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Un neurologo apre LinkedIn e vede di tutto: colleghi che pubblicano articoli scientifici, cliniche che raccontano nuovi servizi, aziende farmaceutiche che commentano congressi, pazienti che cercano informazioni affidabili su emicrania, Parkinson, Alzheimer, epilessia, sclerosi multipla.
Poi arriva la domanda: “Dovrei esserci anch’io?”.
La risposta è: sì, ma non come ci starebbe un influencer. LinkedIn può diventare per un neurologo uno spazio di reputazione professionale, educazione sanitaria, networking scientifico e dialogo con altri specialisti. L’intelligenza artificiale può aiutare a scrivere meglio, organizzare le idee e mantenere costanza. Ma non può sostituire competenza clinica, prudenza deontologica e responsabilità comunicativa. Il punto è tutto qui: usare l’AI non per sembrare più brillanti, ma per essere più chiari.

Come può usare LinkedIn un neurologo con l’AI?

Un neurologo può usare LinkedIn per spiegare temi neurologici in modo accessibile, condividere aggiornamenti scientifici, raccontare attività congressuali, valorizzare il proprio percorso professionale e costruire relazioni con medici, strutture sanitarie, associazioni e aziende del settore. L’AI può supportare la preparazione di post, rubriche editoriali, sintesi di articoli, calendari contenuti e revisioni linguistiche. Il medico, però, deve sempre verificare le informazioni, evitare promesse terapeutiche, proteggere la privacy dei pazienti e rispettare le regole della comunicazione sanitaria.

Perché LinkedIn conta anche per i neurologi

Per anni molti medici hanno considerato LinkedIn un social “da manager”. Curriculum, offerte di lavoro, qualche post motivazionale con tramonto allegato. Fine. Oggi non è più così. LinkedIn è diventato anche un luogo dove circolano contenuti specialistici, aggiornamenti professionali, discussioni su sanità, ricerca, tecnologia, formazione e innovazione. Per un neurologo, questo significa poter parlare a pubblici diversi:

  • altri neurologi;
  • medici di medicina generale;
  • fisiatri, psichiatri, geriatri, psicologi e altri professionisti sanitari;
  • strutture sanitarie private e pubbliche;
  • associazioni di pazienti;
  • giornalisti scientifici;
  • studenti e specializzandi;
  • aziende farmaceutiche, medtech e digital health;
  • organizzatori di eventi, convegni e corsi ECM.

Non tutti questi pubblici cercano la stessa cosa. Il collega vuole capire se dici cose solide. Il paziente cerca orientamento, non diagnosi via commento. Il giornalista cerca una fonte competente. La struttura sanitaria cerca autorevolezza. Lo specializzando cerca un modello professionale. LinkedIn funziona quando il neurologo sa distinguere questi piani.

Che cos’è davvero LinkedIn per un medico specialista

LinkedIn, per un neurologo, non è il posto dove “vendere visite”. è il posto dove rendere visibile un metodo. Il profilo non dovrebbe limitarsi a dire: “Neurologo, esperto in cefalee, Parkinson e disturbi cognitivi”. Dovrebbe aiutare chi legge a capire:

  • di cosa ti occupi davvero;
  • con quali pazienti o patologie lavori più spesso;
  • quali attività scientifiche, cliniche o formative segui;
  • quale approccio hai alla comunicazione medico-paziente;
  • quali temi sai spiegare con rigore e chiarezza;
  • dove lavori e con quali ruoli;
  • per quali argomenti puoi essere una fonte credibile.

In questo senso, LinkedIn non è solo personal branding. Per un medico, il personal branding serio è reputazione professionale resa comprensibile. E qui l’AI può dare una mano enorme: non inventando competenze, ma aiutando a tradurle in contenuti leggibili.

Perché se ne parla adesso: AI, sanità e comunicazione professionale

L’intelligenza artificiale generativa ha abbassato la soglia d’ingresso della scrittura professionale. Oggi strumenti come ChatGPT, Gemini, Claude, Copilot o gli stessi strumenti AI integrati in LinkedIn possono produrre bozze, titoli, scalette, sintesi e piani editoriali in pochi secondi. LinkedIn dichiara, nelle proprie pagine di supporto, che i suoi strumenti AI possono aiutare a migliorare sezioni del profilo come headline, About ed esperienza, e a trasformare idee in bozze di post. LinkedIn ricorda anche che l’utente mantiene il controllo finale e dovrebbe pubblicare su temi di cui ha esperienza o conoscenza diretta. Questo è particolarmente importante per un medico. Perché in neurologia le parole pesano. “Possibile”, “probabile”, “diagnosi”, “terapia”, “prevenzione”, “rischio”, “sintomo”, “evidenza” non sono parole decorative. Sono parole che possono orientare decisioni, ansie, aspettative. In più, la comunicazione sanitaria in Italia ha regole precise. Il Codice di Deontologia Medica e le linee guida FNOMCeO sulla pubblicità dell’informazione sanitaria richiamano principi di correttezza, verità, trasparenza e non ingannevolezza. La presenza sui social non sospende queste regole: le rende più visibili. Fonti utili:

Il profilo LinkedIn del neurologo: cosa ottimizzare con l’AI

Prima ancora dei post, c’è il profilo. Molti professionisti pubblicano contenuti per mesi, ma hanno un profilo che sembra scritto nel 2012 durante una pausa caffè. Per un neurologo, il profilo dovrebbe rispondere a tre domande:

  • Chi sei professionalmente?
  • Di quali problemi neurologici ti occupi?
  • Perché dovrei considerarti una fonte autorevole?

1. La headline: non solo il titolo professionale

La headline è la riga sotto il nome. Non deve diventare uno slogan pubblicitario. Deve essere chiara. Esempio debole: Neurologo Esempio migliore: Neurologo | Cefalee, disturbi del movimento e declino cognitivo | Attività clinica, ricerca e divulgazione sanitaria Esempio ancora più specifico, se vero: Neurologo ospedaliero | Parkinson, tremori e disturbi del movimento | Educazione sanitaria e aggiornamento scientifico Prompt utile:

Agisci come consulente di comunicazione sanitaria. Aiutami a scrivere 10 versioni di headline LinkedIn per un neurologo. Devono essere sobrie, deontologicamente prudenti, non promozionali, chiare per colleghi e pazienti. Usa queste informazioni: [ruolo], [ambito clinico], [struttura], [attività scientifica], [temi divulgativi].

2. La sezione Informazioni: autorevolezza senza effetto brochure

La sezione “Informazioni” non deve essere un elenco di titoli. E nemmeno un volantino. Una buona struttura può essere:

  • apertura chiara: chi sei e di cosa ti occupi;
  • ambiti clinici principali;
  • attività scientifica, didattica o congressuale;
  • approccio alla comunicazione;
  • indicazioni pratiche: struttura, città, ambiti di collaborazione;
  • nota prudente: le informazioni online non sostituiscono la visita medica.

Prompt utile:

Scrivi una bozza per la sezione Informazioni di LinkedIn di un neurologo. Tono: professionale, chiaro, umano, non pubblicitario. Evita promesse di guarigione, claim sensazionalistici e linguaggio da marketing aggressivo. Inserisci una frase finale che ricordi che i contenuti pubblicati hanno finalità informative e non sostituiscono una valutazione medica.

3. Esperienze: spiegare ruoli e responsabilità

Spesso le esperienze LinkedIn dei medici sono troppo sintetiche: “Neurologo presso…” Meglio aggiungere contesto, senza violare privacy o esagerare:

  • ambiti clinici seguiti;
  • attività ambulatoriale o ospedaliera;
  • partecipazione a team multidisciplinari;
  • didattica;
  • ricerca;
  • congressi;
  • progetti di educazione sanitaria.

L’AI può aiutare a trasformare un curriculum tecnico in una descrizione leggibile. Ma deve partire da dati reali.

Cosa pubblicare su LinkedIn: 12 idee per neurologi

Il blocco più comune è: “Non so cosa scrivere”. In realtà un neurologo ha moltissimo materiale. Il problema è trasformarlo in contenuti adatti a LinkedIn, senza banalizzare e senza fare consulenza medica individuale nei commenti.

1. Educazione sanitaria sui sintomi

Esempi:

  • quando un mal di testa merita attenzione medica;
  • differenza tra emicrania e cefalea tensiva;
  • segnali da non ignorare in caso di disturbi neurologici improvvisi;
  • perché formicolii e vertigini non hanno sempre la stessa causa.

Attenzione: il post deve informare, non diagnosticare. Formula: “Quando si parla di [sintomo], la cosa più importante è non trasformare Google in un ambulatorio. Ci sono situazioni banali, ma anche segnali che meritano una valutazione…”

2. Miti da smontare

La neurologia è piena di falsi miti:

  • “L’emicrania è solo stress”;
  • “Il Parkinson è sempre tremore”;
  • “La memoria peggiora sempre e comunque con l’età”;
  • “Se la risonanza è normale, allora il problema non esiste”;
  • “Dormire poco è solo una questione di abitudine”.

