. 1000 visualizzazioni possono costare da 15 a 60 centesimi, 1000 visualizzazioni in target da 60 a 1,5 euro, massimo 2. Il costo per clic va da 80 centesimi a 1,5 euro.

In termini di conversioni?

Dipende dalla creatività, dal prodotto o servizio che offri e dalla landing page di atterraggio. Diciamo che tutti i costi dipendono comunque dal contenuto e da come “rankano” le aste. Perché anche su TikTok vi è il sistema ad aste per gli annunci: in base al contenuto, al target e all’offerta, ti permette di spendere di più o meno per una determinata sponsorizzata.

Alcuni dei risultati che hai ottenuto?

Purtroppo non possono fare nomi per privacy, ma ecco alcuni risultati. 5000 visite a un sito Web con 500  euro di TikTok Ads. All’incirca 35 conversioni in tre mesi con tre acquisti di un corso professionale dai 1.500 euro in su, con 1.500 euro di TikTok Ads. E ancora: 1,3 milioni di view su TikTok e 4.000 view su Youtube con  300 euro di boost post tramite Tiktok Ads. 500 contatti in poche ore tramite campagna di influencer marketing in organico senza Tiktok Ads.

Consigli su come creare le Ads?

Primo: non usare video riadattati, girarli in formato verticale così da occupare tutto il display e confondersi meglio con i contenuti degli utenti. I balletti non sono molto consigliati. Ci deve essere una persona che ci mette la faccia: recensioni di un prodotto o servizio, come si utilizza, che benefici porta e così via. No alle markette!

Infine, quali suggerimenti daresti a una startup che volesse sfruttare TikTok?

Secondo me occorre riadattare la comunicazione, studiare una strategia, affidare il canale a una figura o al massimo due, così che gli utenti si affezionino a loro. Creare contenuti video, suscitare interesse, curiosità e raccontare storie.

Una Startup deve utilizzare TikTok come vetrina e non come unico canale di acquisizione, ovviamente deve prima controllare se effettivamente è in target con l’audience. In base all’obiettivo, devo poi decidere se fare Adv direttamente per acquisire lead e non usare la parte organica (anche se consiglio di usare entrambe), oppure fare delle campagne di influencer marketing.

Web writing: 10 tool online per scrivere titoli migliori

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Scrivere un buon titolo è fondamentale per il Web writing, per il Web marketing  e non solo. Un titolo può aiutare a guadagnare punti per la SEO, a migliorare il posizionamento del nostro sito nei risultati proposti dall’algoritmo di Google e a far in modo che un contenuto venga cliccato (possibilmente senza cadere nel clic-baiting).

È stato calcolato che il numero delle persone che leggono un titolo è cinque volte superiore a quello di chi arriva all’ultima riga di testo di un articolo. La comunicazione sul Web tende a sfruttare soprattutto immagini e video e il titolo si rivela essere uno dei parametri fondamentali per determinare il posizionamento di un contenuto. Un titolo da solo può determinare il successo o l’insuccesso di un contenuto: anche un articolo o un post pessimo possono diventare virali se hanno una headline vincente.

Le parole potenti sono quelle in grado di suscitare un’emozione specifica e quando scriviamo sul Web per essere efficaci dobbiamo tenere a mente le cosiddette regole SEO (Search Engine Optimization): il “SEO copywriting” non è qualcosa di magico, è semplicemente un’arte che può essere appresa e migliorata da chiunque. Una delle migliori risorse per scrivere delle ottime headline è il libro di Jon Morrow “52 Headline Hacks”, che è possibile scaricare gratuitamente.

 

Come possiamo scrivere un titolo che possa fare la differenza?

Quando scriviamo un titolo dobbiamo prestare attenzione a un paio di cose. Per sfruttare le immense potenzialità del SEO dobbiamo creare dei titoli identificando alcune potenziali parole chiavi che possano aiutare il nostro lettore a comprendere l’argomento di cui stiamo trattando. È fondamentale attirare l’attenzione suscitando un certo interesse: il segreto per creare un titolo di successo è quello di conoscere bene i nostri potenziali utenti/lettori, comprenderne le esigenze e parlare con un linguaggio che sia facilmente riconoscibile. Per fortuna, in Rete possiamo trovare degli strumenti preziosi (i famosi “headline analyzer”) che possono aiutarci in questo delicato compito: dei programmi che ci aiutano a scoprire quanto efficace possa essere il titolo. È importante usarli per avere un’idea di come il titolo possa funzionare presso il pubblico e usare questi tool di analisi può essere un modo utile per diventare dei copywriter di successo. Il consiglio è quello di usare sempre la versione in inglese dei titoli: sono tutti strumenti “anglo-sassoni”.

Ecco i dieci migliori “headline analyzer” disponibili online

OptinMonster per creare dei titoli SEO-Friendly

Uno dei migliori programmi per scoprire quanto è efficace quello che abbiamo scritto è OptinMonster, uno strumento gratuito per creare titoli che siano SEO-friendly. Tutto quello che dobbiamo fare è cliccare su Analizza e otterremo un punteggio personalizzato con una serie di note su ciò che rende il nostro potenziale titolo buono o cattivo. In questo modo avremo un’anteprima di come apparirà il titolo nei risultati di Google con un’analisi dettagliata sul conteggio delle parole, sull’uso di quelle comuni e non, sulla lunghezza e sulla tipologia e altro ancora.

Con IsItWP Headline Analyzer le condivisioni dei titoli sono ancor più semplici

Un altro tool piuttosto interessante è IsItWP Headline Analyzer, un programma che permette di scrivere titoli SEO a dir poco irresistibili per migliorare il traffico sul nostro sito Web, le condivisioni e il posizionamento nei risultati di ricerca. Ed è incredibilmente facile da usare. Una volta inserito il titolo, basta cliccare su “Analizza” per ottenere un’analisi dettagliata di quanto sia “irresistibilmente cliccabile” la nostra creazione. Da lì possiamo perfezionare il titolo in base alle informazioni fornite sfruttando una serie di analisi che tengono conto della lunghezza delle parole, di quelle utilizzate e così via. Con la funzione di anteprima di ricerca possiamo assicurarci che non il titolo non venga troncato nei risultati di ricerca e, dulcis in fundo, IsItWP Headline Analyzer è disponibile per formato gratuito. Per migliorare i nostri titoli e renderli più SEO-friendly  è ottimo.

