L’AI come psicologo: una rivoluzione silenziosa che non possiamo ignorare
«Perché mi sento così solo?». «Come faccio a superare l’ansia?». Sempre più spesso queste domande non vengono rivolte a un genitore, a un amico o a uno psicologo, ma a un chatbot di intelligenza artificiale.
È un cambiamento culturale profondo, che riguarda in particolare i giovani italiani e non solo, e che merita una riflessione seria, senza allarmismi ma senza sottovalutazioni.
I dati: quasi 1 giovane su 5 usa l’AI per il benessere emotivo
Secondo uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics e ripreso recentemente dal Corriere della Sera, il 19,2% dei giovani tra i 12 e i 21 anni ha già utilizzato strumenti come ChatGPT, Gemini o Character.AI per chiedere aiuto quando si sentiva triste, nervoso o stressato.
Ancora più significativo è un altro dato: il 63,3% di questi ragazzi non lo racconta a nessuno. Un silenzio che racconta molto su come i giovani — in Italia come nel resto del mondo — vivono il disagio emotivo.
Perché l’AI è così attraente per i giovani?
La risposta è semplice. L’intelligenza artificiale è sempre disponibile, non giudica, è gratuita, risponde in pochi secondi e permette di restare anonimi. Per un adolescente che teme di essere frainteso o di deludere gli adulti, rappresenta un interlocutore estremamente accessibile.
In molti casi non sostituisce uno psicologo. Sostituisce il silenzio.
Un fenomeno che ho osservato da vicino anche attraverso il lavoro nelle scuole italiane: la difficoltà di molti ragazzi nel trovare un adulto disposto ad ascoltarli è reale. Lo racconto anche nel libro scritto con Giuseppe Lavenia: «Intelligenza artificiale e tecnologia in classe. Guida per insegnanti per un uso consapevole» (Mursia, 2025).

Un’opportunità reale, ma con limiti evidenti
Liquidare il fenomeno come qualcosa di negativo sarebbe un errore. L’AI può aiutare una persona a dare un nome alle proprie emozioni, organizzare i pensieri, suggerire strategie di gestione dello stress e persino incoraggiare a rivolgersi a un professionista.
Tuttavia non prova empatia, non osserva il linguaggio del corpo, non coglie tutte le sfumature emotive e non può assumersi responsabilità cliniche. Diversi studi, tra cui una revisione sistematica pubblicata su The Lancet Digital Health, suggeriscono effetti positivi nel supporto a sintomi lievi o moderati, ma sottolineano anche l’assenza di prove sufficienti perché possa sostituire un percorso terapeutico tradizionale.
Il vero rischio non è l’AI
Il dato che dovrebbe preoccuparci non è che i ragazzi parlino con un chatbot. È che sentano il bisogno di farlo senza coinvolgere nessun essere umano.
L’intelligenza artificiale sta mettendo in luce un problema che esisteva già: la difficoltà di molti giovani nel trovare ascolto, tempo e supporto nelle relazioni quotidiane — in famiglia, a scuola, tra amici.
In questo senso l’AI è più un sintomo che una causa. Ed è lo stesso tipo di riflessione che proviamo a stimolare anche con i progetti nelle scuole, come i Patti Educativi Digitali al Badoni di Lecco, dove i ragazzi imparano a usare la tecnologia in modo consapevole e critico.

Come dovremmo usare l’AI in ambito psicologico?
La domanda non è se vietare questi strumenti. La domanda è come integrarli responsabilmente.
L’AI può diventare un primo punto di ascolto, un aiuto per riflettere o per prepararsi a parlare con uno psicologo, ma non dovrebbe trasformarsi nell’unico interlocutore di chi vive un disagio emotivo. In Italia, dove l’accesso ai servizi di salute mentale pubblica rimane difficoltoso per molti — soprattutto per le fasce più giovani della popolazione — la tecnologia può abbattere alcune barriere. Ma non tutte.
Il futuro probabilmente non sarà «psicologo oppure AI», ma «psicologo e AI», con la tecnologia che aiuta ad abbattere le barriere di accesso alle cure senza sostituire la relazione umana. Organizzazioni come il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi stanno iniziando a ragionare proprio su questi temi.
Nessun algoritmo può sostituire la presenza umana!
Nessun algoritmo, per quanto evoluto, può sostituire davvero la presenza, l’empatia e la responsabilità di un’altra persona. Ma ignorare questo fenomeno — o peggio, demonizzarlo — significherebbe perdere un’occasione per capire meglio i bisogni dei nostri ragazzi.
Se vuoi approfondire il tema dell’uso consapevole della tecnologia tra i giovani, puoi esplorare anche gli altri articoli sul tema adolescenti e tecnologia su questo sito, o scoprire come lavoro con le scuole nella sezione Conferenze e Corsi.










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