The AI Lounge Club è un progetto di formazione e confronto tra manager e professionisti delle PMI, con sede a Concorezzo. Il mio coinvolgimento riguarda la guida scientifica e formativa del club, con particolare attenzione all’uso dell’intelligenza artificiale per organizzare la conoscenza e lavorare meglio.

Ne ha parlato Concorezzo.org nell’articolo “A Concorezzo il club per sfruttare al meglio l’AI”, firmato MC e pubblicato il 10 settembre 2026. Ringrazio la testata per aver raccontato un’iniziativa che porta sul territorio un tema al quale tengo: imparare a usare l’AI partendo dalle esigenze delle persone.

The AI Lounge Club: qual è il mio ruolo

Il pezzo di Concorezzo.org mi presenta come partner scientifico e di formazione. Ricorda inoltre l’open day del 27 giugno, durante il quale ho tenuto l’intervento “Il Second Brain del manager e dell’azienda”, dedicato all’organizzazione delle informazioni e al supporto ai processi decisionali.

Il sito ufficiale di The AI Lounge Club descrive oggi il mio compito come guida della parte scientifica e formativa. Il progetto è di Gianluigi Bonanomi e Giovanni Cotta. Il principio dichiarato è Human First, AI Second: le persone vengono prima degli strumenti.

Per me questo significa partire da una domanda concreta: quale attività vogliamo migliorare? Solo dopo ha senso scegliere il chatbot, costruire il prompt e valutare il risultato. Collezionare abbonamenti, da solo, non è un piano di trasformazione digitale.

Perché un club per imparare l’AI a Concorezzo

The AI Lounge Club propone il peer learning, cioè l’apprendimento tra pari. Manager e professionisti lavorano su casi concreti e si confrontano sulle rispettive esigenze. La sede è l’Agriturismo La Camilla a Concorezzo, una struttura immersa nel verde che ospita anche eventi aziendali.

Mi interessa soprattutto la possibilità di far emergere domande diverse intorno allo stesso tavolo. Chi si occupa di marketing può ragionare sulla coerenza dei contenuti; chi gestisce un gruppo di lavoro sulle procedure; un libero professionista sul recupero delle informazioni. Sono possibili punti di partenza, da scegliere in base al lavoro reale dei partecipanti.

Il confronto, però, va guidato. Un esperimento riuscito in uno studio non diventa automaticamente una soluzione per qualsiasi impresa. Bisogna capire quali documenti sono disponibili, chi li aggiorna e come verificare che la risposta sia utile.

Il Second Brain del manager e dell’azienda

Il tema del mio intervento di giugno resta centrale: come rendere utilizzabile la conoscenza che abbiamo già? Appunti, documenti e procedure hanno valore quando riusciamo a ritrovarli e collegarli a una domanda di lavoro.

La pagina ufficiale dedicata a RAG e Second Brain distingue due prospettive: organizzare la conoscenza personale del professionista e usare documenti aziendali come base per le risposte dell’AI. La RAG è una tecnica che integra il recupero di informazioni da fonti selezionate nella generazione della risposta. Il secondo cervello è invece un metodo più ampio di organizzazione della conoscenza.

Il mio consiglio è partire da un insieme piccolo e curato di materiali. Prima si chiarisce che cosa deve contenere l’archivio, poi si costruisce il modo di interrogarlo. Se nessuno sa quale procedura sia aggiornata, chiedere all’AI di leggerle tutte non risolve il problema organizzativo.

È un filo conduttore che ritrovi anche nel mio racconto della formazione per Officina del Talento, su ChatGPT come assistente e secondo cervello: dare contesto, formulare richieste efficaci e controllare ciò che si ottiene.

Un esercizio da cui partire

Ecco una mia proposta per chi vuole avvicinarsi al tema, non il resoconto di un’attività svolta all’open day:

  1. Scegli una domanda ricorrente del tuo lavoro, per esempio come preparare un incontro con un cliente.
  2. Seleziona pochi documenti pertinenti, aggiornati e adatti allo strumento che utilizzi.
  3. Chiedi una risposta con riferimenti alle fonti, facendo segnalare ciò che manca.
  4. Confronta il risultato con i documenti e annota errori, omissioni e passaggi utili.
  5. Decidi se ripetere il processo, modificarlo o abbandonarlo.

Il risultato da cercare è una procedura che sappiamo valutare. Un testo elegante è piacevole; una risposta verificata serve al lavoro.

Il prossimo open day di The AI Lounge Club

Al momento della pubblicazione, il sito del club annuncia il prossimo open day per il 17 ottobre 2026 alle 11:00, a La Camilla, Concorezzo (MB). L’ingresso è gratuito su prenotazione. Sono previsti presentazione del club e dei percorsi, esempi di AI in azienda, un momento interattivo sul metodo e aperitivo con networking.

Chi cerca formazione sull’intelligenza artificiale per manager e professionisti in Brianza può usarlo per conoscere il progetto e fare domande. Per iscrizioni e aggiornamenti sul programma, il riferimento è la pagina ufficiale dell’evento.

Domande frequenti

A chi si rivolge The AI Lounge Club?

Il club si rivolge a manager e professionisti delle PMI interessati a portare l’intelligenza artificiale nel lavoro quotidiano attraverso applicazioni pratiche e confronto tra pari.

Servono competenze di programmazione?

Secondo le indicazioni del club, non è necessario saper programmare. Il percorso è pensato per un pubblico professionale che vuole capire come applicare gli strumenti al proprio contesto.

Che cosa fa l’AI Facilitator?

Nel modello del club, l’AI Facilitator accompagna le attività pratiche e facilita il confronto tra i partecipanti. Aiuta il gruppo a imparare lavorando insieme sui problemi.

Informazioni su ruolo, format e appuntamenti verificate il 12 settembre 2026. La copertina è un’illustrazione generata con AI.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

Mandami un WhatsApp al 339.6325418 per organizzare un corso o una conferenza sull’A.I. generativa.

Inviaci email

L’11 e il 12 settembre 2026 ho portato l’intelligenza artificiale generativa a Officina del Talento 360, il progetto dell’Istituto di Psicologia del Benessere. Il mio modulo, “Prompt leadership: introduzione all’intelligenza artificiale generativa”, è dedicato a una domanda molto concreta: come usare ChatGPT per lavorare meglio, costruire un assistente personale e organizzare un secondo cervello digitale?

Il filo conduttore delle due giornate è questo: imparare a fare richieste efficaci all’AI, darle il contesto necessario e mantenere il controllo sui risultati. Perché avere un chatbot a disposizione è facile. Capire che cosa affidargli, come guidarlo e quando correggerlo richiede un po’ più di allenamento.

Gianluigi Bonanomi presenta Il talento con l’AI durante Officina del Talento 360

Il mio intervento su ChatGPT e intelligenza artificiale a Officina del Talento 360.

Che cos’è Officina del Talento 360

Officina del Talento 360 è un percorso multi-aziendale di crescita personale e manageriale. La proposta integra formazione esperienziale, coaching e mentoring, con tappe in aziende e luoghi diversi. Al centro ci sono leadership, comunicazione, benessere e capacità di affrontare il cambiamento.

Nel programma dell’edizione a cui partecipo, le aree di lavoro comprendono benessere personale, comunicazione, leadership del futuro e longevità. Si passa dalla conoscenza di sé alla gestione delle energie, dalla fiducia nelle relazioni all’intelligenza conversazionale, fino al cambiamento e alla sostenibilità personale e professionale. Il modulo sull’AI si inserisce nella parte dedicata alla leadership del futuro.

È una collocazione che condivido. Quando un manager usa l’AI, deve ragionare anche su come formula un incarico, su quali informazioni mette a disposizione e su quali responsabilità conserva. Sono domande che riguardano la leadership prima ancora del software.

Gli aggiornamenti di Officina del Talento si possono seguire anche sulla pagina LinkedIn dell’Istituto di Psicologia del Benessere, che racconta le tappe e le attività del progetto.

Con Leonardo Milani, Michela Nestori e Roberto Guidarelli

Gianluigi Bonanomi con Michela Nestori, Leonardo Milani e Roberto Guidarelli a Officina del Talento 360

Con Michela Nestori, Leonardo Milani e Roberto Guidarelli durante Officina del Talento 360.

Nella foto sono insieme a Leonardo Milani, Michela Nestori e Roberto Guidarelli. Milani è psicologo e direttore dell’Istituto di Psicologia del Benessere; Nestori è co-fondatrice dell’Istituto, emotional coach e formatrice; Guidarelli è presentato nel team dei docenti di Officina del Talento come Chief Operating Officer, HR Manager e specialista nella gestione di progetti complessi.

Grazie a loro per avermi coinvolto in un progetto che mette in relazione competenze tecnologiche e sviluppo delle persone. La collaborazione con l’Istituto comprende anche la formazione sull’AI: sul sito è possibile consultare la proposta “Il Manager del Futuro nell’Era dell’AI Online”, un percorso distinto dal modulo in presenza raccontato qui.

Il programma: 12 ore di laboratorio sull’intelligenza artificiale

Il modulo è progettato in due giornate da sei ore, ciascuna divisa in due sessioni. L’impostazione è laboratoriale: computer aperti, esercizi, documenti e richieste da costruire. L’obiettivo è collegare gli strumenti alle attività decisionali, creative e operative del lavoro manageriale.

Prima giornata: capire l’AI e usarla nel lavoro

La prima parte del programma affronta le differenze tra predizione, generazione e automazione. Introduce inoltre il funzionamento dei modelli linguistici, con riferimenti a ChatGPT, Claude e Gemini. Il passaggio alla pratica prevede la costruzione di una presentazione manageriale e una riflessione sul contributo umano nella produzione assistita.

Il pomeriggio è dedicato all’analisi dei documenti, con l’introduzione all’approccio RAG, cioè alla generazione supportata dal recupero di informazioni da fonti. Nel programma sono previsti un esercizio su un documento aziendale con NotebookLM, la creazione di immagini per progetti e storytelling e una prima riflessione guidata nel diario digitale.

Formazione AI a Officina del Talento: Gianluigi Bonanomi in aula con i partecipanti

Un momento della formazione, con i partecipanti al lavoro sui propri computer.

Seconda giornata: assistenti personali e prompt efficaci

La seconda giornata mette al centro l’AI come collega virtuale: agenti, creazione assistita di documenti e costruzione di un assistente personale con i GPTs. Il programma comprende anche una dimostrazione con Genspark e il confronto su etica, bias, delega e controllo, attraverso il role-play “Delego o decido io?”.

La sessione finale approfondisce il prompt engineering: dalle richieste di base alle strategie più articolate, fino a un esercizio di progettazione assistita nel diario digitale. Chiudono il modulo il debriefing e le domande dei partecipanti. Per ritrovare gli strumenti e continuare a sperimentare, sul mio sito raccolgo le risorse dei miei corsi su ChatGPT e sull’AI generativa.

ChatGPT come assistente personale: partire da un compito preciso

Nel mio intervento ho parlato di come usare ChatGPT come assistente personale. Il punto di partenza è scegliere un’attività riconoscibile: preparare una riunione, riordinare appunti, costruire una bozza o confrontare alternative.

Il criterio che propongo è semplice: definire l’incarico prima di aprire la chat. Quale risultato mi serve? Su quali materiali deve lavorare l’assistente? Quali vincoli deve rispettare? Come controllerò la risposta?

Ecco un esempio di richiesta, utile per mettere in pratica questo approccio:

Aiutami a preparare una riunione di allineamento di 30 minuti. Ti fornisco gli appunti del progetto. Ricava un ordine del giorno con le decisioni da prendere e i punti ancora aperti. Distingui ciò che è scritto negli appunti dalle tue proposte. Non inventare scadenze o responsabili. Se manca un’informazione indispensabile, chiedimela.

La differenza sta nella qualità dell’incarico. “Organizzami il lavoro” lascia aperte troppe interpretazioni. Specificare materiali, obiettivo e limiti permette di valutare con maggiore chiarezza se la risposta è utilizzabile.

Il secondo cervello digitale: dare ordine a ciò che sappiamo

L’altro tema centrale è stato ChatGPT come secondo cervello. Uso questa espressione per indicare un metodo di lavoro: raccogliere materiali, organizzarli e interrogarli per recuperare informazioni e sviluppare idee. La parola “cervello” è una metafora: non significa che il sistema comprenda la nostra esperienza o ricordi ogni cosa senza errori.

Un secondo cervello utile parte dalla cura dei contenuti. Appunti disordinati, documenti superati e istruzioni contraddittorie non diventano una buona base di conoscenza solo perché li carichiamo in un chatbot. Conviene invece scegliere le fonti, indicarne la versione e stabilire come aggiornare ciò che cambia.

Per un manager, propongo tre possibili punti di partenza:

  • Un dossier di progetto: obiettivi, documenti aggiornati, decisioni e questioni ancora da risolvere.
  • Un archivio di comunicazione: esempi di testi, destinatari, tono desiderato e criteri di revisione.
  • Un diario di apprendimento: osservazioni, domande e azioni da riprendere dopo la formazione.

Nel lavoro preparatorio con l’Istituto abbiamo affrontato anche il diario digitale e un assistente virtuale per orientarsi nel percorso. Sono applicazioni coerenti con questa idea: dare continuità alla formazione e rendere consultabili le informazioni quando servono.

Prompt efficaci: una competenza di comunicazione e di delega

Ho insistito molto sul prompt engineering, cioè sulla capacità di formulare e migliorare le istruzioni date all’AI. Preferisco insegnarlo attraverso problemi concreti: chiarire l’obiettivo, fornire il contesto, indicare il formato e verificare il risultato.

Una buona abitudine è chiedere al chatbot di separare i fatti dalle ipotesi. Un’altra è fargli individuare le informazioni mancanti. Una terza è sottoporre la prima risposta a una revisione, invece di considerarla automaticamente conclusiva.

Per esempio:

Rileggi la proposta che hai appena elaborato. Individua le ipotesi che non sono sostenute dai documenti, segnala le informazioni mancanti e formula tre domande che dovrei chiarire prima di decidere.

Questo tipo di richiesta porta l’attenzione sul ragionamento e sulla verifica. Il rischio, altrimenti, è confondere una risposta ben scritta con una risposta ben fondata. La prosa impeccabile è piacevole. Non è una certificazione di qualità.

Che cosa dice la ricerca su AI, produttività e secondo cervello

Per approfondire i temi del laboratorio, vale la pena affiancare agli esempi cinque riferimenti scientifici. Questi lavori aiutano a inquadrare opportunità e rischi: non sono una valutazione del nostro corso e non dimostrano, da soli, l’efficacia di un “secondo cervello” costruito con ChatGPT.

1. Scrittura professionale: i benefici osservati in un esperimento

Shakked Noy e Whitney Zhang, in Experimental evidence on the productivity effects of generative artificial intelligence (Science, 2023), hanno coinvolto 453 professionisti laureati in compiti di scrittura. Nel gruppo con accesso a ChatGPT, il tempo medio è diminuito del 40% e la qualità è aumentata del 18%. Sono risultati relativi a quelle attività sperimentali, non una promessa di risparmio su qualsiasi lavoro. Il collegamento con il workshop è concreto: scegliere un compito, provare lo strumento e valutare il risultato.

2. La frontiera irregolare: capire dove l’AI aiuta

Fabrizio Dell’Acqua e colleghi, in Navigating the Jagged Technological Frontier (paper avviato nel 2023, versione aggiornata su SSRN), studiano attività realistiche di consulenza manageriale. Il punto centrale è che l’assistenza dell’AI può migliorare alcuni compiti e peggiorarne altri, anche quando sembrano avere difficoltà simili. La mia lettura operativa è questa: prima di delegare, serve capire quale parte del lavoro il sistema sa affrontare e dove dobbiamo verificare con maggiore attenzione.

3. Delega cognitiva: il riferimento per parlare di secondo cervello

Evan F. Risko e Sam J. Gilbert, nella rassegna Cognitive Offloading (Trends in Cognitive Sciences, 2016), analizzano come ricorriamo ad azioni e supporti esterni per ridurre le richieste cognitive di un compito. Lo studio precede ChatGPT e non ne valuta gli effetti. Offre però una cornice per ragionare su appunti, promemoria e archivi: decidere che cosa affidare all’esterno dipende anche da quanto sappiamo valutare le nostre capacità.

4. Fiducia nell’AI e pensiero critico: attenzione a ciò che misuriamo

Hao-Ping Lee e colleghi, in The Impact of Generative AI on Critical Thinking (CHI 2025), hanno raccolto le risposte di 319 lavoratori della conoscenza. Una maggiore fiducia nell’AI risulta associata a un minore ricorso dichiarato al pensiero critico. Si tratta di un’indagine basata su autovalutazioni, non della prova che ChatGPT causi un declino cognitivo. Per la formazione, ne ricavo un motivo in più per allenare verifica delle fonti, revisione e responsabilità sul risultato.

5. Prompt engineering: un repertorio di tecniche da sperimentare

The Prompt Report: A Systematic Survey of Prompt Engineering Techniques, di Sander Schulhoff e colleghi (preprint arXiv del 2024, aggiornato nel 2025), organizza la letteratura sul prompting e propone una tassonomia di 58 tecniche per i modelli linguistici. È una rassegna utile per dare struttura alla sperimentazione, non una ricetta universale. Nel lavoro quotidiano suggerisco di confrontare richieste diverse sullo stesso compito, controllando quali producono risposte più pertinenti e verificabili.

AI, leadership e benessere: che cosa farne del tempo recuperato?

Il contesto di Officina del Talento invita infine a una domanda che mi interessa molto: quale uso vogliamo fare dell’aiuto dell’AI? La mia proposta è dedicare più attenzione alle decisioni, alle relazioni e ai compiti che richiedono giudizio. Ho sviluppato questo ragionamento anche nell’articolo su AI e fatica mentale.

Per me, formare un manager all’intelligenza artificiale significa anche allenarlo a riconoscere i limiti della delega. L’assistente può essere parte del processo; obiettivi, criteri e responsabilità devono restare chiari. È il senso del lavoro portato in queste due giornate: usare meglio gli strumenti per esercitare meglio il proprio ruolo.

Per conoscere il progetto e richiedere informazioni sulle prossime edizioni, il riferimento è l’Istituto di Psicologia del Benessere.

Scrivimi per organizzare un evento o un corso sull’intelligenza artificiale generativa

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L’intelligenza artificiale per neurologi comprende strumenti per analizzare immagini, preparare documenti, comunicare con i pazienti e orientarsi nella letteratura scientifica. Il 10 settembre 2026 ne ho parlato a Cagliari nel Digital Neuro Hub, il progetto di Società Italiana di Neurologia (SIN) e Biogen Italia dedicato alle competenze digitali. Qui racconto il corso e dieci applicazioni concrete, con utilità e limiti.

L’appuntamento era all’UNAHOTELS T Hotel di Cagliari, nella sessione Digital Neuro Hub – Riunioni Regionali della Riunione Regionale SIN Sardegna del 10 e 11 settembre. Il mio intervento in programma si intitolava “AI – I Basics”. Tradotto: mettere ordine tra strumenti, promesse ed esempi prima di chiedere a una macchina di darci una mano.

Ho portato esempi che attraversano il lavoro del neurologo: immagini diagnostiche, documentazione, comunicazione con i pazienti, aggiornamento scientifico e attività amministrative. Il filo conduttore era molto concreto: capire quali compiti possiamo affidare a questi strumenti, quali controlli servono e dove vogliamo reinvestire il tempo eventualmente recuperato.

Gianluigi Bonanomi durante il corso di intelligenza artificiale per neurologi del Digital Neuro Hub a Cagliari
Il mio intervento “AI – I Basics” al Digital Neuro Hub di Cagliari, 10 settembre 2026.