Sharethrough offre dei suggerimenti preziosi

Lo strumento Sharethrough analizza il titolo scritto e assegna un punteggio basato su un algoritmo “di analisi multivariata” che sfrutta alcuni principi basati sul modello comportamentale, sulla neuroscienza e sulla ricerca pubblicitaria. L’algoritmo analizza più di 300 variabili uniche, inclusi i dati EEG (il cosiddetto “neuromarketing”) e l’elaborazione del linguaggio naturale: in questo modo possiamo scoprire se i titoli che abbiamo scritto sono in grado catturare l’attenzione del lettore, aumentarne il coinvolgimento e altro ancora.

Uno degli strumenti più versatili e potenti: MonsterInsights

Per migliorare i nostri titoli e renderli più “SEO friendly” possiamo anche usare MonsterInsights. Anche in questo caso si tratta di inserire un titolo e passare poi alla cosiddetta fase di analisi. Il programma offre anche una serie di elenchi di parole per creare titoli più interessanti. C’è un punteggio complessivo per il titolo scritto (con una cronologia) e le aree di miglioramento su cui intervenire per renderlo più efficace. C’è anche una voce “sensazione” che possiamo utilizzare per capire che tipo di sensazioni il titolo può suscitare nei lettori. Quando si tratta di ottenere i migliori titoli per la SEO, MonsterInsights è uno degli strumenti più potenti e versatili a disposizione. E poi è assolutamente gratuito.

CoSchedule è perfetto analizzare la grammatica e la leggibilità dei titoli

CoSchedule Headline Analyzer è uno dei tool più completi e versatili disponibili sul mercato. Oltre a dare una valutazione complessiva del titolo, il programma controlla le potenzialità nel generare condivisioni, aumento del traffico e il famoso valore SEO. Oltre ad analizzare le singole parole, la struttura, la grammatica e la leggibilità, il programma offre anche un’anteprima di come apparirà il titolo nella ricerca di Google. Per avere un’analisi dettagliata è necessario fornire alcune informazioni supplementari.

Per creare titoli “emozionanti” c’è Emotional Marketing Value Headline Analyzer

Con l’Emotional Marketing Value Headline Analyzer il nostro titolo otterrà una valutazione in base al numero di parole presenti denominate “EMV” (Emotional Marketing Value). Questo tipo di programma si basa sui lavori di un dottore/ricercatore statunitense che studiando le radici di diverse lingue (persiano, aramaico, ebraico, arabo e urdu) ha scoperto che i “toni sonori” di certe parole scritte in una frase sono sempre interpretati allo stesso modo dalla nostra mente. Mentre il significato di una parola a volte può essere mal interpretato, questi toni sonori sono sempre interpretati allo stesso modo dalla nostra mente a livello emotivo. Oltre al punteggio EMV, il programma analizza le emozioni che il nostro titolo può suscitare: intellettuale, empatico o spirituale. Nel contesto del marketing, il sistema EMV è utilizzato per valutare il tipo di riposta emotiva generata da un particolare insieme di parole. Un punteggio con un indice EMV perfetto sarebbe vicino al 100% ma è raro, a meno che il nostro titolo non sia abbastanza breve. Un punteggio ideale sarebbe compreso tra il 40% e il 75%.

Titoli con meno di 60 caratteri con Charcounter
Charcounter è uno strumento gratuito che conta il numero dei caratteri e delle parole presenti nel nostro titolo. È consigliabile sfruttare questo strumento per verificare che il titolo (in particolare a livello SEO) contenga meno di 60 caratteri e che appaia correttamente nelle ricerche su Google.

Con Headline Capitalization possiamo generare il titolo che ci serve

Un programma come Headline Capitalization offre un prezioso strumento come il “Generatore di titoli” per superare il blocco dello scrittore e avere idee geniali. È sufficiente scegliere lo stile linguistico e digitare il titolo per avere l’headline vincente!

Titoli personalizzati con BlogAbout
BlogAbout è uno strumento particolare che crea modelli di titoli da riempire in base a un specifico argomento. Una volta scelto il nostro campo dobbiamo semplicemente inserire le nostre parole per completare i titoli. Se non troviamo il modello giusto, possiamo averne un altro semplicemente aggiornando. Possiamo salvare  i titoli che ti piacciono e tutte le idee su un taccuino personalizzato

Titoli in base all’argomento scelto con Portent’s Content Idea Generator
Un altro programma che genera i titoli in base all’argomento è Portent’s Content Idea Generator una volta scelto l’argomento verrà creato il titolo ad hoc per noi. L’aspetto più interessante di questo strumento è che suddivide il titolo in blocchi, in modo che noi possiamo facilmente modificarlo e perfezionarlo.  Per scrivere un titolo in modo efficace non resta che utilizzare uno di questi preziosi tool: la visibilità è garantita e il successo dei nostri contenuti pure.

La mia masterclass sul Web writing

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Come usare gli hashtag su LinkedIn

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Ormai abbiamo un hashtag per qualsiasi cosa. Il famoso “cancelletto” non è altro che un tag, un’etichetta, una parola chiave o un termine associato che viene utilizzato in Rete e nei social network come “aggregatore tematico” per rendere più facile agli utenti la fruizione e la ricerca dei contenuti. Il termine “hashtag” nasce dalla fusione delle parole “hash” (cancelletto) e “tag” (etichetta) e deve la sua popolarità principalmente a Twitter che l’ha utilizzato per contrassegnare le parole chiavi. Un’idea semplice e rivoluzionaria che permetteva all’utente di creare una propria rete di collegamenti semplicemente contrassegnando un messaggio con un “hashtag”. L’idea ebbe grande successo e fu riproposta anche dagli altri social network che stavano nascendo in quel periodo, Facebook e Instagram in primis.

