In molti Comuni l’intelligenza artificiale è già entrata dal retrobottega: una bozza di email scritta con ChatGPT, un regolamento riassunto in pochi secondi, una formula Excel chiesta a Copilot, una delibera trasformata in FAQ per i cittadini.

Il punto non è più stabilire se l’AI arriverà negli enti locali. Il punto è decidere se verrà usata con metodo, responsabilità e regole condivise. Un corso AI per Comuni serve proprio a questo: trasformare curiosità e uso spontaneo in competenza operativa.

Non parliamo di fare fantascienza in municipio. Parliamo di ufficio tecnico, tributi, segreteria, comunicazione, URP, protocollo, appalti, servizi sociali, biblioteca, polizia locale e formazione interna. Cioè documenti, scadenze, cittadini, procedure e decisioni che richiedono ancora più attenzione, non meno.

ChatGPT nella pubblica amministrazione: corso AI per Comuni ed enti locali
Un corso AI per Comuni deve partire dai documenti e dai processi reali degli uffici, non dalla dimostrazione spettacolare del chatbot di turno.

Che cosa dovrebbe includere un corso AI per Comuni?

Un corso AI per Comuni dovrebbe includere alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale, uso pratico di ChatGPT, Gemini, Copilot, Claude e NotebookLM, privacy, dati personali, AI Act, verifica delle fonti, prompt engineering, casi d’uso per uffici comunali, linee guida interne e laboratori su documenti reali o simulati. L’obiettivo non è “imparare ChatGPT”, ma aiutare amministratori e dipendenti pubblici a usare l’AI per lavorare meglio con testi, regolamenti, comunicazioni, tabelle e procedure, mantenendo controllo umano e responsabilità amministrativa.

Perché oggi i Comuni hanno bisogno di formazione sull’AI

Un Comune è una macchina informativa. Produce, riceve, interpreta e comunica documenti ogni giorno: determine, delibere, avvisi, bandi, verbali, regolamenti, PEC, moduli, risposte ai cittadini, dati in Excel, pagine web, newsletter, post social, istruzioni operative.

L’AI generativa può aiutare proprio qui: nel leggere, sintetizzare, confrontare, riformulare e rendere più comprensibili le informazioni. Ma più il contesto è pubblico, più serve prudenza. Una risposta sbagliata a un cittadino non è solo una brutta figura. Può creare confusione, aspettative errate, problemi organizzativi o rischi giuridici.

La Commissione europea presenta l’AI Act come un quadro basato sul rischio. Dal 2 febbraio 2025 sono applicabili anche gli obblighi di alfabetizzazione AI: chi usa sistemi di intelligenza artificiale in un’organizzazione deve avere competenze adeguate al contesto d’uso.

Nel Piano triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione 2024-2026, l’intelligenza artificiale viene collegata a efficienza, qualità dei servizi, dati, cybersecurity e linee guida per adozione, procurement e sviluppo di soluzioni IA nella PA. Tradotto: non basta provare uno strumento. Bisogna governarlo.

Che cosa non deve essere un corso AI per Comuni

Partiamo da ciò che eviterei.

Un corso AI per Comuni non dovrebbe essere una sfilata di tool: “ecco dieci app meravigliose, arrangiatevi”. Non dovrebbe essere una conferenza motivazionale sul futuro del lavoro. Non dovrebbe nemmeno ridursi a un seminario giuridico dove tutti escono più spaventati di prima.

Serve un equilibrio pratico:

  • capire come funzionano i modelli generativi;
  • provare strumenti su casi vicini al lavoro degli uffici;
  • distinguere documenti caricabili, documenti da anonimizzare e documenti da non caricare;
  • imparare a verificare risposte, citazioni, numeri e riferimenti normativi;
  • costruire prompt riutilizzabili;
  • definire poche regole interne comprensibili;
  • collegare il tutto ad AI Act, privacy, sicurezza e responsabilità.

La tecnologia cambia in fretta. Il metodo resta.

Modulo 1: alfabetizzazione AI per amministratori e dipendenti

Il primo modulo deve creare una base comune. In aula spesso convivono persone che usano ChatGPT tutti i giorni e persone che lo guardano ancora come un oggetto misterioso. Se non si allinea il linguaggio, il corso diventa disordinato.

Qui si spiegano, in modo semplice:

  • che cos’è l’intelligenza artificiale generativa;
  • che cosa sono modelli linguistici, chatbot e assistenti AI;
  • perché possono produrre risposte utili ma anche errori plausibili;
  • che cosa sono allucinazioni, bias, black box, dati di addestramento e contesto;
  • perché ChatGPT non è un motore di ricerca, un avvocato, un segretario comunale o un responsabile del procedimento.

Il messaggio chiave è questo: l’AI è un assistente veloce, non una fonte di verità. Chi lavora nel Comune resta responsabile del controllo.

Modulo 2: casi d’uso per gli uffici comunali

La formazione funziona quando le persone riconoscono il proprio lavoro dentro gli esempi. Per questo un corso generico sull’AI rischia di essere troppo lontano. In un Comune servono casi d’uso comunali.

Ufficio Uso pratico dell’AI Attenzione
URP Creare FAQ chiare partendo da regolamenti e avvisi Verificare sempre riferimenti, scadenze e competenze
Tributi Scrivere comunicazioni semplici su IMU, TARI, solleciti e scadenze Non inventare date, importi o condizioni
Ufficio tecnico Riassumere linee guida, autorizzazioni, bozze e documenti lunghi Non delegare valutazioni tecniche o responsabilità istruttorie
Segreteria Trasformare appunti e trascrizioni in verbali sintetici Non aggiungere informazioni non presenti nella fonte
Appalti Estrarre requisiti, scadenze, importi e cause di esclusione Chiedere sempre riferimenti a pagina e paragrafo
Comunicazione Adattare un avviso per sito, newsletter, social e manifesto Mantenere tono istituzionale e informazioni verificate
Dati Generare formule Excel, pulire tabelle, creare grafici preliminari Controllare calcoli, filtri e interpretazioni

Questi esempi si collegano alla guida che ho pubblicato su ChatGPT nella PA, dove ho raccolto strumenti, rischi, checklist e prompt per pubblica amministrazione, aziende e professionisti.

Modulo 3: prompt engineering per la PA, senza formule magiche

Il prompt engineering non è l’arte di indovinare la frase segreta. è il modo in cui trasformiamo un bisogno dell’ufficio in una richiesta chiara, controllabile e verificabile.

Un buon prompt per un Comune dovrebbe contenere almeno sette elementi:

  1. Ruolo: supporto alla comunicazione, analisi documentale, revisione linguistica, preparazione FAQ.
  2. Contesto: ufficio, servizio, tipo di procedimento, pubblico destinatario.
  3. Obiettivo: spiegare, sintetizzare, confrontare, trasformare, controllare.
  4. Fonte: documento allegato, estratto, tabella, trascrizione, regolamento.
  5. Vincoli: tono, lunghezza, formato, parole da evitare, dati mancanti da segnalare.
  6. Controllo: evidenziare dubbi, non inventare, citare pagina o paragrafo.
  7. Output: email, tabella, elenco puntato, FAQ, bozza di avviso, checklist.

Esempio:

Agisci come supporto alla comunicazione di un ufficio comunale.
Devo spiegare a cittadini non esperti le scadenze TARI presenti nel testo allegato.
Usa un tono chiaro e istituzionale.
Produci:
1. una versione per il sito del Comune;
2. una versione breve per email;
3. una FAQ con 5 domande frequenti.
Non inventare date, importi o eccezioni.
Segnala in fondo i punti che richiedono verifica da parte dell'ufficio.

La parte più importante è l’ultima: segnalare ciò che va verificato. Nei Comuni, il controllo non è un optional decorativo.

Modulo 4: privacy, dati personali e documenti da non caricare

Qui bisogna essere molto concreti. Una cosa è usare l’AI per riscrivere in linguaggio semplice un testo pubblico già approvato. Un’altra è incollare in un chatbot un documento con dati personali, informazioni sanitarie, minori, situazioni familiari, contenziosi, offerte economiche o dati riservati.

Nel corso conviene lavorare con una classificazione semplice:

  • Verde: testi pubblici, materiali dimostrativi, esempi anonimi, bozze senza dati sensibili.
  • Giallo: documenti interni, dati personali comuni, informazioni organizzative, materiali da anonimizzare.
  • Rosso: dati sensibili, minori, servizi sociali, procedimenti delicati, credenziali, informazioni riservate, atti non pubblici.

Naturalmente questa griglia non sostituisce DPO, RTD, responsabili e policy dell’ente. Serve però a dare ai dipendenti un criterio immediato. Senza criteri, ognuno decide da solo. E di solito è l? che nascono i problemi.

Modulo 5: NotebookLM e AI basata su fonti

Per un Comune, uno degli strumenti più interessanti è NotebookLM, perché obbliga a lavorare su fonti caricate dall’utente: regolamenti, manuali, dispense, report, materiali di corso, verbali o dossier.

Questo non significa che NotebookLM sia infallibile. Significa che il perimetro di lavoro è più chiaro. Se devo studiare un regolamento comunale, una raccolta di linee guida o un manuale operativo, posso chiedere sintesi, glossari, domande frequenti, confronti e schede di ripasso partendo da quelle fonti.

In un laboratorio per Comuni si può usare NotebookLM per:

  • creare una guida interna da un regolamento;
  • preparare FAQ per l’URP;
  • confrontare due versioni di un documento;
  • generare domande per formare nuovi dipendenti;
  • estrarre definizioni, obblighi, scadenze e passaggi critici;
  • preparare un briefing per amministratori o responsabili di servizio.

Modulo 6: AI Act, linee guida e responsabilità amministrativa

Nel contesto pubblico, l’AI non può essere trattata come un giocattolo brillante. L’AI Act distingue gli usi in base al rischio e introduce obblighi diversi per provider e deployer. La Commissione europea ricorda che le pratiche vietate e gli obblighi di AI literacy si applicano dal 2 febbraio 2025, mentre molte regole entreranno pienamente a regime secondo il calendario previsto.

Per un Comune, questo significa almeno tre cose:

  • formare le persone che usano strumenti AI nel lavoro;
  • definire cosa si può fare e cosa no;
  • mantenere tracciabilità, controllo umano e responsabilità sui risultati.

Non serve iniziare con un manuale di 200 pagine. Serve una policy chiara: quali strumenti sono autorizzati, quali dati non vanno caricati, chi verifica le risposte, quando citare le fonti, come documentare usi delicati, quando coinvolgere DPO, RTD o responsabili.

Come può essere strutturato il corso

Il formato dipende dalla dimensione dell’ente, dal livello di partenza e dagli obiettivi. Una struttura modulare può funzionare così.

Formula introduttiva: 2 ore

Adatta a conferenze, incontri con amministratori, eventi di sensibilizzazione o prime sessioni per dipendenti. Obiettivo: capire opportunità, rischi e regole essenziali.

Workshop operativo: mezza giornata

Tre o quattro ore con esempi pratici, prompt, esercizi e casi d’uso per uffici comunali. Obiettivo: uscire con competenze immediatamente utilizzabili e una prima checklist interna.

Percorso completo: 6-8 ore (oppure variante più lunga)

Una giornata o due mezze giornate con laboratorio su documenti simulati o anonimizzati, analisi dei processi, bozza di policy e libreria di prompt per gli uffici.

Percorso avanzato: più incontri

Utile quando l’ente vuole costruire linee guida, formare referenti interni, lavorare su casi specifici o accompagnare un progetto di adozione dell’AI.

Checklist per organizzare un corso AI nel tuo Comune

Prima di fissare una data, conviene rispondere a dieci domande.

  1. Quali uffici devono partecipare?
  2. Le persone hanno già usato ChatGPT, Copilot, Gemini o altri strumenti?
  3. Quali processi consumano più tempo: testi, PEC, verbali, tabelle, FAQ, bandi?
  4. Quali documenti possono essere usati in aula senza rischi?
  5. Ci sono materiali da anonimizzare?
  6. L’ente ha già policy su AI, privacy, cloud e strumenti digitali?
  7. Chi deve essere coinvolto: segretario, RTD, DPO, responsabili di servizio, amministratori?
  8. Il corso deve produrre solo formazione o anche linee guida operative?
  9. Si vuole lavorare su ChatGPT, Copilot, Gemini, Claude, NotebookLM o su un mix?
  10. Come si misurerà il risultato: tempo risparmiato, qualità delle bozze, riduzione errori, chiarezza delle comunicazioni?

Queste domande trasformano il corso da “lezione sull’AI” a intervento utile per l’organizzazione.

Il ruolo umano resta centrale

L’AI può aiutare un Comune a scrivere meglio, leggere più velocemente, spiegare con più chiarezza, preparare bozze e ridurre attività ripetitive. Ma non conosce il territorio, non risponde davanti ai cittadini, non firma atti, non valuta l’impatto sociale di una decisione.

Un buon corso AI per Comuni deve quindi evitare due errori opposti: il panico e l’entusiasmo ingenuo. Il panico blocca tutto. L’entusiasmo ingenuo apre la porta a usi casuali. In mezzo c’è la strada più interessante: competenza, metodo, verifica e responsabilità.

In sintesi: l’intelligenza artificiale può diventare un aiuto concreto per gli enti locali se parte da casi d’uso reali, protegge i dati, forma le persone e lascia all’essere umano il compito più importante: capire, controllare e decidere.

FAQ

Che cos’è un corso AI per Comuni?

È un percorso di formazione per amministratori, dipendenti e responsabili di enti locali sull’uso pratico e sicuro dell’intelligenza artificiale generativa in uffici comunali, servizi al cittadino, documenti, comunicazione e processi interni.

Quanto deve durare un corso AI per un Comune?

Dipende dagli obiettivi. Una sessione introduttiva può durare 2 ore, un workshop operativo 3-4 ore, mentre un percorso completo con laboratorio, prompt e linee guida può richiedere 6-8 ore o più incontri.

Quali strumenti si usano in un corso AI per enti locali?

Gli strumenti più utili sono ChatGPT, Microsoft Copilot, Google Gemini, Claude e NotebookLM. La scelta dipende dal contesto dell’ente, dalle licenze disponibili, dai dati trattati e dai casi d’uso.

Un Comune può caricare documenti in ChatGPT?

Non qualunque documento. Prima bisogna valutare dati personali, riservatezza, policy interne, condizioni dello strumento, finalità e livello di rischio. Nei corsi è preferibile lavorare su testi pubblici, simulati o anonimizzati.

L’AI può scrivere risposte ai cittadini?