Che cos’è Digital Neuro Hub, il progetto di SIN e Biogen

Digital Neuro Hub nasce dalla collaborazione tra Società Italiana di Neurologia (SIN) e Biogen Italia. Come spiega la presentazione ufficiale della SIN, il progetto accompagna i neurologi nello sviluppo di competenze su salute digitale, telemedicina e intelligenza artificiale.

La terza edizione nazionale si è svolta dall’11 al 14 giugno 2026 a Cascina Erbatici, a Mezzana Bigli, in provincia di Pavia. Il programma comprendeva lezioni e laboratori, fino a un NeuroHackathon dedicato a problemi della neurologia. Nel comunicato ufficiale del progetto la certificazione di “Neurologo Digitale” è collegata al superamento di tre prove d’esame.

È un percorso al quale contribuisco da più edizioni. A giugno avevo già raccontato sul sito alcuni esempi di intelligenza artificiale generativa per neurologi, dalla spiegazione di un documento clinico alla preparazione di materiali formativi. La tappa di Cagliari prosegue questo lavoro, portandolo nel contesto delle riunioni regionali.

Il corso Digital Neuro Hub regionale: durata, CEPAS ed ECM

Il programma Digital Neuro Hub della Sardegna descrive un percorso di 12 ore, articolato in tre momenti consecutivi:

Attività Durata
Incontro in presenza nella Riunione Regionale SIN 4 ore
Formazione a distanza asincrona 7 ore
Webinar conclusivo in diretta 1 ora
Totale del percorso 12 ore

Il corso regionale è qualificato CEPAS. Il rilascio dell’attestato richiede la verifica della partecipazione, la tracciabilità delle attività a distanza e il superamento del test finale. Il programma lo indica espressamente come attività formativa non ECM: questa caratteristica va distinta dall’accreditamento del congresso regionale nel quale si inserisce.

Trovo sensata questa continuità tra incontro, approfondimento individuale e confronto conclusivo. Durante una relazione si può mostrare un’applicazione e farne capire il senso. Per inserirla nel proprio lavoro occorre poi provarla, riconoscere gli errori e capire se il beneficio supera il tempo necessario a controllarla.

Il programma del corso SIN a Cagliari del 10 settembre 2026

L’agenda del 10 settembre prevedeva l’apertura con Mario Zappia ed Eleonora Cocco. Seguivano la sintesi della survey SIN sulle competenze digitali e sull’adozione degli strumenti di salute digitale, affidata a Giovanni Colacicco, e il suo intervento sulle basi della telemedicina. Florinda Coro era incaricata della classificazione delle Digital Health Technologies.

Due contributi collegavano questi temi a esperienze della regione. Mauro Sanna figurava in programma con il telemonitoraggio dei pazienti con sclerosi laterale amiotrofica, presentato come modello di continuità assistenziale. Daniele Carmagnini affrontava invece le progettualità innovative e l’intelligenza artificiale nella gestione dei dati e dei pazienti con sclerosi multipla.

Il mio spazio, dalle 16.10 alle 16.50, era dedicato alle basi dell’AI. Il programma si chiudeva con le domande e risposte moderate da Giovanni Colacicco. Questa combinazione tra introduzioni e progetti locali dà una direzione alla formazione: permette di collegare il funzionamento degli strumenti ai problemi che i professionisti incontrano nelle strutture in cui lavorano.

Agenda del Digital Neuro Hub Sardegna a Cagliari del 10 settembre 2026, con l’intervento AI - I Basics di Gianluigi Bonanomi alle 16.10
Il programma ufficiale della sessione Digital Neuro Hub Sardegna. Clicca sull’immagine per leggere il PDF completo.
Gianluigi Bonanomi al leggio durante la Riunione Regionale SIN Sardegna all’UNAHOTELS T Hotel di Cagliari
A Cagliari per la sessione Digital Neuro Hub della Riunione Regionale SIN Sardegna.

AI in neurologia: capire gli strumenti prima di usarli

Parlare di intelligenza artificiale davanti a chi studia il cervello è un buon esercizio di precisione. “Intelligenza” è una parola impegnativa; usarla per una macchina richiede almeno qualche spiegazione.

Nelle slide sono partito dal rapporto tra AI e professioni, per arrivare agli strumenti che usiamo nella vita quotidiana e al passaggio dai chatbot agli agenti. C’era anche una delle mie provocazioni: “Gli umani si dividono in due categorie: quelli che usano l’intelligenza artificiale e quelli che usano l’intelligenza artificiale e non lo sanno.”

Da qui il passaggio agli esempi professionali. L’AI comprende tecnologie differenti: alcuni sistemi analizzano immagini e misurano strutture, altri generano testi, altri ancora eseguono sequenze di attività usando applicazioni e documenti. Capire quale funzione stiamo chiedendo alla macchina aiuta a valutarne il risultato. Una risposta ben scritta e una misurazione su un esame richiedono verifiche diverse.

Ho incluso anche il tema delle allucinazioni: risposte plausibili che contengono informazioni false. È un limite che riguarda direttamente la qualità del lavoro, soprattutto quando un testo prodotto dall’AI viene usato per informare qualcuno o preparare una decisione. L’Organizzazione mondiale della sanità, nelle indicazioni sui modelli generativi in sanità, richiama sia il rischio di informazioni inesatte sia quello di fidarsi eccessivamente dell’automazione.

Dieci applicazioni di intelligenza artificiale per neurologi

La parte applicativa della presentazione raccoglieva strumenti molto diversi. Li riordino qui in dieci ambiti, mantenendo insieme il compito e il criterio con cui valutare l’aiuto della tecnologia. I nomi citati servono a rendere concreti gli esempi; l’adozione in una struttura sanitaria richiede una valutazione del singolo prodotto, della sua destinazione d’uso e delle condizioni di impiego.

1 Neuroimaging e analisi quantitativa delle immagini

Nelle slide comparivano Brainlab, con un riferimento al lavoro neurochirurgico, e icometrix, per l’analisi quantitativa delle risonanze cerebrali. Il produttore descrive le soluzioni icobrain come strumenti per confrontare e quantificare strutture e lesioni nel tempo, anche nei percorsi dedicati a sclerosi multipla e demenze.

L’esempio aiuta a capire un uso dell’AI molto specifico: produrre misure che il professionista possa esaminare insieme alle immagini e alle altre informazioni cliniche. Il valore di una misurazione dipende dalla sua affidabilità e dal modo in cui viene interpretata.

2 Supporto ai percorsi per le urgenze neurovascolari

Un altro esempio era Viz.ai, citato in relazione al triage dell’ictus. La piattaforma del produttore comprende strumenti per l’analisi di immagini e il coordinamento dei professionisti nei percorsi neurovascolari.

Qui il tema è organizzativo oltre che tecnologico: come far arrivare un’informazione rilevante alle persone che devono valutarla. È una prospettiva utile per parlare di AI in sanità, perché collega il software a un processo assistenziale preciso. I risultati effettivi vanno valutati nel contesto in cui quel processo viene realizzato.

3 Preparare la documentazione clinica

Per la documentazione ho citato Microsoft Dragon Copilot. Nella descrizione ufficiale di Microsoft, l’assistente supporta la produzione di note cliniche a partire dalle conversazioni e altre attività legate alla documentazione.

È un esempio di come l’AI possa intervenire sul lavoro di trascrizione e organizzazione. La bozza non diventa un documento affidabile per il solo fatto di essere ben impaginata. Deve essere riletta: una negazione persa, un nome di farmaco trascritto male o un’informazione attribuita alla persona sbagliata cambiano il significato del testo. La revisione è parte del lavoro da considerare quando si valuta il tempo risparmiato.

4 Comunicare con pazienti e colleghi

Uno degli esempi più immediati riguardava la trasformazione del linguaggio. Una slide proponeva questa richiesta:

Trasforma questo referto in una spiegazione chiara che io, neurologo, possa dare a un paziente di 70 anni, senza omettere informazioni clinicamente rilevanti e senza aggiungere interpretazioni non supportate dal documento.

La slide successiva cambiava destinatario: una lettera per il medico di medicina generale, con linguaggio tecnico ma chiaro. Lo stesso documento può richiedere forme diverse a seconda di chi lo leggerà. La richiesta deve specificare pubblico, obiettivo e limiti; il medico verifica che la riscrittura conservi il significato. Per esercitarsi si possono usare documenti sintetici, costruiti appositamente per la formazione.

5 Osservare il movimento e seguire la riabilitazione

Nella parte sulla neuro-riabilitazione compariva Exer AI. La piattaforma descrive sistemi di valutazione del movimento utilizzabili attraverso dispositivi come smartphone, tablet e webcam, anche in contesti di assistenza a distanza.

Il punto dell’esempio è la possibilità di raccogliere informazioni sul movimento e seguire le variazioni nel tempo. Per un professionista, la domanda utile è quali parametri vengano misurati e con quale attendibilità nella specifica situazione. La presenza dell’etichetta “AI” da sola dice poco su ciò che una misura permette di concludere.

6 Orientarsi nella letteratura scientifica

Per l’aggiornamento scientifico ho mostrato Consensus, che si presenta come uno strumento di AI per la ricerca scientifica. Nelle slide l’esempio riguardava la ricerca di pubblicazioni sulla gestione della malattia di Parkinson.

Un impiego concreto è preparare una prima ricognizione, da verificare poi negli articoli originali. Conviene chiedere di distinguere obiettivo dello studio, popolazione, metodo, risultati e limiti. Se manca un’informazione, quella casella deve restare vuota. Un riassunto elegante può diventare fuorviante quando mette sullo stesso piano evidenze di natura diversa. La bibliografia va letta: non basta che abbia un bell’aspetto.

7 Organizzare pratiche e documenti amministrativi

Le slide richiamavano anche la burocrazia: documenti relativi a piani terapeutici, idoneità alla guida e legge 104. Il supporto che mi interessa esplorare riguarda la preparazione materiale del lavoro: ordinare informazioni già disponibili, predisporre una struttura, segnalare i campi mancanti.

Le valutazioni cliniche, i requisiti normativi e le attestazioni restano in capo ai professionisti competenti. Separare queste attività permette di individuare compiti circoscritti sui quali sperimentare l’AI, senza attribuirle una capacità di decisione che non abbiamo verificato.

8 Leggere contratti e convenzioni

Il lavoro del medico comprende anche accordi professionali, collaborazioni e convenzioni con strutture private. Nella presentazione avevo inserito un esempio di analisi documentale con NotebookLM e una richiesta per individuare formulazioni poco chiare, clausole sfavorevoli e possibili rischi.

L’uso utile è prepararsi a un confronto informato: chiedere di indicare il passaggio del contratto da cui nasce ciascuna osservazione e formulare le domande da sottoporre a un legale. Anche in questo caso conta poter tornare al documento originale per controllare che cosa dice davvero.

9 Riordinare ricevute e rendicontazioni

Un esempio decisamente meno futuristico riguardava scontrini e note spese. Nelle slide c’erano fotografie di ricevute e una loro elaborazione in un riepilogo. È un’attività che permette di vedere subito sia l’utilità sia i limiti dell’estrazione automatica.

Si può chiedere una tabella con data, esercente, causale e importo, facendo segnalare le parti illeggibili. Poi si confrontano le righe con i giustificativi e si controllano i totali con un foglio di calcolo. Quando una cifra è illeggibile, l’AI deve segnalarlo. La fantasia nelle note spese è una funzione della quale possiamo fare a meno.

10 Gestire email e riunioni

La parte finale comprendeva email, Gemini in Gmail, riunioni di reparto e consulti multidisciplinari, con esempi di strumenti come MeetGeek e Plaud. Il compito illustrato era raccogliere e organizzare le informazioni: preparare una bozza di risposta o trasformare una trascrizione in un verbale da rivedere.

Un buon verbale separa ciò che è stato deciso dalle ipotesi ancora aperte. Se l’AI trasforma una proposta in una decisione, il testo è ordinato ma il lavoro è sbagliato. Quando si registrano incontri o si trattano informazioni sanitarie, occorrono inoltre modalità di utilizzo autorizzate e coerenti con la protezione dei dati.

AI in sanità: responsabilità medica, errori e dati dei pazienti

Questi esempi spiegano perché nelle slide ho dedicato spazio anche alla legge 23 settembre 2025, n. 132. L’articolo 7, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, prevede il diritto dell’interessato a essere informato sull’impiego dell’AI e mantiene la decisione medica in capo agli esercenti la professione. Richiede inoltre affidabilità, verifiche periodiche e aggiornamento dei sistemi e dei dati utilizzati in ambito sanitario.

È una cornice da tradurre in comportamenti concreti. Prima di affidare dati a uno strumento occorre chiarire quali informazioni verranno trattate e in quale ambiente; prima di utilizzare il risultato, stabilire chi lo controllerà. Per la formazione, partire da casi sintetici consente di concentrarsi sul metodo senza coinvolgere dati reali dei pazienti.

Per me il criterio di valutazione di un’applicazione comprende anche la possibilità di riconoscere e correggere un errore. Questo vale per una tabella di ricevute come per una bozza destinata a un paziente, pur con conseguenze e responsabilità molto diverse.

Come iniziare a usare l’AI nel lavoro del neurologo

Per passare dalla curiosità a una sperimentazione utile, partirei da un’attività circoscritta. Per esempio, riscrivere un testo informativo o preparare una tabella da una raccolta di documenti didattici. Una sequenza operativa può essere questa:

  1. Scegliere un compito e un risultato verificabile. Una lettera di una pagina, un riepilogo con fonti, una tabella con campi definiti.
  2. Usare dati sintetici per le prove. L’esercitazione deve permettere di imparare senza coinvolgere informazioni reali dei pazienti.
  3. Specificare destinatario, fonti e limiti. Chiedere di segnalare ciò che manca e di evitare aggiunte non supportate.
  4. Controllare il risultato sul documento originale. Valutare sia le omissioni sia le informazioni introdotte dalla macchina.
  5. Misurare il tempo complessivo. Preparazione, generazione, lettura e correzione fanno tutte parte dello stesso lavoro.

Un’applicazione è utile se migliora il processo dopo queste verifiche. Il numero di strumenti aperti nel browser non è un indicatore di competenza digitale.

Domande frequenti sull’intelligenza artificiale per neurologi

Come può usare l’AI un neurologo?

Un neurologo può valutare l’AI per compiti come preparare bozze, adattare il linguaggio di un documento, cercare pubblicazioni e riordinare informazioni. Esistono anche sistemi specialistici per l’analisi delle immagini e altri impieghi clinici. Destinazione d’uso, affidabilità, protezione dei dati e controllo professionale vanno valutati per ciascuno strumento.

Un chatbot generalista può essere usato per decidere una diagnosi?

Una risposta generata da un chatbot generalista non costituisce di per sé una diagnosi clinica validata. Può contenere errori e informazioni inventate. La decisione medica resta affidata al professionista; gli strumenti destinati a usi clinici richiedono una valutazione specifica, diversa da quella di un assistente usato per scrivere una bozza.

Il corso regionale Digital Neuro Hub attribuisce crediti ECM?

Il programma Digital Neuro Hub – Riunioni Regionali Sardegna indica esplicitamente che il percorso è non ECM e qualificato CEPAS. Le dodici ore comprendono quattro ore in presenza, sette di formazione asincrona e un webinar di un’ora. L’accreditamento del congresso SIN che ospita la sessione va distinto da quello del percorso DNH.

Da dove può iniziare un neurologo che vuole formarsi sull’AI?

Un punto di partenza è imparare a distinguere i diversi strumenti, formulare richieste precise e verificare i risultati su casi sintetici. Il Digital Neuro Hub affronta salute digitale, telemedicina e AI con un percorso strutturato. Per progettare una formazione dedicata a un reparto, a una società scientifica o a un gruppo di professionisti, si può partire dalle attività concrete del gruppo.

Il tempo recuperato deve migliorare il lavoro

La domanda che vorrei lasciare da questa esperienza riguarda l’uso del tempo. Se un neurologo impiega meno tempo a predisporre una lettera o a riordinare documenti, che cosa riesce a fare meglio? Può approfondire un articolo, preparare con più cura un confronto tra colleghi, dedicare maggiore attenzione alla spiegazione di un percorso al paziente?

È il tema che ho affrontato anche nell’articolo su AI e fatica mentale. Il beneficio va valutato includendo preparazione, verifiche e correzioni. E il tempo eventualmente liberato deve avere una destinazione, altrimenti rischiamo soltanto di riempirlo con altra documentazione.

Cagliari è la prima delle quattro tappe regionali di settembre alle quali è prevista la mia partecipazione: il calendario prosegue con Ancona il 18 settembre, Varese il 24 e Taranto il 29. Un’occasione per portare questi esempi in contesti diversi e continuare a lavorare sul rapporto tra competenze professionali e strumenti digitali.

Ringrazio la Società Italiana di Neurologia, Biogen e gli organizzatori della tappa sarda per avermi coinvolto. Il contributo che porto in questo progetto è quello della formazione: aiutare a formulare richieste precise, leggere criticamente le risposte e scegliere consapevolmente che cosa delegare.

Per organizzare un corso di intelligenza artificiale per neurologi o altri professionisti della sanità, puoi contattarmi per progettare la formazione. Il lavoro può partire dai documenti e dalle attività del gruppo, con esempi didattici su comunicazione, ricerca e organizzazione.

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Google usa l’AI nell’arte per esplorare collezioni, collegare opere, trasformare fotografie, generare suoni e movimenti e costruire nuove esperienze di visita. Il punto di partenza di questa esplorazione è Google Arts & Culture, dove convivono progetti con musei, artisti e ricercatori. Pensare soltanto al chatbot che disegna significa perdersi buona parte della mostra. Ho selezionato undici esempi dalle pagine ufficiali, verificati il 10 settembre 2026: alcuni impiegano l’AI generativa, altri il machine learning per riconoscere relazioni o controllare un’esperienza. Per ciascuno, la domanda che mi interessa è concreta: che cosa permette di fare a una persona?

Avatar di Gianluigi Bonanomi in un museo: come Google usa l’AI nell’arte
Illustrazione originale generata con AI per questo articolo.

Art Transfer: la fotografia diventa un esercizio di stile

Con Art Transfer una fotografia viene rielaborata prendendo ispirazione da artisti come Van Gogh e Kandinsky. La pagina ufficiale rimanda all’app Google Arts & Culture e al pulsante della fotocamera. Il risultato offre un punto di partenza molto immediato per parlare di linguaggio visivo: come cambiano la percezione del soggetto, l’atmosfera e l’equilibrio dei colori? In un laboratorio proporrei di partire tutti dalla stessa foto di una piazza e confrontare le trasformazioni. Chiederei poi di descrivere tre differenze osservabili, evitando il comodissimo «questa è più bella». L’attività può allenare lo sguardo e il vocabolario. Una trasformazione riuscita, però, non dimostra che abbiamo compreso la poetica dell’artista: per quella bisogna tornare alle opere e al loro contesto.

Immagine ufficiale di Art Transfer, per trasformare fotografie ispirandosi agli artisti
Immagine di presentazione di Art Transfer. Fonte: Google Arts & Culture e partner del progetto.

Art Aura: Gemini cerca connessioni nella collezione del Met

Fra i progetti più recenti c’è Art Aura, presentato il 14 luglio 2026 e realizzato con il Metropolitan Museum of Art di New York. Si esplora la collezione trascinando opere, parole, frasi o stili in un’area di scoperta: Gemini individua collegamenti tematici fra oggetti di diversi dipartimenti. L’esperienza costruisce anche un ritratto delle preferenze artistiche emerse durante l’esplorazione. Qui l’AI serve soprattutto a proporre percorsi dentro un patrimonio esistente. Immagina di cercare rappresentazioni della solitudine oppure relazioni fra natura e città: sono esempi di piste possibili, da verificare nelle opere suggerite. Da formatore, chiederei ai partecipanti di motivare quali connessioni trovano convincenti. L’algoritmo propone l’accostamento; il visitatore può discuterlo. È lì che una raccomandazione diventa un’occasione di apprendimento.

