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– Gianluigi, perché il tuo avatar è ovunque?
Ho deciso di fare un video per spiegarlo. In particolare parte dal concetto di “visual hammer” di Laura Ries:
Ecco il video:
Il video è stato mostrato nella tredicesima puntata di Late Tech Show:
Questo video ha ispirato questo post dell’amico Paolo Ambrosetti:

“Personal branding” è ormai diventata una buzzword, una parola fin troppo di moda.
A mio avviso il personal branding è un mix di reputazione digitale, monitoraggio e promozione tramite i contenuti online. Questo l’ho capito lavorando sul mio personal branding da quasi dieci anni (all’inizio, quando scrivevo per Computer Idea, mi leggevano oltre 200.000 persone, ma non mi conosceva praticamente nessuno).
In questo paio di lustri, soprattutto all’inizio, ho commesso diversi errori.
Elenco qui i cinque più vistosi dal mio punto di vista.
1. Aspettare che tutto sia perfetto
Esiste una sindrome del perfezionismo. Secondo uno studio inglese della York St. John University un “perfezionismo positivo” può portare alla definizione di elevati standard. Ma c’è anche un “lato oscuro” del perfezionismo, che porta invece a esser costantemente preoccupati di sbagliare e ad avere dubbi sulle proprie prestazioni, provocando stress, depressione, disturbi alimentari fino al burnout.
Ma soprattutto – aggiungo io – ti paralizza. Mentre ti stai fossilizzando sul progetto di pubblicazione del tuo primo libro e ti trascini per mesi e mesi tra correzioni e revisioni e un’inquietante procrastinazione, i tuoi competitor ne hanno già scritti un paio.
2. Sbagliare posizionamento
Il brand positioning – strategia per collocarsi sul mercato in modo corretto – funziona anche per i professionisti, non solo per le aziende. Prevede che ci si focalizzi su una sola specializzazione e ci si differenzi dai competitor. Anch’io anni fa tenevo il piede in troppe scarpe e facevo le stesse cose di tutti gli altri: giornalista online part-time, il blogger, il social media manager, il consulente sulla comunicazione digitale, il formatore, lo speaker e altro ancora che nemmeno ricordo. Ho dovuto dare una bella sforbiciata!
3. Sbagliare la scelta dei canali
Una volta definito il tuo posizionamento, e capito soprattutto che devi partire, occorre scegliere i canali giusti di comunicazione. L’errore peggiore che puoi fare -, e che anni fa feci anche io – è quello di puntare tutto su canali non proprietari, altrui. Bello Facebook, carino Instagram, fantastico LinkedIn. Ma non è roba tua, sei ospite. L’altro giorno ho visto il profilo LinkedIn di uno che si presenta come “Esperto di Google+”: talmente esperto che non si è accorto che Google+ è morto?
4. La storia del ciabattino con le scarpe rotte
La comunicazione digitale è il tuo biglietto da visita. Giustificare canali social mezzi morti, lasciati alla deriva, dicendo che non si ha tempo per gestirli perché si preferisce lavorare su quelli dei clienti è una follia. Per carità! Questo vale non solo per chi lavora nel mondo della comunicazione: faresti riparare i graffi all’auto da un carrozziere che gira con una macchina piena di bozzi e ghirigori?
5. Non pensare alla “conversione”
Fare tanta comunicazione finalizzata solo al branding, farsi conoscere, non basta. L’obiettivo, in fin dei conti, deve essere quello di “chiudere”: convertire un lettore in un cliente è un’arte, ma soprattutto è operazione che richiede tempo, pazienza, dedizione, sudore. “No pain, no gain” dicono gli atleti. Chi si avvale dei nostri servizi si deve fidare.
Per questo costruire un rapporto con la propria comunicazione online non è cosa semplice. Ma si può, si deve fare!
♦ Per approfondire tutti questi temi, e molti altri e per imparare a fare personal branding in modo efficace ti aspetto al prossimo corso “Personal branding e digital reputation” di Primopiano.
Ci saranno come sempre tante esercitazioni pratiche e un mio nuovo metodo basato sulla gamification, il metodo PlayBrand.
[Questo articolo è stato pubblicato su Digital4 il 17 luglio 2019]
La compilazione della matrice SWOT permette di tirare le somme sulla situazione professionale. Ecco cosa fare per comprendere il posizionamento sul mercato del lavoro e sulla propria employability
Che cos’è l’impiegabilità?