Può aiutare a preparare bozze più chiare, FAQ e versioni semplificate, ma la risposta finale deve essere verificata dall’ufficio competente. Date, importi, requisiti e riferimenti normativi non vanno mai lasciati al solo chatbot.

Il corso AI serve anche per l’AI Act?

Sì. L’AI Act prevede obblighi di alfabetizzazione AI applicabili dal 2 febbraio 2025. Per un Comune la formazione aiuta a usare gli strumenti con maggiore consapevolezza, controllo umano e attenzione ai rischi.

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Qualcuno apre DeepSeek, il chatbot cinese, e la prima tentazione è sempre la stessa: chiedergli se è meglio o peggio di ChatGPT. Domanda legittima, ma un po’ sterile. È come comprare un trapano e passare mezz’ora a discutere se sia più elegante del cacciavite.

La domanda utile è un’altra: che cosa posso fare davvero con DeepSeek? Non in astratto, non nei benchmark, non nei post pieni di entusiasmo geopolitico. Nel lavoro di tutti i giorni: scrivere, studiare, programmare, analizzare, ragionare, preparare contenuti, farsi spiegare cose difficili.

DeepSeek è diventato famoso nel 2025 con il modello R1, un modello di ragionamento rilasciato anche in versione open-weight. Nel 2026 la piattaforma ufficiale offre chat, app, API e modelli sempre più lunghi e potenti. Ma, come per tutti i chatbot, il punto non è chiedergli magie. Il punto è dargli compiti chiari.

Quali sono le 10 cose che puoi fare con DeepSeek?

Con DeepSeek puoi scrivere e riscrivere testi, riassumere documenti, studiare meglio, programmare, fare debug, generare idee di marketing, preparare lezioni o presentazioni, analizzare pro e contro di una decisione, tradurre e semplificare contenuti, creare prompt più efficaci e usare l’API per integrare l’AI in applicazioni. È particolarmente interessante nei compiti di ragionamento e codice, ma va usato con prudenza su dati sensibili, fonti, numeri e contenuti aziendali riservati.

Che cos’è DeepSeek, in parole semplici

DeepSeek è una società cinese di intelligenza artificiale fondata nel 2023. Il suo chatbot ufficiale è disponibile su chat.deepseek.com e viene presentato come assistente per coding, creazione di contenuti, lettura di file e conversazioni a contesto lungo. Il sito ufficiale deepseek.com rimanda anche all’app e alle API per sviluppatori.

La svolta mediatica è arrivata con DeepSeek-R1, pubblicato a gennaio 2025. La pagina ufficiale su Hugging Face e il paper su arXiv descrivono R1 come una famiglia di modelli orientati al ragionamento. In pratica: modelli pensati per affrontare problemi più complessi, matematica, logica, codice, passaggi intermedi.

Nel 2026 le API ufficiali DeepSeek indicano compatibilità con formati simili a OpenAI e Anthropic, mentre la pagina prezzi segnala modelli con contesti molto ampi e funzioni come JSON output e tool calls. Tradotto: oltre alla chat, DeepSeek è anche una piattaforma per sviluppatori.

Mappa degli usi pratici di DeepSeek per lavoro, studio, codice e contenuti

1. Scrivere email, messaggi e testi più chiari

Il primo uso è il più semplice: scrivere meglio. Non significa far scrivere tutto a DeepSeek e spegnere il cervello. Significa usare il chatbot come editor.

Esempio concreto: devi rispondere a un cliente che chiede uno sconto impossibile. Potresti scrivere di getto una mail troppo secca, oppure chiedere a DeepSeek di aiutarti a trovare un tono professionale.

Riscrivi questa email in modo chiaro, breve e gentile.
Mantieni il messaggio fermo, ma non aggressivo.
Obiettivo: spiegare che non possiamo applicare lo sconto richiesto,
ma proporre un'alternativa sostenibile.
Testo: [incolla qui la bozza]

Il trucco è non chiedere “scrivi una mail”. Meglio dare contesto, tono, obiettivo e vincoli. Poi si rilegge. Sempre. Perché la voce deve restare tua, non quella di un call center generato al microscopio.

Esempio di prompt DeepSeek per scrivere email migliori

2. Riassumere documenti lunghi senza perdere il filo

DeepSeek può aiutarti a trasformare un documento lungo in una mappa leggibile. È utile con report, dispense, trascrizioni, regolamenti, bozze di contratto, materiali di studio e documentazione tecnica.

Il prompt migliore non è “riassumi”. È qualcosa di più operativo:

Analizza questo documento.
Produci:
1. sintesi in 10 punti;
2. concetti chiave;
3. termini da chiarire;
4. possibili rischi o ambiguità;
5. domande che dovrei fare prima di usarlo.
Se una cosa non è presente nel testo, scrivi "non verificabile".

Questo approccio è prezioso perché costringe il chatbot a distinguere tra riassunto, interpretazione e verifica. Se lavori spesso su PDF e fonti, puoi affiancarlo anche a strumenti come NotebookLM, che nasce proprio per interrogare documenti caricati dall’utente.

3. Studiare meglio: quiz, mappe e ripasso

DeepSeek può diventare un tutor di studio, a patto che lo studente non lo usi solo per farsi fare i compiti. La differenza è enorme.

Uso pigro:

Fammi il tema su Leopardi.

Uso intelligente:

Aiutami a studiare Leopardi per un'interrogazione.
Prima spiegami i concetti chiave in modo semplice.
Poi fammi 10 domande, una alla volta.
Dopo ogni mia risposta, correggimi e spiegami cosa manca.
Alla fine crea una mappa mentale testuale.

In questo secondo caso DeepSeek non sostituisce lo studio: lo organizza. Può fare domande, simulare un’interrogazione, chiarire parole difficili, creare esempi, proporre collegamenti interdisciplinari. Per studenti e docenti questo è un punto interessante, da collegare anche ai corsi AI per le scuole.

Esempio di prompt DeepSeek per studiare documenti e PDF

4. Programmare e capire codice che non hai scritto tu

DeepSeek è molto usato dagli sviluppatori, anche perché la famiglia R1 ha attirato attenzione proprio per ragionamento e coding. Può aiutarti a leggere una funzione, trovare bug, scrivere test, spiegare errori, tradurre codice da un linguaggio a un altro.

Esempio:

Agisci come un senior developer Python.
Ti incollo una funzione che non capisco.
Fai tre cose:
1. spiegami che cosa fa in linguaggio semplice;
2. individua possibili bug o casi limite;
3. proponi una versione più leggibile, cambiando il meno possibile.

Qui bisogna essere adulti: il codice generato dall’AI va verificato. Se DeepSeek propone una soluzione, chiedi anche i test.

Ora scrivi 5 test unitari:
- caso normale;
- input vuoto;
- valore non valido;
- limite massimo;
- errore atteso.

Questo vale ancora di più in azienda. Il chatbot può accelerare, ma non diventa responsabile della sicurezza del software al posto tuo.

Esempio di prompt DeepSeek per coding e debug

5. Generare idee di marketing e contenuti

DeepSeek può aiutare consulenti, aziende e professionisti a produrre idee per newsletter, LinkedIn, blog, video, webinar, campagne, titoli e scalette. Attenzione: non è il direttore marketing. È una macchina per generare alternative.

Prompt concreto:

Dammi 30 idee di post LinkedIn per un commercialista
che vuole spiegare l'AI alle PMI.
Dividi le idee in 5 categorie:
- miti da sfatare;
- esempi pratici;
- rischi;
- strumenti;
- storie di clienti.
Per ogni idea dammi titolo, angolo narrativo e CTA.

Il valore non sta nel pubblicare le 30 idee così come escono. Il valore sta nel vedere angoli che non avevi considerato, scegliere i migliori e adattarli al tuo tono. Se ti interessa lavorare meglio su prompt, struttura e contenuti, ho raccolto molti principi nel corso di prompt engineering.

Esempio di prompt DeepSeek per marketing e idee LinkedIn

6. Preparare presentazioni, lezioni e scalette

Un altro uso pratico: trasformare un tema confuso in una scaletta. DeepSeek può aiutare a costruire una lezione, una presentazione aziendale, un intervento a un evento, un webinar o una riunione.

Prompt:

Devo preparare una presentazione di 30 minuti su:
"AI generativa per piccoli imprenditori".
Pubblico: persone curiose, non tecniche.
Obiettivo: far capire 5 usi pratici e 3 rischi.
Prepara:
1. titolo;
2. scaletta minuto per minuto;
3. esempio concreto per ogni sezione;
4. slide suggerite;
5. esercizio finale da 10 minuti.

Questo funziona perché costringi il modello a ragionare su pubblico, durata, obiettivo e output. Sono gli stessi ingredienti che uso quando preparo speech e interventi sull’intelligenza artificiale per aziende.

7. Analizzare pro e contro prima di decidere

DeepSeek è interessante quando gli chiedi di scomporre un problema. Non “dimmi cosa devo fare”, ma “aiutami a vedere meglio la decisione”.

Esempio: una scuola deve decidere se introdurre un regolamento sull’uso dell’AI. Un’azienda deve scegliere se permettere l’uso di chatbot esterni. Un professionista deve valutare se automatizzare una parte del lavoro.

Aiutami a valutare questa decisione:
[descrivi la scelta].
Costruisci una tabella con:
- vantaggi;
- rischi;
- costi nascosti;
- impatto sulle persone;
- dati da raccogliere prima di decidere;
- decisione reversibile o irreversibile.
Alla fine non scegliere al posto mio: dammi 3 scenari.

Questa è una delle funzioni più utili dei chatbot: diventano una specie di sparring partner. Non decidono, ma ti obbligano a guardare più lati del problema.

Checklist per usare DeepSeek nei compiti di ragionamento

8. Tradurre, semplificare e adattare testi

DeepSeek può tradurre testi, ma il caso più interessante è l’adattamento. Per esempio: trasformare un testo tecnico in una spiegazione per clienti, studenti, colleghi o cittadini.

Trasforma questo testo tecnico in una spiegazione per persone non esperte.
Mantieni i concetti corretti.
Usa frasi brevi.
Aggiungi un esempio concreto.
Alla fine crea un glossario di 8 parole difficili.

Questo è utile in tantissimi contesti: sanità, pubblica amministrazione, formazione, consulenza, vendita, assistenza clienti. L’errore da evitare è semplificare fino a tradire il senso. Per questo conviene sempre chiedere anche:

Quali parti della semplificazione potrebbero essere imprecise?
Segnalamele prima di darmi la versione finale.

9. Creare prompt migliori per altri chatbot

Sembra un gioco di specchi, ma funziona: puoi usare DeepSeek per progettare prompt da usare poi su ChatGPT, Gemini, Claude, Copilot o NotebookLM.

Prompt:

Devo ottenere da un chatbot una griglia di valutazione
per un compito di italiano in terza media.
Aiutami a scrivere un prompt completo.
Il prompt deve includere:
- ruolo del chatbot;
- obiettivo;
- contesto della classe;
- criteri di valutazione;
- formato tabella;
- richiesta di non inventare dati.

Il vantaggio è che DeepSeek diventa un meta-assistente: non produce solo il risultato, ma ti aiuta a formulare meglio la domanda. E spesso il salto di qualità nei chatbot non nasce dal modello più nuovo, ma dalla richiesta meno vaga.

10. Usare le API per costruire strumenti e automazioni

DeepSeek non è solo chat. Le API ufficiali permettono agli sviluppatori di integrare i modelli in software, agenti, sistemi interni, strumenti di analisi, workflow di assistenza e prototipi. La documentazione spiega che l’API è compatibile con formati simili a OpenAI e Anthropic, quindi per chi sviluppa può essere relativamente semplice fare test comparativi.

Esempi concreti:

  • un tool interno che riassume ticket di assistenza;
  • un sistema che classifica richieste clienti;
  • un assistente per generare bozze di risposte;
  • un’app che analizza documentazione tecnica;
  • un workflow che produce output JSON strutturato;
  • un prototipo per confrontare costi e qualità rispetto ad altri modelli.

Qui però il discorso cambia: entrano in gioco sicurezza, governance, log, contratti, dati e responsabilità. Per le aziende vale la regola che ripeto spesso parlando di Shadow AI in azienda: vietare tutto non funziona, ma nemmeno lasciare tutti liberi di incollare qualsiasi cosa ovunque.

I rischi da non ignorare

DeepSeek è interessante, ma non va trattato come un giocattolo innocuo. Ci sono almeno quattro attenzioni.

  • Privacy: non caricare dati personali, documenti riservati, contratti, informazioni sanitarie o dati aziendali sensibili senza una valutazione seria.
  • Fonti: come tutti i chatbot, può produrre risposte plausibili ma sbagliate. Chiedi sempre fonti e verifica.
  • Codice: il codice generato va letto, testato e controllato sul piano della sicurezza.
  • Contesto geopolitico: DeepSeek è cinese. Questo non significa demonizzarlo, ma significa valutare con attenzione policy, dati, uso professionale e compliance.

In altre parole: per prove personali, studio e brainstorming può essere molto utile. Per dati aziendali e processi critici serve una policy. La comodità non è una strategia.

Privacy e limiti da considerare quando si usa DeepSeek

Mini workflow: come provare DeepSeek in 20 minuti

Se vuoi farti un’idea pratica, prova così:

  1. apri DeepSeek e chiedi una spiegazione semplice di un tema che conosci bene;
  2. verifica se dice cose corrette;
  3. chiedi una versione per principianti e una per esperti;
  4. incolla una tua bozza e chiedi di migliorarla senza cambiarne il senso;
  5. fai un test di ragionamento con pro e contro;
  6. prova un prompt di codice o una tabella;
  7. chiedi al chatbot di criticare la sua stessa risposta;
  8. confronta il risultato con un altro chatbot.

In 20 minuti capirai una cosa importante: non esiste “il chatbot migliore” in assoluto. Esiste lo strumento più adatto a quel compito, con quel livello di rischio, in quel contesto.

In sintesi

DeepSeek merita attenzione perché ha portato nel dibattito AI tre temi forti: modelli di ragionamento, costi più aggressivi e concorrenza cinese nel mondo dell’intelligenza artificiale. Ma per chi lavora, studia o comunica, la domanda resta pratica: che cosa ci faccio?

Puoi usarlo per scrivere, studiare, programmare, analizzare documenti, generare idee, preparare lezioni, ragionare su decisioni e costruire prototipi. Il salto di qualità arriva quando smetti di chiedere “fammi qualcosa” e inizi a dare contesto, criteri, vincoli, formato e controlli.

DeepSeek non è un oracolo. È un assistente. E gli assistenti, quando funzionano bene, non pensano al posto tuo: ti aiutano a pensare meglio.

