Nuove professioni del Web: che cos’è la SEO Audit?

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Marco Maltraversi, Davide Prevosto e Giovanni Sacheli hanno pubblicato con l’editore LSWR il testo “Seo audit avanzato – Strategie e tecniche di ottimizzazione dei siti web sui motori di ricerca“. Ho voluto fare quattro chiacchiere con loro sulla SEO Audit: per semplificare è l’insieme di tecniche, analisi e verifiche da applicare a un sito web per valutarne la solidità a livello SEO; si studiano gli aspetti di un sito che, sia dal punto di vista tecnico sia da quello contenutistico, possono impattare sulla visibilità nei motori di ricerca.

 

Prima di entrare nel merito, faccio un passo indietro. La prima domanda riguarda la SEO in generale, spesso sottovalutata durante la realizzazione di un sito Web: come mai è un errore?

Costruiresti una casa senza aver prima progettato con cura le fondamenta, l’impianto elettrico e il sistema di riscaldamento? Realizzare un sito web senza tenere conto dell’enorme potenziale offerto dalla SEO è un errore madornale, in quanto si rinuncia da subito a sfruttare una lunga serie di opportunità. Ma non solo. Se in futuro si volesse mettere mano allo scenario SEO del proprio progetto, si potrebbe essere costretti ad apportare delle modifiche importanti e investire quindi ulteriore tempo e denaro.

Per questo motivo è essenziale definire la strategia SEO nella fasi di sviluppo di un sito web: curare tutti gli aspetti tecnici on-site, focalizzarsi sulle performance e analizzare il modo in cui gli utenti ricercano la tipologia dei servizi offerti sono la base per realizzare un ottimo prodotto, apprezzato dalle persone e dai motori di ricerca.

SEO Audit può essere una nuova professione del web: che cosa bisogna studiare per fare questo mestiere?

Diciamo che la SEO è una professione, l’Audit SEO è una delle operazioni che un SEO deve conoscere per individuare possibili problematiche e risolvere situazioni critiche. Se dobbiamo fare una similitudine il SEO è l’ingegnere civile, mentre l’audit SEO è lo studio di come poter ristrutturare un’abitazione analizzando ogni criticità per farla ritornare al suo vecchio splendore (se non di più).

La SEO sta div

entando una disciplina molto tecnica per questo è necessario un costante aggiornamento: in primis abbiamo creato il libro SEO Audit Avanzato con questo scopo: dare un punto di vista tecnico, strategico completo sulle attività fondamentale e imprescindibili della SEO.

Ci sono inoltre diversi corsi online che possono prepararti a questa disciplina, uno di questi è www.deepseo.it in cui si illustrano step by step i passi da fare per imparare questa disciplina complessa.

Infine tanta tanta pratica che ti permetterà di capire effettivamente come ragionano i motori di ricerca e applicare tutto quello che puoi apprendere sui libri o corsi online.

Che consigli si trovano nel vostro libro per chi vuole fare SEO audit?

Nel nostro manuale per professionisti il processo di auditing di un sito web viene sviscerato e diviso in micro-controlli che, come avrà modo di constatare che acquisterà il libro, sono specifici ma anche molto differenti l’uno con l’altro. Si devono analizzare i testi delle pagine e valutare la qualità e profondità dei contenuti, ma è anche necessario verificare aspetti tecnici come il robots.txt, la sitemap, le intestazioni http e molto altro ancora. Un bravo SEO deve essere poliedrico e deve quindi avere i giusti equilibri tra competenze differenti:

  • deve conoscere il markup HTML e magari qualche linguaggio web aggiuntivo (PHP,
  • JavaScript, Python, CSS, …)
  • se vuole ottimizzare i contenuti deve essere bravo a scrivere
  • deve anche essere analitico per navigare nel mare magnum di dati che gli strumenti del
  • mestiere forniscono
  • deve essere curioso di natura e avere voglia di studiare, perché per fare una buona SEO è
  • necessario rimanere aggiornati

Insomma, la SEO è un gran bel lavoro e per massimizzare i propri risultati risulta utile un profilo con il giusto mix di competenze tecniche ed umanistiche.