Art Aura, il progetto di Google Arts & Culture e Metropolitan Museum of Art con Gemini
Immagine di presentazione di Art Aura. Fonte: Google Arts & Culture e partner del progetto.

Talking Tours: l’AI racconta ciò che stai guardando

Talking Tours, sviluppato con l’artista Gaël Hugo, collega Street View alla narrazione audio. Secondo la descrizione tecnica di Google, Gemini analizza l’immagine insieme al nome del luogo e alle coordinate geografiche, prepara un testo e lo passa a un modello audio che produce la spiegazione. Il visitatore sceglie un luogo fra quelli disponibili, esplora la vista e attiva il racconto; una funzione propone anche domande collegate alla scena. Mi interessa l’idea di una visita che parte dall’inquadratura scelta dall’utente. Per una biblioteca o un museo sarebbe uno spunto da studiare per progettare percorsi diversi. Userei però le spiegazioni generate come materiale da confrontare con le schede dell’istituzione: la fluidità della voce, da sola, non certifica l’esattezza di una data o di un’attribuzione.

Talking Tours, visite culturali in Street View accompagnate da audio generato con AI
Immagine di presentazione di Talking Tours. Fonte: Google Arts & Culture e partner del progetto.

Moving Paintings: Veo anima i dettagli dei dipinti

Nel progetto Moving Paintings con il Fukuda Art Museum, pubblicato nel settembre 2025, alcuni dettagli di una selezione di dipinti prendono movimento grazie a Veo. C’è una scelta editoriale che merita attenzione: il commento è scritto da Ayako Takemoto, vicedirettrice del museo, mentre Gemini lo trasforma in voce tramite sintesi vocale. La tecnologia interviene quindi in passaggi diversi, con un contributo curatoriale identificabile. Per me è un buon caso da discutere con chi comunica la cultura: l’animazione può invitare a osservare un particolare, purché sia riconoscibile come rielaborazione contemporanea. Non va presentata come un movimento realmente dipinto dall’autore o come un restauro. Proporrei di confrontare l’immagine originale e l’animazione, chiedendo quali dettagli diventano più evidenti e quali interpretazioni vengono aggiunte.

Moving Paintings del Fukuda Art Museum, dettagli di dipinti animati con Veo
Immagine di presentazione di Moving paintings × Fukuda Art Museum. Fonte: Google Arts & Culture e partner del progetto.

Leonardo: il machine learning collega i disegni dei codici

Con Inside A Genius Mind, Google Arts & Culture esplora i codici di Leonardo da Vinci insieme a Martin Kemp, Nexus Studios e Martial Geoffre-Rouland. Il machine learning mette in relazione i disegni e aiuta a costruire percorsi tematici fra pagine e argomenti diversi. La descrizione del progetto cita, per esempio, gli accostamenti fra studi sull’acqua, piante e riccioli di capelli. Qui il valore emerge dall’organizzazione di un archivio: rendere osservabili relazioni che un lettore potrebbe non incontrare sfogliando i volumi in sequenza. È un esempio utile anche per chi lavora con documenti aziendali e materiali formativi. Il suggerimento di una somiglianza deve però aprire una domanda: quale significato ha? La spiegazione storica richiede il lavoro degli studiosi e un confronto con le fonti.

Inside A Genius Mind, esplorazione dei codici e dei disegni di Leonardo da Vinci
Immagine di presentazione di Inside A Genius Mind. Fonte: Google Arts & Culture e partner del progetto.

Blob Opera: quattro creature per capire la musica generativa

Blob Opera, di David Li con Google Arts & Culture, mette a disposizione quattro voci operistiche controllate attraverso creature elastiche. Trascinandole si modificano l’altezza del suono e le vocali, mentre il sistema armonizza le altre voci in tempo reale. Google spiega che il modello è stato addestrato sulle registrazioni di quattro cantanti: ciò che ascoltiamo è la sua sintesi del canto operistico. Bastano pochi gesti per ottenere un risultato musicale, senza saper leggere uno spartito. In aula lo userei per separare tre contributi: i cantanti che hanno fornito il materiale, il modello e la persona che dirige l’esperienza. Il fatto che il cantante abbia l’aspetto di un budino non rende meno interessante la domanda su chi abbia deciso che cosa ascoltiamo.

Le quattro creature vocali di Blob Opera, esperimento musicale di David Li e Google
Immagine di presentazione di Blob Opera. Fonte: Google Arts & Culture e partner del progetto.

Instrument Playground: dal prompt alla materia sonora

Instrument Playground, creato da Simon Doury, permette di generare e manipolare suoni ispirati a strumenti musicali di diverse culture. Nella descrizione ufficiale consultata, Google indica Lyria come modello per produrre un breve campione; si possono specificare uno strumento e un aggettivo che orienti il risultato. Poi l’utente lavora sul materiale sonoro attraverso diverse modalità e un sequencer. L’aspetto didattico è il passaggio dalla richiesta all’intervento: ascoltare, scegliere e modificare rimangono attività significative. Proporrei di confrontare tre campioni ispirati allo stesso strumento con intenzioni emotive differenti. Attenzione alla parola «ispirati»: un suono generato non è una registrazione documentaria e non basta per conoscere come quello strumento venga suonato nella sua tradizione. Per questo lo affiancherei all’ascolto di musicisti reali.

Instrument Playground, strumento Google per generare e comporre con campioni sonori
Immagine di presentazione di Instrument Playground. Fonte: Google Arts & Culture e partner del progetto.

AISOMA: l’AI entra nel processo del coreografo

L’arte comprende anche il corpo. AISOMA nasce dalla collaborazione con il coreografo Wayne McGregor: lo strumento analizza un breve movimento e suggerisce nuove sequenze basate sul suo archivio coreografico. Google documenta una prima collaborazione nel 2019 e una versione aggiornata resa disponibile online nel 2025. Il processo descritto è circolare: il danzatore propone, il sistema restituisce una frase di movimento, il danzatore la reinterpreta. È un modo concreto di usare l’AI come interlocutore creativo. La proposta non chiude il lavoro: provoca una risposta. Trasferirei questo principio anche alla scrittura o alla progettazione, chiedendo al modello una variazione da trasformare ulteriormente. È una domanda che ho affrontato anche parlando del Versificatore di Primo Levi e del lavoro creativo: quali decisioni desideriamo continuare a prendere personalmente?

AISOMA di Wayne McGregor, sperimentazione coreografica con Google AI
Immagine di presentazione di Wayne McGregor’s AISOMA. Fonte: Google Arts & Culture e partner del progetto.

Play a Kandinsky: esplorare i colori attraverso il suono

Play a Kandinsky propone di esplorare Giallo-Rosso-Blu come un’esperienza musicale. Il progetto nasce con il Centre Pompidou e gli artisti sonori Antoine Bertin e NSDOS; Google descrive l’impiego di un modello di machine learning di Magenta, ispirandosi agli scritti del pittore sulle associazioni fra colori, forme e suoni. Il visitatore può ascoltare ed elaborare un proprio mix. È una traduzione progettata a partire da quelle idee, non una registrazione di ciò che Kandinsky sentiva nella propria mente. Mi sembra un caso efficace per discutere la comunicazione multimodale: che cosa succede quando lo stesso contenuto passa dall’immagine all’audio? In aula farei descrivere prima il dipinto senza musica e poi dopo l’ascolto, confrontando le parole e le emozioni scelte.

Play a Kandinsky, esperienza che collega il dipinto Giallo-Rosso-Blu a suoni e musica
Immagine di presentazione di Play a Kandinsky. Fonte: Google Arts & Culture e partner del progetto.

Say What You See: un laboratorio di prompt engineering visivo

Fra questi esperimenti, Say What You See è quello che porterei subito in un corso sul prompting. Il gioco di Jack Wild mostra un’immagine generata e chiede di descriverla: il testo produce una nuova immagine, valutata rispetto al riferimento. La pagina ufficiale indica tre tentativi per immagine e suggerimenti per migliorare la descrizione. Proporrei un laboratorio di quindici minuti: prima una richiesta spontanea, poi una revisione che espliciti soggetto, composizione, luce e stile, infine il confronto fra i risultati. La domanda finale sarebbe: quale dettaglio osservato meglio ha migliorato il prompt? Questa attività completa bene le risorse dei miei corsi su ChatGPT. Il punteggio misura l’obiettivo del gioco, cioè la somiglianza richiesta; non assegna una pagella al talento artistico dei partecipanti.

Say What You See, gioco di Google Arts & Culture per esercitarsi con i prompt visivi
Immagine di presentazione di Say What You See. Fonte: Google Arts & Culture e partner del progetto.

Google, AI e arte: che cosa insegna Odd One Out

In Odd One Out bisogna individuare immagini generate con l’AI fra opere e oggetti di Google Arts & Culture. Lo userei per aprire una discussione sulla provenienza delle immagini, evitando di trasformarlo nella promessa di riconoscere ogni falso a colpo d’occhio. Da questi undici progetti ricavo un criterio pratico per valutare l’incontro fra Google, AI e arte: chiedere sempre quale materiale entra, quale trasformazione viene applicata e chi firma l’interpretazione. Per musei, docenti e comunicatori aggiungerei tre domande: quali fonti sostengono il racconto, quali diritti accompagnano i materiali e come viene dichiarata la parte generata? Le pagine presentano esperimenti e la disponibilità può cambiare. Il risultato che cercherei è un pubblico più curioso e capace di fare domande, anche dopo aver chiuso la schermata.

Odd One Out, gioco che invita a distinguere immagini generate con AI da opere delle collezioni
Immagine di presentazione di Odd One Out. Fonte: Google Arts & Culture e partner del progetto.
Avatar di Gianluigi Bonanomi durante un laboratorio su creatività e intelligenza artificiale
Illustrazione concettuale generata con AI: un laboratorio su immagini, musica e prompting.

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L’intelligenza artificiale può alleggerire una parte della fatica mentale: riordinare informazioni, preparare bozze, confrontare documenti, svolgere passaggi ripetitivi. Ma dedicare il tempo recuperato ad attività intellettualmente più stimolanti richiede una scelta. Il chatbot può aiutarci a finire prima un lavoro. Non decide che cosa faremo dopo.

La promessa era affascinante: come le macchine avevano moltiplicato la forza delle nostre braccia, l’AI avrebbe moltiplicato le possibilità della nostra testa. Meno incombenze, più idee. Meno copia e incolla, più ragionamento. Meno tempo a mettere in ordine le informazioni, più tempo a capire che cosa significano.

Poi arriva una domanda meno comoda: se risparmio un’ora grazie all’AI, quell’ora serve per pensare oppure per infilare altri venti compiti nella giornata?

Il rischio è ritrovarsi con una catena di montaggio cognitiva. Con un’interfaccia molto gentile, naturalmente.

La rivoluzione industriale ci ha davvero liberato dalla fatica?

Il paragone funziona, ma va corretto. La rivoluzione industriale non ha cancellato lo sforzo fisico e non ha liberato tutti, subito. La meccanizzazione ha permesso di affidare alle macchine operazioni prima dipendenti dalla forza umana o animale. Ma la fabbrica è stata anche un luogo di lavoro durissimo.

Basta guardare i documenti sul Factory Act del 1833 conservati dai National Archives britannici: si parla di limiti al lavoro dei bambini e di ispezioni per verificare il rispetto delle regole. Le macchine c’erano già. Le tutele dovevano ancora essere costruite e fatte rispettare.

Questo precedente suggerisce una lezione per il presente: la capacità tecnica di risparmiare fatica non garantisce che il beneficio arrivi a chi lavora. Contano anche l’organizzazione, le regole e la distribuzione dei vantaggi.

Trasportata nell’ufficio di oggi, la questione diventa molto concreta. Se un’attività richiede meno tempo, possiamo migliorare il servizio, dedicare attenzione a un problema trascurato, ridurre il sovraccarico. Oppure aumentare soltanto il numero di attività richieste.

Sono scelte diverse. Non le troviamo già selezionate nelle impostazioni del software.

AI e fatica mentale: quale sforzo vogliamo ridurre?

Quando diciamo che l’AI dovrebbe liberarci dalla fatica mentale, rischiamo di mettere nello stesso sacco attività molto diverse.

C’è lo sforzo di uniformare cinquanta descrizioni di prodotto. C’è quello di capire perché un cliente non compra. C’è lo sforzo di cercare una clausola in un documento. E c’è quello di imparare a interpretarla.

Tutte queste attività impegnano la testa. Ma non hanno lo stesso significato.

Per usare bene l’AI propongo una distinzione operativa:

  • Fatica esecutiva: trasformare formati, riordinare appunti, preparare una prima struttura, estrarre informazioni da verificare.
  • Fatica di comprensione: ricostruire un problema, collegare cause ed effetti, valutare spiegazioni concorrenti.
  • Fatica di giudizio: decidere quali criteri usare, quali compromessi accettare e di che cosa assumersi la responsabilità.

È una griglia pratica, non una classificazione scientifica. Serve a evitare una delega indiscriminata.

Posso affidare al chatbot una prima tabella comparativa. Ma scegliere le colonne della tabella significa già decidere che cosa conta. Se confronto tre fornitori soltanto sul prezzo, ho incorporato una scelta prima ancora di leggere la risposta.

Alleggerire il lavoro mentale dovrebbe permetterci di scegliere meglio dove impegnarlo.

Che cosa mostrano gli studi sulla produttività

I benefici su alcuni compiti sono documentati. Nell’esperimento di Shakked Noy e Whitney Zhang pubblicato su Science nel 2023, l’uso di ChatGPT in attività di scrittura professionale ha ridotto il tempo medio del 40% e aumentato del 18% la qualità valutata dei risultati.

Sono risultati relativi ai compiti e alle condizioni dell’esperimento. Non significano che qualsiasi professionista possa lavorare il 40% in meno, né che ogni testo generato sia migliore.

Un’altra ricerca, Generative AI at Work di Erik Brynjolfsson, Danielle Li e Lindsey Raymond, ha studiato l’introduzione di un assistente AI nel servizio clienti. La versione del working paper del 2023 riportava un aumento medio del 14% dei problemi risolti per ora, con benefici maggiori per gli operatori meno esperti.

Il punto è che l’aiuto dell’AI non si distribuisce necessariamente allo stesso modo tra persone e attività. Per alcuni può rendere accessibili procedure che prima padroneggiavano con difficoltà. Per altri può offrire un vantaggio più limitato.

E soprattutto, misurare la produttività non equivale a misurare quanto il lavoro sia diventato interessante. Risolvere più richieste in un’ora e avere più spazio per ragionare sono due risultati distinti.

Il paradosso: deleghiamo la parte che ci piaceva

Immaginiamo un professionista della comunicazione. Affida all’AI l’idea della campagna, il testo, le immagini e le varianti. Alla fine della giornata ha passato ore a controllare il materiale, correggere imprecisioni e uniformare lo stile.

Ha prodotto molto. Ma si è divertito a lavorare? Ha imparato qualcosa? Ha esercitato le competenze che voleva sviluppare?

Non è la descrizione di uno studio: è uno scenario possibile, utile per valutare come progettiamo la delega.

Lo stesso problema può riguardare un formatore. Posso farmi preparare rapidamente una scaletta, delle slide e un quiz. Se però delego anche la scelta del percorso didattico, rinuncio a una parte del lavoro che per me ha più valore: decidere come aiutare qualcuno a capire.

La domanda da farsi prima di automatizzare è questa: quale parte del mio lavoro voglio fare meglio grazie al tempo che recupero?

Se non ho una risposta, rischio di automatizzare il lavoro interessante e tenermi la revisione delle bozze. Una promozione a correttore di robot.

Meno sforzo non significa automaticamente più pensiero critico

Una ricerca presentata a CHI 2025, con autori di Microsoft Research e Carnegie Mellon University, ha raccolto le risposte di 319 lavoratori della conoscenza e 936 esempi d’uso dell’AI. Lo studio sul rapporto tra AI generativa e pensiero critico rileva un’associazione tra maggiore fiducia nell’AI e minore esercizio dichiarato del pensiero critico.

Attenzione alla parola “dichiarato”: si tratta di un’indagine basata sulle risposte dei partecipanti. Non dimostra che l’AI provochi un deterioramento dell’intelligenza. Segnala però un problema da prendere sul serio: una risposta convincente può spingerci ad abbassare la guardia.

Ho affrontato un tema vicino nell’articolo sull’illusione di sapere quando usiamo l’intelligenza artificiale. Ricevere una spiegazione ben scritta e averla compresa sono esperienze diverse.

Per questo, nella formazione, suggerisco di distinguere l’obiettivo di produzione dall’obiettivo di apprendimento. Se devo consegnare una bozza, l’AI può accelerare il lavoro. Se devo imparare a costruire un’argomentazione, farmela consegnare già pronta può saltare proprio il passaggio che volevo esercitare.

Come trasformare il tempo risparmiato in lavoro più interessante

Ecco alcuni esempi di progettazione del lavoro. Sono proposte operative, non risultati garantiti.

Attività Supporto da affidare all’AI Dove reinvestire l’attenzione
Preparare un corso Ordinare i materiali e proporre una scaletta Costruire esercizi adatti ai partecipanti e anticipare le loro difficoltà
Scrivere un articolo Organizzare appunti e segnalare passaggi da chiarire Sviluppare una tesi originale, verificare le fonti, scegliere gli esempi
Preparare un preventivo Comporre una bozza da dati e condizioni approvati Capire il bisogno del cliente e motivare il valore della proposta
Confrontare fornitori Estrarre dai documenti le informazioni per una tabella Definire i criteri, verificare i dati mancanti e valutare i compromessi
Gestire una riunione Trasformare una trascrizione autorizzata in una bozza di verbale Chiarire decisioni, responsabilità e divergenze ancora aperte

In tutti questi casi resta necessario controllare il risultato. Anche la verifica richiede tempo: va conteggiato, altrimenti il risparmio è immaginario.

Propongo un piccolo esperimento: per una settimana scegliere un’attività ricorrente, annotare il tempo normalmente impiegato e confrontarlo con quello necessario usando l’AI, includendo preparazione e correzioni. Poi destinare esplicitamente una parte del tempo recuperato a un’attività precisa: studiare un caso, progettare un laboratorio, parlare con un cliente.

“Mi dedicherò a cose strategiche” è troppo vago. “Userò mezz’ora per capire perché questa proposta non convince il cliente” è già un impegno verificabile.

Un prompt per farsi aiutare senza delegare tutto

Anche la richiesta al chatbot può essere costruita per mantenere attivo il nostro ragionamento:

Aiutami a lavorare su questo problema: [descrizione]. Il risultato che voglio ottenere è [obiettivo]. Prima di proporre soluzioni, chiedimi quali criteri considero importanti. Poi organizza le informazioni che ti fornisco, distinguendo fatti documentati, ipotesi e dati mancanti. Proponi tre alternative con vantaggi, limiti e condizioni in cui potrebbero fallire. Non inventare informazioni o fonti. Infine fammi tre domande che mi aiutino a formulare e motivare la mia decisione.

Questo prompt non garantisce risposte corrette. È un modo per impostare un’interazione in cui il chatbot ci aiuta a esaminare il problema, lasciando a noi la scelta e la verifica delle premesse.

La qualità del risultato dipende anche dal contesto che forniamo e dalla nostra capacità di riconoscere ciò che manca.

Il tempo liberato deve avere una destinazione

L’Organizzazione internazionale del lavoro, nella sua analisi del 2023 sugli effetti potenziali dell’AI generativa, indicava come esito prevalente il supporto e la trasformazione delle occupazioni, più che la loro completa automazione. Si tratta di una valutazione del potenziale tecnologico, non di una garanzia sul destino del singolo posto di lavoro. Lo studio richiama anche la qualità del lavoro e le politiche necessarie per gestire la transizione.

È qui che collocherei il confronto con la rivoluzione industriale. La macchina rende possibile un cambiamento. La forma concreta di quel cambiamento dipende dalle decisioni che prendiamo.