FAQ

Che cos’è DeepSeek?

DeepSeek è una società cinese di intelligenza artificiale e anche il nome del suo chatbot. Offre una chat online, app, API e modelli AI noti soprattutto per ragionamento, codice e costi competitivi.

DeepSeek è gratis?

La chat ufficiale offre accesso gratuito, mentre le API per sviluppatori hanno prezzi e limiti indicati nella documentazione ufficiale. Le condizioni possono cambiare, quindi conviene controllare sempre il sito DeepSeek.

DeepSeek è meglio di ChatGPT?

Dipende dal compito. DeepSeek è interessante per ragionamento, codice e uso via API; ChatGPT può risultare più completo in altri flussi, integrazioni e strumenti. Il confronto va fatto su casi d’uso reali.

Posso usare DeepSeek con dati aziendali?

Solo dopo una valutazione su privacy, sicurezza, contratti e policy interne. Non è prudente incollare documenti riservati, dati personali o informazioni sensibili in un chatbot senza autorizzazione.

DeepSeek va bene per programmare?

Sì, può aiutare a spiegare codice, trovare bug, scrivere test e proporre soluzioni. Il codice generato va comunque verificato, testato e controllato dal punto di vista della sicurezza.

Qual è il modo migliore per iniziare?

Parti da compiti semplici e verificabili: riscrivere una mail, riassumere un testo noto, creare quiz, spiegare codice, fare una tabella pro e contro. Poi confronta le risposte con altri strumenti.

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Quando una scuola mi chiede informazioni sui Corsi AI per le scuole, la domanda di partenza sembra quasi sempre tecnica: “Ci spieghi ChatGPT?”, “Ci fai vedere qualche prompt?”, “Quali strumenti possiamo usare in classe?”.

In realtà la questione è più profonda. Non si tratta di aggiungere l’ennesima app alla didattica, né di fare una lezione spettacolare sull’intelligenza artificiale per poi tornare esattamente come prima. Un buon corso sull’AI per docenti, dirigenti e studenti deve aiutare la scuola a decidere quando usare questi strumenti, quando evitarli, come verificarli e come trasformarli in attività sensate.

È anche il motivo per cui, con Giuseppe Lavenia, ho scritto per Mursia il libro Intelligenza artificiale e tecnologia in classe. Guida per insegnanti per un uso consapevole. Il libro nasce da una convinzione semplice: l’AI può arricchire la didattica, ma solo se viene inserita dentro un progetto educativo. Senza metodo diventa scorciatoia. Con metodo diventa laboratorio.

Copertina del libro Intelligenza artificiale e tecnologia in classe di Gianluigi Bonanomi e Giuseppe Lavenia

Che cosa devono includere i Corsi AI per le scuole?

I Corsi AI per le scuole dovrebbero includere alfabetizzazione all’intelligenza artificiale, uso pratico di strumenti come ChatGPT, Copilot, Gemini e NotebookLM, sicurezza digitale, privacy, valutazione delle fonti, progettazione di attività per fasce d’età, prompt engineering, gestione dei compiti, inclusione, rischi etici e riduzione della burocrazia per i docenti. Il punto non è insegnare “il trucco del prompt”, ma costruire competenze: capire come funzionano questi strumenti, dove sbagliano, come usarli in modo didattico e come mantenere centrale il ruolo dell’insegnante.

Perché l’AI a scuola non è più un tema futuribile

Fino a pochi anni fa, parlare di intelligenza artificiale a scuola significava citare robot, laboratori STEM o software specialistici. Oggi basta entrare in una classe: molti studenti hanno già provato ChatGPT, alcuni lo usano per studiare, altri per fare prima i compiti, altri ancora per farsi spiegare argomenti che non hanno capito.

Il problema non è se l’AI entrerà nella scuola. È già entrata, spesso dalla porta laterale.

La domanda vera è: la scuola vuole governare questo cambiamento o subirlo? Per questo i corsi servono. Non per inseguire la moda, ma per dare agli insegnanti un linguaggio comune, criteri di scelta e attività utilizzabili lunedì mattina.

Il contesto istituzionale va nella stessa direzione. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha rafforzato il divieto di smartphone anche nel secondo ciclo, mentre la scuola discute sperimentazioni e percorsi sull’intelligenza artificiale. Sembra una contraddizione, ma non lo è del tutto: uno smartphone personale in tasca durante la lezione non è la stessa cosa di un’attività guidata con strumenti digitali, obiettivi didattici e supervisione del docente.

Anche l’UNESCO Global Education Monitoring Report 2023 invita a non confondere tecnologia e apprendimento: alcune tecnologie aiutano, altre distraggono, quasi tutte dipendono dal contesto e dalla qualità della progettazione didattica.

Dal libro al corso: non solo strumenti, ma metodo

Nel libro Intelligenza artificiale e tecnologia in classe abbiamo organizzato il tema in modo molto pratico: tecnologia nella didattica, sicurezza digitale, smartphone, AI generativa, progetti per diverse fasce d’età, casi di successo, burocrazia scolastica e ruolo umano.

Un corso efficace dovrebbe fare lo stesso. Non basta aprire ChatGPT e chiedergli: “Preparami una verifica di storia”. Quello è un assaggio. Utile, certo. Ma il corso deve insegnare a fare domande migliori:

  • quali dati posso inserire e quali no?
  • come verifico una risposta generata dall’AI?
  • come trasformo uno strumento in un’attività di apprendimento?
  • come valuto un compito se lo studente può usare un chatbot?
  • come evito che l’AI premi chi è già bravo e lasci indietro chi ha più bisogno?
  • come faccio usare l’AI senza ridurre il pensiero critico?

Gianluigi Bonanomi con il libro Intelligenza artificiale e tecnologia in classe

Un modulo indispensabile: alfabetizzazione AI per docenti

Il primo modulo di un corso dovrebbe rispondere a una domanda apparentemente banale: che cos’è l’intelligenza artificiale generativa?

Se la risposta è troppo tecnica, si perde metà sala. Se è troppo magica, si crea il problema opposto. Io di solito la spiego così: un modello generativo produce testo, immagini, codice, audio o video sulla base di pattern appresi da enormi quantità di dati. Non “capisce” come una persona, ma può simulare conversazioni, stili, spiegazioni e procedure con un’efficacia sorprendente.

Da qui discendono i tre messaggi che ogni docente dovrebbe portarsi a casa:

  1. l’AI può essere utilissima per spiegare, riformulare, sintetizzare e proporre attività;
  2. l’AI può sbagliare, inventare fonti o dare risposte plausibili ma false;
  3. l’AI funziona meglio quando l’insegnante sa darle ruolo, obiettivo, contesto, vincoli e formato.

Questo è anche il cuore dell’AI literacy richiesta dal quadro europeo. Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, Regolamento UE 2024/1689, dedica l’articolo 4 all’alfabetizzazione in materia di IA. Per la scuola significa una cosa molto concreta: non basta autorizzare o vietare strumenti. Bisogna formare chi li usa. Lo stesso principio vale anche nelle organizzazioni, come ho spiegato nella guida sulla formazione AI obbligatoria e AI Act.

Prompt engineering per insegnanti: una competenza, non un mestiere

Nel libro lo diciamo chiaramente: per un certo periodo si è parlato di prompt engineering come del lavoro del futuro. Più realisticamente sarà una competenza trasversale. Come saper cercare online, scrivere una mail efficace o costruire una presentazione leggibile. Chi vuole approfondire il tema può partire anche dal mio corso di prompt engineering, che applico poi ai diversi contesti: aziende, professionisti, docenti e studenti.

In un corso per scuole, il prompt engineering va insegnato con esempi didattici, non con formule da guru. Un buon prompt per un docente può seguire questa struttura:

Agisci come un insegnante di [materia] della classe [livello].
Devi aiutarmi a progettare un'attività su [argomento].
Obiettivo didattico: [competenza da sviluppare].
Vincoli: durata [minuti], materiali disponibili [strumenti], livello della classe [descrizione].
Produci:
1. spiegazione iniziale;
2. attività guidata;
3. esercizio individuale;
4. griglia di valutazione;
5. possibili errori degli studenti.

La differenza rispetto a “fammi una lezione sui vulcani” è enorme. Nel primo caso l’AI diventa un assistente alla progettazione. Nel secondo caso diventa una macchinetta per produrre contenuto generico, cioè esattamente ciò di cui la scuola non ha bisogno.

Esempi concreti per primaria, medie e superiori

Un corso ben progettato deve adattare gli esempi all’età degli studenti. L’AI non si porta in una quinta primaria come in un triennio di scuola superiore.

Scuola primaria. Qui l’obiettivo non è mettere un chatbot nelle mani dei bambini senza mediazione. Si può usare l’AI come strumento del docente: generare storie a bivi, creare immagini da descrizioni, preparare domande di comprensione, semplificare un testo, inventare personaggi per spiegare le emozioni o costruire esercizi graduati. Per esempio: l’insegnante chiede all’AI tre versioni dello stesso racconto, con difficoltà crescente, e poi lavora in classe sulle differenze.

Scuola secondaria di primo grado. Qui il tema diventa anche cittadinanza digitale. Si possono fare attività su fake news, privacy, fonti, immagini generate, password, reputazione online. Un esercizio utile: dare agli studenti una risposta prodotta dall’AI e chiedere di evidenziare quali informazioni vanno verificate, quali fonti mancano e quali parti sembrano opinioni travestite da fatti.

Scuola secondaria di secondo grado. Qui si può alzare il livello: confronto tra fonti, scrittura argomentativa, analisi di documenti, coding, simulazioni, dibattiti, orientamento professionale. Un’attività potente consiste nel chiedere agli studenti di usare l’AI per produrre una prima bozza, poi obbligarli a documentare le modifiche: che cosa hanno accettato, che cosa hanno corretto, che cosa hanno scartato e perché.

Studenti in attività didattica collaborativa con tecnologia in classe

ChatGPT, Copilot, Gemini e NotebookLM: quali strumenti mostrare?

Nei corsi mi chiedono spesso: “Qual è lo strumento migliore?”. Risposta breve: dipende dal compito.

ChatGPT è ottimo per conversazione, scrittura, brainstorming, esempi, spiegazioni e riformulazioni. Copilot può essere interessante in contesti Microsoft 365, soprattutto quando una scuola o un ente usa già l’ecosistema Microsoft. Gemini dialoga bene con l’ambiente Google. NotebookLM è molto utile quando bisogna lavorare su fonti specifiche, per esempio dispense, PDF, documenti di dipartimento o materiali di studio.

Per questo nel corso non conviene fare la sfilata degli strumenti. Meglio partire dai bisogni:

  • devo spiegare meglio un argomento?
  • devo creare esercizi differenziati?
  • devo analizzare documenti?
  • devo preparare una verifica?
  • devo aiutare uno studente con difficoltà linguistiche?
  • devo ridurre lavoro ripetitivo di programmazione e verbali?

Solo dopo ha senso scegliere lo strumento. È lo stesso principio che uso nei miei corsi sull’intelligenza artificiale: prima il processo, poi la piattaforma.

ChatGPT e intelligenza artificiale generativa per la didattica

AI e valutazione: il tema che non si può evitare

Molti docenti arrivano al corso con una preoccupazione legittima: “Come faccio a capire se il compito lo ha fatto lo studente o l’AI?”.

La risposta scomoda è che non sempre si può capire con certezza. I detector di testo generato sono fragili, producono falsi positivi e non possono diventare l’unico strumento di valutazione. Serve ripensare alcune consegne.

Esempi pratici:

  • chiedere allo studente di consegnare anche il processo, non solo il prodotto finale;
  • far allegare prompt usati, fonti consultate e revisioni effettuate;
  • prevedere una breve discussione orale sul lavoro;
  • valutare capacità di verifica, argomentazione e correzione;
  • progettare compiti più situati, legati alla classe, al territorio, a materiali discussi insieme.

Se il compito è “scrivi un tema generico sulla Rivoluzione francese”, l’AI vince facile. Se il compito è “confronta tre fonti viste in classe, spiega quali passaggi hai cambiato dopo il confronto con l’AI e difendi oralmente due scelte”, lo studente deve pensare. E questo, mi pare, resta un dettaglio abbastanza importante.

Privacy, dati e sicurezza digitale

Un corso AI per scuole deve parlare anche di ciò che non si deve fare. Per esempio: copiare dati personali degli studenti dentro strumenti non autorizzati, caricare verifiche con nomi e cognomi, inserire diagnosi, PEI, PDP o informazioni sensibili in piattaforme non valutate dalla scuola.

La tecnologia a scuola vive dentro un perimetro delicato: minori, famiglie, dati personali, inclusione, responsabilità educativa. Per questo un modulo su privacy e sicurezza non è un’aggiunta burocratica. È una condizione di serietà.

Le linee guida della Commissione europea sull’uso etico di AI e dati nell’insegnamento insistono proprio su questo: gli educatori devono poter usare l’AI in modo positivo, critico ed etico, conoscendone potenziale e rischi.

AI per ridurre la burocrazia degli insegnanti

Uno dei capitoli più concreti del libro riguarda l’AI per le incombenze burocratiche. Altro che sostituire il docente: in molti casi l’AI può restituirgli tempo.

Durante un corso si possono mostrare esempi molto pratici:

  • trasformare appunti disordinati in un verbale leggibile;
  • preparare una bozza di comunicazione alle famiglie;
  • semplificare un testo amministrativo senza cambiarne il significato;
  • creare una griglia di valutazione coerente con gli obiettivi;
  • generare varianti di esercizi per livelli diversi;
  • riassumere materiali lunghi per preparare una riunione.

Il vantaggio non è “fare meno l’insegnante”. È liberare energie per fare meglio l’insegnante: relazione, spiegazione, ascolto, progettazione, presenza.

Esempio di supporto AI per risparmiare tempo agli insegnanti

Come dovrebbe essere strutturato un corso AI per una scuola

Una proposta sensata può essere modulare. Non tutte le scuole hanno gli stessi bisogni, ma una struttura efficace potrebbe essere questa:

  1. Introduzione all’AI generativa: cosa fa, cosa non fa, perché sbaglia, come leggere le risposte.
  2. Prompt engineering didattico: ruolo, obiettivo, contesto, vincoli, esempi, formato.
  3. Attività per fasce d’età: primaria, secondaria di primo grado, secondaria di secondo grado.
  4. Verifica e valutazione: compiti, rubriche, processi, uso dichiarato dell’AI.
  5. Privacy e sicurezza: dati personali, minori, fonti, account, policy interne.
  6. Laboratorio operativo: i docenti progettano una lezione o un’attività reale.
  7. Follow-up: revisione dei materiali prodotti e domande dopo la sperimentazione in classe.