In un eBook che lessi qualche anno fa (Career Swot Analysis: ripensare il proprio futuro – Whitepaper Mida), Gian Piero Sciglio usava la matrice SWOT per fare l’analisi della carriera. Proponeva anzitutto un concetto molto interessante: quello di impiegabilità. Per spiegarlo usava una citazione di Claudio Meyer, Senior Advisor di Egon Zehnder: «Il vero problema non è avere un lavoro, ma essere appetibile sul mercato del lavoro. C’è gente che oggi lavora, ma non è impiegabile nel futuro».
Ma come si passa dall’obiettivo “impiego” a quello di “impiegabilità”? Occorre prendere in considerazione due dimensioni: quella interna, che ha a che fare con la propria storia professionale e con i propri interessi, e quella esterna, che concerne il mercato del lavoro.
Il ruolo del networking
L’aspetto più delicato è “interno” e riguarda il networking. Tante persone hanno un bel network, ma interno all’azienda per la quale lavorano. Appena però sono fuori dall’azienda, quanto vale quel network? Questo nonostante il fatto che tutti sappiano che in Italia lo strumento principale per trovare lavoro sono le conoscenze! E qui LinkedIn diventa determinante, come ho spiegato nel mio libro “Guida calcistica di LinkedIn”.

Altro tasto dolente è quello della formazione, con le skill riguardanti digital e social da una parte (si parla di “digital fluency”) e l’inglese dall’altra a fare da padroni.
La storia professionale
Sciglio parla poi di uno snodo della riflessione sul proprio posizionamento professionale, quello in cui le persone ragionano sulla propria storia:
1. individuare i principali “lavori” svolti, nella stessa azienda o in aziende diverse;
2. riassumere le principali attività, responsabilità del periodo;
3. focalizzare gli apprendimenti significativi di ciascuna fase;
4. riscoprire i momenti di maggior soddisfazione, le cose che è stato proprio bello fare;
5. pensare una metafora che sia una buona espressione di ciascun periodo.
Tutto questo per individuare il fil rouge, il filo conduttore del proprio percorso in ottica occupabilità. Ma soprattutto contribuisce a comprendere quello che qualcuno chiama USP: ciò che ti rende unico.
Il valore sul mercato del lavoro
Un altro momento di riflessione è quello in cui si ragiona sulla propria employability, impiegabilità, grazie a tre domande chiave:
1. Da cosa dipende, per settore e per famiglia professionale, il valore sul mercato del lavoro?
2. Come viene considerato, al momento, il valore sul mercato del lavoro, e perché?
3. Negli ultimi tre anni, è diminuito o aumentato, e perché?
La risposta a queste domande, non facili, può farti capire se deve suonare un campanello di allarme, se necessiti di ricollocarti, formarti o trovare il modo di renderti indispensabile per l’attuale datore di lavoro.
Le opportunità dei nuovi mercati
Finora ho parlato di dimensione interna. Per quanto riguarda la dimensione esterna, vale a dire il mercato del lavoro, le riflessioni vanno fatte settore per settore. In linea generale comunque le grandi aziende tendono a tagliare, le start-up (almeno quelle che superano il periodo neonatale) invece sono in espansione. Tanti lavori sono sacrificati sull’altare delle nuove tecnologie, ma Internet e la robotica produrranno certamente nuove opportunità.
L’analisi SWOT della carriera
Fatte queste considerazioni Sciglio propone la matrice SWOT della carriera:

La compilazione di questa matrice SWOT permette di tirare le somme sulla propria situazione professionale. Faccio un gioco: applico l’analisi SWOT al mio caso. Punto di forza interno: poliedricità nella creazione di contenuti; punto di debolezza interno: poca specializzazione; opportunità del contesto: sempre più aziende si stanno accorgendo di quanto siano fondamentali i contenuti e la formazione sulla comunicazione digitale; minacce dal contesto: alta competitività.
Com’è la tua SWOT?

Il 3 giugno 2019 sono stato invitato a Genova dall’associazione ISA – IANUA Students Association per un convegno sul personal branding. Ho registrato un video per mostrare le slide dell’intervento, con il mio commento:
Alcune foto dell’evento:
Se vuoi contattarmi per uno speech sul personal branding, scrivimi!
Questo articoli sull’uso dell’arte dello storytelling su LinkedIn, in particolare nel riepilogo, è stato pubblicato su Digital4 il 1 aprile 2019.
Digital storytelling e Personal Branding: 5 tecniche da usare nel Riepilogo LinkedIn

Come si possono usare al meglio i duemila caratteri che abbiamo a disposizione nel riepilogo LinkedIn? Prima di ogni cosa bisogna ricordarsi di partire bene e puntare sull’incipit. Obiettivo: catturare l’attenzione
LinkedIn è uno dei migliori strumenti per fare personal branding è certamente LinkedIn. Nel proprio profilo si inseriscono molte informazioni riguardo carriera, skill, corsi e progetti. Ma si può anche raccontare, usando tecniche di storytelling, la propria storia (mi raccomando: in prima persona!). Questa va inserita nella sezione detta Riepilogo, o Summary. Molti trascurano quella sezione, invece è possibile usare proficuamente quei 2.000 caratteri. Per esempio usando le cinque tecniche di storytelling che troverai in questo articolo.
