Se segui i miei articoli, saprai certamente che ho una grande passione per LinkedIn, la principale piattaforma per far incontrare domanda e offerta in ambito business. Lo usano le aziende le cercare talenti, le persone per trovare un lavoro (o un nuovo lavoro), ma è anche uno strumento chiave per spingere i propri servizi B2B e per trovare nuove opportunità di business.

Non puoi però affidarti solamente a LinkedIn, per più motivi. Il primo è che non è detto che tutti lo usino e sono ancora tante le realtà che si limitano alle ricerche su Google (o altri motori di ricerca). Ma non trascurare un altro aspetto: se anche qualcuno ti trova (o trova la tua azienda) sul LinkedIn, la prima cosa che vorrà fare è andare sul tuo sito, o quello della tua azienda. Un sito curato, con contenuti di qualità, fa la differenza, esattamente come il modo in cui ti presenti la prima volta a un interlocutore: puoi essere un genio nel tuo settore, ma un aspetto dimesso e trasandato di certo non contribuirà a fare una buona impressione, e lo stesso vale per il sito.

Alcuni suggerimenti di questo articolo ti permetteranno anche di migliorare la qualità del tuo sito anche se il focus è un altro: in queste righe voglio infatti spiegarti come spiccare nelle ricerche su Google facendo leva sulla SEO, la Search Engine Optimization. Non temere, non ti riempirò la testa di tecnicismi: il mio obiettivo non è quello di insegnarti a spremere quell’1% in più di conversioni nelle vendite. Voglio invece darti alcune indicazioni e suggerimenti alla portata di tutti per aiutarti a “scalare” la SERP di Google e posizionarti meglio nelle ricerche.

Passa subito ad HTTPS se non l’hai ancora fatto

Ci sono due protocolli per erogare pagine web: HTTP e HTTPS. Il primo è obsoleto, il secondo va abbandonato quanto prima. Il fatto è che ancora oggi, navigando online, trovo tantissimi siti, anche di aziende di grandi dimensioni o di seri professionisti, che si appoggiano ancora al protocollo non cifrato HTTP, quindi meno sicuro. Certo, se non vendi prodotti online e quindi non chiedi ai tuoi utenti di inviare dati di pagamento ti potrà sembrare un problema da poco, ma in realtà è un problema enorme. Non solo Google e gli altri motori di ricerca abbasseranno il tuo Ranking Score, fatto che influenzerà il tuo posizionamento nella SERP (pagina dei risultati della ricerca), ma scoccerai anche gli utenti. Sì, perché quando useranno Chrome, verrà visualizzato il messaggio “Questo sito non è sicuro. Vuoi procedere?”. Al di là dell’avviso, che potrebbe preoccupare qualcuno, per raggiungerti un utente dovrà fare almeno un clic in più. Credimi, molti non lo faranno e si fermeranno all’avviso. Insomma, passa di corsa ad HTTPS. Se non sai come fare, chiedilo a chi ti gestisce il sito: è un lavoro semplice e veloce.

La velocità è tutto

L'aforisma: "Il milanese imbruttito ordina un caffè... - Comunicaffè

Viviamo tutti di corsa, c’è poco da fare, e la pandemia non ha fatto che accelerare il tutto. Chi cerca una risposta, la vuole immediatamente, non ha tempo è voglia di aspettare. La figura del Milanese Imbruttito, che ha già aperto la bustina dello zucchero mentre il barista gli sta ancora facendo il caffè, è più diffusa di quanto credi, e non solo aMilano (tutto attaccato, come lo scriverebbe un Imbruttito DOC). E mentre si beve il caffè, il classico Imbruttito tiene in mano lo smartphone e prosegue il business. Naturalmente, pretende che il sito carichi velocemente e devi assicurarti che il tuo sito sia sufficientemente reattivo se non vuoi che la gente lo abbandoni ancora prima che l’homepage sia caricata.

Ma come si giudica se un sito è veloce? Basta usare il servizio PageSpeed Insight di Google: inserisci l’URL del tuo sito per avere un’analisi tecnica. Dopo pochi secondi, ti verrà restituita una pagina contenente uno score e una serie di suggerimenti su come poter migliorare, se necessario, la velocità di caricamento, sia su mobile sia su desktop. Non impazzire per guadagnare un millisecondo: concentrati sui problemi principali, se PageSpeed ne individua qualcuno. Il resto sono piccole ottimizzazioni che possono fare la differenza su siti di enormi dimensioni, tipo Amazon. Se il tuo Score è superiore al 90, significa che hai fatto un ottimo lavoro. Se è inferiore, segui i suggerimenti e cerca di ottimizzare ulteriormente, magari chiedendo supporto a un esperto.

Il mobile prima di tutto

Se ancora concentri la maggior parte della tua attenzione su come si vede il tuo sito da desktop, stai sbagliando tutto. Seriamente. Da quasi 10 anni, infatti, le ricerche su mobile hanno abbondantemente superato quelle da desktop. Non ci credi? Dai un’occhiata alle statistiche del tuo sito e scoprirai che, a meno di casi particolarissimi, più dell’80% del tuo traffico sarà generato da dispositivi mobili. Non puoi non tenerne conto. “Mi stai dicendo che tutte le grafiche e animazioni superbelle che si vedono solo da mobile sono uno spreco di tempo?”. Dipende da quando le hai fatte, ovviamente: un tempo, facevano la differenza. E anche oggi, quegli utenti (pochi in percentuale) che si collegano da un computer potrebbero apprezzarle. Rimane il fatto che la maggior parte delle persone vedrà il tuo sito da smartphone, e devi far sì che l’esperienza da mobile sia snella e piacevole. Poi, se ti avanzano tempo e budget, potrai anchoe ottimizzare ulteriormente la parte desktop. Considera una cosa: non si tratta solo di esperienza utente, ma anche risultati nella ricerca. Dal marzo 2021, infatti, tutti i siti sono indicizzati da Google solo sulla base del mobile. Le tue ottimizzazioni desktop, insomma, non avranno alcun impatto sul ranking. Se vuoi scalare la SERP, insomma, ti tocca puntare tutto sul mobile. Anche se non ti piace.