Il formato può essere una conferenza introduttiva di due ore, un workshop di mezza giornata, un percorso da 6-8 ore o una formazione più ampia per dipartimenti e consigli di classe. La differenza la fa il laboratorio: senza esercitazioni, l’AI resta una bella dimostrazione. Con le esercitazioni, diventa competenza.

Il ruolo dell’insegnante resta centrale

L’AI può produrre una spiegazione. Non conosce però quella classe, quel ragazzo che si blocca davanti al foglio, quella studentessa che capisce tutto ma non osa parlare, quel gruppo che si accende solo quando il compito diventa concreto.

Questo è il punto che ripeto spesso nei corsi: l’AI può aumentare la capacità di progettazione dell’insegnante, ma non sostituisce la relazione educativa. Può suggerire esempi, ma non sa leggere gli occhi della classe. Può creare una verifica, ma non decide quale fatica è utile e quale è inutile. Può semplificare un testo, ma non conosce la storia di chi lo leggerà.

La scuola non ha bisogno di docenti spaventati dall’AI, né di docenti sedotti dall’automazione totale. Ha bisogno di professionisti capaci di usare questi strumenti con curiosità, prudenza e senso pedagogico.

Da dove iniziare

Se una scuola vuole partire, suggerisco tre mosse semplici.

Primo: formare prima i docenti, non gli strumenti. Prima si costruisce un vocabolario condiviso, poi si scelgono piattaforme, account e regole.

Secondo: partire da casi d’uso reali. Una lezione da migliorare, una verifica da ripensare, un’attività di recupero, una comunicazione alle famiglie, un laboratorio sulle fonti.

Terzo: scrivere una piccola policy interna. Non un tomo da 80 pagine, ma poche regole chiare: quali strumenti si possono usare, con quali dati, per quali attività, con quali responsabilità e con quale trasparenza verso studenti e famiglie.

In sintesi: i Corsi AI per le scuole funzionano quando non vendono meraviglia tecnologica, ma costruiscono metodo. L’intelligenza artificiale può diventare un alleato prezioso per docenti e studenti, a patto che la scuola non abdichi al suo compito più importante: insegnare a pensare.

FAQ

Che cosa sono i Corsi AI per le scuole?

Sono percorsi di formazione per docenti, dirigenti e studenti sull’uso consapevole dell’intelligenza artificiale nella didattica. Includono strumenti, esempi, prompt, privacy, valutazione, sicurezza digitale e progettazione di attività.

Quanto deve durare un corso AI per docenti?

Dipende dagli obiettivi. Una conferenza introduttiva può durare 2 ore, un workshop operativo 4 ore, mentre un percorso completo può richiedere 6-12 ore con laboratorio e follow-up.

Quali strumenti AI conviene insegnare a scuola?

Conviene partire dai bisogni didattici. ChatGPT, Copilot, Gemini e NotebookLM sono utili in contesti diversi, ma il corso dovrebbe insegnare metodo, verifica delle fonti e uso responsabile prima della singola piattaforma.

Gli studenti possono usare ChatGPT per i compiti?

Dipende dalle regole della scuola e dal tipo di compito. È utile distinguere uso vietato, uso assistito e uso dichiarato. In molti casi conviene valutare anche processo, fonti, revisioni e discussione orale.

Un corso AI per scuole deve parlare anche di privacy?

Sì. A scuola si lavora con minori e dati sensibili. Un corso serio deve spiegare quali dati non inserire negli strumenti AI, come gestire account e autorizzazioni e come impostare una policy interna.

L’AI sostituirà gli insegnanti?

No. L’AI può aiutare a progettare lezioni, creare materiali, semplificare testi e ridurre attività ripetitive, ma non sostituisce relazione educativa, responsabilità, ascolto e giudizio professionale del docente.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

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Inviaci email

C’è un momento preciso in cui l’intelligenza artificiale smette di essere “quella cosa interessante vista su LinkedIn” e diventa lavoro vero. Succede quando un dipendente comunale carica un regolamento e chiede: “Fammi una sintesi per il cittadino”. Succede quando un tecnico deve confrontare due versioni di un bando. Succede quando un ufficio tributi deve spiegare una scadenza IMU in modo chiaro, senza trasformare una mail in un trattato di diritto amministrativo.

Lo noto ogni giorno in aula: ChatGPT nella PA non è più una curiosità. È uno strumento operativo. Però va capito, governato e usato con metodo. La domanda, quindi, non è: “l’intelligenza artificiale sostituirà tutti?”. La domanda più utile è: quali attività possiamo migliorare già oggi senza mettere a rischio privacy, qualità, responsabilità e pensiero critico?

In questo articolo vediamo che cosa significa usare ChatGPT, Gemini, Copilot, Claude e NotebookLM nella PA. Vedremo opportunità, rischi, errori da evitare, esempi concreti e una checklist pratica.

Che cosa è successo ultimamente?

Non c’è una singola notizia bomba. E forse è proprio questa la notizia. L’intelligenza artificiale generativa è entrata nella fase ordinaria. Dopo l’effetto sorpresa di ChatGPT, oggi siamo nella fase più delicata: quella dell’adozione quotidiana. Le persone non chiedono più solo “che cos’è?”. Chiedono:

  • come posso usarla in ufficio?
  • posso caricare un PDF?
  • posso farle leggere una delibera?
  • posso usarla per creare una formula Excel?
  • posso farle analizzare un verbale?
  • posso generare una presentazione?
  • posso usarla per rispondere ai cittadini?
  • posso fidarmi?

Il PDF del corso parte proprio da qui: una panoramica sull’AI generativa, sui rischi e sui casi pratici. Non solo ChatGPT, ma anche Gemini, strumenti per immagini, analisi di documenti, tabelle, dashboard, slide, infografiche e computer vision.

Il punto è semplice: l’AI generativa non serve solo a scrivere testi. Serve a lavorare meglio con informazioni, documenti, dati, immagini e decisioni.

Ma attenzione: meglio non significa in automatico. Significa con più metodo.

Perché questa notizia conta davvero

Regolamenti. Delibere. Verbali. Determine. Contratti. Capitolati. PEC. Excel. Relazioni tecniche. FAQ. Comunicazioni ai cittadini. Manuali interni.

Tutto materiale perfetto per essere analizzato, riassunto, confrontato, trasformato e reso più comprensibile da un sistema di AI generativa.

Secondo il World Economic Forum, Future of Jobs Report 2025, entro il 2030 potrebbero nascere 170 milioni di nuovi posti di lavoro e scomparirne 92 milioni, con un saldo netto positivo di 78 milioni. Il dato importante non è solo il numero. È la direzione: il lavoro cambia, le competenze cambiano, le mansioni cambiano.

Anche la Commissione Europea, con l’AI Act, ha introdotto un principio fondamentale: chi usa sistemi di intelligenza artificiale deve sviluppare alfabetizzazione sull’AI. Non basta comprare uno strumento. Bisogna sapere che cosa può fare, che cosa non può fare e quali rischi porta con sé.

Questa è la vera trasformazione digitale.

Non installare un software. Cambiare il modo in cui le persone pensano, scrivono, verificano, collaborano e decidono.

Cosa cambia per aziende, professionisti e PA

L’AI generativa cambia soprattutto tre cose.

Primo: il rapporto con i documenti.

Prima un documento lungo era un ostacolo. Oggi può diventare una conversazione. Carico un regolamento e chiedo: “Quali sono i punti che riguardano gli esercenti?”. Oppure: “Spiegalo a un cittadino che non conosce il linguaggio tecnico”.

Secondo: il rapporto con il tempo.

Molte attività ripetitive vengono accelerate. Non eliminate, attenzione. Accelerate. Una bozza di email, una sintesi, una tabella, una scaletta, una prima analisi possono arrivare in pochi secondi.

Terzo: il rapporto con la responsabilità.

Qui bisogna essere molto chiari: se ChatGPT sbaglia, la responsabilità non è di ChatGPT. È di chi usa il risultato senza controllarlo.

L’AI può aiutare a scrivere una risposta. Ma non deve diventare l’autore invisibile di una decisione amministrativa.

Può aiutare a confrontare due testi. Ma non deve sostituire il parere di un responsabile.

Può creare una sintesi. Ma la sintesi va verificata.

In pratica, l’AI diventa un collaboratore veloce. Non un dirigente, non un funzionario, non un consulente legale, non un segretario comunale digitale.

Opportunità

Le opportunità sono molte. E non riguardano solo i tecnici.

Area Uso pratico dell’AI Beneficio
Ufficio tecnico Riassumere linee guida, regolamenti, autorizzazioni Meno tempo sulla lettura preliminare
Tributi Scrivere comunicazioni chiare su IMU, TARI e scadenze Meno incomprensioni con i cittadini
Segreteria Trasformare trascrizioni in verbali sintetici Risparmio di tempo
Appalti Estrarre date, importi e requisiti da bandi lunghi Controllo più rapido
URP Creare FAQ semplici da documenti complessi Servizi più comprensibili
Formazione interna Creare manuali e mini-guide operative Onboarding più veloce
Comunicazione Preparare post, newsletter, slide e infografiche Messaggi più chiari
Dati Analizzare Excel, trovare anomalie, creare grafici Decisioni più informate

Questi non sono scenari futuristici.

Sono attività già possibili con strumenti come ChatGPT, Gemini, Copilot, Claude e NotebookLM.

Per esempio, Google descrive NotebookLM come uno strumento basato sulle fonti caricate dall’utente. Questo lo rende interessante per studiare documenti aziendali, report, manuali, dispense e regolamenti. Non perché sia infallibile, ma perché obbliga a lavorare su un perimetro di fonti più chiaro.

Microsoft, con Copilot per Microsoft 365, punta invece sull’integrazione con email, documenti, riunioni e file di lavoro. In molte organizzazioni questa sarà la porta d’ingresso più naturale, perché l’AI entra negli strumenti che le persone usano già.

Rischi

I rischi non sono un dettaglio. Sono parte del progetto.

Nel corso compaiono parole importanti: copyright, allucinazioni, black box, bias, fake news, truffe, privacy, pensiero critico, deepfake, dipendenza.

Traduciamole in pratica.

Allucinazioni significa che l’AI può produrre risposte plausibili ma false. Non mente nel senso umano del termine. Genera testo statisticamente convincente. E proprio per questo può ingannare.

Black box significa che non sempre sappiamo ricostruire in modo trasparente come un sistema sia arrivato a una risposta.

Bias significa che l’AI può riprodurre distorsioni presenti nei dati, nelle istruzioni o nel contesto.

Privacy significa che non possiamo caricare qualunque documento in qualunque strumento solo perché funziona bene.

Dipendenza significa che, se deleghiamo troppo, perdiamo capacità di scrivere, analizzare e decidere.

Il NIST AI Risk Management Framework insiste proprio su questo punto: i sistemi di AI devono essere governati valutando affidabilità, sicurezza, trasparenza, privacy e impatti sulle persone.

Anche l’OECD AI Principles richiama principi come robustezza, responsabilità, trasparenza e centralità umana.

Il problema non è usare l’AI.

Il problema è usarla senza regole.

Errori da evitare

Il primo errore è caricare dati sensibili senza sapere dove finiscono.

Prima di usare ChatGPT, Gemini, Claude o Copilot con documenti reali, bisogna leggere le condizioni del servizio e le impostazioni privacy. OpenAI, per esempio, distingue tra uso consumer e soluzioni business o enterprise, con regole diverse sulla gestione dei dati. Lo stesso vale per Anthropic Claude, Google Gemini e Microsoft Copilot.

Il secondo errore è chiedere troppo poco.

Un prompt come “riassumi questo documento” può essere utile, ma spesso produce un risultato generico. Molto meglio chiedere:

Riassumi questo regolamento per un cittadino non esperto. Evidenzia obblighi, scadenze, eccezioni e punti che potrebbero generare dubbi allo sportello URP. Usa un linguaggio semplice e segnala le parti da verificare con un responsabile.

Il terzo errore è usare l’AI come motore di ricerca.

ChatGPT non è Google. Gemini non è una banca dati giuridica. Claude non è un consulente amministrativo. Possono aiutare, ma le fonti contano.

Il quarto errore è non formare le persone.

Dare uno strumento senza formazione significa creare uso casuale. Qualcuno lo userà bene. Qualcuno lo userà male. Qualcuno non lo userà per paura. Qualcuno lo userà troppo.

Il quinto errore è pensare che l’AI serva solo ai giovani o agli smanettoni.

In realtà spesso l’AI è più utile a chi conosce bene il lavoro. Un funzionario esperto sa riconoscere un errore, correggere una bozza, fare domande migliori. L’esperienza diventa un vantaggio.

Come sfruttare questa novità nella pratica

Partiamo da una regola semplice: non bisogna introdurre l’AI ovunque. Bisogna partire da processi chiari.

Checklist per iniziare

  • Individua 3 attività ripetitive ad alto consumo di tempo.
  • Verifica se contengono dati personali, sensibili o riservati.
  • Scegli lo strumento adatto: ChatGPT, Gemini, Copilot, Claude o NotebookLM.
  • Definisci cosa si può caricare e cosa no.
  • Scrivi 5 prompt standard per l’ufficio.
  • Prevedi sempre revisione umana.
  • Salva esempi di buone risposte e cattive risposte.
  • Forma le persone su privacy, limiti e verifica delle fonti.
  • Misura il tempo risparmiato.
  • Aggiorna le linee guida ogni 3 mesi.

Esempio 1: ufficio tecnico

Correggi i refusi e migliora la formattazione di questa bozza di autorizzazione paesaggistica. Non modificare il contenuto tecnico. Segnala in un elenco separato i passaggi che risultano poco chiari o ambigui.

Qui l’AI non decide. Aiuta a pulire, rendere leggibile, evidenziare punti deboli.

Esempio 2: ufficio tributi

Scrivi una mail cordiale ma ferma per ricordare a un cittadino la scadenza della rata IMU. Usa un tono chiaro, evita linguaggio burocratico e inserisci un paragrafo finale con le modalità di contatto dell’ufficio.

Il beneficio è evidente: comunicazioni più comprensibili, meno telefonate, meno conflitti.

Esempio 3: contratti e appalti

Estrai da questo disciplinare di gara la data di scadenza, l’importo a base d’asta, i requisiti richiesti e le principali cause di esclusione. Riporta sempre il riferimento alla pagina o al paragrafo.

Qui la richiesta importante è l’ultima: chiedere riferimenti. Senza riferimenti, la risposta è più difficile da controllare.