1. Puntare sull’incipit
Dei duemila caratteri a disposizione, solo i primi sono mostrati al visitatore del tuo profilo. Se vuole leggere il resto, deve fare clic su “Visualizza altro”.

Per questo occorre partire con un incipit che catturi l’attenzione. Non certo il banale “C’era una volta”… Come scrive Massimo Petrucci nel suo manuale di scrittura creativa: “L’incipit è il primo battito del nostro racconto e deve immediatamente sedurre il lettore”.
Potresti usare una battuta, a mo’ di ice-breaker, oppure una frase a effetto, come William Arruda, esperto di personal branding e… impenditore:

Pochissimi usano la tecnica di storytelling definita “in media res”. Questa espressione viene da Orazio: si riferiva allo stile epico di Omero; l’autore dell’Iliade e dell’Odissea faceva cominciare il racconto ad avvenimenti già in corso, non partiva dall’inizio. Idea per te: un virgolettato di quell’oratore che ti ha cambiato la vita e la carriera. Si potrebbe anche partire dalla fine e giocarsi il Riepilogo LinkedIn come un insieme di flashback.
2. Gli archetipi
Cristofer Vogler, pescando da Campbell a Jung, ci spiega che “tutti i racconti sono costituiti da alcuni elementi strutturali comuni, che si trovano universalmente nel mito, nelle fiabe, nei sogni e nei film. Essi sono conosciuti come il viaggio dell’eroe”. Senza perdersi in discorsi complessi sull’inconscio collettivo, basti sapere quello che sottolinea Luisa Carrada: “I temi del ritorno a casa, del superamento degli ostacoli, della perdita e del ritrovamento, sono comuni anche al giornalismo e in qualche misura anche alla scrittura di impresa. Acquisire un importante contratto non è molto diverso dall’uscire vivi dalla fossa dei leoni e anche un gelido case history può diventare una bella storia a lieto fine”.
Come usare tutto questo in LinkedIn? Raccontami, cavaliere, quale drago hai sconfitto! Eventualmente parlami di mentori, nemici, ricompense e morali. Ecco un esempio di come si può usare questo schema: “La crisi del settore mi ha messo di fronte a un bivio: potevo rimanere aggrappato al mio vecchio mestiere, arrabattandomi e venendo a compromessi, oppure potevo ricominciare tutto daccapo. A me piacciono le sfide.” In pratica: Blockbuster da una parte e Netflix dall’altra. Come hai superato la crisi del 2008? Come stai gestendo la Digital Transformation? Quali paure avevi quando hai mollato il posto fisso?
3. Show, don’t tell
Stephen King, parlando di Annie Wilkes (l’infermiera che tiene prigioniero Paul Sheldon in Misery), scrive nella sua autobiografia On Writing: “Ho cercato di non scrivere mai frasi esplicite come: «Quel giorno Annie era depressa, forse con inclinazioni suicide», oppure: «Quel giorno Annie sembrava particolarmente felice». Se sono io a dovervelo dire, ho perso. Se viceversa vi presento una donna taciturna e dai capelli sporchi che fagocita dolci con accanimento, spingendovi a concludere che Annie è nella fase depressiva di un ciclo maniaco-depressivo, vinco”.
Non dire che sei bravo, simpatico, carismatico. Fallo dire agli altri. Tu limitati a dimostrarlo, per esempio dando i numeri (in senso positivo). Non “Sono un ottimo commerciale” ma “Nel 2018 ho fatto crescere il fatturato della mia azienda del 20%”. I numeri sono, spesso, l’unica cosa che conta. Guarda come ha impostato il suo riepilogo LinkedIn Cristian Zaccardo, ex campione del mondo con l’Italia nel 2006:

4. I cliffhanger
Un buon racconto prevede anche dei colpi di scena. “Il cliffhanger è un espediente narrativo usato in letteratura, nel cinema, nelle serie televisive o nelle opere videoludiche, in cui la narrazione si conclude con una interruzione brusca in corrispondenza di un colpo di scena o di un altro momento culminante caratterizzato da una forte suspense” (Wikipedia). Io l’ho usato così sul mio profilo:

5. Il racconto ciclico
La narrazione circolare prevede che la situazione di partenza si ripresenti, un po’ modificata ma sostanzialmente simile, alla fine del racconto. Nel film Sentieri Selvaggi apertura e finale sono praticamente la stessa scena:

Come utilizzare questa tecnica in LinkedIn? Potresti iniziare raccontando che, durante un esame universitario, il tuo professore ti disse, magari con un po’ di strafottenza, che non saresti mai diventato un dirigente di alto livello, uno scrittore, un primario o altro. Invece ce l’hai fatta. Alla fine del racconto puoi prenderti una rivincita, con stile. Non ricorda Davide Vs. Golia?