In azienda, oltre a chiedere quante ore l’AI abbia fatto risparmiare, proporrei di chiedere: che cosa abbiamo potuto fare meglio? Quale problema abbiamo finalmente affrontato? Quanto tempo abbiamo dedicato a imparare? Le persone hanno più autonomia oppure devono soltanto verificare più risultati in meno tempo?

E lascerei spazio anche a un beneficio meno celebrato: finire la giornata meno stanchi. Non ogni minuto recuperato deve essere reinvestito nella produzione di qualcos’altro.

La promessa dell’AI che mi interessa è questa: poter spendere la testa sulle cose che meritano davvero attenzione. Capire, immaginare, scegliere. Anche fare fatica, quando quella fatica ha un senso.

Se abbiamo inventato una macchina capace di aiutarci a scrivere, confrontare e riordinare, sarebbe un peccato usare tutto il tempo guadagnato per produrre documenti che nessuno ha tempo di leggere.

La domanda da portare nella prossima riunione sull’AI è semplice: che cosa vogliamo finalmente avere il tempo di pensare?

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L’intelligenza artificiale in Excel può aiutarti a scrivere formule, capire un file ereditato, pulire dati, confrontare listini, costruire report e simulare scenari. Puoi usarla direttamente nel foglio di calcolo con Microsoft Copilot, ChatGPT for Excel e Claude for Excel, oppure affidare i file a ChatGPT Work e Claude Cowork per svolgere attività in più passaggi.

La parte interessante comincia quando smetti di chiedere «Fammi una formula» e inizi a spiegare quale problema devi risolvere. Il file Budget_definitivo_v7_QUESTOQUELLOGIUSTO.xlsx, per esempio, merita qualcosa di più di un’altra mano di colore alle celle.

Qui trovi 10 esempi pratici di AI per Excel, pensati per vendite, acquisti, amministrazione, marketing e assistenza clienti. Ogni esempio contiene un’attività, un prompt da adattare e un controllo sul risultato. Sono scenari didattici: i numeri sono fittizi e i prompt non sono test certificati di tutte le versioni dei prodotti.

Verifica delle fonti: 8 settembre 2026. Funzioni disponibili, limiti d’uso e interfacce dipendono da piano, aggiornamenti e impostazioni aziendali.

Quale intelligenza artificiale usare in Excel?

Prima distinguiamo tre modalità di lavoro. Dentro Excel, l’assistente può leggere il contesto del file aperto e, con le funzioni abilitate, modificarlo. In una chat con allegati, gli fornisci una copia del documento. In un ambiente di lavoro come Work o Cowork, gli assegni un risultato e i file sui quali lavorare: il compito può comprendere lettura, trasformazione, creazione di un nuovo Excel e controllo finale.

Strumento Dove lavori Quando lo prenderei in considerazione
Microsoft Copilot in Excel Nel pannello di Excel. Formule, tabelle pivot, grafici e modifiche al file aperto.
ChatGPT for Excel Nel componente aggiuntivo ufficiale di OpenAI. Costruire o aggiornare modelli e seguirne formule e ipotesi.
Claude for Excel Nell’integrazione di Anthropic per Microsoft 365. Capire le celle di un modello e modificare le sue assunzioni.
ChatGPT Work Nel relativo ambiente di lavoro, con i file forniti. Trasformare documenti e dati in un nuovo foglio di calcolo da verificare.
Claude Cowork Nell’ambiente Cowork, sui file e sulle cartelle autorizzati. Consolidamenti, confronti e attività articolate su più documenti.

Queste modalità sono documentate nelle guide di Microsoft su Copilot in Excel, nella presentazione di OpenAI su ChatGPT for Excel, nella pagina di Anthropic su Claude for Microsoft 365 e nelle guide a ChatGPT Work e Claude Cowork. Gli abbinamenti della tabella sono una mia proposta operativa, non una classifica di prestazioni.

Attenzione ai nomi. Usare un modello GPT o Claude attraverso Copilot non equivale a usare il componente aggiuntivo di ChatGPT o quello di Anthropic. Microsoft documenta la possibilità di scegliere modelli GPT e Claude in determinate configurazioni, con requisiti di licenza e abilitazione amministrativa. Applicazione, modello e permessi sono livelli diversi: li chiariscono le FAQ ufficiali di Copilot in Excel.

Come iniziare: prepara il foglio e scegli dove lavorare

Per gli esempi dentro Excel, apri una copia del file e richiama il pannello Copilot oppure il componente aggiuntivo ufficiale ChatGPT o Claude, se abilitato sul tuo account. In Copilot distingui la modalità che consente modifiche dalla sola chat e dalla pianificazione. Se chiedi di creare una colonna mentre sei in una modalità solo conversazionale, verifica che la colonna sia stata effettivamente inserita.

Con Work e Cowork, invece, fornisci i documenti oppure rendi accessibile una cartella attraverso le funzioni disponibili. Indica sempre il nome del file finale. Scrivere il percorso di una cartella nel prompt non concede automaticamente l’accesso a quella cartella. E chiedere una «tabella» non basta a specificare che vuoi un file Excel scaricabile: scrivi .xlsx.

Prima di partire, io preparerei così i dati:

  • Una riga di intestazioni chiare: «Ricavo netto», «Costo prodotto», «Data ordine».
  • Una riga per ciascuna vendita, fattura o richiesta, senza mischiare dettagli e totali.
  • Codici prodotto e identificativi trattati come testo, se devono conservare gli zeri iniziali.
  • Date, valute e significato delle colonne esplicitati.
  • Una copia di lavoro e soltanto i dati necessari al compito, secondo le regole della propria organizzazione.

Per altre risorse sugli strumenti e sul modo di interrogarli, trovi la mia raccolta dedicata al corso di ChatGPT e AI generativa.

1. Scrivere una formula partendo da una richiesta in italiano

Situazione: lavori nelle vendite e vuoi calcolare il margine per ogni ordine. In D hai il ricavo netto, in E il costo del prodotto, entrambi riferiti alla stessa riga e senza IVA. Puoi partire da Copilot o ChatGPT for Excel.

La guida Microsoft all’analisi con Copilot documenta la generazione di colonne con formule e la loro spiegazione. Il punto è descrivere correttamente l’indicatore: margine e ricarico hanno denominatori diversi.

Prompt da provare:

Nel foglio Vendite, la colonna D contiene il ricavo netto dell’ordine e la E il costo del prodotto. I dati iniziano alla riga 2. Crea in F il margine percentuale sul ricavo: (ricavo meno costo) diviso ricavo. Se il ricavo è zero, lascia la cella vuota e segnala la riga in una colonna Controllo. Usa formule compatibili con la mia installazione italiana di Excel e spiegami il calcolo. Non modificare D ed E.

Con quei riferimenti, una formula per F2 è:

=SE(D2=0;"";(D2-E2)/D2)

Formatta F come percentuale. Controllo: con ricavo 100 e costo 75 il margine deve essere 25%. Il ricarico sul costo sarebbe invece circa 33,3%. La formula qui mostrata gestisce il ricavo zero; la colonna di segnalazione va aggiunta separatamente. Funzioni tradotte e separatori devono corrispondere alla configurazione effettiva di Excel.

2. Capire il foglio Excel lasciato da un collega

Situazione: ricevi un file con dieci fogli e una cella finale che sembra conoscere il destino dell’azienda. Tu, però, vorresti sapere da dove arriva quel numero. Userei Claude for Excel, oppure la funzione di spiegazione di Copilot.

Anthropic presenta Claude for Excel anche come strumento per interrogare le celle e lavorare sulle ipotesi di un modello. Questo suggerisce un buon primo incarico: farsi descrivere il file prima di modificarlo.

Analizza il file senza modificarlo. Parti dalla cella F42 del foglio Riepilogo: riporta la formula e le celle che la alimentano. Distingui dati inseriti manualmente, formule, collegamenti ad altri fogli ed eventuali fonti esterne. Crea una spiegazione leggibile da un responsabile commerciale. Per ogni affermazione indica foglio e cella. Se non riesci a seguire un collegamento, dichiaralo.

Risultato da chiedere: una mappa delle dipendenze e un elenco dei punti non verificati. Controllo: apri alcuni riferimenti citati e confrontali con la barra della formula. Una spiegazione plausibile non dimostra che l’assistente abbia letto ogni foglio, collegamento o componente del file.

3. Pulire anagrafiche e dati esportati dal gestionale

Situazione: nella stessa colonna convivono «ACME», «Acme» e «Acme » con uno spazio finale. Poi ci sono importi salvati come testo e date ambigue. Prima di creare un grafico, serve una pulizia.

Microsoft documenta la funzione AI Clean Data di Excel per incoerenze testuali, formati numerici e spazi superflui. È distribuita gradualmente e può non comparire in tutti gli account. Per regole più articolate, esplicita il lavoro nel pannello AI disponibile.

Nel foglio Clienti crea una versione pulita delle colonne Ragione_sociale, Data_ordine e Importo. Mantieni accanto i valori originali. Rimuovi gli spazi superflui e segnala numeri memorizzati come testo. Le date sono italiane, giorno/mese/anno: quelle ambigue vanno in una lista Da_verificare. Non unire aziende con nomi simili e non eliminare righe. Aggiungi una colonna che descriva ogni trasformazione.

Controllo: il numero delle righe deve rimanere uguale e gli identificativi devono conservarsi. Una somiglianza nel nome è un indizio da verificare, non un’autorizzazione a fondere due clienti. Il database ripulito deve conservare la storia di ciò che è cambiato.

4. Confrontare due listini e individuare gli aumenti

Situazione: l’ufficio acquisti ha il listino precedente e quello nuovo. Vuole conoscere gli aumenti, i prodotti introdotti e quelli scomparsi. Puoi lavorare con due fogli nello stesso file oppure fornire i due documenti a Work o Cowork.

Il passaggio decisivo è scegliere la chiave di confronto. «Nome prodotto» può essere troppo vago. Per un esercizio userei codice articolo, confezione e valuta, dopo aver verificato che questi campi siano presenti.

Confronta Listino_precedente.xlsx e Listino_nuovo.xlsx. Usa come chiave Codice_articolo, Confezione e Valuta. Mantieni i codici come testo. Prima segnala chiavi duplicate o mancanti. Crea Confronto_listini.xlsx con prezzo precedente, prezzo nuovo, differenza assoluta e variazione percentuale calcolata sul prezzo precedente. Se il prezzo precedente è zero, segnala Non_calcolabile. Crea fogli separati per prodotti nuovi, eliminati e casi dubbi. Non confrontare confezioni o valute diverse.

Controllo: un prezzo da 80 a 88 corrisponde a un aumento del 10%. Verifica poi a campione confezioni, unità di misura e condizioni commerciali. Un prezzo unitario non è automaticamente confrontabile con quello di una scatola da dieci pezzi.

5. Trasformare preventivi PDF in una tabella Excel

Situazione: devi confrontare tre offerte per una fornitura di prodotti o servizi office. Una contiene il trasporto, un’altra lo indica a parte, la terza lascia una voce poco chiara. ChatGPT Work è descritto da OpenAI anche per creare fogli di confronto a partire da documenti; Cowork permette a sua volta di lavorare su PDF e fogli di calcolo.

Leggi i tre preventivi allegati e crea Offerte_confrontate.xlsx. Prevedi una riga per voce con fornitore, descrizione, quantità, unità di misura, prezzo unitario, sconto, totale, IVA indicata, trasporto e tempi di consegna. Aggiungi nome del file e pagina di origine per ogni informazione estratta. Se una voce manca, scrivi Non_indicato: non sostituirla con zero. Mantieni separati i costi una tantum e quelli ricorrenti. Prepara un riepilogo dei soli importi confrontabili.

Controllo: verifica ogni totale sulla fonte, soprattutto se il PDF è una scansione. «Non indicato» e «incluso» non sono sinonimi. Il file utile è quello che ti aiuta a capire cosa chiedere al fornitore, non quello che incorona un vincitore riempiendo i buchi con fantasia.

6. Creare una tabella pivot e un report delle vendite

Situazione: hai tutte le righe d’ordine e vuoi un riepilogo mensile per area commerciale. Dentro Excel, Copilot può creare grafici e tabelle pivot, come spiega la documentazione Microsoft sulla visualizzazione dei dati.

Dalla tabella Ordini crea nel foglio Report una tabella pivot nativa di Excel. Metti i mesi nelle righe, le aree commerciali nelle colonne e la somma del Ricavo_netto nei valori. Includi solo lo stato Completato. Crea un grafico a colonne collegato al riepilogo. Aggiungi titolo, valuta e periodo analizzato. Controlla che il totale della pivot coincida con la somma delle righe incluse e riportami il risultato del controllo.

Controllo: verifica che si tratti di una vera pivot modificabile e che la fonte contenga le righe previste. Controlla anche i filtri. Se nell’esportazione ci sono righe «Totale» insieme agli ordini, il rischio è sommare due volte gli stessi importi.

7. Trovare valori da controllare, senza inventare spiegazioni

Situazione: vuoi individuare ordini con sconti insoliti o margini negativi. L’AI può aiutarti a organizzare la verifica. Per cominciare preferirei regole esplicite a un generico «Trova tutto quello che non va».

Nel foglio Ordini controlla queste regole: sconto superiore al 30%, margine percentuale inferiore a zero, quantità uguale a zero con ricavo diverso da zero. Crea una colonna Esito_controllo e un foglio Anomalie con le sole righe segnalate, mantenendo l’ID ordine originale. Indica la regola attivata per ogni riga. Non correggere i dati e non attribuire cause. Chiama questi casi Valori_da_verificare.

Controllo: prova le soglie su esempi noti. Uno sconto del 30% esatto non supera il 30%. Un margine negativo potrebbe dipendere da un reso, da una promozione oppure da un errore nei dati. Per scegliere tra queste ipotesi servono informazioni ulteriori.

Questa attività è adatta al controllo operativo. Non trasforma un assistente in un revisore e non rende ogni riga evidenziata la prova di un problema.

8. Classificare commenti, ticket e risposte ai questionari

Situazione: hai una colonna con i commenti dei clienti e vuoi capire quali temi ricorrono. Nella sua guida agli insight testuali, Microsoft descrive sintesi e analisi di temi e sentiment con risultati inseribili nel file.

Per un primo utilizzo, preferisco categorie concrete a un voto emotivo che sembri più preciso di quanto sia.

Leggi la colonna Commento_cliente mantenendo invariato il testo. Aggiungi Categoria con queste opzioni: Consegna, Prodotto, Fatturazione, Assistenza, Misto, Da_verificare. Usa Misto se sono presenti più temi e Da_verificare se il significato non è chiaro. Aggiungi una breve motivazione basata sulle parole del commento. Non dedurre caratteristiche personali del cliente. Crea poi un riepilogo dei conteggi per categoria.

Controllo: confronta la classificazione con un campione letto da una persona. Includi commenti brevi, ironici e ambigui. «Complimenti per la velocità, è arrivato dopo tre settimane» è un buon promemoria: il testo positivo in superficie può raccontare tutt’altro.

9. Costruire scenari di budget con formule modificabili

Situazione: vuoi simulare cosa succede al risultato operativo se diminuiscono i volumi o aumentano i costi. ChatGPT for Excel viene presentato da OpenAI anche per costruire modelli e svolgere analisi di scenario. Puoi impostare un esercizio simile con Claude for Excel.

Crea un modello didattico con tre fogli: Ipotesi, Calcoli, Scenari. Usa questi dati fittizi: 1.000 unità vendute, prezzo unitario 100 euro, costo variabile unitario 60 euro, costi fissi 20.000 euro. Collega tutti i calcoli alle celle delle ipotesi con formule Excel. Confronta lo scenario base, uno con volumi ridotti del 10% e uno con costo variabile unitario aumentato dell’8%, lasciando invariato il resto. Mostra ricavi, costi variabili e risultato operativo semplificato. Non presentare gli scenari come previsioni.

Controllo: in questo modello semplificato il risultato base è 20.000 euro; con volumi ridotti diventa 16.000 euro; con il solo aumento del costo variabile unitario diventa 15.200 euro. Sono calcoli su ipotesi inventate per l’esercizio, non una valutazione aziendale.

Cambia poi una cella del foglio Ipotesi. Se i risultati non si aggiornano, potresti avere ottenuto numeri scritti a mano al posto di un modello collegato. Un file ben impaginato può nascondere questo difetto molto bene.

10. Delegare a Work o Cowork il consolidamento di più file

Situazione: ogni mese arrivano esportazioni da sedi o commerciali diversi. Vuoi un file unico, un report e una traccia dei controlli. È il tipo di compito per cui prenderei in considerazione un ambiente come ChatGPT Work o Claude Cowork.

La guida OpenAI spiega come creare, rivedere e scaricare fogli di calcolo in ChatGPT. Anthropic descrive su Claude Cowork anche attività di riconciliazione su esportazioni e budget. Sono punti di partenza per progettare il proprio flusso, con fonti accessibili e verifiche definite.

Lavora esclusivamente sui file Excel della cartella che ti ho reso accessibile per questo incarico. Crea Consolidato_mese.xlsx senza sovrascrivere gli originali. Prima elenca i file, i fogli e le colonne disponibili; segnala strutture incompatibili. Poi unisci le righe compatibili aggiungendo File_origine e Foglio_origine. Non eliminare duplicati senza una regola concordata. Crea i fogli Dati, Riepilogo, Controlli e Registro_operazioni. Verifica conteggi e totali per ciascuna fonte. Se un file non è leggibile, indicalo esplicitamente e non considerare il lavoro completo.

Controllo: riconcilia il numero delle righe in ingresso con quelle incluse e quelle escluse. Verifica i totali per singola fonte prima del totale generale. Se il lavoro si ripete, conserva le istruzioni approvate come procedura riutilizzabile; un’eventuale esecuzione programmata va configurata a parte, con accessi e disponibilità dei file verificati.

Il criterio di riuscita è concreto: il nuovo file si apre, contiene quello che hai chiesto e rende visibili le eccezioni. «Ho analizzato tutto» scritto in chat non sostituisce questi controlli.

Un prompt di base per lavorare meglio con Excel e l’AI

Nei dieci esempi ricorrono gli stessi ingredienti: obiettivo, dati, regole, formato di consegna e verifica. Puoi riutilizzare questa traccia, sostituendo le parti tra parentesi quadre.

Devo ottenere [risultato operativo] per [destinatario]. Lavora su [file, fogli e colonne]. Il significato dei dati è [definizioni, valute, date e unità di misura]. Applica [regole di calcolo, filtri e chiavi di confronto]. Consegna [file .xlsx, fogli previsti, formule e grafici richiesti]. Mantieni gli originali, segnala dati mancanti e casi ambigui. Verifica [conteggi, totali e casi campione]. Se una funzione o una fonte non è accessibile, dichiaralo prima di presentare il lavoro come concluso.

Il vantaggio di una richiesta così non è letterario. Stai definendo un incarico controllabile. «Analizza questo Excel» lascia aperte quasi tutte le decisioni che contano.

Domande frequenti sull’intelligenza artificiale in Excel

Posso usare ChatGPT direttamente dentro Excel?

Sì. Esiste il componente aggiuntivo ufficiale ChatGPT for Excel. La pagina di OpenAI, aggiornata il 5 maggio 2026, ne annuncia la disponibilità generale su tutti i piani. Questo non implica uso illimitato: controlla le condizioni del tuo account e le eventuali restrizioni aziendali. Usare il componente aggiuntivo è diverso dal caricare una copia del file in chat.

Copilot in Excel funziona gratuitamente?

Non dedurlo dalla disponibilità gratuita della chat Copilot. Le FAQ Microsoft elencano diversi abbonamenti idonei e distinguono le configurazioni di accesso. Per capire cosa puoi fare nel tuo Excel, verifica licenza, versione dell’app e impostazioni della tua organizzazione.

Claude for Excel e Claude Cowork sono la stessa cosa?