BOLD TALK di Attiva Evolution – L’importanza delle applicazioni sulla nuvola [la mia intervista sul cloud]

Promuovere i libri con LinkedIn [intervista per il libro di Davide Giansoldati]

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Il 12 novembre 2020 è uscito il libro “Promuovere e raccontare i libri online“, testo di Editrice Bibliografica.

L’autore, Davide Giansoldati, mi aveva chiesto di dare un contributo. Ho scritto un paragrafo su come un autore può usare LinkedIn per promuovere il proprio testo. Eccolo:

LinkedIn è il social professionale per eccellenza: ormai ce ne siamo accorti anche in Italia, dove si registrano oltre 14 milioni di utenti. LinkedIn è sia un social network – una rete di collegamenti – ma anche un social media – uno strumento di comunicazione, di distribuzione (e scoperta) dei contenuti. Un luogo d’elezione anche per promuovere il proprio libro, a patto di farlo nel modo corretto.

Prima di tutto occorre sistemare il profilo personale per evidenziare il fatto che si è autori e il campo d’azione già a partire dalla headline, lo spazio vicino alla foto profilo (scrivere semplicemente “scrittrice” non ha alcun senso). Si può creare un banner con la foto della copertina del libro (magari un’istantanea di un firma-copie o di un’intervista a un festival). Occorre necessariamente inserire, nei Traguardi raggiunti, la nuova pubblicazione. Magari la pubblicazione è anche frutto di un progetto di ricerca, giornalistico, investigativo: vi è una sezione in LinkedIn anche per questo. Occorre poi disseminare il profilo di “parole chiave” inerenti il proprio lavoro. Il testo riguarda i fortini della prima guerra mondiale? Trova tutti i termini correlati (Grande guerra? Trincee?) e spargili qua e là.

Dopo la fase di posizionamento, viene quella più importante: la strategia legata ai contenuti. Ma c’è un problema: la stragrande maggioranza degli autori ha un ego importante! Lo so, sono autore anche io e il mio ego a volte risulta ipertrofico (questa frase l’ha scritto lui, non io). Questo è un limite nella fase di promozione del proprio testo. Una volta Dino Risi disse: “Quando vedo un lavoro di Nanni Moretti, mi viene sempre voglia di dirgli: spòstati e fammi vedere il film”. Ecco, caro autore, spostati perché non vedo la tua opera. Fai un passo indietro e dai valore: fammi vedere dei video (si possono caricare nativamente su LinkedIn dal 2019) dove non vendi il libro come in una televendita di materassi con in regalo una bici con cambio Shimano, ma dove parli del tema. Se è un saggio, parla del problema. Se è un romanzo, parla della storia e dei personaggi. Quando le biblioteche organizzano serate per la presentazione dei miei libri chiamandole “incontro con l’autore”, resisto e chiedo gentilmente di porre invece enfasi su un problema: per esempio, l’uso disfunzionale della tecnologia in famiglia. Ovviamente a meno che tu non sia Barbero o Baricco. Sempre a proposito di contenuti, non si parla solo di video: ideali anche link a interviste, infografiche, podcast e documenti: da qualche tempo si possono caricare anche PDF, perché non regalare un capitolo d’assaggio?

Butto lì una pillola di comunicazione persuasiva: non bisogna mai dire che il libro è interessante, sarebbe sgradevole e autoreferenziale. Non bisogna dirlo ma dimostrarlo! Per esempio se dicessi che il mio libro è stato piratato (si può scrivere “piratato” in questo testo?) allora nella testa di chi legge dovrebbe emergere l’idea, spontanea e quindi più forte, che se il libro meritava un’azione criminale a scopo di condivisione con altri online, allora è interessante davvero. Usare la “riprova sociale” di Cialdini è sempre una gran bella idea.