Il Riepilogo LinkedIn è la parte più difficile da gestire, su LinkedIn. Per tutto il resto puoi seguire il mio videocorso gratuito per sistemare tutto il profilo LinkedIn, 10 pillole da ricevere in posta elettronica.
Lo scorso 11 marzo 2019 Digital4 ha pubblicato il mio articolo dal titolo “Personal Branding: quattro errori da evitare“:
Il Personal Branding è oggi uno strumento fondamentale per ogni professionista in cerca di lavoro o desideroso di accrescere la sua rete di conoscenze. Ecco cosa non fare quando si vuole promuovere se stessi nell’era della comunicazione digitale (a tutti i costi), fare Personal Branding è ormai indispensabile per ‘farsi una reputazione’. Accade però che sempre più manager e professionisti si stanno buttando sguaiatamente online, con la foga di occupare spazi che, spesso, poi restano vuoti. O peggio.
Ecco perché, quando si fa Personal Branding, è necessario impostare un’adeguata strategia per mettere in luce i punti di forza, quello che rende unici e comunicare efficacemente quello che si sa fare e come lo si sa fare.
Ma ancora più importante è non fare dei passi falsi. In questo articolo ho raccolto un poker di errori da non fare quando si vuole puntare sul Personal Branding.
1. Fraintendere il Personal Branding
Quando si parla di Personal Branding si fa sovente riferimento a questa celeberrima frase di Jeff Bezos: “Il personal brand è quello che le persone rimaste dicono di te quando esci da una stanza”.
Questo esclude quindi l’autoincensamento; nel mondo della comunicazione digitale si può fare propria la regola principale dello storytelling: “show, don’t tell” (vedi “On writing”, la biografia-manuale di Stephen King). Dimostra di essere bravo, non dirlo tu!
Sai quanti “leader di settore” ci sono in Italia? 315.000, secondo Mr. Google.Post scriptum: vietato esagerare, basta un semplice controllo incrociato per vedere che quei due anni di studio dell’inglese in Inghilterra erano in realtà due settimane a lavare i piatti. Memento: ricorda come è finito chi millantava lauree e master…
2. Non monitorare la propria reputazione online
Il brutto del Web è che tutto resta e tutto è ricercabile: schegge impazzite di conversazioni sbagliate possono perseguitarti per sempre, e raramente il diritto all’oblio garantito da Google è la soluzione. Ma è anche il bello del Web: puoi intercettare qualsiasi comunicazione o conversazione che ti riguardi. Possibilmente in tempo reale. È fondamentale che tu abbia coscienza di quel che si dice di te. A maggior ragione se, per ragioni lavorative, ti esponi: pubblicazioni, eventi pubblici, speech, ruoli di rilievo, news di settore e così via.
Come monitorare? Esistono diversi strumenti per farlo, dai più semplici (fare ego-surfing: cercarsi su Google, o usare degli alert) ai più complessi, come per esempio piattaforme in grado di valutare anche il “sentiment” di quel che si dice, non solo “se” ma “come” si parla di te.
3. Non posizionarsi correttamente
Il panorama business del nostro Paese non solo è saturo di leader di settore, ma è anche costellato di dirigenti e professionisti tutti uguali: un esercito di cloni. Usano tutti gli stessi strumenti, la stessa comunicazione, le stesse frasi fatte (28.500 “persona dinamica” e 5.000 “proattivo/a” su LinkedIn). Che non interessano a nessuno.
Sono decenni che Dale Carnegie spiega che agli altri, di noi, interessa poco: tutti sono interessati solo a se stessi. O parli di loro o parli per niente. Come puoi essere utile agli altri? Quindi: “ho due lauree e un master” NO, ma “aiuto le piccole e medie imprese della Lombardia a esportare in Cina” SÌ.
Quando si fa Personal Branding, per rendere una comunicazione efficace devi differenziarti dai concorrenti, puntando sul dare valore. Per almeno due motivi: evitare la commoditizzazione (se siamo tutti uguali, la differenza la farà il prezzo, ovviamente al ribasso) e puntare sulla memorabilità (perché qualcuno dovrebbe notarti, ricordarsi di te e soprattutto sceglierti?).