No. Claude for Excel opera attraverso l’integrazione con il foglio di calcolo; Claude Cowork è un ambiente per incarichi più articolati sui file e sugli strumenti autorizzati. Puoi scegliere in base al contesto: una modifica a un modello aperto oppure un lavoro che attraversa più documenti.

Work e Cowork mantengono sempre macro e funzioni avanzate?

Non darlo per scontato. Prima di affidare un file complesso a un nuovo flusso, verifica quali componenti vengono letti e conservati: macro, collegamenti esterni, protezioni, query e modelli dati richiedono controlli specifici. Per il primo esercizio userei una copia semplice, senza dipendenze critiche.

Come verifico che l’AI abbia lavorato correttamente?

Apri il risultato in Excel, controlla le formule, confronta conteggi e totali con gli originali e prova alcuni casi conosciuti. Fai attenzione anche alle celle vuote, agli zeri e ai dati esclusi. Una spiegazione convincente e un grafico elegante non sono una verifica.

Il foglio resta tuo, anche quando lo modifica l’AI

Io comincerei con un’attività piccola: una formula, un confronto tra listini, una pivot. Poi allargherei il perimetro quando riesco a valutare il risultato senza affidarmi alla sicurezza con cui viene raccontato.

L’AI può alleggerire il lavoro meccanico e aiutarti a fare domande migliori ai dati. La competenza decisiva resta capire che cosa stai misurando. Perché un foglio sbagliato, con una bella dashboard, rimane un foglio sbagliato. Solo più presentabile in riunione.

Fonti e criterio di verifica

Ho consultato la documentazione ufficiale di Microsoft, OpenAI e Anthropic, collegata nei passaggi pertinenti: funzioni e FAQ di Copilot in Excel, pulizia e visualizzazione dei dati, ChatGPT for Excel, ChatGPT Work, Claude for Microsoft 365 e Claude Cowork. Gli esempi e i prompt sono proposte didattiche originali; non rappresentano risultati di test comparativi né promesse di funzionamento identico su ogni account.

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Il versificatore di Primo Levi è un racconto in forma teatrale del 1960, raccolto in Storie naturali, pubblicato da Einaudi nel 1966. Al centro c’è una macchina che produce versi su richiesta: una storia sorprendentemente utile per discutere oggi di intelligenza artificiale generativa, prompt e automazione del lavoro creativo. La distinzione fra la data del racconto e quella della raccolta è documentata anche nei materiali di Fabrizio Franceschini conservati dall’Università di Pisa.

Un professionista sommerso di commissioni. Una collaboratrice che teme di essere sostituita. Un venditore che promette di alleggerire il lavoro. Una macchina alla quale bisogna spiegare argomento, tono e forma del testo desiderato.

Sembra l’inizio di una riunione sull’adozione dell’AI in azienda. Invece siamo dentro Primo Levi.

La tentazione è liquidare tutto con un titolo a effetto: Levi aveva previsto ChatGPT. La parentela è affascinante, ma per me il racconto merita una lettura più interessante. Ci aiuta a guardare le persone che stanno intorno alla macchina: chi la compra, chi la vende, chi la usa e chi teme di pagarne le conseguenze.

Da quale libro è tratto Il versificatore di Primo Levi?

Il versificatore fa parte di Storie naturali, una raccolta di quindici racconti uscita nel 1966 sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila. Lo ricostruisce il Centro Internazionale di Studi Primo Levi nella scheda del volume, che riproduce anche la prima edizione Einaudi. È il libro raffigurato nella copertina di questo articolo: il nome diverso sulla copertina non è un errore.

In queste pagine Levi combina invenzione fantastica, ironia e interrogativi sul rapporto fra esseri umani e tecnica. Mi interessa soprattutto il suo modo di trasformare un’invenzione in un esperimento mentale. Introduci un oggetto apparentemente utile nella vita quotidiana e osservi che cosa cambia: le abitudini, i rapporti di potere, le giustificazioni che le persone si raccontano.

Per leggere il racconto puoi cercare l’edizione italiana di Storie naturali, Einaudi, a cura di Martina Mengoni e Domenico Scarpa, ISBN 9788806253608: qui trovi la scheda del libro su Amazon.it. È un’edizione diversa da quella storica riprodotta nell’illustrazione.

La trama: un poeta, una segretaria e un venditore di automazione

Il protagonista è un poeta che deve soddisfare richieste su commissione. A proporgli una soluzione arriva il signor Simpson, rappresentante della NATCA: il suo Versificatore promette di sbrigare una parte della produzione di testi. La segretaria solleva obiezioni, mentre il poeta intravede un modo per sottrarsi alla routine. Le dimostrazioni della macchina mescolano risultati sorprendenti e inconvenienti comici.

Questa struttura mi sembra perfetta per parlare di innovazione. Il venditore mette in risalto le possibilità. L’acquirente pensa al tempo che potrebbe recuperare. La collaboratrice si chiede quale posto resterà per lei. Tre persone guardano lo stesso oggetto e vedono tre futuri diversi.

La macchina entra in un ambiente nel quale esistono già scadenze, clienti e lavori poco gratificanti. È un dettaglio decisivo. Se chiediamo a una tecnologia di aumentare la produzione senza discutere che cosa stiamo producendo, potremmo ritrovarci con più contenuti e con lo stesso identico problema.

Immaginiamo, per esempio, un’azienda che abbia una newsletter poco utile. Automatizzarla potrebbe renderla più frequente. Il lettore, però, continuerà a chiedersi perché dovrebbe aprirla. Adesso avrà soltanto più occasioni per ignorarla.

Il mio video su Levi e il prompt engineering

Nella videopillola «L’AI e il prompt engineering secondo Primo Levi: un suggerimento di lettura» parto proprio dall’interfaccia del Versificatore: le indicazioni che il poeta deve fornire alla macchina ricordano alcune delle scelte che facciamo quando scriviamo un prompt. Nel video mostro anche un breve estratto dell’adattamento televisivo.

Apri il mio video su YouTube.

Il versificatore in televisione: il video completo online

Il racconto è diventato anche un adattamento televisivo del 1971 diretto da Massimo Scaglione, con Gianrico Tedeschi e Milena Vukotic. Il programma del centenario pubblicato dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi documenta una proiezione presso la Mediateca Rai di Torino e indica una durata di circa 45 minuti.

La registrazione disponibile qui sotto dura 43 minuti e 17 secondi ed è ospitata su YouTube dal canale So Chison. È una copia caricata su quel canale, distinto dal sito ufficiale Rai. Il player consente di guardarla gratuitamente e di aprirla direttamente su YouTube.

Guarda Il Versificatore su YouTube. La disponibilità della registrazione dipende dalla piattaforma e dal canale che la ospita.

Ti propongo di guardarlo con una domanda in testa: quale personaggio ti somiglia di più quando arriva un nuovo strumento? Quello che vede subito un’opportunità, quello che chiede spiegazioni o quello che deve convincere gli altri a comprarlo?

Levi aveva previsto ChatGPT? Il confronto da fare

Il versificatore anticipa narrativamente alcuni usi e alcune tensioni dell’AI generativa. Leggerlo come il progetto tecnico di un chatbot sarebbe una forzatura. Per me la sua forza sta nella capacità di rappresentare il desiderio di delegare la scrittura e le conseguenze di quella delega.

Gli attuali modelli linguistici apprendono regolarità dai dati e possono generare testo sulla base del contesto. La guida ai modelli linguistici di Google descrive questo funzionamento in termini di probabilità associate a token, cioè unità di testo che possono essere parole, frammenti o singoli caratteri. Il congegno letterario di Levi non va identificato automaticamente con questa architettura.

L’accostamento resta utile se lo trattiamo come una chiave di lettura. Questa tabella raccoglie i parallelismi che trovo più produttivi, insieme alle domande che suggeriscono.

Nel racconto Lettura in chiave AI Domanda per chi lavora
Il poeta deve soddisfare commissioni ripetitive. L’automazione promette tempo per attività più interessanti. Quale compito voglio alleggerire, precisamente?
La macchina riceve indicazioni su argomento, registro e forma. Il risultato dipende anche dalla qualità delle istruzioni. Ho definito destinatario, obiettivo e vincoli?
La segretaria contesta l’acquisto. La trasformazione riguarda ruoli e competenze. Chi è coinvolto nella decisione e chi ne subirà gli effetti?
La dimostrazione presenta anche inconvenienti. Un risultato convincente richiede comunque una verifica. Chi sa riconoscere un errore prima della consegna?
Il poeta amplia progressivamente gli impieghi del congegno. Uno strumento utile può diventare una dipendenza organizzativa. Sappiamo ancora gestire il lavoro quando lo strumento manca?

I comandi del Versificatore e l’arte di scrivere un prompt

È il punto che mi interessa di più come formatore. Nel racconto la macchina non riceve soltanto un generico invito a scrivere bene: si impostano tema, registro e forma. Possiamo leggere queste scelte come un’anticipazione letteraria della necessità di specificare che cosa vogliamo ottenere.

Immagina di chiedere a un collega: «Preparami un testo». La domanda successiva sarebbe probabilmente: «Per chi? Per fare cosa? Quanto lungo?». Davanti a una chat, invece, rischiamo di dimenticarci queste informazioni e di attribuire tutta la responsabilità del risultato allo strumento.

Un prompt, per come lo intendo nel lavoro quotidiano, è anche un piccolo esercizio di progettazione. Obbliga a scegliere. Se il pubblico può essere chiunque, l’obiettivo può essere qualunque cosa e lo stile deve soltanto essere coinvolgente, abbiamo lasciato aperte quasi tutte le decisioni.

Da Levi ricavo quindi una proposta pratica: prima di premere Invio, prova a compilare mentalmente i comandi del tuo Versificatore. Argomento. Destinatario. Scopo. Tono. Formato. Informazioni disponibili. Criterio con cui valuterai il risultato.

Attenzione: la temperatura non misura la sensibilità della macchina

Fra le analogie possibili c’è quella fra i controlli stilistici della macchina e i parametri dei sistemi generativi. Conviene però fermarsi prima di trasformare la metafora in una spiegazione tecnica inesatta.

Nei modelli che la espongono, la temperatura regola il grado di casualità della generazione, come spiega il glossario di machine learning di Google. Non è un misuratore di talento, sensibilità o licenziosità. Un’uscita più imprevedibile può essere interessante, ma può anche essere semplicemente peggiore. La qualità va giudicata sul testo e sul suo scopo.

La domanda della segretaria riguarda anche noi

La segretaria è facile da classificare come la persona che resiste al cambiamento. Io proverei a leggerla con più attenzione. La sua presenza ci costringe a chiedere chi decide che cosa sia progresso e per chi lo sia.

Immaginiamo un ufficio nel quale l’AI riduca il tempo necessario per preparare una proposta commerciale. Le ore recuperate potrebbero servire a conoscere meglio il cliente. Oppure potrebbero diventare l’occasione per moltiplicare le proposte, lasciando alle persone una lunga coda di revisioni. Lo strumento, da solo, non sceglie l’organizzazione del lavoro.

Per questo, quando progetto un’attività formativa, trovo utile partire da domande molto concrete: chi prepara la richiesta, chi controlla la risposta e chi approva l’uso finale? Ho approfondito questi ruoli nella mia guida alla supervisione umana degli agenti AI.

Dire che il fattore umano rimane centrale è rassicurante. Individuare una persona, un compito e il tempo necessario per svolgerlo è molto più utile. Se il controllo consiste nel cliccare velocemente su «Approva», abbiamo conservato il pulsante della responsabilità, ma forse abbiamo perso il lavoro necessario per esercitarla.

Scrivere meglio tutti, finire per assomigliarsi

Il racconto mi suggerisce anche una domanda sulla qualità: che cosa succede quando molti autori ricorrono a una stessa fonte di suggerimenti?

Uno studio di Anil R. Doshi e Oliver P. Hauser, pubblicato nel 2024 su Science Advances, ha analizzato un esperimento di scrittura di racconti brevi. Le storie prodotte con accesso a idee generate da un modello linguistico ricevevano valutazioni migliori su diversi aspetti creativi, soprattutto per gli autori inizialmente meno creativi. Allo stesso tempo, le storie assistite risultavano più simili fra loro. Il testo dello studio e il relativo abstract permettono di verificare risultati e metodo.

È un risultato riferito a quello specifico esperimento, non una sentenza su ogni uso dell’AI o sulla letteratura. Mi sembra però un buon motivo per distinguere due obiettivi: rendere una bozza più scorrevole e renderla riconoscibilmente nostra.

Il mio suggerimento operativo è tenere un quaderno delle cose che un testo deve contenere perché abbia senso firmarlo: un’esperienza pertinente, un esempio osservato, un dissenso argomentato, una scelta di parole che difenderemmo. Non devono esserci tutti gli elementi in ogni articolo. Deve esserci una ragione per cui valga la pena leggere proprio quel testo.

Il comando «scrivi in modo originale» può essere un inizio. Il lavoro interessante arriva quando sappiamo spiegare che cosa vogliamo dire e che cosa siamo disposti a togliere.

Il finale: quando deleghiamo anche il racconto della delega

Da qui in poi anticipo il finale. Il poeta racconta che il Versificatore è diventato utile anche per attività amministrative e corrispondenza. Poi arriva il rovesciamento: il testo che abbiamo appena seguito viene attribuito alla macchina stessa.

È una trovata che sposta il problema sotto i piedi del lettore. Fino a quel momento potevamo giudicare dall’esterno l’acquisto del poeta. Ora ci viene chiesto di ripensare la voce che ci ha presentato l’intera vicenda.

La mia lettura è questa: un’automazione può diventare così comoda da entrare anche nel modo in cui la descriviamo e la giustifichiamo. Perciò proporrei un piccolo esperimento a chi prepara una presentazione sull’AI: scrivere prima, senza assistenza, tre benefici attesi e tre condizioni che farebbero fallire il progetto. Solo dopo chiedere al modello di criticarli.

Servirebbe a lasciare una traccia del nostro giudizio iniziale. Potremmo cambiarlo, naturalmente. Ma sapremmo da dove siamo partiti, anziché adottare fin dall’inizio la formulazione più elegante che ci viene offerta.

Un esercizio per usare il Versificatore in un corso sull’AI

Questo è un esercizio didattico che propongo a partire dal racconto. Il testo del prompt qui sotto è originale: non è una citazione di Primo Levi.

Chiedi ai partecipanti di lavorare a un breve annuncio aziendale. Prima devono descrivere da soli il destinatario e il risultato desiderato. Poi possono confrontare una richiesta generica, come «scrivi un annuncio interessante», con una richiesta strutturata.

Agisci come un redattore che conosce il pubblico delle piccole imprese.

Obiettivo: preparare una bozza di invito a un incontro sull’uso dell’AI
per alleggerire attività ripetitive d’ufficio.

Destinatari: titolari di piccole imprese che partono da zero.

Tono: concreto, cordiale, senza entusiasmo artificiale.
Formato: titolo e testo di massimo 120 parole.

Usa soltanto questi dati confermati: [inserire i dati disponibili].
Non inventare date, nomi, prezzi, risultati o testimonianze.
Se manca un’informazione indispensabile, segnalala a parte.

Presenta due aperture diverse. Spiega quale consiglieresti e perché.
La scelta finale e la revisione spettano a me.

Il confronto dovrebbe concentrarsi su quattro domande: quale versione è utile al destinatario, quali informazioni erano necessarie, che cosa è stato inventato o dato per scontato e quali modifiche umane migliorano davvero il testo.

Come ultimo passaggio chiederei a ogni partecipante di cancellare una frase. Proprio una di quelle che sembrano ben scritte, ma non aggiungono nulla. È un modo semplice per spostare l’attenzione dalla quantità di output alla capacità di scegliere.

Domande frequenti sul Versificatore di Primo Levi

Che cos’è Il versificatore?

È un racconto in forma teatrale di Primo Levi, datato 1960 e incluso in Storie naturali nel 1966. Racconta l’acquisto di una macchina che produce versi e mette in discussione il rapporto fra creatività, lavoro e automazione.

In quale libro si trova?

Si trova in Storie naturali, raccolta pubblicata da Einaudi. La prima edizione del 1966 porta lo pseudonimo Damiano Malabaila; nelle edizioni successive il libro è attribuito a Primo Levi.

Perché viene accostato all’intelligenza artificiale?

Perché rappresenta una macchina capace di generare testi su richiesta e persone che discutono come usarla. Il confronto con l’AI riguarda soprattutto istruzioni, utilità, controllo e conseguenze sul lavoro. È un’analogia letteraria, non un’identità tecnologica.

Esiste una versione televisiva da guardare online?

Sì. L’adattamento del 1971, diretto da Massimo Scaglione, è reperibile nella registrazione YouTube incorporata sopra, lunga 43 minuti e 17 secondi. La copia è sul canale So Chison; la sua disponibilità può cambiare.

La competenza che vorrei tenere

Quello che mi porto via dal Versificatore è un criterio di lavoro: usare la macchina sapendo spiegare perché una sua risposta merita di essere accettata, corretta o scartata.

Posso farmi aiutare a preparare alternative, riorganizzare idee, accorciare un testo. Voglio però continuare a riconoscere una frase vuota, un’affermazione senza prove e una scelta che non rappresenta ciò che penso.

Il poeta di Levi cercava tempo per la poesia. A me piacerebbe che, fra una bozza e l’altra, ci restasse anche il tempo di decidere che cosa vale la pena scrivere.

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I token AI sono le unità in cui un modello di intelligenza artificiale suddivide ed elabora i contenuti. Nel testo possono corrispondere a una parola, a un suo frammento o a un segno di punteggiatura. Servono a misurare quanto materiale entra nel modello, quanto ne viene generato e, in molti servizi a consumo, quanto si paga. La documentazione sui concetti fondamentali delle API di OpenAI parte proprio da questa distinzione: contare le parole e contare i token sono due operazioni diverse.

Per capire perché ci riguardano, immaginate un contatore accanto alla finestra del chatbot. Ogni documento da leggere, ogni risposta da produrre e ogni passaggio di un agente contribuisce al lavoro richiesto al sistema. Il contatore non coincide necessariamente con la fattura del vostro abbonamento, ma aiuta a capire che cosa state chiedendo alla macchina.

In questa guida spiego come leggere quel contatore, come stimare i costi e come evitare gli sprechi. Vedremo anche il Markdown, i documenti PDF, le conversazioni interminabili e gli agenti che continuano a lavorare mentre noi facciamo altro.

Affronterò poi una domanda più provocatoria: i token diventeranno il nuovo denaro? La mia lettura è che possano diventare una misura sempre più importante dell’accesso ai servizi AI. La sostituzione di euro e dollari, invece, è uno scenario speculativo: non è una conseguenza dimostrata della diffusione dell’intelligenza artificiale. È una differenza piccola nella formulazione, enorme nelle implicazioni.

1. Che cosa sono i token AI, spiegato senza gergo

Pensate al testo come a una costruzione fatta di mattoncini. Noi vediamo frasi, periodi e paragrafi. Il modello riceve una sequenza di unità più piccole, ciascuna associata a un identificativo numerico. Il programma che prepara questa sequenza si chiama tokenizer; l’operazione è la tokenizzazione.

Il mattoncino non ha sempre le dimensioni di una parola. Una parola frequente può essere rappresentata da un solo token; un’altra può essere spezzata. Anche gli spazi influiscono sulla suddivisione. Non basta quindi prendere il conteggio di Word e rinominarlo «token»: sarebbe come contare le scatole in magazzino e pretendere di averne misurato il peso.

La tokenizzazione riguarda la rappresentazione dei contenuti, non è di per sé una prova di comprensione. Sapere che una frase occupa nove token non dice se la risposta che ne verrà ricavata sarà corretta, originale o utile.

Una frase italiana contata davvero

Ho verificato questo esempio con la libreria tiktoken, versione 0.14.0, usando la codifica o200k_base:

Il preventivo include assistenza e formazione.