La creazione degli hashtag

La nascita degli hashtag ha una data ben precisa: il 23 agosto 2007 il blogger e avvocato statunitense Chris Messina ha l’idea di usare il simbolo del cancelletto (“#”) per raggruppare i gruppi di conversazione nella piattaforma di microblogging creata da Jack Dorsey nel 2006 (il sopracitato Twitter), un modo efficace per inviare brevi SMS a specifici gruppi di persone. Il nome di Twitter deriva proprio da qui: i cinguettii da 140 caratteri (sono diventati 280 solo nel novembre 2017) ben si adattavano al progetto ideato da Dorsey. L’hashtag può essere creato da un utente inserendo il famoso cancelletto “#” davanti a una parola o a una (breve) frase nel messaggio che si sta scrivendo. La parola magica può essere composta da lettere, cifre e sottolineature: la ricerca di un hashtag restituisce tutti i messaggi che sono stati etichettati nello stesso modo.

Gli hashtag nei social network

Se Instagram e Twitter ne hanno fatto il proprio mantra (in Facebook hanno una valenza diversa), anche su una piattaforma professionale come LinkedIn gli hashtag sono diventati fondamentali per dare visibilità alla propria rete di contatti e alla pubblicazione di contenuti. Questa funzione è stata aggiunta solo recentemente (nel 2018 per la precisione, anche se ha preso davvero piede nel 2019) e viene utilizzata in modo diverso rispetto agli altri social network. Per esempio, usare gli hashtag più utilizzati dagli utenti per pubblicare i propri contenuti ha una valenza diversa in LinkedIn rispetto a quello che accade regolarmente in Instagram o Twitter. È importante conoscere gli hashtag, studiarne l’efficace e l’utilizzo e sapere quale e quando utilizzare quello giusto al momento giusto (e al post giusto). Ecco come.

Come usare gli hashtag su LinkedIn

I famosi aggiornamenti (sono definiti così gli hashtag nella piattaforma) possiamo usarli quando pubblichiamo un post o un articolo. Il loro inserimento è semplice e immediato, sulla falsariga di quello che accade solitamente negli altri social network. Possiamo aggiungerli, per esempio, agli articoli interni che troviamo in LinkedIn. Per farlo, andiamo sulla pagina iniziale e clicchiamo sulla voce “Scrivi un articolo”. Una volta scritto il nostro articolo non ci resta che metterlo a disposizione di tutti cliccando su “Pubblica”: si apre una finestra e alla voce “Comunica alla rete il contenuto del tuo articolo” possiamo inserire i nostri hashtag oltre a un breve testo introduttivo. È importante ricordare che una volta pubblicato il nostro pezzo non possiamo più modificare o eliminare gli hashtag inseriti. È possibile inserire un hashtag anche al “Titolo” o al “Riepilogo” del nostro profilo ma l’aggiunta non offre finora dei benefici particolari.

Una piccola guida per gli hashtag

Quando si pubblica qualcosa su LinkedIn le prime ore sono quelle più delicate: la piattaforma, infatti, tende a mostrare il contenuto prodotto solo a una piccola porzione di follower per analizzarne il tipo di reazione. Se il contenuto genera un certo interesse, l’algoritmo lo mostrerà successivamente ad altri contatti facendolo diventare virale. Quindi, la prima regola è controllare se il nostro profilo LinkedIn (anche se disponiamo di un account Business) sia pubblico. Sembra scontato ma spesso non lo è: per fugare ogni dubbio andiamo alla voce “Impostazioni del profilo pubblico” e mettiamo la spunta sulla voce “Rendi il mio profilo pubblico visibile a tutti”. In questo modo ogni hashtag che inseriremo potrà essere visualizzato da tutti i membri della piattaforma (oltre 700 milioni di utenti, 15 milioni di italiani) e non solo dalla rete dei propri contatti. Per quanto riguarda i singoli post, selezionando “Impostazioni post” e poi “Pubblico + Twitter” possiamo condividere i post hashtag anche su un’altra piattaforma social come Twitter.

Quando si usa un hashtag LinkedIn crea una sorta di landing page, grazie alla quale altri utenti possono seguire quel tema.

Un breve testo descrittivo è fondamentale

Per sfruttare al meglio gli hashtag è necessario scrivere un breve testo descrittivo. Sembra piuttosto scontato ma postare un semplice link con un’immagine o un video senza una breve descrizione può rivelarsi persino controproducente. Gli hashtag vanno inseriti direttamente all’interno oppure alla conclusione del testo e devono essere necessariamente parte integrante, non un corpo a sé stante. Gli hashtag devono comunicare in modo chiaro il nostro messaggio/obiettivo ed è importante capire se possiamo trasformare una parola chiave in un hashtag vincente. Alcuni termini, infatti, non si prestano a questo tipo di operazione ed è possibile che finiscano in un’altra categoria molto gettonata: lo spam.

Non trasformare ogni parola in un hashtag

Il mio consiglio è di non trasformare in hashtag ogni parola e di usare o crearne altri che siano funzionali al nostro obiettivo. Come negli altri social network, anche gli hashtag su LinkedIn possono includere lettere, numeri e le famose emoji. Per rendere più efficaci i nostri hashtag dobbiamo evitare l’inserimento di spazi e simboli vari all’interno del tag: niente apostrofi, virgole, punti esclamativi, interrogativi e punteggiatura varia. Le lettere maiuscole vanno utilizzate se stiamo usando un hashtag composto da più parole: in questo caso è importante raggrupparle insieme e in modo efficace. Un altro trucco è quello di usare la lingua anglosassone che si dimostra efficace soprattutto nel creare degli slogan o tormentoni vincenti (basta dare un’occhiata alle campagne presidenziali negli Stati Uniti). Se piazziamo il nostro hashtag all’interno di un testo o una frase, la punteggiatura può essere usata, mentre è raccomando usare un controllo ortografico per evitare qualsiasi errore di battitura o di ortografia che possono mettere a repentaglio l’efficacia. È importante trovare un titolo che riesca a dare una certa rilevanza agli hashtag inseriti e soprattutto evitiamo di sostituire una titolazione di un post di Linkedin con una serie di parole del tipo “#5 #motivi #per #ottimizzare #il #tuo #brand”: per gli algoritmi della piattaforma questo equivale a spam.