Un corretto posizionamento, secondo il brand positioning, parte anche da una specializzazione: nella società del terziario avanzato si cercano gli specialisti, non i generalisti. Non ci sono più gli “allevatori di bestiame” ma, tra i tanti, gli “addetti alla fecondazione artificiale della specie suina”. Quando ho smesso di fare il giornalista professionista ho fatto un grosso errore. Il panico da mutuo e la prima figlia in arrivo mi hanno fatto mettere il piede in più scarpe: facevo il giornalista online ma anche il blogger, il social media manager ma anche il formatore sulla comunicazione digitale, per non dire altro. Zac-zac, ho tagliato un po’ di cose, quasi tutto, e ora mi presento solo come formatore.
Se fai troppo, non fai nulla davvero bene. E se fai cose troppo diverse, non sei credibile. Su LinkedIn ho incrociato un tizio che fa l’architetto, il designer, il grafico, il fotografo, il producer musicale e il consulente pensionistico. Uno, nessuno e centomila.
A proposito, la conosci la storia delle lasagne di Colgate? Scoprila in questo video:
4. Non alimentare la comunicazione
Quando ti sei posizionato, con i tuoi bei ‘Riepilogo’ e ‘Headline’ su LinkedIn o nella pagina ‘Chi siamo’ del sito Web, sei al punto di partenza, non di arrivo.
“Non si può non comunicare”: quest’altro celebre assioma di Paul Watzlawick – noto psicologo e filosofo tra i più importanti esponenti dell’approccio sistemico – sta a indicare che la scelta di non comunicare è essa stessa comunicazione. Non usi i social e il Web? Quello che percepisce il pubblico – per esempio clienti o partner – è un silenzio assordante, che può significare tante cose: snobismo o incapacità.
Bene, ma che cosa comunicare? Esistono, nel piano (editoriale) perfetto, tre tipi di contenuti con i quali puoi rimpinguare il tuo blog e le bacheche di LinkedIn, Facebook, Twitter, Instagram o altro: i contenuti WHO, dove parli di te, i contenuti WHAT, dove parli delle tue soluzioni, e infine i contenuti WHY, gli unici che fanno davvero breccia nel pubblico. Non dovresti parlare di te o venderti a tutti i costi: devi parlare del pubblico, di quello che interessa davvero a chi legge: i suoi bisogni, i suoi problemi, i suoi sogni e le sue paure. Tutto il resto è un parlarsi addosso ormai insopportabile da parte di leader di settore senza settore.
Se vuoi seguire un corso gratuito sul Personal Branding, ti aspetto sul sito gianluigibonanomi.com.
La parte più difficile dei miei workshop sull’uso strategico di LinkedIn – dopo aver individuato keyword, skill e tutto il resto con il metodo LinkedIn10C – è la stesura del Riepilogo, in inglese Summary o più recentemente ribattezzato Informazioni. I miei corsisti trovano difficile raccontarsi o quantomeno organizzare la storia della loro carriera. E spesso mi chiedono di vedere degli esempi. Buone pratiche ve ne sono molte in giro, ma preferisco mostrare il mio Riepilogo LinkedIn come esempio per giustificare alcune scelte e mostrare uno schema replicabile.
Riepilogo LinkedIn: prendi a esempio il mio
Il mio riepilogo, nel 2018 (ora è leggermente diverso), era questo:
Fino al 2012 ero un giornalista professionista specializzato in hi-tech. Causa la crisi del settore e il fallimento del mio editore, ho perso il lavoro della mia vita. È stata la mia grande fortuna.
Ho da sempre una smodata passione per comunicazione e cultura digitali. Cerco di portare l’entusiasmo per la tecnologia in tutti i contenuti che creo: articoli online, post per blog, piani editoriali per social media, corsi per professionisti e aziende, speech per convegni ma soprattutto libri ed eBook.
Queste passioni mi hanno travolto quando ancora ero uno sbarbato (da allora però porto la barba). A 16 anni ho iniziato a scrivere per un settimanale locale: giravo col motorino per i campetti di calcio di periferia.
Dopo la tesi sulle relazioni online, ho iniziato a scrivere di tecnologia per una diffusissima rivista informatica (Computer Idea). Peccato che, dopo 10 anni, avevo una professione ma non più un lavoro: scrivere di tecnologia sulla carta era un mestiere destinato all’estinzione.
Dovevo reinventarmi. Sebbene nel frattempo quello tecnologico fosse diventato un settore main-stream, avevo un problema di “personal branding”. Allora ho iniziato a scrivere libri ed eBook per diversi editori (Hoepli, Fag, Informant) e ho ideato la collana “Fai da tech” di Ledizioni. Un testo gratuito è stato scaricato quasi 100.000 volte. La realizzazione di contenuti per le aziende mi ha portato poi a collaborare con diverse agenzie di comunicazione (Business Press, EffettoDomino, Sangalli M&C).