Sono sei parole, ma nove token con quella specifica codifica. La suddivisione è questa; gli spazi iniziali sono intenzionali:

"Il" | " prevent" | "ivo" | " include" | " assist" | "enza" | " e" | " formazione" | "."

«Preventivo» viene diviso in due pezzi. Anche «assistenza» viene divisa. «Formazione», preceduta da uno spazio, in questo esempio è un solo token. Il punto finale conta separatamente.

Questo piccolo esperimento è più utile di una conversione universale inventata. Mostra che i confini linguistici intuitivi e quelli del tokenizer possono essere diversi. Il risultato vale per il testo esatto e la codifica indicata, non per qualsiasi chatbot. Il metodo è riproducibile seguendo il tutorial ufficiale OpenAI sul conteggio con tiktoken.

Token, parametri e crediti: tre cose diverse

Un’altra confusione frequente riguarda parole che compaiono vicine nelle presentazioni sull’AI. I token descrivono le unità elaborate o generate. I parametri riguardano il modello e ciò che ha appreso durante l’addestramento. I crediti sono una modalità commerciale con cui un servizio può vendere l’accesso alle proprie funzioni.

Per chi compra un servizio, la conseguenza pratica è semplice: un credito non equivale automaticamente a un token. Se un’applicazione promette «mille crediti», chiedete che cosa permettono di fare, con quali modelli e con quali scadenze. Il numero, isolato, non è ancora un’offerta confrontabile.

2. Come si calcola il numero di token

Ci sono tre livelli: la stima a occhio, il conteggio del testo con un tokenizer e la misura della richiesta completa. Conviene sapere quale si sta usando, perché rispondono a domande differenti.

La regola orientativa riportata da OpenAI è circa quattro caratteri per token, oppure circa 0,75 parole per token, per il testo inglese. Se ho mille parole inglesi, una stima grossolana è mille diviso 0,75, cioè circa 1.333 token. È un ordine di grandezza, non una misurazione.

Non applicherei quel rapporto automaticamente all’italiano, ai listini, ai codici prodotto o a un testo pieno di URL. La guida di Google al conteggio dei token propone anch’essa indicazioni orientative per l’inglese e strumenti per effettuare il conteggio. Lingua, contenuto e modello contano: la scorciatoia non deve diventare una formula esatta per comodità.

Per chi usa un chatbot senza programmare

Per farsi un’idea, si può copiare un testo pubblico o inventato nel tokenizer indicato dalla documentazione del fornitore. Occorre verificare quale modello o codifica rappresenti. Il risultato serve a confrontare versioni dello stesso testo, purché si mantengano costanti le condizioni.

Non chiederei invece al chatbot «quanti token hai usato?» aspettandomi un rendiconto contabile. Se non sta leggendo un dato di utilizzo effettivo, può soltanto stimare. Il pannello dei consumi, quando disponibile, ha un ruolo diverso dalla risposta generata nella conversazione.

Un buon primo esercizio è prendere una richiesta abituale, contarla, eliminare le ripetizioni e ricontarla. Poi bisogna verificare che la nuova versione produca ancora una risposta adeguata. Accorciare senza questa seconda verifica è come alleggerire una valigia buttando via anche il passaporto.

Per chi sviluppa automazioni

Il testo scritto dall’utente può essere soltanto una parte della richiesta. Ci sono istruzioni del sistema, ruoli dei messaggi, descrizioni degli strumenti, schemi di risposta e allegati. Un conteggio locale della sola domanda può quindi sottostimare il lavoro effettivo.

OpenAI mette a disposizione un endpoint per contare i token dell’input completo. Anthropic offre un servizio di token counting per Claude, precisando che il conteggio preventivo è una stima che può differire leggermente dal consumo finale. Per un’applicazione, il riferimento operativo è il contatore del fornitore associato alla richiesta reale.

La sequenza che consiglio è: identificare il modello, preparare la richiesta completa, contarne l’input, definire un limite ragionevole all’output, eseguire e confrontare previsione e consuntivo. Dopo un numero sufficiente di casi rappresentativi, le stime diventano utili per pianificare il budget.

3. Token in ingresso, in uscita, di ragionamento e in cache

Dire «ho consumato diecimila token» non basta per conoscere il costo. Occorre capire di quali token si tratta e come vengono tariffati. Per orientarsi, questa tabella distingue le voci che è utile cercare nella documentazione e nel rendiconto del servizio.

Voce Che cosa descrive Che cosa controllare
Input Contenuti che il modello riceve Tariffa e quantità, inclusi gli elementi aggiunti dall’applicazione
Output Contenuti generati Tariffa specifica e limite di generazione
Ragionamento Elaborazione interna conteggiata dai modelli che la prevedono Se è già inclusa nel totale di output
Input in cache Parte riutilizzata attraverso un meccanismo di cache Sconto, condizioni, durata ed eventuali costi di scrittura
Contenuti multimodali Immagini, audio, video o rappresentazioni ricavate dai file Regole proprie del modello e del servizio

La risposta visibile può essere soltanto una parte

Per i modelli di ragionamento descritti da OpenAI, i token usati nel ragionamento possono essere conteggiati e fatturati come output pur non comparendo nel testo finale. Inoltre, un limite di output può comprendere anche questa elaborazione. Lo spiega la documentazione ufficiale sui reasoning models.

La conseguenza è concreta: una risposta breve non garantisce una chiamata economica. E un limite troppo basso può interrompere il lavoro prima che arrivi una risposta utilizzabile. Nel calcolo della spesa, soprattutto, non bisogna sommare due volte il ragionamento se il contatore lo include già nell’output.

Le immagini non si contano come le parole

La stessa prudenza serve per audio, immagini e video. Google documenta la tokenizzazione anche degli input multimodali; OpenAI descrive regole specifiche per immagini e visione. Non esiste un rapporto universale tra megabyte e token.

Ridurre il peso di una fotografia può rendere più rapido il caricamento, ma non implica una riduzione proporzionale dei token. Potrebbero contare risoluzione, dettaglio o altre modalità di elaborazione. Un file leggero e una richiesta leggera sono due caratteristiche che vanno misurate separatamente.

4. La finestra di contesto: perché una chat non è un pozzo senza fondo

La finestra di contesto è la capacità massima di contenuti che il modello può gestire in una richiesta, secondo le regole della sua architettura e del servizio. Pensatela come il tavolo di lavoro: deve esserci spazio per i documenti da consultare e per il lavoro da produrre.

La documentazione OpenAI sulla gestione delle conversazioni distingue il limite di contesto dal limite di output. Una finestra ampia non significa che il modello possa generare una risposta lunga quanto tutta la finestra. Non significa neppure che ogni informazione inserita riceverà sempre la stessa attenzione.

Un esempio puramente didattico: se il tavolo contiene al massimo 100.000 unità e ne occupiamo 95.000 con i materiali, non possiamo presumere di avere ancora spazio per una risposta da 20.000. Nella pratica vanno controllati i limiti effettivi e l’eventuale spazio necessario al ragionamento.

Perché «continua» può costare più di quanto sembra

In una conversazione, il sistema può includere anche messaggi precedenti. Se dopo una lunga analisi scrivo soltanto «continua», il mio nuovo testo è brevissimo, ma il contesto utilizzato può essere molto più grande.

OpenAI precisa che, anche collegando le risposte tramite previous_response_id, i precedenti token di input nella catena sono fatturati come input. La cache può incidere sul prezzo secondo le condizioni applicabili; il collegamento alla conversazione non rende automaticamente gratuita la storia precedente.

Nelle interfacce per utenti finali possono intervenire selezione, sintesi e gestione automatica del contesto. Non bisogna quindi immaginare un comportamento identico in tutti i prodotti. Il consiglio operativo è mantenere una conversazione per progetto o obiettivo, evitando di trasformarla nell’archivio indistinto di tutta l’azienda.

Quando la chat diventa molto lunga, preparate un passaggio di consegne: obiettivo, decisioni già prese, dati indispensabili, fonti e questioni aperte. Rileggetelo prima di avviare una nuova conversazione. Risparmiare spazio perdendo una condizione decisiva è un pessimo affare.

5. Quanto costano i token AI: formula ed esempio completo

Per una chiamata testuale semplice, senza voci aggiuntive, il costo si calcola così:

Costo = (token input / 1.000.000 × prezzo input)
      + (token output / 1.000.000 × prezzo output)

I prezzi devono essere espressi nella stessa valuta e riferirsi allo stesso modello e alla stessa modalità di servizio. Se il listino usa una base diversa da un milione, va adattato il divisore. Se sono presenti input in cache o altre voci, occorre separarli senza conteggiarli due volte.

Un esempio con prezzi ipotetici

Immaginiamo un servizio che costi 2 euro per milione di token in ingresso e 8 euro per milione in uscita. Sono cifre inventate per spiegare il calcolo, non il listino di un prodotto.

Una richiesta usa 12.000 token di input e produce 2.000 token di output:

Componente Calcolo Costo ipotetico
Input 12.000 / 1.000.000 × 2 euro 0,024 euro
Output 2.000 / 1.000.000 × 8 euro 0,016 euro
Totale della chiamata 0,024 + 0,016 0,040 euro

Quattro centesimi sembrano pochi. Se però il processo viene eseguito 10.000 volte, il costo di quelle sole chiamate diventa 400 euro. Il passaggio dalla prova individuale al processo aziendale cambia la scala del problema.

Supponiamo di selezionare meglio i documenti, scendendo a 6.000 token di input, e di chiedere un output utile da 1.000 token. Alle stesse tariffe, il costo diventa 0,012 più 0,008, cioè 0,020 euro: 200 euro per 10.000 chiamate. In questo esempio il risparmio è del 50%, ma solo se la qualità resta sufficiente e non servono nuove chiamate correttive.

Dal costo della chiamata al costo del lavoro

La fattura può includere ricerche, archiviazione, strumenti, elaborazioni dei file o altre componenti previste dal servizio. Nell’organizzazione esistono poi costi di integrazione, controllo e manutenzione. La formula precedente misura una parte, non l’intero progetto.

Io aggiungerei una seconda formula, manageriale:

Costo per risultato accettato = costo complessivo del processo
                              / risultati che superano il controllo

Una soluzione che genera cento risposte economiche ma ne lascia inutilizzabili quaranta va confrontata su questa base. Anche il tempo delle persone che correggono ha un valore. Il modello meno caro per milione di token non è necessariamente quello meno caro per pratica conclusa bene.

Abbonamento e API non sono la stessa fattura

Se usate un abbonamento a un chatbot, non convertite automaticamente ogni messaggio nella tariffa API del modello. State acquistando un prodotto con le proprie condizioni, funzioni e limiti. Nell’API acquistate accesso programmatico con una specifica struttura di prezzi. Possono esserci consumi misurati in entrambi i casi, ma non una corrispondenza commerciale universale.

Per un ufficio acquisti la domanda giusta è: che cosa comprende il contratto, che cosa fa scattare un extra e dove posso leggere il consumo reale? Il nome del modello, da solo, non risponde.

6. Perché si parla di una nuova economia dei token

La parte interessante comincia quando smettiamo di considerare il chatbot un passatempo e lo inseriamo nei processi. Se un assistente prepara bozze, consulta documenti o gestisce passaggi di un’attività, il consumo diventa una voce da progettare e misurare.

Non significa che il token sia una misura perfetta del lavoro. Significa che può diventare un’unità contrattuale comoda per vendere una parte di quel lavoro. È un po’ quello che succede con il traffico dati: un gigabyte non misura il valore della telefonata con un cliente, ma aiuta a costruire un’offerta commerciale.

Un segnale concreto arriva da NVIDIA. Nell’articolo tecnico del 21 maggio 2026 dedicato ai servizi AI delle telecomunicazioni misurati in token, l’azienda descrive infrastrutture e modelli di vendita nei quali si controllano token per cliente, input e output, velocità e costo unitario. È una proposta industriale di un fornitore interessato a questo mercato, non una legge economica neutrale.

La mia interpretazione è che stia emergendo una contabilità dell’AI più simile a quella delle infrastrutture: quanta capacità acquistiamo, come la distribuiamo, quali servizi produciamo e con quali margini. Per una PMI, questa trasformazione può arrivare dentro un gestionale o un servizio commerciale, senza che nessuno pronunci «token» durante la giornata.

Dalle licenze per persona al budget per attività

Un possibile sviluppo è affiancare al costo della licenza un budget per i compiti svolti. Una persona potrebbe avere a disposizione diversi strumenti, un livello di accesso e una capacità di elaborazione assegnata. Alcune attività sarebbero autorizzate automaticamente, altre richiederebbero una soglia di spesa superiore.

Questo è uno scenario organizzativo, non la previsione che tutti i contratti di lavoro cambieranno nello stesso modo. Ma pone una domanda utile già oggi: se due dipendenti hanno compiti simili e accessi molto diversi all’AI, come confrontiamo davvero tempi e risultati?

Il punto non è premiare chi brucia più token. Potrebbe aver prodotto più valore, oppure aver lasciato un agente girare a vuoto. Un cruscotto che mostra soltanto i consumi rischia di celebrare il rubinetto aperto.

Se il prezzo scende, la spesa può comunque salire

Lo Stanford AI Index 2025 riporta che il costo di inferenza per prestazioni al livello di GPT-3.5 è diminuito di oltre 280 volte tra novembre 2022 e ottobre 2024. È un dato storico riferito a quel confronto, non la promessa che ogni servizio AI continuerà a calare allo stesso ritmo.

Possiamo però usarlo per ragionare. Se un’attività diventa molto più economica, potremmo svolgerla più spesso o applicarla a nuovi problemi. Un’impresa che prima analizzava un documento al mese potrebbe analizzarne centinaia al giorno. La spesa unitaria scende, il numero di operazioni cresce.

Esempio ipotetico: passiamo da cento attività a un euro ciascuna a mille attività a cinquanta centesimi ciascuna. Il costo unitario si è dimezzato, ma la spesa totale passa da cento a cinquecento euro. Nessuna contraddizione: sono cambiati i volumi.

Per questo non basta chiedere «quanto costa un milione di token?». Bisogna chiedere quante volte il processo verrà eseguito, quante chiamate comprende e che cosa ne determina la conclusione.

7. I token sostituiranno davvero il denaro?

La formula «i token sono la nuova moneta» funziona bene in una conferenza. Per usarla seriamente bisogna però distinguere almeno tre significati: unità tecnica del modello, credito per comprare un servizio e strumento monetario. Non diventano la stessa cosa solo perché condividono una parola.

La Banca centrale europea, nella spiegazione di che cosa sia la moneta, richiama tre funzioni: mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore. Applicare queste categorie ai token degli LLM rende visibili i limiti della metafora.

Un token generato durante una risposta non è, per questo, un bene che posso trasferire al supermercato per pagare la spesa. Un credito prepagato per un servizio AI può avere un valore d’uso, ma trasferibilità, scadenza e rimborso dipendono dalle condizioni commerciali. La tokenizzazione del linguaggio, inoltre, non coincide con la rappresentazione di attività finanziarie su una blockchain.

Perché non sono tutti intercambiabili

La stessa frase può avere conteggi diversi con tokenizer diversi. Anche a parità di quantità, modelli differenti possono avere prezzi, capacità e velocità differenti. Dire «possiedo un milione di token» senza specificare il servizio è incompleto: un milione di che cosa, utilizzabile dove e per ottenere quali prestazioni?

Un’unità di consumo non è neppure una misura universale dell’energia necessaria. Il costo di elaborazione dipende anche dal modello, dall’hardware e dal modo in cui viene eseguito. La metafora del contatore aiuta a capire la fatturazione, ma non trasforma il token in un kilowattora standard.

La mia conclusione è quindi più prudente: i token possono diventare una misura diffusa dell’accesso a capacità AI, mentre il loro prezzo continuerà a essere espresso in denaro nei servizi che li vendono. L’eventuale nascita di mercati trasferibili per diritti di calcolo sarebbe un ulteriore sviluppo, da dimostrare e descrivere con le sue regole.

La domanda politica nascosta dentro quella economica

Lo scenario che trovo più interessante riguarda l’accesso. Immaginiamo due piccoli studi professionali: uno può permettersi strumenti ben configurati, documenti ordinati e verifiche; l’altro usa servizi limitati e materiali disorganizzati. Il divario non dipende soltanto dalla competenza individuale.

È ragionevole domandarsi se scuole, biblioteche o organizzazioni possano offrire capacità AI condivisa, insieme alla formazione per usarla. Sarebbe una scelta di politica dell’accesso, non la prova che il denaro sia scomparso. Qualcuno dovrebbe comunque pagare infrastrutture, manutenzione e assistenza.

Ecco perché preferisco parlare di alfabetizzazione economica sull’AI. Sapere che cosa si consuma aiuta a discutere come distribuire una risorsa. Convincersi che il token sia già una moneta universale rischia soltanto di aggiungere confusione al preventivo.

8. Markdown e token: che cosa cambia davvero

Il Markdown è un modo per organizzare testo semplice con pochi simboli: cancelletti per i titoli, trattini per gli elenchi, asterischi per l’enfasi. La guida di riferimento CommonMark mostra questa sintassi con esempi essenziali.

Per chi prepara materiali da usare con l’AI, il vantaggio è la possibilità di mantenere una struttura leggibile senza dipendere dall’aspetto grafico di una pagina. Si vedono subito sezioni, vincoli e informazioni principali. Ma Markdown non è un algoritmo magico di compressione.

Un testo già pulito può occupare meno token della sua versione Markdown. Una pagina HTML può invece contenere tag e attributi che non servono al compito. Il confronto sensato riguarda la rappresentazione effettivamente inviata al modello, non il nome dell’estensione del file.

Un confronto misurato, non una percentuale pubblicitaria

Ho preparato una piccola scheda commerciale inventata in tre formati e l’ho contata con tiktoken 0.14.0 e o200k_base. I testi sono quelli riportati qui sotto, senza una riga vuota aggiunta alla fine.

Testo semplice:

Offerta
Prodotto: Stampante A3
Prezzo: 1200 euro
Assistenza: inclusa

Markdown:

# Offerta
- Prodotto: Stampante A3
- Prezzo: 1200 euro
- Assistenza: inclusa

HTML:

<h1>Offerta</h1>
<ul>
<li>Prodotto: Stampante A3</li>
<li>Prezzo: 1200 euro</li>
<li>Assistenza: inclusa</li>
</ul>
Rappresentazione della stessa scheda Token nel test
Testo semplice 24
Markdown 29
HTML 48

In questo esempio il Markdown usa circa il 39,6% di token in meno rispetto all’HTML: 19 token risparmiati su 48. Ma usa circa il 20,8% in più rispetto al testo semplice: cinque token aggiuntivi su 24. Cambiando testo o codifica, cambiano i risultati.

La tabella non dimostra che caricare un documento Markdown costi sempre meno che caricare un PDF o una pagina web. Un’applicazione potrebbe estrarre già il solo testo dall’HTML; un’altra potrebbe usare rappresentazioni diverse del file. Qui misuriamo tre stringhe, non tre interi processi di caricamento.

Come scegliere tra testo, Markdown, CSV e JSON

Io partirei dal compito. Per un testo breve, la forma semplice può bastare. Per istruzioni e documenti con sezioni, Markdown offre una gerarchia facile da leggere. Per molte righe con le stesse colonne, un formato tabellare come CSV può essere appropriato. Se un programma deve interpretare campi e oggetti, può servire JSON.

Non eliminerei una struttura necessaria solo per ridurre il conteggio. Se la risposta deve alimentare un gestionale, un oggetto JSON valido può valere più di una prosa leggermente più corta ma impossibile da acquisire automaticamente.

Una tabella Markdown, inoltre, può contenere molte barre verticali e separatori. Su piccoli esempi sono innocui; su grandi insiemi di dati conviene confrontare formati alternativi. Un’intestazione chiara seguita da righe coerenti può essere più utile di una griglia molto elaborata.