Quanti e quali hashtag scegliere

Un’altra buona regola è quella di circoscrivere il numero degli hashtag: anche se non c’è un vero e proprio limite da seguire, è importante limitare la voglia taggare qualsiasi cosa per aumentare la portata dei nostri post o articoli. Il limite da non superare è quello dei cinque per post: un numero superiore potrebbe essere interpretato dagli algoritmi che gestiscono la piattaforma come un possibile tentativo di spam. Vale la stessa regola che vige per Instagram o Facebook o nella maggior parte dei social network: è importante identificare il proprio pubblico in base all’argomento e al settore trattato.

I criteri per scegliere un hashtag sono tre:

  • pertinenza (al contrario di Instagram, dove spopolano il #picoftheday, su LinkedIn servono hashtag che abbiano a che fare con il contenuto del post o con il proprio lavoro)
  • rilevanza (devono essere hashtag che portano un risultato in termini di visibilità, anche se solo su una nicchia)
  • concorrenza (chi altro li usa?)

È importante chiedersi “Quali sono le parole chiave che caratterizzano la mia attività?” oppure “Quali keyword vengono effettivamente cercate dai miei potenziali clienti?”. Una volta identificato il proprio target è importante usare degli hashtag giusti per raggiungere la community, per far conoscere le proprie attività/capacità e i contenuti/prodotti della propria azienda e così via. Per trovare gli hashtag “vincenti” è consigliabile dare un’occhiata anche ai vari Twitter, Instagram e compagnia bella. Oltre a cercare gli hashtag su LinkedIn, ovviamente. È importante trovare un buon equilibrio tra gli hashtag più popolari e quelli più tecnici: non va bene essere troppo generici, né troppo specifici.

Un’altra strategia utilizzata per trovare l’hashtag giusto è quello di studiare quello che fanno gli altri. Possiamo aggiungere e seguire gli hashtag che sono per noi interessanti aggiungendoli tra i preferiti, sotto la voce “Le tue Community”. Possiamo creare un elenco personalizzato e monitorando ogni hashtag da noi aggiunto possiamo scoprire quelli che possono fare la differenza per il successo dei nostri post. Per farlo, clicchiamo su “Scopri di più” nella nostra lista di hashtag. È consigliabile concentrarsi su quei contenuti che sono assimilabili alla propria attività/nicchia/brand: in questo modo oltre a recuperare degli hashtag utili è importante partecipare a discussioni per ottenere una maggiore visibilità. Gli hashtag più gettonati negli ultimi anni sono (in ordine di popolarità): #innovation #management #humanresources #digitalmarketing #creativity #technology #future #futurism #markets #entrepreneurship #startups #careers #venturecapital #socialmedia #socialnetworkin #leanstartups #economy #marketing #economics #professionalwomen #branding #advertisingandmarketing.

Comprendere il significato del nostro hashtag

È importante comprendere il significato dei nostri hashtag per evitare qualsiasi tipo di problema e fraintendimento. Per scongiurare sgradite sorprese è consigliabile controllare il nostro hashtag direttamente sui motori di ricerca e analizzare i risultati che ci vengono proposti. Per non sbagliare hashtag è consigliabile utilizzare un foglio di calcolo e segnarsi quelli usati su LinkedIn o quelli più tendenza sulla piattaforma, ordinandoli per categoria e successo.

Conoscere il proprio pubblico

Quando si abbrevia qualcosa è importante conoscere perfettamente il significato degli hashtag che andremo a proporre. Se nessuno conoscesse o riconoscesse una certa sigla/acronimo potrebbe essere difficile raggiungere il nostro pubblico. È importante comprendere bene a chi dobbiamo indirizzare il nostro hashtag: gli oltre 700 milioni di membri di LinkedIn hanno un’età superiore a quella dei frequentatori di altri social network come Instagram o Snapchat, per esempio. Certi acronimi famosi e utilizzati dalla popolazione più giovane potrebbero non essere conosciuti o popolari tra quella più adulta e viceversa. È fondamentale identificare il proprio pubblico per trovare l’hashtag ideale.

In quale area geografica pubblichiamo il nostro hashtag?

Un altro aspetto che dobbiamo considerare nella pubblicazione di un hashtag è l’area geografica. Per esempio, un post o un articolo dedicato al nostro Paese merita un hashtag preciso, la stessa cosa se lo dobbiamo indirizzare in Europa o negli Stati Uniti. La stessa analisi dobbiamo farla per scegliere la lingua in cui scrivere il nostro post o articolo: il Nord America rappresenta circa il 30% di tutti gli utenti iscritti a LinkedIn, senza dimenticare il Regno Unito e tutte le ex-colonie britanniche appartenenti al Commonwealth. L’inglese in tutte le sue declinazioni è una delle lingue più parlate al mondo (i madrelingua sfiorano i 400.000 milioni) e rimane il linguaggio più importante a livello mondiale con più di 1 miliardo di persone che lo parlano come seconda o terza lingua in diverse circostanze, in particolare nel mondo degli affari, nell’ambito dei viaggi e soprattutto nel campo delle relazioni internazionali. Più di 50 paesi hanno l’inglese come lingua ufficiale ed è presente in almeno un paese di ciascun continente. Quindi, pubblicare un hashtag in inglese può essere un gran bel vantaggio. Se invece il nostro pubblico di riferimento è italiano possiamo puntare sulla creazione di hashtag nella nostra lingua: in questo caso è caldamente raccomandato evitare l’inglese.

Gli algoritmi di LinkedIn possono suggerire l’hashtag giusto

Se siamo in difficoltà nella scelta di hashtag possiamo sempre affidarci agli algoritmi di LinkedIn: la piattaforma suggerisce in modo automatico alcune parole chiavi che potrebbero essere attinenti all’argomento che stiamo trattando. Non è obbligatorio usarli: in qualche caso le soluzioni proposte possono essere estremamente utili, in altri è meglio usare la nostra testa invece dell’Intelligenza Artificiale per trovare quelli che possono mettere in risalto i nostri contenuti.