Questi contenuti funzionano perché partono da convinzioni diffuse e le correggono con equilibrio.

3. Commenti a studi scientifici

Un neurologo può commentare uno studio appena pubblicato, ma deve evitare due errori:

  • fare copia-incolla dell’abstract;
  • annunciare “rivoluzioni” ogni martedì mattina.

Schema utile:

  • cosa ha studiato la ricerca;
  • su quale popolazione;
  • qual è il risultato principale;
  • quali sono i limiti;
  • cosa cambia, se cambia qualcosa, nella pratica;
  • cosa non bisogna concludere.

Prompt:

Riassumi questo studio in italiano per un post LinkedIn destinato a medici e professionisti sanitari. Mantieni prudenza scientifica. Dividi il testo in: contesto, risultato, limiti, implicazioni pratiche. Non usare toni sensazionalistici.

4. Racconti congressuali

Congressi come SIN, EAN, AAN o incontri ECM sono occasioni perfette per contenuti professionali. Un post può raccontare:

  • una sessione interessante;
  • un tema emergente;
  • una domanda aperta;
  • una collaborazione;
  • una riflessione su formazione e pratica clinica.

Non serve scrivere: “Grande successo, sala piena, emozione indescrivibile”. Meglio: “Dal congresso porto a casa una domanda: come possiamo rendere più precoce il riconoscimento di alcuni disturbi neurologici senza creare allarmismo?”

5. Dietro le quinte della professione

Senza parlare di casi identificabili, un neurologo può spiegare come ragiona uno specialista. Esempi:

  • perché l’anamnesi è spesso decisiva;
  • perché un diario dell’emicrania aiuta;
  • che ruolo ha il caregiver nei disturbi cognitivi;
  • perché alcune diagnosi richiedono tempo;
  • cosa significa lavorare in equipe.

Questo tipo di post aumenta fiducia, perché mostra metodo.

6. Collaborazione multidisciplinare

La neurologia dialoga con molte aree:

  • medicina generale;
  • neuropsicologia;
  • fisioterapia;
  • logopedia;
  • psichiatria;
  • geriatria;
  • medicina del sonno;
  • riabilitazione;
  • nutrizione clinica, quando pertinente;
  • tecnologia e dispositivi medici.

LinkedIn è ottimo per valorizzare questa rete professionale.

7. Prevenzione e stili di vita, con prudenza

Si possono pubblicare contenuti su sonno, movimento, gestione dello stress, aderenza terapeutica, fattori di rischio vascolare. Ma attenzione al tono: non tutto si risolve con “5 abitudini per salvare il cervello”. La salute neurologica è complessa. La semplificazione serve a capire, non a vendere scorciatoie.

8. Risposte a domande frequenti

Esempi:

  • “Quando fare una visita neurologica?”;
  • “A cosa serve l’elettromiografia?”;
  • “Che differenza c’è tra TAC e risonanza magnetica?”;
  • “Che cosa fa il neurologo nella prima visita?”;
  • “Quando i disturbi di memoria meritano approfondimento?”.

Questi contenuti sono utili anche per la SEO personale: spesso le persone cercano risposte semplici prima di capire a quale specialista rivolgersi.

9. Commenti su AI e neurologia

Tema delicatissimo e interessante. Un neurologo può spiegare, con prudenza:

  • come l’AI viene studiata nel supporto alla diagnostica;
  • perché un algoritmo non sostituisce il medico;
  • quali sono i rischi di bias nei dati;
  • come l’AI può aiutare nella letteratura scientifica;
  • perché ChatGPT non è un medico.

10. Educazione per caregiver

Molti familiari cercano indicazioni su decadimento cognitivo, Parkinson, ictus, epilessia o sclerosi multipla. LinkedIn non è Facebook, ma i caregiver sono anche professionisti, manager, colleghi, persone che lavorano. Parlare bene a loro significa fare comunicazione sanitaria utile.

11. Orientamento per giovani medici

Post su specializzazione, studio, ricerca, rapporto con i pazienti, congressi e metodo clinico possono interessare studenti e specializzandi. Esempio: “Tre cose che avrei voluto capire prima sulla neurologia clinica…”

12. Aggiornamenti sulla propria attività

Si può parlare di un nuovo incarico, un corso, una pubblicazione, una docenza, un progetto. Ma il criterio dovrebbe essere: che cosa impara chi legge? Non: “Sono felice di annunciare…” Sempre e comunque. Meglio: “In questo nuovo progetto lavoreremo su un tema che riguarda molti pazienti: rendere più comprensibile il percorso diagnostico…”

Come usare l’AI per scrivere post LinkedIn senza sembrare scritti dall’AI

Il problema dei contenuti AI non è che sono artificiali. è che spesso sono vuoti. Frasi come: “In un mondo in continua evoluzione, la neurologia sta affrontando nuove sfide…” Non dicono nulla. Potrebbero aprire un post sulla neurologia, sulla logistica, sulle piastrelle o sulle zucchine. E infatti l’algoritmo grammaticale ringrazia, il lettore un po’ meno. L’AI va usata come assistente di redazione, non come sostituto del pensiero.

Metodo in 5 passaggi

1. Parti da un’esperienza o da una domanda reale

Esempi:

  • una domanda frequente dei pazienti;
  • un tema emerso in congresso;
  • un articolo scientifico letto;
  • un dubbio ricorrente dei caregiver;
  • una confusione vista sui media.

2. Dai all’AI contesto specifico

Prompt debole:

Scrivi un post LinkedIn sull'emicrania.

Prompt migliore:

Scrivi una bozza di post LinkedIn per un neurologo. Tema: l'emicrania non è "solo mal di testa". Pubblico: professionisti sanitari, pazienti informati e caregiver. Obiettivo: spiegare in modo divulgativo che l'emicrania è una patologia neurologica complessa, senza fare diagnosi online e senza promettere cure. Tono: chiaro, sobrio, empatico. Lunghezza: 1.500 caratteri. Inserisci una frase finale che inviti a rivolgersi al medico in caso di sintomi persistenti o invalidanti.

3. Chiedi una struttura, non un post definitivo

Meglio farsi aiutare con:

  • 5 angoli possibili;
  • 3 versioni di apertura;
  • una scaletta;
  • un elenco di esempi;
  • una versione più breve;
  • una versione più tecnica;
  • una versione per pazienti.

4. Inserisci la tua voce

La parte più importante deve venire dal medico:

  • un esempio clinico non identificabile;
  • una precisazione;
  • un limite;
  • una frase che nasce dall’esperienza;
  • una cautela;
  • una fonte.

L’AI può lucidare il testo. Non può dare credibilità a un contenuto generico.

5. Controlla sempre privacy, dati e tono

Prima di pubblicare, chiediti:

  • Il contenuto potrebbe far riconoscere un paziente?
  • Sto dando l’impressione di fare una diagnosi a distanza?
  • Sto promettendo risultati?
  • Sto semplificando troppo una questione clinica?
  • La fonte scientifica è solida?
  • Il tono è informativo o promozionale?
  • Un collega potrebbe considerarlo corretto?

Esempio di post LinkedIn per un neurologo

Tema: emicrania.

L'emicrania non è "un normale mal di testa un po' più forte".





È una patologia neurologica che può incidere in modo importante sulla vita quotidiana, sul lavoro, sul sonno, sulle relazioni e sulla capacità di concentrarsi.





Uno degli errori più comuni è valutarla solo in base all'intensità del dolore. In realtà contano anche frequenza, durata, sintomi associati, fattori scatenanti, risposta ai farmaci e impatto sulla vita della persona.





Per questo il diario della cefalea può essere molto utile: aiuta a raccogliere informazioni che, durante la visita, permettono di ragionare con più precisione.





Attenzione però: un post non può sostituire una valutazione medica. Se il mal di testa cambia caratteristiche, diventa improvviso e molto intenso, compare con sintomi neurologici o limita in modo significativo la vita quotidiana, è importante parlarne con il medico.





La buona informazione non serve a fare autodiagnosi. Serve a fare domande migliori.

Piano editoriale LinkedIn per neurologi: una settimana tipo

Per non dipendere dall’ispirazione, serve una routine. Non un piano editoriale da agenzia con 47 colonne colorate. Basta una struttura semplice.

Lunedì: educazione sanitaria

Esempio: “Quando un formicolio deve preoccupare?” Obiettivo: chiarire, senza creare allarme.

Martedì: ricerca o aggiornamento scientifico

Esempio: “Cosa ci dice questo studio sui disturbi del sonno e salute cognitiva?” Obiettivo: mostrare aggiornamento e metodo.

Mercoledì: vita professionale

Esempio: “Perché l’anamnesi resta centrale anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale” Obiettivo: raccontare il ragionamento clinico.