Chiudo con una considerazione: LinkedIn è anche un ruolo di relazione eccezionale. Un autore dovrebbe puntare forte anche su quello: non scriviamo per noi stessi.

Skill su LinkedIn: come trovare le proprie con il nuovo Career Explorer

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Da pochi giorni LinkedIn ha lanciato Career Explorer, un nuovo strumento online per cercare lavoro. Si tratta di un tool gratuito che mostra nuove opportunità di lavoro mappando le capacità di chi lo cerca. In pratica l’algoritmo di LinkedIn analizza le competenze di un utente e gli mostra le posizioni che potrebbe non aver considerato (la funzione si chiama Esplore Job Transition) anche di aziende di settori differenti. Inoltre segnala anche le competenze da acquisire con LinkedIn Learning (ex Lynda.com). Al momento funziona solo in inglese, ma può rivelarsi comunque un ottimo aiuto. Puoi provarlo a questo indirizzo: https://linkedin.github.io/career-explorer.

Come individuare le skill da inserire su LinkedIn

Nei miei corsi sull’uso strategico di LinkedIn, quando uso il metodo LinkedIn10C, spiego che la sesta C è quella delle competenze. Molte persone hanno difficoltà a individuare le proprie e lasciano quelle proposte dalla piattaforma, magari confermate a caso dai propri contatti, anche se non sono rappresentative: per esempio “trattative” (molto generica) o “Microsoft Word” o “mail” (irrilevanti).

Per questo uno strumento come Career Explorer, che esamina le skill relative a un mestiere, può risultare un valido aiuto per trovare le proprie. Sia quelle che già si possono vantare che quelle sulle quali investire. Nell’esempio sopra, in corrispondenza del mestiere “Sales Agent”, si può notare quali sono le competenze associate: dalla negoziazione alla leadership, dal management al marketing. Interessante notare come, se si vuole presentarsi sul mercato come “Business Devolopement Specialist” occorra puntare su CRM, social e market analysis.

Farmacie tra social selling e content marketing [intervista per Farmaciapotenziata.it]

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Questo articolo è stato pubblicato su Farmaciapotenziata.it nell’ottobre 2020

Farmacie tra social selling e content marketing

Social selling non significa vendere con i social, ma promuovere cosa si è capaci di fare attraverso creazione di nuove relazioni con i propri utenti. Scopriamo di più insieme a Gianluigi Bonanomi, formatore sulla comunicazione digitale.

Cosa si intende per social selling?

Prima di parlare di trucchi e buone pratiche vanno smontati i facili entusiasmi: fare social selling non vuole dire “vendere online con i social, come qualcuno potrebbe pensare. Al limite quello potrebbe essere “social commerce”, e molte farmacie già lo fanno da anni. Social selling è un misto di tecniche di posizionamento, contenuti e relazioni: di solito questa etichetta si usa prevalentemente per i business B2B, ma ormai questa distinzione è obsoleta. I social servono per far vedere che cosa fai, come lo fai, per chi lo fai e poi per sfruttare la leva dei contenuti per dare valore e creare (o tenere) le relazioni. Ecco la parola chiave: le relazioni. Del resto, parlando di “social”…

Esiste un target di cliente privilegiato per questa attività?

In realtà no. Si può fare social selling per tutti e con tutti. Seguo aziende B2B che si occupano di ventilazione industriale, così come aziende del mondo ho.re.ca (Hotellerie-Restaurant-Café). E farmacie, appunto. Queste ultime dovrebbero usare i social, come dicevamo, per le relazioni: intrattengono con video di alleggerimento, ma soprattutto educano con contenuti di valore sui temi più disparati: prevenzione, consigli alimentari, iniziative, contest, testimonianze…di tutto! Dico “dovrebbero usare” perché spesso non è così: proprio perché obnubilate dall’idea di vendere su Facebook e Instagram, riempiono le bacheche di post di prodotto e offerte. Ma la gente non segue i social per farsi “rifilare” i prodotti. Le persone usano i social – quei social – per svago e per tenere le relazioni. Non possiamo forzare la mano. Il processo è lungo e articolato.