Per controllare come si vede il tuo sito su diversi device puoi usare, tra gli altri, Screenfly:

Non trascurare i backlink

I backlink sono i collegamenti che da altri siti portano al tuo. Più ne hai, più il tuo sito acquisirà autorevolezza e, quindi, sarà “visto meglio” da Google che tenderà a farlo salire nella SERP. Alla fine, l’algoritmo di Google si è sempre basato su questo concetto e già dalla nascita di Big G il fattore che faceva la differenza nella SERP era quante pagine citavano uno specifico sito in base alle parole chiave usate. Attivati insomma per ottenere backlink, possibilmente puntando su siti autorevoli, non su officine di clic. Non mancano siti di bassa qualità che “vendono” i baclkink al tuo, ma ti assicuro che sono soldi spesi male, proprio perché queste realtà non hanno alcuna autorevolezza. E ti sconsiglio anche di mandare mail agli amministratori dei siti di riferimento del tuo settore chiedendo loro di “regalarti” un link: nella migliore delle ipotesi ti ignoreranno, nella peggiore, rischi di venire mandato a quel paese.
Come ottenerli quindi? Facile scegli i siti giornalistici di riferimento del tuo settore ed esplora la possibilità di includere articoli sponsorizzati (e naturalmente indicati come tali) che riportano al tuo sito. A seconda della realtà editoriale, potrebbero accettare un contenuto scritto da te o potrebbero preoccuparsi loro della stesura del pezzo. Naturalmente questa operazione ha un costo, costo che cresce con la popolarità del sito che ti linkerà, ma i risultati si vedranno.

Per verificare chi linka il tuo sito, puoi usare un “backlink checker“.

Tag, metatag, metadescription, immagini: tutto contribuisce alla SEO

Qualsiasi contenuto deciderai di pubblicare sul tuo sito, dovrà essere ottimizzato in ottica SEO. Che significa? Individuare le parole chiave relative alla tua attività e inserirle in tutte quelle parti rilevanti. Nel titolo, nel sottotitolo (la metadescription dell’articolo, nei tag, nelle dida e nei nomi delle immagini allegate e anche nell’url del pezzo. Se usi Worpress, sarà molto semplice inserirli e plugin come YOAST – quello che uso io – ti aiuteranno a ottimizzare ulteriormente, indicandoti se hai dimenticato qualcosa o se puoi fare di meglio.

Yoast SEO ‑ SEO for everyone - Increase organic traffic, technical SEO & get rich results! | Shopify App Store

Non prenderli come se fossero la Bibbia, soprattutto in italiano, ma come indicazioni di massima: non cercare a tutti i costi di avere tutti gli indicatori di Yoast verdi, insomma. Perché va bene ottimizzare in ottica SEO, così da far “piacere” il tuo pezzo a Google, ma non dimenticare che chi andrà a leggere i tuoi contenuti sarà un essere umano, non un bot. L’articolo dovrà essere piacevole alla lettura, scorrevole, non infarcito di ripetizioni ogni due righe.

Contenuti sempre aggiornati e di elevata qualità

Se non aggiorni il tuo sito dal 2020, difficilmente scalerai la SERP, questo anche se il tuo sito è eccellente. Per scalare la pagina dei risultati di Google, infatti, è necessario avere contenuti aggiornati di frequente. Quanto? Dipende dalle tue risorse e dalle tue ambizioni. Un nuovo articolo al giorno sarebbe l’ideale, ma comprensibilmente non tutti hanno il tempo e il budget per un piano editoriale così elaborato. Inizia valutando un contenuto a settimana, ottimizzato in ottica SEO come ti ho spiegato prima. Se hai già un catalogo enorme di articoli, non ti far la tentazione di ripubblicarli cambiando solo la data. Google non è fesso, e se ne accorgerebbe. Se i contenuti sono validi, però, va benissimo riprenderli, aggiornarli cambiando titolo e sottotitolo, ma anche aggiungendo ulteriori dettagli ed eliminando o modificando le parti che col tempo non sono attuali come quando le hai pubblicate la prima volta.

Contattami per un corso sulla comunicazione digitale

Scrivimi

Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale l’11 ottobre 2022.

Email marketing, creare un legame col lettore con la Soap Opera Sequence: ecco come fare

L’email marketing è ancora vivo e vegeto e offre ancora un tasso di conversione dei prospect superiore a qualsiasi altra tecnica. Per sfruttarlo al massimo è necessario studiare una Soap Opera Sequence adeguata e automatizzare il processo con il software giusto. Vediamo in che modo

L’email marketing (qui il mio corso on demand per Primopiano) ha certamente vissuto tempi migliori ma resta una delle forme di promozione commerciale più utilizzate. Negli ultimi anni sono cambiate le abitudini dei consumatori e, se agli albori di Internet le persone tendevano a leggere da cima a fondo ogni email ricevuta, nel 2022 la percentuale di chi apre un messaggio di posta elettronica è diminuita sensibilmente. Percentuale che scende ancora di più quando si parla di newsletter o di email di natura commerciale: le piattaforme social, gli influencer e le campagne pubblicitarie sui siti più importanti hanno monopolizzato la comunicazione digitale.

 

A cambiare non sono solo i contenuti proposti ma il pubblico di riferimento. Nel contesto attuale l’email marketing ha davvero senso? Quali vantaggi è in grado di garantire rispetto ai canali social?

L’email marketing funziona ancora?

A detta di Sendinblue il tasso di apertura medio è attorno al 22%:

Nonostante i numeri, l’email marketing riesce ancora a garantire un tasso di conversione degli utenti superiore a quello delle altre piattaforme. Le direct email marketing (le famose “dem”) e le newsletter sono in grado ancora di fare la differenza e di fidelizzare il cliente attraverso la personalizzazione. Questi strumenti permettono di comunicare in modo diretto con il proprio pubblico di riferimento: quando viene inviata un’email a uno dei propri contatti si può essere più o meno sicuri che venga letta; la stessa cosa non si può dire quando si posta un contenuto su una piattaforma social. Purtroppo, non basta inviare una sola newsletter per raggiungere gli obiettivi prefissati: nella maggior parte dei casi è necessario studiare una serie di messaggi da inviare in sequenza per riuscire a raggiungere il cliente.

Soap Opera Sequence: usare la serialità per far leggere una newsletter

Quando si parla di email marketing, una delle tecniche più utilizzate è quella soprannominata “Soap Opera Sequence” che riprende lo storytelling e la serialità tipiche delle produzioni americane per far aprire e leggere una newsletter. Chi si occupa di marketing in ambito B2B sa benissimo quanto sia fondamentale catturare l’attenzione delle persone: una storia ben narrata può essere la soluzione ideale per raggiungere il proprio pubblico di riferimento.