Giovedì: domanda frequente

Esempio: “Che differenza c’è tra visita neurologica ed esame strumentale?” Obiettivo: ridurre confusione.

Venerdì: rete professionale

Esempio: “Neurologo e fisioterapista: quando la collaborazione fa la differenza” Obiettivo: valorizzare il lavoro multidisciplinare. Due o tre post a settimana possono bastare. La costanza conta più della quantità.

Prompt pronti per neurologi

Prompt per trovare idee

Agisci come editor LinkedIn per un neurologo. Genera 30 idee di post divulgativi e professionali su neurologia, suddivise in: cefalee, disturbi del movimento, disturbi cognitivi, epilessia, sonno, prevenzione, caregiver, ricerca scientifica. Per ogni idea indica pubblico, messaggio principale e livello di rischio comunicativo.

Prompt per trasformare uno studio in post

Ti fornisco abstract e dati principali di uno studio scientifico. Aiutami a trasformarli in un post LinkedIn per un pubblico di medici e professionisti sanitari. Mantieni accuratezza, segnala i limiti, evita titoli sensazionalistici, non aggiungere conclusioni non presenti nello studio. Chiudi con una domanda professionale per stimolare confronto.

Prompt per semplificare un concetto

Spiega questo concetto neurologico a un pubblico non specialista, senza banalizzarlo. Usa frasi brevi, esempi concreti e una metafora semplice. Evita consigli terapeutici personalizzati. Concetto: [inserire concetto].

Prompt per controllare un post prima della pubblicazione

Revisiona questo post LinkedIn scritto da un neurologo. Controlla: chiarezza, tono, rischio di promessa terapeutica, rischio di diagnosi online, privacy, possibili affermazioni non verificabili, linguaggio troppo promozionale. Suggerisci una versione più prudente e professionale.

Prompt per creare una rubrica

Crea 5 rubriche LinkedIn ricorrenti per un neurologo che vuole fare divulgazione seria. Per ogni rubrica indica: titolo, obiettivo, pubblico, esempio di post, frequenza consigliata, rischi da evitare.

LinkedIn e pazienti: dove mettere il confine

Questo è il punto più delicato. Un medico può fare divulgazione online. Può spiegare, orientare, educare. Ma LinkedIn non è un ambulatorio, un pronto soccorso, una cartella clinica o una chat privata. Alcune regole pratiche:

  • non discutere casi clinici riconoscibili;
  • non chiedere dati sanitari nei commenti;
  • non rispondere con ipotesi diagnostiche personalizzate;
  • non suggerire modifiche terapeutiche;
  • non pubblicare immagini, referti o dettagli che possano identificare una persona;
  • non trasformare testimonianze di pazienti in materiale promozionale;
  • non enfatizzare tecniche, dispositivi o trattamenti come se fossero soluzioni garantite;
  • non commentare pubblicamente colleghi o percorsi terapeutici di altri medici.

Una frase utile da usare spesso: “Queste informazioni hanno finalità divulgativa e non sostituiscono una valutazione medica individuale”. Non risolve tutto, ma aiuta a definire il perimetro.

Gli errori più comuni dei medici su LinkedIn

1. Usare LinkedIn solo come curriculum

Il profilo dice dove lavori, ma non fa capire come pensi. Un buon profilo medico deve aiutare a comprendere competenze, interessi e affidabilità.

2. Pubblicare solo congratulazioni

“Felice di aver partecipato”, “onorato di essere stato invitato”, “grande successo”. Ogni tanto va bene. Sempre, diventa rumore.

3. Scrivere troppo tecnico

Se il post sembra un abstract, lo leggeranno in pochi. Se sembra un post motivazionale generico, non serve. Il punto è stare nel mezzo: chiaro, ma rigoroso.

4. Fare promesse implicite

Frasi come “nuova terapia rivoluzionaria”, “risultati straordinari”, “soluzione definitiva” sono rischiose. In sanità la prudenza non è timidezza: è responsabilità.

5. Delegare tutto all’AI

L’AI tende a produrre testi lisci, ordinati e spesso indistinguibili. Per un medico, questo è un problema: la credibilità nasce da esperienza, precisione e giudizio.

6. Confondere divulgazione e consulenza

Un contenuto pubblico può spiegare segnali, percorsi e criteri generali. Non deve decidere cosa deve fare una persona specifica con sintomi specifici.

AI e neurologia: tema editoriale fortissimo, ma da trattare bene

Un neurologo che parla di AI su LinkedIn può diventare una voce molto interessante. Ma il tema va affrontato senza entusiasmo cieco e senza rifiuto pregiudiziale. Alcuni angoli editoriali:

  • AI come supporto alla lettura della letteratura scientifica;
  • AI e imaging neurologico;
  • AI nella riabilitazione;
  • chatbot e informazione sanitaria;
  • rischi di autodiagnosi;
  • bias nei dataset clinici;
  • privacy dei dati sanitari;
  • rapporto tra medico, paziente e algoritmo;
  • formazione dei futuri medici.

Una buona posizione è: “L’AI può aiutare il lavoro clinico e scientifico, ma non cancella il bisogno di anamnesi, esame obiettivo, relazione, responsabilità e giudizio medico”. Questa frase, detta in modi diversi, potrebbe reggere una rubrica intera.

Come misurare se LinkedIn sta funzionando

Per un neurologo, le metriche non dovrebbero essere solo like e follower. Anzi: se l’obiettivo è autorevolezza, le metriche migliori sono spesso qualitative. Da osservare:

  • richieste di collegamento da colleghi pertinenti;
  • inviti a eventi, webinar, congressi o interviste;
  • commenti di qualità da professionisti sanitari;
  • messaggi da strutture o associazioni;
  • crescita delle visualizzazioni del profilo;
  • salvataggi e condivisioni;
  • domande ricorrenti che indicano interesse reale;
  • maggiore riconoscibilità su temi specifici.

Domanda utile ogni mese: “Per quali tre temi voglio essere riconosciuto?” Se i contenuti non aiutano a rispondere, il piano editoriale va corretto.

Checklist prima di pubblicare

Prima di premere “Pubblica”, un neurologo dovrebbe passare da questa lista:

  • Il contenuto è accurato?
  • Ho verificato la fonte scientifica?
  • Ho distinto fatti, opinioni e ipotesi?
  • Ho evitato promesse terapeutiche?
  • Ho protetto la privacy dei pazienti?
  • Ho evitato diagnosi o consigli personalizzati?
  • Il tono è sobrio?
  • Il testo è comprensibile anche a un non specialista?
  • Ho aggiunto valore o sto solo riempiendo il feed?
  • L’AI ha migliorato il testo o lo ha reso più generico?

Se la risposta all’ultima domanda è “più generico”, conviene riscrivere.

Da dove iniziare: piano in 30 giorni

Prima settimana: profilo

Aggiorna:

  • foto professionale;
  • headline;
  • sezione Informazioni;
  • esperienze principali;
  • competenze;
  • link a pubblicazioni, struttura o pagine ufficiali;
  • eventuali contenuti in evidenza.

Seconda settimana: pilastri editoriali

Scegli 3-4 temi:

  • cefalee;
  • disturbi cognitivi;
  • Parkinson e disturbi del movimento;
  • sonno;
  • caregiver;
  • AI e neurologia;
  • prevenzione neurologica;
  • formazione medica.

Terza settimana: prime bozze

Prepara 6 post:

  • 2 educativi;
  • 1 commento scientifico;
  • 1 FAQ;
  • 1 riflessione professionale;
  • 1 contenuto su AI o innovazione.

Usa l’AI per scaletta e revisione. Non per inventare.

Quarta settimana: pubblicazione e ascolto

Pubblica 2 o 3 contenuti. Osserva:

  • chi commenta;
  • quali domande arrivano;
  • quali temi generano conversazioni utili;
  • quali post vengono salvati o condivisi.

Poi correggi il piano. LinkedIn non è un monologo: è un laboratorio di reputazione professionale.

In sintesi

LinkedIn può essere molto utile per un neurologo, se viene usato come spazio di autorevolezza e non come megafono promozionale. L’AI può aiutare a scrivere meglio, trovare idee, semplificare concetti, organizzare rubriche e controllare il tono. Ma non deve sostituire la competenza del medico. Anzi, la sua utilità cresce proprio quando il medico la guida con esperienza, fonti, prudenza e senso del limite. La regola pratica è semplice: l’AI può preparare una bozza. Il neurologo deve metterci cervello, responsabilità e firma professionale. E su un tema come la neurologia, direi che il cervello resta un dettaglio abbastanza importante.

FAQ

Un neurologo dovrebbe usare LinkedIn?

Sì, se vuole costruire una presenza professionale autorevole, fare divulgazione sanitaria, dialogare con colleghi e rendere più comprensibili i propri ambiti di competenza. LinkedIn non sostituisce sito, ambulatorio o pubblicazioni scientifiche, ma può rafforzare reputazione e relazioni.