Qual è il know-how necessario per fare social selling con successo?

Credo che l’uso dei social richieda competenze sempre più specifiche da comunicatore digitale: saper comunicare è la base, ma non basta. Bisogna coniugare le proprie capacità creative ed empatiche con l’uso di strumenti nuovi: quindi bisogna sapere creare piani editoriali, grafiche e infografiche (per chi non sa farlo, si può sempre usare strumenti come Canva.com), video magari con sottotitoli, content management systems come WordPress per il sito web, padroneggiare le metriche e gli analytics e così via. Credo inoltre che il social seller sia anche un “negoziatore digitale”: chi sa interpretare le comunicazioni online, scrivere un messaggio efficace, rispondere a una contestazione e così via.

E cosa è indispensabile avere a livello di infrastruttura digitale o di backoffice/magazzino?

Credo che più del magazzino o del backoffice serva un ottimo gestionale e un sistema di comunicazione integrata (si parla di convergent marketing: il flusso di comunicazione dovrebbe riguardare dai social agli Sms, dalle newsletter al blog). Il social seller potrebbe collegare le sue attività di comunicazione con il sito Web e il gestionale per tramutare davvero tutto quello che ci siamo detti prima in ordini e vendite. Per esempio, potrebbe produrre dei contenuti gratuiti che generano contatti, poi alimentare quei contatti con newsletter nelle quali inserire, senza esagerare, offerte o coupon da riscattare grazie all’e-commerce. Questo, in gergo, è il “content marketing”, attività che si sposa benissimo con il social selling.


Considerando la peculiarità dei prodotti venduti dalla farmacia, è ipotizzabile che essa faccia social selling?

Se, come abbiamo visto, fare social selling non è necessariamente un’attività appannaggio del commerciale o del banconista, chiunque può farlo. È però difficile portare un esempio di social selling fatto bene perché dovremmo parlare di singoli che si muovono bene, leggere i loro messaggi ai clienti e così via. Piuttosto posso segnare un buon esempio di content marketing: la farmacia Di Nardo (www.farmaciadinardolabrozzi.it) ha un buon sito con blog ed e-commerce, ma soprattutto lavora benissimo con i contenuti. Per esempio, ha realizzato una serie di video su temi come la secchezza vaginale o l’alimentazione. Oppure articoli sulla caduta dei capelli, in questo caso collegati a meccanismi di sconti e prenotazioni per l’analisi del capello.

Quali sono i limiti per la farmacia in questo tipo di attività?

I limiti sono quelli di volere tutto e subito: le attività social sono fondamentali, ma non si può pretendere di costruire relazioni e fiducia da un giorno all’altro. Un altro limite è il non voler investire, intendo tempo e risorse ma anche denaro: a volte bisogna capire che Facebook è uno strumento a pagamento, e la visibilità costa. Un ultimo limite, spesso il principale: la mancanza di competenze in termini di comunicazione digitale; quanti farmacisti hanno fatto un corso che, tra le altre cose, insegni a rispondere alle critiche online?

Hacker Space, storia della bevanda che ha hackerato RedBull: intervista ad Alessandra Damiani [intervista per StartUP News]

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Questo articolo è stato pubblicato su StartUP News il 13 ottobre 2020.

Hacker Space, storia della bevanda che ha hackerato RedBull: intervista ad Alessandra Damiani

Il marchio Hacker si distingue da RedBull o altri appunto per il suo carattere, del quale la maschera stessa è il simbolo: Anonymus non è infatti un qualcosa di commerciale; è un gruppo che prende una certa posizione politica manifestandosi sovversivamente, spesso ponendosi anche contro il sistema.

Un amico, un hacker etico, qualche giorno fa mi ha chiesto:

– Lo sapevi che esiste una bevanda hacker?
– Una bevanda hacker? In che senso?