Usare una Soap Opera Sequence è piuttosto facile: si tratta di immaginare/studiare una sequenza di email come se si trattasse una serie televisiva composta da più puntate. In parole semplici, è necessario creare una relazione tra il mittente e il destinatario, spingendo quest’ultimo a leggere tutte quante le email inviate. La SOS è strutturata solitamente in 5 o più email sequenziali e ogni messaggio ha una finalità ben precisa. Con la Soap Opera Sequence è possibile costruire sia la relazione con potenziale cliente, sia promuovere al tempo stesso il proprio prodotto/servizio. L’escamotage più utilizzato per agganciare un prospect (utente potenzialmente interessato ai prodotti dell’azienda) è quello di condividere un problema o una storia e la possibile soluzione. Si tratta di trovare la “giusta” sequenza di messaggi da inviare con informazioni che possano essere utili al destinatario: bisogna creare delle forti aspettative. Un po’ quello che succede in una soap opera in cui la storia si interrompe fino all’episodio successivo.

Le cinque fasi della Soap Opera Sequence

Sequenze di email marketing che convertono - Soap opera sequence

La Soap Opera Sequence si compone di diverse fasi.

  • La prima è quella che è stata ribattezzata “Setting the Stage”, che è possibile tradurre come “allestire la scena”. La prima email è il classico biglietto da visita ed è fondamentale per creare il contatto iniziale con il prospect. Oltre a studiare una buona presentazione è importante fornire una valida motivazione del perché il destinatario dovrebbe leggere l’email inviata. È importante di tenere sulle corde il prospect con qualcosa di sorprendente, misterioso: una forte aspettativa lo stuzzicherà a leggere l’email successiva. Per farlo bisogna saper affascinare il lettore con uno stile scorrevole e semplice: lo storytelling è fondamentale, ed è importante saper giocare con il fattore “emozioni”.
  • A questo punto è necessario introdurre uno degli elementi di forza delle soap opera: il “dramma”. Nel caso specifico si tratta di parlare delle difficoltà e vicissitudini incontrate finora senza svelare come sono state superare. Si tratta di creare il famoso “cliffhanger”, un momento di massa tensione e suspense per catturare l’attenzione dei prospect. Una volta catturata l’attenzione, empatia e immedesimazione spingeranno il lettore ad andare avanti.
  • È arrivato il momento di soddisfare la curiosità del prospect rivelando la soluzione trovata per risolvere il problema: questa fase è denominata “Hitting the wall” e coincide con l’invio della terza email.
  • Dopo il simbolico “abbattimento del muro”, arriva il momento di parlare dei cosiddetti benefici ottenuti con la soluzione trovata. In questa fase è possibile fornire maggiori dettagli sul proprio servizio/prodotto spiegando perché potrebbe essere utile e quali benefici può generare.
  • Con la quinta email, infine, si chiude il cerchio della Soap Opera Sequence: si deve spingere il prospect ad agire. Solitamente vengono utilizzate due tecniche precise: “urgency” o “scarsity”. È importante far capire che la soluzione può essere disponibile solo per un periodo di tempo limitato oppure in una quantità limitata. In questo caso è possibile inserire una call to action.

Consigli per creare una Soap Opera Sequence efficace

Creare un legame con il lettore/destinatario si rivela essere la chiave del successo di una buona Soap Opera Sequence: per questo motivo 4 email su 5 devono essere finalizzate per questo scopo. Si tratta di “trascorrere” del tempo con i propri lettori e per farlo è necessario avere in mente il proprio target di riferimento. Scrivere in modo semplice ed evitando allo stesso tempo frasi a effetto è consigliato, così come inserire il nome dell’utente nell’oggetto della email o nell’intestazione del messaggio. Per creare una certa hype è possibile ricorrere ad altri trucchi: il teaser solitamente funziona.

Come automatizzare la Soap Opera Sequence

Per gestire una SOS è necessario disporre dello strumento adatto per automatizzare queste sequenze (farlo in modo manuale è complicato). Sul mercato sono disponibili qualcosa come 400 tool tra cui scegliere che si differenziano per tipologia di utenza e funzionalità. Uno dei più apprezzati e utilizzati dalle piccole imprese e aziende è ActiveCampaign, una piattaforma che offre diversi strumenti per automatizzare l’esperienza del cliente. Il software dispone di un’interfaccia intuitiva che permette a chiunque di creare sequenze di automazione da zero oppure utilizzando i modelli presenti (sono 125 quelli disponibili). ActiveCampaign piace anche per i costi piuttosto contenuti: sono disponibili diverse tipologie di abbonamento e si parte da 9 dollari al mese per 500 contatti. Un altro tool piuttosto gettonato è HubSpot che mette a disposizione delle aziende una piattaforma di vendita e marketing che include email marketing, marketing automation e altro ancora. Può essere inserito come plugin direttamente in WordPress semplificando così l’invio di campagne email. Le piccole imprese potranno usarlo senza spendere troppo (sono disponibili diverse offerte gratuite), mentre le aziende più grandi (che dispongono di liste di contatti a dir poco sterminate) pagheranno in proporzione molto più. Per questo motivo HubSpot viene scelto principalmente dalle aziende di servizi B2B o dalle agenzie di marketing più importanti: si parte da 45 dollari al mese per 1.000 contatti (è possibile iniziare con un account gratuito, massimo 100 contatti). Se si punta al puro marketing automation, Ortto è probabilmente la soluzione migliore. Questo software è in grado di semplificare i workflow di automazione e allo stesso tempo offrire un’integrazione con i principali strumenti che solitamente vengono utilizzati dalle aziende. Si parte da 49 dollari al mese per 2.000 contatti

Ricapitolando, l’email marketing è ancora vivo e vegeto e offre ancora un tasso di conversione dei prospect superiore a qualsiasi altra tecnica. Per sfruttarlo al massimo è necessario studiare una Soap Opera Sequence adeguata e automatizzare il processo con il software giusto.