L’AI può scrivere i post LinkedIn di un medico?

L’AI può aiutare a preparare bozze, titoli, scalette e revisioni. Il medico deve però controllare accuratezza, fonti, tono, privacy e rispetto delle regole deontologiche. Delegare completamente la comunicazione all’AI è rischioso.

Quali contenuti può pubblicare un neurologo su LinkedIn?

Può pubblicare contenuti educativi su sintomi e percorsi diagnostici, commenti a studi scientifici, riflessioni congressuali, spiegazioni per caregiver, aggiornamenti professionali e post su AI e neurologia. Deve evitare diagnosi online e promesse terapeutiche.

LinkedIn può portare pazienti a un neurologo?

Può aumentare visibilità e fiducia, ma non dovrebbe essere usato come canale aggressivo di acquisizione pazienti. Per un medico è più corretto pensarlo come strumento di reputazione, informazione e networking professionale.

Quali sono i rischi principali?

I rischi principali sono violare la privacy, semplificare troppo temi clinici, fare promesse implicite, rispondere a casi personali nei commenti, pubblicare contenuti generati dall’AI senza verifica e usare un tono troppo promozionale.

Quante volte dovrebbe pubblicare un neurologo?

Anche 2 o 3 volte a settimana possono bastare, se i contenuti sono utili e coerenti. La costanza conta più della frequenza. Meglio pochi post solidi che molti contenuti generici.

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Inviaci email

Un manager apre LinkedIn, guarda il proprio profilo e pensa: “Sì, più o meno c’è tutto”. Esperienze, ruolo attuale, qualche competenza, una foto dignitosa, forse un banner scelto anni fa. Poi però succede una cosa: qualcuno lo cerca su Google, un potenziale partner apre il profilo, un head hunter legge la headline, un cliente guarda la sezione Informazioni. E in pochi secondi si fa un’idea.

LinkedIn, piaccia o no, è diventato una specie di Google CV: spesso è il primo risultato che compare quando qualcuno cerca il nostro nome. Per questo non basta “esserci”. Bisogna farsi capire.

Nel workshop “Come usare l’AI per migliorare la tua presenza su LinkedIn” organizzato da Federmanager Toscana, abbiamo lavorato proprio su questo: usare l’intelligenza artificiale non per delegare la propria identità professionale a un chatbot, ma per rendere più chiari profilo, competenze, posizionamento e contenuti.

Ecco cinque dritte pratiche per manager.

Come può un manager usare l’AI su LinkedIn?

Un manager può usare l’AI su LinkedIn per analizzare il proprio profilo, migliorare headline e sezione Informazioni, individuare keyword strategiche, raccontare progetti e risultati, costruire un piano editoriale e trasformare esperienze professionali in contenuti utili. L’AI non deve inventare una personalità: deve aiutare a rendere leggibile il valore già presente nel percorso professionale.

1. Prima di scrivere, controlla il tuo “Google CV” e il Social Selling Index

La prima dritta non riguarda ChatGPT. Riguarda lo specchio.

Apri una finestra anonima del browser e cerca il tuo nome su Google. Che cosa esce? Il profilo LinkedIn è tra i primi risultati? Il titolo che appare è comprensibile? L’immagine è professionale? La descrizione comunica che cosa fai oggi o sembra il riassunto di una carriera lasciata lì?

Questa operazione, che in gergo si chiama ego surfing, è utile perché ti fa vedere quello che vedono gli altri. Non quello che pensi di comunicare.

Secondo passaggio: controlla il tuo Social Selling Index di LinkedIn. Nelle slide del corso l’obiettivo suggerito è chiaro: provare a portarlo almeno a 60. Non perché il numero sia una medaglia da appendere in ufficio, ma perché costringe a guardare quattro dimensioni: brand professionale, persone giuste, interazioni rilevanti, relazioni.

Su questo tema ho scritto anche una guida dedicata al Social Selling Index e alle azioni per migliorarlo.

Prompt per audit iniziale del profilo

Agisci come un consulente LinkedIn specializzato in personal branding, LinkedIn SEO e social selling.

Analizza il mio profilo LinkedIn in formato PDF.

Valuta:
- chiarezza del posizionamento professionale;
- coerenza tra headline, sezione Informazioni ed esperienze;
- keyword mancanti;
- punti deboli del profilo;
- opportunità per migliorare autorevolezza e visibilità.

Restituisci:
1. un giudizio sintetico da 0 a 100;
2. i 5 problemi principali;
3. 10 azioni pratiche ordinate per priorità.

Come scaricare il profilo? LinkedIn permette di salvare il profilo in PDF: è un ottimo punto di partenza per farlo analizzare da un chatbot, senza incollare a mano tutte le sezioni.

2. Sistema la parte visuale: foto, banner e “In primo piano”

Nel corso abbiamo distinto due aree del profilo: la parte visuale e la parte testuale.

La parte visuale comprende foto, banner ed elementi multimediali in primo piano. Sembra secondaria, ma non lo è. Prima ancora di leggere, le persone guardano. E in un profilo manageriale la parte visuale deve comunicare affidabilità, ruolo, settore, contesto.

La foto non deve sembrare quella ritagliata da una cena aziendale del 2012. Il volto dovrebbe essere ben visibile, lo sfondo neutro, l’espressione professionale ma non marmorea. LinkedIn stessa ha più volte ricordato che avere una foto aumenta molto le probabilità che il profilo venga visto.

Il banner, invece, è spesso un’occasione sprecata. Per un manager può raccontare settore, competenze, azienda, territorio, tema professionale. Nelle slide il formato indicato è quello classico: 1584 x 396 pixel. Canva, o strumenti simili, bastano per creare qualcosa di dignitoso senza trasformarsi in art director.

Infine c’è la sezione In primo piano: qui si possono mettere articoli, video, interviste, white paper, eventi, progetti, presentazioni, pagine aziendali. In pratica: prove.

Prompt per valutare la foto profilo

Valuta questa foto profilo LinkedIn da 0 a 100.

Considera:
- visibilità del volto;
- sfondo;
- espressione;
- coerenza con un ruolo manageriale;
- fiducia trasmessa;
- eventuali elementi di distrazione.

Dammi:
1. punteggio complessivo;
2. tre punti forti;
3. tre miglioramenti concreti;
4. una checklist per scegliere una foto migliore.

Prompt per progettare il banner

Agisci come un consulente LinkedIn e visual designer.

Voglio creare un banner LinkedIn professionale per un manager.

Ecco il mio ruolo: [RUOLO]
Settore: [SETTORE]
Competenze distintive: [COMPETENZE]
Target professionale: [TARGET]

Proponi 5 idee di banner LinkedIn in formato 1584 x 396 pixel.
Per ogni idea indica:
- concept visivo;
- testo breve da inserire;
- colori consigliati;
- elementi da evitare.

Un profilo forte non è fatto solo di parole. È fatto anche di segnali visivi coerenti.

3. Riscrivi la headline con il framework ruolo, valore, target

La headline, cioè il sommario sotto il nome, è uno dei punti più importanti del profilo LinkedIn.

Molti manager usano solo il titolo aziendale: “Direttore commerciale”, “HR Manager”, “Operations Director”, “CFO”. Il problema è che un titolo dice chi sei nell’organigramma, non sempre che valore generi.

Nelle slide del corso il framework è molto semplice:

RUOLO + VALORE GENERATO + TARGET

Esempio:

Direttore Operations | Aiuto aziende manifatturiere a migliorare processi, qualità e tempi di consegna

Oppure:

HR Manager | Sviluppo persone, competenze e cultura organizzativa in contesti industriali complessi

Non serve esagerare. Serve essere capiti.

Prompt per creare tre headline LinkedIn

Analizza il PDF allegato del mio profilo LinkedIn e comportati come un consulente specializzato in personal branding, LinkedIn SEO e social selling.

Costruisci 3 headline per LinkedIn seguendo questo framework:

RUOLO + VALORE GENERATO + TARGET

Vincoli:
- massimo 220 caratteri;
- tono professionale, non pubblicitario;
- adatto a un pubblico manageriale;
- includi keyword utili per la ricerca su LinkedIn;
- evita frasi generiche come “professionista appassionato” o “leader dinamico”.

Per ogni headline spiega perché funziona.

Una buona headline non deve raccontare tutta la vita professionale. Deve aprire la porta giusta.

4. Usa l’AI per trovare keyword e riscrivere la sezione Informazioni

LinkedIn è anche un motore di ricerca.

Chi cerca un manager, un consulente, un docente, un temporary manager o un professionista usa parole chiave. A volte cerca il ruolo, a volte il settore, a volte una competenza tecnica, a volte un problema. Le keyword vanno quindi scelte con criterio e inserite nei punti giusti: headline, esperienze, sezione Informazioni, competenze.