LinkedIn Analytics, uno strumento davvero prezioso

Un’altra tecnica che possiamo utilizzare e quella di analizzare i post e gli articoli più letti: per farlo possiamo usare uno strumento prezioso come LinkedIn Analytics che ci permette di ottimizzare i nostri contenuti e di ottenere dei risultati apprezzabili. Spesso, scegliere gli hashtag e i topic “giusti” per i nostri contenuti per “colpire” le persone “giuste” potrebbe però rivelarsi più difficile del previsto. Per usarli dobbiamo selezionare i LinkedIn profile analytics: avremo così accesso a moltissime informazioni riguardanti chi ha visitato il nostro profilo e quante visualizzazioni ricevono i nostri post. Facciamo clic su “Chi ha visitato il tuo profilo?” e avremo un bel grafico con l’andamento progressivo delle visite degli altri utenti al nostro profilo o alle nostre pagine negli ultimi 90 giorni e avremo accesso a numerose informazioni del tipo chi sono, dove lavorano, e altri dettagli (se le impostazioni di privacy degli utenti lo permettono). Se invece il nostro “visitatore” usa la modalità “privato” lo vedremo visualizzato solo come “membro di LinkedIn”.

Il secondo tool è quello più interessante perché ci permette di scoprire quante persone hanno interagito col nostro ultimo post. Cliccando su “Visualizzazioni del tuo post” possiamo accedere alla cronologia delle nostre attività e potremo controllare tutte le attività sui post: like (“consiglia”), commenti e condivisioni, ed alcune statistiche sulle visualizzazioni (zona geografica, categoria, qualifica e altro). Soprattutto possiamo scoprire da dove gli utenti hanno trovato i nostri contenuti (da LinkedIn, Facebook o da motori di ricerca come Google, Bing o Yahoo Search) e quali hashtag hanno funzionato bene. Analizzando i nostri post di maggiore successo troveremo determinati hashtag: il consiglio è di insistere con quelli per migliorare le nostre performance.

Valorizzare il brand creando degli eventi online

Gli eventi online spesso sono associati ad hashtag: le aziende li usano non solo per promuovere prodotti e valorizzare brand ma anche per costruire un network di contatti. Possiamo usare un hashtag di questo tipo per far conoscere noi, la nostra azienda oppure per lanciare un nuovo brand. È importante creare un hashtag specifico per ogni campagna pubblicitaria, evento o iniziativa particolare promosso dalla nostra azienda. Creare un hashtag pubblicitario che funziona richiede molta fantasia e originalità. I requisiti necessari sono sostanzialmente due: semplicità e brevità (al massimo tre o quattro parole). Da evitare categoricamente la punteggiatura, le abbreviazioni e l’ironia: LinkedIn è una piattaforma studiata per un uso professionale e si pone in modo diverso ai vari Twitter, Facebook e Instagram.

LinkedIn Elevate per sfruttare gli altri social network

È importante non abusare anche dei cosiddetti hashtag pubblicitari nel perseguire la filosofia aziendale: con lo strumento LinkedIn Elevate  che sta per essere integrato in modo gratuito in Pages (non esisterà più come app singola) possiamo creare hashtag aziendali e condividere contenuti sugli altri social network.

L’hashtag aziendale può essere aggiunto automaticamente ai post dei dipendenti che possono a loro volta taggare i contenuti a essa legati e condividerli sui rispettivi account creando così un effetto virale sui social media, aumentando così la visibilità del contenuto e raggiungendo potenzialmente milioni di altre persone.

Menzionare alle volte è meglio di usare l’hashtag

In qualche caso è più conveniente menzionare una persona o un’azienda piuttosto che utilizzare il solito hashtag. Questa funzione permette di aumentare le interazioni e le conversazioni tra i membri di LinkedIn e rende l’aggiornamento del proprio stato personale ancor più rilevante nell’ecosistema della piattaforma.

Per menzionare qualcuno in un post sulla nostra home page facciamo clic su “Avvia un post” o su “Commento” nella parte inferiore del post di qualcun altro. Inseriamo il simbolo “@” e iniziamo a digitare un nome: a questo punto apparirà un menu a tendina con un elenco di potenziali persone che è possibile menzionare. Facciamo clic sul nome della persona o delle persone che vogliamo menzionare nell’elenco e continuiamo a digitare il messaggio. La persona citata riceverà una e-mail e una notifica ogni volta che verrà menzionata. La funzione, come scritto precedentemente, è disponibile anche nei commenti: in questo caso è possibile menzionare anche un membro di LinkedIn con cui non si è collegati ma che ha commentato lo stesso aggiornamento. Per saperne di più vi consigliamo di consultare la guida ufficiale.

Strumenti per trovare gli hashtag

Con la barra di ricerca è possibile filtrare persone, gruppi o aziende che usano l’hashtag e scovare l’hashtag che può raggiungere il nostro pubblico o un segmento specifico che non abbiamo ancora esplorato.

Possiamo usare anche un servizio versatile come Hashtagify.me per scoprire quali sono gli hashtag più popolari e utilizzati: non in LinkedIn ma negli altri social network come Twitter e Istagram. Il programma mostrerà anche chi li sta usando in un determinato periodo e così via.

Se abbiamo dubbi sul significato di determinati hashtag possiamo usare un programma come Tagdef: in pochi istanti avremo la definizione di ciò che ci interessa. Oltre a scoprire il significato degli hashtag, Tagdef ci permette di analizzare le tendenze del momento a livello social network.

Servono davvero?

Non c’è dubbio che gli hashtag siano una bella aggiunta nell’ecosistema di LinkedIn: saperli sfruttare è un bel plus per promuovere le proprie attività e quella della propria azienda. Con un po’ di pratica e qualche accorgimento possiamo è possibile trovare l’hashtag vincente per far decollare la campagna pubblicitaria di un nuovo prodotto o per rilanciare un vecchio brand. Quindi, è tempo di usare il famoso cancelletto!

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L’agilità delle startup: intervista a Matteo Sola

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Questa mia intervista a Matteo Sola di Kopernicana è stata pubblicata su Startup News il 23 febbraio 2021.

Le grandi corporate vogliono imparare dalle startup come essere più “agili”: più capaci di captare ogni genere di stimolo con i propri sensori, ora sempre più attivi sia verso l’esterno che verso l’interno.

Matteo Sola è HR, formatore ed esperto di digital HR transformation. Nella sua carriera, si è occupato soprattutto di formazione aziendale come strumento di cambiamento in contesti di digital transformation, specializzandosi nell’applicazione degli approcci digitali alle risorse umane, in particolare employee experience e agile management. In Talent Garden, la più grande piattaforma europea di spazi di coworking per talenti digitali, tra il 2016 e il 2019 ha ricoperto diversi ruoli occupandosi di formazione per le corporate, Talent Acquisition, Learning & Development ed HR business partnership per l’Italia e l’Irlanda. È stato “People Learning & Development Lead” per Musement, principale digital player del mondo delle destination experiences e parte del gruppo TUI, occupandosi in particolare dell’implementazione del sistema OKR, tematica per cui oggi è consulente per molte altre realtà.