Vent’anni fa passavo le mie giornate online su it.arti.trash (con il nickname Moska). Appassionato del tema, studiai il testo fondamentale “Andy Warhol era un coatto” del mostro sacro Tommaso Labranca. Ne parlo in questa intervista per il podcast Yugen. Buon ascolto:

PS. Potete leggere il libro di Labranca in PDF qui:

Pandemia, innovazione tecnologica a velocità mai viste, nuove opportunità legate all’on-line, smart working: tutto tira in una sola direzione, quella dell’innovazione digitale delle nostre aziende. Per comprendere il fenomeno esistono molti libri, articoli online, convegni, workshop ma io preferisco buttarmi sui podcast. Ultimamente ne ho scoperti tre, molto diversi, che ti propongo.

1) L’innovazione digitale a 360 gradi

Sul blog degli Osservatori Digital Innovation si trovano diversi podcast sui più svariati temi legati all’innovazione e digitalizzazione delle aziende: dai big data all’IoT, dalla blockchain allo smart working, e molto altro. Fai clic qui per andare direttamente ai podcast:

2) Innovate Faster

Google Cloud Italia mi ha invitato ad ascoltare in anteprima questo podcast di 5 puntate per presentare altrettanti casi di successo di partner certificati (Huware, Ennova, BIP, Injenia e GoReply): si parla di cloud computing, big data, scalabilità e altro ancora.

Ascolta “Ep. 1 Huware” su Spreaker.

Il podcast si trova su tutte le maggiori piattaforme podcast, anche su Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

3) Imprese digitali

Il Sole 24 Ore ha deciso di dedicare un podcast alla trasformazione digitale del PMI italiane: Imprese Digitali. Si legge nella presentazione del podcast: “Una digitalizzazione che coinvolge ovviamente un indotto nativo , aziende che offrono servizi innovativi, software e applicazioni a chi si vuole avvicinare a questo mondo. Ma anche realtà manifatturiere, che inseriscono le nuove tecnologie all’interno dei propri processi o prodotti“.
In questa puntata si presenta il caso di studio di MyCookingBox:

Anche se le sue origini sono tutte nella tecnologia, la criptovaluta si è rapidamente espansa verso altri settori della vita reale. In primis, ovviamente, l’economia che rappresenta in realtà l’obiettivo principale (anche se non l’unico) di questa innovazione. Le criptovalute oggi sono una moneta scambiata al pari della valuta tradizionale, grazie alla sua diffusione e alla sua progressiva regolamentazione, che ha dato sempre più sicurezza anche agli utenti più scettici.

Tutto è iniziato nel 2008, quando Bitcoin ha iniziato a proporsi come moneta di scambio alternativa alla valuta tradizionale. Poco dopo sarebbe nata un’altra moneta che oggi costituisce l’ossatura del sistema blockchain, Ethereum. Comprare Ethereum oggi vuol dire acquistare un asset che ha dimostrato una crescita costante di valore nel tempo e che può essere scambiato facilmente sugli exchange. Proprio la semplicità con cui le crypto sono acquistate e vendute sul mercato costituisce la prima grande innovazione di questo settore. 

Fino a poco tempo fa, gli investimenti erano riservati a poche persone, visto che negoziare azioni tradizionali in borsa era una procedura abbastanza complessa che richiedeva l’intervento di intermediari e non è sicuramente così intuitivo come investire nelle criptovalute. Oggi basta un PC o uno smartphone e tutti possono fare trading, con l’obiettivo ovviamente di migliorare la propria condizione economica, nel breve o lungo a periodo a seconda delle scelte di investimento. Il valore Ethereum e di diverse altre crypto previsto per il futuro costituisce il motivo fondamentale che spinge gli utenti a entrare in questo mercato.

La libertà economica e l’indipendenza finanziaria sono i due obiettivi principali della valuta digitale e i risultati finora ottenuti fanno ben sperare anche per il futuro. Ma sono altri gli aspetti economici concreti che sono stati innovati. 

L’innovazione della criptovaluta nella vita concreta

Se non avesse dei risvolti concreti, la criptovaluta non avrebbe così tanto successo: ogni innovazione, anche la più perfetta, deve avere delle potenzialità applicative concrete e adatte a tutti. Cosa vuol dire oggi poter usufruire della valuta digitale? 

  1. Investire in criptovalute oggi vuol dire avere la possibilità di trasferire denaro e quindi valore. Ormai sono sempre di più gli utenti che accettano Ethereum e altre crypto come mezzo di pagamento: questo comporta passare gradualmente a un sistema di transazioni completamente diverso rispetto a quello sperimentato finora;
  2. La blockchain è caratterizzata prima di tutto da un rapporto diretto tra utenti, senza necessità di intermediari come banche e altre istituzioni finanziarie. Due sono le conseguenze nette: il diverso ruolo, meno rilevante, di queste figure “terze” e il risparmio netto dei relativi costi, a tutto vantaggio del pubblico;
  3. Diversificazione è un altro concetto introdotto dalle criptovalute oggi. La blockchain può essere utilizzata in tanti modi diversi, inclusi gli NFT. Per chi ancora ha poca pratica con questo mondo, gli NFT sono i Non Fungible Token, dei token cioè che sono unici nella loro identità e devono il loro valore proprio grazie a questa unicità. Il primo settore economico che ne beneficia è quello creativo: arte, moda, musica, e tutto quanto includa opere dell’ingegno;
  4. Il mondo economico viene anche modificato nel senso di una maggiore sicurezza delle transazioni e in generale delle operazioni che avvengono tra gli utenti. Se un trader ad esempio decide di comprare Ethereum, sa che la sua operazione rimane registrata in maniera indelebile sulla blockchain e che, se adottate le misure necessarie di sicurezza, non vi sono rischi per il suo investimento e i suoi asset;
  5. Gli smart contract sono un’altra realtà blockchain che viene sempre più applicata alle transazioni economiche. Gli smart contract sono degli accordi che non hanno valore legale, ma a cui le parti aderiscono volontariamente, decidendo le condizioni del contratto. Quando le parti della transazioni adempiono ciascuna la propria prestazione, il contratto viene eseguito;
  6. Una nuova modalità di guadagnare redditi passivi: se fino a poco tempo fa era possibile guadagnare interessi solo dal classico deposito sul conto in banca, vincolato per un determinato periodo di tempo, oggi è possibile investire in criptovalute  e generare guadagni più elevati grazie a meccanismo specifici che avvengono sulla blockchain, come lo staking. Ci sono diversi tipi di staking disponibili per gli utenti, a seconda di quanto tempo vogliono conservare i loro asset e del tipo di asset che bloccano sulla chain.