Nelle slide abbiamo distinto parole chiave brevi e coda lunga: non solo “marketing”, ma “marketing B2B industriale”; non solo “machine learning”, ma “machine learning per manutenzione predittiva”; non solo “controllo di gestione”, ma “controllo di gestione industriale”.

Il punto non è riempire il profilo di parole chiave come un tacchino natalizio. Il punto è usare le parole che il mercato usa per cercare persone come te.

Per approfondire, puoi leggere anche la guida su come ottimizzare il profilo LinkedIn con l’AI e la pagina Mondo LinkedIn, dove raccolgo articoli, guide e risorse sul tema.

Prompt per trovare 20 keyword strategiche

Analizza il PDF allegato del mio profilo LinkedIn e comportati come un consulente specializzato in LinkedIn SEO.

Elenca 20 parole chiave da inserire nel mio profilo.

Per ogni keyword indica:
- perché è rilevante;
- dove inserirla: headline, sezione Informazioni, esperienze, competenze;
- se è una keyword breve o una keyword a coda lunga;
- eventuali sinonimi professionali.

Prompt per riscrivere la sezione Informazioni

Analizza il PDF allegato del mio profilo LinkedIn.

Scrivi la sezione Informazioni del mio profilo.

Vincoli:
- massimo 2.600 caratteri;
- apertura coinvolgente;
- tono professionale e concreto;
- adatto a un pubblico manageriale;
- evidenzia competenze, risultati e valore offerto ai clienti o all’azienda;
- integra in modo naturale le keyword più efficaci per la SEO di LinkedIn;
- evita frasi generiche, superlativi vuoti e storytelling troppo enfatico.

Struttura il testo in paragrafi brevi e leggibili.

Qui l’AI può fare un lavoro prezioso: aiutare a vedere il filo rosso di una carriera. Ma il contenuto deve restare vero. Se l’AI aggiunge risultati, numeri o competenze non presenti, bisogna fermarla.

5. Trasforma progetti ed esperienze in contenuti, non in autocelebrazione

La parte più trascurata del profilo LinkedIn è spesso quella che avrebbe più valore: progetti, casi di studio, contenuti.

Un manager non dovrebbe limitarsi a dire “ho gestito team”, “ho seguito progetti complessi”, “ho guidato trasformazioni”. Dovrebbe mostrare problemi affrontati, risultati raggiunti, metodo, apprendimenti, replicabilità.

Nelle slide c’è una formula molto utile per i progetti:

  • problema iniziale;
  • risultati raggiunti;
  • replicabilità.

È una struttura semplice, ma costringe a passare dal curriculum alla prova. E per un manager questa differenza conta.

Prompt per raccontare un progetto

Scrivi circa 1.500 battute su questo progetto professionale:

[DETTAGLI PROGETTO]

Struttura il testo in tre parti:
1. problema iniziale;
2. azioni svolte e risultati raggiunti;
3. replicabilità: che cosa può imparare un’altra azienda o un altro team.

Tono:
- concreto;
- manageriale;
- non autocelebrativo;
- orientato al valore generato.

Inserisci keyword coerenti con il mio settore, ma senza forzature.

Lo stesso ragionamento vale per i contenuti.

Nel corso abbiamo parlato anche di tre tipi di contenuti: quelli centrati su chi sei, quelli centrati su che cosa fai e quelli centrati sul perché. Il salto di qualità avviene quando un contenuto non parla solo di “noi abbiamo fatto”, ma spiega perché quel progetto, quell’esperienza o quell’errore possono essere utili ad altri.

Prompt per creare un piano editoriale di 3 mesi

Analizza il PDF del mio profilo LinkedIn e il seguente sito web:
[SITO AZIENDALE O PERSONALE]

Crea un piano editoriale per 3 mesi per il mio profilo LinkedIn.

Il pubblico è composto da:
[TARGET]

Obiettivo:
[OBIETTIVO: autorevolezza, networking, recruiting, vendita consulenziale, posizionamento, employer branding]

Crea una tabella con queste colonne:
- data;
- obiettivo del post;
- idea di contenuto di valore;
- formato consigliato;
- hook iniziale;
- call to action conversazionale.

Evita post autocelebrativi. Privilegia esempi, casi, lezioni apprese, errori da evitare e punti di vista utili per altri manager.

Questo è il punto: l’AI può aiutare a pubblicare, ma prima deve aiutare a pensare.

Il vero rischio: sembrare più artificiali dell’AI

C’è un rischio evidente nell’uso dell’intelligenza artificiale su LinkedIn: produrre profili perfetti, levigati, pieni di parole giuste, ma senza anima professionale.

Headline tutte uguali. Post tutti uguali. Sezioni Informazioni che sembrano uscite dallo stesso stampino motivazionale. “Leadership”, “innovazione”, “passione”, “risultati”, “valore”. Tutto vero, forse. Tutto indistinguibile, sicuramente.

Per questo nei percorsi su AI e LinkedIn insisto su un principio: l’AI deve aiutarti a diventare più preciso, non più generico.

Un buon profilo LinkedIn per un manager dovrebbe rispondere a tre domande:

  • Che cosa sai fare davvero?
  • Per chi o per quale organizzazione generi valore?
  • Quali prove rendono credibile quello che dici?

Se l’AI ti aiuta a rispondere meglio a queste domande, usala. Se ti aiuta solo a produrre frasi più eleganti ma meno vere, fermati.

Da dove iniziare

Se vuoi migliorare il profilo LinkedIn con l’AI, non partire dal post perfetto.

Parti da qui:

  1. scarica il profilo LinkedIn in PDF;
  2. fai un audit con l’AI;
  3. riscrivi la headline con il framework ruolo, valore, target;
  4. trova 20 keyword strategiche;
  5. riscrivi la sezione Informazioni;
  6. trasforma almeno tre progetti in casi di studio;
  7. costruisci un piano editoriale sostenibile.

È esattamente il tipo di lavoro che abbiamo affrontato nel workshop per Federmanager Toscana e che tratto nei miei percorsi su AI e LinkedIn, nei corsi su LinkedIn per professionisti e nella revisione del profilo LinkedIn.

LinkedIn non è un archivio di esperienze passate. È una piattaforma di reputazione professionale. L’AI può aiutarti a usarla meglio. A patto di ricordare che il profilo è tuo, non del chatbot.

FAQ

L’AI può scrivere tutto il profilo LinkedIn al posto mio?

Può aiutarti a riscriverlo, ma non dovrebbe inventare competenze, risultati o posizionamento. Il profilo deve restare vero, verificabile e coerente con la tua esperienza.

Qual è la prima cosa da migliorare nel profilo LinkedIn di un manager?

La headline. È uno dei primi elementi che le persone leggono e dovrebbe spiegare ruolo, valore generato e target professionale.

Le keyword servono davvero su LinkedIn?

Sì. LinkedIn funziona anche come motore di ricerca interno. Le keyword aiutano a farti trovare da recruiter, partner, clienti, colleghi e stakeholder.

Ha senso usare l’AI per creare contenuti LinkedIn?

Sì, se l’AI aiuta a trasformare esperienze reali in contenuti utili. No, se produce post generici, motivazionali e indistinguibili da mille altri.

Dove posso approfondire AI e LinkedIn?

Puoi partire dalla pagina del corso AI e LinkedIn e dalle risorse raccolte in Mondo LinkedIn.

L’AI può aiutare in tanti ambiti, per esempio quello del personal branding e della comunicazione digitale. Per esempio su LinkedIn. Mi sono chiesto: un chatbot può aiutare i professionisti a ottimizzare il profilo LinkedIn? La risposta è (ovviamente): sì! In questa pagina vedrai come usare il chatbot Claude.

Il download del profilo LinkedIn

Sapevi che si può scaricare l’intero profilo LinkedIn in un file PDF? Nell’immagine seguente ecco come fare (Risorse/Salva come PDF).

Il prompt per ottimizzare il profilo LinkedIn

Una volta scaricato il profilo LinkedIn in formato PDF, occorre caricarlo su Claude (l’unico chatbot che analizza anche le immagini all’interno del PDF).

Ecco il prompt da utilizzare:

Analizza il profilo LinkedIn allegato ed esegui la seguente analisi.

Valuta il sommario/titolo professionale per verificare l’uso di parole chiave e chiarezza del ruolo.

Esamina la sezione “Informazioni” per verificarne l’impatto e l’uso di parole chiave.

Controlla le esperienze professionali per descrizioni concise e risultati concreti.

Verifica la pertinenza delle competenze e delle referenze.

Analizza la sezione “Attività” per la qualità dei contenuti.

Assicurati che la sezione “Istruzione” e certificazioni siano complete e aggiornate.

Suggerisci miglioramenti aggiungendo nuove competenze e parole chiave (ottimizzate in ottica LinkedIn SEO).