Mi ha fatto conoscere Hacker Space, un energy drink con disegnata, sulla lattina, la celebre maschera “Anonymous” di Guy Fawkes.
Volevo sapere di più: – Ma tu li conosci? Così mi ha presentato Alessandra Damiani, responsabile delle vendite, e così è nata questa intervista.

Ciao Alessandra, mi parli un po’ di Hacker Space?

Certo! L’azienda Dr. Heidrich ha sede a Lipsia, in Germania, e si occupava in principio di import-export di diversi tipi di prodotti. L’anno scorso la titolare, di nazionalità ceca, sedeva in un bar con un paio di amici e, detto in breve, ha avuto l’idea di ”hackerare” la ricetta di RedBull per creare un energy drink che fosse più conveniente ma anche più sovversivo. Ora sta nascendo una nuova azienda con sede a Berlino, la HASPACO (Hacker Space Company), che si occuperà esclusivamente dei prodotti Hacker.

In cosa si differenzia rispetto a RedBull?

Il marchio Hacker si distingue da RedBull o altri appunto per il suo carattere, del quale la maschera stessa è il simbolo: Anonymus non è infatti un qualcosa di commerciale; è un gruppo che prende una certa posizione politica manifestandosi sovversivamente, spesso ponendosi anche contro il sistema. Allo stesso modo, Hacker si pone contro il “sistema” degli energy drink ed esce sul mercato in maniera piuttosto sovversiva rifiutando di cedere a grassi investimenti pubblicitari come quelli della concorrenza (che poi ricadrebbero anche sul prezzo, come nel caso della concorrenza), rendendosi in questo modo un prodotto ben più accessibile e di carattere forte, prendendo dunque una netta posizione politica.

Chi è il consumatore tipo?

Hacker è per tutti coloro che vivono un po’ ai limiti del sistema, che siedono tutta la notte al computer, che magari non fanno neanche sport: insomma un pubblico ben diverso da quello di Redbull o Monster, con i quali i “nerd”, che pure hanno spesso bisogno di restare svegli, non si identificano in nessun modo.

Dove si trova Hacker?

Attualmente, oltre che in Germania, si trova in Vietnam, Cina, Ungheria, Francia, Myanmar, Svizzera, Austria e Russia. In questi posti l’’azienda ha venduto, in un anno, diversi Milioni di lattine, senza aver speso un euro in pubblicità!

E tu, Alessandra, come entri in questa storia?

Sono un’abruzzese DOC, cresciuta a formaggio fritto e arrosticini; dopo aver sostato per il mio percorso di studi all’Università di Bologna, mi sono trasferita a Lipsia per un tirocinio in camera di commercio. Lì ho conosciuto la titolare di Hacker, che vuole entrare anche nel mercato tedesco e italiano, e ha bisogno di una mano.

Qual è la tua strategia di comunicazione per Hacker?

Appena iniziato a lavorare per l’azienda, ho ritenuto necessaria innanzitutto la costruzione di un sito Web, al momento è un work in progress, e poi un minimo di presenza sui social media, in particolare Instagram. Lavoro per l’azienda da un paio di mesi e il lavoro da fare è tanto: sono decisissima a entrare nel mercato italiano anche perché noi mediterranei, che beviamo meno gassato e meno dolce dei nordici, possiamo apprezzare ancora di più Hacker che è appunto meno dolce, meno frizzante e contiene molte più vitamine della concorrenza. Ho mandato una dozzina di cartoni di prova in Italia e le persone che hanno provato i nostri energy, così come la nostra cola limo, sono impazzite. Insomma, è un qualcosa che può funzionare.

Hacker Space Startup-News

Ma si parla solo di energy drink?

Dopo gli energy drink abbiamo inserito altri prodotti, come le pasticche di caffeina e le classiche zuppe istantanee che vanno fortissimo in Est Europa, ma che non porterei nel mercato italiano per ovvie ragioni… Al momento stiamo producendo in collaborazione con un’azienda italiana i croissant Hacker alla fragola, al cioccolato e – attenzione, attenzione! –  al formaggio: i nordici non aspettano altro per la loro colazione salata.