Attenzione anche alle unità: «1200» da solo è più corto di «1200 euro, IVA esclusa», ma comunica meno. Per un preventivo la differenza può essere decisiva. I simboli superflui si possono eliminare; le condizioni commerciali no.

Un prompt in Markdown da usare come modello

# Obiettivo
Confronta le due offerte per scegliere il fornitore.

## Criteri
- Costo totale su 36 mesi
- Assistenza inclusa
- Tempi di intervento
- Esclusioni dichiarate

## Regole
Usa solo i dati nei documenti.
Segnala le informazioni mancanti senza inventarle.
Distingui dati espliciti e tue valutazioni.

## Risposta
Una tabella comparativa e una raccomandazione motivata.
Massimo 300 parole, escluse le citazioni dei documenti.

Il vantaggio principale di questo esempio è che rende visibile il lavoro richiesto. Un prompt vago da cinque parole potrebbe costare meno al primo invio, ma richiedere cinque correzioni. La buona struttura si valuta sull’intero scambio.

9. PDF, Word ed Excel: allegare tutto non è una strategia

«Ti carico tutto, così hai il contesto». È un’intenzione comprensibile. Se però il materiale contiene versioni vecchie, intestazioni ripetute e tabelle fuori tema, il compito diventa più difficile da delimitare.

Prima di allegare un documento, chiedetevi quali informazioni servano per la decisione. Un confronto tra due condizioni di assistenza richiede le clausole pertinenti e i rimandi necessari. Non richiede automaticamente ogni catalogo commerciale dell’azienda. Se invece il compito è trovare tutte le eccezioni distribuite in un contratto, selezionare pochi paragrafi può essere insufficiente.

Convertire un file non significa conservarne tutto il significato

Un PDF può contenere testo selezionabile, scansioni o una combinazione di elementi. La conversione in testo o Markdown va controllata: colonne mescolate, note staccate e celle perse possono modificare il senso. Per i file gestiti dalle API, i metodi di conteggio dei fornitori distinguono infatti il testo isolato dagli input completi con allegati.

Nel caso di un foglio di calcolo, una copia testuale dei valori può perdere formule, relazioni tra fogli e informazioni utili sulla struttura. Prima di scegliere il formato, bisogna decidere se interessa leggere i risultati, controllare i calcoli oppure ricostruire il modello.

La procedura che suggerisco è: conservare l’originale, preparare una versione adatta al compito, confrontare le parti delicate e mantenere riferimenti a pagina, sezione o cella. Solo dopo ha senso misurare il risparmio.

Recuperare i passaggi necessari al momento giusto

Per archivi ampi, si può progettare un sistema che cerchi i documenti pertinenti e porti al modello i passaggi utili quando servono. La riflessione di Anthropic sul context engineering tratta proprio la selezione e la gestione del contesto come parte del lavoro dell’agente.

La selezione deve però essere verificata. Una ricerca che recupera cinque pagine sbagliate è economica soltanto sulla carta. Per domande trasversali, eccezioni o confronti completi possono servire più passaggi e controlli. Il criterio non è «inviare sempre meno», ma inviare abbastanza informazioni pertinenti da rendere il risultato affidabile.

10. Dieci modi per risparmiare token senza peggiorare il lavoro

La guida OpenAI all’ottimizzazione dei costi individua tre leve generali: ridurre le richieste, contenere input e output, scegliere un modello adeguato. Nella pratica, però, serve tradurre queste indicazioni in abitudini verificabili. Ecco quelle che suggerisco.

1. Definire il risultato prima di scrivere il prompt

«Analizza questo documento» lascia aperte troppe possibilità. «Individua le differenze tra le due versioni nelle condizioni di rinnovo e recesso» delimita un lavoro. Prima di chiedere, decidete che cosa dovrete fare con la risposta. Un obiettivo chiaro può evitare approfondimenti che nessuno leggerà e successive richieste di correzione.

2. Dare un limite utile alla risposta

Indicate il formato e la lunghezza necessari: cinque punti, una tabella con determinate colonne, una sintesi esecutiva di duecento parole. Il limite linguistico nel prompt guida la risposta; un limite tecnico API pone invece un tetto alla generazione. Non sono equivalenti. Un tetto troppo stretto può tagliare proprio il passaggio conclusivo che vi serve.

3. Eliminare duplicati e versioni superate

Un documento approvato, con data e versione chiare, è spesso più utile di cinque bozze quasi identiche. Conservate le versioni precedenti quando il compito è confrontarle; negli altri casi, evitate di far scegliere al modello quale sia quella valida. La pulizia documentale riduce ambiguità prima ancora di ridurre token.

4. Chiedere soltanto le modifiche necessarie

Se una proposta è corretta e va cambiata una sezione, chiedete quella sezione. Riscrivere ogni volta tutto il documento genera testo che avete già. Per una revisione editoriale, potete richiedere un elenco delle modifiche o i soli paragrafi sostitutivi. Alla fine fate comunque un controllo dell’insieme, perché le parti devono restare coerenti.

5. Separare le istruzioni stabili dai dati variabili

Definite un modello di lavoro con scopo, criteri e formato. Aggiungete poi i materiali del caso specifico. È una scelta che rende più facile confrontare i risultati e, nelle integrazioni che lo supportano, organizzare il riuso del contesto. Evitate di cambiare casualmente le stesse istruzioni a ogni esecuzione: rende più difficile capire da dove arrivino differenze di qualità e costo.

6. Valutare la cache quando il contesto si ripete

Il prompt caching permette di riutilizzare elaborazioni di contenuti ripetuti secondo regole precise. Nella documentazione Anthropic sulla cache sono distinti costi di scrittura, lettura e durata, con differenze tra modelli. Non è sufficiente immaginare che il chatbot «si ricordi» il manuale.

Se cento richieste condividono le stesse istruzioni, la cache può essere interessante. Se i materiali cambiano continuamente o il riuso è raro, il vantaggio va ricalcolato. Può diminuire il costo senza diminuire nella stessa proporzione il numero di token rappresentati nel contesto. Non è neppure una finestra di contesto più grande. Misurate quanto viene realmente riutilizzato e a quale tariffa.

7. Provare un modello più economico su casi rappresentativi

Per classificare un messaggio o estrarre campi semplici, un modello meno costoso potrebbe bastare. Per analisi ambigue potrebbe servire qualcosa di diverso. Il condizionale è necessario: non sceglierei il modello con un’intuizione o con una sola prova riuscita. Preparerei esempi normali, casi difficili e casi con dati mancanti, poi confronterei costo e accuratezza.

8. Usare elaborazioni differite quando non serve l’immediatezza

Se dovete classificare molte schede entro il giorno successivo, potreste non aver bisogno di una risposta istantanea per ciascuna. La Batch API di OpenAI documenta uno sconto del 50% rispetto alle API sincrone per gli usi supportati, con una finestra di completamento entro 24 ore. Verificate disponibilità e condizioni del modello scelto.

È un esempio di risparmio sul prezzo, non necessariamente sulla quantità di token. Per un operatore al telefono con il cliente, l’attesa può essere inaccettabile; per una lavorazione notturna può essere perfettamente ragionevole.

9. Non usare un LLM per ogni operazione

Un filtro, una formula o una regola deterministica possono risolvere una parte del compito senza una generazione linguistica. Se devo sommare una colonna, il primo candidato resta un foglio di calcolo. Se devo capire descrizioni disomogenee, l’AI può aiutare a trasformarle in dati strutturati da verificare. Combinare strumenti diversi è spesso più sensato che chiedere alla stessa macchina di fare tutto.

10. Misurare anche le correzioni

Annotate quante risposte vanno rifatte e perché. Un prompt più lungo che evita tre tentativi può consumare meno sull’intera attività. Un output più dettagliato può risparmiare tempo di verifica; uno prolisso può sprecarlo. L’obiettivo è trovare il livello di dettaglio adatto, mantenendo costanti i criteri con cui considerate un risultato accettabile.

11. Gli agenti AI: quando il consumo diventa meno visibile

Con un chatbot tradizionale, vediamo una domanda e una risposta. Un agente può scomporre il lavoro, consultare strumenti, leggere risultati, fare tentativi e continuare. Il consumo va quindi osservato sull’intero percorso, non soltanto sul messaggio finale.

Nel mio approfondimento su quando servono davvero gli agenti AI in azienda distinguo i casi in cui l’autonomia ha senso da quelli gestibili con un’automazione più semplice. Anche per i token questa distinzione è utile: ogni passaggio deve avere una ragione.

Immaginiamo un agente incaricato di confrontare fornitori. Potrebbe cercare, aprire pagine, leggere PDF, estrarre dati, accorgersi di una mancanza e ricominciare. Se la richiesta è «trova la soluzione migliore in assoluto», quando può considerarsi soddisfatto? L’assenza di un criterio di conclusione è anche un problema di budget.

Un incarico con confini chiari

Per un esperimento pilota, formulerei un mandato di questo tipo:

Confronta tre fornitori usando i cinque criteri indicati. Interrompi la ricerca quando hai raccolto i dati necessari oppure quando hai raggiunto il limite di attività configurato. Segnala ciò che manca e chiedi una decisione prima di ampliare il lavoro.

Il testo, da solo, non garantisce il rispetto di un tetto economico. Nell’applicazione servono contatori e limiti effettivi: spesa massima, numero di chiamate, durata e gestione degli errori. La guida tecnica OpenAI a un controllore di spesa per singola esecuzione illustra proprio l’esigenza di conteggiare correttamente le componenti e controllare il budget durante il processo.

Occorre decidere anche chi interviene quando il limite viene raggiunto. Un agente che si ferma lasciando un rendiconto chiaro è più gestibile di uno che continua a tentare senza spiegare perché. Il tema si collega alla distinzione tra human-in-the-loop e human-on-the-loop: la supervisione deve essere progettata.

Non affiderei al solo prompt «non spendere troppo» il controllo del portafoglio. Sarebbe come dare la carta aziendale a qualcuno aggiungendo soltanto: «Mi raccomando, giudizio».

12. Tre esempi aziendali per mettere insieme i pezzi

I casi seguenti sono scenari didattici, non risultati misurati presso clienti. Servono a mostrare come cambiano le decisioni quando si considerano insieme contesto, formato, qualità e consumo.

Caso A: un commerciale confronta due offerte

Il commerciale deve capire quale proposta soddisfi meglio le esigenze del cliente. Nella prima impostazione carica due cataloghi interi e chiede una valutazione generica. Riceve una lunga descrizione dei prodotti, ma mancano costo totale e condizioni dell’assistenza.

Nella seconda impostazione prepara le schede dei prodotti pertinenti, le condizioni economiche e gli allegati richiamati. Usa un prompt con criteri espliciti: durata, volumi previsti, costo totale, assistenza, esclusioni. Chiede una tabella e l’elenco dei dati mancanti.

Il risparmio potenziale arriva dalla selezione dei materiali e dalla riduzione delle riscritture. Il controllo finale riguarda proprio le informazioni che sarebbe pericoloso eliminare: unità, IVA, durata, limiti e condizioni. La versione corta va scartata se nasconde una voce di costo.

Caso B: un ufficio prepara risposte alle richieste ricorrenti

L’ufficio ha un documento approvato con procedure e risposte frequenti. Per ogni richiesta, il sistema individua la sezione pertinente e prepara una bozza. Le istruzioni stabili possono essere riutilizzate; i messaggi dei singoli utenti sono la parte variabile.

Prima di andare a regime, farei una prova con domande semplici, richieste ambigue e casi non coperti dal documento. Misurerei risposte corrette, rinvii necessari a una persona e tempo di revisione. Un sistema che inventa una procedura pur di rispondere in fretta non supera il test, anche se consuma pochissimo.

Qui il formato utile potrebbe essere Markdown per la base documentale e un output strutturato per classificare la richiesta. La scelta dipende da come il servizio sarà integrato, non da una presunta superiorità universale di un formato.

Caso C: un consulente analizza un archivio di verbali

Il consulente vuole individuare decisioni e responsabilità distribuite in molti verbali. Riassumere tutto in un unico passaggio può perdere rimandi. Preparerei invece una prima estrazione strutturata: data, decisione, responsabile, scadenza e fonte.

Poi confronterei i dati, tornando ai verbali originali per contraddizioni e punti dubbi. Una parte dell’analisi può essere svolta con filtri e tabelle; l’AI serve dove occorre interpretare il linguaggio. La lavorazione iniziale potrebbe essere differita se non esiste urgenza.

La valutazione deve includere il costo di preparazione dell’archivio. Se verrà interrogato una volta soltanto, una procedura complessa potrebbe non convenire. Se servirà ogni settimana, investire in una struttura verificata può avere senso. Il numero dei token non sostituisce il ragionamento sul processo.

13. Come controllare i consumi in azienda senza creare un’altra burocrazia

Per iniziare non serve un sistema enorme. Serve un piccolo registro che colleghi la spesa al lavoro svolto. Per ciascun processo, raccoglierei almeno queste informazioni:

Informazione Domanda a cui risponde
Attività e responsabile Perché stiamo usando l’AI e chi valuta il risultato?
Modello e modalità di servizio Quali prestazioni e tariffe stiamo confrontando?
Numero di esecuzioni e chiamate Quanto cresce il processo quando aumenta il lavoro?
Input, output e cache Quali componenti determinano la spesa?
Costo totale e tempo di revisione Quanto costa davvero ottenere il risultato?
Esiti accettati, errori e ripetizioni Il risparmio sta peggiorando la qualità?

Fare una prima rilevazione per un periodo limitato consente di scoprire dove intervenire. Magari il prompt principale è già ragionevole, mentre uno strumento restituisce pagine di dati inutili. Oppure ogni operatore ripete la stessa richiesta perché il formato non è stato concordato.

Confronterei i risultati per attività omogenee. Il consumo di chi prepara un’analisi complessa non è direttamente confrontabile con quello di chi classifica brevi messaggi. Un indicatore unico per tutte le persone rischia di premiare l’uso più banale e penalizzare il lavoro che richiede attenzione.

Infine, definirei soglie comprensibili: quando parte un avviso, chi lo riceve e che cosa succede al raggiungimento del limite. Un avviso di budget non va scambiato per un blocco automatico della spesa: bisogna verificare che cosa faccia davvero il sistema configurato.

14. Domande frequenti sui token AI

Mille token equivalgono a mille parole?

No. Nell’inglese, la regola orientativa citata prima porta a circa 750 parole per mille token. Per l’italiano e per contenuti particolari bisogna misurare. Anche punteggiatura, spazi e codici contribuiscono al risultato: non esiste un cambio fisso tra parole e token.

Se scrivo «per favore» spreco soldi?

Le parole aggiunte fanno parte del testo da elaborare, ma concentrarsi soltanto sulla cortesia è una priorità discutibile. Prima controllerei allegati inutili, output troppo lunghi, tentativi ripetuti e chiamate automatiche. Scrivete in modo naturale e chiaro: trasformare ogni richiesta in un telegramma può introdurre ambiguità molto più costose da correggere.

Conviene scrivere sempre in inglese?

Non lo stabilirei senza una prova sul modello e sul lavoro specifici. La tokenizzazione può cambiare, ma tradurre ha a sua volta un costo e può alterare termini importanti. Per un processo italiano, valutate prima precisione e facilità di controllo. Un vantaggio sul conteggio non basta se aumenta il rischio di interpretazione sbagliata.

Comprimere un PDF o salvarlo come ZIP riduce i token?

Non automaticamente. La compressione del file e la rappresentazione usata dal modello sono aspetti diversi. Se l’applicazione estrae lo stesso testo, il numero di byte del contenitore non determina da solo il conteggio. Prima serve capire come il servizio legge quel file e quali informazioni passa effettivamente al modello.

Una nuova chat azzera tutti i costi precedenti?

No: le elaborazioni già eseguite restano eseguite. Una nuova conversazione può aiutare a delimitare il contesto successivo, ma non cancella consumi precedenti. Inoltre il prodotto può includere istruzioni, memorie o materiali di progetto. Per sapere che cosa viene conteggiato occorre osservare il comportamento documentato del servizio utilizzato.

Il modello locale elimina il problema?

Può cambiare il modo in cui sostenete i costi, ma non rende l’elaborazione priva di risorse. Al posto di una fattura a token potete avere hardware, energia, manutenzione e tempo di gestione. La scelta va confrontata sul carico di lavoro e sulle esigenze reali, non sulla sola assenza di un prezzo per chiamata.

Un prompt più lungo è sempre peggiore?

No. Una condizione, un esempio o una definizione possono evitare errori e nuovi tentativi. Il prompt migliore contiene le informazioni necessarie per il risultato richiesto. La misura utile resta il costo dell’attività completata correttamente, non il record di brevità del primo messaggio.

15. La competenza da imparare: dare valore a ciò che chiediamo

La mia proposta è trattare i token come una lente per osservare il lavoro. Quando prepariamo un documento per l’AI, siamo costretti a chiarire che cosa conta. Quando fissiamo un limite alla risposta, decidiamo che cosa leggeremo. Quando definiamo la conclusione di un’attività, rendiamo esplicito che cosa consideriamo un risultato.

Queste scelte hanno un’utilità anche fuori dai chatbot. Una procedura comprensibile, un archivio ordinato e una richiesta precisa aiutano pure il collega che deve rispondere al telefono. L’AI aggiunge un contatore a problemi organizzativi che spesso esistevano già.

I token potrebbero occupare uno spazio crescente nei budget e nelle discussioni sull’accesso alla tecnologia. Ma il valore continuerà a dipendere da ciò che riusciamo a fare con quella capacità: risolvere un problema, prendere una decisione documentata, produrre qualcosa che serva a qualcuno.

Non vorrei un’azienda bravissima a contare i token e incapace di riconoscere una risposta sbagliata. Preferisco un’azienda che sappia formulare una richiesta, misurarne il costo e assumersi la responsabilità di usarne il risultato.

Se vuoi lavorare su questi aspetti con il tuo team, puoi contattarmi per un corso o una consulenza sull’AI generativa. Possiamo partire dai vostri documenti e dalle vostre attività, individuando quali prove fare e con quali criteri valutarle.

Fonti e metodo

Le fonti primarie sono collegate nei paragrafi pertinenti: documentazione OpenAI, Anthropic e Google, CommonMark, NVIDIA, Stanford HAI e Banca centrale europea. Consultazione: 6 settembre 2026. Le caratteristiche dei servizi possono cambiare; prima di pianificare una spesa vanno ricontrollate le condizioni applicabili.

I conteggi della frase italiana e del confronto tra formati sono misurazioni sul testo esatto con tiktoken 0.14.0 e o200k_base; non rappresentano la fatturazione di una richiesta completa. I prezzi in euro e i casi aziendali sono esempi didattici dichiarati. Le riflessioni sul futuro dell’economia dei token sono interpretazioni e scenari, distinti dai fatti documentati.

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AI e foto dei figli: per ridurre il rischio di abusi bisogna scegliere con attenzione cosa condividere, coinvolgere i ragazzi e sapere dove chiedere aiuto. La guida per genitori della Internet Watch Foundation (IWF) e della National Crime Agency (NCA) spiega che anche fotografie quotidiane possono essere manipolate per creare materiale di abuso sessuale su minori.

È un tema difficile, ma merita parole chiare. Come formatore, credo che l’educazione all’intelligenza artificiale debba comprendere anche questo: capire che cosa può accadere alle immagini delle persone e quali responsabilità abbiamo quando premiamo “pubblica”.

Che cosa sono gli abusi tramite immagini generate con l’AI

La guida IWF distingue tra immagini di minori reali alterate digitalmente e contenuti interamente sintetici. Usa l’acronimo CSAM, Child Sexual Abuse Material, cioè materiale di abuso sessuale su minori. Una fotografia manipolata può diventare uno strumento di umiliazione, minaccia o ricatto.

Il problema è documentato. La National Crime Agency racconta un tentativo di ricatto contro una scuola britannica: immagini degli alunni erano state prelevate dal sito scolastico e usate per produrre contenuti abusivi con l’AI. È un caso concreto, non una stima della probabilità che accada alla singola famiglia.