Consiglia modifiche strutturali per un profilo chiaro e attraente.

Fornisci un piano passo-passo per ottimizzare la sintesi e attrarre clienti/recruiter.

Il risultato è certamente degno di nota:

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Scrivimi mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il modo in cui operano aziende e professionisti. L’impiego di strumenti basati sull’AI generativa è una frontiera cruciale per migliorare l’efficienza lavorativa e supportare la presa di decisioni (data driven), ma anche per il posizionamento (online e offline) e la creazione di contenuti (testuali, audio e video) in ottica content marketing.

Questo percorso, che si compone di due fasi (formazione + coaching), si propone di dotare i partecipanti delle competenze necessarie per integrare efficacemente l’AI nella promozione del proprio profilo professionale.

Target

– Imprenditori, professionisti e manager che desiderano migliorare il proprio personal branding.

– Aziende che vogliono formare i propri dipendenti su come utilizzare l’IA per il personal branding.

– Studenti e neolaureati interessati a entrare nel mondo del lavoro con un posizionamento forte.

Obiettivi

  • Fare una panoramica dell’intelligenza artificiale in vari ambito professionale.
  • Comprendere le specificità dei modelli di linguaggio (LLM) e le loro applicazioni.
  • Testare diverse piattaforme AI come ChatGPT, Gemini, Copilot, ecc.
  • Acquisire la nuova skill (ibrida): il prompt engineering.
  • Comprendere opportunità e limiti di queste tecnologie, padroneggiando le questioni etiche dell’uso degli LLM in ambito professionale.

Il percorso formativo (18 ore, 3 giornate da 6 ore)

  1. Introduzione all’Intelligenza Artificiale:

– Cos’è l’IA e come funziona

– Principali applicazioni dell’IA nel personal branding

– Utilizzo di chatbot e assistenti virtuali

– Analisi dei dati e insight per migliorare il branding personale

– Piattaforme di IA per la gestione dei social media

  1. Creazione di contenuti con l’IA:

– Generazione automatica di contenuti

– Ottimizzazione dei post sui social media

– Personalizzazione della comunicazione

  1. Workshop:

– Esercitazioni pratiche sull’uso degli strumenti di IA

– Creazione di un piano di personal branding assistito dall’IA

– Creazione di un proprio bot personalizzato

Affiancamento e coaching

Dopo il corso si prevede un percorso di affiancamento e guida di 6 mesi, con un incontro online settimanale (di 2 ore, online) per verificare la strategia di personal branding e l’uso degli strumenti AI. Data la velocità di aggiornamento del settore, il percorso consente di verificare gli update dei tool in uso e il test di nuovi strumenti.

Materiali

– Slide usate durante il corso

– Copia digitale del libro “ChatGPT, come stai? Il prompt engineering come nuova skill ibrida” (Ledizioni, 2024)

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Scrivimi mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

Nel giugno 2022 sono stato intervistato, per il podcast Dialectic di Thesis4U, sul tema del personal branding. Ne è nata una discussione di circa mezz’ora, dove si è spaziato da TikTok al metaverso. Ecco l’intervista, buon ascolto:

 

Questo articolo è stato pubblicato su Agenda Digitale il 18 marzo 2022

Referenze su LinkedIn: come scriverne una perfetta (e come ottenerne di più)

Scrivere una referenza su LinkedIn per clienti o colleghi è un modo per attirare la loro attenzione e stimolare, in maniera poco invasiva, una reazione uguale da parte di questi. Ecco tutto quello che c’è da sapere per farlo in modo efficace

Le referenze su LinkedIn sono uno degli aspetti più sottovalutati da molti utenti e allo stesso tempo uno degli elementi distintivi più importanti.

Nel mondo anglosassone la lettera di raccomandazione – non proprio l’equivalente di una referenza su LinkedIn ma il concetto è quello – è uno dei migliori modi che ha un professionista di presentarsi al potenziale nuovo datore di lavoro.

Vengono redatte da professori universitari e dirigenti e sono un modo per confermare le qualità professionali di un individuo.

Referenze su LinkedIn: uno strumento importante per rendere un profilo più convincente

Da noi sono meno usate, ma su LinkedIn possono rivelarsi uno strumento importante per rendere un profilo più convincente. Alla fine, se sei alla ricerca di un professionista, diciamo un avvocato specializzato in un settore, vedere che i suoi clienti hanno lasciato un feedback positivo è un plus non da poco, un po’ come una sfilza di recensioni a 5 stelle sotto un prodotto venduto su Amazon. Solo che in questo caso il prodotto sei “tu”, e lo “shop” è il tuo profilo.

LinkedIn permette infatti di richiedere direttamente le referenze, ma andare a elemosinare feedback positivi da tutti i contatti presenti nella propria rete non è certo la strategia più efficace. Meglio che concentrarsi sulle persone con le quali si ha un rapporto di massima fiducia. E meglio ancora è non chiederle proprio.

OK, ma come si fa a ottenerle se non si chiedono? Con un piccolo nudge, una “spinta gentile”: scrivendo tu stesso una referenza per loro.

Il social network li avviserà tramite una notifica e, in molti casi, si sentiranno in dovere di restituire il favore.

Come si scrive una referenza su LinkedIn?

Scrivere una referenza su LinkedIn è estremamente semplice: basta andare sul profilo di un contatto di primo grado (non sarà possibile scriverle per quelli al di fuori di questa cerchia), cliccare su Altro e dal menu a tendina che si aprirà selezionare Scrivi una referenza.

Alla schermata successiva bisogna aggiungere la relazione (cliente, collega, sottoposto, manager…) e la posizione lavorativa di chi vogliamo “raccomandare”. Clicca su avanti potrà poi scrivere la referenza vera e propria. Non c’è bisogno di muri di testo infinito, anzi: meglio essere concisi ed estremamente diretti, come in questo caso

Come richiedere una referenza su LinkedIn

Scrivere raccomandazioni per clienti o colleghi è un modo per attirare la loro attenzione e stimolare, in maniera poco invasiva, una reazione uguale da parte di questi. Quando si pubblica una referenza, il contatto “raccomandato” riceverà una notifica, e sarà stimolato a fare lo stesso.

Ovviamente non si possono raccomandare tutti solo per ottenere qualcosa in cambio, senza contare che in molti casi, soprattutto nel caso di clienti, non è applicabile, e rischierebbero di essere solo parole al vento: adulare qualcuno per ottenere qualcosa in cambio non porterà vantaggi a nessuno dei due, e per questo motivo è consigliabile raccomandare solo persone di cui si può realmente certificare la competenza, in uno specifico ambito.

Una referenza, del resto, è più di un like, e deve far emergere l’unicità e la capacità di quella persona. Lo stesso vale nel senso opposto: chiediamo ai clienti e colleghi solo referenze dimostrabili. Inutile chiedere cose del tipo “Per favore, puoi scrivere che sono bravissimo a fare siti web?” se non ci si è occupati di questo aspetto. Può sembrare ovvio, ma ci sono anche personaggi che cercano di potenziare con questi trucchetti il proprio profilo. Ma i risultati, come facilmente intuibile, non solo i migliori.

Fatta questa premessa, veniamo al punto: come si chiede una referenza su LinkedIn? Esattamente come visto in precedenza per realizzarle: si va sul profilo della persona a cui si vuol fare la richiesta, si clicca su Altro e si seleziona Chiedi una referenza. La procedura è identica a quella vista in precedenza e bisognerà indicare la relazione e la posizione. Al passaggio successivo, invece, bisogna comporre un messaggio per richiedere al contatto di supportarti con una raccomandazione.

I più timidi potranno sentirsi invadenti, è comprensibile, ma non c’è nulla di cui vergognarsi: è una prassi normale e molto adottata. Soprattutto, non stiamo parlando di una sorta di marchetta, ma di un’opportunità di networking. Chiedila solo se hai la certezza di aver fatto un lavoro che è stato apprezzato: se durante la collaborazione sono emersi problemi insormontabili o pesanti divergenze, difficilmente (e comprensibilmente) la otterrai. Meglio insomma concentrare gli sforzi sui lavori, le collaborazioni e le consulenze che ti hanno portato i risultati migliori.

Come scrivere una referenza perfetta sui LinkedIn

Scrivere una referenza non è difficile, ma le prime volte si può cadere nella sindrome del foglio bianco: come inizio? Quali aspetti sottolineo? Come far emergere le caratteristiche positive di questa persona senza far sembrare la referenza una sfacciata sviolinata? Lo spiego nelle prossime righe.

L’incipit di una referenza è fondamentale

Indipendentemente dal tema che si deve affrontare, le prime righe sono per molti le più complicate. Effettivamente, è proprio sulle prime frasi che ci si giocano le carte: se sono interessanti, è probabile che i destinatari proseguano nella lettura, mentre se vengono annoiati, ci si gioca definitivamente la loro attenzione. Il mio consiglio è quello di partire subito con una frase d’effetto in grado di sintetizzare subito quanto andrai poi a spiegare dopo: “Luca è un professionista serio e motivato, con grandi doti di leadership e in grado di mantenere la lucidità anche in situazioni di grande stress”, può essere un esempio.