Il futuro economico della criptovaluta

Cosa ci attende per il futuro? Quante altre evoluzioni ci saranno nell’economia grazie alla blockchain? Predire il futuro è purtroppo qualcosa che ancora non è nelle nostre possibilità, ma la strada è quella di un progressivo parallelismo tra la valuta tradizionale e quella digitale. Il passo decisivo sarà quello dell’adozione da parte dei governi e delle pubbliche amministrazioni delle crypto. Ricordiamo che diversi Stati nel mondo hanno già reso la criptovaluta legale e hanno addirittura coniato la versione digitale della valuta del loro Paese. 

Insieme a questo, sarà necessaria anche una progressiva regolamentazione che vada di pari passo rispetto agli sviluppi e alle applicazioni concrete che cambiano velocemente, perché veloce è la tecnologia e altrettanto rapide devono essere le evoluzioni normative.

Telegram è ormai una realtà consolidata: secondo il rapporto di Sensor Tower per il secondo trimestre del 2022, Telegram è salito dall’ottava al sesto posto in termini di download in tutto il mondo. In Europa, Telegram ha superato WhatsApp. Tra i motivi che lo fanno preferire al rivale di casa Meta, è la versatilità (oltre alla sicurezza e alla comodità per via dei bot): Telegram, infatti, consente non solo i messaggi tra amici, ma anche di seguire i canali. Per questo ho deciso di aprire il canale pubblico di LinkedIn Horror.

Che cos’è LinkedIn Horror?

Dopo dieci anni di lavoro su LinkedIn, nei panni del formatore e del consulente, ho raccolto una quantità imbarazzante di errori, strafalcioni, foto indecenti, contenuti imbarazzanti, competenze e post spaventosi. Così ho deciso di raccogliere questi contenuti, che pubblico quotidianamente sui social. Vuoi un assaggino? In questo video trovi

LinkedIn Horror su LinkedIn e TikTok

Tutto è iniziato, ovviamente, da LinkedIn. Ho lanciato l’hashatag uffiale: #linkedinhorror. Ora, quindi, si può seguire questo hashtag per vedere i nuovi aggiornamenti:

Per “abbonarsi” gratuitamente all’hashatag su LinkedIn fai clic qui: #linkedinhorror

La rubrica LinkedIn Horror, che distribuisco anche sui canali di Meta (per esempio come Stories di Facebook e Instagram) mi sta dando soddisfazioni, a giorni alterni (a seconda di come si sveglia l’algoritmo), su TikTok:

Come ricevere i nuovi video su Telegram (e vedere quelli vecchi)?

Per seguire LinkedIn Horror su Telegram occorre agganciarsi al canale. Basta aprire Telegram e cercare grazie al motore interno “LinkedIn horror”. In alternativa, più facilmente, puoi fare clic direttamente qui: https://t.me/linkedinhorror

Questa recensione è stata realizzata da nell’ambito del corso di Web, e-commerce e metadati per l’editoria.

Questo titolo spacca. L’arte della titolazione online a uso di giornalisti, blogger, marketer e copywriter di Gianluigi Bonanomi 

“Il titolo di un articolo online è spesso l’unica cosa che i lettori leggeranno; [..] è in grado di fare la fortuna o decretare la morte del pezzo.”

Questo titolo spacca. L’arte della titolazione online a uso di giornalisti, blogger, marketer e copywriter, pubblicato a ottobre 2021, è l’ultima uscita della collana “I mestieri della comunicazione” di Editrice Bibliografica. L’autore, Gianluigi Bonanomi, è un imprenditore, consulente e divulgatore esperto di comunicazione online e web writing, ma ha una solida formazione giornalistica, essendo stato giornalista per più di dieci anni, come lui stesso scrive, “in un’altra vita”.

Questo titolo spacca si presenta come una vera e propria guida alla titolazione online e a tutte le insidie del mezzo. L’autore si rapporta con cinismo e ironia all’infinità di ben noti problemi con cui chi scrive per il Web deve fare i conti: dal galoppante analfabetismo funzionale al vizio degli utenti di non andare oltre il titolo, fino alla necessità di utilizzare termini che conquistino gli algoritmi e sconfiggano l’ampia concorrenza di titoli acchiappa-like accattivanti ma poco sinceri.

Il testo è strutturato in tre parti, da subito ben presentate per permettere al lettore di avere un colpo d’occhio sul percorso che lo aspetta. La prima è dedicata ai titoli informativi e alla scelta delle parole chiave e dei tag nell’ottica della SEO. Nella seconda parte vengono presentati i titoli impressivi, con tanto di inaspettato ma decisamente utile prontuario di figure retoriche e come utilizzarle nella titolazione. Infine, il terzo capitolo è dedicato a una lista di strumenti di analisi per valutare scientificamente l’efficacia di un titolo. Ciascun capitolo, poi, è corredato di box di approfondimento, interviste a esperti del settore e commenti a titoli reali, tutti elementi che contribuiscono a fare di Questo titolo spacca un testo completo, un vero Titolazione for dummies, come direbbe la celebre collana pubblicata in tutto il mondo.

Con uno stile informale e ironico, rompendo a più riprese la metaforica quarta parete e rivolgendosi direttamente al lettore, Bonanomi ci accompagna in un viaggio multimediale e sfaccettato. Passando da screenshot di litigi su Facebook a citazioni di Eco, da articoli di Buzzfeed al “Dio è morto” di nietzschiana memoria, servendosi di anglicismi e neologismi decisamente in voga (dalle fake news ai “professoroni”, passando per l’“università della strada”), il testo introduce a temi anche specialistici con simpatia e leggerezza. E, strizzando l’occhio all’antropologia e alla neuroscienza, citando Maslow, Dunbar e Panksepp, si propone non solo di spiegare quali titoli spacchino e quali no, ma anche, a tratti, di indagarne il perché, le ragioni radicate nel nostro cervello e nella nostra socialità.

Partiamo da alcuni punti fermi:

  • il “metaverso” non esiste (esistono i metaversi, e non si parlano nemmeno tra loro, anche se si sta lavorando a una soluzione);
  • l’hype è forte ma di opportunità concrete ce ne sono ancora poche;
  • si parla di “metaverso” spesso a sproposito.