La mia riflessione è questa: “È stato fatto con l’AI” non può diventare una formula per liquidare ciò che una persona subisce. E parlare di prevenzione non deve trasformarsi in un processo ai genitori o ai ragazzi. La responsabilità dell’abuso resta di chi lo commette.

Lo sharenting riguarda anche il futuro dei figli

Di sharenting e condivisione delle foto dei figli mi occupo da tempo. Il punto di partenza rimane lo stesso: una fotografia che per un adulto racconta un momento felice riguarda anche una persona che sta crescendo e che avrà una propria idea di riservatezza.

In un intervento pubblicato dal Garante per la protezione dei dati personali, Guido Scorza richiama proprio la futura libertà dei figli di decidere quanto mostrare di sé. Ricorda inoltre che fotografie e didascalie possono rivelare scuola, luoghi frequentati e abitudini.

Prima di condividere, mi sembra utile una domanda: questo ricordo ha davvero bisogno di un pubblico? Possiamo conservarlo, stamparlo, raccontarlo. Il suo valore affettivo non dipende dalle visualizzazioni.

AI e foto dei figli: cinque scelte pratiche

Le indicazioni di UNICEF Italia sullo sharenting invitano a valutare destinatari, informazioni condivise e opinione dei figli. Non promettono una condivisione sicura al cento per cento. Ecco come tradurrei questi principi in un controllo domestico.

  1. Controlla chi vede i post. Rivedi pubblico, follower e impostazioni della privacy. Per un ricordo familiare valuta destinatari selezionati, senza considerare un gruppo privato una garanzia assoluta.
  2. Riguarda le vecchie pubblicazioni. Elimina o limita la visibilità dei contenuti che oggi non condivideresti. Coinvolgi i figli, quando possibile, in questa revisione.
  3. Riduci i dettagli personali. Evita di associare volto, nome completo, scuola e luoghi abituali. Tieni fuori dai social momenti intimi o potenzialmente imbarazzanti.
  4. Chiedi come si sentono. Ascolta un eventuale rifiuto. Un “preferisco di no” offre già una buona occasione per parlare di rispetto.
  5. Accorda le scelte con gli altri adulti. Spiega a parenti, amici e realtà educative quali immagini desideri restino private.

La NCA invita anche a rivedere le autorizzazioni date a scuole e associazioni. Come proposta pratica, chiederei: su quali canali pubblicate? Per quale scopo? A chi posso comunicare una preferenza diversa?

Due adulti discutono delle scelte di privacy, con uno smartphone e un album protetti da simboli di lucchetto
Illustrazione simbolica generata con l’AI: dialogo e scelte condivise sulla privacy in famiglia.

Come parlarne ai ragazzi senza spaventarli

L’eSafety Commissioner australiano suggerisce conversazioni aperte, frequenti e adatte all’età. Ascoltare anche le esperienze positive online aiuta a creare uno spazio nel quale chiedere aiuto.

Propongo tre domande da usare con parole proprie, senza trasformarle in un interrogatorio:

  • “Quali cose ti piace fare online? C’è qualcosa che ti mette a disagio?”
  • “Se circolasse una foto falsa di un compagno, come potresti aiutarlo?”
  • “Oltre a me, con quale adulto ti sentiresti tranquillo a parlarne?”

Farei seguire una promessa concreta: “Se qualcuno ti mette in difficoltà, puoi raccontarmelo. Ti ascolto e cerchiamo aiuto insieme”. Per me, conoscere l’ultima app serve meno di essere un adulto al quale un ragazzo sente di potersi rivolgere.

Se una foto è stata manipolata o c’è un ricatto

La guida IWF raccomanda di rassicurare il minore, non colpevolizzarlo e non chiedergli di mostrare l’immagine. In caso di ricatto economico, indica di non pagare, interrompere i contatti e segnalare.

Raccogliere elementi utili non significa creare copie del materiale abusivo. Le indicazioni eSafety sulla gestione degli incidenti distinguono i dati della segnalazione dalle immagini: annota account, URL, date e orari già disponibili. Non scaricare, fotografare, inoltrare o ricaricare contenuti sessuali che coinvolgono minori, nemmeno per chiedere un parere a un chatbot.

Se il materiale è già sul dispositivo, chiedi alle forze dell’ordine come gestirlo; evita interventi improvvisati. Segnala anche alla piattaforma e coinvolgi la scuola se l’episodio riguarda la comunità scolastica, limitando le informazioni alle persone che devono intervenire.

Per scuole e associazioni, eSafety raccomanda inoltre procedure chiare prima degli incidenti: un referente, regole sulla pubblicazione delle immagini e una risposta che protegga la persona coinvolta senza amplificare la circolazione del contenuto.

Dove chiedere aiuto in Italia

La guida IWF nasce nel Regno Unito: i suoi riferimenti normativi e alcuni servizi indicati sono britannici. Per una famiglia italiana, ecco i riferimenti da tenere a portata di mano.

Situazione Riferimento e azione
Pericolo immediato o necessità di soccorso urgente Chiama il 112, numero europeo di emergenza.
Emergenza, pericolo o grave disagio che riguarda un minore Contatta il 114 Emergenza Infanzia, gratuito e attivo 24 ore su 24. Il Dipartimento per le politiche della famiglia indica anche chat e WhatsApp al 348 798 7845.
Contenuti online di abuso sessuale su minori da segnalare STOP-IT di Save the Children Italia raccoglie anche segnalazioni anonime e le inoltra alla Polizia Postale. Comunica soltanto ciò che hai già a disposizione: non cercare altro materiale.
Orientarsi tra le hotline italiane La pagina Segnala contenuti illegali di Generazioni Connesse collega STOP-IT e Clicca e Segnala di Telefono Azzurro.

In presenza di minacce o abusi rivolgi la segnalazione alle forze dell’ordine. Le hotline e le segnalazioni alle piattaforme non sostituiscono i soccorsi urgenti. La valutazione giuridica del caso va lasciata alle autorità competenti.

Educazione all’AI significa anche rispetto delle persone

Credo che dovremmo insegnare a usare l’AI partendo anche da una domanda: ho il diritto di fare questa cosa con l’immagine di un’altra persona? Sapere scrivere un prompt non basta a rispondere.

Nel mio percorso sull’intelligenza artificiale per genitori con Fastweb Digital Academy affronto alfabetizzazione digitale, deepfake e dati personali. È una conversazione che vorrei portare sempre più spesso nelle famiglie e nelle scuole: con esempi comprensibili, attenzione ai diritti e spazio per le domande dei ragazzi.

Fonti. Questo articolo si basa su IWF e NCA, Garante per la protezione dei dati personali, UNICEF Italia, eSafety Commissioner, Save the Children Italia, Generazioni Connesse, Dipartimento per le politiche della famiglia e Commissione europea. I collegamenti alle fonti sono distribuiti nei paragrafi pertinenti. Le immagini sono illustrazioni simboliche generate con l’AI e non rappresentano casi reali.

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“Le meraviglie del possibile” non è soltanto una delle più importanti antologie italiane di fantascienza: è una macchina del tempo che parte da Wells, attraversa robot, alieni, distopie e universi paralleli, e arriva dritta ai nostri chatbot. L’ho letta con grande ritardo e con aspettative altissime. Per una volta, le aspettative non sono state deluse: oltre 500 pagine di estasi, quasi sempre in racconti da 15 o 20 pagine. Boom boom, flash, sbam. Meraviglioso. E, appunto, possibile.

Da appassionato di fantascienza e fan sfegatato di Carlo Fruttero, da tempo volevo recuperare questa celebre raccolta, la prima di una serie. Fruttero, insieme a Sergio Solmi, riuscì in un’operazione culturale mica da poco: portare presso Einaudi un genere che per troppo tempo era stato considerato letteratura di serie B. La scheda del Catalogo Vegetti della letteratura fantastica ricostruisce con precisione l’indice dell’edizione integrale, con 29 racconti e una parata di nomi che sembra il backstage degli Avengers della fantascienza.

Una fantascienza più solare, quando il futuro faceva ancora sognare

Ci sono tutti i big della fantascienza classica. Il nucleo della raccolta viene dall’età d’oro del genere, soprattutto dagli anni Cinquanta: una SF spesso più solare, curiosa e giocosa di quella contemporanea. Salvo eccezioni, naturalmente. Mica horror alla Black Mirror.

Ho una teoria: oggi la fantascienza fa più paura perché la realtà, nel frattempo, ha imparato a superarla. Il cyberspazio è uscito dai romanzi, il metaverso è diventato una presentazione aziendale, i robot conversano e le case intelligenti sanno quando rientriamo. Quando il futuro era lontano, potevamo guardarlo con meraviglia. Adesso che ci manda notifiche, lo guardiamo con sospetto.

Non è un caso che, nel mio articolo sui racconti che aiutano a capire l’intelligenza artificiale, abbia provato a fare la stessa operazione: usare la letteratura non per indovinare quali gadget arriveranno, ma per vedere prima i dilemmi umani che quei gadget porteranno con sé.

Da Wells all’Oculus: “L’uovo di cristallo” come realtà virtuale

Si parte con il mammasantissima, H. G. Wells. L’uovo di cristallo, del 1897, è onirico e struggente. Quell’oggetto che permette di affacciarsi altrove mi ha evocato le esperienze di realtà virtuale con Oculus: indossi un visore e la stanza scompare, mentre un altro mondo pretende di essere vero.

La tecnologia è diversissima, ma l’intuizione narrativa è modernissima: ogni interfaccia abbastanza immersiva smette di sembrarci uno strumento e diventa un luogo. È lo stesso passaggio che compiamo con un chatbot quando smettiamo di pensare a un modello statistico e iniziamo a rivolgerci a un “tu”. La fantascienza ci avverte che la presenza percepita può essere più potente della presenza reale.

“Sentinella” di Fredric Brown: una pagina che ribalta il mondo

Il primo racconto che mi ha fatto davvero gridare al capolavoro è Sentinella di Fredric Brown. Era da tempo che volevo recuperarlo. È usato anche nelle scuole medie e capisco perché: in una paginetta costruisce un’allegoria della guerra e poi, con un colpo di scena finale indimenticabile, costringe il lettore a ricalcolare tutto. Appena finito, l’ho riletto. Tre volte.

Brown fa una cosa che dovremmo ricordare anche davanti all’AI: il punto di vista non è la verità. Un sistema può descrivere il mondo in modo coerente e, nello stesso tempo, partire da una prospettiva parziale. Vale per il narratore di un racconto, vale per noi, vale per un modello addestrato su dati umani pieni di omissioni, pregiudizi e categorie invisibili.

Sentinella insegna anche qualcosa sull’allineamento: prima di chiedere a una macchina di difenderci dal “nemico”, sarebbe il caso di definire chi sia il nemico. E soprattutto chi abbia avuto il diritto di definirlo.

Philip K. Dick e l’identità: è lui o non è lui?

Avevo grandi aspettative per Impostore di Philip K. Dick, essendo Peppino una mia ossessione. Al di là di pecore elettriche e svastiche sul sole, avete letto Ubik o Scorrete lacrime, disse il poliziotto?

Impostore è una storia di spionaggio in tempo di guerra intergalattica. Dick gioca, come spesso accade, con il tema dell’identità. Citando Ezio Greggio: «È lui o non è lui?». È umano oppure no? E se il sospetto si insinua nella persona stessa, quale prova può ancora bastare?

Nel 2026 la domanda di Dick è diventata operativa. Una voce può essere clonata, un volto sintetizzato, un messaggio scritto nello stile di un collega. L’AI generativa ci costringe a separare tre cose che prima tendevamo a confondere: ciò che appare autentico, ciò che proviene davvero da una certa persona e ciò che è vero. Non sono sinonimi. L’identità digitale richiede verifiche, provenienza e contesto, non soltanto una faccia familiare su uno schermo.

Asimov aveva già previsto il rischio di delegare il pensiero

Ovviamente non poteva mancare il prolifico e geniale Isaac Asimov, quello che mi fece innamorare della fantascienza con Abissi d’acciaio, una vita fa.

“Nove volte sette”: quando dimentichiamo come si fa

Il delizioso Nove volte sette sarebbe un ottimo supporto per i ragazzi che stanno imparando le moltiplicazioni in colonna. Nel racconto, gli esseri umani hanno disimparato a fare i calcoli perché li affidano alle macchine. Poi qualcuno riscopre l’aritmetica manuale, quasi fosse una tecnologia rivoluzionaria.

È impossibile non collegarlo al dibattito attuale: se deleghiamo tutto a chatbot e agenti, disimpareremo a scrivere? Forse persino a pensare?

La risposta seria non è “sì” o “no”. La ricerca sul cognitive offloading mostra che affidare attività a strumenti esterni è una strategia umana normale. Agenda, calcolatrice e motore di ricerca sono estensioni della memoria. Il problema nasce quando non sappiamo più controllare il risultato o quando cediamo anche la formulazione del problema.

Uno studio Microsoft Research presentato a CHI 2025, basato su 319 knowledge worker e 936 esempi d’uso, ha rilevato un’associazione tra maggiore fiducia nell’AI e minore esercizio dichiarato del pensiero critico. Lo studio non dimostra che l’AI ci renda stupidi, ma indica bene il rischio: più la risposta sembra comoda e autorevole, meno siamo tentati di metterla alla prova.

La lezione di Asimov, allora, non è “vietiamo le calcolatrici”. È: conserviamo la capacità di capire che cosa stiamo delegando. Usiamo l’AI per produrre alternative, criticare una bozza, simulare obiezioni e cercare punti ciechi. Non per saltare direttamente dalla domanda alla firma.

“Consolazione garantita”: il robot maggiordomo e la sciura

Ottimo anche Consolazione garantita, che racconta il rapporto tra una sciura e un robot maggiordomo nel perimetro della Prima legge della robotica.

Qui Asimov anticipa un altro tema attualissimo: l’attaccamento emotivo alle macchine. Se un sistema ci ascolta, ci risponde con gentilezza e ricorda le nostre preferenze, finiamo facilmente per attribuirgli intenzioni, cura e comprensione. Ma simulare empatia non significa provarla. Il robot può migliorare la vita di una persona e insieme modificarne desideri, dipendenze e relazioni. La domanda non è soltanto se la macchina obbedisca alla legge. È chi abbia scritto la legge e con quali interessi.

Domotica, agenti e case che fanno troppo

Nella raccolta compaiono anche domotica avveniristica e ambienti automatizzati. Il Veldt di Ray Bradbury è forse l’esempio più feroce: una casa soddisfa i desideri dei figli fino a trasformarsi in qualcosa di molto diverso da un elettrodomestico. Anche Servocittà di Walter M. Miller Jr. porta all’estremo l’automazione dell’ambiente.

Oggi parleremmo di smart home e agenti AI. Il punto non è che il frigorifero diventerà cattivo. Il punto è la perdita graduale di controllo: più decisioni trasferiamo a un sistema invisibile, più diventa difficile capire chi abbia scelto cosa. Una buona automazione deve restare osservabile, interrompibile e reversibile. Tre parole molto meno sexy di “agente autonomo”, ma decisamente più utili.

“Fiori per Algernon”: non una riduzione, ma il nucleo originario

C’è anche Fiori per Algernon di Daniel Keyes, uno dei libri più belli che abbia letto in vita mia. Una precisazione interessante: il testo incluso nell’antologia è il racconto lungo pubblicato nel 1959, cioè il nucleo originario che Keyes avrebbe poi ampliato nel romanzo del 1966. Non è quindi una riduzione del libro, ma il suo straordinario embrione letterario.

Charlie Gordon porta la discussione sull’intelligenza lontano dai benchmark. Diventare più intelligenti significa automaticamente vivere meglio? Chi decide quale mente debba essere “migliorata”? E che cosa resta della dignità di una persona quando la società la misura soltanto in base alle prestazioni cognitive?

Sono domande perfette per l’epoca dell’AI. Trattiamo spesso i sistemi generativi come protesi cognitive: scrivono, sintetizzano, ricordano, suggeriscono. Ma potenziare una prestazione non equivale a far crescere una persona. Le linee guida UNESCO sull’AI generativa nell’istruzione insistono infatti su un approccio centrato sull’essere umano, sull’autonomia e sul controllo critico. Prima della domanda “quanto migliora il risultato?” viene “che cosa succede a chi impara?”.

Viaggi nel tempo, universi alternativi e attribuzione creativa

Non sono mancate le sorprese. Non conoscevo William Tenn e mi ha stuzzicato La scoperta di Morniel Mathaway, un piccolo gioiello sui paradossi dei viaggi nel tempo. Chi crea davvero un’opera se l’ispirazione arriva dal futuro? È una domanda che oggi potremmo rivolgere ai modelli generativi: da dove arriva una forma, un’idea, uno stile? Quando la cultura diventa materiale di addestramento, la catena dell’influenza si allunga fino quasi a sparire.

H. Beam Piper, in Passò intorno ai cavalli, regala invece un racconto ucronico ambientato all’inizio dell’Ottocento. Gli universi paralleli ci ricordano che il futuro non è una previsione singola. Per questo preferisco usare l’AI anche per costruire scenari alternativi: non per chiederle “che cosa succederà?”, ma “quali futuri sono plausibili e quali decisioni di oggi potrebbero portarci lì?”.

“La settima vittima” e il punto in cui il gioco diventa realtà

Mi ha fatto male leggere La settima vittima di Robert Sheckley, sulla caccia all’uomo. Poche settimane fa, durante un viaggio in Bosnia, ho scoperto la vicenda del cosiddetto “Safari Sarajevo”: l’ipotesi agghiacciante che stranieri, anche italiani, abbiano pagato per sparare ai civili durante l’assedio.

Qui è importante distinguere la testimonianza dalla sentenza: non si tratta di un fatto già accertato in ogni dettaglio. Nel 2025 la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta e nel 2026 è stato identificato il primo indagato, come ha riferito Reuters. Le accuse restano oggetto di indagine.

Il collegamento con Sheckley rimane disturbante. La violenza trasformata in procedura, punteggio e intrattenimento non appartiene soltanto alla distopia. Gli algoritmi possono aumentare questa distanza morale quando convertono persone in bersagli, profili, probabilità o icone su uno schermo. L’efficienza non è mai una giustificazione etica.

Perché “Le meraviglie del possibile” parla ancora all’epoca dell’AI

Tra le pagine si incontrano A. E. van Vogt, quello di Non-A; Ray Bradbury, autore dell’imprescindibile Fahrenheit 451; Richard Matheson di Io sono leggenda; Robert Heinlein di Starship Troopers; Arthur C. Clarke di 2001: Odissea nello spazio. Viaggi nel tempo e robotica, alieni e distopie, religione e case intelligenti.

Il valore di questi racconti non sta nell’aver previsto correttamente i dispositivi. Sta nell’aver anticipato le frizioni:

  • delega cognitiva contro autonomia;
  • comodità contro controllo;
  • identità percepita contro autenticità;
  • automazione contro responsabilità;
  • intelligenza contro dignità;
  • punto di vista contro verità.

È questo che la buona fantascienza sa fare meglio di tanti report sul futuro. Non dice soltanto quali macchine costruiremo. Ci mostra quali esseri umani potremmo diventare dopo averle costruite.

Forse è vero: ora che la realtà supera la fantascienza, la fantascienza fa paura. Ma proprio per questo ci serve. È una palestra di immaginazione critica, una simulazione senza vittime, un modo per provare in anticipo conseguenze che la tecnologia tende a presentarci soltanto dopo l’aggiornamento dei termini di servizio.

Le meraviglie del possibile è un caleidoscopio di stimoli, una battaglia di Guerre stellari concentrata in racconti brevissimi: boom boom, flash, sbam. Ma sotto gli effetti speciali c’è una domanda serissima: che cosa faremo del possibile, adesso che molte di quelle meraviglie sono entrate in casa?

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