Esempio 4: consiglio comunale

Trasforma questa trascrizione grezza in un verbale sintetico. Mantieni solo interventi principali, decisioni, votazioni e impegni presi. Non aggiungere informazioni non presenti nel testo.

Questa è una buona formula: non aggiungere informazioni non presenti. Non elimina il rischio di errore, ma lo riduce.

Esempio 5: Excel

Nella colonna A ho i nomi, nella B il reddito e nella C il numero di figli. In D devo indicare se una persona può ricevere un bonus. Il bonus spetta se il reddito è inferiore a 20.000 euro e i figli sono più di 2. Scrivi la formula Excel in italiano e spiegala.

Questo è uno dei casi più utili per chi non programma: trasformare una necessità operativa in una formula.

Prompt engineering: meno magia, più metodo

Il prompt engineering non è l’arte di trovare la frase magica.

È il modo con cui trasformiamo un bisogno confuso in una richiesta chiara.

Un buon prompt contiene almeno cinque elementi:

  1. Contesto: lavoro in un Comune, ufficio tributi.
  2. Obiettivo: devo scrivere una comunicazione.
  3. Pubblico: cittadini non esperti.
  4. Vincoli: tono chiaro, massimo 1.500 caratteri.
  5. Controllo: segnala i punti da verificare.

Esempio:

Agisci come supporto alla comunicazione di un ufficio comunale. Devo spiegare a cittadini non esperti le nuove scadenze TARI. Usa un tono semplice, evita burocratese, crea una versione breve per email e una versione ancora più breve per SMS. Non inventare date: se mancano, chiedimele.

Notate l’ultima frase: non inventare date. È fondamentale.

AI Act: perché la formazione diventa obbligatoria

L’AI Act europeo non riguarda solo i grandi produttori di modelli.

Riguarda anche chi usa sistemi di AI in contesti organizzativi. Uno dei temi più importanti è l’alfabetizzazione sull’AI: le persone devono capire almeno le basi del funzionamento, dei limiti e dei rischi.

Per una PA o un’azienda significa tre cose:

  • formare il personale;
  • creare linee guida interne;
  • documentare gli usi più delicati.

Non serve partire con un manuale di 200 pagine. Serve una policy chiara:

Domanda Regola pratica
Posso caricare dati personali? Solo se lo strumento e la policy lo consentono
Posso usare l’AI per una decisione? Solo come supporto, con revisione umana
Posso copiare la risposta finale? No, va controllata e adattata
Devo citare le fonti? Sì, soprattutto su norme, dati e procedure
Posso usare account personali? Meglio evitare per documenti di lavoro

Casi d’uso per aziende e professionisti

Il discorso non vale solo per la pubblica amministrazione.

Un commercialista può usare l’AI per spiegare una novità fiscale ai clienti in modo più chiaro.

Un consulente può trasformare una call trascritta in un piano d’azione.

Un responsabile HR può preparare una bozza di percorso formativo.

Un venditore può sintetizzare informazioni su un cliente prima di una riunione.

Un marketing manager può analizzare commenti, recensioni e domande frequenti.

Un imprenditore può chiedere una prima lettura di un contratto, sapendo però che la revisione legale resta umana.

La differenza la fa il processo.

Chi usa l’AI per fare prima e basta rischia. Chi la usa per pensare meglio, scrivere meglio e controllare meglio ottiene valore.

Tabella: quale strumento usare?

Strumento Quando usarlo Attenzione a
ChatGPT Scrittura, analisi, brainstorming, documenti, codice, tabelle Privacy, fonti, controllo dei risultati
Gemini Integrazione con Google, documenti, tabelle, immagini, modalità di ragionamento Verifica delle risposte
Copilot Ambiente Microsoft 365, email, Word, Excel, Teams Permessi sui file e governance interna
Claude Analisi di testi lunghi, sintesi, scrittura strutturata Dati caricati e verifica
NotebookLM Studio di fonti caricate, dossier, materiali di corso Qualità delle fonti iniziali

Non esiste lo strumento migliore in assoluto. Esiste lo strumento più adatto al contesto, ai dati e al livello di rischio.

La mia opinione

La fase che stiamo vivendo è interessante perché mette a nudo un equivoco.

Molti pensano che il problema sia imparare ChatGPT.

Secondo me il vero problema è un altro: imparare a lavorare meglio con le informazioni.

ChatGPT è solo la porta d’ingresso. Oggi si chiama ChatGPT, Gemini, Claude, Copilot, NotebookLM. Domani avrà altri nomi, altre interfacce, altre funzioni.

Ma la competenza di fondo resta: saper fare domande, riconoscere una risposta fragile, verificare una fonte, semplificare senza banalizzare, decidere quando delegare e quando fermarsi.

Per questo non mi convince chi presenta l’AI come bacchetta magica. Ma non mi convince nemmeno chi la liquida come moda passeggera.

La verità è più concreta: l’AI generativa è un acceleratore. Accelera il lavoro buono, ma accelera anche il lavoro fatto male.

Se un’organizzazione ha processi confusi, l’AI produrrà confusione più velocemente.

Se un ufficio non sa chi controlla cosa, l’AI aumenterà l’ambiguità.

Se una persona non verifica le fonti, l’AI può renderla più sicura del proprio errore.

Ma se ci sono competenze, metodo e responsabilità, l’AI diventa utilissima.

Non perché sostituisce il pensiero. Perché lo costringe a diventare più esplicito.

E quindi?

Da dove iniziare, quindi?

Non da un grande progetto faraonico.

Iniziare da un laboratorio pratico.

Scegliere un ufficio, un processo, un tipo di documento. Provare. Misurare. Correggere. Scrivere linee guida. Formare le persone. Poi estendere.

La pubblica amministrazione e le aziende non hanno bisogno di fare AI per moda.

Hanno bisogno di usare l’intelligenza artificiale per ridurre complessità, migliorare comunicazione, velocizzare attività ripetitive e liberare tempo per il lavoro che richiede davvero giudizio umano.

La formula è semplice:

  1. partire da casi d’uso reali;
  2. proteggere i dati;
  3. formare le persone;
  4. verificare sempre;
  5. trasformare i buoni esempi in procedure.

Questa è l’AI utile.

Meno effetti speciali. Più lavoro fatto meglio.

FAQ

Che cos’è ChatGPT nella PA?

ChatGPT nella PA è l’uso dell’AI generativa per supportare attività amministrative come sintesi di documenti, comunicazioni ai cittadini, analisi di regolamenti, verbali, FAQ, tabelle e bozze operative.

La pubblica amministrazione può usare ChatGPT?

Sì, ma deve farlo con regole chiare su privacy, sicurezza, responsabilità, verifica delle fonti e revisione umana. Non tutti i documenti possono essere caricati in qualunque strumento.

ChatGPT può sostituire un funzionario pubblico?

No. Può supportare attività ripetitive e documentali, ma non deve sostituire responsabilità, competenza professionale e decisione amministrativa.

Qual è il rischio principale dell’AI generativa?

Il rischio principale è fidarsi troppo. Le risposte possono contenere errori, omissioni o informazioni inventate. Per questo serve sempre controllo umano.

Quali strumenti usare oltre ChatGPT?

Dipende dal contesto. Gemini è utile nell’ecosistema Google, Copilot in Microsoft 365, Claude per testi lunghi, NotebookLM per lavorare su fonti caricate e dossier documentali.

Che cosa c’entra l’AI Act?

L’AI Act introduce obblighi e principi per un uso più sicuro dell’intelligenza artificiale. Per aziende e PA diventa centrale l’alfabetizzazione del personale sull’AI.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa nel tuo Comune o ente pubblico

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Invia un email

Ci sono frasi che sembrano innocue e che invece raccontano un pezzo di futuro. Una l’ha pronunciata Sam Altman qualche settimana fa, sul palco del BlackRock U.S. Infrastructure Summit: l’intelligenza artificiale potrebbe diventare, letteralmente, come una bolletta, pagata a consumo e misurata da un contatore, proprio come luce e acqua.

Da formatore che lavora ogni giorno con aziende e manager sull’uso pratico dell’AI, questa dichiarazione mi ha fatto pensare subito a un concetto che uso spesso per spiegare come cambiano nel tempo le piattaforme digitali: l’enshittification descritta dallo scrittore Cory Doctorow. In questo articolo provo a mettere insieme i due fili: cosa ha detto davvero Altman, perché mi ricorda lo schema di Doctorow e, soprattutto, cosa puoi fare fin da ora per non ritrovarti tra qualche anno con una bolletta dell’intelligenza artificiale fuori controllo.

Perché l’AI potrebbe diventare una bolletta, secondo Altman

Al summit organizzato da BlackRock, l’amministratore delegato di OpenAI ha descritto un futuro in cui l’intelligenza artificiale “diventa una utility, come l’elettricità o l’acqua”, acquistata dagli utenti tramite un contatore che misura l’uso reale. Non un abbonamento piatto uguale per tutti, ma un consumo misurato e fatturato, esattamente come succede con le utenze domestiche.

Altman ha aggiunto un dettaglio interessante: l’obiettivo dichiarato è rendere l’intelligenza artificiale così economica da risultare, come si diceva un tempo per l’energia nucleare, “troppo economica per essere misurata”. Un’espressione storica dell’industria energetica che, per sua stessa ammissione, non si è mai avverata del tutto. Il parallelismo resta scomodo: se il modello di riferimento è quello delle utility energetiche, prima o poi qualcuno il contatore lo guarda, e qualcun altro decide quanto farlo girare.

Per arrivarci, secondo Altman, serve un aumento enorme della capacità di calcolo globale, che significa investimenti colossali in infrastrutture, data center ed energia. Non a caso anche la CFO di OpenAI, Sarah Friar, era intervenuta in passato sullo stesso tema, parlando di espansione dell’AI e riduzione dei costi possibile solo a fronte di investimenti massicci. E non a caso, proprio in queste settimane, OpenAI è finita al centro delle polemiche per l’accordo con il Pentagono, un altro segnale di quanto il perimetro di questa azienda si stia allargando ben oltre il chatbot che conosciamo.

Che cos’è l’enshittification di Cory Doctorow

Il termine, coniato dallo scrittore Cory Doctorow, descrive un ciclo di vita ricorrente delle piattaforme digitali. Nella prima fase la piattaforma è generosa con gli utenti: prezzi bassi o nulli, prodotto ottimo, per costruire una base ampia e fidelizzata. Nella seconda fase, consolidata la base utenti, la piattaforma inizia a favorire i clienti business, cioè inserzionisti, venditori terzi, partner commerciali, spesso a scapito dell’esperienza degli utenti originari. Nella terza fase, quando ormai cambiare fornitore è costoso o scomodo, la piattaforma stringe il cappio su tutti, utenti e business, per massimizzare il valore estratto a favore di azionisti e investitori.

Il meccanismo che rende possibile questo ciclo ha un nome preciso: lock-in, cioè l’insieme di costi, abitudini, integrazioni e dipendenze che rendono difficile andarsene anche quando il servizio peggiora. Più è alto il costo di uscita, più la piattaforma può permettersi di peggiorare senza perdere utenti.

Perché il modello “AI come una bolletta” mi ricorda l’enshittification

Non credo che Altman stia progettando deliberatamente un peggioramento futuro dei servizi AI. Credo però che la struttura economica descritta, prezzi bassi oggi per costruire adozione di massa, misurazione e fatturazione puntuale domani, abbia esattamente l’architettura in cui si sviluppa l’enshittification.

Oggi l’accesso a ChatGPT, Claude, Gemini e agli altri strumenti è relativamente economico, spesso gratuito nelle versioni base. Aziende e professionisti stanno integrando questi strumenti nei flussi di lavoro quotidiani, costruendo prompt, automazioni, interi processi che dipendono da un fornitore specifico. È esattamente la fase in cui, storicamente, le piattaforme sono più generose: quella in cui conquistano il mercato.

Il rischio, se il paradigma diventa davvero quello della utility a consumo, è che la seconda e la terza fase arrivino più rapidamente di quanto ci aspettiamo: prezzi legati al consumo reale, modelli migliori riservati a chi paga di più, funzionalità base progressivamente limitate, dipendenza aziendale ormai troppo radicata per cambiare fornitore senza costi enormi di riorganizzazione. Non è una previsione catastrofista: è lo schema che abbiamo già visto con i social network, i marketplace online e buona parte del software as a service.

10 dritte operative per risparmiare sull’uso dell’intelligenza artificiale

Che il modello a consumo si affermi o meno, ha senso iniziare fin da ora a usare l’AI in modo più consapevole, evitando sprechi e dipendenze eccessive da un solo fornitore. Ecco dieci indicazioni pratiche che uso anche nei miei percorsi di formazione con aziende e manager.

  1. Fai un audit degli abbonamenti attivi. Molte aziende pagano contemporaneamente licenze ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot e strumenti verticali che fanno le stesse cose. Prima di tagliare, bisogna sapere davvero cosa si sta pagando.
  2. Scegli il modello giusto per il compito, non sempre il più potente. Per un riassunto o una bozza veloce non serve il modello più avanzato e costoso: i modelli più leggeri (per esempio flash in Gemini) costano una frazione e bastano per la maggior parte dei task quotidiani.
  3. Costruisci prompt precisi fin dal primo tentativo. Un prompt che richiede tre o quattro tentativi per arrivare al risultato consuma tre o quattro volte le risorse di uno scritto bene la prima volta.
  4. Evita di duplicare lo stesso lavoro su più strumenti. Confrontare la stessa richiesta su ChatGPT, Claude e Gemini “per vedere chi risponde meglio” ha senso in fase di test, non come abitudine quotidiana.
  5. Valuta le API a consumo per gli usi saltuari. Se il bisogno è discontinuo, un abbonamento flat mensile può costare più di un uso a consumo tramite API: vanno confrontati i due modelli sul volume reale di utilizzo.
  6. Automatizza i task ripetitivi invece di ripetere gli stessi prompt. Un flusso automatizzato, con un prompt testato e riutilizzabile, consuma meno risorse di decine di richieste manuali simili tra loro ogni giorno.
  7. Monitora i consumi con cadenza mensile. Quasi tutte le piattaforme AI offrono dashboard di utilizzo: controllarle una volta al mese permette di individuare subito reparti o persone che generano costi anomali.
  8. Valuta i piani team rispetto a licenze individuali sommate. Sopra una certa soglia di utenti, i piani business hanno spesso un costo per persona più basso delle licenze singole acquistate una per una.
  9. Non affidarti a un solo fornitore per i processi critici. Mantenere una minima flessibilità multi-vendor, anche solo conoscendo alternative valide, riduce il potere contrattuale che un singolo fornitore può esercitare quando alza i prezzi.
  10. Forma le persone, non solo gli strumenti. La maggior parte degli sprechi che vedo nelle aziende non dipende dal costo dello strumento, ma dall’uso inefficiente che se ne fa: un team formato su prompting e workflow ottiene di più spendendo meno.