Non bisognerebbe perdere tempo con lunghi cappelli introduttivi, che rischiano solo di annoiare, ma andare direttamente al dunque, indicando le caratteristiche che rendono questa persona unica e meritevole di una referenza.

Spiegare come abbiamo conosciuto il professionista al quale si scrive la referenza

Una volta rotto il ghiaccio, si può spendere qualche parola in più sul contesto in cui si è lavorato insieme. Non è necessario dilungarsi in inutili dettagli di contorno: si spiega il motivo della vostra collaborazione professionale e come è nata. Per esempio, “Antonio ha iniziato a lavorare da me nel 2019, dimostrando già da subito la sua attenzione per il dettaglio e le sue capacità di problem solving”. Oppure “Ho conosciuto Maria in occasione del lancio di XXX, quando è stata chiamata a gestire la comunicazione del progetto sul quale abbiamo lavorato insieme per 2 anni”.
Come al punto precedente, non c’è bisogno di aggiungere troppi dettagli, ma solo quelli essenziali a far comprendere il contesto a chi la leggerà, oltre che a dimostrare che non si tratta di uno scambio di favori fra amici. Sicuramente più di uno sarà tentato del giocare allo “scambio” di referenze con gli amici più intimi, ma  non è l’approccio migliore, dato che per quanto ben scritte, sarebbero poco credibili. Ricordare che non c’è bisogno di scrivere e chiedere referenze da tutti i contatti, e nemmeno dalla maggior parte: ne bastano una manciata, ma devono essere relative ai progetti più importanti e significativi della tua carriera.

Mettere in luce i punti di forza

Dopo aver brevemente descritto il contesto della collaborazione con la persona alla quale si sta scrivendo la referenza, è il momento di espandere un po’ il concetto introdotto all’inizio, nella prima frase. In parole semplici, spiegare perché si suggerisce ad altri di affidarsi a questo professionista, ovviamente evitando le banalità tipo “è bravo e competente”. Ci si concentra. semmai, su ciò che lo contraddistingue dai suoi colleghi: potrebbe essere l’empatia, la capacità di pensare fuori dagli schemi, le sue doti di multitasking. Per esempio, “Chiara ci ha aiutato a risolvere un problema che ci portavano avanti da anni: dovevamo mettere in piedi un CRM per gestire in maniera più snella ed efficace i nostri contatti ma i vari tentativi si erano rivelati insoddisfacenti. Grazie al suo supporto, abbiamo trovato una piattaforma adatta alle nostre necessità, e Chiara ci ha aiutato sia nella fase di setup, sia nella formazione dei nostri collaboratori. In poche settimane, tutti i nostri dipendenti avevano imparato a utilizzare il CRM, che si è rivelato uno strumento chiave per ottimizzare i nostri processi interni”.

Come concludere la referenza

Dopo l’incipit, uno degli aspetti più difficili per chi è alle prime armi è quello di concludere il testo. Si ha sempre l’impressione di lasciare un discorso a metà. Il modo migliore è quello di chiudere con una frase semplice ed essenziale, un po’ come si comincia la referenza. Qualcosa del tipo “Se hai bisogno di qualcuno con una forte competenza nello sviluppo di web app, Antonio è la persona giusta”.

Qualche suggerimento aggiuntivo per scrivere una referenza efficace

La sintesi è il migliore alleato. LinkedIn ti mette a disposizione 3.000 caratteri: se non bastano, vuol dire che siamo stati troppo prolissi. Taglia, e di molto. Non bisogna scrivere un romanzo. Gli utenti di LinkedIn tendono a essere molto diretti e amano arrivare subito al punto. Tutto quello che è di troppo, rischia di annoiare e distoglie dall’obiettivo. Cerchiamo di stare all’interno delle 200 parole, all’incirca 1.500 caratteri di testo.
Dal feedback deve trasparire entusiasmo ma non bisogna esagerare: non si deve adulare il destinatario, ma semplicemente mettere in luce le sue competenze professionali. Soprattutto, non scrivere decine di referenze in breve tempo.

Vuoi un aiuto per la revisione del tuo profilo LinkedIn?

Contattami per chiedere una revisione del tuo profilo, compresa la mappatura delle keyword che devi inserire.

“Il personal branding è quello che la gente dice di te quando sei uscito dalla stanza”

E se la stanza fosse virtuale? E se quello che esce non fossi tu ma il tuo avatar? Insomma, come si declinano i temi di reputazione digitale e personal branding nel metaverso?

Faccio un po’ d’ordine. In questo articolo occorre partire da zero, visto che stiamo parlando di un nuovo mondo. Ma di mondi ce ne sono parecchi: allora ne scelgo uno, tra l’altro uno dei più popolari. Sto parlando di The Sandbox, nelle ultime settimane al centro del dibattito per una serie di notizie che sono apparse ovunque:

Per chiarire: che cos’è Sandbox? Viene definito un “metaverso a blocchi” che consente di creare oggetti 3D (tramite VoxEdit), di scambiarli con gli altri utenti e di creare giochi tridimensionali con Game Maker. Il token che governa le transazioni, ovvero la moneta virtuale, è SAND.

Una volta che hai deciso di entrare in Sandbox, devi curare il tuo personal branding, in particolare avendo cura di questi dettagli:

  • Nickname
  • Profilo
  • Avatar

La scelta del nickname

Dopo essersi collegati a www.sandbox.game occorre creare un account. Si possono usare gli account social già attivi, come Facebook, oppure l’account Google. Oppure, in perfetto spirito Web 3, si può usare Metamask (un wallet di criptovalute). Io ho scelto quest’ultima opzione, in caso di necessità di acquisti. A quel punto Sandbox ti chiede di inserire una mail e, soprattutto, un nome utente. Il nickname è fondamentale per il tuo personal branding: te lo porterai dietro tutta la vita (virtuale) e scegliere “topolone92” non è una grande idea. Personalmente ho deciso di scegliere nome e cognome (non si possono mettere punti o altri segni nel nick).

In coerenza con la logica Blockchain, occorre un firma virtuale:

Curare il profilo

Il consiglio è quello di sistemare subito il profilo. Personalmente la prima cosa che ho fatto, nella sezione Settings, è inserire:

  • Il mio sito Web
  • La mia short bio (in italiano, forse in futuro la inserirò in inglese)
  • La mia immagine (uso ovunque il mio avatar)
  • I miei canali social

La costruzione dell’avatar

Gli avatar non mi fanno impazzire, sanno molto di videogioco anni Novanta o di pupazzetti alla Minecraft. Ma ci si fa presto l’abitudine. Si può scegliere il tipo di umano, il colore della pelle, i capelli ma anche il vestiario. Consiglio abiti e abbinamenti che, tutto sommato, rispondano al proprio stile.

Un curiosità: per arricchire il proprio avatar si possono acquistare anche degli accessori a pagamento. Per curiosità sono andato a controllare quanto costassero delle scarpe nuove, e mi sono spaventato quando ho scoperto che costano come quelle vere (anche un centinaio di dollari, o più):

Guarda il mio seminario introduttivo sul metaverso

In questo video parto dalla leggendaria storia delle code dei topi di Hanoi per parlare di metriche sbagliate e, con un bel salto altrove, di come generare valore su LinkedIn sfruttando i commenti sotto i post altrui (comment marketing). Buona visione:

Cultura e digitale: come i classici e il pop aiutano a capire Web e social

Per vedere altri video su come classici e cultura pop possono spiegarci il mondo del digitale, fai clic qui.

In questo video sul personal branding e il positioning parlo di:

  • La strategia di branding di Procter & Gamble
  • La serie TV Netflix “Monster of none
  • Il veggente che vendeva anche le bombole a gas
  • Il tutto fare di LinkedIn

Buona visione:

Cultura e digitale: come i classici e il pop aiutano a capire Web e social

Per vedere altri video su come classici e cultura pop possono spiegarci il mondo del digitale, fai clic qui.

Avere una foto sul proprio profilo social è diventata ormai un’esigenza. È un po’ come avere un logo personale, un biglietto da visita. Una foto è soprattutto “qualcosa” di magico che facilita il contatto tra le persone, regalando un po’ di umanità a tutti quegli account digitali che vengono utilizzati per qualsiasi servizio o tipo di comunicazione. D’altronde, avere un profilo con una foto professionale può giovare non poco alla tua carriera lavorativa specialmente su una piattaforma come LinkedIn, così come uno scatto perfettamente riuscito può farti incontrare l’amore della vita in un sito/app di appuntamenti. Facebook, WhatsApp, Twitter, Telegram, TikTok, Instagram, Zoom, Google Meet, Microsoft Teams e tutti gli altri social network per essere sfruttati al 100% richiedono a gran voce una foto da implementare nel proprio profilo. Considerando che il cervello umano tende a elaborare le informazioni visive 60.000 volte più velocemente del testo, si tratta di una scelta è praticamente obbligata.