Negli ultimi quattro anni ho formato più di 2.000 persone. Faccio formazione sui temi hi-tech per giornalisti presso PrimoPiano, con crediti formativi. Tengo corsi anche su altri temi: Web writing, tecnologia e genitorialità, comunicazione aziendale, ricerca del lavoro online. Nel 2017 ho cofondato la società Four S.r.l., che si occupa anche di formazione aziendale su sicurezza, primo soccorso, uso defibrillatori e altro ancora.
Scrivimi per i corsi ► info@gianluigibonanomi.com
Storytelling: cliffhanger e “man in hole”
Eccone l’analisi. Parto dall’inizio. La frase seguente…
Fino al 2012 ero un giornalista professionista specializzato in hi-tech. Causa la crisi del settore e il fallimento del mio editore, ho perso il lavoro della mia vita
… potrebbe sembrare un autogol. Ma come, racconti un fallimento? Parli del momento peggiore della tua carriera? Sì, per due motivi.
Primo motivo: è una questione di storytelling. Kurt Vonnegut, celebre autore di “Mattatoio N. 5”, spiegò che esistono alcuni schemi ricorrenti nelle storie, e uno di questi si chiama “Man in hole”.

La storia dell’eroe deve raccontare di un suo momento di difficoltà, di come l’ha superato e di come ne è uscito rafforzato. Senza prove da superare, che eroe è? Senza cadute e ferite, come può una storia risultare avvincente? Come dimostri di essere un “problem solver”?
Se vuoi scoprire quali sono le tecniche di storytelling da usare nel tuo Riepilogo, leggi questo articolo:
Qui trovi un video su LinkedIn e storytelling:
L’importanza dell’incipit
L’incipit fa la differenza. LinkedIn mostra solo le prime due righe del Riepilogo di LinkedIn. Per leggerlo tutto occorre fare clic su “Visualizza altro”.

Se non si cattura l’attenzione con quello che sta, in gergo, “above the fold” (espressione derivata dal mondo della carta stampata: in un giornale piegato si vede solo quello che sta nella prima pagina in alto), nessuno leggerà il resto. Per questo, alla frase riportata prima, ho aggiunto un piccolo colpo di scena, in termini narrativi “cliffhanger”:
Fino al 2012 ero un giornalista professionista specializzato in hi-tech. Causa la crisi del settore e il fallimento del mio editore, ho perso il lavoro della mia vita. È stata la mia grande fortuna.
Partire dal perché
Come afferma Simon Sinek, per una presentazione business efficace non bisogna dire che cosa si fa o come lo si fa, ma perché (qui lo spiego nel dettaglio). Se dimostro che amo il mio lavoro, a parità di competenze con un competitor, sceglierai me:
Ho da sempre una smodata passione per comunicazione e cultura digitali. Cerco di portare l’entusiasmo per la tecnologia in tutti i contenuti che creo.
Nel prosieguo del Riepilogo quello che faccio è inserire due elementi fondamentali: keyword e numeri. Le keyword sono frutto di un’ottimazione SEO del profilo (leggi qui l’articolo sulla coda lunga in LinkedIn): ho inserito una serie di chiavi di ricerca per le quali voglio essere trovato in LinkedIn:
articoli online, post per blog, piani editoriali per social media, corsi per professionisti e aziende, speech per convegni ma soprattutto libri ed eBook.
L’importanza dei numeri
Anche i numeri sono fondamentali. Danno una misura di quello che comunichi, ma soprattutto danno sostanza ad affermazioni che altrimenti resterebbero aria fritta. Non dico “mi occupo di comunicazione digitale”, bensì “mi occupo di comunicazione digitale da 25 anni”. Non che so (genericamente) creare contenuti virali, ma:
Un testo gratuito è stato scaricato quasi 100.000 volte.
Tra parentesi, non è un numero “pompato”: si tratta “101 eBook gratis (oltre questo)“.
Non che faccio il formatore, ma:
Negli ultimi quattro anni ho formato più di 2.000 persone.
La stima che hai appena letto è largamente per difetto, ma in questo caso meglio essere modesti. Anche perché, e qui la domanda arriva sempre, non stiamo facendo i fenomeni. Occorre fotografare la propria carriera, senza… dare i numeri!