Cosa fare da qui in avanti

La visione di Altman non è ancora una policy annunciata, è una direzione. Ma la direzione conta, perché anticipa il modo in cui le aziende dovrebbero iniziare a organizzarsi: monitorare i consumi, formare le persone, evitare dipendenze rigide da un solo fornitore, proprio come si fa con qualsiasi altra utenza aziendale importante. Il momento migliore per costruire queste abitudini è adesso, mentre l’accesso all’AI è ancora relativamente economico e flessibile.

Domande frequenti

Cos’è l’enshittification?

È un termine coniato da Cory Doctorow per descrivere il progressivo peggioramento delle piattaforme digitali nel tempo, quando passano dal favorire gli utenti al favorire i clienti business e infine gli azionisti, sfruttando il lock-in creato nelle fasi precedenti.

L’intelligenza artificiale diventerà davvero come una bolletta?

Sam Altman ha descritto questo scenario come una direzione possibile per il futuro di OpenAI, basata su un modello a consumo simile a quello delle utility. Non è ancora una policy ufficiale, ma indica chiaramente verso dove potrebbe evolvere il settore.

Come posso ridurre fin da ora i costi dell’AI in azienda?

Partendo da un audit degli strumenti in uso, scegliendo il modello giusto per ogni compito, evitando duplicazioni tra fornitori e formando le persone a un uso più efficiente: sono i punti su cui lavoro nei percorsi di formazione con le aziende.

Se vuoi approfondire questi temi e capire come impostare un uso più efficiente e consapevole dell’intelligenza artificiale nella tua azienda, scrivimi attraverso il modulo di contatto: parliamone insieme.

Che cosa succede quando a scambiarsi un messaggio carico di senso non sono due persone, ma un umano e una macchina, o addirittura due macchine tra loro? È la domanda che attraversa Generative AI Semiomatics. Come i prompt disegnano nuovi mondi, il saggio di Sebastiano Paolo Lampignano che non potevo non leggere. Lampignano è Innovation & People Director di Consulthink SpA, società del gruppo Lutech, oltre che studioso di semiotica: una combinazione rara, e infatti il libro non assomiglia a nessun altro manuale di prompt engineering che mi sia capitato di leggere.

Semiomatica: un neologismo che non è un vezzo accademico

Si parte dal titolo, all’apparenza criptico: che cosa diavolo è la “semiomatics”, in italiano “semiomatica”? Se la semiotica, come insegnava Umberto Eco, è la disciplina che studia i segni e il modo in cui questi producono senso, Lampignano si chiede che cosa accada quando ad attribuire senso ai segni non è più un umano. Boom, verrebbe da dire.

«Due entità non umane, con esplicito riferimento ad algoritmi, umanoidi o simili, quando entrano in relazione verbale (scritta, parlata o tramite protocolli) potrebbero invalidare il significato di senso, così come lo abbiamo definito e conosciuto?»

La semiotica incontra l’informatica e nasce la semiomatica. Il concetto di senso passa da token, pesi, calcoli statistici, embedding, decoding: tutto materiale computazionale, eppure Lampignano non perde mai di vista un punto fermo, cioè che gli algoritmi difettano della percezione del sé, perché il corpo resta il luogo originario dell’esperienza. È una precisazione che salva il libro da ogni tentazione di antropomorfismo ingenuo nei confronti dei modelli linguistici.

Il prompt come mediatore linguistico-culturale

Nell’interazione uomo-LLM, il ruolo chiave lo gioca il prompt, descritto come un vero e proprio mediatore linguistico-culturale. Ed è qui che il contributo del semiologo si fa più interessante, perché Lampignano importa nel prompt design una distinzione classica della linguistica: quella tra tema e rema.

Il tema, cioè “di che cosa si parla”, è ciò che permette di agganciare l’enunciato, la richiesta rivolta al modello, al contesto esterno o interno. Il rema, cioè “che cosa si dice su quel tema”, rappresenta invece il contributo informativo effettivo di chi scrive il prompt. In inglese la coppia diventa topic e comment, e saperla integrare consapevolmente nel prompt design comporta potenzialità e benefici concreti.

Perché la struttura tema-rema funziona

Usare un tema ben definito all’inizio del prompt aiuta a creare un contesto chiaro per l’intelligenza artificiale, riducendo il rischio di fraintendimenti: è, in sostanza, un’operazione di disambiguazione. Il rema, invece, è la parte che definisce che cosa si vuole ottenere davvero: il compito, l’output, lo stile, il formato. Un prompt costruito secondo questo schema segue una struttura informativa che rispecchia i principi della comunicazione umana, prima l’ancoraggio al contesto e poi la novità, cioè la richiesta vera e propria. Non è un dettaglio stilistico: è la differenza tra un prompt che il modello interpreta correttamente al primo colpo e uno che genera fraintendimenti e iterazioni inutili.

Il role prompting non è morto

Un altro merito del libro, nella parte dedicata alla panoramica delle tecniche di prompting, è ribadire l’importanza del role prompting, o role playing prompting, una tecnica spesso messa in discussione nell’era del context engineering. Lampignano la rimette al centro, ricordando che assegnare un ruolo al modello resta uno strumento potente per orientare tono, competenze e prospettiva della risposta, non un vezzo superato dalle tecniche più recenti.

Perché il prompt engineering ha bisogno delle scienze umanistiche

Questa “semiomatica” non è un vezzo accademico né un tecnicismo sterile: è la dimostrazione pratica di un fatto ineluttabile, cioè che l’ingegneria del prompt ha un disperato bisogno di scienze umanistiche. Quando dialoghiamo con un LLM non stiamo compilando righe di codice, stiamo negoziando senso. Chi l’avrebbe mai detto che le vecchie lezioni di linguistica ci avrebbero salvato la vita davanti all’interfaccia di un chatbot?

Lampignano restituisce una verità profondamente pragmatica: prima di smanettare con i parametri o impazzire sui pesi statistici, dobbiamo reimparare a strutturare il pensiero. E magari rileggere Umberto Eco.

Dove trovare il libro

Copertina del libro Generative AI Semiomatics di Sebastiano Paolo Lampignano

Generative AI Semiomatics. Come i prompt disegnano nuovi mondi è pubblicato da Dario Flaccovio Editore (144 pagine) ed è disponibile anche su Amazon. Per approfondire il lavoro dell’autore, si può consultare anche la sezione news di Consulthink, dove Lampignano scrive regolarmente di innovazione e intelligenza artificiale.

Un pilota da caccia ha una manciata di secondi per osservare il cielo, capire cosa sta succedendo, decidere una manovra e agire prima che sia troppo tardi. Da questa pressione è nato uno dei metodi decisionali più studiati al mondo, applicato oggi in ambito militare, aziendale, sportivo e persino nella scrittura dei prompt per l’intelligenza artificiale: il ciclo OODA, alla base del metodo che in questo articolo chiamiamo OODA loop prompting.

Vediamo cos’è il metodo OODA, perché funziona così bene anche fuori dal contesto militare e come puoi usarlo, passo dopo passo, per costruire prompt più lucidi, mirati ed efficaci per strumenti come ChatGPT, Gemini o Claude.

Cos’è il ciclo OODA: l’origine militare del metodo

Il termine OODA è l’acronimo di Observe, Orient, Decide, Act (osserva, orientati, decidi, agisci). Il modello fu sviluppato negli anni Settanta dal colonnello dell’aeronautica statunitense John Boyd, che lo elaborò studiando il combattimento aereo e la capacità dei piloti più abili di prendere decisioni migliori e più rapide degli avversari. Su questo puoi approfondire la storia completa del framework nella voce Wikipedia dedicata al ciclo OODA.

L’intuizione di Boyd era semplice ma potente: chi riesce a percorrere il proprio ciclo decisionale più velocemente dell’altro riesce a condizionare la situazione invece di subirla. Nel tempo il modello è uscito dall’ambito aeronautico ed è stato adottato in strategia d’impresa, cybersecurity, sport e gestione delle emergenze, proprio perché descrive un principio universale: osservare la realtà, interpretarla, scegliere e agire, in un ciclo continuo che si ripete e si affina ad ogni iterazione.

Perché un metodo nato per i piloti da caccia funziona anche per i prompt AI

Scrivere un buon prompt non è un atto isolato, ma un processo iterativo: si fornisce un input, si osserva la risposta del modello, si capisce cosa non ha funzionato e si corregge il tiro. È esattamente la logica del ciclo OODA applicata al dialogo con un’intelligenza artificiale, dove l'”avversario” da anticipare non è un pilota nemico ma l’ambiguità, la genericità e le assunzioni implicite che rendono i prompt deboli.

Chi usa l’AI in modo estemporaneo scrive un prompt, guarda il risultato e riprova a caso. Chi applica il metodo OODA loop prompting, invece, rallenta il primo passaggio (l’osservazione del contesto) per poi accelerare l’intero ciclo, ottenendo risposte più precise con meno tentativi. Se ti interessa il tema, su questo blog trovi altri approfondimenti su intelligenza artificiale e scrittura.

Le 4 fasi del metodo OODA loop prompting applicate al prompt engineering

Vediamo come tradurre ciascuna fase del ciclo in un’azione concreta quando si costruisce un prompt. Se vuoi anche capire come valutare i risultati che ottieni, abbiamo approfondito il tema in questo articolo su come si misura l’efficacia di un prompt.

1. Observe (Osserva): raccogli il contesto prima di scrivere

Prima ancora di aprire la chat con l’AI, osserva la situazione: qual è l’obiettivo reale del contenuto che vuoi ottenere, chi lo leggerà, quali dati o documenti hai già a disposizione, quali vincoli di formato, tono o lunghezza esistono. Questa fase spesso viene saltata, ma è quella che determina la qualità di tutto il resto: un prompt scritto senza osservazione è un prompt scritto alla cieca.

2. Orient (Orientati): interpreta le informazioni e scegli l’inquadratura

Una volta raccolte le informazioni, vanno interpretate. In questa fase decidi il “punto di vista” del prompt: quale ruolo deve assumere l’AI (esperto di marketing, editor, sviluppatore), quale angolazione dare al tema, quali esempi o riferimenti includere per orientare correttamente il modello ed evitare risposte generiche o fuori fuoco.

3. Decide (Decidi): struttura il prompt

Qui si passa dalla teoria alla scrittura vera e propria: si decide la struttura del prompt, indicando compito, contesto, formato di output desiderato, tono di voce e vincoli espliciti (lunghezza, stile, cosa evitare). È il momento in cui il ciclo OODA converge in un testo concreto da inviare al modello. Se vuoi consultare anche le linee guida ufficiali, OpenAI mette a disposizione una guida ufficiale al prompt engineering con esempi e best practice aggiornate.

4. Act (Agisci): invia, valuta, ripeti il ciclo

Invii il prompt, leggi la risposta con occhio critico e valuti gli scostamenti rispetto a quanto volevi ottenere. Il ciclo OODA non si esaurisce qui: la risposta dell’AI diventa essa stessa una nuova osservazione da cui ripartire, in un loop che affina il risultato ad ogni iterazione, proprio come un pilota che corregge la rotta più volte nel corso dello stesso combattimento.

Un esempio pratico di prompt costruito con il metodo OODA

Immaginiamo di dover scrivere un’email commerciale per proporre una consulenza a un potenziale cliente che ha scaricato un e-book dal sito.

Observe: il destinatario ha scaricato una guida sul digital marketing, non conosce ancora il brand, riceve molte email simili ogni settimana.

Orient: serve un tono consulenziale, non aggressivo, che valorizzi il contenuto scaricato come punto di partenza, non un’email da venditore generico.

Decide: la struttura del prompt dovrà specificare ruolo, obiettivo, tono, lunghezza e call to action.

Act: si invia il prompt e si osserva l’output, correggendo eventuali toni troppo commerciali.

“Agisci come un consulente di marketing digitale con dieci anni di esperienza. Scrivi un’email di follow-up per una persona che ha appena scaricato il nostro e-book su come 5 tecniche di email marketing. Il tono deve essere consulenziale e non commerciale, la lunghezza massima 120 parole, l’obiettivo è proporre una call conoscitiva gratuita di 20 minuti. Evita frasi da venditore aggressivo e non usare punti esclamativi.”

Nota come ogni scelta del prompt derivi direttamente da una fase del ciclo: senza l’osservazione iniziale del contesto, il prompt sarebbe stato molto più generico.

OODA loop vs altri framework di prompting

Negli ultimi anni sono nati diversi framework per strutturare i prompt, come CO-STAR (Context, Objective, Style, Tone, Audience, Response) o RTF (Role, Task, Format). Sono strumenti utili, ma descrivono soprattutto la forma di un singolo prompt “perfetto”.

Il metodo OODA si colloca un livello più in alto: non ti dice solo come formattare un prompt, ma come pensare prima e dopo averlo scritto, includendo il momento dell’osservazione del contesto e quello, spesso trascurato, della valutazione critica della risposta per iterare rapidamente. Per questo i due approcci non sono in competizione: puoi usare il ciclo OODA come cornice strategica e un framework come CO-STAR nella fase “Decide” per strutturare il testo del prompt.

Un’altra tecnica che si inserisce bene nella stessa fase “Decide” è lo step-back prompting, il metodo sviluppato da Google per far ragionare l’AI con più contesto prima di rispondere.

Errori comuni da evitare quando usi il metodo OODA per i prompt

  • Saltare la fase Observe e iniziare a scrivere il prompt senza aver chiarito obiettivo e destinatario.
  • Fermarsi al primo output senza completare il ciclo con una valutazione critica della risposta.
  • Confondere velocità con superficialità: il ciclo OODA premia la rapidità nel ripetere il loop, non la fretta nello scrivere il primo prompt.
  • Non portare in memoria, tra un’iterazione e l’altra, ciò che si è “orientato” nel giro precedente, obbligando il modello a ripartire da zero ogni volta.

Per una panoramica più ampia degli sbagli più frequenti, trovi altri esempi concreti nel nostro approfondimento dedicato agli errori più comuni nei prompt ChatGPT delle PMI.

Domande frequenti sul metodo OODA per i prompt

Cos’è il ciclo OODA?

È un modello decisionale composto da quattro fasi ricorrenti, osservare, orientarsi, decidere e agire, ideato dal colonnello John Boyd per il combattimento aereo e oggi applicato anche a business, sport e prompt engineering.