Il vantaggio di avere una foto in un profilo

Una foto professionale su un profilo di LinkedIn, per esempio, deve conferire autorevolezza, competenza e infondere fiducia a chi la osserva. Perché la prima impressione, nella maggior parte dei casi, è quella che fa la differenza. I numeri, poi, non mentono mai: i profili con una foto ricevono 14 volte più visualizzazioni di quelli senza. Inoltre, aggiungendo una foto professionale al tuo profilo LinkedIn hai 36 volte più probabilità di essere contatto da un recruiter o da un’azienda. È chiaro che la piattaforma che si utilizza fa la differenza: per esempio, su un social network come LinkedIn si tende a inserire nel profilo una foto che ritrae il soggetto con un look professionale; su Facebook invece la maggior parte delle persone pensa a condividere delle immagini rubate alla propria sfera privata. Questo è un errore da non fare: spesso ci si dimentica che i vari WhatsApp, Telegram o Facebook vengono usati anche in ambito lavorativo, per cui avere una foto del profilo che ti ritrae al mare circondato da bellezze in topless o in discoteca mentre balli può essere controproducente. Purtroppo, in un mondo sempre più digitalizzato è diventato maledettamente difficile riuscire a separare la propria vita lavorativa da quella privata. Questo discorso non vale solo per i personaggi pubblici o per quelli che ricoprono cariche istituzionali, vale anche per un giovane neolaureato che sta cercando di costruirsi un’immagine professionale. Per evitare qualsiasi tipo di problema, ti consiglio di utilizzare dei profili diversi (con foto diverse) in base alle tue esigenze lavorative e private.

Come scattare la foto da inserire nel profilo

Quando si conosce una persona in ambito professionale (e non solo) si ha la tendenza a cercare su un normale motore di ricerca informazioni del tipo “chi è”, “cosa fa”, “chi sono i suoi amici” e altro ancora. Per questo motivo è importante farti trovare nei risultati in Google con una immagine/foto adeguata e che possa mettere in risalto la tua professionalità, perché dimostrando di aver cura di te stesso è un po’ come se lo facessi con un potenziale cliente.

Quindi, se non disponi di una foto con questi requisiti puoi sempre scattarne una: devi realizzare un’immagine di qualità, con buona illuminazione (niente sfocature) e in alta risoluzione. Serve una foto “identificativa” che possa trasmettere agli altri un’impressione positiva di te stesso: sono assolutamente da evitare gli scatti datati o con qualche filtro particolare, meglio puntare su un look attuale che possa rappresentare chi sei tu oggi.

È importante che la foto sia occupata per almeno un 50%, anche più, dal tuo viso. Sono banditi cappellini, occhiali da sole e altri accessori/elementi che possano distogliere l’attenzione dalla tua faccia. È meglio mostrarsi a volto scoperto e in posizione frontale rispetto all’obiettivo. Da evitare, poi, l’inserimento di oggetti, animali domestici, amici, fidanzate (i profili di coppia sono banditi) e qualsiasi altra cosa ti venga in mente ti aggiungere. Come dice il proverbio, “meglio soli che male accompagnati”.

I consigli per realizzare lo scatto perfetto

Quali regole devi seguire per valorizzare il tuo viso senza correre il rischio di snaturare il tuo aspetto? Quale look devi scegliere per essere assolutamente credibile? Tanto più è professionale la piattaforma per cui devi scegliere la foto del tuo profilo, quanto più il tuo look dovrà essere adeguato al contesto. Un completo classico, per esempio, può essere la scelta ideale per la foto del profilo di un avvocato, mentre un tailleur è perfetto per una donna d’affari e così via. Sia per uomini, sia per donne sono sconsigliati indumenti che possano mettere in dubbio ogni credibilità professionale, mentre è consigliabile puntare su tinte unite (nero e blu scuro) prediligendo maniche lunghe e camicie.

Dopo aver scelto il look perfetto devi prestare attenzione allo sfondo della tua foto: scegline uno neutro, possibilmente chiaro. Puoi selezionare anche uno sfondo diverso come un ufficio, una stanza, una biblioteca o un locale: tutto deve essere illuminato in modo adeguato e, soprattutto, deve essere ordinato. La luce è l’elemento chiave in un ritratto e basta variare leggermente l’angolazione per avere degli effetti diversi.

La teoria dei neuroni specchio suggerisce che gli altri sono condizionati dal nostro atteggiamento, quando ci guardano. Se sbadigli, sbadigliano. Se startutisci, starnutiscono. Per quanto riguarda l’espressione del tuo viso, quindi, cerca di mantenere un atteggiamento rilassato e spontaneo (senza esagerare!) e sorridi, mostra un po’ di denti! Da evitare una risata sguaiata (meglio sorridere con gli occhi!) o un atteggiamento troppo serioso. Un altro consiglio da seguire è quello di guardare dritto in camera, evitando possibilmente gli autoscatti: meglio farsi aiutare da un amico o un famigliare per scattare la foto.

Se hai la possibilità, affidati a un fotografo professionista che troverà la posa giusta per mettere in risalto i tuoi tratti (si chiama “fotogenia”), oltre a disporre di tutto il necessario (attrezzatura, set e altro). La foto può essere scattata in studio ma anche nel luogo di lavoro oppure in una suggestiva location.

È importante realizzare un’immagine che si adatti al contesto (la piattaforma dove verrà pubblicata) e usare sempre lo stesso scatto per ogni profilo social permette di non essere scambiati per un’altra persona in caso di omonimia. Per questo motivo ti suggerisco, al contrario di quello che fanno molti utenti, di non cambiare troppo spesso l’immagine che usi nei profili social.

Questa è la foto LinkedIn del vecchio Zio Bill (quello che ha creato la pandemia con dentro il 5G), mi pare un ottimo esempio:

Profile Pic Maker è perfetto per creare la foto del tuo profilo

Dopo aver capito come realizzare lo scatto perfetto per il tuo profilo, è arrivato il momento di inserirlo. Ogni foto può essere modificata nella dimensione che desideri, migliorata e persino personalizzata. Sono disponibili in Rete diversi servizi e programmi per fare ciò: alcuni sono gratuiti, altri sono a pagamento. Uno dei più utilizzati è Profile Pic Maker, un programma gratuito semplice da usare e piuttosto versatile che vanta più di 1.5 milioni di utenti iscritti in tutto il mondo e più di 15 milioni di immagini realizzate per profili (quelle generate sono più di 85 milioni!).

Profile Pic Maker (l’app non è ancora disponibile!) è lo strumento ideale per creare la foto perfetta per il tuo profilo e che puoi condividere su qualsiasi piattaforma social, chat, curriculum o dove vuoi.

Foto professionali con due clic

Come detto precedentemente, tutto quello che devi fare è inserire la foto che hai scattato o quella che vuoi utilizzare per il tuo profilo. L’immagine dev’essere in formato .jpg o .png (se non lo è puoi convertirla in quei formati) e non deve superare il limite di 5 Mb. Per inserirla basta trascinarla nel programma o cliccare sull’icona a forma di “+”. Una volta aggiunta, l’Intelligenza Artificiale studia l’immagine e provvede a togliere in modo automatico lo sfondo. Lo strumento di rimozione dello sfondo è piuttosto efficace e anche se per ottenere risultati migliori è fondamentale caricare una foto di ottima qualità, con una buona illuminazione e assicurandosi che la testa non sia tagliata ai bordi dell’immagine.

Una volta scontornata l’immagine il programma permette di modificare lo sfondo: in che modo? Profile Pic Maker mette a disposizione una serie di colori, ombre e filtri per realizzare la foto che desideri. Il programma è semplice da usare e soprattutto offre una versatilità unica: infatti, puoi realizzare un’immagine dall’aspetto professionale partendo persino da un semplice selfie. Profile Pic Maker, infatti, riesce a fare questo e molto altro: per esempio, può creare delle fantastiche immagini partendo anche da una vecchia foto, da uno scatto con il tuo fedele amico a quattro zampe o con un gruppo di tuoi amici. E, soprattutto, riesce a creare qualcosa che possa mettere in evidenza il tuo profilo LinkedIn, YouTube, Instagram o qualunque sia. Il programma permette anche la creazione di emoji personalizzate, che possono far comodo su vari Instagram, TikTok e compagnia bella.

Se cerchi un programma che possa migliorare la foto del tuo profilo, Profile Pic Maker è senza dubbio la scelta ideale. Bastano davvero un paio di clic per far guadagnare autorevolezza al tuo profilo di LinkedIn e dare una svolta alla tua carriera lavorativa.

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