Da fine 2020 è “HR Learning & Development Leader” di Iliad Italia, oltre ad essere Partner di Kopernicana, società di consulenza in ambito trasformazione organizzativa e new way of working. È inoltre fondatore e coordinatore scientifico del master in Digital HR della Talent Garden Innovation School e nella faculty dell’università Bicocca di Milano.

Con Matteo abbiamo parlato di organizzazione aziendale, anche per il mondo delle startup.

Che cosa intendi per agilità organizzativa in azienda? Perché connette il mondo startup con il mondo corporate?

Per agilità organizzativa oggi intendiamo molte cose. Il nuovo paradigma VUCA (Volatilità, Incertezza, Complessità e Ambiguità, ndr) è noto già da tempo, ma la pandemia ha reso ancora più evidente come la realtà in cui viviamo sia complessa, ambigua, volatile e incerta, ma anche come la velocità del cambiamento continuo renda sempre più difficile pianificare e controllare, per non parlare di prevedere il futuro. Non a caso è tornato di moda il concetto di antifragilità di Taleb.

Per questo le grandi corporate vogliono imparare dalle startup come essere più “agili”: più capaci di captare ogni genere di stimolo con i propri sensori, ora sempre più attivi sia verso l’esterno (mercati, competitor, professionisti, business in generale) che l’interno (le nostre persone e i loro bisogni, i feedback dei colleghi, le dinamiche interne) e reagire di conseguenza, cambiando rapidamente direzione quando serve.

Agilità significa abbattere muri e barriere, connettere ed ibridare (mestieri, professioni, risorse), mettere a fattor comune e sperimentare più di ogni altra cosa. Buttarsi (in modo ragionato) per scoprire cose nuove e metterle alla prova con la realtà, invece di progettare la soluzione perfetta (che non esiste) per anni e poi scoprire che è perfetta, ma il paziente nel frattempo è morto (e da mesi).

La startup nasce per questo, perché è intrisa di coraggio, di velocità (che è la velocità imposta dalla tensione alla sopravvivenza) e di un purpose forte, mentre tutti gli altri devono imparare a ragionare di più in questa chiave.

Le barriere stanno cadendo (se non sono già cadute) e viviamo una nuova era della sperimentazione continua.

E l’Agile HR?

L’”agile” in senso stretto è per me una filosofia e un mindset, in primis organizzativo, che tento di portare nel mio lavoro tutti i giorni, ora passato dal contesto “coding” originario alle altre funzioni, per esempio l’HR. Riesce a farlo perché in realtà è un tema di coordinamento di persone e di progetti in una certa ottica.

Poi (solo in seguito) rimanda a un insieme di metodologie e strumenti utili a stimolare e gestire questa sperimentazione, a cambiare, a evolvere attraverso ragionamenti, riflessioni e messa a fattor comune di talenti diversi. Un patrimonio che varia a seconda del contesto e dello scopo e che molto può essere utile ad HR e management in generale, per contaminarsi con l’ecosistema digital e non solo. L’HR deve diventare più agile in prima persona e più in grado di supportare e diffondere l’agilità negli altri.

Come declini l’agilità per una startup? 

Quando mi capita di supportare una startup o scale-up, un acceleratore o un incubatore come consulente di Kopernicana, ragiono sul tema del difficile equilibrio che bisogna trovare tra il “darsi una struttura” tanto caro ai fondatori e al management quando le cose iniziano a funzionare e sembrano scappare di mano e l’esigenza delle persone di “rimanere agili, rimanere noi stessi”.

Le due cose non sono in contrapposizione, dipende dal come ci lavoriamo. La chiave sta nel non copiare le corporate del passato e fare le cose come sono sempre state fatte (magari assumendo alcuni mega manager che non conoscono il nostro contesto e cultura, perché difficilmente questi innesti funzioneranno) ma sperimentare e trovare la nostra strada per crescere, investendo sulla capacità delle nostre persone, pur facendosi aiutare da consulenti e mentor che ne hanno viste tante. Non è un tema solo di compromessi: dobbiamo rimanere agili pur diventando grandi.

Che dritte daresti a uno startupper?

Di fare alcune cose:

– Di chiarire e poi comunicare sempre al meglio il proprio purpose originario, perché è la forza della sua organizzazione

– Di investire nel disegno del proprio business model, connettendolo bene al purpose, all’impatto che si vuole portare. Senza un modello di business sostenibile, che includa nella parte “risorse chiave” le persone di oggi ma anche quelle potenziali di domani, che lavoreranno per noi prima ancora che esistano e servano davvero nel contesto attuale, non si dura a lungo.

– Di chiarire le priorità strategiche e il modo di allineare le persone, utilizzando da subito strumenti come gli OKR (che ci aiutano anche a rimanere agili), perché l’eccesso di divergenza e la mancanza di focus nel lavoro delle persone possono uccidere di più della mancanza di soldi.

Di non farne altre:

– Non avere fretta di dotarsi di grandi processi (magari vecchi) e di manager, in un mondo dove i manager saranno sempre di meno, non di più.

– Non tardare troppo ad investire in persone che si occupino di altre persone in azienda o in competenze HR in generale. Ho visto troppo spesso “correre ai ripari” quando si hanno già 80, 100 persone o più, rendendosi conto che non si è fatto altro che assumere (con o senza criterio) per sostenere la (presunta) crescita del business, per poi ritrovarsi senza capacità di gestire quelle persone: di sostenere la crescita e il benessere, di salvaguardare il senso di equità interna, di costruire una vera people experience dando risposte ai bisogni concreti in modo sostenibile ecc.

– Non pensare che il senso di quello che si sta facendo possa rimanere per sempre come qualcosa di ovvio: forse (forse) per i founder sarà così anche dopo 5 anni, ma per tutti gli altri, se il purpose non verrà ribadito, ripetuto ed alimentato continuamente (creando in questo modo una vera cultura nel tempo), l’ambiente di lavoro e il significato di quel lavoro non verrà percepito nello stesso modo.