La call to action finale
Il riepilogo si dovrebbe concludere con una call to action (detta anche CTA), una chiamata all’azione:
Scrivimi per i corsi ► info@gianluigibonanomi.com
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Il libro “Guida calcistica di LinkedIn”
Ho scritto un libro su LinkedIn un po’ sui generis, usando le metafore calcistiche (attacco, difesa, falli, figurine, tifosi e altro) per spiegare come usare in modo efficace e strategico il proprio profilo LinkedIn. Vi trovi anche molte indicazioni sul riepilogo.
“Sono una stilista e sarta di racconti professionali. Aiuto professionisti ed imprenditori a raccontare la propria storia professionale in modo efficace per attrarre i clienti ideali.
Il mio mito è Coco Chanel, ma in realtà sono più simile ad Edna Mode, il buffo personaggio che realizza le divise degli Incredibili. Progetto e spesso confeziono racconti che hanno l’obiettivo di valorizzare il talento di professionisti ed imprenditori, trasformando le loro potenzialità in superpoteri.
L’amore per le storie ha determinato molte scelte chiave della mia carriera: la mia tesi laurea sulla sopravvivenza del mito in epoca contemporanea, la professione di consulente di carriera e formatrice, la creazione di un blog dove per anni ho raccontato storie professionali per finire con l’attività di ghost writer. Tutte queste scelte rappresentano nella mia vita quei puntini che, come ha suggerito Steve Jobs nel suo celebre discorso ai neolaureati di Stanford, ho potuto unire grazie agli studi di storytelling per costruire la mia attuale professione di personal branding storytelling consultant.”
Questo è il riepilogo Linkedin di Helga Ogliari, che altrove si definisce così: “156 centimetri di energia da trasmettere alle persone”. Con queste premesse, ho deciso che lei era la persona giusta per raccontarci come si usano le storie per raccontarsi online, su LinkedIn in particolare.
Helga, come è possibile far emergere la propria storia e la propria mission usando delle tecniche di storytelling in LinkedIn?
Linkedin rappresenta l’evoluzione narrativa del CV. E il fatto che sempre più spesso i recruiter di professione usino LinkedIn per trovare dei candidati dimostra che si assumono storie e non solo curriculum.
La maggior parte delle persone compila il proprio profilo LinkedIn limitandosi a fare copia-incolla del CV. Ma in questo modo non sfrutta una delle grandi potenzialità di LinkedIn.
Se nel CV ci limitiamo a elencare una serie di dati (periodi temporali, aziende in cui abbiamo lavorato, ruoli e mansioni) su Linkedin possiamo, anzi dobbiamo, raccontarci.
Il che non significa solo riassumere tutte le esperienze professionali nella sezione riepilogo come se le raccontassimo a noi stessi. In primo luogo dobbiamo definire un interlocutore privilegiato. E poi dobbiamo ripercorrere il nostro percorso professionale mettendo in luce quegli elementi che ci fanno apparire agli occhi del nostro interlocutore come l’alleato ideale nella sua impresa. Anche la mission dovrebbe trasmettere questo messaggio.
Io dico sempre che lo storytelling è un po’ scienza, un po’ tecnica, un po’ arte della narrazione ma è soprattutto uno strumento di comprensione della realtà. Le tecniche dello storytelling si possono applicare prima di scrivere una bio. Servono soprattutto per capire che tipo di alleato siamo e per chi siamo credibili in quelle vesti. A quel punto ogni sezione del profilo dovrebbe essere compilata per trasmettere quel messaggio in modo persistente.
Pensi si possa usare lo storytelling solo nel riepilogo oppure consigli di rivedere anche il racconto delle proprie posizioni lavorative e dei progetti in quest’ottica?
Come ho già detto, anche le esperienze professionali dovrebbe essere tradotta in chiave narrativa. Sul CV bastava elencare le mansioni, su Linkedin possiamo raccontare quale valore abbiamo portato in ogni esperienza e quali lezioni abbiamo appreso che possano tradursi in nuovo valore oggi.
Un’altra sezione molto importante è quella dei progetti, spesso viene sottovalutata. In questa sezione possiamo veramente emergere come l’alleato ideale, raccontando di quella volta in cui abbiamo risolto un problema o l’abbiamo evitato, trovando una soluzione o contribuendo alla creazione di qualcosa di nuovo.
In realtà, se ci pensiamo bene, anche i post che condividiamo raccontano qualcosa di noi. Ciò che consigliamo, ma soprattutto ciò che condividiamo e postiamo racconta qualcosa di noi, di ciò che siamo, del nostro atteggiamento mentale.
Qual è il miglior esempio di uso dello storytelling applicato a LinkedIn che conosci?