Fatte queste premesse, racconto perché sto scrivendo questo pezzo. Qualche giorno fa ho letto “Giornalisti nel metaverso”, titolo in self-publishing che mi ha deluso: quasi 100 pagine di premessa su cos’è Internet e Web 2.0 e l’esame di Stato dell’autore giornalista… e poi – cala grazia! – poche righe, confuse, sulle opportunità per i giornalisti nel “nuovo mondo”. Allora ho deciso di indagare ed elencare quali siano, al momento, le reali opportunità per i giornalisti. Si pare dal presupposto, come afferma Laura Lorek (fondatrice di Silicon Hills News) , che i giornalisti non sono (solo) le vittime della digitalizzazione, ma possono governarla e trarne beneficio:

“[Journalists] are really a part of the computing and AI convergence industry right now that is leading to a much more fast-paced development cycle than anything we’ve seen in the past. It’s not just virtual reality, it is reality. And we, as journalists and media, have to be players in this new world.”

A mio avviso i giornalisti potranno sfruttare i metaversi – si spera un domani convergenti – per queste attività.

Riunioni di redazione

Esistono già diversi ambienti virtuali, da frequentare grazie al proprio avatar, per organizzare delle riunioni. Nel caso delle riunioni di redazione, potrebbero prendervi parte anche i “lettori”, se così possiamo chiamarli. Un esempio di ambiente virtuale utile per questo tipo di riunioni è Somnium space.

Inchieste immersive

Le tecnologie immersive offrono ai lettori, tramite i loro avatar, un contesto informativo più ampio di quello attuale: sono loro i protagonisti. Si muovono, agiscono in prima persona, al fine di esplorare, scoprire, capire. Ed essere maggiormente coinvolti. Un bell’esempio è “Hunger in Los Angeles” (l’esperimento ricostruisce una giornata tipo nelle mense per poveri di Los Angeles):

Interviste

Nel 2021, in piena pandemia (si era nel boom della variante Omicron), il giornalista del The Financial Times Henry Mance tentava da settimane di incontrare l’ex primo ministro britannico Nick Clegg (all’epoca in Meta). Mance e Clegg hanno fissato l’appuntamento per l’intervista in un metaverso, e hanno fatto incontrare i loro avatar.

L’esperimento è stato replicato anche in Italia, dal Corriere della Sera. Tra i VIP intervistati anche Bebe Vio, che presenta l’esperimento così su Instagram:

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Beatrice Maria Vio Grandis (@bebe_vio)

Vendere i “pezzi” come NFT

L’agenzia di stampa The Associated Press ha lanciato una raccolta di NFT (token non fungibili) sul marketplace di Binance. La raccolta, soprannominata “Unique Moments”, presenta versioni digitalizzate di foto e servizi giornalistici riguardanti alcuni momenti storici del secolo scorso. Qualche esempio: la resa del Giappone durante la seconda guerra mondiale, la scoperta di Plutone e così via. Il prezzo: 29 BUSD 29 (la stablecoin di Binance). Anche il New York Times e il New Yorker si sono buttati sugli NFT.

Blockchain e NFT sono utili anche per vendere delle membership ma anche per contrastare le fake news: ANSAcheck è “una soluzione che consente di certificare l’origine ANSA delle notizie grazie alla tecnologia Blockchain, che agisce come garante di trasparenza, sicurezza e apertura dell’informazione”. In questo caso, più che di metaverso si parla di Web 3.0.

Giornalisti virtuali

Il rischio per i giornalisti sarà un micidiale mix tra realtà virtuale e intelligenza artificiale: già si parla di giornalisti virtuali. Un esempio viene dalla Cina:

A tutto questo possiamo aggiungere, più lato editore, anche:

  • eventi (penso alle testate che organizzano i dibattiti politici durane le campagne elettorali)
  • feste per gli abbonati
  • servizi ai lettori (dal marketing a cimiteri virtuali al posto dei necrologi testuali?)
  • evoluzione dei podcast
  • contributi dei lettori (in una nuova ottica UGC, user generated content)

… e chissà cos’altro non riusciamo nemmeno a immaginare.

Per concludere possiamo dire che il mezzo, in questo caso, può davvero essere il messaggio. Ma quello che farà la differenza, come sempre, saranno i contenuti.

La conferenza di introduzione al metaverso

Ho tenuto un evento di presentazione del metaverso nel gennaio 2022:

Nell’estate in cui spopola la canzone Propaganda di Fabri Fibra, ho letto lo stimolante “Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura” di Gianluca Magi.

Un testo che, dopo aver riportato alcuni cenni biografici sul ministro della propaganda del Terzo Reich, elenca le sue tattiche di manipolazione, mistificazione e condizionamento dell’opinione pubblica. Una ricostruzione che permette di capire meglio anche alcuni fenomeni molto attuali, tipici del Web, come fake news, shit storm, meme, infodemia, deepfake e altro ancora.

Ho preso spunto da queste tattiche per mostrare che i nostri politici le conoscono e le usano volentieri.

Semplificazione

Difficile far passare concetti complessi, meglio semplificare (spesso questo significa banalizzare, schematizzare eccessivamente). Crisi energetica con bollette alle stelle? Basta puntare sul nucleare – dicono alcuni – facendo credere che possa avere un impatto nel breve.

Volgarizzazione

La propaganda deve essere popolare: bisogna dire alle masse quel che vogliono sentire (alimentando le echo-chamber). Paragone parla di obbligo vaccinale come provvedimento fascista.
L’idea del rispetto dell’ambiente e del taglio delle emissioni è certamente condivisibile, ma la campagna contro i jet privati, per alcuni, sa tanto di crociata contro i ricchi.

Nemico unico

Il capro espiatorio, come gli ebrei per Hitler, è molto utile: il soggetto che rappresenta l'”origine di tutti i mali” permette di aumentare il senso di appartenenza alla propria fazione politica. Dagli anni Novanta, il Centro-Sinistra ha preso di mira, nell’ordine, Berlusconi, Salvini e ora Meloni, a volte usando anche la tattica della shit storm per screditare l’avversario. Per anni l’unico argomento forte contro Berlusconi sono stati i festini di Arcore. Tattica che, tra parentesi, evidentemente non ha funzionato.