Link&Lead: la prima piattaforma italiana di gamification per trasformare i dipendenti in brand ambassador (e social seller)

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ClickBait, la tecnica per scrivere titoli che acchiappano clic (e che non dovresti mai usare)

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Quando introduco i miei corsi sul Web writing a qualcuno vengono in mente gli scintillanti annunci sul Web che recitano più o meno così:

“Non ti piacerebbe poter scrivere titoli che attirano l’attenzione e portano le persone a cliccare in maniera spasmodica?”

Sono in tanti a usare trucchetti per creare engagement – termine molto in voga sul Web per indicare partecipazione e coinvolgimento – e aumentare il contatore delle visite di Google Analytics. Se alcuni trucchetti non sono altro che ottimizzazioni SEO, che permettono di intercettare con più facilità specifici intenti di ricerca, altri sono degli escamotage psicologici che, pur funzionando (e ne vedrai degli esempi), portano più problemi di quanti ne risolvano.

Parlo dei titoli clickbait, tanto amati e odiati da chi lavora online. Se da un lato fanno felice il capo (o il cliente), perché aumentano i contatori e generano traffico, dall’altro fanno inferocire molti utenti e, sul lungo termine, portano l’effetto opposto, allontanando i lettori più fedeli e minando la credibilità del sito, blog o profilo social.

Il clickbait come il “salto dello squalo” di Fonzie

Clickbait: cosa significa?

Letteralmente clickbait significa “esca per i clic”, anche se la traduzione più diffusa è attira-clic. È esattamente questo: uno stratagemma per attirare la curiosità delle persone (si parla di curiosity gap) e spingerle a cliccare sul link per approfondire. Il termine ha assunto una connotazione negativa perché non sto parlando di headline ben studiate, intelligenti e chiare, ma di una sorta di inganno. In alcuni casi, puntano sulla banalità (“Non immagineresti mai come è andata a finire”), in altri si tratta di titoli fuorvianti, che non hanno alcuna attinenza con il contenuto. In altri casi si tratta di vere e proprie bufale, e non è un caso che fra più prolifici utilizzatori di questa strategia ci siano i siti di complottisti, come quelli che orbitano attorno alla galassia di Qanon.

Faccio qualche esempio, spiegandone la logica

Chi non riesce a svegliarsi presto è più intelligente: lo dimostra la scienza

È ovviamente una sciocchezza, ma sono tanti i siti, anche di importanti realtà editoriali, che sfruttano questo trucchetto. Si prende uno studio, spesso reale, si estrapola un dato e lo si piega alle proprie esigenze. In questo caso, il trucchetto è spingere l’utente a cliccare per soddisfare il proprio ego: a chi non piace dormire sino a tardi? E a chi non piace sentirsi dire che è più intelligente della media? Taac, direbbe Renato Pozzetto: combinando le due cose si ottengono facilmente visite su un articolo scopiazzato male da qualche altra fonte.

È sopravvissuto per miracolo!

Solitamente accompagnato a foto completamente fuori dal contesto, chi usa questi titoli fa leva sulla curiosità delle persone, spesso sulla loro morbosità. Peccato che solitamente non si faccia riferimento a fatti reali. Raramente titoli del genere sono legati a un incidente in Formula 1 o Moto GP, situazioni in cui potrebbero anche essere giustificati, ma a banalità soporifere.

Questa casalinga guadagna 3.640 euro lavorando due ore alla settimana

Un altro modo di attirare l’attenzione (e i clic) è promettere cose impossibili: guadagnare un sacco di soldi lavorando nei ritagli di tempo. Ovviamente la realtà sarà ben diversa, ma quante persone si fanno tentare da queste promesse nel paese delle cartomanti in diretta TV? Solitamente questi titoli sono studiati per colpire l’attenzione di particolari categorie: la casalinga in questo caso, ma può essere uno studente o un pensionato, persone che solitamente hanno un po’ di tempo libero e non gli dispiacerebbe impiegarlo per incrementare i guadagni. La scelta di non mettere una cifra arrotondata, come 3.000 euro, è funzionale, serve a rendere il messaggio più credibile.

Scopri il trucco definitivo per sbancare alla roulette/slot machine/black jack

Un altro sogno ricorrente di tante persone è quello di fregare il sistema. Se poi il sistema è rappresentato da casinò o siti di gambling è ancora meglio, perché si gioca su concetto di rivalsa contro queste entità cattive. E si attirano gli appassionati dell’azzardo, tendenzialmente sensibili a questo tipo di informazioni: sono tantissimi i giocatori legati ai gesti scaramantici o convinti che esistano tecniche magiche (il tema è anche quello dell’ignoranza statistica diffusa). Sono anche i gonzi preferiti dalle case da gioco, che sanno di poter contare sulle loro debolezze per tenerli attaccati al tavolo verde, virtuale o reale che sia. Un trucco che viene usato anche nel mondo reale, e non solo sulla comunicazione online: facendosi un giro a Las Vegas è facile trovare le tabelle sulla strategia ideale per il Black Jack, diffuse dagli stessi casinò. La cosa “divertente” è che non sono quelle vere (facilmente recuperabili online) ma sono modificate leggermente per dare un ulteriore margine di vantaggio al banco.

Facchinetti è scoppiato in lacrime: ecco cosa è successo

Qui siamo al limite della truffa: per dare più credibilità a un titolo e meglio intercettare il traffico e la curiosità delle persone, si cita un personaggio famoso, spesso usando a corredo una sua foto, e ci si costruisce sopra una storia. Palesemente falsa. Illegale? Molto, ma chi ha questo approccio tende a non dare peso alla cosa.

Tutti questi titoli sono stati realmente pubblicati, e non sempre si siti di dubbia professionalità ma, spesso, anche sulle pagine dei quotidiani. A volte come articoli veri e propri, altre volte come link sponsorizzati.

Chiudo il paragrafo con questo caso “raffinato”:

Qual è, in questo caso, il giochino? Il quotidiano Libero lascia intendere che Stasi, noto alle cronache per l’omicidio di Garlasco, sia fuggito dal carcere. Invece è scappato un altro detenuto.