Chi ha inventato il metodo OODA?

Il colonnello dell’aeronautica statunitense John Boyd, che lo sviluppò analizzando le dinamiche decisionali del combattimento aereo negli anni Settanta.

Il ciclo OODA funziona con ChatGPT, Gemini e Claude?

Sì: è un metodo di pensiero indipendente dallo strumento, utile per strutturare il modo in cui si osserva il contesto, si imposta il prompt e si valuta l’output di qualsiasi modello linguistico.

Qual è la differenza tra il metodo OODA e framework come CO-STAR?

CO-STAR aiuta a strutturare il singolo prompt, mentre il ciclo OODA guida l’intero processo, dall’osservazione del contesto fino alla valutazione critica della risposta e alla successiva iterazione.

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Negli ultimi due anni ho letto centinaia di prompt scritti da imprenditori, manager e responsabili marketing di piccole e medie imprese italiane. La buona notizia è che quasi tutti hanno capito che l’intelligenza artificiale generativa non è un giocattolo, una moda passeggera. La cattiva notizia è che la maggior parte di loro sta ancora usando ChatGPT come se fosse un motore di ricerca un po’ più simpatico, e questo li porta a sprecare tempo, budget e, spesso, fiducia nello strumento.

In questo articolo analizzo gli errori di prompting più frequenti nelle piccole e medie imprese italiane, e indico una strada concreta per trasformare l’uso occasionale dello strumento in un processo aziendale strutturato. Non è un elenco teorico: nasce dall’osservazione diretta di decine di redazioni, uffici marketing e team di piccole imprese che ho affiancato in aula e in consulenza.

Perché il prompt è diventato una competenza aziendale

Per molti anni la scrittura professionale è stata considerata un mestiere per pochi: giornalisti, copywriter, comunicatori. Con l’arrivo dei modelli linguistici, la capacità di formulare una richiesta chiara, contestualizzata e verificabile è diventata una competenza trasversale, utile a chi si occupa di vendite, risorse umane, customer care o produzione.

Il problema è che nessuno insegna davvero come si scrive un prompt. Si impara per tentativi, copiando template trovati online, spesso pensati per un pubblico generico e non calati nella realtà di una PMI italiana, con i suoi processi, il suo linguaggio di settore e i suoi vincoli di tempo. Il risultato sono risposte generiche, testi che sembrano tutti uguali e, alla lunga, la sensazione che “l’intelligenza artificiale non funzioni poi così bene” per il proprio business.

I 7 errori prompt ChatGPT più comuni nelle aziende

Ecco gli errori che, nella mia esperienza di formatore e consulente, tornano più di frequente nelle aziende. Non sono elencati per gravità: si presentano quasi sempre insieme, come sintomi della stessa mancanza di metodo.

1. Chiedere senza fornire contesto

Il primo errore, il più diffuso, è digitare una richiesta secca (“scrivimi un post per Instagram sul nostro nuovo prodotto”) senza specificare chi è l’azienda, chi il pubblico, quale tono di voce si usa abitualmente e quali informazioni il modello non può conoscere da solo. ChatGPT non ha memoria della vostra identità di marca a meno che non gliela forniate voi, prompt dopo prompt o attraverso istruzioni personalizzate. Senza contesto, il risultato è per forza di cose generico.

2. Trattare ChatGPT come un motore di ricerca

Molti utenti aziendali continuano a interrogare il modello come se digitassero una query su Google, aspettandosi un fatto verificato e aggiornato. ChatGPT non è un archivio di verità: è uno strumento di elaborazione del linguaggio che genera la risposta statisticamente più plausibile. Lo spiega bene anche la guida ufficiale di OpenAI al prompt engineering, che invita a trattare il modello come uno strumento da istruire con precisione, non come un oracolo. Per dati aggiornati, cifre di mercato o riferimenti normativi servono altre verifiche, non un singolo prompt.

3. Usare lo stesso prompt per compiti completamente diversi

Un’altra abitudine problematica è riciclare la stessa formula per generare una mail commerciale, un post social e una scheda prodotto. Ogni formato di comunicazione ha una struttura, una lunghezza e un obiettivo diversi: un prompt pensato per la sintesi non funziona per l’approfondimento, e viceversa. Servono istruzioni specifiche per ogni tipo di output, anche quando l’argomento di partenza è lo stesso.

4. Ignorare ruolo e tono di voce

Assegnare al modello un ruolo preciso (“sei un responsabile customer care con dieci anni di esperienza nel settore alimentare”, detto role prompting) cambia in modo sostanziale la qualità della risposta rispetto a una richiesta neutra. Lo stesso vale per il tono di voce: un’azienda che comunica con serietà istituzionale otterrà risultati migliori se lo specifica esplicitamente, invece di lasciare che il modello scelga un registro di default, spesso fin troppo entusiasta o generico.

5. Accontentarsi della prima risposta

Il prompt perfetto al primo colpo è un mito. Chi ottiene i risultati migliori da ChatGPT lavora per iterazioni: legge la prima bozza, individua cosa non funziona, chiede correzioni mirate (“accorcia il secondo paragrafo”, “usa un linguaggio meno tecnico”, “aggiungi un esempio pratico”). Fermarsi al primo output equivale a pubblicare la prima stesura di un articolo senza mai rileggerla.

6. Non verificare mai i contenuti generati

Le cosiddette allucinazioni (informazioni inventate ma presentate con sicurezza) restano uno dei rischi più concreti nell’uso professionale dell’intelligenza artificiale generativa. Pubblicare un testo, un dato o una citazione senza controllo può danneggiare la credibilità di un’azienda in modo molto più serio del tempo che si sarebbe risparmiato affidandosi ciecamente allo strumento. La revisione umana resta un passaggio non negoziabile.

7. Usare prompt isolati invece di un processo

L’errore più costoso, perché è quello che impedisce di scalare i benefici dell’intelligenza artificiale in azienda, è l’assenza totale di metodo: prompt scritti al bisogno, mai salvati, mai condivisi tra colleghi, mai migliorati nel tempo. Senza una libreria di prompt testati e senza linee guida condivise, ogni persona in azienda riparte da zero, e la curva di apprendimento collettiva resta piatta.

Errori prompt ChatGPT: come correggerli con un processo aziendale

Riconoscere questi errori è il primo passo, ma da solo non basta. Le PMI che vedono un reale ritorno dall’uso di ChatGPT hanno in comune alcune pratiche organizzative, più che tecniche di scrittura:

  • Costruiscono un documento di contesto aziendale (chi siete, cosa vendete, a chi vi rivolgete, come parlate) da riutilizzare come base in ogni prompt o da caricare nelle istruzioni personalizzate.
  • Creano una libreria interna di prompt collaudati per i compiti ricorrenti: email, post social, schede prodotto, risposte al cliente.
  • Definiscono chi, in azienda, ha la responsabilità di verificare i contenuti generati prima della pubblicazione.
  • Misurano i risultati nel tempo, correggendo i prompt che non producono l’effetto desiderato, esattamente come si farebbe con qualsiasi altro processo aziendale.

Nessuna di queste pratiche richiede competenze tecniche avanzate. Richiede metodo, e la volontà di trattare il prompt come parte integrante del lavoro, non come un esperimento estemporaneo.

Dalla teoria alla pratica: perché la formazione fa la differenza

In quindici anni di attività editoriale e universitaria ho imparato una cosa che vale anche per l’intelligenza artificiale: gli strumenti cambiano, il metodo resta. Un corso di formazione su ChatGPT ben fatto non insegna trucchi da smanettoni, ma un approccio ripetibile che un team può applicare da solo, prompt dopo prompt, molto dopo la fine delle lezioni.

Se riconosci nella tua azienda uno o più degli errori prompt ChatGPT descritti in questo articolo, è il momento di affrontare il tema con un metodo strutturato invece che con tentativi isolati. Nella pagina dedicata ai corsi e alla formazione su ChatGPT e intelligenza artificiale trovi i percorsi pensati per manager, redazioni e team aziendali, oltre alla possibilità di richiedere una consulenza su misura per la tua organizzazione.

Una volta l’OSINT sembrava una cosa da investigatori con tre monitor, mappe piene di fili rossi e caffè freddo. Oggi, invece, una parte del lavoro parte da una domanda molto più banale: che cosa è già pubblico online?

Profili social, nickname riutilizzati, indirizzi email, vecchi forum, marketplace, repository, immagini, leak, metadati, commenti, recensioni: il problema non è solo trovare informazioni. Il problema è capirle, collegarle, verificarle e non scivolare oltre il confine etico e legale.

È il tema che ho affrontato nel libro Il nuovo petrolio (online). OSINT e intelligenza artificiale: a caccia di dati pubblici nell’era dei chatbot, scritto con Gianluca Boccacci e pubblicato da Ledizioni nel 2026. Il titolo dice già molto: i dati pubblici sono una risorsa, ma senza metodo diventano rumore. E senza responsabilità diventano un rischio.

Sul sito ho già raccontato perché OSINT e AI stanno cambiando il valore delle informazioni online. Qui faccio un passo più pratico: vediamo tre strumenti open source, uno per uno.

Copertina del libro Il nuovo petrolio online su OSINT e intelligenza artificiale
Il nuovo petrolio (online), il libro su OSINT e intelligenza artificiale scritto con Gianluca Boccacci e pubblicato da Ledizioni nel 2026.

Che cosa cambia con l’AI nell’OSINT?

L’AI rende l’OSINT più veloce, ma non automaticamente più vera. Può aiutare a riassumere pagine, confrontare profili, estrarre entità, costruire timeline, tradurre contenuti, classificare risultati e generare ipotesi investigative. Però deve lavorare su fonti verificabili. Se l’AI inventa collegamenti, confonde omonimi o interpreta male un dato pubblico, il risultato può essere elegante e sbagliato. Nell’OSINT il valore nasce da tre cose: fonti, metodo e controllo umano.

Che cos’è l’OSINT, in pratica

OSINT significa Open Source Intelligence: raccolta, analisi e interpretazione di informazioni disponibili da fonti aperte. Non vuol dire “spiare”. Non vuol dire violare account. Non vuol dire forzare password. Vuol dire lavorare su dati pubblici, accessibili, osservabili, documentabili.

Il punto è che il web ha reso le fonti aperte enormi e disordinate. Una persona può usare lo stesso nickname per anni. Un’azienda può lasciare tracce in documenti, sottodomini, offerte di lavoro, comunicati, profili LinkedIn, PDF indicizzati, repository e social. Una notizia può essere confermata o smentita incrociando archivi, immagini, mappe, date e testimonianze.

Qui entra l’intelligenza artificiale: non come bacchetta magica, ma come assistente per leggere, filtrare e organizzare. Il lavoro serio resta quello umano: fare domande buone, separare fatti e ipotesi, controllare le fonti, rispettare privacy e normativa.

Perché se ne parla adesso

Nel 2026 l’OSINT è diventata una competenza utile ben oltre la cybersecurity. Serve a giornalisti, aziende, comunicatori, HR, formatori, consulenti, enti pubblici, associazioni e professionisti che vogliono capire meglio il contesto in cui si muovono.

Tre cambiamenti hanno accelerato tutto:

  • l’esplosione dei dati pubblici: ogni piattaforma lascia tracce, spesso frammentate;
  • la disponibilità di strumenti open source: molti tool automatizzano ricerche prima molto lente;
  • l’AI generativa: chatbot e modelli linguistici aiutano a sintetizzare, confrontare e formulare ipotesi, purché non vengano trattati come oracoli.

Nel libro Il nuovo petrolio (online) insistiamo proprio su questo: cercare non basta più. Bisogna trasformare dati pubblici in conoscenza utile, verificabile e responsabile.

Il flusso corretto: prima il metodo, poi gli strumenti

Prima di usare Maigret, Trape, Blackbird o qualsiasi altro strumento, conviene impostare un piccolo protocollo. Sembra noioso. In realtà evita molti errori.

  1. Definisci l’obiettivo: che cosa vuoi capire davvero?
  2. Stabilisci il perimetro: persona, azienda, dominio, nickname, evento, periodo, fonte.
  3. Raccogli solo ciò che serve: il fatto che un dato sia pubblico non significa che sia necessario.
  4. Annota le fonti: URL, data di accesso, screenshot, contesto.
  5. Distingui fatto, inferenza e ipotesi: “ho trovato questo profilo” non equivale a “è sicuramente la stessa persona”.
  6. Usa l’AI per organizzare, non per inventare: chiedile sintesi, tabelle, timeline, ma verifica sempre.
  7. Rispetta legge, consenso e finalità: l’OSINT non è una scusa per molestare, profilare o danneggiare qualcuno.

Tool 1: Maigret, il dossier da un nome utente

Maigret è uno strumento OSINT open source che cerca un nome utente su migliaia di siti e produce report consultabili. Il repository ufficiale lo descrive come un tool capace di raccogliere un dossier partendo da un solo username, senza richiedere API key.

Esempio di report HTML generato da Maigret per una ricerca OSINT su username
Un esempio di report HTML di Maigret: i risultati vengono organizzati per rendere più leggibile la ricerca su uno username.

Come funziona Maigret

Maigret parte da un identificatore, di solito un nickname. Poi controlla se quel nome utente compare su piattaforme diverse: social network, forum, siti tecnici, servizi fotografici, community, portali locali, piattaforme di gaming e altri archivi pubblici.

Il principio è semplice: molte persone riutilizzano lo stesso username in contesti diversi. Questo permette di ricostruire una possibile impronta digitale. Ma attenzione alla parola “possibile”: uno username trovato su due siti non prova automaticamente che dietro ci sia la stessa persona.

Le funzioni più interessanti sono:

  • ricerca su oltre 3.000 siti, con una selezione predefinita dei più rilevanti;
  • esportazione in formati utili per l’analisi, come HTML, PDF, CSV, JSON e grafi;
  • filtri per categorie, Paesi e tag;
  • interfaccia web per esplorare i risultati;
  • modalità AI opzionale per sintetizzare i risultati, usando un’API compatibile con OpenAI.

Dove entra l’AI

Con Maigret l’AI può aiutare soprattutto dopo la raccolta. Può riassumere un report, estrarre pattern, evidenziare account probabilmente collegati, costruire una tabella con piattaforma, URL, indizi e livello di confidenza.

Un uso sensato dell’AI non è: “dimmi chi è questa persona”. Un uso sensato è: “riassumi questi risultati separando dati certi, collegamenti deboli e ipotesi da verificare”. La differenza sembra piccola, ma è enorme.