“Dare del fascista” è la variante italiana del reductio ad Hitlerum (o reductio ad nazium).

Unanimità

Un espediente retorico molto comune fa leva sul principio di persuasione “riprova sociale” (l’umana pulsione dell’appartenenza a un gruppo): si induce il pubblico a pensare che un’opinione, anche se minoritaria o irrilevante, sia largamente condivisa. I 5 Stelle hanno fatto credere che Stefano Rodotà fosse il presidente della Repubblica voluto dalla Rete, dai movimenti, dal popolo. Poi si è saputo che alle Quirinarie aveva ottenuto 4.677 consensi.

Orchestrazione

La propaganda si deve limitare a un numero limitato di slogan, molto semplici, ripetuti all’infinito (funziona così anche la pubblicità in TV). Anche se si parla di menzogne o della neolingua orwelliana, non importa. Del resto “L’audacia genera paura, la paura genera autorità”, diceva Goebbels.
Grillo ha ripetuto alla nausea la parola psiconano tanto che è diventato un trend di ricerca.

Continuo rinnovamento

Bisogna denigrare continuamente (e velocemente) l’avversario così, quando risponde, il pubblico è già interessato ad altro. Si crea un’infodemia, un maelstrom informativo, dice Maggi nel libro.

Contagio psichico

Riunire diversi avversari in una sola categoria. Praticamente fare di tutta l’erba un fascio: i musulmani sono tutti terroristi, gli imprenditori e i liberi professionisti sono tutti evasori, i politici sono tutti ladri e così via.

Trasposizione e contropropaganda

Scaricare sull’avversario i propri errori, difetti a responsabilità. Rispondere all’attacco con l’attacco, giocando in contropiede. Si può agire a diversi livelli, per esempio screditando l’avversario (killeraggio politico), mettendolo in ridicolo, attaccandolo sul piano personale (la cosiddetta macchina del fango).
Si può prenderla anche alla larga (l’ironia del caso Morisi è che la Bestia da lui governata era accusata di usare le stesse armi):

Esagerazione calcolata e travisamento

Un proverbio arabo recita:
La vittoria si ottiene non contando quanti ne hai uccisi, ma quanti ne hai spaventati.
Chi fa propaganda trasforma qualcosa di piccolo o relativamente importante in una minaccia grave.

Silenziamento

Passare sotto silenzio, o ridimensionare, le cattive notizie e le domande alle quali non si sa rispondere.

Verosimiglianza

I cosiddetti palloni sonda (ballon d’essai) sono pezzi di informazione che circolano ad arte, come un’intervista anonima che fa gioco o un meme.

Anche i meme sono utilissimi allo scopo:

Trasfusione

La propaganda fa spesso leva sulle emozioni, sugli istinti del pubblico, su ideologie o pregiudizi.

Tre libri per approfondire

Oltre al testo su Goebbels consiglio la lettura di questi altri tre testi. Il primo, tra l’altro citato anche da Magi, è “Propaganda. Della manipolazione dell’opinione pubblica in democrazia” di Edward L. Bernays. Il secondo, sul framing, è “Non pensare all’elefante” di Lakoff. Il terzo, scusate l’autocitazione, l’ho scritto con Lorenzo Zacchetti e si chiama “Il candidato digitale“.

Gli algoritmi, spesso, sono programmati per fare cose a noi poco comprensibili. È il caso di una piattaforma come Instagram che sembra prediligere le foto di uomini e donne in costume da bagno o, comunque, poco vestiti (come evidenziato da questo articolo di Open). Le preferenze dell’algoritmo di proprietà di Meta, purtroppo, possono influenzare non solo il comportamento delle principali star della piattaforma (influencer e creatori di contenuti) ma anche il destino di aziende che si affidano a Instagram per vendere i propri prodotti.

È il caso di Marco (nome fittizio), un piccolo imprenditore che vive in una grossa città del Vecchio Continente e promuove i prodotti creati dalla sua azienda attraverso i canali social. Di che cosa si occupa la piccola impresa di Marco? La sua azienda produce delle barrette energetiche studiate appositamente per gli sportivi. Il reparto marketing di Marco utilizza le piattaforme social per attirare nuove clienti e per fidelizzare quelli più affezionati. In Europa i social network di proprietà di Mark Zuckerberg la fanno da padrone e una presenza su questi canali è fondamentale per il successo della propria azienda. Instagram, in particolare, punta tutto su foto e video. Marco e i suoi responsabili del reparto marketing hanno scoperto che “solo” alcuni dei numerosi post pubblicati hanno raggiunto gli oltre 100.000 follower della propria azienda. In particolare, è stato notato che le foto e i video che hanno funzionato meglio sono quelle che avevano come soggetto alcune modelle in bikini o in attillate tute sportive. Giovanna, autrice di una serie libri di successo, ha dichiarato che le foto più apprezzate dai suoi fan sono quelle che la ritraggono in costume di bagno o con addosso qualche sexy minigonna.

Purtroppo, l’algoritmo di Instagram sembra essere attratto da uomini e donne poco vestiti: per chi si affida alla piattaforma di Meta per lanciare le proprie campagne marketing è un problema non da poco. E, soprattutto, proporre foto e video di questo tipo per un’azienda potrebbe essere qualcosa che va contro i propri valori.

Come funziona l’algoritmo di Instagram?

Per capire come funziona l’algoritmo di Instagram e come vengano effettuate certe scelte, un organismo come l’European Data Journalism Network e un sito come AlgorithmWatch hanno condotto un interessante esperimento. Sono stati selezionati 26 volontari a cui è stato chiesto di installare un’estensione per il browser e di seguire un certo numero di influencer/creatori di contenuti. Nello specifico, sono stati selezionati 37 personaggi (di cui 14 uomini) provenienti da 12 diversi paesi che utilizzano Instagram per pubblicizzare marchi o acquisire nuovi clienti per le loro attività, principalmente nei settori food, viaggi, fitness, moda e bellezza.

L’estensione aggiunta al browser ha permesso di controllare automaticamente l’home page di Instagram a intervalli regolari, monitorando i post visualizzati in cima ai newsfeed. In questo modo i ricercatori hanno potuto avere una panoramica dettagliata di quello che l’algoritmo considera rilevante per ogni utente che ha partecipato all’esperimento. Nell’arco di tre mesi sono stati analizzati qualcosa come 1.737 post (contenenti 2.400 foto):

Il 21% del materiale pubblicato conteneva immagini di donne in bikini o in biancheria intima o di uomini a torso nudo.