Il clickbait su YouTube

Fino a ora ho parlato di titoli di articoli, ma il clickbait si presta ad ammorbare altre piattaforme, a partire dal portale video per eccellenza: Youtube. Qui il giochetto è ancora più efficace, soprattutto perché è probabile che un video abbastanza cliccato finisca fra quelli consigliati, aumentandone così la portata e le visualizzazioni. L’approccio è quello già visto con la differenza che si propone un filmato e un’immagine di anteprima che colpisce l’attenzione. Molto spesso l’immagine non sarà nemmeno del filmato stesso, ma presa da altre parti, pesantemente ritoccata con Photoshop e usata come miniatura.

Ecco un esempio qui:

Sebbene nel filmato siano effettivamente presenti filmati di animali in lotta, quello che tutti vorrebbero vedere, rappresentato nell’anteprima, è assente. In questo caso di clickbait, a ben vedere non è il titolo che è fuorviante, bensì l’immagine, che è quella che su Youtube ha maggior peso nell’attirare l’attenzione.
Ci sono anche esempi di persone che hanno costruito il successo del loro canale sulla base del clickbait, come il canale touchdalight di Carmie Sellitto. Un esempio della sua “raffinatezza” lo puoi apprezzare qui:

Naturalmente il contenuto non corrisponde minimamente a quanto promesso, ma lascia a bocca aperta come questo personaggio sia riuscito a creare un canale con quasi 700.000 iscritti con video che superano abbondantemente i due milioni di visualizzazioni. Tutti fatti in questa maniera un po’ becera.

Sellitto non è l’unico a usare questi metodi, sfruttati anche da Youtuber molto più seri e seguiti. Un esempio è quello di Casey Neistat[5], il cui canale conta oltre 12 milioni di iscritti; sebbene di recente abbia iniziato a usare molto meno che in passato Youtube per i suoi Vlog, ha sempre avuto la passione per titoli in grado di attirare l’attenzione e in alcuni casi un po’ fuorvianti. Al contrario di molti suoi colleghi, Neistat è un signore: non cerca di scatenare gli istinti più bassi, e usa sempre anteprime provenienti dal video, ma tende a giocare molto sulla curiosità delle persone: alcuni dei suoi titoli sono “Very serious family problem”, “She’s ready to leave”, “THIS HAS NEVER HAPPENED BEFORE!” (sì, tutto in maiuscolo, come se urlasse).

Casey, a differenza di altri, è oggettivamente bravo. Oltre a realizzare ottimi video è anche capace di realizzare titoli chiari, efficaci ed esplicativi. Eccone un esempio:

“THE $21,000 FIRST CLASS AIRPLANE SEAT”, tutto urlato, cosa non proprio elegante è un titolo che, cosa rara, mantiene quello che promette e ha fatto un record di visualizzazioni: si parla di poco meno di 75 milioni di visualizzazioni!

Il clickbait sui social network

Come si può facilmente intuire, i social network sono il regno ideale dove disseminare post clickbait. Il controllo qui è inferiore rispetto a quello che ci può essere su un testata online, e ci sono pagine senza scrupolo che non si fanno problemi a inventarsi bufale spacciate per articoli di giornale. Solitamente a sfondo politico, perché alla fine il populista indipendentemente dal colore è un soggetto che tende a cascarci facilmente. Talvolta l’intento ironico e canzonatorio è evidente (come nel caso di Lercio o della pagina istituzionale dell’immaginario Comune di Bugliano, i cui post taglienti e surreali sono stati condivisi da più di un politico che evidentemente non ha notato il palese sarcasmo.

In questi casi naturalmente non si può parlare di clickbait come mezzo usato per ingannare la gente: se già i titoli sono di per sé un programma (spesso esilarante) facendo clic si viene riportati a cialtronate ancora più divertenti, e mai spacciate per reali.

Un approccio invece molto utilizzato per fini meno nobili delle risate, ma per cercare di strappare qualche misero clic, è quello delle anteprime degli articoli modificate con Photoshop. Un approccio che viene usato più per diffamare avversari politici che per guadagnare clic, almeno su Facebook. In questo caso l’immagine non è cliccabile, e bisognerebbe inserire un link, senza anteprima, nel testo del post. Un approccio che, fortunatamente, porta molti meno clic rispetto alle anteprime cliccabili. Va detto che Facebook ha cercato di fare qualcosa nel tempo per limitare l’abuso di queste tattiche. Inizialmente, infatti, era possibile linkare una pagina e poi cambiare sia l’immagine sia il titolo, rendendo l’anteprima credibilissima. Tanto, si sa, sono in pochi a consultare la fonte, quindi bastava questo ad aumentare l’engagement del post, generando con una balla migliaia di commenti. Oggi, mettendo un link, l’anteprima verrà generata automaticamente basandosi sugli attributi del sito.

Anche su Facebook si vedono alcuni dei classici escamotage usati per i titoli, pur se adeguati alla piattaforma. Si punta a un articolo con una galleria di 10 fatti curiosi? Il tipico clickbait di accompagnamento potrebbe essere qualcosa del tipo “Non mi sarei mai aspettato la numero 7”.  Oppure il classico “Solo una persona su 10 riesce a risolvere questo enigma”. Qui riporto quanto mai esplicativo:

Ecco il trucchetto: il clic è molto più incentivato se si celano i dettagli della notizia. Per la cronaca non era morto un parente o amico di Mourinho, bensì il cane.

Se il clickbait porta traffico e non è illegale, perché non dovresti usarlo?

Il motivo è molto semplice: non porta a fidelizzare i lettori, se si vuole fare informazione. Può pompare le statistiche di un sito, ma si tratta di numeri di vanità (vanity metrics), non di persone realmente interessate. Queste ultime probabilmente si stuferanno presto. Differente il discorso se l’obiettivo è quello di fare ironia, di fare una pagina di fake-news palesemente fasulle per la loro assurdità: in questi casi, non si sta informando il pubblico, ma gli si sta regalando una risata, e i questi casi lo stile e la serietà possono tranquillamente venire meno, se ben fatti. Ma intrattenere non è da tutti, e le tante imitazioni di Lercio non arrivano nemmeno lontanamente ai numeri che può fare Lercio.

La mia masterclass sul Web writing

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