Quando usarlo

Maigret è utile per audit della propria presenza online, verifica di brand impersonation, ricerca su nickname pubblici, analisi reputazionale e controllo di tracce lasciate nel tempo. È meno adatto quando mancano identificatori stabili o quando il rischio di omonimia è alto.

Tool 2: Trape, il caso delicato del tracciamento web

Trape è il più delicato dei tre strumenti citati. Nel README ufficiale viene presentato come tool OSINT di analisi e ricerca per tracciare persone su Internet e studiare dinamiche di social engineering in tempo reale. È stato presentato anche a Black Hat Arsenal Asia nel 2018.

Schermata del progetto Trape per OSINT e tracking pubblicata nel README ufficiale
Trape è uno strumento storico e controverso: interessante per capire il tracciamento web, ma da trattare con grande cautela etica e legale.

Come funziona Trape, in modo difensivo

Trape aiuta a capire una cosa importante: un browser comunica molte informazioni. Quando una persona visita una pagina, il sito può osservare elementi tecnici come indirizzo IP, user agent, sistema operativo, browser, lingua, risoluzione, referrer, tempi di visita, sessioni e altri segnali. In alcuni casi, combinando script, link e pagine-esca, si possono creare scenari di tracciamento molto invasivi.

Qui bisogna essere chiari: non è uno strumento da usare contro persone inconsapevoli. Il suo valore, in un articolo divulgativo, è far capire come funzionano certe tecniche di tracking e social engineering, in modo da difendersi meglio.

Dal punto di vista concettuale, Trape lavora su tre livelli:

  • pagina osservata: una pagina web controllata dall’operatore riceve visite e raccoglie segnali tecnici;
  • pannello di analisi: le informazioni vengono mostrate in una dashboard;
  • azioni lato browser: il progetto documenta funzioni che possono diventare molto invasive se usate male.

Proprio per questo non ha senso trasformare Trape in una guida operativa passo passo. È molto più utile usarlo come caso studio per parlare di consenso, consapevolezza, sicurezza dei browser, link sospetti, permessi di geolocalizzazione, fingerprinting e formazione anti-phishing.

Cosa può insegnare a un’azienda

Trape è utile, in contesti autorizzati di formazione e security awareness, per mostrare perché non bisogna cliccare link ricevuti fuori contesto, perché i permessi del browser contano, perché la geolocalizzazione non va concessa con leggerezza e perché una pagina apparentemente innocua può raccogliere segnali tecnici.

La lezione pratica non è “usa Trape”. La lezione pratica è: capisci come vieni tracciato, così riduci la tua superficie esposta.

Tool 3: Blackbird, username, email e profili AI

Blackbird è un tool OSINT open source per cercare account collegati a username ed email su centinaia di piattaforme. Il progetto dichiara l’integrazione con WhatsMyName, una base dati molto usata per ridurre falsi positivi nella ricerca di username.

Schermata dimostrativa di Blackbird con analisi AI dei risultati OSINT
Blackbird integra anche una funzione AI per trasformare risultati grezzi in una prima lettura comportamentale e tecnica.

Come funziona Blackbird

Blackbird prende in input un nome utente o un indirizzo email e controlla se esistono account pubblici associati a quel dato. La logica è simile a quella di altri strumenti di username enumeration, ma con due elementi interessanti: la ricerca su molte piattaforme e la possibilità di generare output più leggibili, anche in PDF o CSV.

La funzione AI, secondo la documentazione del progetto, analizza i siti in cui un username o un’email vengono trovati e produce un profilo comportamentale e tecnico. Il README precisa anche un dettaglio importante: vengono inviati solo i nomi dei siti, non dati sensibili.

In pratica Blackbird può aiutare a rispondere a domande come:

  • questo nickname compare su molte piattaforme?
  • ci sono account potenzialmente collegati a una stessa identità pubblica?
  • quali categorie di siti emergono: developer, gaming, social, forum, marketplace?
  • il pattern sembra coerente o pieno di falsi positivi?
  • quali risultati meritano verifica manuale?

Dove entra l’AI

Blackbird mostra bene la differenza tra raccolta e interpretazione. La raccolta dice: “ho trovato risultati su questi siti”. L’interpretazione prova a dire: “questi risultati suggeriscono un certo profilo di attività”.

Qui il rischio è evidente: l’AI può trasformare segnali deboli in conclusioni troppo forti. Per questo, anche quando il report è ben scritto, conviene aggiungere sempre un livello di confidenza e una colonna “da verificare”.

Maigret, Trape e Blackbird a confronto

Tool Input principale Output Uso consigliato Attenzione
Maigret Username Dossier, report, grafi, esportazioni Audit di impronta digitale e ricerca su nickname Omonimie e falsi collegamenti
Trape Visita a pagina controllata Segnali tecnici e tracking Formazione difensiva e consapevolezza Consenso, legalità, rischio abuso
Blackbird Username o email Account trovati, export, profilo AI Ricerca rapida e reportistica Interpretazioni AI da verificare

Come usare l’AI senza farsi ingannare dall’AI

Il modo migliore per usare l’AI nell’OSINT è darle un compito da analista ordinato, non da indovino.

Un prompt utile può essere questo:

Analizza questi risultati OSINT.
Separa:
1. fatti verificabili;
2. collegamenti probabili;
3. ipotesi deboli;
4. falsi positivi possibili;
5. informazioni da non usare perché irrilevanti o troppo invasive.

Per ogni elemento indica:
- fonte;
- livello di confidenza;
- motivo della classificazione;
- controllo manuale consigliato.

Non identificare persone reali se le fonti non lo dimostrano.
Non trasformare coincidenze in certezze.

Questo tipo di richiesta costringe il modello a rallentare. Ed è una buona cosa. Nell’OSINT la fretta produce errori, e gli errori possono danneggiare persone.

Video per approfondire

Per approfondire i tre strumenti e il contesto OSINT, ecco alcuni video utili. Come sempre, guardali con spirito critico: i video tecnici invecchiano, i tool cambiano, e non tutto ciò che è dimostrabile è anche opportuno da fare.

Maigret: ricerca OSINT da username

Blackbird: username, email e ricerca account

Trape: caso studio su tracking e consapevolezza

OSINT e AI: quadro generale

I rischi da evitare

L’OSINT con l’AI è potente proprio perché sembra semplice. Inserisci un nickname, ottieni un report, chiedi al chatbot di riassumere. Il problema è che la semplicità dell’interfaccia nasconde la complessità del giudizio.

I rischi principali sono:

  • falsi positivi: due persone diverse possono usare lo stesso nickname;
  • profilazione eccessiva: raccogliere più dati del necessario può essere scorretto o illegale;
  • allucinazioni dell’AI: il modello può inventare collegamenti plausibili;
  • doxing: pubblicare o diffondere dati personali può causare danni reali;
  • effetto tunnel: una prima ipotesi sbagliata può guidare tutta l’indagine;
  • strumenti obsoleti: molti tool OSINT dipendono da siti che cambiano interfacce, blocchi e policy.

Da dove iniziare in modo responsabile

Il miglior primo esercizio non è investigare sugli altri. È fare OSINT su se stessi o sulla propria azienda, con finalità difensiva.

Puoi partire così:

  1. scegli un tuo nickname pubblico;
  2. cerca dove appare;
  3. controlla quali informazioni emergono dai profili;
  4. verifica vecchi account dimenticati;
  5. rimuovi o aggiorna ciò che non vuoi più lasciare pubblico;
  6. documenta le fonti e chiedi all’AI solo una sintesi ragionata;
  7. ripeti l’audit ogni sei mesi.

Questo esercizio ha un vantaggio: ti insegna a usare gli strumenti senza trasformare l’OSINT in curiosità invasiva. Ed è anche un buon modo per capire quanto siamo trasparenti online senza accorgercene.

In sintesi

Maigret, Trape e Blackbird mostrano tre facce diverse dell’OSINT. Maigret lavora bene sui nickname e sui report. Blackbird aggiunge ricerca su username ed email con una componente AI. Trape, invece, è un caso da trattare con cautela: utile per capire il tracking e difendersi, pericoloso se usato senza consenso.

L’intelligenza artificiale non sostituisce l’analista. Lo aiuta a leggere meglio, ordinare meglio e porsi domande migliori. Ma nell’OSINT, più che altrove, vale una regola semplice: un’informazione trovata non è ancora una verità. È solo l’inizio del lavoro.

Per approfondire il metodo, i casi d’uso e i confini etici, trovi il libro Il nuovo petrolio (online) sul sito di Ledizioni.

FAQ

Che cos’è l’OSINT?

L’OSINT, Open Source Intelligence, è la raccolta e analisi di informazioni disponibili da fonti aperte: siti, social, archivi pubblici, documenti, immagini, mappe, repository e altre fonti accessibili legalmente.

L’AI può fare OSINT da sola?

No. L’AI può aiutare a riassumere, classificare, tradurre e collegare informazioni, ma deve essere guidata da fonti verificabili e controllata da una persona. Può sbagliare o inventare collegamenti.

Maigret e Blackbird sono simili?

Sì, entrambi cercano tracce pubbliche collegate a username. Maigret è molto orientato ai dossier e ai report su nickname; Blackbird lavora su username ed email e include una funzione AI per sintetizzare i risultati.

Trape è sicuro da usare?

Trape va trattato con molta cautela. È utile come caso studio difensivo sul tracking web e sulla social engineering awareness, ma usarlo contro persone inconsapevoli può violare privacy, legge ed etica professionale.

Qual è il rischio principale dell’OSINT con l’AI?

Il rischio principale è trasformare segnali deboli in certezze. L’AI può rendere un report più leggibile, ma può anche amplificare errori, falsi positivi e collegamenti non dimostrati.

Da dove conviene iniziare?

Conviene iniziare con un audit personale o aziendale: cercare i propri nickname, verificare profili pubblici, documentare le fonti e usare l’AI solo per organizzare i risultati, non per trarre conclusioni non verificate.

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Ho appena finito di godermi la biografia di Marcel Duchamp scritta da Bernard Marcadé, La vita a credito. E da giorni ho in testa un solo episodio: nel 1917 Duchamp compra un orinatoio in un negozio di idraulica sulla 118ª strada di New York, ci scarabocchia sopra una firma finta, “R. Mutt”, e lo intitola Fontana. È, a conti fatti, il primo readymade digitale della storia: un secolo prima dei prompt, firmato a mano invece che generato da un algoritmo.

Il readymade digitale ante litteram: Marcel Duchamp e l'orinatoio Fontana firmato R. Mutt nel 1917

Quel gesto vale un secolo. L’inventore del readymade aveva capito tutto con largo anticipo: l’arte non è il sudore sulla tela o lo scalpello nel marmo. È puramente l’atto di scegliere. E il linguaggio, diceva lui stesso, è solo “un errore dell’umanità”.

Pensateci bene: cosa diavolo stiamo facendo oggi con l’intelligenza artificiale generativa, se non del puro, sfacciato dadaismo?

Il readymade di Duchamp, in due parole

Nel 1917 la giuria della Society of Independent Artists di New York rifiuta di esporre Fontana: per loro non è arte, è un sanitario comprato in un negozio. Ed è proprio questo il punto che Duchamp voleva dimostrare: l’oggetto non cambia, cambia il contesto in cui lo si colloca e la firma di chi lo sceglie. Non serve saper scolpire. Serve decidere cosa merita di stare su un piedistallo.

Da lì in avanti l’arte del Novecento non è più stata la stessa. E un secolo dopo, quello stesso meccanismo è tornato a bussare, questa volta dentro una casella di testo con scritto “Scrivi un prompt”.

Midjourney, ChatGPT e il trionfo del readymade digitale

Non sappiamo tenere in mano un pennello, ma apriamo Midjourney, diamo in pasto un prompt al sistema e pretendiamo il nostro plusvalore estetico. Non sappiamo mettere in fila tre parole senza incasinare la sintassi, ma deleghiamo tutto a Claude o a ChatGPT e ci sentiamo i nuovi copywriter del secolo.

Esattamente come Duchamp prendeva uno scolabottiglie, un pettine per cani o persino un soffio d’aria imbottigliata per prendere per il naso i critici del suo tempo, noi peschiamo nel mare magnum dei dataset per sfornare contenuti sintetici preconfezionati. Cambia lo strumento, non cambia il gesto: scegliere, decontestualizzare, firmare.

I critici di oggi cascano nella stessa trappola del 1917

La cosa più comica è che i critici di oggi ripetono, senza saperlo, lo stesso errore di quelli che bocciarono Duchamp: cercano il senso della vita, o peggio l’anima, dentro una cianfrusaglia algoritmica. Si sperticano in analisi intellettualoidi su immagini che in realtà sono soltanto il risultato di calcoli probabilistici.

L’intelligenza artificiale non è solo tecnologia: è una colossale supercazzola. È il nominalismo applicato al tempo dei bit. Le parole, i pixel, i pattern non hanno un’essenza propria: hanno solo il significato che qualcuno decide di attribuire loro, scegliendoli e mettendoli in fila. È sempre lo stesso readymade digitale, solo con un vocabolario più tecnico a fargli da cornice.

Il vero esperto di AI non è un tecnico, è un curatore

Ne avevo già parlato a proposito di Ungaretti e del peso di ogni singola parola in un prompt: chi lavora bene con l’AI generativa non è chi conosce meglio la tecnologia, ma chi sa scegliere, tagliare, ricontestualizzare. Il vero esperto di intelligenza artificiale, in fondo, non è un ingegnere. È un curatore. Un provocatore che decontestualizza i dati e li riassembla, esattamente come faceva Duchamp con gli oggetti di uso comune.

Non è un caso che persino il modo in cui i motori generativi leggono e restituiscono i contenuti stia cambiando le regole del gioco anche per chi scrive online: ne ho parlato più nel dettaglio quando Google ha spiegato cosa cambia davvero tra SEO, GEO e AEO. Anche lì il principio è lo stesso: conta meno la forma perfetta, conta di più essere scelti, citati, riassemblati da un sistema che decide cosa mostrare.

Il readymade digitale: perché conta il prompt, non l’orinatoio

Oggi non conta più saper costruire l’orinatoio. Conta solo saper scrivere il prompt giusto per convincere tutti che sia un capolavoro. Se questo ci fa sublimi minchioni o autentici geni, onestamente, non lo so ancora. Forse, come sospettava lo stesso Duchamp, la domanda non ha nemmeno senso: conta solo chi firma, non chi ha davvero costruito l’oggetto. E se ancora non sai distinguere un readymade da un semplice prompt ben scritto, forse è il momento di ripassare anche i termini base dell’intelligenza artificiale che ormai usiamo ogni giorno.

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