In particolare, nei feed dei partecipanti all’esperimento i post con immagini di questo tipo arrivavano al 30% (alcuni contenuti sono stati mostrati più di una volta). In particolare, i post che contenevano immagini di donne con indumenti intimi o in bikini avevano il 54% di probabilità in più di apparire nel feed delle notizie degli utenti partecipanti all’esperimento. I post contenenti immagini di uomini a torso nudo, invece, avevano il 28% di probabilità in più di essere mostrati; quelli con cibo o paesaggi avevano circa il 60% in meno di probabilità di essere visualizzati nel feed delle notizie.

A Instagram piacciono i costumi da bagno

La “propensione” di Instagram verso i corpi umani poco vestiti potrebbe non essere applicabile a ogni contesto e a ogni utente presente sulla piattaforma: la personalizzazione e altri fattori possono arginare/amplificare questo fenomeno. Interpellata sulla questione, Meta ha sostenuto che la ricerca condotta fosse viziata in partenza, ribadendo che la classificazione sulle sue piattaforme funziona in base ai contenuti per i quali un utente mostra interesse, e non per la presenza di qualche sexy costume da bagno. Senza avere accesso ai dati ufficiali di Meta è difficile trarre delle conclusioni anche se c’è la forte convinzione tra i ricercatori che i risultati ottenuti siano abbastanza “rappresentativi” del funzionamento generale di Instagram.

In ogni caso, grazie ai whistleblower, sappiamo che Meta è consapevole dei danni che sta facendo sui teenager:

La metrica del coinvolgimento

Gli ingegneri di Meta hanno più volte affermato (le informazioni sono state recuperate attraverso i brevetti presentati) che l’algoritmo di Instagram analizza ogni immagine pubblicata sulla piattaforma assegnandogli una “metrica per misurare il coinvolgimento” che tiene conto dei comportamenti degli utenti. Per esempio, se a una persona piace un brand particolare e una foto mostra un prodotto di quello stesso marchio, la metrica di coinvolgimento aumenta. Altri parametri come il sesso, la provenienza e lo stato di vestizione delle persone in una foto possono influenzare il calcolo di questo parametro.

Sulla piattaforma, però, viene specificato che l’elenco dei contenuti proposto viene organizzato in base agli interessi degli utenti. Nel brevetto registrato da Facebook (ora Meta) nel 2015 veniva spiegato come l’algoritmo fosse in grado di classificare i contenuti in base a quello che potesse interessare agli utenti presenti sulla piattaforma.

Le immagini pubblicate possono essere visualizzate nei newsfeed di uno o più utenti in base al loro storico (i comportamenti tenuti finora) ma anche prestando attenzione alle preferenze stesse di Instagram, che può decidere arbitrariamente quello che può essere coinvolgente per i frequentatori della sua piattaforma. Facebook, per esempio, analizza automaticamente le immagini con un software specifico prima che il suo algoritmo decida quali mostrare nel newsfeed di un utente. L’intelligenza artificiale è stata addestrata attraverso migliaia di immagini che sono state analizzate manualmente: questa modalità tende a influenzare il modo in cui Instagram assegna le priorità nei feed di notizie.

Tutta colpa dell’IA?

Questo sistema, purtroppo, non è esente da problemi come sanno benissimo programmatori e ingegneri informatici: si possono verificare delle correlazioni spurie o fallaci. Per esempio, un algoritmo allenato a riconoscere lupi e cani attraverso una serie di immagini specifiche, non sempre riuscirà a identificare questi animali con la precisione di un essere umano. È possibile che consideri un lupo qualsiasi altro animale presente su uno sfondo con neve.

I dati che alimentano gli algoritmi nella maggior parte dei casi non sono di grande qualità (principalmente per una questione economica) e spesso vengono tralasciati dettagli e variabili che potrebbero fare la differenza nei sistemi automatizzati. Le conseguenze, alle volte, possono essere spiacevoli: lo scorso anno un artista brasiliano ha visto bloccati alcuni post su Instagram perché conteneva dei contenuti ritenuti violenti; peccato che le immagini raffigurassero il sette volte campione del mondo della F1 Lewis Hamilton e un ragazzino. Entrambi avevano la pelle scura. Un’insegnante di yoga di asiatica-americana è stata protagonista di un altro episodio particolare: una foto che la ritraeva nella posizione della gru laterale è stata bloccata perché secondo l’algoritmo di Instagram era volgare. Le linee guida di Instagram affermano che la nudità “non è consentita” ma la piattaforma sembra favorire quei post che mostrano centimetri e centimetri di pelle umana. La differenza tra quello che è lecito e quello che non lo è davvero sottile: il rischio di essere cacciati dalla piattaforma è sempre dietro l’angolo.

Giovanna, Marco e molti altri imprenditori che si affidano a Instagram per le loro campagne marketing avevano il terrore di parlare con i media. La maggior parte dei creatori di contenuti professionisti teme ritorsioni da parte di Meta sotto forma di cancellazione dell’account o divieti nascosti (per esempio i post mostrati a pochissimi follower o a nessuno!): una vera e propria condanna a morte per loro attività.

L’introduzione in Europa del GDPR sulla protezione dei dati nel 2018 e la promulgazione del Regolamento europeo Platform to Business (P2B) nel 2020 hanno obbligato i servizi di intermediazione online a rendere noti i principali parametri che determinano il ranking algoritmico. Purtroppo, nessuna autorità, a livello europeo o all’interno degli stati membri, ha il potere o gli strumenti necessari per controllare quello che fanno Meta, Google, Microsoft, Amazon e compagnia bella. Sebbene la discriminazione basata sul genere sia vietata dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, non esistono attualmente vie legali che permettano a un utente di avviare un procedimento contro la piattaforma di Meta.

Alcune organizzazioni/sindacati combattono per i diritti dei creatori indipendenti sui social media: sono già partite una serie di azioni collettive contro Google per chiedere una maggiore equità e trasparenza sulle politiche attuate su YouTube. Instagram, per ora, non è stato toccato: gli imprenditori e le imprenditrici sono costretti a rispettare le regole stabilite dagli ingegneri di Facebook se vogliono avere la possibilità di guadagnarsi da vivere…