Mi piacerebbe tanto risponderti: il mio 🙂 Ma, si sa, il calzolaio ha spesso le scarpe rotte. Ci sono ancora molte aree in cui dovrei migliorare il mio profilo. È uno dei buoni propositi per il 2018 e spero non faccia la fine della palestra e della maggior parte dei buoni propositi per l’anno nuovo 😉
Qui ti segnalo due profili che sono stati impostati nell’ottica che ho detto prima. Sono quelli di Francesca Tortorella (www.linkedin.com/in/francescatortorella) e di Emanuele Davenia (www.linkedin.com/in/emanuele-davenia).
In chiusura vi invito a guardare questa sua intervista sul tema del lavoro, dove spiega tra le altre cose che ognuno di noi dovrebbe concepirsi come un’azienda, la “IO SpA”, e dove racconta la genesi della fan page “Il lavoro che sogno“:
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All’evento di lancio della mia società Four S.r.l. ho raccontato che esistono tre modi infallibili per… far fallire il proprio profilo LinkedIn. Il terzo è non far emergere la tua bravura, l’autorevolezza, chiedendo delle segnalazioni. Gli altri due potete scoprirli vedendo il video:
Aggiungo altra carne al fuoco. I motivi per cui dovresti chiedere le segnalazioni, che in inglese si chiamano Recommendations (un tempo LinkedIn le chiamava “raccomandazioni” ma ha ben presto capito che in Italia la parola è devastante) sono addirittura cinque, secondo me.
- Il primo motivo l’ho già svelato, ma per i latini ripetere giova. Nell’era di Tripadvisor e Amazon, dove i clienti scelgono prodotti e servizi basandosi sulle recensioni dei pari (in ambito accademico si parla di “peer review”), parte del marketing delle aziende si basa ora sulla ricerca delle testimonianze. Deve essere così anche per i professionisti, che possono far leva sull’effetto psicologico del rinforzo sociale; noi umani in realtà siamo delle bestie, chi-più-chi-meno: scherzi a parte, siamo animali sociali e come tali preferiamo seguire il branco, la massa.
- Sempre in termini di personal branding, mi rifaccio all’ultimo libro di Robert Cialdini (mio guru, ho inserito il suo “Le armi delle persuasione” tra i dieci libri che mi hanno cambiato la vita). In “Presuasione”, del 2017, Cialdini spiega che per assicurarsi i vantaggi dell’attenzione canalizzata, la chiave è mantenere fisso il centro focale: basta coinvolgere le persone nella valutazione di un’azienda per indurle ad apprezzarla di più. Una tattica sempre più impiegata da vari operatori è infatti quella di chiedere un giudizio sui loro prodotti e servizi; ma solo su questi, mai citando la concorrenza. Ecco il perché di richieste apparentemente mirate solo a raccogliere dei dati per migliorare il servizio clienti; in realtà l’attività permette di concentrare l’attenzione sugli aspetti più favorevoli dei prodotti e servizi, a spese dei competitor. Capito l’antifona?
- Tutti noi stiamo sul mercato perché risolviamo un problema, altrimenti non si capisce perché qualcuno dovrebbe darci i suoi sghei, che dalle mie parti si chiamano dané. In pratica possiamo trasformare la testimonianza in un “case study” (meglio non usare l’espressione “case history”, che nel mondo anglosassone fa riferimento alle anamnesi) per dimostrare non solo che siamo bravi a risolvere i problemi, ma quali sono e come li affrontiamo. Per questo ci sono anche i progetti, in una sezione LinkedIn a sé, ma ti rimando al punto 1 per sottolineare il fatto che se sono altri a dire che siamo bravi, probabilmente siamo bravi davvero.
- Chiedere e dare segnalazioni è un ottimo modo per coltivare le relazioni. Visto che parliamo di social (ricordo che LinkedIn è un social media, strumento per pubblicare contenuti, ma è soprattutto un social network, un rete sociale) è d’obbligo coltivare al meglio i rapporti con i collegamenti, anche con quelli già acquisiti. La cosiddetta nurturing andrebbe alimentata con i contenuti, ma anche i contatti diretti non guastano, anzi.
- Conosci te stesso: l’iscrizione che si trovava sul tempio di Apollo è valida ancora oggi. Ma per conoscere noi stessi non basta solo un percorso introspettivo, dipendiamo dai feedback altrui. Se chiediamo a qualcuno di parlare di noi, questo potrebbe sorprenderci. Personalmente mi è capito di rimanere di sasso di fronte a quanto hanno scritto i miei segnalatori. Una volta, in particolare, mi è caduta la mascella. La responsabile marketing di una azienda con la quale lavoro da tempo ha scritto: “Gianluigi è una di quelle rare persone in grado far accadere le cose”. Insomma: il quinto motivo per cui dovresti chiedere una segnalazione è che hai già l’epitaffio pronto.
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